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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    L’Agenzia CasaClima, ente di certificazione autonomo della Provincia di Bolzano, ha conferito al ristorante McDonald’s di San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona, la certificazione CasaClima Nature. La cerimonia è avvenuta il giorno 8 Ottobre alla presenza di Ulrich Klammsteiner, vice direttore dell'Agenzia CasaClima e Alessandro Moscardi, Development Director di McDonald's Italia.  Alessandro Moscardi dichiara: "La certificazione CasaClima Nature ci è stata assegnata grazie ai risultati ottenuti con la costruzione del nostro nuovo ristorante di San Giovanni Lupatoto, alle porte di Verona. Questa esperienza non vuole però restare isolata, bensì diventare uno standard comune a tutte le nuove aperture di ristoranti nella formula McDrive, una decina all'anno. La certificazione CasaClima Nature è un ulteriore step del percorso di sostenibilità che vede in McDonald's un miglioramento costante delle tecnologie e dei materiali e una riduzione continua della produzione di CO2".

    Mc Donald’s ha iniziato nel 2009 una campagna di riduzione di impatto ambientale.

    ARCHITETTURA E TIPOGRAFIA: IL RISTORANTE CHE OMAGGIA LA SCRITTURA

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    I RISTORANTI MC DONALD'S IN ITALIA

    Dal 2009 al 2013 Mc Donald’s ha ottenuto i seguenti risultati sul territorio italiano: 

    • 600 tonnellate di cellulosa all’anno non utilizzata rispetto al periodo precedente; 
    • 16,5 milioni di litri d’acqua risparmiati ogni anno;
    • 53% in meno di emissioni di anidride carbonica in quattro anni (da 1kg per scontrino nel 2009 a 0.51kg nel 2014);
    • 50 tonnellate in meno di anidride carbonica per ogni ristorante;
    • 90% di riciclabilità dei materiali utilizzati nella costruzione dei ristoranti;

    Questo notevole risparmio è dovuto in parte all’utilizzo di nuove e più moderne tecnologie e dall’altro ad una maggiore sensibilità e attenzione verso questi temi.

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    IL RISTORANTE DI SAN GIOVANNI LUPATOTO

    La costruzione del McDonald’s di S.Giovanni si inserisce a pieno in questo progetto globale della società di ristorazione e che gli ha fatto ottenere la certificazione CasaClima. In particolare questo ristorante ha raggiunto la classe energetica B con un consumo annuo di 15,08 KWh, il 23% in meno di un ristorante tradizionale.

    Sulla copertura è installato un impianto fotovoltaico che, unitamente ai convogliatori di luce naturale, fa risparmiare un totale di 7000 KWh di energia annua, in grado di coprire il fabbisogno del ristorante di 10 mesi. Il vetro cellulare utilizzato per la copertura e il calcestruzzo cellulare delle strutture sono materiali totalmente riciclabili.

    Particolare attenzione anche all’aspetto igienico: lapavimentazione è antibatterica realizzata con biossido di titanio  e annulla l’effetto di possibili sostanze nocive presenti nell’ambiente.

    I risultati raggiunti in questo progetto sono un passo avanti nel raggiungimento degli obiettivi stabiliti dal protocollo di Kyoto per il 2020, ai quali la società ha aderito. In particolare si vogliono diminuire i consumi energetici, aumentare l’uso di fonti rinnovabili e diminuire le emissioni di gas serra del 20%.


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    Le foreste di mangrovie si sviluppano principalmente in paesi con climi tropicali e subtropicali, dove sono abbondanti le piogge, nelle paludi, lungo gli argini e le zone costiere; queste sono tra gli habitat più ricchi di carbonio sulla terra, in loro sostegno si stanno muovendo diverse politiche urbane, volte a conservare e ripristinare questi ecosistemi fondamentali.

    IL BAMBÙ PER LA PROTEZIONE DEL SUOLO

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    Le mangrovie forniscono una protezione naturale contro le tempeste ed i monsoni, si pongono a difesa delle coste, prevengono l'erosione del suolo, forniscono l'habitat per animali acquatici, uccelli ed altre piante.

    Ad oggi molto spesso queste foreste vengono distrutte a vantaggio di un nuovo sviluppo costiero ed urbano; questo ha causato un forte impatto ambientale dell'inquinamento e cambiamenti climatici. A Shenzhen, Hong Kong e Mumbai, i progettisti e gli urbanisti hanno sviluppato soluzioni in grado di ripristinare le aree perdute, preservare e rigenerarne di nuove.

    LE GRANDI METROPOLI SI AFFIDANO ALLE MANGROVIE

    Shenzen, Cina

    Shenzhen, la quarta città più grande della Cina, ha visto le proprie foreste di mangrovie ridursi da 530 ettari a soli 130 ettari, per questo il governo ha collaborato con il Gruppo SWA al fine di approfondire una revisione della baia locale, ripristinando il terreno paludoso che era stato precedentemente impoverito. Il risultato è stato un litorale dinamico che ha rivoluzionato la percezione di Shenzhen, da metropoli industrializzata a città vivibile.

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    Hong Kong

    Allo stesso modo, Hong Kong ha messo a punto un programma di rinfoltimento delle proprie mangrovie, migliorandone la difesa ed istruendo residenti e visitatori. L’Hong Kong Wetland Park è un’area paludosa di 64 ettari, diventata una popolare destinazione turistica ed un contrappunto naturale alle torri della città; una passerella galleggiante conduce all’interno del parco, dove è possibile ammirare quattro delle otto specie esistenti di mangrovie, insieme ad  uccelli, pesci ed altri animali selvatici.

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    Mumbai - India

    L’architetto Neville Mars si è recato a Mumbai per esaminare le tendenze del design urbano e le soluzioni proposte durante il BMW Guggenheim Lab. Durante la sua visita è emerso quanto una delle più grandi sfide urbane, sul territorio indiano, non fosse tanto quella di trovare una soluzione alla congestione del traffico (circa il 95% dei residenti di Mumbai non possiede nemmeno una macchina), ma risolvere i problemi di inquinamento delle acque ed i servizi igienico-sanitari, specie nei quartieri più poveri.

    La proposta dell’architetto Mars si chiama Landlink, un condotto per l’acqua in disuso da anni che attraversa da parte a parte la città; l’idea è quella di sfruttare questo passaggio attraverso una foresta di mangrovie, come area di ristoro e rigenerazione per gli abitanti, senza doversi allontanare dalla città, al fine di ripristinare probabilmente il più ricco ecosistema naturale capitale del pianeta.

    La pianta della mangrovia riesce ad assorbire quasi otto volte più anidride carbonica dall'atmosfera di qualsiasi altro ecosistema.

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    Caracas - La famosa “Torre de David”, divenuta negli ultimi sette anni “casa” per le 1200 famiglie (e per un totale di circa 3000 abitanti) che vi risiedevano illegalmente, è stata evacuata lo scorso luglio, probabilmente perché il complesso è stato venduto a un ignoto investitore cinese. L’edificio, che ha acquisito fama anche grazie alla ricerca dell’Urban Think Thank di Zurigo, con il quale i ricercatori hanno vinto il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia (e che forse è divenuta ancora più nota grazie a un episodio della serie tv “Homeland” intitolato proprio “Torre de David”) era di fatto la più famosa baraccopoli verticale al mondo (forse anche l’unica dopo la Kowloon Walled City di Hong Kong, già demolita nell’aprile del 1994), simbolo degli infranti sogni venezuelani post boom economico e post-Chavez, colui che in realtà aveva appoggiato l’orda degli “invasores” che avevano occupato l’edifico abbondonato nel 2007.

    CARACAS: IL PROGETTO PER COMBATTERE L'ABUSIVISMO EDILIZIO

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    caption:La Torre de David di Caracas quando era ancora occupata da cittadini senzatetto.

    caption:Uno degli abitanti di Torre de David posa sulla soglia del suo appartamento sotto alla foto del ex presidente Hugo Chavez. © REUTERS/Jorge Silva

    La costruzione del Centro Financero Confinanazas, più nota però come Torre de David dal nome dell’imprenditore che ha finanziato il progetto (David Brillenburg) iniziato negli anni novanta, era sentita da molti venezuelani come la concretizzazione di una svolta per l’economia del paese, perchè il mega centro era destinato a divenire il simbolo della borsa e di un’economia svettante a emulazione di Wall Street.

    David Brillenburg era un banchiere che aveva fatto fortuna negli anni settanta durante la grande crescita economica del Venezuela. La costruzione del complesso, che conta un’area di 221 mila mq ed è costituito da cinque edifici e una torre di vetro di 47 piani, si è interrotta poi nel 1993 a causa della morte di Brillenburg e del conseguente collasso dell’economia nel paese, quando ormai il progetto era quasi terminato. Torre de David è rimasta incompiuta e inutilizzata sino al 2007, anno in cui l’edificio è stato invaso da diverse centinaia di donne e uomini senzatetto.

    Non si può affermare che la vita all’interno di Torre fosse facile: dei quarantasette piani totali, solo i primi ventotto erano abitati perché naturalmente il servizio dell’ascensore non era incluso nel servizio di benvenuto; gli abitanti inoltre si erano arrangiati procurandosi acqua (che arrivava solo sino al quinto piano) ed elettricità con installazioni di base create da loro.

    Per molti Caraqueños la torre era diventata il simbolo di tutto quello che non funzionava nella città e nel paese; si vociferava per esempio (e in qualche modo le voci ricalcavano la realtà) che fosse abitata da membri di associazioni criminali e violente, però allo stesso tempo all’interno si era creata una comunità vibrante e dinamica, che si era dotata non solo di appartamenti, ma di negozi, di una chiesa, mini market, parrucchieri, palestra, ambulatori medici e saloni di bellezza: una vera propria città nella città, si diceva infatti che non vi fosse necessità di uscire dalla torre perché lì si poteva trovare tutto ciò che serviva.

