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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    La riduzione delle dispersioni di calore, obiettivo di una progettazione architettonica orientata alla sostenibilità, passa anche per i serramenti. Così come le parti opache dell’involucro edilizio infatti, anche i serramenti devono essere progettati, prodotti ed installati in modo da essere efficienti e ridurre le dispersioni di calore

    LA CORRETTA PROGETTAZIONE DEI SERRAMENTI

    Per progettare correttamente i serramenti occorre valutarne diversi fattori tra cui tipologia, forma, dimensioni, posizione ed orientamento.

    I serramenti si dividono in diverse tipologie a seconda che la principale funzione svolta sia di illuminazione naturale, vista esterna o ventilazione naturale. In base a ciò se ne regola la dimensione, forma e posizione.

    La dimensione minima delle finestre è dettata dal’articolo 5 del Decreto Ministeriale Sanità 5/7/75 che stabilisce un fattore medio di luce diurna degli ambienti superiore al 2%. Percentuali superiori sono consigliabili nel caso di finestre panoramiche e vetri particolarmente ben isolanti e schermati in estate.

    In base alla loro forma, le finestre si dividono in orizzontali e verticali. Le prime sono favorite quando si preferisce un illuminamento degli ambienti costante durante la giornata, la seconde quando si vuole valorizzare la vista verso l’esterno. 

    Esistono poi finestre alte, intermedie e basse, a seconda della loro posizione sulla parete. Le finestre alte favoriscono l’illuminazione, quelle intermedie, più diffuse in ambito residenziale, la vista esterna. Quelle basse sono poco utilizzate.

    Infine, ma non meno importante, l’orientamento dei serramenti, che può influenzare significativamente il benessere negli ambienti. In generale, considerate le condizioni al contorno (clima, edifici limitrofi...), si consiglia avere aperture grandi e ben schermate a sud, e piccole e poco numerose a nord.

    È poi estremamente importante progettare il serramento in modo da evitare possibili ponti termici causati dalla giunzione con il davanzale ed il cassonetto dell’avvolgibile. Un serramento progettato bene, realizzato con materiali di qualità e tecnologie tali da limitare le dispersioni, rischia di aprire una corsia preferenziale per il passaggio di calore se non è ben integrato nel sistema edilizio.

    Affinché il sistema finestra sia energeticamente efficiente e contribuisca al miglioramento della qualità dell’abitare, deve essere a taglio termico e deve avere un telaio che abbini preferibilmente diversi materialicome legno ed alluminio.

    IL SISTEMA FINESTRA ALLUMINIO E ALLUMINIO-LEGNO

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    Per rendere efficiente il sistema finestra si adotta spesso un telaio realizzato in materiali misti. Il sistema finestra che associa le proprietà dell’alluminio a quelle del legnoè tra gli accoppiamenti più riusciti. Consente di godere del calore del legno all’interno e di tutti i vantaggi strutturali e di resistenza agli agenti atmosferici delle finestre moderne in alluminio. 

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    PFT Hevo, azienda con esperienza più che ventennale nel settore dei serramenti, ha progettato e distribuisce HEVO 62 Wood, un sistema finestra in Alluminio - Legno a taglio termico che, come gli altri prodotti della serie, ha un inconfondibile design italiano. La caratterizzano infatti, oltre alle eccezionali prestazioni energetiche, la cura minuziosa del dettaglio e l’elevata qualità delle finiture, personalizzabili sia lato alluminio, con una vasta gamma di colori tra cui scegliere, sia lato legno, dove è possibile scegliere tra qualsiasi tipo di essenza.

    A livello ambientale, la forza delle finestre PFT Hevo non sta solo nella capacità di ridurre notevolmente gli scambi di calore, ma anche nella riciclabilità di tutti i componenti, aspetti che li rendono utili per ottenere crediti per i protocolli LEED.

     - le prestazioni energetiche dei serramenti PFT Hevo, testimoniate dai valori del parametro Uw, che variano tra 1.03 e 1.48 W/mqK (numeri eccezionali considerando il ridotto spessore dei profili) li rendono energeticamente efficienti;

    - la riciclabilità dei componenti  ha consentito di ottenere l’etichetta “Green Label”. Ha contribuito all’ottenimento della certificazione anche la provenienza riciclata sia dell’alluminio utilizzato in produzione che delle barrette a taglio termico. 


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    Il bambù, sin dai tempi di Confucio, oltre ad essere considerato “l’acciaio vegetale”, continua ad essere la musa ispiratrice di architetti di tutto il mondo nella concezione di geometrie leggere, resistenti e deliziosamente insolite. Vi proponiamo alcuni esempi internazionali - dai pionieri della sperimentazione di materiali non convenzionali agli innovatori contemporanei - dove le mirabolanti proprietà fisico meccaniche della graminacea, sono state riscontrate nelle forme da critici raffinati e da appassionati di architettura.

    LE CARATTERISTICHE DEL BAMBÙ PER LE COSTRUZIONI

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    Le mirabolanti proprietà del bambù

    Seguendo il ragionamento dell’architetto statunitense J.E. Gordon - pubblicato nel suo libro The Science of  Structures and Materials - possiamo comprendere le ragioni per le quali il bambùè stato definito come “l’acciaio vegetale”. Per quantificare l’efficienza a compressione, quindi per comparare tra di loro diversi tipi di materiali da costruzione, Gordon ci suggerisce di usare un coefficiente, ottenuto manipolando algebricamente la formula di Eulero per il calcolo del carico “P” di punta (di elementi strutturali snelli). In altri termini, nella valutazione di un materiale, oltre alle caratteristiche estetiche, è cruciale il rapporto tra densità “ρ” e la radice quadrata del modulo di elasticità “E”. In ultima analisi, ci basterà usare la formula semplificata: √E / ρ.

    Dalla seguente tabella comparativa delle resistenze meccaniche a compressione si evince che il bambù consente di realizzare strutture eccezionalmente leggere, ovvero minimizzando la quantità di materiale a parità di resistenza meccanica rispetto ai materiali convenzionali come: l’abete rosso, l’alluminio, il Kevlar e l’acciaio. Tale criterio progettuale risulta estremamente sostenibile, ovvero diametralmente opposto a quello, da tempo consolidato, di sovradimensionare le strutture aggiungendo molto materiale rispetto al quale poi vengono anche computate le parcelle dei progettisti! Ritornando al nocciolo della questione, possiamo tranquillamente affermare che la resistenza agli sforzi dipende dalla struttura intrinseca, interatomica, del materiale e dunque non solo dalla geometria della sezione resistente (o momento d’inerzia). Con l’analisi fotoelastica di modelli trasparenti, bidimensionali o tridimensionali, di sezioni strutturali soggette a carichi statici in zone ben definite, è possibile distinguere le aree che non lavorano, o scariche, che non inficerebbero la stabilità della struttura se venissero eliminate.

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    La notevole resistenza del bambù, aggiunta al suo facile ed economico reperimento, spiegano il perché durante le due grandi guerre mondiali, ovvero in tempi di autarchia, in Giappone si costruirono aerei ultraleggeri in maglie reticolari in canne di bambù e pannelli in legno. I primi pannelli in multistrato di bambù, invece, si costruirono a partire dagli anni '40 in Cina, uno dei maggiori coltivatori di questa graminacea. Pur essendo quest’ultima un’erba e non un albero contiene un’elevata quantità di lignina, pari al 25% della sostanza secca, ricordiamo che il legno da costruzione ne contiene il 28% .

