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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    “EeBGuide”è un progetto cofinanziato dalla UE - con il 57% del budget totale di 863.455 euro - nell’ambito del Settimo Programma Quadro(FP7-2011) e dell’iniziativa europea E2B EI (Operational guidance for Life Cycle Assessment studies of the Energy Efficient Buildings Initiative) per azioni di supporto al coordinamento (CSA). Vediamo in dettaglio gli obiettivi e i risultati più significativi del progetto europeo, tra cui la diffusione dell'uso della LCA, messi a punto da un gruppo di esperti internazionali.

    LCA: lo stato di fatto in Italia

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    IL GRUPPO DI LAVORO

    Al progetto ha lavorato per due anni un consorzio internazionale coordinato dalla Germania (Fraunhofer Institute for Building Physics Sustainable Construction Group) con la partecipazione di un altro ente tedesco (PE International AG). Gli altri partner sono francesi (Centre Scientifique et Technique du Bâtiment), spagnoli (Escola Superior de Comerç International),inglesi (BRE Global Ltd) e svedesi (Prof Ch Sjöström Consultancy).

    GLI OBIETTIVI DEL PROGETTO

    Il consorzio internazionale si è posto l’obiettivo generale di contribuire, nel prossimo futuro, a sensibilizzare la società al cambio climatico per ridurne gli effetti nefasti, attraverso i precetti dello sviluppo sostenibile, pavimentando la strada per l’eco-efficienza in termini di consumo di manufatti e servizi nel settore delle costruzioni con la minor quantità di energia immagazzinata.     
    In questo contesto, l’analisi del ciclo di vita di un edificio, o di un suo componente, assume un ruolo fondamentale per sostenere il processo di selezione (decision making) delle tecnologie innovative e dei materiali con il minimo impatto ambientale possibile. In ultima istanza, il gruppo di lavoro si è prefisso di diffondere in modo capillare e trasparente l’utilizzo della LCA per la valutazione degli edifici (sia riqualificati che nuovi) e dei materiali da costruzione.   

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    Gli obiettivi strategici del progetto sono:

    • distribuire gratuitamente, mediante una piattaforma web, un manuale che sia scientificamente attendibile, di qualità certa, e quindi facilitare la sua adozione tra i professionisti e l'industria;
    • produrre casi di studio esemplari per l’applicazione della LCA nel settore delle costruzioni (materiali, prodotti ed edifici);
    • attivare un sito web di riferimento per  la diffusione della metodologia del ciclo di vita che prosegua oltre il termine del progetto.

    In sintesi, perché questo progetto merita attenzione?  Vediamo le principali motivazioni:

    • le statistiche a livello mondiale del settore delle costruzioni ci informano che gli edifici e l’ambiente costruito usano il 50% dei materiali prelevati dalla crosta terrestre, contribuendo al suo irreversibile depauperamento;
    • durante la loro esistenza gli edifici inglobano la maggior parte dell’energia consumata dal settore delle costruzioni, della quale quasi la metà è energia primaria (generalmente fonti non rinnovabili) e quindi generano circa il 40 % dei gas serra emessi nell’unione europea;
    • i rifiuti prodotti dal settore dell’industria dei materiali ecosostenibili rappresentano il 25 % del totale generato annualmente;
    • il settore delle costruzioni ha il maggior impatto economico, pari al 10 % del PIL della EU;
    • la gente spende quasi il 90 % del proprio tempo in spazi confinati (ufficio, casa, scuola, ecc.);
    • il comitato tecnico europeo per la standardizzazione ha pubblicato una linea guida (CEN/TC 350) per la redazione di una LCA di edifici e di materiali da costruzione e del LCC (life cycle cost) per quantificare il comfort indoor.

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    IL MANUALE PER L’APPROCCIO ALLA LCA

    Il manuale porta il nome del progetto EeBGuide ed è stato sviluppato grazie al coinvolgimento dei maggiori esperti nel settore delle costruzioni. Esso è consultabile on-line o scaricabile in formato pdf così come i template per redigere i report di analisi.

    Il manuale si divide essenzialmente in due parti: una riguarda i prodotti (Parte A) e l’altra riguarda gli edifici (Parte B). Entrambe le parti constano di dieci capitoli. I primi cinque capitoli trattano gli aspetti generali della LCA, mentre, gli ultimi trattano gli aspetti più pratici; inoltre sono corredati di validi esempi e di modelli per il report. Di seguito analizziamo i capitoli riguardanti l’analisi vera e propria del ciclo di vita e l’approccio metodologico. Per la consultazione esaustiva del manuale rimandiamo alla sezione dedicata nel sito del progetto europeo. Alcuni casi pratici, scaricabili dalla sezione download, permettono di valutare quale dei seguenti tre tipi di LCA è opportuno usare.

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    Lo screening LCA (cap. 2.4.1.)è utile ad architetti e progettisti in genere nei seguenti casi:

    • nella fase della progettazione consente di identificare i potenziali impatti ambientali da approfondire in una fase successiva, ma non contempla tutti i parametri della norma ISO 14044  (from cradle to gate);
    • nei concorsi di architettura, design o progetti finanziati dalla UE giacché consente di produrre documentazione tecnica di supporto;
    • miglioramento delle prestazioni di prodotti innovativi all’interno di una stessa azienda (quando non sono a disposizione i dati del proprio Paese in questa fase vanno bene anche quelli dei Paesi vicini).

    La LCA semplificata (cap. 2.4.2.)è utile ai professionisti e agli stakeholder delle costruzioni nei seguenti casi:

    • valutazione dell’impatto ambientale più precisa (from cradle to grave) della precedente analisi, in quanto segue le norme EN 15804, EN 15978 ed altri indicatori descritti nel manuale ILCD (International reference Life Cycle Data system) pubblicato nel 2010 dal Joint Research Center Institute for Environment and Sustainability;
    • etichettatura dei materiali ecosostenibili (ad esempio il conglomerato cementizio).

    La LCA completa (cap. 2.4.3.)è l’approccio che segue le norme ISO, la 14040 e la 14044, dunque idealmente considera l’intero ciclo di vita (from cradle to grave) e serve nei seguenti casi:

    • identificazione delle problematiche ambientali nelle singole fasi dell’analisi, di componenti (per es. un blocco di conglomerato cementizio isolato con pannelli di legno) di edifici, di prodotti (per es. un isolante di lana minerale) di materiali e di servizi, per ogni fase del processo di pianificazione della costruzione sia di un edificio che di un intervento di riqualificazione.
    • supporto alla progettazione costruttiva di edifici in base ai criteri contenuti nelle norme EN, la 15804 e la 15978.

    I REQUISITI MINIMI DEL REPORT DI UNA LCA

    • definizione degli obiettivi, scopo, fasi, confini dell’analisi e motivazioni;
    • giustificazione della scelta delle categorie d’impatto considerate;
    • grado d’incertezza dei dati raccolti;
    • principali ipotesi e limiti;
    • risultati della LCA suddivisi per fasi del ciclo di vita e moduli;
    • omogeneità dei dati analizzati;
    • interpretazione e conclusioni;
    • dichiarazione di revisione;
    • identificazione dettagliata delle problematiche ambientali del prodotto o dell’edificio analizzato.

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    In fine, il manuale è arricchito da un elenco di abbreviazioni e da un glossario per agevolare la lettura ai non avvezzi alle terminologie tecniche in lingua inglese. V’è anche un elenco ragionato e comparativo per la valutazione dei software per redigere la LCA, attualmente disponibili nel mercato, e per la scelta degli indicatori di impatto ambientale.

    Il sito web di EeBGuideè diviso in sette sezioni che riguardano informazioni di carattere generale, sia in merito al gruppo di lavoro che al progetto. Inoltre, è possibile scaricare liberamente molta documentazione nella sezione download come ad esempio tre casi studio di applicazione delle metodologie di analisi, precedentemente descritte, su tre edifici di nuova costruzione e su quattro edifici riqualificati energeticamente. I risultati finali del progetto, concluso nel 2013, possono essere consultati iscrivendosi al forum di EeEBDGUIDE, alloggiato nella piattaforma internet multilingue Construction 21.


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    Sensibilizzare i cittadini con l'arte su tematiche non strettamente connesse alla loro vita quotidiana, come per esempio la crisi globale dell’acqua, evidente soprattutto in alcuni paesi in via di sviluppo, come ad esempio nell’Africa Subsahariana, o anche in Cina: questo è lo scopo principale del Water Tank Project, iniziato a New York nell’estate 2014, che è il progetto inaugurale dell’iniziativa non-profit “World Above the Street”.

    In copertina: una delle cisterne che fanno parte del Water Tank Project. 

    una torre per l'acqua per raccogliere le piogge in africa

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    Con il Water Tank Project le famose cisterne che caratterizzano i tetti newyorkesi sono state “impacchettate ad arte”, ovvero fasciate con dei disegni preparati da noti artisti e studenti di alcune università pubbliche, i cui contenuti richiamano l’attenzione sulla crisi globale dell’acqua, che oggi già alcuni paesi stanno drammaticamente fronteggiando, e che è destinata a peggiorare nel prossimo futuro se alcune misure drastiche non verranno prese.

    caption:“Water” scrivono le lettere sorrette da bambini africani. I bambini e le donne sono quelli che normalmente vanno a raccogliere l’acqua per mangiare, lavarsi e per le faccende domestiche.