    I residenti della Torre pagavano 32 dollari di spese mensili per il condominio e per la guardia armata (che forniva un servizio continuo, 24 ore su 24), inoltre la comunità era amministrata in maniera completamente autonoma avendo formato un mini governo cooperativo, che gestiva l’organizzazione e puniva i comportamenti asociali assegnando mansioni di riparazione o altre faccende utili a migliorare le condizioni dell’edificio. 

    caption:Uno degli appartamenti all’interno di Torre de David.

    caption:Torre David era fornita anche di palestra attrezzata su un balcone al ventottesimo piano dell’edificio. © REUTERS/Jorge Silva

    caption:Una donna guarda dalla finestra del suo negozio situato all’interno di Torre de David. © REUTERS/Jorge Silva

    Se da un lato quindi Torre David era una vera e propria casa per alcune migliaia di persone che avrebbero vissuto altrimenti per la strada o in altre slum della città, era d’altro canto un forte simbolo di fallimento del capitalismo e della negligenza del governo su alcuni temi sociali e la materializzazione dell’immane polarizzazione economica -presente in Venezuela come in diversi paesi sud americani- che tutt’oggi divide ricchi e poveri. 

     La torre svetta come uno scheletro spiritato sul resto della città, simboleggiando i sogni infanti di molti cittadini che speravano nell’impennata dell’econia Venezuelana. © REUTERS/Jorge Silva

    Nel luglio del 2014 il governo venezuelano ha iniziato le manovre di sfollamento del palazzo, chiamando in causa la totale mancanza di sicurezza per i residenti, che in parte sono stati trasferiti in abitazioni popolari di Ciudad Zamara, una cittadina a più di un’ora di macchina dalla capitale.


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    L’8 Ottobre a Milano si è conclusa la sfida del cubo di ghiaccio promossa da CasaClima Network Lombardia, l’associazione indipendente nata per promuovere i temi dell’edilizia sostenibile. L’evento era già stato presentato nelle settimane precedenti dalla regione dell’Emilia Romagna, riproposto come monito per promuovere la sostenibilità in Italia. La sfida, organizzata con il patrocinio del Comune di Milano, si è tenuta in Piazza Castello, di fronte all’Expo Gate, dove è stato realizzato un manufatto in legno, isolato in sughero.

    RIQUALIFICARE L'ESISTENTE: LE RACCOMANDAZIONi CASACLIMA

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    LA SFIDA DEL CUBO DI GHIACCIO

    Lo studio LCA di Varese si è occupato della messa in opera del piccolo padiglione in legno, il quale ha dovuto ospitare per 14 giorni due cubi di ghiaccio di identico volume, pari ad un metro cubo, e dimensioni, posti all’interno dell’involucro, in due posizioni differenti, per valutare l’efficienza del progetto.

    Il primo blocco è stato posizionato nella porzione del padiglione con struttura a legno a vista, perciò direttamente esposto al sole e alle intemperie, mentre il secondo è stato collocato all’interno del guscio isolato con pannelli di sughero.

    La risultante è stata evidente allo scadere dei 14 giorni: il primo cubo si è totalmente sciolto dopo appena 72 ore, mentre il secondo ha mantenuto il 96% del suo volume iniziale, per un peso di circa 535 Kg. 

    Lo scopo di questa iniziativa è dimostrare quanto un buon isolamento termico riesca a garantire il risparmio energetico ed una temperatura equilibrata per ogni stagione.

    LA STRUTTURA DEL PADIGLIONE

    L’involucro è stato realizzato disponendo in sequenza dei pannelli trapezoidali in legno, con la base maggiore rivolta verticalmente verso l’esterno, con interasse costante, contrariamente ai traversi orizzontali, disposti liberamente, come controventatura.

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    Per il tamponamento delle pareti sono stati utilizzati dei pannelli in legno lamellare, i quali collaborano all’isolamento dell’edificio insieme al rivestimento in sughero, determinante per lo scopo. Questi ultimi sono stati volutamente disposti secondo uno spessore variabile, dando vita ad un ritmo sempre mutevole, che incide principalmente sulla quantità di luce filtrante all’interno.

    A rifinire l’involucro ci sono dei quadri in plexiglass sui quali sono state serigrafate le informazioni relative al progetto e alla sfida


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    Adoro vedere ricollocazioni, re-interpretazioni e continui cambi di situazioni e stato. Di conseguenza adoro le idee di up-cycling, anche perché riciclare è il modo per eccellenza di essere sostenibili. Se poi l’oggetto da riutilizzare ha un valore simbolico e intrinseco, come nel caso di vecchie porte e finestre, allora tutto diventa più interessante e sensato. Il concetto è sempre lo stesso: farsi ispirare da esempi per raccogliere qualche idea, seguire tutorial o workshop, coinvolgere artigiani locali (fabbri, falegnami e tappezzieri) e, naturalmente, avere un po’ di gusto e fortuna. Per saper immaginare l’oggetto in nuova veste e trovare il pezzo giusto in soffitta o in qualche mercatino dell’usato!

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    NUOVA VITA PER LE VECCHIE FINESTRE

    Spesso in ristrutturazioni o adeguamenti è necessario sostituire i serramenti con nuovi energicamente più prestanti. È un peccato, però, buttarli in garage o in discarica! Una vecchia e solida porta, magari intarsiata o di legno pregevole, si adatta pressoché a qualsiasi uso, le idee per riciclarla sono tantissime: da semplice apertura può diventare porta-foto, tavolo da studio o cucina, testiera e separè nella stanza da letto.

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    PORTE IN DISUSO RICICLATE IN ORIZZONTALE...

    Per realizzare un tavolo da giardino o per ambienti interni, bastano due cavalletti di ferro o legno. Si inizia a rimuovere le vecchie vernici con carta vetrata e le polveri con un panno umido, poi si dipinge applicando più mani ma, se si preferisce un effetto retrò, si lascia il legno al naturale. Per esterni, però, è sempre meglio preservare il piano con una lastra di vetro. La lunghezza dei supporti determinerà la destinazione e forma finale: tavolino da thè in soggiorno, bancone per zona cucina o negozio, scrittoio per ufficio.

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    ...O IN VERTICALE

    Le porte e le persiane poste in verticale possono invece diventare deliziosi separé ed, incernierate ad altre di diversa forma o colore, si trasformano in divisori più grandi. Inoltre, è sempre possibile inserire specchi, ganci e mensole in modo da realizzare utilissimi guardaroba. Le finestre e persiane di case storiche o di campagna possono chiudere la dispensa della cucina, diventare chiusure scorrevoli e pannelli per appendere oggetti e promemoria nei corridoi o in cucina.

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    Per la mano esperta e l’occhio allenato degli artisti dell’up-cycling, non sarà certo difficile creare nuovi complementi d'arredo: dondoli, testiere per il letto, comodini e piccole serre per piante… Del resto è la porta, intesa simbolicamente come "passaggio" e "comunicazione", a suggerire l'idea di sempre nuovi cambiamenti di stato!


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    Noli Ligure – Dopo il trend degli orti urbano, ecco quella che potrebbe diventare una nuova tendenza: far crescere le lattughine sotto la coltre marina. Non sono infatti alghe quelle che si coltivano nel primo orto subacqueo al mondo, detto “di Nemo”, ma foglioline di basilico e lattuga, che dopo essere state testate, hanno dimostrato una qualità organolettica pari o addirittura superiore alle piante provenienti da coltivazioni tradizionali. Nuova frontiera in campo agricolo-sottomarino per Noli e per la Liguria, che guadagna così il primato a livello mondiale in questo tipo di coltura, ancora sperimentale.

    In copertina: Una delle capsule in vinile che formano l’orto di Nemo immerso nel mare di Noli Ligure. 

    INSALATA UNDERGROUND: L'ORTO SOTTERRANEO DI LONDRA

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    Le coltivazioni dell’orto sottomarino di Nemo sono organizzate all’interno di biosfere subacquee in materiale vinilico semitrasparente, così da permettere la filtrazione dei raggi solari, e ancorate sul fondale a cento metri dalla costa, a una profondità compresa tra sei e otto metri.

    L’ingegnere ed esperto subacqueo Sergio Gamberini ideatore dell’orto in fondo al mare, sostiene che all’interno delle biosfere è presente una climatizzazione e un’umidità stabile, favorevole a questo tipo di colture, e inoltre che le sfere sono caratterizzate da una temperatura anch’essa stabile di circa 25°C, peraltro non influenzata dall’escursione termica tipica tra giorno e notte. In aggiunta il ciclo clorofilliano, innescato dai raggi solari che raggiungono le biosfere attraverso lo strato di acqua, mantiene livelli accettabili di ossigeno e di anidride carbonica.

    Particolare non irrilevante delle coltivazioni nelle biosfere subacquee riguarda il fatto che le piante siano inattaccabili da insetti e parassiti garantendo così una coltivazione naturalmente biologica poiché non si rende necessario l’uso di alcun tipo di antiparassitario chimico.

    IL SUCCESSO DEL PROGETTO ORTO DI NEMO

    Durante la prima esperienza fatta nell’estate del 2013, il basilico era germogliato dopo una trentina di giorni dalla semina, e le piante si erano sviluppate in tempi brevi, fruttando 300 grammi di raccolto in totale.

    Solo dopo un mese di sperimentazione una biosfera era inoltre stata acquistata da una grande società saudita, che era interessata al progetto per la coltivazione di lattuga. In Arabia Saudita ci sono lagune poco profonde, dove la luce riesce a filtrare in maniera ottimale, e l’assenza di moto ondoso rappresenta un altro vantaggio. Si pensa, infatti, che questo tipo di coltura sia ottimale per i paesi che dispongano di scarse risorse di acqua dolce, ma che si sviluppino lungo la costa, oppure presentino nel loro territorio lagune anche non troppo profonde. Questo perché normalmente, per svolgere attività agricole in questi paesi, si deve desalinizzare l’acqua marina, operazione che presenta un certo costo e dispendio energetico, mentre nelle biosfere viniliche l’acqua marina evapora e, diventando condensa, si trasforma in acqua dolce.

    caption:Il basilico cresce nella sfera vinilica.

    caption:Un sub controlla il primo raccolto di basilico.

    Nell’estate del 2014 si è ripetuto l’esperimento sulle coste nolesi piantando, oltre al basilico, anche tre diverse specie d’insalata, utilizzando una struttura più grande, dotata di una capacità di 2000 litri (le prime avevano una capacità di 800 litri ciascuna) e che permette a tre persone di operare contemporaneamente. Lo studio delle colture idroponiche subacquee rappresenta la frontiera economicamente sostenibile dell’esperimento, poiché il trasporto di terra sott’acqua è dispendioso, mentre la desalinizzazione naturale dell’acqua sembra una via più facilmente percorribile anche dal punto di vista economico.