    Richard Buckminster Fuller 

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    L’architetto statunitense Richard Buckminster Fuller (Massachusetts: 1895-1983) focalizzò i sui esperimenti sul bambù in quanto, essendo una risorsa rapidamente rinnovabile ed economica, lo riteneva la migliore alternativa sostenibile, quindi un materiale da costruzione ideale al quale ispirarsi per progettare massimizzando il rapporto tra resistenza e massa. Per tali motivi, Fuller è ancora oggi considerato un visionario e pioniere della sperimentazione di strutture leggere tese al raggiungimento della perfezione sviluppata da Madre Natura mediante il processo di selezione. Profondamente consapevole delle risorse limitate del nostro Pianeta, egli dedicò gran parte della sua carriera ad inventare abitazioni sostenibili universali. Ideò una cupola geodetica per risolvere la crisi degli alloggi del dopoguerra influenzando molti strutturisti dell’epoca ma anche odierni. Egli stesso sperimentò, assieme alla sua famiglia, il comfort della geodetic dome a Carbondale vivendoci per diversi lustri. Dal disegno e dalle foto, qui pubblicate, possiamo farci un’idea di quanto fosse avanguardistico il suo progetto a quei tempi.

    Grazie al restauro messo a punto dal gruppo RBF Dome NFP, la casa di Fuller esiste ancora oggi, registrata come monumento storico nazionale è quindi aperta al pubblico per essere studiata. Nel 1986, la concezione tecnologica di Fuller influenzò il brevetto industriale della American Ingenuity di Rockledge, conseguito in Florida per la costruzione di una cupola geodetica in cemento armato, caratterizzata dalla particolarità di essere sostenuta da pannelli triangolari laminati in EPS e rivestita internamente con cartongesso. Il brevetto sostanzialmente riguardava un sistema di prefabbricazione completo di un kit per l’autocostruzione semplice, veloce e relativamente economica, da parte dell’utente della propria casa geodetica.

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    Frei Paul Otto 

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    L’architetto e ingegnere strutturista tedesco Frei Paul Otto (Chemnitz: 1925) dopo la seconda guerra mondiale -durante la quale prestò servizio come pilota di caccia della Luftwaffe- riprese i suoi studi universitari e trascorse qualche tempo negli Stati Uniti, dove lavorò come docente entrando in contatto con i padri dell’architettura moderna come: Frank Lloyd Wright, Mies van der Rohe e Buckminster Fuller. Nel 1964 fondò l'Istituto per le strutture leggere (IL) presso l'Università di Stoccarda, dove iniziò ad analizzare le proprietà del bambù. La sua ricerca culminò con la pubblicazione, nel 1985, del libro IL 31 Bamboo. Grazie alla progettazione della straordinaria tensostruttura del parco inaugurato nel 1972 a Monaco di Baviera per i Giochi olimpici estivi il tecnologo si è guadagnato l'attenzione internazionale. Come possiamo osservare nelle foto, la copertura è una maglia di cavi, previamente messi in tensione, avente un interasse di 75 cm, in entrambe le direzioni e angoli d’intersezione variabili per seguire le curvature.

    Arata Isozaki 

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    L’architetto giapponese Arata Isozaki (Oita: 1931) fu allievo del connazionale Kenzo Tange e nel 1986 vinse la medaglia d'oro al RIBA (Royal Institute of British Architects) Award. Nel 2005 a Milano inaugurò, insieme al suo socio Andrea Maffei, lo studio Arata Isozaki & Andrea Maffei Associati srl. Il suo miglior esempio di architettura ispirata al bambù è l'ingresso del Museo Nazionale d'Arte di Osaka, in Giappone, uno dei pochi che si trova completamente interrato e addirittura con alcuni piani al di sotto del livello dell’acqua. In fatti, il museo è situato a Nakanoshima, un’isola tra il fiume Dojima e il Tosabori a cinque minuti dal centro di Osaka. Lo studio Isozaki, ispirandosi alla forza vitale delle canne di bambù dei meravigliosi boschetti naturali trasformati in luoghi pubblici, grazie alla scultura nata dalla mano dell’italo-argentino Cesar Pelli, ha risolto in modo magistrale la necessità di richiamare l’attenzione dei visitatori sull’unica parte dell’edificio fuori terra, situata in un’area urbana definita e sovrastata da una cortina di edifici alti dai venti piani in su. La scultura è anche un marchingegno sofisticato in grado di portare luce ed aria fresca nei tre piani sotterranei. Sin da quando è stato inaugurato, nel 2004, il museo è diventato un’icona della città grazie all’originale, quanto inconfondibile, hall vetrata caratterizzata da un ardito intreccio di tubi in acciaio inossidabile, che raggiungono il picco massimo di 52 metri.

    Renzo Piano

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    L’architetto RenzoPiano (Genova: 1937) figlio di una famiglia di costruttori, si formò al Politecnico di Milano. La sua recente onorificenza di senatore a vita, come riconoscimento dello Stato per il suo operato di progettista internazionale, ci permette di affermare senza dubbi che è uno dei massimi esponenti dell’architettura italiana contemporanea. Grazie ai suoi tre studi a: Genova, Parigi e New York è dunque un’importante esempio soprattutto per i giovani architetti di tutto il mondo. Ricordiamo lo studio di un nodo per unire otto canne di bambù, il quale probabilmente gli servì per mettere a punto il disegno di travi strutturali da utilizzare nei suoi progetti come ad esempio il Centro nazionale di arte e cultura Georges Pompidou Beaubourg inaugurato nel 1977 a Parigi, l’opera che lo ha lanciato sul palcoscenico internazionale grazie alla co-progettazione con l’architetto inglese Richard Rogers. Forse, tra i numerosi esempi d’ispirazione alla leggerezza del bambù, quello migliore è il Centro culturale Tjibaou, realizzato nel 1998 a Nuova Caledonia un’isola del Pacifico. Il centro culturale si articola in tre villaggi per un totale di dieci "capanne" allineate e affacciate sulla baia. Tutte sono realizzate con centine e listelli in legno assemblati in modo da evocare gli intrecci delle fibre vegetali che caratterizzano le costruzioni locali, ma hanno dimensioni diverse.  La struttura curva del guscio traforato è realizzata in doghe di iroko, le quali, al passaggio del vento, emettono un fruscio simile a quello che si ascolta passeggiando nei boschetti di bambù.

    John McAslan & Partners

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    L’architetto scozzese John McAslan (Glasgow: 1954) si formò all'Università di Edimburgo, dove conseguì un Master in Architettura nel 1977. Negli USA, lavorò nello studio Cambridge Seven Associates e successivamente in quello di Richard Rogers & Partners. Sin da quando ha fondato, nella seconda metà degli anni ‘90, il proprio studio, John McAslan + Partners, ha ricevuto la bellezza di 75 premi internazionali di design. Tra questi, egli annovera 15 riconoscimenti solo dal RIBA, sia per progetti nazionali che internazionali. L’opera che più ricorda la vitalità delle sinuose canne di bambù è la copertura mozzafiato dell’ottocentesca stazione dei treni, la King’s Cross, disegnata da Lewis Cubitt. Il nuovo progetto, secondo il concorso, prevedeva un accurato restauro della stazione originale con il rifacimento della copertura vetrata e la sostituzione dell’angusta estensione alla vecchia stazione, costruita negli anni 70, con una piazza di circa 7.500 metri quadrati di ampio respiro per una fruibilità più fluida dei 150.000 viaggiatori che vi transitano quotidianamente. Riaperta al pubblico nel 2012, la rinnovata stazione dei treni rappresenta già un’importante icona della capitale, graficamente rappresenta una nuova porta d’ingresso, un nodo strategico del trasporto pubblico multimodale, che la collega: alla stazione di St. Pancras, ai servizi della Thameslink, alla metropolitana di Londra e alle fermate dei taxi e degli autobus.

