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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    L’installazione dell’albero di Natale è un classico nelle nostre piazze. Un simbolo universalmente riconosciuto che può veicolare messaggi educativi  da diffondere alla collettività. Non sempre le più buone intenzioni si rispecchiano in opere inserite armoniosamente nei contesti urbani. Idea originale e ben riuscita è quella dei creativi di “Hello Wood”, programma artistico a livello internazionale con sede a Budapest, in Ungheria.

    ALBERI DI NATALE CREATIVI CON CARTA, LEGNO, SUGHERO E FILO.

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    Dopo l’albero a slittino dell’anno scorso, fatto con 365 slitte devolute ai bambini poveri locali, Hello Wood quest’anno propone “l’albero di natale senza scintillio”, frutto di 5.000 tagli sezionati di legni da ardere, con lo stesso intento benefico: l’opera sarà smontata pezzo per pezzo e i legni saranno devoluti alle famiglie bisognose per garantire il riscaldamento durante le festività natalizie.

    L'albero, che si trova in una delle piazze centrali di Budapest, è di 11 metri di altezza e 4,5 metri di larghezza e pesa 15.000 chilogrammi. La sovrapposizione dei tronchi crea una facciata in legno d’effetto, illuminata da luci spot esterne che ricoprono l’albero, di sera,di una patina colorata.

    Le parti a vista di alcuni tronchi sono dipinte di bianco, creando un effetto decorativo che ricorda le palline degli alberi tradizionali. Nella parte superiore le lunghezze del legno sporgono quasi formando un puntale, sormontato da una stella di metallo.

    All'interno è possibile visitare uno spazio raccolto, che offre una piccola oasi di fuga alla frenesia della città.

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    Il progetto è stato eseguito in 5 giorni lavorativi con l'aiuto di carpentieri specializzati che hanno lavorato su turni di 24 ore.

    L'installazione rappresenta, per chi l’ha concepita, uno stimolo alla comunità per riflettere sulla vera essenza del Natale: l’albero è un simbolo attorno al quale ci si riunisce per festeggiare insieme, ma anche perché nei giorni di festa è particolarmente importante pensare alle migliaia di famiglie che vivono quotidianamente il problema di come riscaldarsi nel periodo invernale.

    “Hello Wood” ha lavorato per la creazione di questa opera in collaborazione con il Design Terminal - l'agenzia di stato ungherese responsabile per la stimolazione delle industrie creative - e la l’ Associazione interconfessionale ungherese .

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    Il Campidano di Oristano, sub-regione della Sardegna Occidentale, è un’area del nostro paese in cui la consuetudine di impiegare materiale vegetale per la costruzione di manufatti da abitarevanta origini antichissime. Purtroppo gli incendi dolosi, le bonifiche integrali e le ordinanze di demolizione per abusivismo edilizio emanate negli anni Ottanta, rivolti indistintamente alle nuove e alle antiche costruzioni, sono all'origine della scomparsa delle baraccas, bellissimi esemplari di “capanne tradizionali in canne e cruccuri”.

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    Nella penisola del Sinis fino a non molto tempo fa sorgevano sparuti prototipi di “baraccas”, piccoli ricoveri temporanei utilizzati dai pescatori come deposito di attrezzature e come luoghi di ristoro negli intervalli dal lavoro. Impostate su pianta rettangolare e realizzate con una struttura in legno, queste piccole casette erano rivestite con materiale vegetale: tronchi di ginepro, falasco e sparto erano impiegati a formare le pareti di chiusura dell’involucro e il manto di copertura a due spioventi, in modo che strati di canne palustri sovrapposti a costituire uno spesso “pacchetto” proteggessero l’interno dalle intemperie.

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    Le “barraccas” tradizionali erano dei manufatti costruiti da abilissimi artigiani, la cui struttura portante era realizzata con pali di legno sui quali si fissavano i reticoli di canne che servivano da supporto per il successivo rivestimento in falasco (erbe palustri note con il nome di “cruccuri”). Lo spazio interno delle capanne, con un pavimento fatto generalmente di cemento, era suddiviso in una zona giorno destinata alla cucina e agli spazi di ritrovo, e una zona notte, sul retro, con una o due camerette separate da pareti di legno o di canne. Esternamente la maggior parte delle capanne disponeva di un cortiletto sul retro con recinzione in canne, in cui era ubicato un piccolo bagno con pareti in legno. Nella costruzione della casa tradizionale campidanese l’antichissima arte della lavorazione della canna si manifesta nella realizzazione di semplici incannucciati, detti “cannizzada”, impiegati soprattutto in copertura. Quest’ultima era costituita da una struttura in legno rivestita dall’incannucciato, all’estradosso appoggiato alle travi di legno e finito con le tradizionali tegole in terracotta e all’intradosso lasciato a vista in modo che gli intrecci delle canne abbellissero gli ambienti interni.

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    L’impiego della canna di palude in questa regione della nostra penisola non è solo da ricondursi ad una tradizione costruttiva strettamente legata alle risorse locali, ma anche alle buone prestazioni termo-igrometriche del materiale che arginava il surriscaldamento in estate e conteneva le dispersioni termiche in inverno conservando il microclima interno.

    La cultura costruttiva stratificata nel corso dei secoli in quest’angolo del Bel Paese ha conosciuto nelle “baraccadas” un’espressione sincera di architettura vernacolare, mai del tutto dimenticata dalle popolazioni del posto.


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    Sembra un cubo di ghiaccio, ma in realtà è un rifugio sostenibile progettato da Atelier 8000 ad High Tatras al confine tra Slovacchia e Polonia per il concorso internazionale Kežmarská Chata. L’edificio è perfettamente integrato con il paesaggio circostante e si confonde con i profili delle rocce di High Tatras che fanno da sfondo. La forma cubica che ruota su se stessa poggiando su uno dei suoi vertici vuole suscitare una sensazione di casualità, quasi di inconsistenza, come se fosse un cubo di ghiaccio staccatosi durante la ritirata dei ghiacciai.

    CUBI IN ARCHITETTURA: IL LANDMARK DEL CUBE BIOINFORMATIC CENTRE

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    Il rifugio si articola su 5 piani: nel piano interrato si trovano i locali tecnici, il piano nobile è adibito a ristorante mentre i piani superiori ospitano le camere da letto e le aree per il rifugio.

    UN INVOLUCRO BIOCLIMATICO IN ALLUMINIO, FOTOVOLTAICO E VETRO

    La pelle esterna del rifugio è costituita da pannelli prefabbricati di 1x1 metro in alluminio di colore chiaro alternati a pannelli fotovoltaici e vetro. “Le superfici vetrate di finestre e pannelli fotovoltaici insieme alla trasparenza e alla lucentezza del metallo completano il quadro del sito con un tocco di chiarore, proprio come i riflessi osservabili sulla superficie di un lago di montagna o dallo scioglimento dei ghiacciai spiegano i progettisti.

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    Il suo involucro esterno trae in inganno gli osservatori. Le sembianze di ghiaccio sembrerebbero contrastare con la funzione di rifugio che l’edificio svolge, comunemente luogo di riparo dal freddo e dalle intemperie. Tuttavia è solo un’impressione, gli interni suggeriscono piuttosto la sensazione di trovarsi in un luogo caldo e riparato, la struttura è costituita da travi in legno lamellare in larice ed anche gli interni sono interamente rivestiti in legno.

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    La sua particolare conformazione consente di sfruttare al meglio la luce. Poggiando su un vertice, i lati del cubo sono inclinati permettendo a tutti gli ambienti interni di godere di illuminazione naturale diretta per un maggior numero di ore giornaliere. Il rifugio è pensato come un edificio passivo e trae grande vantaggio dalla sua particolare forma in quanto la facciata a sud e quella ad est, perpendicolari alle radiazioni solari incidenti, sfruttano al meglio l’energia solare e sono perciò costituite da pannelli fotovoltaici che garantiscono l’autoproduzione energetica.


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    È tutto italiano il progetto di Jellyfish Barge: una serra idroponica galleggiante per coltivare senza sprecare suolo, acqua ed energia.

    In risposta alle previsioni di crescita della popolazione mondiale di oltre dieci miliardi di persone entro i prossimi quarant’anni, arriva Jellyfish Barge, un esperimento innovativo sviluppato e messo a punto da un team di architetti e botanici, capitanato da Antonio Girardi e Cristina Favretto di Studiomobile e dal botanico, professor Stefano Mancuso, fondatori di Pnat, spin-off dell’Università di Firenze..

    COLTURA IDROPONICA ANCHE NEI GRATTACIELI. È L'URBAN SKYFARM

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    CHE COS’ È L’IDROPONICA?

    La tecnica di coltura idroponica permette di coltivare ortaggi e vegetali fuori terra con il continuo riciclo dell’acqua, permettendo un risparmio idrico fino al 70% rispetto alle colture tradizionali.

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    Nel caso di Jellyfish Barge, l’acqua dolce è ricavata da sette dissalatori solari posti lungo il perimetro, ideati dallo scienziato ambientale Paolo Franceschetti, che arrivano a produrre fino a 150 litri al giorno di acqua pulita, attraverso il fenomeno naturale della distillazione solare (replicato in piccola scala), utilizzando acqua salmastra, salata o addirittura inquinata.