    Infine, per quanto riguarda il futuro, questo tipo di sperimentazione potrebbero portare cambiamenti favorevoli nei paesi costieri in cui l’agricoltura non è largamente praticabile per via della scarsità d’acqua (come per esempio l’Africa Subsahariana costiera), sarebbe inoltre importante verificare quali altre piante si possano piantare e soprattutto quale sia l’impatto sulla flora e sulla fauna marina, qualora questo tipo di colture venissero effettuate su larga scala.


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    A Madrid – Spagna – nella zona di Lavapies il gioco di squadra è risultato vincente e il Mercado de San Fernando è stato salvato dal degrado. La collaborazione tra l’amministrazione pubblica e i cittadini ha permesso di recuperare e far rivivere il mercato coperto costruito nel 1943 su progetto dell’architetto Casto Fernández-Shaw Iturralde (1896 – 1978). Ora le bancarelle di frutta e verdura si alternano a spazi dedicati ad uffici o a laboratori. Uno di questi è occupato da Collettivo PEC, un gruppo autogestito di architetti, grafici e archeologi che ha trasformato una pescheria nella propria sede operativa.

    IL MERCATO DI MIRALLES-TAGLIABUE A BARCELLONA

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    IL PROGETTO DEL NUOVO UFFICIO DI PEC

    In origine la pescheria del mercato di San Fernando era suddivisa in tre piccoli locali che sono stati completamente smantellati per creare un unico ambiente. Gli spazi sono stati progettati considerando le diverse esigenze degli occupanti e seguendo quindi la logica della massima flessibilità: infatti non si tratta di un ufficio tradizionale con postazioni fisse, ma di un luogo d’incontro per favorire lo scambio di idee e la nascita di progetti interdisciplinari.

    La bancarella in acciaio su cui veniva appoggiata la merce in vendita è stata mantenuta ed è stata inserita una vetrata apribile a libro e impacchettabile in modo da poter all’occorrenza condividere l’aria e le idee con i passanti. Ogni angolo in orizzontale e in verticale è stato sfruttato. La scala di accesso al soppalco, realizzato con una struttura in acciaio, svolge la duplice funzione di percorso verticale e di libreria, mentre la balaustra in vetro costituisce un ulteriore piano di lavoro. Invece, il vecchio lavandino è stato lasciato in opera a ricordo dell’antica funzione del locale.

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    Tutti i materiali utilizzati provengono da un’attenta raccolta fatta da Collettivo PEC tra elementi smantellati, tavole in legno di scarto e oggetti trovati catalogati e inseriti in un inventario con allegate le foto. Questa selezione ha guidato sia le scelte progettuali sia le scelte tecniche.

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    Lo studio parigino Vincent Callebaut Architectures non è certo nuovo a progetti pioneristici nel campo dell’architettura sostenibile, ma quello che hanno appena presentato alla Commissione per lo Sviluppo Urbano del Cairo, in Egitto, supera tutti i precedenti. Stiamo parlando del Gate Residence, un vasto complesso di edifici di 450.000 mq con certificazione Leed Gold Plus che all’alta efficienza energetica affianca politiche sociali di valore, candidandosi a sensibilizzare l’opinione pubblica di un paese che ha ancora ampi margini di miglioramento in quanto a sostenibilità.

    GHANA: LA BIBLIOTECA FIRMATA DA MARIO CUCINELLA

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    Concettualmente il progetto del Gate Residence verte su due corpi di fabbrica speculari, separati da un ampio percorso centrale distributivo, rivestiti da un’unica copertura organica, sinuosa, imperniata su nove scultorei camini solari. Al suo interno ci sono 4 piani di parcheggi interrati, 3 di gallerie commerciali e negozi (a partire dal piano terra) e 9 ulteriori livelli che integrano residenze e uffici per un totale di mille unità abitative. Infine, in copertura, trovano posto vasti giardini comuni dotati di impianti sportivi, piscine e aree gioco per bambini a completa disposizione dei residenti.

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    A garantire la certificazione Leed Gold Plus del Gate Residence hanno concorso le migliori tecnologie green e interessanti accorgimenti progettuali. Anzitutto, la sottile membrana che riveste l’intero edificioè suddivisa in cellule fotovoltaiche che, oltre a garantire energia al complesso, regolano l’assorbimento solare controllando luce e temperatura dell’ambiente interno.

    In copertura sono incorporati anche un impianto solare termico, progettato all’interno della struttura portante, moderni dispositivi di ventilazione naturale, collocati in corrispondenza di ciascun patio verde, ed un piccolo parco eolico strutturato in due file di turbine disposte parallelamente al percorso connettivo centrale.

    Per migliorare il controllo della temperatura interna, minimizzare gli sprechi e favorire la gestione “passiva” del complesso, la superficie dei nove camini solari è interamente coperta da pareti verdi, mentre le pareti continue dell’asse centrale sono intervallate da puntuali piantumazioni che individuano le entrate principali di ogni blocco residenziale.

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    Ben al di sotto della superficie dell’ultimo solaio del parcheggio si trovano le sonde dell’impianto geotermico, grazie al quale riscaldamento e raffrescamento degli ambienti interni vengono gestiti con il minor impatto ambientale possibile.

    Infine, all’interno di ogni singolo appartamento, è installato un impianto domotico dal quale dipende la vita dell’intera unità abitativa, dall’utilizzo degli apparati elettronici alla regolazione della temperatura e del grado di umidità.

    Durante la fase di cantiere, che dovrebbe aprirsi nel marzo del 2015 e terminare nel 2019, Vincent Callebaut Architectures sarà affiancato dal local partner K&A Design. La spesa si prevede ingente, nell’ordine dei 4,5 miliardi di sterline egiziane, ma ampiamente giustificata dal valore educativo e di sensibilizzazione che il Gate Residence si prefigge di portare avanti nei confronti di un’intera nazione.


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    Lo studio di progettazione vietnamita H & P Architects ha realizzato un prototipo di casa in bambù ideato per resistere ad inondazioni grazie al fatto di potersi elevare sino a tre metri dal suolo.

    In Vietnam, i fenomeni naturali sono gravi e molteplici: tempeste, inondazioni, frane, siccità, ecc. I danni ogni anno sono notevoli rispetto alla scala mondiale: sono centinaia le persone che muoiono a causa di queste calamità e vaste le aree distrutte dai fenomeni.

    CALAMITÀ NATURALI: LA CASA ANFIBIA CHE GALLEGGIA IN CASO DI ALLUVIONE

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    Una soluzione per mitigare i danni per milioni di persone può essere la Blooming Bamboo House: il modulo base in bambù è realizzato con elementi di diametro 8-10 cm e 4-5 cm e 3,3 e 6,6 metri di lunghezza, ogni casa è assemblata semplicemente con bulloni. Questa architettura compatta è abbastanza resistente da sopportare fenomeni come alta marea fino a 1,5 m.

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    LA BLOOMING BAMBOO HOUSE VISTA DA VICINO

    Attualmente, H & P Architects sta sperimentando il modello che resista all’alta marea. Lo spazio può essere versatile e polifunzionale: Casa, Ufficio, Ambulatorio e il Centro comunitario, e può essere diffuso, se necessario, su larga scala.

    I progettisti hanno utilizzato una struttura in canne di bambù poste a realizzare delle sorta di cannicci per costruire le pareti, i pavimenti e il tetto, oltre ad altri materiali naturali come la fibra di legno e le foglie di cocco.

    La casa può garantire comfort agli abitanti nelle condizioni più avverse e il gruppo di architetti che l'ha progettata stima che il sistema costruttivo e i suoi materiali contribuiranno allo sviluppo ecologico oltre che alla consolidamento dell’economia locale.

    Elevata su palafitte, la casa è accessibile tramite scale in legno che conducono a piccoli ponti lungo il perimetro. L'area inferiore può essere utilizzata per tenere piante e animali, ma consentirebbe all'acqua di passare attraverso la struttura che la regge nel caso di inondazione. Le pareti piegano verso l'esterno per favorire la ventilazione l'edificio e, a seconda delle condizioni meteo, la struttura del tetto può essere tenuta aperta o completamente chiusa. Zona giorno e zona notte occupano il piano principale e le scale conducono a spazi sottotetto che possono essere utilizzati per lo studio o la preghiera.

    Gli elementi sospesi di bambù, all’esterno, possono essere riempiti con piante per creare un giardino verticale sulla facciata. Di notte, l'illuminazione interna passa attraverso le fessure nelle pareti per mostrare il bagliore dell'edificio verso l’esterno.

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    La struttura base risulta adatta per soddisfare diversi climi e adattarsi alle più disparate condizioni locali.

    Si può costruire la casa, da soli, in 25 giorni. Inoltre, possono essere prodotti in serie con moduli base diverse varianti; il costo totale del modulo base (abitativo) è soltanto 2.500 dollari.

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    L’immobile è dotato di riscaldamento e di sistema controllato per i consumi in modo da poter essere utile a contribuire in maniera incisiva allo fattore della compatibilità ecologica e al risparmio in termini economici.

    Ci si augura che queste costruzioni pongano le condizioni per innescare una sorta di auto-controllo delle emergenze.


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    Rispondere alle esigenze dell'abitare è una sfida alla quale da sempre gli architetti hanno cercato di rispondere, ma durante i secoli le risposte a questa domanda sono state diverse, dettate probabilmente dal cambiare delle esigenze e dal modo di vivere. La Prefabbricazione unita alla tecnologia del legno si è sviluppata spesso in modo incontrollato riducendo l'architettura a qualcosa di superfluo. È possibile creare un'architettura prefabbricata di qualità che pensi davvero a degli spazi vivibili? Due architetti ci hanno provato con Unboxed, l'abitazione creata per l'area mediterranea.

    MODULI PREFABBRICATI PER UFFICI E ABITAZIONI

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    UN PROGETTO PER LE CASE DELL'AREA MEDITERRANEA

    Micaela Colella e Maurizio Barberio sono gli ideatori di Unboxed, una casa unifamiliare prefabbricata in legno pensata per l'area mediterranea dove questo tipo di case non ha espresso ancora il proprio potenziale. Il progetto, che è stato finalista nel contest "Design the Future" indetto da Marlegno, sfrutta una tecnologia totalmente prefabbricata in grado di essere riutilizzata o riciclata.

    unboxed-prefabbricazione-bIl sistema costruttivo si basa su una serie di pannelli base completi di finiture e studiati per abbattere i ponti termici. Il modulo permette di creare quattro tipologie di abitazioni che vanno da una misura minima di 72 ad una massima di 140 mq a seconda delle esigenze abitative. Il blocco della zona giorno è diviso dalla zona notte da uno spazio filtro che svolge la funzione d'ingresso ed area relax; vetrato su entrambi i lati, permette di identificare i due volumi principali e legarli, delineando uno spazio esterno proprio dell'abitazione.