    Conclude la carrellata di architetture poetiche, non di certo esaustiva ma simbolica, un invito alla riflessione rivolto al progettista ecosostenibile e innovativo, suggerita da una citazione mediata dal mondo della pittura, ovvero tratta dalle memorie di uno dei più grandi ammiratori romantici, nonché magistrale interprete di Madre Natura:

    "Il giovane pittore deve diventare l’allievo paziente della natura, deve camminare nei campi con mente umile. A nessun arrogante è mai stato permesso di guardare la natura in tutta la sua bellezza – l’arte di guardare la natura è cosa da essere imparata quasi come l’arte di leggere i geroglifici egizi."
    John Constable
    (Regno Unito:1776 -1837) Lecture on Painting.


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    Che sia possibile fare arte con pochi elementi e senza spendere molto è ormai risaputo; che si possa creare arte architettonica a basso costo invece, è un fatto piuttosto discutibile. In molti negli ultimi decenni hanno rivoluzionato il concetto di architettura, proponendo le più svariate soluzioni costruttive ed elementi artistici derivati da rifiuti, scarti, e materiale povero. Marco Casagrande, architetto quarantatreenne finlandese si sta distinguendo nel panorama architettonico grazie al suo approccio fortemente artistico e concettuale, sorprendentemente ricco di elementi e materiali naturali

    Tra questi suoi progetti, alcuni attirano particolarmente l’attenzione, per via della curiosità che suscitano nello spettatore e la perfetta mimesi nel contesto in cui sono inseriti.

    SCULTURA AMBIENTALE: LA GALLERIA DI CINO ZUCCHI A LUGANO

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    Sandworm – Il verme della sabbia

    L’installazione del “Sandworm”è situata in località Wenduine, area costiera del Belgio che si affaccia sul Mare del Nord, commissionata per la quarta edizione della “Triennale di Arte Contemporanea sul Mare” del 2012. Sulle dune della lunga spiaggia della città di De Haan, quasi mimetizzata si scorge una struttura composta di rami di salice intrecciato, che vanno a comporre una struttura organica che rappresenta un percorso, ma anche un luogo di sosta e relax. Questa particolarissima forma di architettura, che potremmo definire “effimera” per via della sua durata nel tempo, è lunga 45 metri, larga ed alta 10.
    La sua costruzione ha richiesto quattro settimane e la tecnica di costruzione si rifà alla tradizione locale della lavorazione di sabbia e rami di salice. L’architetto definisce la sua opera come una “architettura debole, una struttura costruita dall’uomo e che si propone di diventare parte della natura tramite la sua flessibilità e presenza organica”. I giochi di ombra e luce all’interno rendono questa struttura davvero spettacolare per chi percorre “il Verme” o per chi si ferma per un pic-nic al suo interno, e dimostrano una sensibilità dell’architetto fuori dal comune ed ormai ampiamente riconosciuta nell’ambiente architettonico.

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    Simile per concetto e forma è da citare il progetto CICADA dello stesso architetto, costruito a Taipei, Taiwan: la struttura è in bambù intrecciato, la pavimentazione composta da macerie di cemento ed i focolari e le relative sedute sono in acciaio.

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    Oystermen – I pescatori di ostriche

    Anche in questa occasione l’architetto omaggia e valorizza la tradizione e la cultura del sito in cui installa la sua opera e lo fa nuovamente con un percorso. “I pescatori di ostriche” sono delle installazioni sperimentali sul litorale di Kinmen Island, in Taiwan. Le sagome umane sono alte 6 metri dal livello della sabbia durante la bassa marea, ma durante l’alta marea la loro altezza scende sino ai 3 metri. Durante questi moti di marea le ostriche si depositano ai piedi delle sagome ed i loro cappelli contengono dei collettori solari che si caricano al sole e permettono di illuminare il percorso durante le ore notturne.

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    Il pensiero dell’architetto Marco Casagrande è perfettamente coerente con i suoi progetti e rispecchia i concetti espressi dalla sua architettura: è possibile progettare e costruire con materiali poveri, nel pieno rispetto dell’ambiente ed enfatizzando la cultura e la storia dei luoghi in cui si costruisce, dando valore aggiunto a località di per sé spettacolari, arricchite da forme artistiche umili e ben integrate nel panorama.

    Progettare non è sufficiente. Il progetto non deve sostituire la realtà. L’edificio deve nascere dal contesto; deve reagire al suo ambiente, deve riflettere la vita e deve essere vivente esso stesso, come ogni altro essere vivente. […] L'ambiente costruito dall’uomo è un mediatore tra la natura umana e la natura stessa. Per far parte di questo, l'uomo deve essere debole”. (Marco Casagrande)

     


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    In Gazzetta Ufficiale del 10 dicembre 2014 è stato pubblicato il decreto legislativo n. 178 che contiene le norme attuative in tema di commercio, importazione ed utilizzo di legname certificato nel panorama delle costruzioni italiano.

    Con l’entrata in vigore del decreto, il giorno di Natale, l’Italia si allinea agli altri paesi europei che avevano già legiferato in tema di legname da costruzione illegale.

    L'USO DEL LEGNO IN ARCHITETTURA PUÒ SALVARE I BOSCHI

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    EVOLUZIONE NORMATIVA

    Tale decreto attua le norme dei precedenti regolamenti comunitari del 2005 e del 2010.

     Il regolamento del 2005 prevede un sistema di certificazioni FLEGT per la classificazione del legname e per garantire la completa tracciabilità e trasparenza delle operazioni commerciali.

    La norma del 2010, denominata EUTR ovvero European Union Timber Regulation, mette a punto il sistema di certificazione del precedente regolamento europeo e attua misure aggiuntive al fine di contrastare il disboscamento e il taglio illegale di legname da costruzione, proveniente da paesi extraeuropei ma anche dall’interno del territorio dell’UE. (www.corpoforestale.it)

    IL NUOVO DECRETO

    Il decreto legislativo individua il MiPAAF, Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, quale autorità nazionale competente preposta all'attuazione dei due regolamenti descritti.

    Il MiPAAF e il Ministero dell’Ambiente collaboreranno poi alla creazione di una consulta permanente per raccogliere in modo costante gli interessi pubblici e collettivi sull’argomento.

    I controlli sul campo saranno poi delegati al corpo forestale dello Stato.

    Nello specifico il decreto n.178 di recente pubblicazione contiene alcuni punti fondamentali:

    • Istituzione di un registro degli operatori del campo delle costruzioni in legno;
    • Sanzioni pecuniarie e penali per chi utilizza legname non certificato con il sistema FLEGT previsto dal regolamento del 2005;
    • Partecipazione delle amministrazioni e dei portatori di interesse alle attività connesse all'attuazione dei regolamenti tramite l’attività della consulta permanente;
    • Promozione di accordi volontari di partenariato con Paesi terzi;
    • Realizzazione di banche dati.

    (Gazzetta Ufficiale)

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    Il Ministro Martina dichiara in merito: “Il Governo si è impegnato già da maggio sul fronte del contrasto al commercio illegale di legno - ha dichiarato Martina - e ora, dopo aver effettuato il necessario passaggio parlamentare, entriamo nella fase operativa. Dobbiamo arginare un fenomeno che impatta negativamente sull'ambiente e sulla nostra economia”.

    Anche le associazioni ambientaliste hanno accolto favorevolmente il provvedimento.

    “Si tratta di un provvedimento che attendevamo da tempo e con il quale l’Italia si rimette al passo con il resto dell’Europa”, ha commentato Ermete Realacci, presidente della VIII Commissione Ambiente della Camera.


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    In un ex magazzino della Danimarca, ristrutturato e arredato con materiali e componenti ecocompatibili, è stata avviata un’originale attività di Street Food.

    Tradotto in italiano sarebbe “cibo di strada”, ma lo Street Food è molto di più: nella cultura popolare moderna è divenuto ormai un vero e proprio simbolo della tradizione culinaria che associa esigenza del contemporaneo e modernità. In Danimarca questa nuova concezione del cibo si è già fatta ampiamente largo nella mentalità collettiva, arrivando a insediarsi in pianta stabile grazie ai consensi di acquirenti di tutte le età.