    L’energia per il funzionamento di ventole e pompe è fornita da impianti, integrati nella struttura, che sfruttano le fonti rinnovabili.

    Tutta la complessità del sistema è controllata da un impianto di automazione con controllo remoto.

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    MATERIALI LOW COST E MODULARITÀ

    Da ottobre 2014 un prototipo funzionanteè visibile nel Canale Navicelli, fra Pisa e Livorno. Per la sua costruzione, realizzata con il contributo della Regione Toscana e della fondazione Ente Cassa di Risparmio, sono stati utilizzati materiali a basso costo e tecnologie semplici. La serra si presenta come un’unità modulare, realizzata su una piattaforma galleggiante in legno di circa 70 mq, appoggiata su 96 fusti di plastica riciclata e ricoperta da una cupola in vetro a struttura reticolare.

    Le dimensioni sono contenute e adatte a sostenere due nuclei familiari, garantendo sicurezza idrica e alimentare senza pesare sulle risorse esistenti. La forma ottagonale del modulo permette di affiancare più unità collegandole tra loro con piattaforme a base quadrata, trasformandosi in mercati e luoghi d’incontro per una piccola comunità sull’acqua.

    Design, scienza e biologia unite per trovare soluzioni a questioni sulla sicurezza alimentare, sui cambiamenti climatici e sulle disponibilità delle risorse idriche.


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    Anche i materassi non più adatti al nostro riposo possono tornare utili in edilizia. Questa è la notizia che arriva dalla Francia. I vecchi materassi logori e sfondati sono da sempre l’elemento che identifica i quartieri degradati, probabilmente perché rappresentano appieno il messaggio di abbandono e precarietà dei senzatetto. Sia che si tratti di grandi città o di piccoli centri, il problema è sempre il solito: smaltirli. 

    Spesso i materassi usati vengono lasciati con indifferenza a fianco ai cassonetti con la vana speranza che gli operatori ecologici li portino via.

    Trattandosi però di un rifiuto ingombrante la cosa auspicabile da fare sarebbe quella di portarlo presso una delle tante isole ecologiche (centri per lo smaltimento dei rifiuti ingombranti presenti in molti centri urbani) o di contattare l’azienda che si occupa della raccolta rifiuti per prenotare un ritiro a domicilio.

    RECUPERARE MATERIALI EDILI DALLA DEMOLIZIONE

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    L'INNOVAZIONE NELLO SMALTIMENTO DEI MATERASSI USATI

    In genere lo smaltimento avviene così: raccolti e accumulati, i materassi subiscono una riduzione volumetrica. Successivamente viene rimossa la parte ferrosa (le molle nelle versione più datata) che viene poi riciclata, mentre il materiale rimanente viene smaltito con l'indifferenziato.

    Dalla Francia però arriva la novità per quanto riguarda lo smaltimento dei materassi usati ed il riuso delle loro parti. L’innovativa filiera consente di estrarre materie prime seconde.

    La parte tessile, il feltro e il latex vengono trasformati in isolanti termici utilizzati nell'edilizia e nell'industria automobilistica e in piccola percentuale anche in tatami per le palestre.

    Le molle d'acciaio serviranno per strumenti, automobili e materiali da costruzione,

    Le fibre di cotone utili per filtri per olio, imbottiture e zerbini.

    Un’ottima alternativa allo smaltimento, soprattutto considerando che molti dei materiali di cui sono composti i materassi – soprattutto quelli moderni costituiti da fibra artificiali –  possono permanere per decine e decine di anni nell’ambiente, mentre se opportunamente riciclati contribuirebbero alla riduzione dei materiali che finiscono in discarica.

    Il rendimento per adesso è del 92% dei materiali recuperati dai materassi raccolti. Se pensiamo che in Francia ogni anno sono circa 5 milioni i vecchi materassi che di norma vengono buttati in discarica, inceneriti o abbandonati nell’ambiente (visto che in natura non si decompongono) il poterli riciclare è davvero un grosso aiuto all’ambiente!

    L'azienda promotrice e leader di questo settore del riciclo è la Recyc Matelas Europe, fondata da Franck Berrebi presso Limay, piccolo comune del  dipartimento degli Yvelines nella regione dell'Île-de-France.

    I “NUMERI” DEL RICICLO DEI MATERASSI

    Al momento si contano ogni mese circa 13.000 materassi, nello stabilimento francese, a cui si aggiungono le migliaia lavorate in quello inaugurato a fine 2012 a Montagne-sur-Sèvre, in Vandea. L'impresa ha le proprie radici in Canada, dove Eric Castro e Pascal Cohen hanno creato nel 2007 a Montreal, in Quebec, il primo stabilimento, a cui si sono aggiunti quelli in Florida – con il nome di Recyc-Carpets – , e quello francese che ha fatto il boom di materassi riciclati. 

    C’è poi chi come la catena di alberghi Hilton Wordlwide si dedica alla green economy e qualche anno fa ha deciso di iniziare un programma di riciclo dei materassi usati nelle proprie strutture e destinati alle discariche: è il progetto chiamato Mattress Recycling Program.

    E IN ITALIA?

    In Italia non è ancora presente una realtà del genere, per cui se si vuole tentare la strada del riciclo non resta che affidarsi al fai da te, magari trasformando il vecchio materasso in un divano.


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    Gli alloggi dello staff internazionale del Centro "Salam" di cardiochirurgia di Emergency in Sudan sono stati realizzati recuperando a uso abitativo 97 container abbandonati e trasformandoli in comodissime abitazioni dotate anche di un impianto solare termico.

    In Africa, i container non riescono ad essere smaltiti per cui lo studio TAMassociati di Venezia ha avuto l'idea di riciclare questi elementi per realizzare alloggi per il personale di un ospedale, il Centro Salam, che si occupa di interventi di chirurgia cardiaca. Il progetto è stato intrapreso dalla sezione italiana dell’associazione umanitaria Emergency, per essere realizzato presso una zona a sud di Khartoum, capitale del Sudan. 

    EMERGENCY: LA CLINICA PEDIATRICA A PORT SUDAN IN AFRICA

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    La realizzazione del nuovo complesso cardiochirurgico è avvenuta nell’arco di quattro anni, tra 2004 e 2008.

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    CARATTERISTICHE DEGLI ALLOGGI-CONTAINER

    Il progetto totale si estende su una superficie di 12.000 mq in cui sono presenti anche gli alloggi per l’amministrazione ospedaliera e per i medici stranieri.

    Situati vicino all'ospedale esistente, i container si distribuiscono intorno a un cortile centrale in cui sono piantati degli alberi di mango. In tutto si tratta di 95 unità con i lati di dimensioni dai 6 ai 7 metri ed una caffetteria con 7 unità di dimensione doppia di quelle dei moduli abitativi. Ogni unità misura circa 20 mq ed è composta da un contenitore e una camera da letto, un bagno e una veranda con vista sul cortile. 

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    Particolare attenzione è stata posta all'isolamento termico, date le temperature estremamente calde e il fatto che la zona sia soggetta a tempeste di sabbia. Oltre al classico isolamento, l’involucro esterno è costituito da un sistema che combina un tetto isolante e dei filtri solari bambù alle pareti per ridurre l'impatto solare.

    Un dispositivo di aria condizionata è implementato utilizzando macchinari refrigeranti e pannelli solari, utilizzati anche per l'acqua calda. 

    Nonostante l'esposizione a temperature elevate il tutto funziona come una tecnologica architettura vernacolare.

    Le particolarità costruttive e l’attenzione per i materiali ecocompatibili scelti, contribuisce assieme all'approccio ambientale applicato all'intero ospedale a ridurre il consumo di energia dell’intero ospedale.

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    LA MODULARITÁ E LA TRASPORTABILITÁ

    L'intervento di TAMassociati rende maneggevoli e facilmente trasportabili questi moduli di metallo (nati originariamente per il trasporto) in una situazione delicata attraverso l' attuazione intelligente.

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    I pro­get­ti­sti dicono che è stato necessario "Iden­ti­fi­care un pro­blema e a tro­vare una so­lu­zione […] Era ne­ces­sa­rio usare ciò che era di­spo­ni­bile […] con l’idea di pro­get­tare una bella zona, e non per una que­stione di soldi"

    No­no­stante lo scet­ti­ci­smo ini­ziale, alla fine i con­tai­ner uti­liz­zati si sono rivelati una scelta indovinata.

    Nell’Ottobre 2012 il progetto ha ricevuto una Menzione d'onore in "Architettura ed emergenza" al Premio Medaglia d'Oro all'Architettura Italiana e nel Settembre del 2013 è risultato tra i finalisti del prestigioso Pre­mio Trien­nale Aga Khan per l’Architettura.


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    I ricercatori dell’Università di Toronto hanno scoperto un processo economico e veloce che potrebbe permettere la produzione di spray on utilizzando i raggi solari, attraverso l’impiego di una manifattura abbastanza modesta. Sarebbe ancora meglio se il materiale fosse “stampato”, in modo tale da poter essere applicato ed utilizzato, per poter trasformare in oggetti solari qualsiasi elemento, dagli aerei alle suppellettili per il giardino.