    Infatti, nonostante già nel 1998 il Comitato Globale per il Contratto dell’Acqua (Global Committee for the Water Contract) avesse sostenuto che “The right to water is a part of the basic ethics of a good society, and a good economy” (“Il diritto all’acqua è parte integrante dell’etica di base per costruire una società giusta, e una economia valida”), a tutt’oggi problematiche inerenti alla scarsità o all’inquinamento dell’acqua nel mondo sono causa di morte di cinque milioni di persone ogni anno (per visualizzare cosa significhi cinque milioni di persone, si può per esempio immaginare che 34 jumbo jet che trasportano 400 passeggeri l’uno, si abbattano ogni giorno per un anno: questo significa 5 milioni di persone).

    caption:Mappa globale dei paesi sottoposti a problemi inerenti alla scarsità dell’acqua. Fonte, UNEP - United Nations Environment Programme

    Basti pensare che ogni anno nell’Africa Subsahariana 40 milioni di ore (il numero di ore lavorate in un anno dall’intera forza-lavoro francese) sono spese per la raccolta dell’acqua, ovviamente principalmente effettuata da donne e bambini che sottraggono queste ore ad altro tipo di attività, (che sarebbero enormemente più fruttuose per loro) come lo studio, il lavoro, e altro. Inoltre il problema non riguarda solo la scarsità dell’acqua, ma anche il deterioramento causato da industrie e allevamenti intensivi come nel caso della Cina, dove il 90% delle falde acquifere è inquinato, e 700 milioni di persone bevono acque contaminate da rifiuti organici di uomini e animali.

    Questi problemi, il più delle volte, non riguardano i cittadini delle metropoli dei paesi più ricchi, per questo motivo il Water Tank Project può essere considerato sia una mostra a cielo aperto, ma anche una forte campagna di sensibilizzazione sulla scarsità dell’acqua, un tema spesso lontano dai cittadini delle città occidentali. Per rafforzare la sua missione d’informazione e divulgazione, la mostra d’arte sui tetti si accompagna a workshop, programmi d’informazione, conferenze, tour guidati e attività dedicate a fornire una visione olistica dei problemi legati all’acqua.

    Il lavoro e i progetti di sensibilizzazione attraverso l’arte di “Word Above the Street”, la non-profit che ha lanciato il Water Tank Project di New York e che collabora con altre iniziative di educazione come con la Children’s Movement for Creative Education (CMCE), si basano sull’idea che i semi di un cambiamento positivo della nostra società possano attecchire meglio se nutriti dall’informazione e dall’educazione della popolazione.


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    È sempre crescente la domanda di un turismo più responsabile e pulito, che stimoli la valorizzazione del territorio naturale e antropizzato in Europa, lontano dagli eccessi del turismo di massa. Le Citizen, piccolo e moderno hotel parigino sul canale Saint Martin, certifica la qualità di una struttura ricettiva, garantendo un’"etichetta ecologica" chiamata Ecolabel che certifica un ridotto impatto ambientale, offrendo ai consumatori un’informazione immediata sulla conformità di ben precisi requisiti inerenti alla sostenibilità.

    Parigi: l'albergo sostenibile che azzera gli sprechi

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    LE STRUTTURE RICETTIVE E IL TURISMO RESPONSABILE: I PRIMI PASSI

    L’Organizzazione Mondiale del Turismo, nel 1996, evidenziò come il turismo sostenibile è un turismo che rispetta le capacità di rigenerazione delle risorse naturali, valorizza popoli, costumi e stili di vita locali. Una struttura ricettiva sostenibile è perfettamente integrata con il territorio e presenta caratteri di unicità, essendo la naturale offerta delle risorse locali in termini architettonici, enogastronomici e paesaggistici. Ogni buona struttura ricettiva sostenibile rispetta la legge delle “3E”, garantendo pari peso alla componente economica, etica e ambientale.

    LE CARATTERISTICHE FISICHE DI UNA STRUTTURA RICETTIVA SOSTENIBILE

    Dal punto di vista architettonico si sfruttano tutti gli accorgimenti delle case passive. Un esempio è nell’albergo situato nel pieno centro di Parigi, “Le Citizen”, ristrutturato nel 2010 e arredato con uno stile pulito, moderno e che mette in risalto la sua idea di sostenibilità già nell’uso del legno, mai mascherato e sempre visibile negli arredi. I consumi elettrici sono ridotti grazie al doppio affaccio di ogni stanza, che permette di ottimizzare l’illuminazione e il riscaldamento naturale. I consumi idrici sono abbattuti grazie al sistema di rubinetti e docce a tempo. Viene eseguita inoltre una rigorosa raccolta differenziata e qualsiasi prodotto acquistato è locale, biologico o proveniente dal commercio solidale.

    I NUOVI SVILUPPI DELLE STRUTTURE SOSTENIBILI EUROPEE

    Sono soprattutto le aziende gestite da giovani a proporre una nuova offerta di ospitalità, fatta di cascine, agriturismi e antichi casali perfettamente recuperati. La consapevolezza che la campagna sia sempre più la ricchezza turistica del futuro, ha portato a sperimentare nuovi, fantasiosi e interessanti format, come antiche botti non più utilizzate che diventano comode poltrone.

    Tra i migliori esempi in Europa, possiamo citare l’Hotel Post Bezau in Austria, perfettamente inserita all’interno di una foresta mediterranea con pineti e querceti. L’antico casale risale al XV secolo si basa su uno stile tardo gotico che ha reso suggestivo uno scenario già straordinario. All’interno della struttura, i gestori hanno previsto un ciclo dei rifiuti integrato che sfrutta la componente organica per il compostaggio e recupera le acque reflue attraverso un depuratore locale. La maggior parte dei prodotti serviti agli ospiti è di propria produzione o dei poderi adiacenti.

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    GLI ALBERGHI DIFFUSI E LE ESPERIENZE NAZIONALI

    Gli alberghi diffusi sono una realtà tipicamente italiana e riconosciuta ufficialmente alla fine degli anni ’90. Riprendono pienamente la filosofia del turismo responsabile: nati per riutilizzare le dimore abbandonate e restaurate dopo il terremoto del Friuli del 1976, gli alberghi diffusi propongono una maggiore integrazione con il contesto ambientale, sociale e paesaggistico: la struttura ricettiva assume un concetto più elastico e l’intero paese diventa un albergo. Lontano dai danni del turismo di massa, l’albergo diffuso favorisce i piccoli centri storici, i borghi e i paesini che costellano il territorio italiano.

    LE STRUTTURE RICETTIVE ECOSOSTENIBILI IN ITALIA

    Il nostro Paese vanta il miglior patrimonio architettonico, artistico e paesaggistico al mondo. Ciò ha favorito lo sviluppo di numerose strutture ricettive ecosostenibili perfettamente integrate con le eccellenze paesaggistiche nazionali.

    Uno dei migliori esempi è l’Agriturismo Il Duchesco, nel Parco Naturale della Maremma toscana, che persegue criteri sostenibili, ottimizzando l’uso delle risorse naturali, limitando gli sprechi energetici e idrici. Insignito nel 2004 della Certificazione Ecolabel, dal 2003 è diventato ufficialmente un Esercizio Consigliato dal Parco della Maremma. L’Agriturismo ha vinto il “Premio Buone Pratiche per le energie rinnovabili” organizzato da Legambiente. Caratteristica della struttura è la piena indipendenza energetica, grazie ai pennelli solari termici, al piccolo impianto fotovoltaico e a due mini sistemi eolici.


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    La mostra Behind the Green Doorè stato l’evento principale della Triennale di Architettura di Oslo (OAT 2013) dove, tra arredi di design e modelli in scala di architetture, è comparsa anche una casa delle bambole. Nato nel 2005 e composto da architetti, ingegneri, designer e ricercatori con base a Bruxelles, Rotorè il nome del giovane collettivo che ha curato la mostra. Il gruppo, oltre a occuparsi della realizzazione di progetti di design e di architettura, è attivo anche in campo teorico sviluppando posizioni critiche sul design, sulle risorse materiali e sul loro spreco, attraverso ricerche, mostre, scritti e conferenze.

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    LA SOSTENIBILITÀ COME TEMA DELLA TRIENNALE

    In occasione della mostra della Triennale, i curatori hanno voluto adottare un approccio nuovo e inaspettato: invece di partire da una determinata idea di sostenibilità e documentarla con esempi ad hoc, si è optato per una raccolta che mettesse insieme approcci differenziati al concetto stesso di sostenibilità. L’obiettivo non è quello di dedurre una innovativa idea di sostenibilità né di convincere la gente a vivere secondo l’etica ecologica: piuttosto consiste nel mostrare in che modo il desiderio (o la moda?) di sostenibilità stia pervadendo qualsiasi campo, diventando una vera forza sociale capace di rimodellare la cultura.