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    La zona giorno, essenziale negli spazi, è suddivisa in due ambienti dal blocco cucina, senza interrompere la continuità. La zona pranzo si identifica in uno spazio ben delimitato e funzionale alla convivialità, il soggiorno al contrario si apre con grandi pareti vetrate sull'esterno cercando di ampliare lo spazio della stanza, anche se solo in modo visivo: l'accesso al giardino è vincolato alla sola area dell'ingresso.

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    Nella zona notte la camera padronale è dotata di cabina armadio e servizio, nelle due soluzione da 72 e 86 mq, mentre divide la stanza da bagno con le altre camere nelle in quelle più grandi da 100 e 140 mq. Il corpo della camera padronale ampiamente vetrato penalizza la privacy della stanza, ma permette di creare un ambiente molto più vivibile e accogliente, inoltre le schermature che ricoprono due lati e lo sbalzo della copertura garantiscono protezione dal sole limitando l'apporto termico.

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    Essenzialità e semplicità sono le caratteristiche principali del progetto Unboxed che riesce a trasformare la praticità in spazi vivibili. Presentandosi come modulo prefabbricato, pronto da essere collocato in qualsiasi luogo dell'area mediterranea, quello che va ancora indagato è il rapporto tra edificio e contesto.


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    In bioedilizia esistono tanti elementi costruttivi che funzionano passivamente per rendere efficiente l’edificio e farlo rispondere in maniera ottimale agli agenti climatici esterni: torre del vento, muro trombè, serra solare e tanti altri. Dalla ricerca spagnola e in particolare da un gruppo di studenti di Barcellona, nasce un nuovo elemento passivo, ovvero il muro auto-raffrescante. Ma come funziona? Scopriamo insieme questo innovativo elemento costruttivo!

    5 ESEMPI DI RAFFRESCAMENTO PASSIVO LOW-TECH

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    Barcellona. All’Istituto di Architettura Avanzata della Catalogna, Areti Markopoulou, coordinatrice scientifica del progetto di un gruppo di tre studenti, nonché direttrice della scuola, spiega il punto di partenza per il suo avvio: “L’ambiente è un essere vivente, fa parte della natura, non è al di fuori di questa. Anche gli edifici iniziano a funzionare come organismi, ispirandosi a sistemi biologici e ad interagire con l’ambiente e gli utenti che ne fruiscono”.

    Ma cosa hanno fatto d’innovativo i tre studenti Akankasha Rathee, Elena Mitrofanova e Pong Santayanon?

    A partire dai sistemi di funzionamento degli organismi viventi, i tre ragazzi hanno messo al centro della loro ricerca il concetto della semplicità e dell’efficienza dei processi che contraddistinguono la natura, e hanno cercato di replicare lo stesso per rendere efficienti gli edifici. La ricerca si sviluppa in maniera organica, ma l’assoluta attenzione va alla vera innovazione: una parete in grado di raffrescarsi autonomamente grazie ad un sistema appositamente ideato che concorre all’abbassamento di temperatura nelle giornate estive particolarmente calde, ed evitando, di conseguenza, l’uso eccessivo dei sistemi di condizionamento attivi ed energivori.

    Come sono riusciti nell’intento? Semplicemente hanno, anche qui, tratto ispirazione dai sistemi naturali e hanno principalmente indotto la parete a “sudare”. La parete in questione è stata battezzata "Idroceramica", ed è data dalla combinazione di un idrogel con materiali di supporto, quali la ceramica e un tessuto: il sistema messo a punto è in grado di rispondere alle differenze di umidità e calore circostanti.

    IL FUNZIONAMENTO

    La parete idroceramica funziona come un dispositivo di raffrescamento per evaporazione, in maniera del tutto simile al meccanismo per cui d’estate il meccanismo della sudorazione ci porta alla diminuzione della temperatura e a rinfrescarci.

    L’applicazione di questo principio riesce a ridurre la temperatura di circa 5 o 6 °C, aumentando l’umidità. Il funzionamento è maggiormente efficace quando all’esterno si verificano maggiori temperature. In altre parole la temperatura esterna è proporzionale all’evaporazione e all’aumento di umidità nell’aria, secondo le leggi dell’igrotermia.

    Dovendo sfruttare questo principio fisico, è stato scelto l’impiego di una classe di materiali detti idrogel, composti da sostanze in grado si assorbire acqua e che possono ritenerne fino a 500 volte il loro peso.

    Quando la temperatura dell’aria esterna aumenta, l’acqua all’interno della parete inizia ad evaporare: di conseguenza la temperatura dell’aria circostante si riduce di circa 5°C. Questi sono dati riferiti a seguito delle ripetute prove effettuate in laboratorio.

    La struttura del prototipo sviluppato risponde a quella delle pareti sandwich:

    • si ha un primo strato di argilla, la cui superficie possiede numerosi fori a forma conica, in modo da permettere l’accesso dell’acqua e dell’aria dell’idrogel;
    • vi è poi uno strato di tessuto, che assorbe l’acqua e trasmette il liquido, e che, grazie alla sua elasticità, permette variazioni del volume nell’idrogel e al contempo lo mantiene nella propria posizione.
    • Infine l’ultimo strato è nuovamente costituito da argilla, con uno spessore minore al primo strato e forata in modo da massimizzare l’effetto di raffrescamento.

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    Il prototipo finale assomiglia ad un elemento laterizio, e potrebbe essere impiegato per la realizzazione di pareti e facciate a raffrescamento passivo. L’impiego dell’argilla è stato strategico per l’ottimizzazione del processo di evaporazione, grazie alla sua porosità e alle sue proprietà fisiche: non dimentichiamo l’uso tradizionale della terracotta, come ad esempio le brocche, all’interno delle quali si mantenevano in fresco le bevande.

    L’unico punto di criticità del progetto è la necessità di alimentare con ulteriore acqua lo strato intermedio, ma i tre giovani ricercatori hanno proposto un’ottima soluzione anche in questo caso, ovvero di impiegare l’acqua piovana precedentemente raccolta ed immagazzinata per l’uso. In questo modo la parete potrebbe assorbire l’acqua piovana e trattenerla fino a quando non si verifichi il caldo eccessivo: allora entrerebbe in azione!

    ABBASSAMENTO DEI COSTI NEL PROCESSO DI COSTRUZIONE

    Il prototipo è stato messo alla prova sotto monitoraggio: la parete idroceramica è stata in grado di abbassare la temperatura di 5°C e di aumentare l’umidità di circa il 200%.

    Nonostante si tratti di un progetto sperimentale, sono stati fatti calcoli sui costi e sul risparmio energetico raggiungibile. In particolare con l’uso della parete autoraffrescante e fissando la temperatura dell’impianto di aria condizionata di un grado più alta, si riducono i consumi del 7% del totale. Con l’impiego dell’idroceramica la temperatura dell’impianto si potrebbe addirittura fissare a 4°C in più rispetto alle temperature standard.

    Oltre questo aspetto, che risulta tra i più importanti per l’abbattimento delle emissioni di CO2, un altro aspetto tangibile e interessante del sistema impiegato dalla parete è che si basa su un processo semplice e naturale, e di conseguenza la tecnologia integrata e la sua progettazione non richiedono costi eccessivi. I materiali impiegati sono economici e si trovano facilmente: per questo s’ipotizza che il costo della parete idroceramica possa aggirarsi intorno ai 28€/mq.

    Sebbene il progetto di ricerca e i suoi risultati si mostrino tangibili e molto interessanti per l’applicazione della parete idroceramica, gli studenti sono coscienti dei limiti di sviluppo, e sperano di attrarre l’attenzione per ulteriori nuove ricerche e progetti che abbiano anche un risvolto economico e commerciale.


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    Sentiamo purtroppo quasi quotidianamente notizie di alluvioni e smottamenti che segnano il nostro territorio e vediamo le immagini di strade allagate, case distrutte, attività cessate a causa dei danni del maltempo. Negli ultimi anni i fenomeni legati al rischio idrogeologico sembrano aumentati sia dal punto di vista meteorologico, con la comparsa di eventi violenti e rapidi, sia dal punto di vista delle conseguenze, che contano danni e vittime.

    LA TUTELA DEL SUOLO ITALIANO

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    L’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha recentemente pubblicato l’annuario dei dati ambientali del 2013, allo scopo di monitorare e quantificare il fenomeno del rischio idrogeologico.

    Nella pubblicazione sono presenti dati riguardanti l’inquinamento, lo sviluppo demografico e il consumo di suolo, i dati climatici, i dati sullo sviluppo industriale, numero di provvedimenti in materia ambientale e altri dati correlati a questi temi.

    Per avere un quadro completo del rischio è bene analizzare i dati relativi alle due componenti di questo rischio: il cambiamento climatico e i dati relativi all’uso del suolo e alle opere realizzate.

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    IL CLIMA IN ITALIA

    Nella sezione “Atmosfera” dell’annuario possiamo leggere i dati relativi alle condizioni dell’aria e al meteo.

    L’Italia ha raggiunto il limite stabilito dal Protocollo di Kyoto per quanto riguarda l’emissione di gas serra. Tale obiettivo si è raggiunto nell’anno 2012. Oltre l’80% del totale di gas serra emessi viene dal settore energetico. Una più attenta politica per i risparmio energetico e l’incentivo all’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili potrebbe di molto diminuire le emissioni.

    Per quanto riguarda l’inquinamento troppe sono ancora le stazioni meteo, circa il 40% del totale, che hanno rilevato nel corso dell’anno valori oltre il limite di PM10, ozono, biossido di azoto e altri agenti inquinanti.

    Il cambiamento climatico è indiscutibile, nel 2013 l’anomalia della temperatura è stata di 1,04°C, superiore a quella globale che è stata di 0,88°C. Nel 2013 il numero medio di notti tropicali, cioè con temperatura minima maggiore di 20 °C è stato superiore al valore normale: in media, circa 10 giorni in più nell’anno.

    È stato inoltre rilevato un surplus di precipitazioni e di mareggiate soprattutto in Italia Centrale e Meridionale.