    COPENHAGEN: I PROGETTI PIÙ BELLI DELLA CITTÀ PIÙ SOSTENIBILE DEL 2014

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    Copenhagen Street Food

    Il Copenhagen Street Food si trova sull’isolotto Papirøen (vicino al distretto di Christiania) ed è un mercato dove si può sostare su sdraio allestite appositamente al sole, si possono ascoltare performance musicali ma soprattutto si possono trovare quaranta food trucks, che propongono dal classico fish and chips britannico alle specialità caraibiche, passando per pizza, hot dog, sushi e tanto altro.

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    Il recupero e la riconversione della vecchia area industriale

    Il Copenhagen Street Food nasce sulle ceneri di un vecchio magazzino per lo stoccaggio della carta e in un luogo in cui è prevista nei prossimi anni anche la realizzazione di un complesso immobiliare residenziale a completamento del recupero della zona. L’allestimento della nuova struttura per le nuove attività di street food, e quelle ad esso collegate, prevede arredi in materiale di riciclo e recupero, compresi dei vecchi container presenti nell’area e destinati ad essere smaltiti.

    Un’idea originale e a quanto pare ecocompatibile (visto il riciclo dello scarto) del grande spazio che contiene gli stand è stata quella di utilizzare su alcune pareti un rivestimento costituito dalle valve nere delle cozze che sono coltivate poco distanti dalla zona; purtroppo non si hanno notizie in merito all’effettivo risultato per quanto riguarda l’isolamento delle pareti.

    Economicità ed ecosostenibilità dei prodotti

    I prezzi sono assolutamente modici per gli standard della capitale danese (un piatto completo costa al massimo 10 euro). Particolare attenzione è data all’ecosostenibilità dei prodotti venduti tutti di origine e qualità controllata. Bar, coffee wagon e punti di degustazione per il vino, gli champagne, i drink e i cosiddetti soft-beverage: la maggior parte delle bevande di origine bio.

    Gli ideatori di Copenhagen Street Food,  Jesper Møller e Dan Husted, hanno voluto creare un luogo in cui giovani cuochi e imprenditori possano avviare la propria attività di ristorazione con un budget iniziale estremamente basso, riuscendo a trovare la clientela interessata ad un determinato stile culinario e confrontandosi con altri colleghi, il tutto prima di investire in un locale proprio.

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    Curiosità

    L’associazione Copenaghen Street Food, che cura questo progetto in itinere, utilizza i profitti per la conservazione dell’allevamento biodinamico Thorshøjgaard di Niels Stokholm, che pare essere uno degli ultimi allevatori rimasti di bovini rossi tipici della Danimarca.


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    In un’ottica di sostenibilità, o più semplicemente da un punto di vista etico, il recupero degli edifici è uno degli approcci più convenienti e logici, eppure ogni giorno siamo testimoni di quanto patrimonio storico sia abbandonato o non adeguatamente sfruttato nelle città e nei paesi in cui viviamo. Si nota in linea generale un atteggiamento di totale disinteresse rispetto ad edifici (storici e non) spesso fatiscenti o mai completati; completati e mai utilizzati o più frequentemente in disuso, abbandonati e bersaglio facile per i vandali.

    Nonostante ciò crescono a dismisura le gare d’appalto per costruire nuovi complessi residenziali, strutture sportive o industriali: nuovi edifici spuntano come funghi da un giorno all’altro, senza mai considerare che un edificio da restaurare o rifunzionalizzare possa essere decisamente più vantaggioso. Certo, non in tutti i casi il discorso convenienza è applicabile, ma poter usufruire anche solo di una parte di questo patrimonio sarebbe comunque un grande traguardo ed un miglioramento che andrebbe a discapito di un’incontrollata lottizzazione di aree naturali incontaminate.

    IL RECUPERO DI EDIFICI DISMESSI: ADOTTA UNA STAZIONE

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    Vi sono però alcuni casi esemplari, che dimostrano come un corretto approccio progettuale possa rendere vantaggioso il recupero di strutture in disuso o mai completate.

    EX FABBRICA DAMIANI A NAPOLI

    In questo caso un ex complesso industriale, in zona Ponti Rossi a Napoli, è stato convertito in un complesso residenziale di grandi dimensioni, comprendente diverse tipologie abitative tra cui duplex, triplex e piccole aree verdi.

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    È stata così recuperata un’area urbana in disuso, permettendo una sua rivitalizzazione, riqualificazione e valorizzando contemporaneamente l’intera zona.

    Gli edifici ed il loro stato di conservazione infatti, inficiano sulla vivibilità e sulla percezione che gli abitanti hanno del luogo in cui vivono, più di quanto ci si possa immaginare: basti pensare alle innumerevoli proteste relative alla presenza di complessi industriali abbandonati ed ecomostri in zone paesaggistiche sensibili, che danneggiano il valore naturalistico delle aree stesse.

    COMPLESSO PALAZZO ROCCA-SAPORITI A REGGIO EMILIA

    Esempio ancor più emblematico di quanto sia importante sfruttare il grande patrimonio edilizio a nostra disposizione è il complesso Palazzo Rocca-Saporiti a Reggio Emilia, complesso dal notevole valore storico e culturale. Il progetto di riuso ha previsto la conversione di vecchi spazi per ottenere una vasta gamma di funzioni e servizi: studi ed uffici, aree per lo studio, ma soprattutto la biblioteca ed emeroteca scientifica, oltre ad altri servizi tecnologici.

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    In questo caso non solo si è recuperato un edificio storico dal valore fortemente identitario, ma si è ottenuto un importante servizio per la città, donando nuova vita ad un vecchio edificio e fornendo un importante esempio di come un rispettoso approccio in chiave di restauro/riuso possa modernizzare, senza snaturare, un complesso antico che non avrebbe mai potuto fornire un apporto così importante alla città in condizioni di abbandono. Altra nota positiva è la presenza di una grande area verde che circonda il Palazzo, ulteriormente valorizzata ed utilizzabile.

    Questi sono solo due casi e vi sono sicuramente esempi più significativi ed esemplari, ma l’insegnamento che si può trarre è che è possibile valorizzare e rivitalizzare non solo un edificio, ma un’intera area urbana, creando possibilità di lavoro, fornendo importanti servizi o nuovi complessi abitativi in zone ormai sature, senza dover occupare ulteriormente aree urbane o di interesse naturalistico, ottenendo al contempo notevoli vantaggi sotto tutti i punti di vista.


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    Lungo la strada forestale che collega Coi, piccolo paesino abbarbicato sulle Dolomiti bellunesi in val Zoldana, ai pascoli di alta quota sulle pendici del monte Pelmo è situata la “Casera Gianin”. In origine era un semplice ricovero per pastori come ce ne sono tanti nella zona abbandonati da anni, oggi è un bivacco. Lo studio di architettura Clinicaurbana ha curato la ristrutturazione dell’edificio mantenendo la struttura e i materiali originari.

    IL RECUPERO DEL RIFUGIO DI EL BOSQUET IN SPAGNA

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    IL PROGETTO DI CASERA GIANIN

    Il volume dell’edificio è costituito da un modesto parallelepipedo addossato al pendio della montagna con una copertura a doppio spiovente per agevolare lo scivolamento della neve ed evitare il sovraccarico della struttura del tetto dato che queste zone sono soggette a nevicate copiose. Gli spazi interni si articolano su due livelli: il piano terra è in pietra e ospita in un unico ambiente la zona giorno, mentre il primo piano è in legno e accoglie la zona notte.