    "In popular consciousness there are two main camps in the sustainability debate: the moralists who want us to forsake all pleasures, and the cynics who want to earn money on quick-fix technological solutions. In Behind the Green Door, Rotor present a third position in the form of an undogmatic inquiry, open to all the paradoxes and dilemmas of the contemporary crisis" ( “Nella coscienza popolare ci sono due principali ambiti all’interno del dibattito sulla sostenibilità: i moralisti che vogliono che abbandoniamo tutti i piaceri, e i cinici che vogliono guadagnare denaro da soluzioni tecnologiche quick-fix. In Behind the Green Door, Rotor presenta una terza posizione in forma di inchiesta non dogmatica, aperta a tutti i paradossi e i dilemmi della crisi contemporanea".)

    Così si pronuncia Mari Hvattum, docente della Oslo School of Architecture and Design, a proposito della mostra.

    OAT 2013 E LA GREEN DOLLHOUSE 

    Si tratta di una raccolta di “testimonianze di aspirazioni ambientaliste” – modellini, render, volantini promozionali, strumenti specializzati di costruzione, campioni di materiali, citazioni, filmati di incontri tra lobby – per un totale di circa 600 contributi provenienti da tutto il mondo. Ogni oggetto racconta una storia ed è il risultato di un processo di selezione che è andato avanti per oltre un anno. Si passa dallo macro alla micro scala, ci si riferisce al territorio urbano come a quello rurale. Non esistono limitanti confini disciplinari: ci si può riferire all’architettura come all’ingegneria, alla grafica, all’urbanistica, alle scienze sociali.

    Tra tutte le suggestioni pervenute, un oggetto attira la nostra attenzione: la brochure informativa della “Green Dollhouse”, la casa delle bambole prodotta da Plan Toys. Realizzata in legno e con materiali riciclabili, la casa è dotata di pannelli fotovoltaici e turbina eolica per la produzione di elettricità. La facciata della casa è arricchita di piante rampicanti che ne aiutano a mantenere costante la temperatura interna, mentre uno spazio verde esterno è dedicato al relax e alle attività ricreative. La raccolta di acqua piovana avviene con un apposito contenitore per il riciclo, la raccolta differenziata distingue i rifiuti biodegradabili e non, da quelli riciclabili. Gli arredi sono in legno non trattato chimicamente e proveniente da foreste rinnovabili. Una parete mobile costituita da una grande tenda d’estate protegge la casa dal surriscaldamento e d’inverno trattiene il calore e protegge dall’aria fredda.

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    Un classico intramontabile del gioco è dunque rivisitato in chiave sostenibile: la casa, ideale per futuri architetti, fa dell’educazione all’ecologia una buona abitudine che deve essere trasmessa sin da piccoli in modo che l’uso responsabile delle risorse materiali del pianeta si configuri come unico approccio, non semplicemente auspicabile, ma realmente possibile.


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    Nello storico orto botanico di Padova, uno dei più antichi orti universitari del mondo e patrimonio mondiale Unesco, è stata da pochi giorni inaugurata una nuova sezione: il giardino della Biodiversità. Il complesso progetto, elaborato dall'architetto Giorgio Strappazzon dello studio VS associati, spazia dal restauro del giardino esistente alla progettazione dell’ampliamento dei sui confini storici, attraverso edificio high tech, che ospita cinque serre.

    IL MUSEO DELLA BIODIVERSITÀ DI FRANK GEHRY A PANAMA

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    IL GIARDINO DELLA BIODIVERSITÀ DELL'ORTO BOTANICO

    La nuova architettura è posizionata in un contesto di altissimo valore storico, collegando visivamente il complesso di Santa Giustina e Sant'Antonio di Padova, e nasce come ampliamento del cinquecentesco Hortus cintus

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    L’edificio di nuova costruzione dell'orto botanico si presenta come un blocco di vetro, lungo 100 metri e alto 18 metri. Al suo interno, 5 serre tematiche per rappresentare la biodiversità delle specie vegetali nel mondo: un viaggio immaginario nelle diverse aree del globo, partendo dall’equatore fino a sfiorare i poli. I microclimi nelle serre mutano al loro interno: dalle condizioni favorevoli per la vita con abbondate umidità e alte temperature, tipiche della foresta pluviale, fino alle condizioni più estreme, dove freddo e scarsa umidità rendono il proliferare della vegetazione difficile. Il percorso, dalla foresta pluviale tropicale, passando poi per la foresta tropicale sub umida e la savana, il clima temperato e mediterraneo, il clima arido, la tundra artica, tundra alpina si conclude nell’Antartide.

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    Il nuovo blocco ospita ben 1.300 specie vegetali diverse, ampiamente descritte attraverso sistemi digitali, grazie alla app sviluppata ad hoc, ma anche attraverso pannelli espositivi in vetro temperato di grandi dimensioni con stampe digitali. La scelta dell’allestimento in vetro stampato è innovativa, ma soprattutto efficiente: il vetro è in grado di resistere alle condizioni climatiche delle serre e allo stesso tempo riduce i riflessi.

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    L'ampliamento costituito dalle serre sulla Biodiversità è già conosciuto come il “Giardino delle meraviglie”, non solo per la varietà della vegetazione che ospita, ma anche per il grado di innovazione che caratterizza il progetto: è il progettista stesso a definirlo “una grande foglia che respira, che produce ossigeno, che si apre e si chiude per regolare la sua temperatura”. La regolazione dei suoi microclimi è gestita da sistemi informatizzati: una app gestisce i valori di ossigeno e temperatura delle piante per creare il clima ottimale all’interno di ogni serra.

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    Un’attenzione particolare nel progettare l’edificio è stata data all'efficienza energetica dello spazio espositivo. L’impatto sull’ambiente è minimo, dato che la sua forma, l’uso degli spazi e dei materiali, sono progettati per sfruttare al massimo l’energia solare, recuperare le acque piovane e renderlo autosufficiente dal punto di vista energetico ed idrico. Una nanotecnologia applicata sulle superfici interne ed esterne abbatte in maniera significativa l’inquinamento atmosferico, sfruttando i raggi ultravioletti per dal luogo ad una reazione chimica che è in grado di ripulire l’aria dagli agenti inquinanti.

    Un progetto complesso, che sicuramente ha visto impegnato un team multidisciplinare, focalizzato sul raggiungimento di un unico obiettivo: un esempio di innovazione.


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    La costruzione del centro ospedaliero di Kortrijk, in Belgio, sarà ultimata nel 2017 dopo ben 12 anni di lavori ininterrotti: un’immensa area sorgerà su un terreno di 14 ha, conterà 100.500 mq di superficie costruita, per un totale di ben 1.050 posti letto. Richiamando alla memoria le forme del chiostro medievale e della pianta a corte tradizionale, la struttura dell'ospedale si rifa agli archetipi dell'architettura ed è suddivisa in 5 blocchi: quello centrale accorpa i principali reparti medici e amministrativi, mentre i restanti 4 si distribuiscono intorno a questo fulcro, secondo uno schema a girandola.

    OSPEDALI: UNA NUOVA TIPOLOGIA OSPEDALIERA PROPOSTA DA RENZO PIANO

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    GLI ARCHETIPI DELL’ARCHITETTURA INTERPRETATI IN CHIAVE SOSTENIBILE

    I progettisti Carlo Baumschlager e Dietmar Eberle fondano il loro studio di architettura attorno alla metà degli anni Ottanta. Da sempre attivi partecipanti al dibattito sulla sostenibilità, il loro contributo, anche nel progetto dell'ospedale di Kortrijk, si distingue per l’interpretazione in chiave sostenibile degli archetipi dell’architettura. “Se consideriamo che nei Paesi sviluppati il 50-60% del consumo energetico di un edificio viene impiegato nella fase di costruzione, è evidente che impegnarsi perché poi duri a lungo rappresenta il miglior contributo al problema ecologico”: questa osservazione reca l’ideale di durevolezza dell’architettura costruita, ideale che traduce l’approccio sostenibile dei due progettisti alla pratica dell’architettura.

    Si tratta di un pensiero lontano da ideologie e poetiche, posizioni critiche o scientifiche, ma piuttosto fatto di precise scelte architettoniche: “la sostenibilità di un edificio obbedisce, secondo Baumschlager ed Eberle, a una gerarchizzazione dei differenti cicli di durata: l’inscrizione nel contesto urbano è il più lungo, 200 anni; il sistema strutturale, che deve durare un centinaio d’anni, deve essere indipendente sia dall’involucro, pensato per un lasso di tempo che va dai 50 ai 70 anni, sia dagli interni (dai 15 ai 20 anni)”. Gli ideali vitruviani della firmitas, venustas e utilitas sono reinterpretati in chiave sostenibile secondo l’immagine di un edificio che esprima durevolezza, bellezza e flessibilità. Fra questi, il parametro estetico è senz’altro quello che costituisce il cuore della progettazione poiché, dichiarano: “un’architettura bella, godendo di un vasto consenso pubblico, è meno esposta alla demolizione”. Ma in che modo il centro ospedaliero obbedisce ai tre principi fondanti dell’architettura vitruviana?