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    La ricerca è stata condotta dal ricercatore Illan Kramer, dell’Università di Toronto, che ha chiamato il sistema sprayLD. Come molti progetti spray-on precedenti, sprayLD utilizza punti quantici colloidali (CQD): si tratta di minuscoli puntini, invisibili ad occhio nudo, che possono agire come un materiale fotovoltaico assorbente sensibile alla luce.

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    Kramer ed i suoi colleghi hanno inventato una tecnica nuova ed economica che utilizza CQD, il processo è basato sulla stampa-giornale. La spiegazione è che: “SprayLD è basato su un liquido contenente CQD, che viene applicato direttamente su superfici flessibili, come pellicole di plastica, o come l’inchiostro su un rotolo di carta. Questo metodo di rivestimento incorpora le cellule in processi produttivi molto semplici.”

    Per questo metodo l’efficienza rimane un aspetto particolare da considerare: il sistema sprayLD converte circa l’8,1% della luce solare, contro il 15-20% dei tetti costituiti da pannelli standard. Kramer stesso tuttavia ha sottolineato come, sebbene stia lavorando per rendere possibile un incremento dell’efficienza delle celle solari, questo metodo è importante soprattutto per l’economicità di realizzazione, nonostante il livello di efficienza non sia alto come nel caso di pannelli standard.

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    Kramer specifica: Il mio sogno è quello, un giorno, che potrete veder arrivare due tecnici con degli zaini simili a quelli utilizzati dai Ghostbusters, che si recano a casa vostra per spruzzare i tetti.

    Troppo avveniristico, o forse no?


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    La Groene Kathedraal (in olandese, la cattedrale verde) si trova nel Sud della provincia di Flevoland, nei Paesi Bassi. Non colonnati, altari e volte a costoloni, ma ben 178 pioppi lombardi a creare la copia vegetale della cattedrale di Notre Dame de Reims di
 Parigi (1211-1290). L’artista Marinus Boezemha concepito l’idea nel 1978, ma ci sono voluti nove anni per vederla realizzata in un polder di Almere, grazie all’intervento del Ijsselmeerpolders (RIME).

    CATTEDRALI NATURALI IN CANNA, BAMBÙ E CARTONE

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    In copertina: Foto aerea di Vincent Wigbels

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    Una vista aerea rivela l’opera di Land art: una cattedrale "positiva" in cui gli alberi a portamento colonnare (Populus nigra Italica) delimitano gli spazi, e specchiature bianche sul prato rappresentano le proiezioni delle volte. Le ombre lunghe e sottili segnano il terreno piatto, gli imponenti alberi danno l’idea di stabilità e solidità romanica, a cui si contrappone lo slancio indefinito verso il cielo, caratteristico dello stile gotico.

    caption:Foto di Google Map e di Gert Schutte

    Una "negativa", creata nel 1990, cioè un vuoto che ricalca per dimensioni e forma la precedente: un prato chiuso da querce e carpini. Il popolo del web l’ha ribattezzata "CTRL+X, CTRL+V", ovvero "taglia e incolla" in quanto sembra che un’intera porzione di bosco, di dimensioni e forma della cattedrale, sia stata spostata sull’area adiacente.

    caption:Foto di Jordi Huisman

    La storia della cattedrale verde

    La cattedrale di Reims, uno tra i più alti capolavori in stile gotico che s’ispira a forme e proporzioni della natura, è stata costruita in cent’anni per durare in eterno. Ne occorrono invece solo trenta perché la vegetazione ricalchi il modello francese. Almere è una città senza storia e punti di riferimento; l’artista ha perciò voluto una cattedrale a grandezza naturale, simbolo per eccellenza della cultura e vita comunitaria. Se nel Medioevo erano necessari architetti e maestranze specializzate, pietre e marmi e centinaia di anni di lavoro, oggi l’artista lascia alla natura il ruolo di fautrice. Già nel 2006 i pioppi avevano raggiunto l’altezza dell’originale francese, e la cattedrale era destinata a morire lentamente e ne sarebbe rimasto solo il ricordo.

    caption:Foto di Jordi Huisman

    "Solo quando la gente dirà ci deve essere una cattedrale qui, si può dire che Almere è una città con la propria storia", dice Boezem. La cattedrale vegetale è ancor oggi lì e gli alberi danneggiati sono stati gradualmente sostituiti. Ci piace pensare che possa rimanere ancora a lungo, come simbolo di spiritualità e come compensazione della mancanza di storia e cultura di Almere. Del resto, lo stesso perdurare di questa Land art è una testimonianza di partecipazione della popolazione e d’impegno politico, oltre che richiamo turistico.

    caption:Foto di Jordi Huisman

    Da lontano e da ogni lato, si scorgono sulla piatta landa le pareti fruscianti della Groene Kathedraal, recinto fitto aperto verso il cielo, che ricorda le chiese scoperchiate di San Galgano in Italia e la Tinturn Abbey nel Galles.

    Le dimensioni e l’uso

    L’artista ha realizzato una copia vegetale della cattedrale di Reims perché vedeva in essa "il culmine della rappresentazione dello spazio da parte dell'uomo ... un luogo di rifugio, un centro comunitario per la gente. La croce e gli archi a sesto acuto sono tracciati sul terreno in percorsi concreti. Le volte erano nel Medioevo chiamate lo specchio del cielo. Ai piedi degli alberi sono cerchi di conchiglie, un richiamo dell'acqua che scorreva qui."

    caption:Foto Jannes Linders, Museum De Paviljoens

    L’opera è accessibile sempre, di giorno e di notte, utilizzata per matrimoni, riti funebri, funzioni religiose e naturalmente, pic-nic e spettacoli estivi. Gli alberi hanno raggiunto i 30 metri di altezza per un’architettura viva di 150 metri in lunghezza e 75 in larghezza. L’edificiovegetaleè aperto al pubblico dal 1997, tempio vivente per celebrare la Natura e casa da rispettare in religioso silenzio.

    Non si vedranno magari incoronazioni di re, come nell'originale francese, ma resta un’opera affascinante per la semplificazione dello spazio a partire da un elemento ripetuto (l’albero), per la dinamicità e mutevolezza delle sue componenti. 


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    Secondo un recente report di Arup, i trend che caratterizzeranno le infrastrutture stradali da oggi al 2050 si concentreranno sui conglomerati cementizi auto-riparanti, sulle superfici fotovoltaiche a led integrati e sui dispositivi intelligenti capaci di comunicare con i veicoli elettrici, per viaggiare su strade davvero smart.

    Tony Marshall, Global Highways Leader di Arup afferma: "Anticipare e analizzare le tendenze future ci aiuterà a muoverci verso un futuro incentrato sulla connettività e sulle basse emissioni, dove le soluzioni progettuali e di mobilità mettono al centro l'utente. I cambiamenti suggeriti dal nostro report contribuiscono allo sviluppo di un sistema infrastrutturale più sicuro, più rispettoso dell'ambiente e pensato per le generazioni future”.

    IL RAPPORTO ARUP SUGLI EDIFICI DEL FUTURO

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    STRADE AUTORIPARANTI

    Oggi si assiste a un aumento esponenziale dei veicoli sulle strade e riuscire a minimizzare la frequenza e l’impatto ambientale degli interventi di manutenzione sarà una sfida necessaria, che porterà a utilizzare sempre più nuovi tipi di materiali come il “calcestruzzo autorigenerante”. Questa sostanza contiene al suo interno dei batteri allo stato dormiente che, nel momento della formazione di una fessura sulla superficie, cominciano a produrre un riempimento calcareo resistente, risanando il manto stradale. Una soluzione che potrà portare a una riduzione significativa dei costi di un’infrastruttura, rendendola più sostenibile e resiliente.

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    STRADE SOLARI

    Quelle del futuro potranno essere delle strade solari realizzate anche con pannelli o vernici fotovoltaiche, capaci di produrre energia da utilizzare per l’illuminazione e per ricaricare i veicoli elettrici. I pannelli saranno integrati con dispositivi led adatti a illuminare il percorso e per sciogliere neve o ghiaccio.

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    AUTOMOBILI CONNESSE

    Non solo cambieranno i sistemi stradali ma anche le automobili e il modo di utilizzarle. Si assisterà a un incremento della mobilità sostenibile, a piedi o in bicicletta, e dei trasporti elettrici. I nuovi veicoli si doteranno di nuove tecnologie, con innovativi sistemi di comunicazione e gestione sempre più smart, collegati alla rete e in grado di trasmettere o ricevere informazioni sulla viabilità stradale e coordinare qualsiasi tipo di emergenza.

    “Sistemi intelligenti di gestione e controllo del traffico– dichiara Tim Gammons, direttore della sezione Intelligent Transport Systems di Arup – renderanno le nostre strade più sicure e più sostenibili. Comunicando con i segnali stradali, con le telecamere e con i sistemi GPS, queste soluzioni contribuiranno enormemente a un aumento della sicurezza, diminuendo al contempo il grado di stress da parte del conducente”.