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    La prima questione affrontata dai progettisti in questa ristrutturazione è stata quella relativa ai problemi d’infiltrazione dell’acqua sia dal sottosuolo e dal terreno su cui si appoggia un lato del bivacco, sia dal tetto. Un vespaio in ghiaia grossa è stato realizzato per separare il piano di calpestio del piano terra dal suolo e uno scavo per il drenaggio è stato creato a ridosso della parte limitrofa al terreno. Il manto di copertura in lamiera, che aveva sostituito quello originale e che era ammalorato, è stato ripristinato con uno in scandole di larice tipiche della zona.

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    Gli interni sono semplici ed essenziali e i materiali utilizzati sono legno non trattato e pietra. Un enorme focolare posto al centro della stanza al piano terra garantisce il riscaldamento dell’intero bivacco e offre anche la possibilità di cucinare pasti caldi. L’isolamento termico del primo piano è stato realizzato attraverso la posa in opera contro i muri in legno esistenti di lana di roccia rivestita in doghe di larice.


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    È stata presentata il 20 Gennaio a Milano la nuova edizione della fiera Klimahaus di Bolzano, in programma dal 29 Gennaio al 1 Febbraio. L’appuntamento annuale è ormai diventato punto di riferimento a livello europeo in tema di edilizia sostenibile, efficienza e risparmio energetico. Le aziende altoatesine hanno infatti raggiunto livelli molto elevati di specializzazione in questo campo, diventando leader nel settore delle costruzioni.

    KLIMAHAUS E IL PROTOCOLLO CASACLIMA “R”

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    Ha presentato l’evento il direttore di FieraBolzano unitamente all’ing. Norbert Klammsteiner dello studio Energytech, specializzato in realizzazione di impianti e l’ing. Antonio Albo, direttore tecnico di LegnoLegno, consorzio nazionale dei serramentisti.

    Queste due figure professionali sono emblematiche dei due filoni espositivi presenti in fiera: da un lato l’esposizione riguardante i prodotti e le tecniche innovative per l’involucro edilizio e dall’altro la presentazione delle tecnologie impiantistiche.

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    KLIMAHAUS EDIZIONE 2015

    L’edizione Klimahaus 2015 presenta, così come le precedenti, le eccellenze italiane e straniere nel campo della realizzazione di edifici ad alta efficienza energetica.

    L’esposizione è divisa, all’interno del tema “Costruzione di edifici” nei seguenti settori:

    • Finestre termoisolanti
    • Porte e portoni termoisolanti
    • Isolamento termico
    • Elementi per prefabbricati
    • Coperture e tetti
    • Strutture verticali e orizzontali
    • Risanamento
    • Facciate ventilate

    La tematica generale “Tecnologia dell’edificio” presenta invece questi settori:

    • Riscaldamento, ventilazione e raffreddamento
    • Energie rinnovabili
    • Sistemi di regolazione e misurazione

    Eventi collaterali all’esposizione sono convegni, giornate di formazione, organizzazione di consulenze energetiche ai progettisti interessati e “Enertour”, ovvero visite guidate a edifici a diversa destinazione funzionale certificati in classe A o superiori dall’Agenzia CasaClima e che presentino aspetti interessanti ed emblematici per lo studio dell’efficienza energetica.

    Al centro dell’attenzione è il convegno di due giornate, organizzato in collaborazione con l’Agenzia CasaClima dal titolo “Costruire con intelligenza”.

    Parteciperanno all’evento grandi nomi dell’architettura internazionale come Mario Cucinella, che aprirà il congresso con un intervento dal titolo“Architettura sostenibile: un cambiamento rivoluzionario” e il dr.Wolfgang Feist, direttore del Passiv Haus Institut, conosciuto universalmente come “padre della casa passiva”.


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    Nel Sud della Germania, dall’inizio degli anni ’90, la città di Friburgo ha identificato nel green building uno dei pilastri della sostenibilità. Politica, ricerca, imprenditoria e società civile hanno infatti concorso a rendere la città un luogo di grande innovazione edilizia e polo di attrazione per professionisti di tutta Europa. Dalla costruzione dei primi edifici sperimentali e la diffusione sempre più frequente di case a basso impatto energetico, si è arrivati all’obbligo dello standard di casa passiva per tutti gli edifici residenziali a partire dal 2011. Tale evoluzione ha avuto inoltre un grande impatto anche su aspetti sociali, economici e urbanistici.

    Ci sono molte cose da vedere e da conoscere a Friburgo per i professionisti dell’edilizia sostenibile e della progettazione urbana, al punto che si può frequentare un seminario di aggiornamento professionale su questi temi.

    EDILIZIA SOSTENIBILE A FRIBURGO

    Gli eco-quartieri

    Vauban è il quartiere modello di pianificazione urbana degli anni ’90, sviluppato grazie a consapevolezza ambientale e partecipazione dei cittadini, oggi simbolo della città sostenibile e della sua alta qualità della vita. La piazza rappresenta il centro sociale e culturale del quartiere: oltre ai bambini che giocano sul selciato, grazie al divieto di circolazione per le automobili, più volte la settimana si riempie per eventi e mercatini rionali. E poi c’è Rieselfeld, un quartiere ad alta densità abitativa, ma a stretto contatto con la natura. Mentre al villaggio solare le case con lo standard Energie-Plus producono più energia di quanta ne consumano (e si tratta di edilizia popolare!).

    La prima casa multi-familiare passiva della Germania

    Si chiama “Wohnen un Arbeltein” (Abitare e Lavorare) ed è stata realizzata nel 1999 da un “Baugruppe” (gruppo di costruzione) composto da 16 costruttori privati e proprietari ha costruito la prima casa multi-familiare passiva della Germania. Il progettista è Andreas Delleske.

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    Riqualificazione sostenibile di edilizia popolare

    Weingarten è un quartiere costruito negli anni ’60-’70 e oggi abitato dalle classi sociali più svantaggiate. Grazie a un progetto di riqualificazione partecipata, Weingarten 2020, le associazioni di quartiere hanno potuto giocare un ruolo fondamentale . A Weingarten si può vedere l’edificio conosciuto a Friburgo come “Buggi 50”, il più alto edificio ristrutturato con standard passivo del mondo.

    SEMINARI DI AGGIORNAMENTO PROFESSIONALE

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    Grazie alla collaborazione tra la società italiana Punto 3 e l’agenzia per la sostenibilità friburghese Aiforia, è possibile accedere a un seminario formativo della durata di 3 giorni/4 notti sul tema dell’edilizia sostenibile, che si svolgerà a Friburgo dal 26 al 28 febbraio.

    I training sono una delle proposte realizzate nell’ambito dell’idea Study Visit Friburgo, che propone la città famosa per la sua sostenibilità a studenti di tutte le scuole, Università, gruppi, assessori e tecnici degli Enti Locali, professionisti e dirigenti d’azienda.

    Le guide sono esperti di sostenibilità, madrelingua italiani, che coinvolgono i principali interlocutori cittadini per raccontare come sono pensate e realizzate le buone pratiche di sostenibilità urbana (traduzione consecutiva dal tedesco o dall’inglese). Nei seminari si incontrano i progettisti, i direttori dei lavori, i responsabili dell’Ufficio Edilizia dell’amministrazione cittadina.

    Fino al 30 gennaio è possibile iscriversi con uno sconto del 15%, a 390 euro anziché 450.

    Scopri di più su Visit Study Friburgo.


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    Progettare un edificio efficiente e moderno, nel pieno rispetto dei criteri progettuali ecosostenibili, è già di per sé un traguardo importante. Riuscire ad inserirlo in mezzo ad un’area boschiva, senza abbattere nemmeno un albero integrandosi con la natura circostante, è decisamente eccezionale. Il progetto in questione è opera dello studio tunisino hk+b Architecture e vincitore del concorso indetto dal Ministero dell’Interno tunisino per la costruzione (attualmente in corso) di uffici per la “CPSCL Regional Agency” situata a Bèja.