    Intrecciandosi tra loro, essi raccontano l’edificio nella sua concezione formale e strutturale: l’infilade di pilastri costituisce l’involucro che avvolge la struttura interna, portante, rimanendo da questa indipendente (sistema strutturale indipendente dall’involucro). I pilastri, disposti obliquamente rispetto al piano di facciata e ad un interasse di 90 cm, sorreggono spesse architravi. Lo sfalsamento dei pilastri sui tre livelli rafforza la scansione orizzontale dell’edificio: il tutto crea un ritmo scandito, un disegno pulito che comunica fermezza. L’involucro così costituito racchiude uno spazio porticato che difende la privacy e incornicia visuali panoramiche. 

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    Il telaio indipendente di acciaio e vetro costituisce il sistema strutturale dell’edificio. Il criterio di flessibilità conduce alla semplificazione nella distribuzione interna degli spazi: ogni volume, di spessore di circa 25 m, è suddiviso in tre navate longitudinali prive di strutture intermedie portanti: il percorso lungo quella centrale di 5,40 m è costellato di piccole corti in cui la luce zenitale inonda gli spazi interni, mentre le due laterali di 8,10 m sono illuminate dalle luce che penetra le vetrate della facciata: tutti gli ambienti che su questa si affacciano, camere, uffici, sale d’attesa, godono della luce naturale e diretta, i cui effetti benefici sulla salute sono ben noti. Anche la reception, che si configura come spazio a doppia altezza, irradia un’ariosa spaziosità.

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    I soffitti in lastre di cemento post-compresso prive di travi portanti, sono posti ad un’altezza sufficiente per consentire grande libertà nella progettazione delle strutture mobili di distribuzione degli spazi. Carattere costante del complesso è il continuo richiamo agli spazi esterni: sia le visuali ottenute dalle facciate vetrate, sia il rapporto interiorità-esteriorità creato dai cortili, donano una qualità speciale al complesso ospedaliero, circondato e inquadrato dal verde.

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    Siamo di fronte ad un’architettura nuda nelle forme e nelle proporzioni, essenziale per alcuni versi. Grazie alla semplicità della concezione della struttura ne risulta un edificio flessibile, in grado di sostenere futuri cambi di destinazione d’uso (hotel, edificio industriale o per uffici) senza snaturarsi, mantenendosi monumentale, astratto, a tratti ermetico. La stessa monumentalità, la gravità di una struttura “ciclopica”, è metafora del senso di protezione e di difesa che essa dovrebbe trasmettere agli ospiti nell’alleviare le sofferenze e le ansie quotidiane legate alla malattia.

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    La struttura a esagoni dei favi delle api ha da sempre affascinato i progettisti e matematici di ogni tempo. Già il celebre matematico scozzese Colin McLaurin dimostrò nel 1743 che la costruzione di un pannello a celle esagonali è quella richiedente la minima quantità di materiale (per gli amanti delle sfide matematiche, premettiamo che la dimostrazione non è banale e se non ci riuscite da soli, o siete troppo pigri per provarci,  la soluzione si trova su  Apicoltura Online. Eppure questi fantastici animali, produttivi e generosi con l'uomo, sono proprio da lui minacciati e potrebbe essere l'apicoltura urbana la chiave per tutelare questa biodiversità.

    In copertina: Arnie in legno progettate da Snøhetta sui tetti di Oslo. © Morten Brakestad

    UN ALVEARE PER L'HUB CRÉATIC DEDICATO ALLE START UP

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    API E ALVEARI MINACCIATI DALL'UOMO

    Non  dobbiamo dunque meravigliarci se i moderni materiali compositi utilizzati nelle applicazioni aerospaziali ricorrono a nuclei tamburati esagonali per ottenere elevate resistenze meccaniche con il minimo peso. Le api hanno sviluppato l’istinto di costruire con moduli esagonali durante milioni di anni di evoluzione  darwiniana, perché produrre cera per loro comporta un elevato costo energetico. Infatti, il loro metabolismo richiede ben 10 g di miele per produrre 1 g di cera, quindi  nel corso dell’evoluzione sono sopravvissute solo le line genetiche più parsimoniose, cioè quelle che costruiscono gli alveari con moduli esagonali sfalsati su due facce, utilizzando il minimo di risorse. Possiamo dire che l’ape è anche un animale “riciclatore”, perché sa recuperare la cera che avanza dai vecchi favi. Oggi, purtroppo questi simpatici insetti sono seriamente minacciati dall’agricoltura intensiva selvaggia, che ha comportato una perdita irreversibile di biodiversità, e da pesticidi sviluppati per uccidere altri insetti, facendo diventare le api “vittime collaterali”. Il più pericoloso di tutti i veleni sembra essere  il neonicotinoide imidacloprid, il quale è stato sarcasticamente nominato dall'American Chemical Society come  "molecola della settimana".
    Ironia della sorte, la molecola killer vietata nell’UE, ma ancora in commercio negli USA, ha due strutture a forma esagonale…

    ARCHITETTURA E DESIGN AL SERVIZIO DELL'APICOLTURA

    Alcune autorità municipali, come ad esempio quelle di Berlino, hanno tentato di salvare le api promuovendo l’apicoltura urbana. Bettina Madita Böhm, laureata in design a Bolzano con una tesi sull’apicoltura urbana, presentò nel 2014 alle autorità berlinese un design innovativo di “arnia urbana”.

    caption:Apiarium, design di Bettina Madita Böhm

    Sicuramente è un design piacevole per gli umani ma viene spontaneo chiedersi se le api siano felici di vivere in una struttura di cemento. Le forti oscillazioni di temperatura date dalla sfavorevole combinazione di conduttività e inerzia termica del cemento, pure quello “alleggerito” e con "canali d'aria", costringono le api a consumare preziose scorte di miele per poter mantenere l’alveare nello stretto intervallo di temperatura  a loro utile per vivere e sviluppare la covata. E’ molto probabile che chi coltiva la passione per l’apicoltura amatoriale trovi tale premiato alveare, caratterizzato dall’accostamento di favi disuguali fra di loro, poco pratico perché gli smielatori sono progettati per telai di misure standard ben precise.

    Decisamente più “a misura d’ape” (forse non tanto a misura d’apicoltore, come si può apprezzare dalle immagini) appare il progetto dello studio d’architettura Snøhetta di Oslo, collocato sul tetto di un supermercato alimentare e locale da ballo.

    caption:Apiario urbano norvegese, Snohetta

    Negli USA, il paese dei grattacieli, gli studenti dell’università di Buffalo ne hanno costruito uno per le api. Non è chiaro se l’intenzione sia quella di alloggiare più famiglie di api all’interno di una stessa struttura. Si spera di no, perché le api si guidano con i raggi solari a mo' di GPS di estrema precisione , riuscendo a trovare la posizione del loro nido con più o meno un metro di risoluzione, ma è dubbioso che abbiano anche risoluzione  spaziale  in altezza. In una costruzione a condominio “apiesco” , probabilmente le diverse famiglie finirebbero per uccidersi una con l’altra e saccheggiare il miele della colonia più debole. Ammettiamo che si tratta anche in questo caso di un progetto molto carino dal punto di vista estetico, ma poco pratico dal punto di vista di chi, come l’autore, pratica l’apicoltura amatoriale. Molto probabilmente la struttura in metallo, all'interno della quale è alloggiata l'arnia di legno, indurrà stress termico nelle api, costringendole a consumare preziose riserve di miele e polline per mantenere stabile la temperatura del nido.

    caption:Grattacielo per api

    Secondo Wikipedia, Berlino avrebbe già 15.000 arnie urbane, Londra  altre 3.200,  seguite da Parigi, New York , Hannover, Copenaghen e Tokio. In Italia, come al solito, impera la sindromeNIMBY (not in my back yard). Molti dichiarano di essere naturalisti e preoccupati per il rischio d’estinzione delle api, ma in realtà la legislazione italiana in vigore obbliga i possessori di api a denunciare gli apiari (come se fossero allevamenti di bestiame o animali domestici pericolosi) e a collocarli a non meno di 10 m dai confini con i vicini. Sappiamo di casi in cui, pur rispettando queste disposizione di legge, ci sono poi singoli cittadini o gruppi di vicini che intraprendono azioni contro i possessori, sulla base di un non precisato “rischio per la salute”.

    Il settore apistico amatoriale non gode di nessun contributo nè agevolazione, quando potrebbe costituire un’interessante fonte di reddito integrativo per le famiglie provate dalla crisi, e contribuire a migliorare la qualità dell’alimentazione producendo zuccheri e cibo di alta qualità a Km zero.  Perché non combinare ammortizzatori sociali e tutela di una specie preziosa come le api? Nonostante  tutto, si apprezza già qualche segnale positivo per l’apicoltura urbana italiana: nel Belpaese la prima città a favorire l’insediamento di apiari nel proprio territorio è stata Torino, con un progetto iniziato nel 2010, seguita da Milano e Roma. C’è d’augurarsi una maggiore sensibilità da parte dei legislatori e perché no, il contributo di designer creativi, ma razionali, per migliorare le condizioni di vita delle nostre amiche le api.