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    Gli scienziati dell’International Panel Climate Change da tempo ci dicono che l’impatto umano sulla Terra deve essere ridotto al più presto. E noi fino a che punto siamo disposti a contribuire cambiando il nostro stile di vita? Ci siamo chiesti dunque: sarebbe più facile vivere in modo sostenibile se ci venisse presentato un modello sperimentato di comunità a basso impatto? Ebbene: nel Regno Unito abbiamo scoperto LILI(Low Impact Living Initiative), un’iniziativa per vivere a basso impatto che dagli anni ’90 continua a diffondersi con successo e in modo bottom-up influenzando le politiche del Governo in materia di pianificazione territoriale e di finanziamenti.

    COHOUSING IN CITTÀ: L'ESEMPIO DI COPPER LANE A LONDRA

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    Co-housing: una moda o una necessitá?

    Dave Darby, il direttore della principale rivista di divulgazione di LILI (Diggers & Dreamers Review of Low Impact Living Communities in Britain), sostiene con ottimismo che vivere in urban housing co-ops e co-housing, nel prossimo futuro, giocherà un ruolo importante nello sviluppo sostenibile, e non solo dal punto di vista ambientale ma anche sociale, risolvendo la vitale necessità, di accedere ad un alloggio decoroso, di coloro che non riescono più a far fronte all’aumento del caro vita, specie nelle città.
    In Italia, solo recentemente, si parla di co-housing come di una moda esotica, insomma come qualcosa di innovativo da importare, forse per contrastare la disoccupazione e la mancanza di alloggi a buon mercato, conseguenze dopo qualche lustro di accanimento delle politiche di austerity dei bancocrati della Troika.

    In realtà, riscoprendo il nostro passato remoto, capiamo che non si tratta di un nuovo stile di vita, o di una frivola moda, perché già nell’Alto Medioevo Tommaso d’Aquino, frate domenicano e profondo conoscitore della filosofia classica, sosteneva l’importanza del vivere in modo autosufficiente, sfruttando con sapienza le risorse naturali dell’intorno e ne distingueva due modelli. Il primo modello di insediamento si basava sulla fertilità del suo territorio, che doveva nutrire almeno i suoi abitanti, con due terzi della produzione locale; mentre il secondo si basava sul commercio di beni essenziali per vivere, importati da luoghi al di fuori del nucleo abitato. Il frate domenicano riteneva superiore il primo modello perché "quanto più un nucleo abitato era autosufficiente e tanto migliore sarebbe stato". Vediamo in quali termini. Detto in altre parole, valide anche oggi: se un paese ha bisogno di ciò che non è in grado di autoprodursi allora è incompleto, e difficilmente può sopravvivere a meno che non dipenda dalle sue importazioni, ma per far fronte a queste deve disporre di ricchezza, ovvero di un certo potere di acquisto. D’Aquino ravvisava negli eventi bellici e nei molti imprevisti, insiti nel trasporto, possibili ostacoli al transito di merci e perciò concrete cause della vulnerabilità di un nucleo abitato. Ricordiamo che a quell’epoca una grande crisi demografica, causata da invasioni, guerre e carestie, determinò il regresso della vita cittadina. Le crescenti difficoltà nelle vie di comunicazione (trascuratezza e inacessibilità di ponti), nonché la distruzione delle città, avevano reso impossibile il commercio e avevano limitato la produzione, quasi esclusivamente, all’agricoltura. La vita economica allora si organizzò nelle campagne in una forma particolare chiamata economia curtense e, così, si svilupparono le curtes  al posto del latifondo romano tipicamente organizzato attorno ad una villa. Gli scambi dei beni locali con le comunità lontane diminuirono enormemente e di conseguenza la moneta cedette il potere di acquisto al primordiale baratto.

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    Il modello rurale britannico

    Il modello di comunità a basso impatto in UK trae ispirazione dalla frase "low impact development" (sviluppo a basso impatto, n.d.t.), la quale fu coniata da Simon Fairlie negli anni ’90 del secolo scorso. Egli sosteneva che uno sviluppo a basso impatto ambientale avrebbe migliorato, o almeno non diminuito in modo significativo, la qualità ambientale. Da allora, la definizione è stata perfezionata grazie al contributo di molti aderenti al modello di coabitare in comunità e, precisiamo, ben diverso da quello più noto di coabitare in condominio o in comunità hippies come negli anni ‘60. La nascita e la diffusione di questo modello di abitare e di condividere, come accennavamo, è dovuta a una necessità popolare, e non ad un mirato programma politico urbanistico a livello nazionale, o quantomeno locale. In UK sin dalla fine degli anni ‘90, la maggior parte delle comunità a basso impatto hanno ottenuto l’autorizzazione all’edificazione temporanea e nei migliori dei casi permanente. Grazie alla popolarità di questo modello di coabitare, di recente nel Galles, le autorità hanno iniziato a lavorare per la definizione di una pianificazione territoriale a basso impatto. Distinguiamo, dunque, due diversi modelli di sviluppo a basso impatto. Da una parte c'è quello dell'individuo solitario, o di una coppia, in cerca di un modo di abitare in armonia con la natura, come lavorare un podere o praticare i mestieri del bosco riscoprendo antiche tradizioni. In questo caso, i problemi da affrontare sono una serie di ostacoli alla pianificazione. Il modello collettivo deve piuttosto affrontare un insieme di problematiche, oltre a quella della pianificazione, anche di tipo finanziario, costituzionale e organizzativo per un pacifica convivenza.

    Le comunità a basso impatto sono progetti strutturati intorno al vivere e lavorare collettivamente, nonché al condividere alcuni spazi comuni, beni e soft-technolgy (la capacità insita in ognuno per risolvere problemi con poche risorse, n.d.t.). In sintesi, il modello contempera il concetto di piccola residenza tradizionale con un design innovativo nel modo di relazionarsi con l’ambiente naturale, grazie all’impiego di tecnologie green e della permacultura. Quest’ultima, nonostante sia considerata il comune denominatore degli ambientalisti di tutto il mondo, sin dagli anni ’80 dello scorso secolo, stenta a divenire una cultura di massa -come scrive David Holmgren in Essenza della Permacultura- probabilmente è ostacolata dalle autorità politiche globali e locali per timore di perdere la loro influenza e il potere qualora la popolazione seguisse pratiche volte alla massimizzazione della propria autosufficienza.

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    All’oggi, i nuovi gruppi di sviluppo a basso impatto possono crearsi il loro proprio Paradiso attingendo ad una ricca e sedimentata esperienza sia attraverso un’ampia bibliografia e sia provando a vivere un breve periodo in un eco villaggio. Ne sorgono continuamente ormai in tutto il mondo. Infatti, molte comunità annunciano soprattutto on-line la ricerca di partner e di volontari per condividere progetti esistenti o per dare vita a dei nuovi. Ai volontari e, a coloro che sono senza casa e lavoro, offrono vitto e alloggio in cambio di 30 ore settimanali di lavoro nelle attività utili alla comunità, a seconda delle competenze e delle necessità. Vediamo brevemente un esempio sperimentato come buona pratica da replicare, un luogo ameno dove trascorrere una vacanza-lavoro.

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    Da vivere o da visitare

    The Old Hall Community 

    Si tratta di una grande comunità insediata in un vecchio convento francescano restaurato nel 1974 per ospitare 50 persone e immerso in un terreno agricolo di 70 ettari nel Suffolk (nel sud est della Gran Bretagna). La Old Hallè di proprietà della UOSHA Ltd., una cooperativa edilizia non-profit. I residenti, di cui 40 adulti, condividono spazi ed attività lavorative per garantire una certa autosufficienza alimentare ed energetica, quest’ultima raggiunta in buona parte grazie all’installazione di pannelli solari, una pompa di calore geotermica e a una caldaia a biomassa. I rifiuti provenienti dalla manutenzione dei campi e dalla preparazione degli alimenti consentono di riscaldare l’acqua calda sanitaria, mentre con gli scarti fertilizzano le coltivazioni. La maggior parte dei pasti sono consumati in uno spazio condiviso e gli ingredienti come carne, ortaggi e frutta sono prodotti, in loco, dalla stessa comunità. Affinché l’organizzazione possa funzionare ciascuno dei residenti deve dedicare alla comunità circa 15 ore di lavoro alla settimana, mentre i volontari 30 ore, svolgendo le seguenti attività: mungitura, caseificazione, cura della fattoria e degli animali, agricoltura, preparazione di alimenti, pulizia, cucito, manutenzione dell’edificio e del giardino, nonché attività di assistenza ai più anziani e ai bambini.

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    Durante l’anno, in occasione di particolari feste, la comunità organizza eventi come: festival, teatro e concerti in un apposito salone. Un giorno prestabilito alla settimana i residenti si riuniscono per discutere nuove idee e prendere decisioni condivise. I ragazzi hanno ampi spazi per giocare all’aria aperta e per andare in bicicletta. I prodotti della comunità vengono conservati in un apposito magazzino autogestito. Nessun residente è proprietario dell’immobile e pertanto paga una quota mensile calcolata in funzione allo spazio occupato e al numero di componenti del suo nucleo familiare. Nell’affitto mensile sono incluse le spese comunitarie di manutenzione, gas, elettricità, tasse comunali, e i costi connessi alla produzione del cibo (miele, conserve, latticini, insaccati, ecc.) e le consumazioni dei pasti, così come l'uso di materiali di consumo come detersivi, tè, caffè, farina, etc. L'importo effettivo pagato ogni mese varia in funzione dei consumi, ma è il più competitivo nel mercato immobiliare locale rispetto alle formule abitative tradizionali.