    LA CASA DI LONDRA modellata intorno ad UN ALBERO

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    Il risultato ottenuto dallo studio di progettazione si fonda sulla volontà del team di realizzare un edificio che non alterasse la zona verde, ed offrire ai futuri dipendenti la possibilità di lavorare in un ambiente integrato nella natura. Altra fonte di ispirazione è sono stati i tetti spioventi della città, una peculiarità della regione.
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    Gli alberi presenti nell’area sono stati incorporati nell’edificio di circa 1800 metri quadrati, creando un’area verde interna, delimitata da un patio che attraversa il corpo dell’edificio a tutta altezza, sino alla copertura stessa e la cui posizione è stata dettata da quella degli alberi racchiusi al suo interno. La vegetazione inoltre permette di limitare la forte luce solare e mitigare la temperatura e l’umidità interna.

    L’edificio si distingue esteriormente per via dei lati nord e ovest opachi e caratterizzati dalla copertura spiovente; i lati sud-est con facciate in vetro per favorire l’ingresso della luce e copertura meno inclinata per ospitare i numerosi pannelli fotovoltaici per il fabbisogno energetico dell’edificio. Le facciate in vetro sono dotate di appositi fori per permettere la crescita della vegetazione tra l’interno dell’edificio e l’esterno, connettendo materialmente e simbolicamente l’edificio con l’ambiente in cui è inserito.

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    Immortalare la città di Napoli evidenziandone gli aspetti di smart city. Questo l’obiettivo del concorso fotografico Napoli Sm’Art organizzato dall’Associazione Culturale Mnèsicle per mostrare la capacità della città di ottimizzare le proprie risorse come solo una Smart City sa fare. Ambiente, economia, mobilità sostenibile, qualità della vita sono alcuni degli aspetti che si richiede di far trapelare dalle immagini.

    Abbiamo intervistato i due vincitori. Due, perché un contest smart non poteva non avere un vincitore decretato dalla giuria, e uno stabilito dal pubblico del web.

    LE CITTÀ PIÙ SMART D'ITALIA

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    LUIGI SCARPATO – SMART CROSS

    Luigi Scarpato, architetto napoletano e fotografo autodidatta, si è aggiudicato il primo posto della giuria con il suo scatto Smart cross. L’abbiamo intervistato per qualche curiosità sulla sua foto ed avere un suo parere su Napoli intesa come città smart.

    Napoli-smart-Luigi-Scarpato

    Sembra che la tua foto vincitrice risponda a tutti i requisiti della giuria. Quando hai scelto di partecipare al concorso Napoli Sm’Art, avevi già in mente una foto da proporre? Cosa ti ha convinto a scegliere di partecipare con quella vincitrice?

    Il bando di concorso mi ha lasciato spiazzato: trovavo il tema interessante ma non avevo idea di come rappresentarlo. Eppure l’avevo già fatto. Quella vincitrice infatti, è una foto che, insieme ad altre cinque delle tre che poi ho inviato, ho selezionato tra immagini che ho scattato in passato. Devo dire che quella che poi ha vinto era quella che mi convinceva di più. Più la guardavo e più la trovavo in tema, proprio per la presenza delle persone, su piani diversi, in direzioni diverse che però intrecciavano tra loro una seppur effimera e breve relazione.

    La stazione metropolitana di Napoli di Via Toledo è stata definita da molti la più bella del mondo. Dovendola immortalare in un tuo scatto, quale sua caratteristica o elemento enfatizzeresti?

    In verità qualche scatto l’ho già fatto, e gli elementi che più mi hanno colpito sono state le banchine dei binari con la loro precisa geometria data anche dal netto stacco tra luce e buio, oltre al famoso cannone o occhio luminoso che dal sottosuolo permette di vedere il cielo e il sistema di scale mobili per i loro fianchi luminosi.

    Pensare a Napoli come città smart, con tutti i problemi, anche legati al trasporto, che la attanagliano, non è semplice. Eppure la sua dinamicità e la rete delle sue infrastrutture sono state proprio l’oggetto della tua foto, e si sono dimostrate vincenti. In che modo, se l’ha fatto, il concorso Napoli Sm’Art ha contribuito a cambiare la tua opinione sulla città?

    Credo che Napoli sia sempre stata una città smart, ora sta imparando ad esserlo in modo diverso, tecnologico, e grazie alle nuove reti infrastrutturali le relazioni che i napoletani hanno da sempre saputo intrecciare tra loro e con la città non potranno trarne che beneficio.

    BRUNELLA IMPARATO – METRO-SINGERY-SUSTAINABLE

    Brunella Imparato, giovane architetto di Napoli, quotidianamente partendo dalla collina dei Camaldoli prende la metropolitana linea 1 ed in particolare scende alla fermata di Bovio. La routine giornaliera che la accomuna alla moltitudine di napoletani nell'uso della metropolitana le ha suggerito lo scatto fotografico. Fotografa autodidatta, asserisce che la professione di architetto abbia senza dubbio contribuito alla sua passione per la fotografia.

    Napoli-smart-Brunella-Imparato

    Ogni grande città smart che si rispetti è dotata di una rete metropolitana, suggerita in questa tua foto dal cartello con la lettera “M”. È stata questa la prima immagine a cui hai pensato quando sei stata chiamata ad immortalare il lato smart della città di Napoli?

    Sì. Il tema proposto dal concorso "Napoli Sm’Art" come da bando, intendeva “svelare e rendere riconoscibili i simboli e i segni di città intelligente che Napoli accoglie nella sua rete di infrastrutture materiali e che si intreccia con quelle immateriali, soprattutto con il capitale umano e intellettuale di chi le percorre”. Pertanto, il mio pensiero è subito volato alle nuove stazioni della metropolitana linea 1 come segno più tangibile della trasformazione "Sm’Art" che sta attualmente interessando la nostra città. La presenza della nuova linea  non rappresenta solo una dotazione di rete metropolitana, bensì un valore artistico aggiuntivo per Napoli a livello internazionale.

    "Metro – Sinergy - Sustainable" racchiude per me in una fotografia, il concept attuale di un progetto futuro per una Napoli totalmente "Sm’Art".

    Nella tua foto dei palazzi antichi fanno da sfondo ad un accesso alla metropolitana. Era tuo intento esaltare questa commistione antico-moderno, che a Napoli si avverte più che in altre città, quando hai scattato la foto? Credi abbia contribuito a fare leva sul pubblico che, numeroso, ha votato la tua foto sul web? 

    Esattamente. La mia fotografia vuole appunto cogliere il simbolo "metropolitano" della Nea-Polis, il segno di una Napoli "Sm’Art" emergente in un contesto storico densamente stratificato, esaltandone la coesistenza presente tra passato e futuro. In primo piano, la nuova stazione metro-arte "Università", sullo sfondo la città preesistente. Napoli, città dalle mille contraddizioni: dalla storica volumetria urbana della Camera di Commercio allo "imbuto metropolitano" trapunto di input sm’art che ci proiettano nelle viscere della città, verso veloci gallerie di trasporto sotterraneo, verso il futuro. Napoli, nel cuore e negli occhi di chi la vive: in uno scatto la nostra quotidianità, quella in cui forse si è riconosciuto il pubblico che numeroso sul web mi ha votato.

    Napoli è indubbiamente una città difficile, eppure così affascinante che non si può fare altro che amarla. Su quale aspetto, tipicamente napoletano, concentreresti i tuoi sforzi potendo trasformare Napoli in città del futuro per un giorno?