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    La giovane studentessa Lina-Marie Köppen ha progettato e realizzato una collezione di oggetti dalle forme non convenzionali e dalle funzioni ancora più misteriose. L’obiettivo della sua tesi di laurea alla Design Academy di Eindhoven è stato quello di studiare in che modo sia possibile mettere in discussione il rapporto di percezione del soggetto con l’oggetto, essendo la sua funzione viziata dalle rigide coordinate della convenzione con cui sin da bambini siamo abituati a leggere la realtà fisica degli oggetti che ci circondano. 

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    Si tratta di oggetti quotidiani imperfetti, all’apparenza senza senso, che si fatica a categorizzare come appartenenti a una determinata funzione. Una famiglia di oggetti ognuno dei quali è la reinterpretazione di un archetipo di arredo, ma con una vocazione d’uso non assegnatagli dal progettista bensì dallo stesso utente al momento della fruizione.

    La “scopa dai capelli lunghi” spazza il pavimento come qualsiasi altra scopa, ma la lunghezza delle setole spinge il fruitore a compiere dei movimenti nuovi, oscillatori (alcuni hanno dichiarato che sembrava loro di ballare).  

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    Mentre una comune scatola dovrebbe presentare 4 piani laterali e due orizzontali, la“scatola con un braccio solo” presenta solo le pareti laterali: può trasportare un oggetto trascinandolo sul pavimento grazie alla spazzole sottostanti.

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    Anche in questo Skinny boxè possibile porre oggetti da trasportare nonostante la conformazione insolita data dalla mancanza di pareti che li trattengano. 

    Il Many Legs Round può trasportare facilmente molto peso grazie alle molteplici spazzole che scivolano sul pavimento.

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    La “lampada con un braccio solo” si distingue dalla lampade comuni per la sua mancata leggerezza e praticità. Essa presenta un meccanismo di funzionamento diverso dal solito: la luce rimane spenta quando essa è appoggiata al supporto e si accende quando si solleva.

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    La tesi da cui partire per comprendere il senso della sperimentazione della studentessa berlinese è che è sbagliato sentirci inadeguati rispetto alle cose ma sono le stesse cose che debbono contenere delle disfunzioni, che sta a noi individuare e “fare nostre”. Con questa sperimentazione, lo studio diventa un esercizio di riattivazione della memoria, di reinvenzione di significati in rapporto agli oggetti, esercizio che il nostro inconscio, o la nostra memoria, ha completamente e pigramente abbandonato, sommerso com’ è dai significati che gli altri, per noi, da secoli, hanno attributo alle cose. Invece con le sue creazioni, a metà strada tra il reale e il surreale, tra l’utile e il superfluo, Lina-Marie Köppen sfida gli standard della società globale persuadendo gli utenti ad un uso sperimentale dei suoi pseudo-oggetti. Il suo motto è “learning to unlearn” (imparare disimparando), ossia diventare più consapevoli e disinibiti nell’utilizzo degli oggetti domestici e nella stessa società. 


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    Il rifugio Aro Ha, inaugurato nel gennaio 2014 da Damian Chaparro e Chris Madison, gode di una vista straordinaria sul lago Wakatipu, al confine con le Alpi meridionali della Nuova Zelanda, poco distante dalla città di Queenstown. La struttura ricettiva, sostenibilie e progettata secondo i principi delle case passive, è interamente vocata al benessere.

    CENTRI BENESSERE: L'EX BIRRIFICIO DIVENTA SPA

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    DALL'IDEA  AL PROGETTO DEL RIFUGIO

    Il progetto del centro benessere, realizzato dagli architetti Tennent & Brown, si articola attraverso l’applicazione perfetta dei principi dell’architettura sostenibile: l’uso del legno, lo sfruttamento delle fonti idroniche per il riscaldamento e l’energia solare a rendere completamente indipendente una struttura che è già diventata un punto di riferimento per numerose riviste di architettura e di wellness.

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    Per rendere confortevole una zona con un clima con temperature estremamente alte d’estate e basse d’inverno, sono stati applicati numerosi principi delle case passive. Un consistente isolamento termico e un perfetto orientamento degli edifici e degli spazi verdi circostanti hanno permesso di ottimizzare l’uso del riscaldamento naturale solare.

    Dal punto di vista architettonico, gli edifici sono stati trattati in maniera completamente diversa rispetto ai classici chalet di montagna. Gli stessi tetti non si rifanno a manuali di architettura, bensì prendono ispirazioni dalle naturali forme della roccia locale: il risultato è un’efficienza energetica straordinaria che, unita agli impianti fotovoltaici e mini-idronici permettono la quasi totale indipendenza.

    Certamente favoriti dallo scenario mozzafiato del lago e delle Alpi Neozelandesi, gli organizzatori del progetto hanno curato gli spazi esterni attraverso le più moderne tecniche della permacultura. Il risultato del lavoro ha prodotto un intervento perfettamente integrato con il paesaggio.

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    I PRINCIPI DEL CENTRO BENESSERE

    I fondatori di Aro Ha hanno impresso la loro filosofia di vita a un progetto che combina “i bisogni del presente senza compromettere il nostro futuro”. Il rifugio, interamente in legno, può ospitare soltanto 32 ospiti alla volta, favorendo così le interazioni sociali e la personalizzazione di ogni trattamento. Ogni camera, ha intenzionalmente dimensioni modeste e il solo scopo di far recuperare l’ospite dalle numerose attività organizzate dal rifugio.

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    I principi zen sono alla base della filosofia di Aro Ha, considerata da molte riviste come un santuario della rigenerazione del corpo e della mente. Ogni cliente è invitato a “disintossicarsi” da fumo e alcol almeno una settimana prima di intraprendere questa nuova esperienza psico-fisica ed emozionale. 


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    Tre giovani italiani si preparano a partire per i Guatemala dove costruiranno un pozzo alimentato ad energia solare per portare acqua pura agli abitanti delle comunità locali che non hanno accesso alla rete idrica ed elettrica. Il progetto si chiama “Follow the Sun” ed ha lo scopo di finanziare la diffusione delle energie rinnovabili nei paesi in via di sviluppo, partendo da una campagna di crowfunding lanciata in rete.

    ENERGIA PULITA DAL SOLE: IL FOTOVOLTAICO GRATIS IN PERÙ

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    ESTRARRE ACQUA CON L'ENERGIA DEL SOLE

    Spegnere la luce quando usciamo da una stanza, chiudere i rubinetti mentre spazzoliamo i denti. Bastano poche regole per risparmiare luce ed acqua ed un gesto per avere una ambiente illuminato e dell’acqua fresca che scorre nel lavandino. Mentre noi fatichiamo a fare nostre delle semplici abitudini, nella comunità diFlora Costa Cuca, in Guatemala, vivono circa 28 mila persone, ma solo il 40% di esse ha acqua corrente ed energia elettrica, mentre chi ha la fortuna di essere allacciato alla rete elettrica non può permettersi gli alti costi da sostenere per pompare acqua da un pozzo. A fare la differenza sono solo 10 dollari, lo scarto tra il costo dei consumi energetici di un generico pozzo e lo stipendio medio di una famiglia.

    L’associazione Anduma, composta da Enrico Molineri, Francesco Miacola e Luca Ollino, ha capito che l’uso di tecnologie semplici ed ecologiche può migliorare la vita di questa ed altre comunità che vivono in tale situazione di disagio ed ha avviato il progetto “Follow the sun” con lo scopo di costruire un “pozzo solare” per portare l’acqua a chi non è raggiunto dalla rete elettrica o non può permettersene i costi.
    Non si tratta solo di giustizia sociale, ma di un programma più vasto il cui primo passo è l’avvio di un’impresa sociale per l’assemblaggio di pannelli fotovoltaici e la costruzione dei pozzi direttamente in Guatemala, creando nuovi posti di lavoro.

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    Enrico arriva in Guatemala 9 anni fa per seguire la costruzione di un ospedale, e lì incontra Monica che gli chiede aiuto per sviluppare tecnologie a basso impatto ambientale per aiutare le popolazioni che vivono in condizioni di svantaggio e povertà. Da qui l’idea di un pozzo alimentato ad energia solare. Il pozzo fornirà 1600 litri di acqua pura al giorno, estratta ad una profondità di 150 metri.

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    “Il progetto serve per dimostrare la possibilità di usare pompe con pannelli solari senza la necessità della rete elettrica – ci ha raccontato Francesco - in questo modo nessuna multinazionale andrà in mezzo ai poveri a vendere i suoi prodotti! Una volta dimostrato il funzionamento del sistema, il sindaco Tito Natanael Vasquez avrà a disposizione dei finanziamenti per altri 7 pozzi, provenienti direttamente dal Banco del Centro America, l’ente centroamericano che si occupa di sviluppo delle comunità. Vogliamo realizzare il progetto con l'aiuto della rete, per questo abbiamo provato ad esplorare questa nuova possibilità data dal crowdfunding, che è nuovo per l'Italia, ma è una cosa bellissima. Un piccolo contributo da parte di tutti per finanziare un progetto, può migliorare la vita di tante persone.