    L’unico punto negativo che abbiamo trovato di questa comunità è il divieto di ospitare animali da compagnia, pensiamo per non compromettere il libero pascolo degli animali allevati a scopo alimentare.


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    Nonostante le nostre abitudini si siano evolute verso la ricerca di determinati tipi di comfort abitativo anche oggi si può vivere nelle grotte senza rinunciare a nulla e a volte anche potendo godere di lussi! Per ben 6 anni una famiglia americana del Missouri, la famiglia Sleeper, ha vissuto nella enorme grotta che si trova sotto il terreno acquistato per edificare una comune abitazione fuoriterra.

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    L’accesso alla grotta venne chiuso (anche per ovvi motivi di sicurezza) con un enorme infisso in alluminio e vetro ma all’interno la roccia a vista la fa da padrona in tutti gli ambienti.

    Per dare un’idea delle dimensioni lo spazio abitativo si può riassumere in 1.580 metri quadrati situati esattamente all’interno di una grotta in pietra arenaria. Qui ci sono tre camere da letto, una cucina, un grande soggiorno con sala da biliardo e spazio per i giochi dei bambini e servizi igienici.

    LE CARATTERISTICHE DI ECOSOSTENIBILITÁ

    L’interno dell’abitazione è dotato di tecnologie moderne che contrastano senza stonare con le pareti di arenaria non rifinite.

    Quello che ha maggiore rilevanza sono le caratteristiche di ecosostenibilità dell’abitazione stessa: prima fra tutte il fatto che si spenda pochissimo per il raffrescamento ed il riscaldamento, visto che la roccia mantiene una temperatura sempre ideale e lì intorno scorrono ruscelli d’acqua dolce e cascate. Lo stesso capofamiglia ha affermato che il costo per riscaldare la abitazione rupestre di quasi 1.600 metri quadri è lo stesso che spendeva per riscaldare la sua precedente casa di soli 75 metri quadri!

    Vista la collocazione e le condizioni favorevoli del terreno si è optato per la produzione di energia geotermica scegliendo un design intelligente per riscaldare casa in modo passivo senza l’ausilio di aria condizionata o stufe.

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    Il risparmio energetico di notevole entità è dovuto, oltre che all’impianto geotermico, anche all’isolamento naturale: le pareti di arenaria agiscono come un potente isolante termico mantenendo una temperatura confortevole per tutto l’anno.

    Per l’approvvigionamento idrico non c’è da temere! La struttura ha almeno tre sorgenti sotterranee, una accessibile tramite una cisterna nella camera centrale della grotta, che produce una media di 100 litri al giorno per stillicidio, una in un bacino interno alla parte anteriore, e una nei pressi del boschetto all’interno del terreno di proprietà ,che crea uno stagno poco profondo. Durante i periodi di pioggia la proprietà fruisce di ben quattordici belle cascate che scaricano dalle pareti.

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    CURIOSITÁ

    In passato lo spazio dedicato agli eventi che si trova nella parte posteriore della casa rupestre è stata utilizzato come pista di pattinaggio, sala per meeting o concerti e ha visto cantanti dal calibro di Tina Turner, Bob Seger e Ted Nugent.

    Per problemi economici la casa venne messa in vendita nel 2008 su ebay con una base d’asta di 300.000 dollari (circa 231 mila euro), ma grazie ad un'offerta di mutuo di una società di New Jersey la casa è ancora di proprietà degli Sleeper.


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    Gli architetti Ian Hsü + Gabriel Rudolphy hanno realizzato il loro progetto Casa SIP M3, ad alta efficienza energetica, come risposta alla necessità di rispettare un limite temporale contenuto per la realizzazione, e di non gravare troppo sul portafogli del cliente. I due progettisti hanno quindi utilizzato pannelli coibentati strutturali (SIP), per costruire una casa modulare di circa 150 mq che a struttura finita costa circa 140.000 dollari, una cifra contenuta, considerando che si tratta di una casa intelligente e con un impatto ambientale molto ridotto.

    LA CASA MODULARE ISPIRATA AI LEGO

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    Anche se la casa è composta dalla combinazione di più moduli, la sua organizzazione è stata resa dagli architetti unitaria e dinamica. I due progettisti della SIP M3 hanno pensato a vari tipi di moduli per i pavimenti, per le pareti e per i pannelli del tetto, e per ciascun di essi sono state pensate due larghezze e due altezze; la struttura del tetto è stata realizzata alternando moduli più alti a moduli più bassi, in modo da avere un andamento ondulato, con interposizione, in alcuni punti, di pannelli vetrati in grado di condurre la luce al Nord.

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    La casa a moduli è centrata su un ampio soggiorno a pianta aperta, in cui si affacciano spazi secondari come la cucina e la camera da letto. Tra i numerosi vantaggi della casa SIP M3, oltre all’economicità ed al tempo ridotto per costruirla, vi sono un’alta efficienza energetica e la presenza di ridotti rifiuti per la costruzione.

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    Tra le novità portate all'Expo di Dubai 2020, con riferimento ai temi della sostenibilità e dell’energia, vi è anche una particolare attenzione al tema dei trasporti e dei collegamenti. La mobilità smart veicolerà infatti ingenti investimenti divenendo protagonista di una serie di interventi a supporto della nuova area espositiva, nonchè fulcro tematico di uno dei tre padiglioni dell’expo.

    I TEMI DELL'EXPO DI DUBAI 2020

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    SMART MOBILITY PER L'EXPO DI DUBAI 2020

    Secondo alcuni studi una buona parte del capitale d’investimento dovrà essere destinato alla costruzione di nuove infrastrutture di trasporto a sostegno dell’area ed al miglioramento dei sistemi già esistenti (fonti: Deutsche Bank e Global Investment House). I progetti più importanti coinvolgeranno le infrastrutture aeroportuali e le linee metropolitane e proseguiranno parallelamente al progetto, avviato già da tempo, per la Etihad Federal Rail, la nuova rete ferroviaria degli UAE.

    Al Maktoum International Airport e Sheikh Zayed Road

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    Il nuovo Al Maktoum International Airport dovrebbe essere in grado di assorbire i pesanti flussi esterni che arriveranno con l’apertura dell’Expo 2020. Il progetto si inserisce nel più ampio contesto del Dubai World Central (DWC), un masterplan che si articola in distretti e che prevede, oltre all’aeroporto, una serie di aree aggiuntive destinate a spazi espositivi, zone residenziali, commerciali ecc. L’obbiettivo non è solo servire la vasta area dell’Expo e assorbirne i principali flussi, ma anche incoraggiare una forte spinta economica e creare un Hub per l’intera regione. La costruzione del nuovo aeroporto e la sistemazione dell’ Dubai International Airport saranno fiancheggiati dagli interventi previsti nella Sheikh Zayed Road per aumentarne la portata. Il progetto del più importante asse viario del Paese, l’autostrada che collega Dubai e Abu Dhabi, prevede la costruzione di una sezione sopraelevata che raddoppierà le sette corsie esistenti per circa 35 km.

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    Linee metropolitane

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    L’Expo sorgerà su un’area tra Dubai e Abu Dhabi, pertanto consistenti investimenti verranno spesi per l’ampliamento delle reti metropolitane delle due città. A Dubai, in particolare, i lavori insisteranno sulle due linee esistenti: la linea Verde e la linea Rossa sulla quale si lavorerà velocemente per rendere attivo il collegamento della città al nuovo aeroporto di Al Maktoum ed al sito Expo entro il 2020. Entro il 2030 si prevede la costruzione di una rete infrastrutturale completa attraverso la realizzazione di tre nuove linee (Purple, Blue e Gold). L’obiettivo è di creare un sistema metropolitano complesso che sfrutti il trasporto collettivo favorendo gli spostamenti tra Dubai, gli aeroporti e l’area Expo, limitando le emissioni di CO2 ed evitando il congestionamento delle principali arterie stradali.

    Etihad Federal Rail

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    L’Etihad Federal Rail, la nuova rete ferroviaria del Paese, è uno dei progetti più importanti degli EAU sia dal punto di vista economico sia per quanto riguarda l’importanza strategica che esso rappresenta. Il progetto, in fase di realizzazione, prevede 1200 km di linee ferroviarie per collegare i principali poli attrattivi degli Emirati e dovrebbe essere concluso con due anni d’anticipo rispetto alla scadenza di Expo Dubai 2020. Il progetto rientra in una serie di studi ben più ambiziosi di collegare i Paesi del mondo arabo tra di loro (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) attraverso due linee ferroviarie parallele lunghe più di 1970 km per un totale di circa 3954 km di strade ferrate. L’intento a livello globale è quello di estendere la rete anche a Giordania, Siria e Turchia per connettersi, tramite quest’ultima, ai sistemi ferroviari europei ed asiatici. L’obbiettivo a breve termine per L’Expo e per Dubai è collegare il nuovo sistema metropolitano della città a l’Etihad Federal Rail per favorire l’afflusso di visitatori e potenziare ulteriormente il ruolo di centralità globale che la città si sta guadagnando anno per anno.