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    IL TERRITORIO ITALIANO

    L’annuario ha analizzato la variazione dell’urbanizzazione nel limite dei 300 m dalla costa, aumentata nel solo 2013 di 1,5%. Sono stati raggiunti gli 8 mq al secondo di suolo consumato, mentre per quasi 50 anni la media è stata di 7.

    La percentuale di suolo impermeabile, responsabile per la gran parte dei danni dovuti a precipitazioni improvvise, raggiunge il 15% soprattutto nelle fasce costiere e pedemontane, quelle più sensibili.

    Solo l’80% dei procedimenti di VAS, valutazione ambientale strategica, e VIA, valutazione di impatto ambientale, raggiunge il completamento.

    A fronte di cambiamenti climatici che non possiamo per alcuni aspetti modificare, i dati presentati mostrano invece come ancora molto si possa fare per la tutela del nostro territorio.


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    Savioz House sorge solitaria tra campi d’erba e boschi nel comune di Ayent – Svizzera, Canton Vallese. L’edificio, costruito nel 1882 come fienile e utilizzato come rifugio dai pastori di passaggio durante la stagione del pascolo, nel 1980 viene trasformato in residenza per le vacanze aggiungendo un piano e modificando il tetto. I progettisti dello studio Savioz Fabrizzi Architectes nel 2013 ristrutturano la casa riportando alla luce le stratificazioni e l’antico assetto del manufatto.

    IL GRANAIO DIVENTATO CASA PER VACANZE

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    IL PROGETTO DI RECUPERO

    Il rifugio si presenta come un modesto e tradizionale volume compatto con tetto a doppio spiovente con due caratteristiche distintive: le ampie finestre e le facciate in cemento. Infatti, i progettisti hanno deciso da un lato di dilatare visivamente gli ambienti della casa vacanze verso il paesaggio incontaminato e dall’altro di congelare i materiali utilizzati nei vari rimaneggiamenti sul manufatto dichiarando il loro intervento. 

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    La casa si sviluppa su tre livelli. Nel seminterrato trovano posto la cantina e la dispensa. Il primo piano è interamente occupato dalla zona giorno: un unico spazio aperto ospita la cucina, la sala da pranzo e il soggiorno e le uniche pareti divisorie sono state inserite per isolare il bagno. Il divano è collocato di fronte all’enorme apertura: lo spettacolo, infatti, non si svolge in televisione, ma davanti ai nostri occhi fuori dalla finestra. Al secondo piano si trovano tre spartane camere da letto.

    Gli interni, come le facciate, si caratterizzano per l’uso intensivo delle tonalità del colore grigio, fatta eccezione per la zona notte interamente rivestita in legno chiaro. L’edifico risulta termicamente indipendente in quanto i muri sono isolati, le finestre sono ad alta efficienza e il riscaldamento è garantito da un camino a legna e dai pannelli solari collocati sulla copertura. 

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    Gli esterni si caratterizzano per un’austera semplicità. Le pietre originali e i mattoni inseriti negli anni ottanta sono stati immortalati nei prospetti attraverso un rivestimento grezzo in cemento scuro che lascia trasparire le rugosità e le forme degli elementi inseriti nel tempo mantenendo la morfologia dell’edificio.

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    Nel luglio del 2015 saranno trascorsi esattamente 125 anni dalla morte di Vincent van Gogh, che si appresta ad essere ricordato in tutta Europa con una serie di eventi culturali. In Olanda, ed in particolare nella provincia del Brabante Settentrionale, dove l’artista nacque nel 1853, i festeggiamenti sono già cominciati e il 12 novembre è stata inaugurata una pista ciclabile del tutto peculiare a lui dedicata perchè ispirata alla Notte Stellata che dipinse nel 1889.

    BIKE HIGHWAYS: IN DANIMARCA LE BICI VANNO IN AUTOSTRADA

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    Il percorso in questione si trova ai margini del centro di Nuenen, nei pressi di Eindhoven, e rientra all’interno di un lungo e suggestivo itinerario di 335 km che attraversa i luoghi più significativi della vita di Van Gogh. La sua prerogativa è di essere completamente privo di impianto di illuminazione, integrata all’interno del sottile strato di asfalto della pista ciclabile attraverso migliaia di piccole pietre autoalimentate ad energia solare.

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    Il sistema è molto semplice e completamente autosufficiente. Durante il giorno le cellule fotovoltaiche assorbono radiazioni solari, emanate dopo il tramonto sotto forma di energia luminosa da microscopici led installati su ogni singola pietra. Tuttavia, a rendere ancor più suggestivo il colpo d’occhio è la disposizione degli stessi ciottoli, posizionati meticolosamente in modo tale da ricordare il tratto inconfondibile di “Notte stellata”, tra i più celebri dipinti del maestro post-impressionista.

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    A progettare la “Van Gogh-Roosegaarde cycle path” è stato il giovane artista olandese Daan Roosegaarde, fondatore di uno studio di design non nuovo a realizzazione di questo genere, come testimoniato dalla recente apertura della cosiddetta “Smart Highway”, un tratto autostradale in cui la stessa tecnologia della ciclabile viene utilizzata per “accendere” i bordi della strada. In entrambi i casi a sublimare poetica e tecnologia è stata l’impresa edile olandese Heijmans, un vero e proprio colosso in campo architettonico e ingegneristico.

    Tale dispositivo, pratico e sostenibile, promette di avere un futuro e di ampliare ulteriormente il proprio campo di applicazione. Oltre che autoilluminarsi, queste particolari corsie stradali fotovoltaiche potrebbero essere utilizzate per fornire energia ai segnali stradali, avvisare gli automobilisti della formazione di ghiaccio sull’asfalto e, perché no, alimentare potenziali veicoli elettrici a impatto zero. 


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  • 11/17/14--22:13: La casa in tessuto
  • Troppe sono le persone che vivono in parti del mondo disagiate in cui è impossibile o addirittura inimmaginabile costruire una casa con solide pareti. Trovare soluzioni innovative e attuabili per garantire una vita decorosa, anche dove l’approvvigionamento delle materie prime è difficoltoso, è una delle grandi sfide che il progetto di casa in tessuto tecnico strutturale, ideato da Abeer Seikaly, tenta di affrontare.

    TENDA DA CAMPEGGIO: LA VERSIONE IN CERA D'API E CARTONE

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    LA CASA ISPIRATA ALLE TENDE DEI NOMADI

    L’idea di Weaving Home nasce dall’osservazione e dall’analisi dei comportamenti delle popolazioni nomadi. Il modello utilizzato è quello della tenda facile da montare e allestire. Il tessuto si ispira sia alle tecniche tradizionali d’intreccio per la creazione di cesti, sia al mondo animale in particolare alla pelle dei serpenti per quanto riguarda il concetto di flessibilità.

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    Ogni unità abitativa risulta autosufficiente e dotata di tutti i requisiti indispensabili per la vita domestica come l’acqua corrente e la produzione di calore. La tenda è costituita da un tessuto strutturale resistente agli agenti atmosferici che si adatta alle diverse esigenze climatiche e che, grazie alla sua forma alveolare e adattabile, consente diverse configurazioni. Infatti, è possibile sia sigillare ogni apertura, per trattenere all’interno il calore, sia creare ulteriori passaggi per agevolare la creazione di flussi d’aria in caso di climi torridi.

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    Il comfort interno è garantito dalle elevate prestazioni del tessuto tecnico a doppio strato, che è in grado di captare le radiazioni solari e trasformarle in energia utilizzabile per scaldare l’acqua. L’intercapedine è utilizzata per il passaggio degli impianti e per la termoregolazione. Un sistema di raccolta dell’acqua sia piovana, sia di condensa durante le ore notturne, utilizzabile per usi domestici e per il sistema di riscaldamento garantisce la sopravvivenza dell’unità abitativa.


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    Cassonetti della spazzatura decorati come opere d'arte: le persone hanno reagito all’iniziativa con molto entusiasmo! Non è un’illusione ottica quella che i passanti hanno mentre percorrono le vie romane: i cassonetti dei rifiuti si sono messi l’abito nuovo! Tutti li conosciamo nella loro veste monocolore che va dal marrone al verde, a volte varia sul giallo e il blu per i contenitori della differenziata, ma lasciando sempre riconoscibili i contenitori e la loro funzione porta-rifiuto. A Roma – con l’intento di combattere il vandalismo, il degrado urbano e forse anche dare un colpo di spugna al grigiume che ormai riempie un po’ tutti i centri urbani italiani, i cassonetti per i rifiuti sono stati decorati dall’artista Christine Finley e da ReTake Roma.

    LE CISTERNE D'ACQUA DI NEW YORK DECORATE PER UNA BUONA CAUSA

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    Si tratta di decori floreali, con motivi patchwork, geometrici e in stile damascato.

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    GLI ARTEFICI DEI CASSONETTI ARTISTICI

    I ReTake Romaè un movimento no-profit che già da tempo si occupa del decoro della capitale con diversi interventi di pulizia e risistemazione di muri e strade deturpate dai vandali.

    Così come il movimento del FAME Festival, diffuso in diverse città del globo, anche il modo di operare dei membri di ReTake si basa sulla richiesta di autorizzazione ai proprietari degli spazi in cui si va a operare: dall’incuranza e dal degrado, così, i luoghi possono divenire vere e proprie forme per sviscerare la street art e, perché no, migliorare la qualità della vita della Capitale.

    Assieme ai ReTake ha lavorato l’artista statunitense (ma romana di adozione) Christine Finley che usa la creatività per azioni in strada: installazioni che hanno l'obiettivo di colorare le città usando carta da parati come tappezzeria. Nella sua carriera ha effettuato interventi urbani in varie città nel mondo, Vienna, New York, Parigi, Los Angeles, che hanno trasformato i contenitori in metallo in splendidi oggetti di urban design. L’artista annuncia di voler migliorare questo “progetto” facendolo diventare interattivo.  

    LE DECORAZIONI

    È necessaria semplicemente della carta da parati, colla e tanta creatività nel pensare alle decorazioni. È facile capire da queste ideazioni come con dei semplici "scarti" cartacei possa cambiare il volto di una città. Basta davvero poco, tutto materiale facilmente reperibile e in molti casi riciclato e quindi ecosostenibile, che si lega all’obbiettivo di installazione urbana. 

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    Ci si augura che il progetto serva da monito per debellare gli atti vandalici e che stimoli la cittadinanza - soprattutto la fascia d'età più giovane - a curare, creare e riciclare con stile e gioia, al fine di rendere più bello il posto in cui si vive.