    La campagna di raccolta fondi è stata lanciata sulla piattaforma di crowfunding Buona Causa per raggiungere la cifra di 5.500 euro necessari alla costruzione del pozzo (pompa, pannelli solari, accessori e trasporto) con un contributo minimo.
    Intanto i laboriosi ragazzi di Anduma si preparano alla partenza e noi aspettiamo fiduciosi di vedere il pozzo realizzato.


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    L’ispirazione arriva da Cuba e mette le sue radici anche a Berlino, precisamente a Kreuzberg, nei pressi di un ex controllo di confine dove ai tempi del muro giacevano solo cataste d’immondizia e il grigiore cittadino si fondeva con quello del cielo. L’idea arriva da Marco Clausen e Robert Shaw, fondatori della comunità no-profit “Nomadisch grün” (verde nomade) i quali, di ritorno da una vacanza a Cuba, hanno pensato bene di importare i giardini nomadi in Europa. A Cuba, visti i pochissimi ritagli di verde che la popolazione è costretta a strappare al cemento della città per il proprio sostentamento, è più che altro un bisogno esistenziale. Nelle città europee quest'idea può trasformarsi in un esperimento di orticoltura urbana, al contempo polmone verde e occasione d’incontro e vita sociale.

    È sempre più forte l’onda di iniziative volte a trasformare le città in luoghi più a misura d’uomo e sostenibili. Sempre a Berlino, incubatrice di nuove start-up e progetti sostenibili, è inoltre attivo da anni un servizio online - ora sbarcato anche in Italia - che permette di vendere auto usate in tempi velocissimi e senza spese di passaggio e demolizione. In questo modo si auspica che sempre più automobilisti si liberino delle proprie vecchie auto inquinanti e optino per veicoli a basso impatto ambientale oppure, meglio ancora,usino i vecchi rottami della propria auto per costruire biciclette, come accade già in Spagna, facendo un favore alla propria salute e rendendo la terra più fertile eliminando i veleni dello smog.

    Priva di veleni al cento per cento è la terra del “Prinzessinnengarten”, coltivata in lettiere di compost organico senza l’uso di pesticidi. Le lettiere, nell'ottica dell'orto nomade, sono rimovibili e trasportabili, scelta dovuta al fatto che, nonostante gli abitanti di Kreuzberg si siano battuti e abbiano anche vinto una petizione per non lasciar cadere il giardino nelle mani degli speculatori immobiliari, il suo futuro rimane ancora incerto e questo “fiore” sbucato dalla crepa di una muro rimane ancora ai margini della legalità.

    Le “principesse” e i “principi” del giardino, che sono gli abitanti del vicinato e i soci del collettivo, oltre che a rimboccarsi le maniche per coltivare hanno anche creato spazi e attività di svago, come una piccola biblioteca, un bar con prodotti biologici dove sorseggiare qualche bevanda in questa oasi di relax dal trambusto cittadino, tanti workshop in tema di sostenibilità, recycling, agricoltura e piccoli mercatini. Da Cuba a Berlino e chissà, magari questa esperienza riuscirà a rendere più verde anche altre città. 


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    Nel centro di Parigi, a pochi passi dal centro Pompidou, al numero 25 di rue Michel le Comte, è stato realizzato tra il XVII ed il XX secolo un complesso di edifici, frutto di successive integrazioni, che ha ospitato un ampio ventaglio di personalità, tra residenze private, atelier di artisti e luoghi per workshop. Per questi edifici, localizzati all’interno del perimetro del Piano di Protezione e Ripristino di Les Marais (PSMV), Atelier du Pont ha progettato la ricostruzione ex novo del complesso, in modo da rispondere al contempo alla duplice istanza di tutela e di rinnovamento del patrimonio edilizio esistente, rivisitandone il progetto in chiave organica ed unitaria, in maniera da riunificare gli aspetti antitetici che ivi si sono sovrapposti nel tempo.

    LE PIÙ STRUTTURE IN LEGNO PER IL SOCIAL HOUSING

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    Il progetto prevede la realizzazione di un isolato che è quasi interamente destinato ad edilizia sociale residenziale, con attività commerciali al piano terra, con strutture e componenti che rispecchiano il gusto del tempo, proponendo un design innovativo e tecnologico, ed una struttura con basso impatto ambientale grazie ad accorgimenti che consentono alte prestazioni energetiche.

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    Il volume esterno del complesso viene mantenuto, ed al contempo viene realizzato un ampliamento che prevede la realizzazione di un nuovo edificio nella parte interna dell’isolato.

    La facciata è in metallo traforato, per permettere sia la ventilazione naturale degli ambienti che il riparo dai raggi solari, garantendo nell’interno un ambiente confortevole e gradevole grazie all’uso di materiali naturali e sostenibili, come il legno.

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    Il progetto intende manifestare l’intento di andare oltre l’idea di vedere “Le Marais” come un museo, proponendo la presenza di un’utenza mista, così come ricca e variegata e ricca è la storia del quartiere. Il progetto sarà ultimato e consegnato nell’estate del 2015.


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    Il Jardin d'Acclimatation venne inaugurato a Parigi nel 1860 e da allora è il polmone verde della città, un antico parco divertimenti a cui si sono aggiunte nel tempo diverse attrazioni ed edifici suggestivi che hanno dato al luogo un tocco esotico e vivace. Ed è proprio all'interno di questo particolare sistema urbano che nasce la Fondazione Louis Vuitton, libera interpretazione dei palazzi di cristallo ottocenteschi dell'architetto Frank Gehry

    Gehry a Londra per il rinnovamento della Battersea Power station

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    Ai margini di un giardino d'acqua da poco concluso si snoda il complesso sistema di coperture sinuose in cui si staglia il blocco centrale che si distingue per il rivestimento bianco e levigato in calcestruzzo fibrorinforzato ad alte prestazioni: qui avrà posto la mostra permanente della fondazione con undici gallerie. 

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    Il resto é tenuto nascosto in un gioco di trasparenze e riflessi date dalle dodici schermature convesse che celano al loro interno un auditorium da 350 posti e uno spazio con palcoscenico.  Rivestimenti con vita propria, elementi unici che riescono a realizzarsi soltanto grazie all'aiuto di avanzate tecnologie 3D come il software progettato da Gehry Technologies sulla base del famoso Catia utilizzato in aeronautica. Inoltre per massimizzare il risultato lo studio dell'architetto canadese ha lavorato sul luogo con alcuni studi francesi specializzati in strutture in vetro utilizzando un modello comune che ha facilitato i calcoli strutturali e le indicazioni alle imprese esecutrici.

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    La fondazione si pone come esempio (soprattutto nel panorama dei progetti da "Archistars") per quello che riguarda il risparmio energetico ottenuto mediante l'utilizzo di energia geotermica, e il recupero delle acque meteoriche oltre che per la scelta di materiali primi durevoli e facilmente scomponibili.

    Grazie ad un accordo con l'amministrazione locale, proprietaria del lotto di terreno, la struttura sarà aperta al pubblico che potrà godere anche del giardino terrazzato allestito su due livelli che in virtù della sua posizione periferica permette una veduta speciale su Parigi.

    Se in altri casi la componente scultorea di Frank Gehry poteva essere vista soltanto come un marchio di fabbrica qui torna a stupirci con tutta la sua forza.

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    Ci sono molti modi per misurare l’efficienza energetica, e molte unità di misura (kWh/mqa, W/mqK, euro). Ma CasaClima Network Emilia-Romagna ha scelto qualcosa di molto più tangibile: i centimetri (ebbene sì).

    In copertina: uno dei due protagonisti dell'esperimento.

    progetto botticelli: il primo edificio certificato casaclima in sicilia

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    LA SFIDA DEL CUBO DI GHIACCIO

    “La sfida del cubo di ghiaccio”, (13-27 settembre 2014) è un iniziativa di CasaClima nata con lo scopo di dimostrare cosa davvero significhi la parola “efficienza energetica”:  per 14 giorni due cubi di ghiaccio di 80 cm di lato ciascuno sono stati “parcheggiati” nel cuore di Parma, nell’affascinante unicità di piazza Garibaldi. Uno di essi è stato installato en plein air, l’altro invece è stato inserito all’interno di una costruzione-prototipo che simula nelle prestazioni una CasaClima Oro. Non serve aggiungere che l’obiettivo era appunto confrontare i due gemelli di ghiaccio alla fine della prova, perché so che siete perspicaci e che l’avevate già capito.

    caption:l'attesa apertura dell'involucro.

    Per attivare il coinvolgimento popolare e sollecitare l’attenzione sul tema dell’efficienza energetica, la cittadinanza è stata infatti sfidata a indovinare la percentuale di ghiaccio che si sarebbe sciolta all’interno del prototipo CasaClima, e davvero in pochi immaginavano i sorprendenti risultati ottenuti.