    L’Expo 2020 è sicuramente una grande opportunità di sviluppo per Dubai e per tutti gli Emirati Arabi Uniti, anche dal punto di vista della sostenibilità. L’attenzione per la riduzione dei consumi d’energia è sicuramente un punto fondamentale, ma la questione più importante per un’Expo è probabilmente il tema della riconversione; garantire una seconda funzione agli edifici espositivi e a tutte le aree di supporto diventa fondamentale per impedire l’abbandono e il degrado dell’area, uno dei fenomeni più diffusi per le aree dell’Expo. La sfida più grande per Dubai e per gli EAU non è quindi accogliere questo evento, ma rispettare le promesse fatte per un futuro che prima o poi vedrà limitare lo sviluppo sfrenato.


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    Ideate per essere costruite con materiali riciclati e per produrre energia pulita sfruttando la pressione effettuata dai treni al loro passaggio sulle rotaie, le traversine di Greenrail - progetto con cui il team che l’ha ideato ha vinto il premio “Edison Start” – potrebbero diventare il nuovo traguardo innovativo e sostenibile per i mezzi su rotaia.

    COME RICAVARE ENERGIA DALLA FRENATA DEI TRENI

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    Secondo le ricerche di Giovanni de Lisi, che lavora nel settore dell’armamento ferroviario da anni ed è l’ideatore della tecnologia alla base di Greenrail, in Europa ci sarebbero 380 milioni di traverse ferroviarie, l’85% delle quali sono in cemento armato, l’8% di legno, e il restante 7% in materiali differenti. In Italia il monopolio delle traversine in cemento è ancora più evidente, infatti il 98% delle traversine è appunto in questo materiale.

    I MATERIALI RICICLATI DI GREENRAIL

    Il problema del cemento armatoè che presenta diversi svantaggi. Innanzi tutto produce un’alta polverizzazione del ballast (la breccia che giace sotto i binari), ha una bassa resistenza allo spostamento laterale che può facilitare il disallineamento dei binari, inoltre per via della sua rigidità ha un’elevata capacità di generare vibrazioni e rumori. Per queste ragioni i binari hanno spesso un alto costo di manutenzione, e possono avere anche costi aggiuntivi come per i risarcimenti ai proprietari di edifici urbani danneggiati dalle vibrazioni.

    Secondo il team di Greenrail queste nuove traversine di plastica e pneumatici riciclati potrebbero essere la soluzione ai problemi generati dai traversini in cemento armato: innanzi tutto hanno una durata superiore a 50 anni (mentre per quelli in calcestruzzo la durata è di circa trent’anni), inoltre queste nuove traversine avrebbero la capacità di abbattimento della polverizzazione del ballast, oltre che delle vibrazioni e dei rumori.

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    LA PRODUZIONE DI ENERGIA PULITA

    In aggiunta sono costruite con materiali riciclati (plastica riciclata e copertoni usati) e sono progettate per generare energia pulita al passaggio dei treni. Infatti, ogni treno che passa su un binario produce uno schiacciamento in grado di produrre energia che può essere utilizzata grazie ad un sistema piezoelettrico posto sulle rotaie, che convoglia l’energia e la trasferisce su una rete. In più, per ogni chilometro di linea ferroviaria si possono recuperare e utilizzare 5000 tonnellate di plastica e 5000 tonnellate di pneumatici fuori uso. La parte interna di Greenrail è sempre costruita in cemento armato, poiché la pesantezza deve essere una delle caratteristiche principali per le traverse, infatti in commercio esistono già delle traversine più leggere, che però non possono essere montate su linee con treni che viaggino a velocità superiori di 80 km/h.

    L’energia prodotta dalle traversine Greenrail potrebbe essere utilizzata, per esempio, per rendere indipendenti le stazioni ferroviarie e metropolitane dal punto di vista energetico, infatti si potrebbe generare energia in grado di soddisfare il fabbisogno energetico delle stazioni e dei sistemi di sicurezza installati. In linea di massima è stato calcolato che con 100 Km di linea su cui siano state installate le traversine Greenrail, con un medio passaggio dai dieci ai venti treni l’ora, si possa produrre 1,25 MWh di energia pulita.

    Questo nuovo progetto potrebbe essere finalizzato a aumentare la sostenibilità del trasporto su rotaia, già di fatto più sostenibile di quello su ruota, entrando nel mercato delle traversine ferroviarie essendo un prodotto innovativo e che può competere perfettamente -e sotto tutti i punti di vista- con le traversine in calcestruzzo. Già, infatti, diversi investitori esteri hanno palesato il loro interesse per Greenrail, sia da paesi in via di sviluppo sia in paesi dove si stanno costruendo nuove linee ferroviarie, tra cui si annoverano Russia, Sudafrica e Israele.


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    Un celebre graffito di Banksy raffigura un dimostrante imbavagliato che lancia un mazzo di fiori colorati per un attacco d’inverdimento urbano. Più che lanciare fiori, però, in questo breve tutorial mostriamo come produrre e diffondere bombe di semi in deliziose forme grazie agli stampini per dolci o per ghiaccio. Basta raccogliere e conservare semi autoctoni, creare simpatiche munizioni e divertirsi in attacchi di guerrilla urbana! Le bombe di semi, colorate e dalle forme più graziose, possono anche diventare deliziosi omaggi e bomboniere. Realizzati in laboratori educativi per bambini e di garden therapy, conservati in tubi e confezioni chic, racchiudono germogli di piante da diffondere nei paesaggi urbani e iniziare principianti al giardinaggio.

    SPOUT: LA MATITA BIODEGRADABILE CHE SI PIANTA

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    Come realizzare le "munizioni verdi"

    Il principio è semplice: si gettano le piccole munizioni in zone prevalentemente soleggiate, per tornare dopo qualche settimana ed apprezzare le splendide fioriture in luoghi dimenticati, ma attenzione... perché il lancio abbia successo è preferibile seguire alcuni consigli!

    L’impasto può essere realizzato con argilla secca (da acquistare o da recuperare da un terreno particolarmente argilloso facendolo asciugare al sole per poi romperlo con un martello), del terriccio ricco, e naturalmente semi di facile attecchimento come quadrifoglio, girasole, basilico, melissa, erba cipollina e calendula.

    Le proporzioni sono: 5 parti di argilla, 1 di semi e 1 di terriccio di alta qualità, come unità di misura utilizzare un cucchiaio. Si mescola l’impasto e quando è ben amalgamato, si aggiunge l’acqua servendosi di uno spruzzino per non eccedere. Si stende l’impasto su un tagliere con uno strato di mezzo centimetro come fosse pasta frolla; si ritagliano quadrati di 2 cm e si appallottolano in piccole sfere della dimensione di una noce. In alternativa si possono utilizzare delle formine. Lasciarle seccare al sole per qualche giorno. Il periodo migliore per i lanci delle "seedbomb"è il mese di settembre, preferibilmente di sera o di pomeriggio.

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    Si può sostituire l’argilla secca con fogli di giornale, da amalgamare sempre con terriccio, fertilizzante naturale e semi di fiori. Il composto deve essere imbevuto d'acqua. Si tagliano o stracciano fogli di giornale, si mettono a mollo per una mezz’oretta e poi si versa il composto in un setaccio foderato di stracci e si strizza per far uscire quanta più acqua possibile. Ecco la parte più divertente: si preme la massa semi-secca negli stampi per dolci o per ghiaccio, si rimuovono con calma le singole munizioni, per poi asciugarle in un posto caldo. Si può confezionare la piccola munizione in deliziosi sacchetti di tessuto, confezioni di cartone, o semplicemente lanciarli in spazi abbandonati avendo cura, però, di tornare ad innaffiare.

    Per bombe di semi colorateè possibile usare coloranti naturali: i bon bon avranno i colori dell’arcobaleno!

    Una terza alternativa sono i proiettili realizzati con letame ed argilla, in particolare 3 parti di letame maturo e 5 di argilla. Si mescola a secco per unire le due componenti, aggiungendo acqua poco alla volta. La consistenza deve essere quella del cemento, per essere sicuri basta lasciare in piedi lo strumento utilizzato per mescolare: se cade è troppo liquida.

    La nascita delle "seedbomb" e il metodo Fukuoka

    Le bombe di semi nascono come palline di argilla create dal maestro giapponese Masanobu Fukuoka, capostipite della permacoltura. L'idea rivoluzionaria si basa sull’assecondare la natura, ridurre al minimo l’intervento umano e salvaguardare la biodiversità.

    Il compost fornisce nutrienti per i semi e l'argilla tiene insieme, proteggendoli dagli insetti predatori e siccità; le forme più comuni sono dischetti e palline con impasto di argilla e acqua. Si sono poi diffusi grazie ai guerrilla gardeners perché questi pixel verdi, autoprodotti e di facile realizzazione, possono essere piantati pressoché ovunque.

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    È un atto di fiducia alla Natura: l’argilla assorbe e conserva l’umidità ed è immune a muffe, perciò fornisce la riserva idrica e la protezione al freddo e ai predatori naturali. Perché un seme piantato possa germogliare sono necessarie le giuste condizioni; con il metodo Fukuoka si possono avere risultati anche dopo qualche anno! Da questa tecnica agricola del "non fare" nata nel secondo dopoguerra si è giunti al distributore automatico GreenAidd, dei giovani designer Daniel Philips e Kim Karlsrud.