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    In un recente studio, pubblicato sul "Journal of Experimental Psychology", si dimostra come le piante ornamentali negli uffici contribuiscano ad incrementare la produttività.

    Per un periodo durato diversi mesi, i ricercatori dell'Università inglese di Exeter e Cardiff, di quella di Groningen in Olanda e dell’ateneo australiano del Queensland, hanno spostato, aggiunto e tolto piante all’interno di luoghi di lavoro, nello specifico i locali di centri commerciali nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, dove gli arredi sono noti per essere costituiti da semplici scaffali e divisori. Il risultato è stato scoprire che alcune piante aveva fatto registrare una crescita di produttività dell'ufficio del 15%: crescita constatata proprio dai responsabili di gestione del personale.

    Marlon Nieuwenhuis della Cardiff University dichiara:  “Il nostro lavoro suggerisce che investire nell'aspetto dell'ufficio dotandolo di alcune piante è davvero utile: aumenta la qualità della vita e la produttività dei lavoratori.” 

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    Quali sono i vantaggi riscontrati?

    Va detto che esistono diverse scuole di pensiero riguardo l’allestimento degli ambienti di lavoro per offrire le migliori condizioni di confort ai lavoratori: una di queste sostiene che un ambiente segnato da rigore, minimalismo e austerità favorirebbe la concentrazione, tuttavia – secondo le recenti sperimentazioni – il verde inserito avrebbe aumentato in modo significativo (n.d.r. non abbiamo a proposito dati relativi ai metri di misurazione utilizzati e ai parametri di confronto)  

    • la soddisfazione sul posto di lavoro,
    • la capacità di apprendimento dei lavoratori,
    • il livello di qualità dell’aria,
    • abbassamento dei livelli di stress fisiologico,
    • miglioramento dell’attenzione e del benessere personale generale

    Quali sono gli ambienti di lavoro in cui il verde può aiutare?

    Si tratta di ambienti al chiuso di tipo commerciale (dai piccoli negozi ai grandi supermercati) e ad uso ufficio, dove principalmente le attività vengono svolte in condizioni che permettano la collocazione di verde fra gli arredi.

    Quali sono le piante più adatte ad essere coltivate negli ambienti di lavoro al chiuso?

    Il falangio

    Il falangio, o Chlorophytum comosum, secondo alcune ricerche condotte presso l'Università delle Hawai, migliora la qualità dell'aria dell'ufficio e riduce lo stress da lavoro. Si tratta di una pianta originaria dell'Africa Meridionale adatta ad essere coltivata in ambienti al chiuso può essere posizionata su scaffali alti o in vasi pensili da appendere al soffitto. Inoltre, la pianta diminuisce la presenza di composti volatili e di allergeni, rendendo l'aria più salubre e respirabile. Inoltre non necessita di annaffiature frequenti e si accontenta anche di stanze non molto illuminate.

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    Il filodendro

    Il filodendro è una pianta da appartamento perfetta anche per l'ufficio. Secondo gli esperti dell'Università di Sidney, scegliere di coltivare questa pianta è garanzia di alcuni benefici per la salute. Il filodendro libera l'aria dai composti volatili VOC e dall'anidride carbonica in eccesso. 

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    La melissa

    La melissa, o Melissa officinalis  migliora l'umore e il benessere al lavoro. È una pianta erbacea che può essere coltivata e collocata su ripiani o posizionata accanto ad una finestra. È molto resistente e non richiede molte cure. Secondo uno studio condotto presso l'Università dell'Ohio, i benefici della melissa a favore del buonumore sono correlabili all'aromaterapia e agli oli essenziali presenti nelle sue foglie. 

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    Le piante del genere spatifillo

    Il genere spatifillo comprende un insieme di piante floreali originarie dell'America Meridionale. (il nome ha origine dalla forma del fiore la cui forma ricorda un cucchiaio o una spatola). Fa fiori che in genere sono di colore bianco o crema. Secondo la Nasa, si tratta di una delle piante più indicate per migliorare la qualità dell'aria, per via della sua elevata capacità di purificarla dalle sostanze nocive

    La pothos

    La Pothos o Epipremnum aureumè una pianta rampicante da interni adatta alla depurazione dell'aria sia degli ambienti domestici che dei luoghi di lavoro, come sottolinea la Nasa.  perfetta per essere coltivata in ufficio e sulla scrivania, anche in condizioni di luminosità non ottimale, poiché si accontenta di poca luce.

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    Curiosità sulle piante grasse

    Esiste una convinzione secondo la quale un po’ tutte le piante grasse siano in grado di assorbire le radiazioni elettromagnetiche, riducendo l’inquinamento da radiazioni di piccoli elettrodomestici, come il computer, la tv e il cellulare. Risale agli anni ’80 quando i ricercatori dell’Istituto di Geobiologia di Chardonne, in Svizzera resero pubblica una ricerca molto interessante secondo cui  numerosi impiegati che soffrivano di stanchezza ed emicrania riscontravano miglioramenti ai proprio sintomi dopo aver lavorato per due anni con un cactus vicino il proprio PC.

    Spesso si sente dire:  “I cactus sono piante del deserto, abituate a vivere sotto un sole fortissimo. Il fatto che vivano, fa ipotizzare che queste piante assorbano bene le frequenze più alte delle radiazioni elettromagnetiche e di conseguenza proteggano egregiamente dall’elettrosmog di origine artificiale, presente nelle nostre abitazioni e nei nostri uffici. Collocarne uno vicino a ciascun apparecchio elettrico presente in casa servirà a ridurre l’inquinamento elettromagnetico…”.

    Un’ipotesi molto suggestiva ma mai spiegata scientificamente con dei dati di fatto che collegassero alcune delle effettive capacità delle piante grasse di vivere in ambienti costantemente esposti alla luce solare (quindi pesantemente bombardati dalle radiazioni ionizzanti provenienti dal sole) con i riscontri positivi registrati in ambiente di lavoro.

    Tuttavia, visto che provare non costa nulla, perché non mettere un piccolo cactus sul tavolo di lavoro, visto anche che questo genere di pianta grassa non necessita di molte cure?


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    Con l’entrata in vigore del Regolamento europeo CPR 305/2011 -che ha sostituito la Direttiva europea 89/106/EEC- i prodotti e i materiali da costruzione CE dovranno soddisfare, oltre ai requisiti tecnici, anche quelli ambientali utilizzando in modo sostenibile le risorse naturali. 

    In questo contesto, l’analisi del ciclo di vita (LCA) è strategica. Vediamo in che cosa consiste e come potrebbe aiutarci nella scelta di un cemento ecologico.

    l'analisi del ciclo di vita in Italia

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    Grazie a “prestigiosi” protocolli di certificazione energetica e ambientale, il cemento arricchito con materiali di scarto viene considerato ecologico, quindi il suo impiego viene incentivato assegnando un punteggio elevato agli edifici che lo inglobano. Ma che cosa intendiamo per materiale ecologico? Possiamo fidarci ciecamente dell’assenza di carico tossico nelle miscele di cemento?

    Grazie ad un progetto UE (Erasmus for YE) abbiamo constatato l’esistenza delle seguenti sostanze tossiche nel profilo ambientale, tratto dalla EPD (Dichiarazione Ambientale di Prodotto) di un eco cemento attualmente in commercio in Europa.

    SOSTANZE PRESENTI NEL PROFILO AMBIENTALE DI UN ECOCEMENTO (EPD Cradle to Gate factory)

    QUANTITÁ

    UdM

    Rifiuti pericolosi

    31,7

    Kg/ton

    Rifiuti non pericolosi

    7,8

    Kg/ton

    Rifiuti radioattivi

    0,21

    Kg/ton

    A questo punto, siamo sicuri che, per effetto dell’evaporazione durante la stagionatura del conglomerato cementizio, quelle sostanze non siano pericolose per l’essere umano? E, possiamo credere che, a causa del dilavamento durante gli acquazzoni, non vengano rilasciate sostanze nocive anche nelle falde acquifere? Le domande poste sono lecite, specie in quei Paesi dove, in pratica, non esiste un’efficace sistema di controllo della filiera dei rifiuti e nemmeno un’adeguata sperimentazione sulla tossicità (per la salute umana) e sull’ecotossicità (per l’ambiente). Spesso i danni biologici non si manifestano nel breve periodo, e, quando insorgono, possono diventare cronici, quindi irreversibili.  In teoria, l’abitudine di diluire il carico tossico di scorie, con matrici neutre, dovrebbe essere considerata illegale in base al principio europeo di precauzione.
    All’interrogazione presentata all’allora commissario UE, il 20 agosto del 2012, da un nostro ex eurodeputato, riguardo la presenza di veleni (diossine e metalli pesanti) nei cementi edilizi, Janez Potočnik rispose: «L’articolo 11 del regolamento CE n.1272/2008 stabilisce che è necessario tenere conto di ogni impurità, additivo o singolo costituente identificato. Qualora il cemento, a causa del suo processo di produzione, contenga sostanze pericolose in quantità tale da essere classificato come pericoloso, l’etichetta deve indicare i rischi identificati         
    In altre parole, le sostanze nocive nel cemento devono essere dichiarate, quindi la responsabilità di scegliere il prodotto viene scaricata sul consumatore finale. Ma chi è il consumatore finale? Facendo doverosamente il punto della situazione, a distanza di due anni abbondanti dalla risposta di Potočnik, osserviamo che la tendenza è quella di aumentare i limiti di soglia della tossicità, ed ecotossicità, degli agenti chimici e non solo in Italia, ma nella UE! Ricordiamo che in alcuni Paesi l’uso dell’amianto è ancora legale, ma il consumatore finale, colui che utilizza gli immobili, non è informato in modo adeguato per auto tutelarsi da eventuali rischi per la sua salute! Con ciò vorremmo aprire spunti di riflessione e di approfondimento.

    IL CEMENTO

    Il cemento è un materiale inorganico finemente macinato, derivato da diversi materiali tradizionalmente di origine naturale, ma di composizione statisticamente omogenea. Viene utilizzato come legante idraulico che, opportunamente dosato e miscelato con solidi inerti (sabbie e ghiaie) ed acqua, reagisce dando origine ad una massa progressivamente indurente per realizzare componenti fondamentali nelle strutture edilizie: conglomerati cementizi, premiscelati, malte e blocchi prefabbricati.