    I RISULTATI DI UN SUCCESSO  

    Mentre il primo cubo di ghiaccio, quello all’aria aperta, è passato a miglior stato in 53 ore, sciogliendosi in breve tempo come ovvio che fosse; l’altro, protetto da un involucro ad alta efficienza dotato di 36 cm di cappotto esterno in fibra di legno, ha lasciato molte persone a bocca aperta, riducendosi di appena il 3% (con uno dei lati passato da 80 cm a 78). Due centimetri in 14 giorni: se fosse una dieta volta a perdere circonferenza sui fianchi sarebbero ben deludenti risultati, ma in questo caso minor dimagrimento corrisponde ad una maggiore capacità isolante. La cabina-prototipo di CasaClima ha dunque dimostrato una prestazione termica eccellente, impressionando notevolmente i non addetti ai lavori, i quali grazie a questo esperimento tangibile e intelligente hanno davvero potuto toccare con mano la parola “efficienza energetica”.

    caption:il primo cubo, lasciato all'aria aperta.

    caption:l'allestimento in piazza Garibaldi.
    caption:il cubo kamikaze affronta la curiosità dei cittadini.
    caption:l'involucro CasaClima Oro sfida il sole battente del mattino.
    INCURIOSIRE PER DIVULGARE: l'EFFICACIA DELL’INIZIATIVA

    Si può dunque affermare che lo scopo di questa sfida lanciata da CasaClima fosse proprio quello di incuriosire, provocare e stupire: non può esserci maieutica migliore per diffondere nuove conoscenze.

    Non a caso, per tutta la durata dell’esperimento, uno spazio espositivo ad hoc (realizzato dall’ing. Francesco Fulvi di Spazio Borgo Riccio) è stato aperto alla cittadinanza, che ha potuto avvalersi anche di tecnici esperti CasaClima per ottenere spiegazioni gratuite circa le nuove tecnologie ecosostenibili, le modalità di realizzazione e la riqualificazione degli edifici esistenti. 

    È stato in definitiva un modo originale e innovativo di mostrare (o meglio, di dimostrare) i traguardi che già oggi è possibile raggiungere per costruire a partire da subito un futuro sostenibile, pulito e intelligente.


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    Si è tenuto lo scorso week end a Denver, in Colorado, un evento innovativo ed unico nel suo genere: il Pallet Festival. I partecipanti hanno potuto visitare un labirinto costituito da pallet, vedere demo riguardanti accorgimenti e consigli per una vita sostenibile, guardare uno spettacolo di moda upcycled, ed acquistare da numerosi artigiani o artisti. Nel frattempo si sono svolti spettacoli sportivi e musicali, per allieterare i visitatori.

    Pallet e colori a L'Aquila: il progetto creativo di ViviamoLaq 

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    La festa dei Pallet ha presentato il meglio dell’upcycling: utilizzare materiali “di scarto” per realizzare oggetti nuovi, con un notevole valore aggiunto. Ogni anno oltre 200 milioni di pallet finiscono in discarica. L’evento che si è tenuto a Denver ha lo scopo di sensibilizzare i cittadini al riguardo, rendendoli consapevoli del problema dei rifiuti e delle soluzioni creative possibili per risolverlo. Favorire le lavorazioni a partire da materiali di scarto potrà condurre nuova linfa all’economia locale, favorendo le azioni di giovani artisti e creativi che per questo hanno passione, predisposizione e talento.

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    L’evento è stato cofinanziato, oltre che dall’amministrazione locale, anche dall’imprenditore Kenneth Fisher, che si augura di poter rendere itinerante questo festival, attraverso un tour nazionale. Ci auguriamo che possa arrivare presto a pianificare un tour che lo conduca in Italia!


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    Lo Stone riverè un percorso fatto con pochi strumenti, rocce di scisto e da un solo uomo, Jon Piasecki, suo ideatore e mastro operaio. Il fiume tortuoso nasce in mezzo al muro di una tenuta privata nella contea di Dutchess, proprio a est di New York.   molto difficile, in questo mondo di stimoli, fare qualcosa in natura tanto forte per tirarti dentro." Sarà lo scintillio della luce che sbatte sulle pietre, la forza di un’idea eseguita in maniera pressoché perfetta o la magia del luogo, ma qualsiasi viaggiatore viene letteralmente attirato al suo interno. Come trascinato dalla corrente, su un fiume di pietra.

    GALLEGGIARE SUL FIUME: UN UOVO UN PO' CASA UN PO' BARCA

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    PROGETTAZIONE E REALIZZAZIONE

    Percorrendo il lastricato sinuoso e irregolare ci si addentra nel cuore di una foresta, dove Piasecki nel 2008 colse la liquidità e reversibilità della pietra nel muro ricoperto da viti e pieno di zecche. Due anni e mezzo per aprire la parete, assemblare e collezionare le pietre una dopo l’altra ed offrire ai visitatori unsenso di fusione con la natura. La magia dell’intervento sta proprio nei dettagli, nello sforzo di unire le pietre Inca, aderire al muro lapideo e fare zig zag tra gli alberi preservando la vegetazione preesistente.

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    Da sempre l’architetto paesaggista costruisce ciò che disegna con pochissimi macchinari. ‘Il fiume di pietra’ ha dell’incredibile sia dal punto di vista artistico che tecnico perché è un’opera solista, realizzata senza l’aiuto di alcun operaio o attrezzo speciale, se non un piccolo carretto di legno. Un uomo e un carretto che hanno trasportato circa 400 tonnellate di pietre, ghiaia e sabbia. Ha segnato il percorso di 800 metri in loco, in modo da schivare ciuffi di felci, alberi e tronchi caduti. Ha martellato ogni giunto e ogni pietra per preservare denti di leone, felci e viole e non alterare l’idilliaco ecosistema.

    Ora le pietre scintillanti e finemente accostate sono un invito alla scoperta dei boschi, alla devozione e rispetto degli ambienti naturali e del lavoro manuale e in situ.

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    Tra Land-art, landscape design e scultura

    A metà tra land-art, landscape design e scultura all’aperto, il percorso porta a due opere di diversi autori; data la natura dell’intervento è esso stesso pezzo d’arte e insignito del prestigioso ASLA Honor Award nel 2011.

    Testimonia, inoltre, come sia possibile colmare la frattura tra cultura e natura, e che i processi di progettazione e realizzazione non debbano essere necessariamente entità distinte. E’ pur innegabile che molti interventi architettonici siano stati possibili grazie alla tecnologia e a macchinari efficienti, ma si è arrivato ad uno scollamento totale tra disegno e costruito. L’autore è convinto che tale disconnessione, se ancora perpetuata in maniera sconsiderata, potrà danneggiare oltre che la natura, l’umanità intera.

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    All’opposto del mondo materialista e irrazionale in cui siamo costretti a vivere, si trova la magica foresta con il fiume di pietra che lo attraversa, mutevole come l’acqua e il suo micro-sistema naturale. Gesti semplici quali lo spazzare la via lastricata, martellare per rompere le gigantesche pietre grigie e giuntare proprio come nelle costruzioni a secco dei greci e dei romani, rivelano l’entusiasmo e la poeticità di un paesaggista ancora strettamente legato al luogo in cui opera.


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    Il Jardin d'Acclimatation venne inaugurato a Parigi nel 1860 e da allora è il polmone verde della città, un antico parco divertimenti a cui si sono aggiunte nel tempo diverse attrazioni ed edifici suggestivi che hanno dato al luogo un tocco esotico e vivace. Ed è proprio all'interno di questo particolare sistema urbano che nasce la Fondazione Louis Vuitton, libera interpretazione dei palazzi di cristallo ottocenteschi dell'architetto Frank Gehry

    Gehry a Londra per il rinnovamento della Battersea Power station

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    Ai margini di un giardino d'acqua da poco concluso si snoda il complesso sistema di coperture sinuose in cui si staglia il blocco centrale che si distingue per il rivestimento bianco e levigato in calcestruzzo fibrorinforzato ad alte prestazioni: qui avrà posto la mostra permanente della fondazione con undici gallerie. 

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    Il resto é tenuto nascosto in un gioco di trasparenze e riflessi date dalle dodici schermature convesse che celano al loro interno un auditorium da 350 posti e uno spazio con palcoscenico.  Rivestimenti con vita propria, elementi unici che riescono a realizzarsi soltanto grazie all'aiuto di avanzate tecnologie 3D come il software progettato da Gehry Technologies sulla base del famoso Catia utilizzato in aeronautica. Inoltre per massimizzare il risultato lo studio dell'architetto canadese ha lavorato sul luogo con alcuni studi francesi specializzati in strutture in vetro utilizzando un modello comune che ha facilitato i calcoli strutturali e le indicazioni alle imprese esecutrici.

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    La fondazione si pone come esempio (soprattutto nel panorama dei progetti da "Archistars") per quello che riguarda il risparmio energetico ottenuto mediante l'utilizzo di energia geotermica, e il recupero delle acque meteoriche oltre che per la scelta di materiali primi durevoli e facilmente scomponibili.