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    Grazie Google Maps c’è anche una mappa dei distributori presenti negli USA, mentre in Italia l’iniziativa è stata lanciata dall’associazione sarda Marrai a Fura, con un erogatore stile vintage. Diffondete e inoculate verde in città, qualsiasi metodo è lecito: proiettili di semi, bomboniere chic o palline provenienti da un distributore automatico!


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    Un edificio, abbandonato definitivamente negli anni ’50 del secolo scorso nella contrada Fumarola nei pressi della città di Ostuni in provincia di Brindisi caratterizzato da spesse mura in pietra bianca e da ambienti voltati, è stato trasformato da vecchia rivendita di Sali e Tabacchi in piccola struttura ricettiva. Lo studio di architettura Flore&Venezia ha curato il progetto di riabilitazione del manufatto nato come casa colonica intorno alla fine del 1800 e che nel corso del tempo aveva subito diversi rimaneggiamenti.

    RISTRUTTURAZIONI: CASA TALIA A MODICA

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    La ristrutturazione del b&b

    Al fine di adeguare gli spazi interni alla nuova destinazione d’uso sono stati eliminati tutti i divisori interni inseriti quando la tabaccheria era in esercizio rispettando il disegno originario del casale da destinare a bed&breakfast e sono stati creati i servizi necessari all’accoglienza e al funzionamento dell'attività. I muri sono stati consolidati e le volte a botte in pietra calcarea locale sono state pulite e messe a vista.

    caption:© Oronzo Scalone

    caption:© Aldo Flore

    L’edificio si sviluppa su due livelli. Al piano terra si trova la struttura ricettiva con una piccola cucina, un soggiorno, quattro camere da letto e tre bagni, mentre al primo piano si trova l’abitazione dei proprietari costituita da una cucina e da due stanze. Si è introdotti al giardino, che abbraccia la casa, attraverso un portico direttamente collegato con il soggiorno che costituisce un ideale prolungamento degli spazi interni verso il paesaggio circostante dominato dalla pineta.

    caption:© Aldo Flore

    caption:© Aldo Flore

    Gli interni sono essenziali e i materiali dominanti sono quelli della tradizione: pietra, legno e calce. Un piccolo camino caratterizza l’angolo cucina e ricorda le abitazioni salentine dove il focolare costituiva e costituisce ancora oggi il cuore pulsante della casa, perché se prima il fuoco serviva per vivere ora serve anche per fare compagnia.


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    Il fattore di luce diurnaè un parametro utile a valutare l’illuminazione naturale all’interno di un ambiente confinato. Il fattore di luce diurna è un parametroriconosciuto dalla normativa italiana in ambito di edilizia residenziale, scolastica ed ospedaliera nel Decreto Ministeriale Sanità 5/7/75, Decreto Ministeriale 18/12/75 e Circolare Ministeriale Lavori Pubblici n.13011, 22/11/74.

    CRITERI E STRATEGIE PER L'ILLUMINAZIONE OTTIMALE DEGLI AMBIENTI

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    A COSA SERVE IL FATTORE DI LUCE DIURNA

    La definizione del fattore di luce diurna è volto ad assicurare condizioni di illuminazioniadeguate alla destinazione d’uso e costanti, cioè indipendenti dall’ora del giorno e dal periodo dell’anno.

    COME SI CALCOLA IL FATTORE DI LUCE DIURNA

    Il fattore di luce diurna, abbreviato come FLD, è una grandezza adimensionale che si calcola come il rapporto fra l’illuminamento misurato in un punto specifico dell’ambiente interno e l’illuminamento misurato all’esterno su una superficie orizzontale che vede l’intera volta celeste senza ostruzioni in condizioni di cielo coperto.

    IL FATTORE MEDIO DI LUCE DIURNA

    Per valutare meglio l’illuminazione di un intero locale, senza limitarla alla valutazione dell’illuminazione di un unico punto del locale (dato fornito dal fattore FLD), la normative fa ricorso al fattore medio di luce diurna FLDm, mediato su più punti di misura dell’ambiente interno in rapporto con l’esterno.

    In particolare, l’articolo 5 del Decreto Ministeriale Sanità 5/7/75 stabilisce per le residenze che “Per ciascun locale d'abitazione, l'ampiezza della finestra deve essere proporzionata in modo da assicurare un valore di fattore luce diurna medio non inferiore al 2%, e comunque la superficie finestrata apribile non dovrà essere inferiore a 1/8 della superficie del pavimento.”

    Il decreto chiama altresi a calcolare il rapporto tra superficie finestrata apribile ed area dell’ambiente in cui la finestra è collocata che tuttavia da solo non soddisfa i requisiti igienico sanitari e non necessariamente garantisce condizioni di illuminazioni confortevoli.


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    Gli elementi da valutare in fase di progettazione dei serramenti sono tipologia, forma, dimensioni, posizione ed orientamento, aspetti che influenzano profondamente le prestazioni energetiche delle finestre.

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    Tipologia dei serramenti

    Le finestre possono essere raggruppate in diversi tipi a seconda della principale funzione che svolgono: 

    • illuminazione naturale;
    • vista verso l’esterno;
    • ventilazione naturale.

    È frequente che uno stesso serramento svolga tutte e tre le funzioni, ma se così non fosse sarebbe opportuno prendere adeguati accorgimenti: posizionarla alla giusta altezza e dimensionarla correttamente. Per esempio, nel caso in cui la funzione della finestra sia soprattutto quella di illuminare gli ambienti interni, non sarebbe indispensabile collocarla in modo da consentire la vista verso l’esterno, e potrebbe essere posta anche in alto. Viceversa, se la funzione della finestra è quella di consentire la vista esterna, è preferibile che l’apertura si trovi ad un’altezza standard e la dimensione sia adeguata a far godere del panorama.

    Dimensioni delle finestre

    Per determinare le dimensioni delle finestre è importante tenere in considerazione il fattore medio di luce diurna come stabilito dal Decreto Ministeriale Sanità 5/7/75. Tale fattore, che per ambienti residenziali deve essere superiore al 2%, serve a garantire ambienti illuminati in maniera adeguata e costante, indipendentemente dall’ora del giorno e della stagione.

    Forma delle finestre

    La forma delle finestre è un parametro che appare prevalentemente estetico, ma si rivela influenzare le condizioni di illuminamento. I serramenti, in funzione della loro forma, si suddividono in finestre orizzontali e verticali:

    Finestre orizzontali

    Le finestre orizzontali sono quelle in cui il rapporto altezza/larghezza è in favore della larghezza. Quando sono particolarmente estese, le finestre orizzontali sono anche dette a nastro. Solitamente garantiscono un’illuminazione costante nell’arco della giornata e favoriscono la vista panoramica.

    Finestre verticali

    Le finestre verticali, viceversa, sono quelle in cui il rapporto altezza/larghezza è in favore dell’altezza. Con serramenti a sviluppo verticale si ha generalmente una variazione luminosa maggiore con il passare delle ore del giorno.

    Posizione dei serramenti

    In funzione della loro posizione in altezza sulla parete, le finestre si distinguono in finestre alte, intermedie e basse.

    Le finestre alte

    Le finestre alte sono da preferire quando la funzione primaria della finestra è quella di ventilare gli ambienti. Fanno anche sì che la luce penetri con facilità e si distribuisca meglio e più uniformemente nella stanza.

    Le finestre intermedie

    Le finestre intermedie sono consigliate quando la vista esterna è importante, ovvero in ambienti abitati.

    Le finestre basse

    Le finestre basse sono svantaggiose sia per la vista che per la ventilazione e l’illuminazione ma possono essere necessarie in ambienti non abitati per esigenze tecniche o architettoniche.

    In funzione della posizione in orizzontale sulla parete, le finestre si distinguono in centrali, laterali o, quando si estendono per l’intera lunghezza della parete, a nastro.

    Orientamento dei serramenti

    L’orientamento dei serramenti è un fattore fondamentale per il risparmio energetico.

    Nella scelta dell’orientamento delle finestre si devono considerare: 

    • i dati climatici del luogo;
    • la disposizione interna degli ambienti;
    • la presenza di edifici e/o di vegetazione e la vicinanza degli stessi alla finestra.

    Solitamente è preferibile collocare sul lato sud dell’edificio aperture grandi ben schermate in modo da evitare il surriscaldamento nei periodi estivi. Orientati a nordè consigliabile collocare meno aperture, e più piccole, per ridurre le dispersioni verso l’esterno in inverno. Queste aperture ricevono solitamente un’illuminazione costante durante il giorno. Per le aperture da collocare ad ovestè invece opportuno considerare che queste incidono significativamente sul surriscaldamento estivo, specialmente pomeridiano e sarebbe opportuno progettarle con schermi solari dinamici.


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    Per riqualificazione energetica di un edificio si intendono tutti quegli interventi volti a migliorare la prestazione energetica dell’immobile. Anche detta retrofit energetico dell’edificio, la riqualificazione energetica, soggetta a detrazioni fiscali ed incentivi, è un’operazione indispensabile in caso di edifici vecchi o mal progettati, non sufficientemente (o per nulla) performanti dal punto di vista energetico, in cui i flussi di calore tra esterno ed interno sono tali da compromettere il comfort abitativo ed incidere molto negativamente sulla bolletta (e quindi sull’ambiente).