    LA LCA DEL CEMENTO

    Per comprendere una qualsivoglia EPD di un prodotto, o materiale da costruzione, è necessario conoscere la metodologia della LCA, utilissima nell’ecodesign e soprattutto nella valutazione degli impatti ambientali di progetti europei di R&S. Propedeutico, all’analisi del ciclo di vita e ai fini della corretta comparazione di due diversi materiali è capire quale unità di riferimento sia stata usata: l’Unità Funzionale o l’Unità Dichiarata. La prima comprende: funzione, quantità, durata e qualità (ad es. trasmittanza termica, ecc.) del materiale, o prodotto da analizzare;  mentre la seconda si usa, quando la funzione precisa dell’oggetto d’analisi, nell’edificio, non è ancora stata definita, oppure quando la LCA non copre l’intero ciclo di vita (cradle to grave) ma si ferma al cancello dello stabilimento (cradle to gate). Vediamo sinteticamente le cinque fasi della metodologia di analisi:

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    OBIETTIVO E DEFINIZIONE DELLO SCOPO

    Una volta definiti: l’obiettivo (materiale o prodotto) e lo scopo dell’analisi (ad es. comparare in base alla sostenibilità ambientale) possiamo scegliere il tipo di LCA più adeguato. Secondo il manuale europeo per la standardizzazione della LCA (EeBGUIDE), per l’analisi comparativa, usiamo la procedura screening o quella semplificata e consideriamo il cut-off“dalla culla al cancello” (della fabbrica di produzione) poiché, in un edificio, il cemento può essere impiegato in differenti modi, i quali non siamo a tenuti a conoscere in questa fase. Se invece ne conoscessimo l’uso definitivo allora potremmo realizzare una LCA completa

    ANALISI DELL’INVENTARIO (LCI)

    La scelta dell’inventario di riferimento, per la valutazione dell’impatto ambientale, è l’essenza della LCA. L’inventario è tanto utile quanto costoso. Inoltre, per essere considerato valido, deve essere aggiornato ogni 10 anni; certamente risolve i problemi dell’indagine diretta (dati primari) quando venga ostacolata dall’ostruzionismo di alcuni produttori, nonostante l’analista proponga clausole di confidenzialità. Nel caso di prodotti innovativi, l’inventario completo è sempre sconosciuto e perciò deve essere estrapolato dall’analista mediante misurazioni e calcoli diretti. Nel caso in cui, non sia possibile reperire dati precisi, allora l’analista può assumere valori prudenziali, purché accompagnati da appropriata documentazione. In questa fase, l’analista descrive, in modo qualitativo e quantitativo, una serie di processi: attività, procedure, lavorazioni che riguardano il materiale.           Semplifica i calcoli l’uso di un software per la LCA, o anche un semplice foglio Excel (vedasi l’EeBGUIDE), con i quali si realizza un modello analogico (flowchart) ,rappresentato tramite blocchi e frecce orientate per indicare i flussi (in entrata e in uscita) di materiale ed energia. Nella LCA possono essere omessi alcuni dati, ma solamente nei casi in cui sia possibile dimostrare che influenzano, il processo produttivo, per un valore non superiore all’1% del totale dell’energia da esso richiesta (indipendentemente dal tipo di fonte). Dal punto di vista del surriscaldamento globale del Pianeta e del consumo di energie fossili, l’impatto delle infrastrutture (trasporto delle materie grezze alla fabbrica) può essere omesso nell’analisi poiché alcuni studi (Eco-invent 2007, Rolf Frischnecht) hanno dimostrato che è inferiore al 5% degli impatti totali della produzione del materiale, specie quando questo richiede molta lavorazione. Nei progetti di R&D finanziati dalla UE è raccomandato l’utilizzo di inventari europei (Ecoinvent, GaBi, ELCD e ESUCO), l’indicazione della zona di appartenenza geografica e dell’anno di raccolta dei dati, nonché il mix energetico utilizzato nel paese di produzione. Oltre all’inventario (dati secondari) è ammessa anche la letteratura scientifica (dati terziari) o la EPD. Una volta raccolti i dati, l’analista realizza un inventario tabellare diviso in cinque categorie: Energia, Materie prime, Emissioni in aria, Emissioni in acqua e Rifiuti solidi generati.

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    ANALISI DEGLI IMPATTI AMBIENTALI (LCIA)

    In questa fase, l’analista identifica le criticità del processo produttivo, in termini di: consumo di risorse, di emissioni inquinanti e dei loro effetti nocivi L’analisi degli impatti deve essere realizzata per ogni fase del ciclo di vita, separatamente una dall’altra. Dal momento che il termine “efficienza energetica” implica un basso consumo di energia (sia nella costruzione di edifici che nella fornitura di prodotti e materiali) per quantificare gli impatti, quindi per ridurli, è fondamentale scegliere con attenzione gli indicatori ambientali e le categorie di impatto.
    I consumi di materie prime e le relative emissioni inquinanti possono essere quantificati fino ad otto categoried’impatto ambientale (effetto serra, riduzione strato di ozono, formazione di ossidanti fotochimici, acidificazione, eutrofizzazione, diminuzione delle risorse, tossicità ed ecotossicità) e in tre livelli d’influenzageografica (globale, regionale e locale). Nella seguente tabella troviamo le categorie più comunemente riportate nelle EPD.  

    CATEGORIE D’IMPATTO AMBIENTALE POTENZIALE

    UdM

    Effetto serra (GWP)

    Kg CO2 eq. (Anidride carbonica)

    Riduzione dello strato di ozono stratosferico (ODP)

    Kg CFC 11 eq. (Cloro Fluoro Carburi)

    Acidificazione di suolo e acqua (AP)

    Kg SO2 eq. (Diossido di zolfo)

    Eutrofizazione (EP)

    Kg (Po4)3- eq. (Fosfato)

    Formazione di ossidanti fotochimici nella troposfera (POCP)

    Kg C2H4 eq. (Etilene)

    Esaurimento delle risorse naturali non fossili (ADP-elements)

    Kg Sb eq. (Antimonio)

    Esaurimento delle risorse naturali fossili (ADP-fossil fuels)

    MJ (potere calorifico inferiore)

    Per valutare l’adeguatezza del cut-off dell’analisi (cradle to gate, cradle to grave, o cradle to cradle) è necessario scegliere l’unità di misuradi riferimento e il numero adeguato d’indicatori ambientali, rimandiamo al manuale europeoILCD. Nella LCA dovremmo trovare più di un indicatore ambientale e soprattutto una serie di dati -il più possibile esaustiva- per coprire almeno le seguenti aree d’impatto: risorse naturali, ecosistema e salute umana. Per quanto riguarda gli indicatori sulla tossicità (VOC e radionuclidi) dobbiamo evidenziare che al momento non sono coperti dal nuovo regolamento europeo, perché non si è ancora raggiunto un accordo sul metodo di calcolo di tali categorie d’impatto. Tuttavia, per approfondire questo tema segnaliamo la CPDR (Construction Product Directive Regulation) dove è pubblicato l’elenco europeo delle sostanze pericolose associate ai materiali da costruzione che interessano la qualità dell’aria indoor.

    Quali sostanze vengono emesse dall’industria del cemento? Oltre all’anidride carbonica (CO2), troviamo ossidi di azoto (NOx), biossido di zolfo (SO2), monossido di carbonio (CO), VOC e polveri sottili (PM 10 e PM 2,5). Abbiamo osservato che nella LCA del cemento generalmente si tiene conto della sua capacità di fissare la CO2 durante la sua vita utile, grazie alla carbonatazione (stagionatura del cemento in cui la CO2 viene assorbita). Uno dei principali indicatori usati è il GWP100 (rappresenta l’immagazzinamento del gas effetto serra per un periodo standard non inferiore a 100 anni). Grazie alla LCA nella fase progettuale è possibile bilanciare gli impatti ambientali del processo di fabbricazione del cemento e quindi renderlo ecologico: in prima battuta, la lavorazione dei metalli negli altiforni, in gran parte si tratta di ossido di ferro (Fe2 O3) o di ossido di alluminio (Al2 O3) e, in seconda battuta, la produzione termoelettrica di energia (combustione di carbone, o petcoke). I cementi, spesso, inglobano sottoprodotti della lavorazione di metalli (loppa di altoforno) impiegati per determinare  la resistenza desiderata, o le ceneri del carbone (biossido di silicio amorfo e cristallino, Si O2, e ossido di calcio, CaO) ricavate dalla combustione per conseguire consistenti risparmi di denaro nella produzione in sé e di esternalità negative. Per quanto riguarda la fase “fine della vita”, nella EPD non viene presa in considerazione, nonostante la direttiva sui rifiuti (2008/98/CE), poichè il cemento da demolizione viene trattato in modi diversi, a seconda dello Stato membro. In ogni caso, vale il seguente principio: i materiali che sono considerati rifiuti non possono, allo stesso tempo, essere usati come combustibili (recupero energetico), quando l’efficienza dell’impianto d’incenerimento è inferiore al 60%.

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    INTERPRETAZIONE DEI RISULTATI

    Una volta ottenuti i risultati, l’analista identifica le criticità della LCA, in termini d’impatto ambientale, normalizzando: dividendo i valori degli indicatori, risultati dalla caratterizzazione, per i fattori di normalizzazione relativi a ciascuna categoria d’impatto. I fattori di caratterizzazione convertono l’incidenza di una sostanza su una determinata categoria d’impatto (ad e. il metano sull’effetto serra incide 29 volte rispetto alla CO2). I fattori di normalizzazione sono diversi a seconda del metodo di valutazione usato (Inventory) il quale deve pertanto essere menzionato nel report d’analisi. Il report della LCA si conclude con la redazione delle conclusioni e delle raccomandazioni relazionate allo scopo e al campo di applicazione dello studio (ad es. riprogettazione ecosostenibile del materiale). La European Technical Approval Guide (ETAGs) fornisce valide indicazioni per valutare la vita utile dei prodotti in relazione al loro utilizzo. In passato, la valutazione della pianificazione della vita utile dipendeva da ragioni tecniche ed economiche e trascurava il costo degli impatti ambientali, scaricandoli iniquamente  sulla collettività, spesso ignara.