    Grazie ad un accordo con l'amministrazione locale, proprietaria del lotto di terreno, la struttura sarà aperta al pubblico che potrà godere anche del giardino terrazzato allestito su due livelli che in virtù della sua posizione periferica permette una veduta speciale su Parigi.

    Se in altri casi la componente scultorea di Frank Gehry poteva essere vista soltanto come un marchio di fabbrica qui torna a stupirci con tutta la sua forza.

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    Ci sono molti modi per misurare l’efficienza energetica, e molte unità di misura (kWh/mqa, W/mqK, euro). Ma CasaClima Network Emilia-Romagna ha scelto qualcosa di molto più tangibile: i centimetri (ebbene sì).

    In copertina: uno dei due protagonisti dell'esperimento.

    progetto botticelli: il primo edificio certificato casaclima in sicilia

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    LA SFIDA DEL CUBO DI GHIACCIO

    “La sfida del cubo di ghiaccio”, (13-27 settembre 2014) è un iniziativa di CasaClima nata con lo scopo di dimostrare cosa davvero significhi la parola “efficienza energetica”:  per 14 giorni due cubi di ghiaccio di 80 cm di lato ciascuno sono stati “parcheggiati” nel cuore di Parma, nell’affascinante unicità di piazza Garibaldi. Uno di essi è stato installato en plein air, l’altro invece è stato inserito all’interno di una costruzione-prototipo che simula nelle prestazioni una CasaClima Oro. Non serve aggiungere che l’obiettivo era appunto confrontare i due gemelli di ghiaccio alla fine della prova, perché so che siete perspicaci e che l’avevate già capito.

    caption:l'attesa apertura dell'involucro.

    Per attivare il coinvolgimento popolare e sollecitare l’attenzione sul tema dell’efficienza energetica, la cittadinanza è stata infatti sfidata a indovinare la percentuale di ghiaccio che si sarebbe sciolta all’interno del prototipo CasaClima, e davvero in pochi immaginavano i sorprendenti risultati ottenuti.

    I RISULTATI DI UN SUCCESSO  

    Mentre il primo cubo di ghiaccio, quello all’aria aperta, è passato a miglior stato in 53 ore, sciogliendosi in breve tempo come ovvio che fosse; l’altro, protetto da un involucro ad alta efficienza dotato di 36 cm di cappotto esterno in fibra di legno, ha lasciato molte persone a bocca aperta, riducendosi di appena il 3% (con uno dei lati passato da 80 cm a 78). Due centimetri in 14 giorni: se fosse una dieta volta a perdere circonferenza sui fianchi sarebbero ben deludenti risultati, ma in questo caso minor dimagrimento corrisponde ad una maggiore capacità isolante. La cabina-prototipo di CasaClima ha dunque dimostrato una prestazione termica eccellente, impressionando notevolmente i non addetti ai lavori, i quali grazie a questo esperimento tangibile e intelligente hanno davvero potuto toccare con mano la parola “efficienza energetica”.

    caption:il primo cubo, lasciato all'aria aperta.

    caption:l'allestimento in piazza Garibaldi.
    caption:il cubo kamikaze affronta la curiosità dei cittadini.
    caption:l'involucro CasaClima Oro sfida il sole battente del mattino.
    INCURIOSIRE PER DIVULGARE: l'EFFICACIA DELL’INIZIATIVA

    Si può dunque affermare che lo scopo di questa sfida lanciata da CasaClima fosse proprio quello di incuriosire, provocare e stupire: non può esserci maieutica migliore per diffondere nuove conoscenze.

    Non a caso, per tutta la durata dell’esperimento, uno spazio espositivo ad hoc (realizzato dall’ing. Francesco Fulvi di Spazio Borgo Riccio) è stato aperto alla cittadinanza, che ha potuto avvalersi anche di tecnici esperti CasaClima per ottenere spiegazioni gratuite circa le nuove tecnologie ecosostenibili, le modalità di realizzazione e la riqualificazione degli edifici esistenti. 

    È stato in definitiva un modo originale e innovativo di mostrare (o meglio, di dimostrare) i traguardi che già oggi è possibile raggiungere per costruire a partire da subito un futuro sostenibile, pulito e intelligente.


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    Si è tenuto lo scorso week end a Denver, in Colorado, un evento innovativo ed unico nel suo genere: il Pallet Festival. I partecipanti hanno potuto visitare un labirinto costituito da pallet, vedere demo riguardanti accorgimenti e consigli per una vita sostenibile, guardare uno spettacolo di moda upcycled, ed acquistare da numerosi artigiani o artisti. Nel frattempo si sono svolti spettacoli sportivi e musicali, per allieterare i visitatori.

    Pallet e colori a L'Aquila: il progetto creativo di ViviamoLaq 

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    La festa dei Pallet ha presentato il meglio dell’upcycling: utilizzare materiali “di scarto” per realizzare oggetti nuovi, con un notevole valore aggiunto. Ogni anno oltre 200 milioni di pallet finiscono in discarica. L’evento che si è tenuto a Denver ha lo scopo di sensibilizzare i cittadini al riguardo, rendendoli consapevoli del problema dei rifiuti e delle soluzioni creative possibili per risolverlo. Favorire le lavorazioni a partire da materiali di scarto potrà condurre nuova linfa all’economia locale, favorendo le azioni di giovani artisti e creativi che per questo hanno passione, predisposizione e talento.

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    L’evento è stato cofinanziato, oltre che dall’amministrazione locale, anche dall’imprenditore Kenneth Fisher, che si augura di poter rendere itinerante questo festival, attraverso un tour nazionale. Ci auguriamo che possa arrivare presto a pianificare un tour che lo conduca in Italia!


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    Lo Stone riverè un percorso fatto con pochi strumenti, rocce di scisto e da un solo uomo, Jon Piasecki, suo ideatore e mastro operaio. Il fiume tortuoso nasce in mezzo al muro di una tenuta privata nella contea di Dutchess, proprio a est di New York.   molto difficile, in questo mondo di stimoli, fare qualcosa in natura tanto forte per tirarti dentro." Sarà lo scintillio della luce che sbatte sulle pietre, la forza di un’idea eseguita in maniera pressoché perfetta o la magia del luogo, ma qualsiasi viaggiatore viene letteralmente attirato al suo interno. Come trascinato dalla corrente, su un fiume di pietra.

    GALLEGGIARE SUL FIUME: UN UOVO UN PO' CASA UN PO' BARCA

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    PROGETTAZIONE E REALIZZAZIONE

    Percorrendo il lastricato sinuoso e irregolare ci si addentra nel cuore di una foresta, dove Piasecki nel 2008 colse la liquidità e reversibilità della pietra nel muro ricoperto da viti e pieno di zecche. Due anni e mezzo per aprire la parete, assemblare e collezionare le pietre una dopo l’altra ed offrire ai visitatori unsenso di fusione con la natura. La magia dell’intervento sta proprio nei dettagli, nello sforzo di unire le pietre Inca, aderire al muro lapideo e fare zig zag tra gli alberi preservando la vegetazione preesistente.

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    Da sempre l’architetto paesaggista costruisce ciò che disegna con pochissimi macchinari. ‘Il fiume di pietra’ ha dell’incredibile sia dal punto di vista artistico che tecnico perché è un’opera solista, realizzata senza l’aiuto di alcun operaio o attrezzo speciale, se non un piccolo carretto di legno. Un uomo e un carretto che hanno trasportato circa 400 tonnellate di pietre, ghiaia e sabbia. Ha segnato il percorso di 800 metri in loco, in modo da schivare ciuffi di felci, alberi e tronchi caduti. Ha martellato ogni giunto e ogni pietra per preservare denti di leone, felci e viole e non alterare l’idilliaco ecosistema.

    Ora le pietre scintillanti e finemente accostate sono un invito alla scoperta dei boschi, alla devozione e rispetto degli ambienti naturali e del lavoro manuale e in situ.

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    Tra Land-art, landscape design e scultura

    A metà tra land-art, landscape design e scultura all’aperto, il percorso porta a due opere di diversi autori; data la natura dell’intervento è esso stesso pezzo d’arte e insignito del prestigioso ASLA Honor Award nel 2011.

    Testimonia, inoltre, come sia possibile colmare la frattura tra cultura e natura, e che i processi di progettazione e realizzazione non debbano essere necessariamente entità distinte. E’ pur innegabile che molti interventi architettonici siano stati possibili grazie alla tecnologia e a macchinari efficienti, ma si è arrivato ad uno scollamento totale tra disegno e costruito. L’autore è convinto che tale disconnessione, se ancora perpetuata in maniera sconsiderata, potrà danneggiare oltre che la natura, l’umanità intera.

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    All’opposto del mondo materialista e irrazionale in cui siamo costretti a vivere, si trova la magica foresta con il fiume di pietra che lo attraversa, mutevole come l’acqua e il suo micro-sistema naturale. Gesti semplici quali lo spazzare la via lastricata, martellare per rompere le gigantesche pietre grigie e giuntare proprio come nelle costruzioni a secco dei greci e dei romani, rivelano l’entusiasmo e la poeticità di un paesaggista ancora strettamente legato al luogo in cui opera.


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