    L’ENTITÀ DEGLI INCENTIVI FISCALI

    Sul sito dell’Agenzia delle Entrate si legge che per gli interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti le cui spese siano state sostenute dal 6 giugno 2013 al 31 dicembre 2015, si ha diritto ad una detrazione del 65%. A partire dal 1° gennaio 2016 gli incentivi fiscali si abbasseranno al 36%, divenendo pari a quelli solitamente concessi per i lavori di ristrutturazione edilizia.

    Di seguito è schematizza l’entità delle agevolazioni fiscali:

    • prima del 6 giugno 2013 – 55%
    • 6 giugno 2013 – 31 dicembre 2015 – 65%
    • dal 1° gennaio 2016 – 36%

    LA TIPOLOGIA DI INTERVENTI SOGGETTI A DETRAZIONE FISCALE

    Gli interventi di riqualificazione energetica degli immobili soggetti a detrazioni fiscali sono quelli volti a migliorare l’efficienza degli elementi dell’involucro degli edifici esistenti, integrazione di fonti energetiche rinnovabili, sostituzione degli impianti tradizionali con altri nuovi, più efficienti.

    Nello specifico gli incentivi fiscali si applicano ai seguenti tipi di interventi:

    • Interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti con un fabbisogno di energia primaria annuo per la climatizzazione invernale inferiore di almeno il 20% rispetto ai valori riportati nelle seguenti tabelle come definiti dal decreto del Ministro dello Sviluppo economico dell’11 marzo 2008, modificato dal decreto 26 gennaio 2010.
    1. Edifici residenziali di classe E1 (classificazione art. 3, DPR 412/93), esclusi i collegi, i conventi, le case di pena e le caserme. In tabella sono i valori limite dell’indice di prestazione energetica per la climatizzazione invernale espressi in kWh/mq anno.riqualificazione-energetica-detrazioni-b

    2. Tutti gli altri edifici. Quelli in tabella sono i valori limite dell’indice di prestazione energetica per la climatizzazione invernale espresso in kWh/mc anno.
      riqualificazione-energetica-detrazioni-c

      Il valore massimo della detrazione è pari a 100.000 euro.
    • Interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti, unità immobiliari e singoli elementi dell’edificio come strutture verticali sia opache (murature, divisori, portoni di ingresso purchè delimitino l’involucro riscaldato dall’esterno o da locali non riscaldati purchè rispettino i valori di trasmittanza termica richiesti per le finestre, come indicato nella tabella che segue) che trasparenti e strutture orizzontali come solai, coperture, pavimenti.
      È possibile giovare delle agevolazioni fiscali solo se sono rispettati i valori di trasmittanza termica riportati in tabella, come stabiliti dal Decreto del Ministro dello Sviluppo economico dell’11 marzo 2008, modificato dal decreto 26 gennaio 2010.      riqualificazione-energetica-detrazioni-d

      Il valore massimo della detrazione è di 60.000 euro.
    • Installazione di pannelli solari per la produzione di acqua calda per usi domestici o industriali e per la copertura del fabbisogno di acqua calda in piscine, strutture sportive, case di ricovero e cura, istituti scolastici e università.

      Il valore massimo della detrazione fiscale è di 60.000 euro 
    • Installazione di pannelli solari per la produzione di acqua calda per usi domestici interventi di sostituzione di impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di caldaie a condensazione e contestuale messa a punto del sistema di distribuzione.

      Il valore massimo della detrazione fiscale è di 30.000 euro
    • Sostituzione di impianti di climatizzazione invernale con pompe di calore ad alta efficienza e con impianti geotermici a bassa entalpia.

      Il valore massimo della detrazione fiscale è di 30.000 euro
    • Interventi di sostituzione di scaldacqua tradizionali con scaldacqua a pompa di calore dedicati alla produzione di acqua calda sanitaria.

      Il valore massimo della detrazione fiscale è di 30.000 euro

    Alca Impresa, che opera su tutto il territorio nazionale dal 1964, è specializzata in riqualificazioni energetiche di edifici di ogni dimensione. Con un organico altamente specializzato ed aggiornato nel settore della bioedilizia, dell’impiantistica e della produzione di energia pulita da fonti rinnovabili, l’impresa si occupa prevalentemente di valorizzazione degli edifici esistenti attraverso interventi che ne assicurino il risparmio energetico. 


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    "Convento House" è una residenza ecosostenibile costruita nel cuore della foresta pluviale nei pressi di Chone, in Ecuador. A disegnarla è stato l'architetto ecuadoregno Enrique Mora Alvarado, il cui progetto ha previsto l'utilizzo esclusivo di materiali bio facilmente reperibili sul posto. Tra questi varie declinazioni di legname e soprattutto il bamboo, l'elemento cardine dell'intero edificio.

    MEDITARE NEL BOSCO: L'EDIFICIIO COSTRUITO NEL CUORE DELLA FORESTA

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    Seppur messa a repentaglio dalla sempre più impattante presenza umana, la Foresta Amazzonica è l’ultimo grande “polmone verde” del pianeta, la cui deforestazione è stata denunciata anche da un video shock. Estesa tra Brasile, Colombia, Perù, Venezuela, Bolivia e Ecuador, questa vasta distesa di oltre 7 milioni di kmq di superficie garantisce un approvvigionamento costante non solo di ossigeno, ma anche di legname ed altri materiali particolarmente affini all’architettura ecosostenibile.

    Da questa premessa muove un interessante progetto di edilizia residenziale inaugurato di recente in Ecuador, a Convento, nei pressi di Chone. L’edificio in questione è la “Convento House”, residenza di 125 mq disegnata dall’architetto ecuadoregno Enrique Mora Alvarado in un’area rurale punteggiata di montagne, lambita da un torrente, circondata da un’impenetrabile distesa di foresta pluviale. Eccezion fatta per le fondazioni in cemento, l’intera struttura portante è stata realizzata in bamboo, un materiale delle enormi potenzialità elastiche, oltre che facilmente reperibile in loco a costi molto contenuti.

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    PERCHè IL BAMBOO 

    La scelta del bamboo è stata dettata da una serie di fattori: dalla volontà di integrare nel miglior modo possibile l’edificio nel contesto circostante, alle difficoltà che sarebbero sopraggiunte nel far pervenire materiali dall’esterno in un luogo servito a malapena da qualche strada comunque impraticabile per buona parte della stagione delle piogge. Grande attenzione, inoltre, è stata prestata all’aspetto economico, un requisito imprescindibile per un progetto il cui budget complessivo ammontava a $ 15.000.

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    A comporre la struttura sono più di 900 canne di bamboo di diametro differente, oltre ad 8 tronchi di alloro e a tamponamenti in legno di vario spessore. In fase di progettazione, tecniche tradizionali e accorgimenti architettonici tipici di quest’area dell’Ecuador sono stati integrati dalle ultime considerazioni in fatto di sostenibilità, così da stabilire un dialogo tra architettura vernacolare e contemporanea.

    IL PROGETTO DELLA CONVENTO HOUSE

    Il risultato è stato un fabbricato distribuito su un unico livello sopraelevato dalla quota del terreno, così da favorire la circolazione dell’aria al di sotto del solaio e scongiurare il rischio allagamenti durante la stagione umida. In pianta la residenza è suddivisa tra un’ampia zona giorno, che incorpora la funzioni di sala e cucina, e una zona notte dotata di tre camere da letto disposte su due lati e una terrazza d’angolo. A separare le due aree è uno spazio prettamente sociale, completamente aperto, permeabile nei confronti dell’ambiente circostante che “penetra” all’interno sotto forma di rigogliosi giardini pensili. In questa specie di atrio di ingresso si trovano anche alcune amache, elementi caratteristici della vita quotidiana ai tropici.

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    Dal punto di vista tecnologico non mancano gli aspetti interessanti. Le colonne sono state ottenute accorpando più canne di bamboo l’una con l’altra, mentre il solaio di copertura presenta un duplice rivestimento in lamiera zincata all’esterno e in stuoie di bamboo di piccolo diametro all’intradosso. I tamponamenti esterni constano di tasselli di legno accostati con distanza variabile a seconda del grado di permeabilità di ciascun ambiente, mentre porte e finestre sono quasi totalmente apribili per favorire l’interazione con l’esterno.

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    LA FUNZIONE DIDATTICA DEL CANTIERE

    In fase di cantiere, le difficoltà logistiche intrinseche al sito e la mentalità degli abitanti non hanno rappresentato degli ostacoli, bensì degli spunti tesi al raggiungimento di un risultato migliore. In tal senso l’abilità dell’architetto, un ruolo quasi totalmente sconosciuto agli occhi degli abitanti di un villaggio dove la maggior parte delle case è stata costruita dagli stessi proprietari, è stata di aprirsi nei confronti della cultura progettuale endemica, assorbendola e ristrutturandola secondo regole chiare e precise. Per questo la “Convento House” ha rappresentato un’esperienza didattica, formativa per tutte le componenti, nonché un progetto pilota potenzialmente replicabile a costi contenuti in tanti altri villaggi analoghi.

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