    CONTROVERIFICA DEI RISULTATI (ISO 14025/2006)

    Terminato il report LCA, questo deve essere sottoposto ad un controllo critico da una commissione, o ente super partes, qualora il fabbricante intenda pubblicarlo e quando debba essere allegato alla documentazione di un progetto europeo di R&S. Il controllo dei risultati -nel caso dei progetti UE- può essere espletato da un membro del consorzio, purché, allo stesso tempo, non appartenga anche al gruppo della redazione della LCA. La commissione deve essere composta da almeno tre esperti indipendenti con i seguenti requisiti referenziati:

    • esperienza previa in controllo critico di LCA; 
    • esperto in LCA nel campo della valutazione del sistema produttivo (almeno uno);
    • esperto nelle categorie d’impatto del prodotto (almeno uno);
    • esperto nella metodologia della LCA avente familiarità con gli schemi di controllo del manuale EeBGuide (almeno uno);
    • esperto in controllo di processi, o prodotti, oggetto dell’analisi e specificatamente nel tipo di edificio o categoria di prodotto (almeno uno).

    COMPARAZIONE DI EPD

    Saper identificare il cemento ecologico tra una miriade di cementi è importante poiché il suo impatto nel mondo è notevole: ogni anno viene prodotto in migliaia di tonnellate, specie nei paesi in via di sviluppo (la Cina con 1.100.000 t/a è il primo produttore e ha un trend di crescita del 7%, mentre l’Italia è al primo posto in Europa per produzione procapite con 601 kg). La comparazione tra due diverse miscele avviene sempre a parità di prestazioni, di unità di misura di identiche unità funzionali di riferimento, di cut-off e di indicatori d’impatto ambientale. Nella seguente tabella (EPD by CEMBUREAU, 2008) proponiamo i risultati totali pubblicati nella EPD di due differenti miscele di cemento, uno tradizionale e l’altro ecologico (Ground Granulate Blast-furnace slag Cement) entrambi a base di Portland:

     

    CEMENTO

    TRADIZIONALE

    ECO CEMENTO

    Categoria impatto

    (cradle to gate):

    UdM

    Quantità

    Quantità

    EMISSIONI

    Kg CO2 eq./ton

    899

    41,6

    ACIDIFICAZIONE:
    SUOLO, ACQUA

    Kg SO2 eq./ton

    2,4

    0,46

    RIDUZIONE OZONO

    Kg CFC-11 eq./ton

    0,000043

    0,00000508

    OSSID. FOTOCHIM.

    Kg CH4 eq./ton

    0,25

    0,0289

    EUTROFIZZAZIONE

    Kg PO4 eq./ton

    0,25

    0,0444

    MATERIALE RICICLATO

    %

    0

    50-80 (GGBC)

    CONSUMO DELLE MATERIE PRIME NON RINNOVABILI

    Kg/ton

    1.509

    453 (Irlanda)

    301 (UK)

    755 (nel resto stabilimenti UE)

    CONSUMO ENERGIA PRIMARIA FOSSILE

    MJ/ton

    4.798

    1.000

    CONSUMO DI ACQUA

    Kg/ton

    1.693

    14

    Ricordiamo che i risultati conseguibili mediante la LCA dipendono, sia dalla competenza dell’analista e sia dai suoi principi etici, quindi la metodologia è relativa.  Pertanto, nel report finale, l’analista deve riportare i dati il più possibile in modo trasparente, cioè giustificando le sue scelte in modo scientifico.  


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    Economica, sostenibile, estremamente pratica: questa in sintesi la proposta che lo studio di progettazione olandese Werkstatt ha presentato a uno dei tanti appassionati di navigazione residenti inFrisia (Friesland), nell’Olanda settentrionale. Da queste parti la vita scorre in simbiosi con l’acqua e sono moltissimi i proprietari di un’imbarcazione, più o meno grande, sulla quale rifugiarsi non appena il clima lo consente.Da qui nasce l'idea di una rimessa navale flessibile grazie a mobili pannelli in legno che la trasformano in una terrazza quando la barca è in acqua. 

    Case galleggianti: un'originale Houseboat

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    Naturalmente, oltre al divertimento e alla spensieratezza che solo il navigare è in grado di trasmettere, il possesso di una barca comporta una serie di problematiche, tra cui quelle di gestione e rimessaggio. In particolare, in un territorio dal clima tutt’altro che mite, l’inverno esige precauzioni speciali per evitare di manomettere il corretto funzionamento dello scafo, che deve essere sollevato dall’acqua e posto al riparo all’interno di appositi ricoveri. A tal proposito, Werkstatt, giovane e innovativo laboratorio di architettura in cui progettazione e costruzione procedono a braccetto, ha pensato di declinare il mero concetto di rimessa, elevandolo a spazio da vivere durante i mesi più caldi dell’anno.

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    Il funzionamento della struttura, un semplice edificio a pianta rettangolare proiettato sull’acqua di un lago, è assimilabile a quello di un ponte levatoio. D’inverno il “ponte” è sollevato, la barca entra all’interno della rimessa e viene messa in sicurezza; d’estate, dopo aver calato in acqua lo scafo, un gioco di tiranti e carrucole azionato manualmente consente ai pannelli di tamponamento di uno dei due lati lunghi del fabbricato di inclinarsi a 90 gradi, coprire la superficie di acqua sottostante e trasformare la rimessa in una terrazza coperta ideale per rilassarsi e stare in compagnia.

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    Sia il telaio che i tamponamenti dell’edificio sono interamente realizzati in legno proveniente dalle poco distanti foreste olandesi. Gli architetti, d’accordo con il committente, hanno utilizzato solo materiali a base biologica, dall’isolante, incorporato alla struttura, alle sostanze di finitura, applicate per garantire una maggior durata delle componenti nel tempo minimizzando la manutenzione. Il tutto conferendo un aspetto architettonicamente gradevole alla “boathouse”, perfettamente integrata nel contesto proprio grazie alla sua semplicità.


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    Può capitare di avere vecchie cassettiere che non piacciono molto… Si ereditano da coinquilini in partenza e da parenti, si scoprono nei mercatini dell’usato o stazionano da tempo in cantina. Ed anche, più comunemente, possono provenire da negozi di arredamento di massa. Non disperate! Questi mobili possono ritornare al passo dei tempi, grazie semplici accorgimenti ed astuzie. Ecco 5 idee per rinnovare le vecchie cassettiere e trasformarle in complementi d’arredo personali e del tutto originali in modo low cost!

    Idee creative: come riciclare porte e finestre

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    Bordature ed etichette sui cassetti

    Per comodità ma soprattutto per economia, siamo costretti a rivolgerci ai negozi di massa per arredare la casa; il risultato è che dappertutto troviamo gli stessi anonimi mobili. È possibile, però, aggiungere, specie per le cassettiere, un tocco personale ed ottenere effetti sorprendenti.  Si possono verniciare completamente con le stesse tonalità dei nostri ambienti, creare delle bordature sui singoli cassetti o applicare etichette. Il comò ricorderà lo stile francese o inglese, lasciando per sempre il mondo della monotonia!

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    Sostituire le maniglie e colorare l’interno

    Come per il vestiario, anche per gli arredi sono proprio gli accessori a fare la differenza! Basta cambiare i piedini dei mobili, aggiungere profili metallici o dorati agli angoli, ma soprattutto sostituire le maniglie dei cassetti con corde, colorati pomelli e cinture di pelle. Infine, per svecchiare la cassettiera tinta unita, si può colorarne l’interno con varie tinte o tappezzarle con spartiti musicali o carte vintage: completamente aperta sarà un arcobaleno di colori!

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    Rivestire con la tecnica del decoupage e stencil

    Rivestire le cassettiere con la tecnica del decoupage può essere divertente e il risultato davvero inaspettato, specie se utilizzate mappe geografiche o vecchi giornali. Innanzitutto, levigate la superficie della cassettiera per rimuovere completamente la vecchia vernice. Dopo, ricoprite con della vernice bianca, lasciate asciugare e procedete con la decorazione. Dopo aver scelto la carta con l’aiuto di un pennello, passate una o più mani di colla vinilica, per far aderire perfettamente la carta alla superficie del mobile. Infine, stendete della vernice trasparente per proteggere la decorazione. Per i più pigri, basterà colorare con pennarelli o applicare stencil.

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    Cassettiere in stile provenzale o inglese

    Le cassettiere di buon legno possono essere decapate per ottenere uno stile più classico e romantico, il cosiddetto "Shabby chic". Prima di tutto dovrete verificare l’integrità del mobile e stuccare eventualmente le parti rovinate. Dopo aver lasciato asciugare lo stucco, svitate i pomelli e maniglie e grattate la superficie per poi stendere una mano di fondo legno all’acqua. Dopo l’asciugatura, se desiderate dare un’aria più vissuta al mobile, usate la carta vetrata e grattate gli spigoli e tutte le parti da mettere in risalto. Si può, infine, antichizzare la superficie stendendo delle pennellate di cera anticante. Con stencil o decoupage (pizzo macramè, fiori, illustrazioni vintage…) si impreziosisce ulteriormente il mobile. Montate, infine, i pomelli e  foderate i cassetti con una bella carta.

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    Cassettiere d’autore

    Come straordinarie ispirazioni, proponiamo una serie di cassettiere firmate da famosi designer che hanno messo mano su vecchi pezzi. Annie Sloan trasforma una vecchia cassettiera con gradienti di colori ispirati a quadri di Paul Klee. Per ottenere un effetto simile, basta dipingere la struttura con un colore scuro, per esempio grafite, e selezionare due colori complementari per i cassetti inferiori e superiori (per es. arancione e blu).  Si devono creare diverse gradazioni: per l’ultimo e il primo si usano i colori scelti, per gli altri si mescolano gradualmente le due tinte. Quindi, per il successivo cassetto, blu con una piccola quantità di arancione, per quello più in alto ancora una maggiore quantità, e così via... L’ultimo, sarà di un'unica tinta, senza tracce di blu. La tecnica è valida per ogni altra coppia di colori.

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    James Plumb realizza delle cassettiere sostituendo tutti i cassetti con vecchie valigie, assemblandole in un unico pezzo dal sapore vintage. Il designer inglese ristruttura ogni bagaglio con attenzione ad ogni dettaglio; le cassettiere sono perciò uniche, con diverse dimensioni e forma, realizzate su misura.

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    Alcune ditte ha creato elegantissimi arredi a partire da vecchi scarti; il risultato è un mix di stili e legni diversi. Ultimo esempio, è un estroso comò con i suoi 3 cassetti poco profondi per lettere e 6 cassetti più capienti dai toni e maniglie diverse. Blu, bianco e nero ed una collezione di pomelli in legno, metalli e osso. "Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto", come dicono le mamme grazie alle cassettiere rinnovate!


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