    Concentrerei sicuramente i miei sforzi sull’aspetto "car jamming" di Napoli con l’obiettivo di rendere la sua mobilità totalmente "Sm-art". Quale Architetto-Fotografa, immagino un progetto urbano che a partire dal Waterfront, vera e propria identità partenopea, trasformi, dalla piccola alla grande scala, l’intera città in una osmosi diretta terra-mare. Un progetto urbano integrato che punti alla mobilità sostenibile, alla presenza di aree verdi e all’impiego di energie rinnovabili, tale da elevare Napoli ad effettiva "Sea Sm’Art City".

    In ogni caso, continuerei a sensibilizzare il vero e proprio meccanismo propulsore di ogni trasformazione, l’opinione pubblica, magari mediante ancora una volta un concorso fotografico! 


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    L’architettura prende vita, gli involucri cambiano forma ed aspetto grazie alle innovazioni e alle tecnologie di ultima generazione. Un semplice sistema di oscuramento non sempre offre il grado di schermatura necessario agli ambienti interni di un edificio: le diverse orientazioni delle facciate, l’andamento giornaliero ed annuale del sole richiederebbero facciate che, ora dopo ora, mutino configurazione garantendo un ottimo microclima interno.

    Diversi professionisti si sono cimentati nella progettazione di elementi cinetici dell’involucro in grado di garantire un miglior comfort termoigrometrico e visivo all’interno degli edifici, vediamo qualche esempio!

    In copertina: L'Institut du Monde Arabe a Parigi, Jean Nouvel, foto © Peter Visontay

    FACCIATE DINAMICHE: LA DOPPIA PELLE IN VETRO CHE CAMBIA CON LA TEMPERATURA

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    ESEMPI DI PROGETTI CON FACCIATE DINAMICHE

    L'Institut du Monde Arabe a Parigi - Jean Nouvel

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    L’edificio si trova a Parigi, nel V Arrondissement, rappresenta la sintesi tra la tradizione araba e cultura architettonica occidentale. All’interno non ospita un semplice museo, bensì un vero e proprio centro culturale con sale espositive, una biblioteca, sale conferenza e spazi per spettacoli.  Jean Nouvel riesce caparbiamente a fondere insieme le due culture da un punto di vista architettonico unendo le forme più razionali tipiche dell’occidente e i motivi geometrici tipici degli edifici arabi. La facciata sud rappresenta un vero e proprio manifesto di questa fusione culturale. È costituita da 240 diaframmi in acciaio quadrati e poligonali che richiamano i motivi geometrici arabi. Grazie a dei sensori questi diaframmi si aprono e si chiudono nell’arco della giornata per garantire l’illuminazione naturale e l’ombreggiamento all’interno dell’edificio. Oltre a creare una facciata sempre in movimento, evocano una curiosa sensazione nel visitatore,sembra quasi ditrovarsi all’interno di un set in cui gli obiettivi delle macchine da ripresa si aprono e si chiudono. In questo modo la luce viene scissa in tanti fasci luminosi, di dimensioni variabili a seconda delle aperture,il che rende gli ambienti molto suggestivi. Anche qui il richiamo alla tradizione architettonica araba è voluto, la luce naturale ha un ruolo di primo piano in tutti gli ambienti.

    Il padiglione Quadracci al Milkwaukee Art Museum - Santiago Calatrava

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    Questo Padiglione, realizzato da Santiago Calatrava nel 2001, è un’aggiunta al già esistente padiglione del Museo d’arte di Milwaukee. La singolarità di questo edificio, oltre che dalla particolare forma, è data dall’involucro esterno costituito da 72 nervature metalliche che si aprono fino ad un’altezza massima di 60 metri. La loro funzione principale è di schermatura, ma il carattere scultoreo, tipico delle opere di Calatrava, fa si che non sia il classico brise soleil, piuttosto ricorda l’eleganza di un battito di ali. Così le nervature con un movimento coordinato, quasi coreografico assumono anche una valenza fortemente estetica. Di giorno si aprono per lasciar passare la luce solare, in tal modo gli ambienti si scaldano in modo passivo, mentre la sera o nelle giornate piovose si richiude a guscio come a voler proteggere l’edificio. L’effetto è di assoluta leggerezzae permette di renderesempre vario lo skyline di Milwaukee.

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    LA CINETICA: UN NUOVO MODO DI FARE ARCHITETTURA

    Volgendo uno sguardo al futuro sembra che l’architettura cinetica sia un nuovo modo di pensare gli edifici, alcuni progettisti ed artisti ne fanno il perno di tutti i loro progetti.

    Abu Dhabi Investment Council Headquarters - Aedads Architects and Arup Engineers

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    Le due torri gemelle ad Abu Dhabi  ospitano gli uffici di sedi finanziarie, raggiungo i 150 metri di altezza. Sono costituite da una doppia pelle:un primo involucro vetrato è protetto da un secondo costituito da pannelli mobili a nido d’ape ancorati alla struttura portante tramite elementi metallici. L’apertura e la chiusura di questi dispositivi serve per controllare e regolare la quantità di luce che entra all’interno dell’edificio, evitando il surriscaldamento e garantendo una migliore illuminazione naturale, con conseguente risparmio energetico. Anche in questo caso il meccanismo è ricercato anche da un punto di vista estetico. Grazie alla particolare conformazione assunta durante l’arco della giornata, non solo l’edificio sembra prendere vita, ma,grazie alla particolarità del design dei pannelli, la pelle esterna assume anche tridimensionalità. L’edificio, inoltre, è sostenibile anche grazie ad accurate scelte progettuali che hanno permessodi ridurre del 40% la produzione di CO2 nelle varie fasi di realizzazione dell’opera.Inoltre sono presenti impianti fotovoltaici per l’autoproduzione di energia ed aree verdi in copertura.

    One Ocean Pavillon Expo, Yeosu-Kr - Soma

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    Il Padiglione progettato da Soma a Yeosu nel 2012 vuole incarnare il tema principale dell’Expo “The Living Ocean and Coast". Ubicato sulle coste dell’oceano sembra essersi plasmato dallo stesso: forme curve continue come una superficie senza limite. Proprio a questo proposito la facciata principale, grazie ai dispositivi cinetici, richiama l’andamento sinuoso delle onde. Si fa manifesto di uno dei temi dell’Expo come l’uso responsabile delle risorse umane, che in tal caso viene espresso attraverso una facciata cinetica costituita da lamelle mobili, simbolo del progresso tecnologico intelligente, sensibile ai temi della sostenibilità e della bioclimatica, che permette di ottenere un risparmio energetico e di regolare l’entrata della luce diretta. Le lamelle creano un gioco di facciata che ha incuriosito molto i visitatori accompagnando la loro visita.

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    Q1 Thyssenkrupp quarter, Essen - JSWD Architekten + Chaix&Morel et Associes

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    L’edificio ospita le sedi e gli uffici di diverse aziende, nel quartier generale della ThysseKrupp a Essen in Germania. Inserito all’interno di un masterplan che vede diversi edifici connessi tra loro da un sistema di percorsi pedonali e da una vasta area verde. Il Q1 richiama l’attenzione su di sè grazie alla sua altezza e alla particolare forza espressiva. È un gioco di volumi e di vuoti, così come di materiali e contrapposizioni. All’interno i progettisti giocano con passerelle e doppie altezze, mentre all’esterno sembrano plasmare un cubo con sottrazioni e addizioni di materia. Il centro del cubo, totalmente vetrato, viene inquadrato da una cornice fatta di brises soleil cinetici.Costituiti da pannelli di forma triangolare ciascuno composto da lamelle. Un totale di quasi 400 mila lamelle in acciaio inossidabile che cambiano conformazione spaziale a seconda della posizione del sole, filtrando la luce diretta e garantendo un’ottima illuminazione diffusa negli uffici con il vantaggio di non ostruire la vista verso l’esterno.

    UN BINOMIO HIGH TECH

    Sebbene il binomio architettura-movimento poteva sembrare impensabile, l’evoluzione high tech ci mostra come l’architettura ben si adatta alle nuove tecnologie e come queste si prestino alla progettazione di involucri bioclimatici.


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    Nel corso della ricerca progettuale, legata alla sostenibilità ed al cosiddetto “Green Building”, spesso ci si è imbattuti in soluzioni tecniche stupefacenti, ad impatto zero, premiate con le certificazioni energetiche e di grande valore dal punto di vista della sua eco-compatibilità. Alcuni di questi esempi però si distinguono più per il lato prettamente tecnico e filo-ambientale che dal punto di vista architettonico e di design. Nel caso della Karuna House, quando gli aspetti di sostenibilità incontrano un design architettonico eccezionale ne scaturisce un organismo architettonico completo, che tiene conto degli aspetti estetici e di comfort abitativo, senza tralasciare l’importanza degli aspetti energetici ed ambientali.

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    Uno di questi esempi eccellenti è Karuna House e si trova a Portland, in Oregon, USA. Progettato da Holst Architecture e costruito da Hammer & Hand, la Karuna Houseè un esempio di abitazione caratterizzato da alto design e prestazioni. Arroccata su uno dei colli che domina i vigneti di Yamhill County, questa casa è il primo edificio verde al mondo ad ottenere le certificazioni “Passive House” (PHIUS +), Minergie-P-ECO, e LEED per le certificazioni “Homes Platinum”. Il cliente, un grande promotore della politica climatica intelligente, ha intrapreso questo progetto considerandolo un'importante opportunità di ricerca, per raggiungere i più ambiziosi standard di bioedilizia di tutto il mondo.

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    Per ottenere questi importanti risultati e le certificazioni di massimo livello, la Karuna House combina un involucro edilizio innovativo con un design solare ottimizzato per funzionare a carichi energetici molto bassi. Il fabbisogno energetico, viene fornito da un impianto fotovoltaico solare di potenza inferiore ai 10 Kilowatt. Il progetto è stato incentrato sul rendimento energetico (richiesto dalle certificazioni Passive House e Minergie-P), ed integra questi elementi con quelli di sostenibilità e salute umana, requisiti richiesti per ottenere le certificazioni LEED e Minergie-ECO.

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    Il design della casa è di stampo modernista, con linee pulite e colori sobri. Questa abitazione dimostra che anche gli edifici ad alte prestazioni possono rivaleggiare in bellezza con qualsiasi edificio.
    Come se le certificazioni ottenute non fossero abbastanza, la Karuna House è il destinatario del “2030 Challenge Design Award: Excellence in Residential Net-Zero” (AIA Portland, 2013), e la “Green House of the Year Award: Best Building Science” (assegnato dalla rivista Green Builder, 2014), oltre ad altri importanti riconoscimenti ricevuti.

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    Uno dei più importanti risultati raggiunti è stato dimostrare che è possibile costruire organismi architettonici che rivaleggiano in bellezza e cura dei dettagli con qualsiasi altro edificio, avendo come ulteriore pregio un’efficienza energetica ai massimi livelli.

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    CERTIFICAZIONI OTTENUTE:
    - Passive House,
    - Minergie-P-ECO,
    - LEED for Homes Platinum,
    - DOE Zero Energy Ready Home,
    - Earth Advantage Platinum

    PREMI E RICONOSCIMENTI:
    - 2014 Beyond Green Award, National Institute of Building Sciences,
    - 2014 Green Home of the Year Award, Green Builder Magazine, “Best Building Science,”
    - 2013 AIA Portland Design Award, 2030 Challenge, Excellence in Residential Net-Zero


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    Di primo acchito potrebbe far pensare ad una casa ricavata all’interno di una piccola caverna, invece è tutt’altro che una “grotta” scavata nella roccia. Si chiama “The Truffle”, cioè il tartufo, questo progetto dello studio Ensamble. È una costruzione in terra, cemento e fieno di 25 metri quadrati pensata per brevi vacanze durante le quali è possibile godere dello spettacolare paesaggio della costa galiziana, in Spagna.

    VIVERE UNA GROTTA: LA STORIA DI UNA FAMIGLIA DEL MISSOURI

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    LA TECNICA COSTRUTTIVA DI THE TRUFFLE

    La struttura dell’abitazione è stata realizzata in modo assolutamente singolare: dopo aver scavato una buca nel terreno, sul quale sarebbe sorto il progetto, sono stati mescolati terra e cemento con al loro interno balle di fieno e, successivamente, risotterrati insieme. Dopo circa un anno, la terra e il cemento si sono solidificati, scambiandosi le proprietà. La terra ha ceduto al cemento un colore e una texture più naturale, mentre il cemento ha donato alla terra le caratteristiche di resistenza e solidità. Inoltre, il fieno è servito ad impedire il cedimento dei due materiali durante la stagionatura, lasciando all’interno lo spazio abitativo.

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    Dopo l’irrigidimento della struttura esterna, si è provveduto a svuotare il fieno in essa contenuto. Per quest’ultima operazione non è stato utilizzato alcun macchinario, bensì il compito è stato assegnato ad una mucca che, man mano, si è nutrita come se fosse in una stalla.

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    ASPETTI PROGETTUALI DELL'ABITAZIONE

    Il risultato finale è una casa che si mimetizza e si integra con l’ambiente circostante sia per materiali che per dimensioni. L’unica facciata vetrata è quella da cui si ha una splendida visuale sull’oceano. Gli altri tre lati simulano pareti rocciose, eccetto per il piccolissimo e discreto ingresso su un lato.

    A differenza dell’esterno amorfo, gli spazi interni risultano ben definiti: design minimalista, ma confortevole, letto vicino alla grande finestra, pensili che, mimetizzandosi con la roccia, racchiudono i servizi igienici e caminetto. In definitiva, questa piccola casa per vacanze si presenta come un progetto che alterna sapientemente gli elementi naturali a quelli artificiali.

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    Il progetto della foresta astratta, prevedeva di intervenire sulla sede storica, risalente al 1935, in modo da far dialogare il museo e l’ambiente naturale circostante, collegando il parco con l’isola Taavetinsaari, diventando uno tra i più grandi progetti in legno al mondo. L’ampliamento della nuova ala del museo di arte contemporanea Gösta Serlachius a Mänttä, in Finlandia, è stato realizzato grazie alla collaborazione tra lo studio spagnolo MX_SI con Huttunen Lipasti Pakkanen Architects, di Helsinki, partner locali per lo sviluppo del progetto e la supervisione cantiere.

    ARCHITETTURA IN LEGNO: IL GRATTACIELO PIÙ ALTO DEL MONDO

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    IL MUSEO SI DISSOLVE NEL VERDE

    La scelta progettuale alla base del concept della foresta astratta era quella di inglobare la nuova ala del museo nel contesto, assumendo un aspetto naturale e poco invasivo, da qui l’idea di utilizzare una serie di cornici di legno, d'abete rosso, intorno alle vetrate di varia forma, riducendo così l’impatto visivo dell’edificio, il quale si nasconde e si rivela a tratti tra gli alberi circostanti. L’altezza del museo procede in crescendo, man mano che ci si avvicina al lago Melasjärvi.

    L’accesso all’edificio è stato studiato come vero filtro tra l’ambiente esterno e quello interno, metaforicamente e realmente, per mezzo di un ponte realizzato in lamiera di acciaio, piegata in quattro punti a creare un parapetto, ed una seduta in larice lungo la sezione centrale; è possibile ammirare le splendide sculture di Harry Kivijärvi disposte lungo l’accesso, come accompagnamento al visitatore.

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    QUANDO L’ARCHITETTURA DIALOGA CON LA NATURA

    In facciata i montanti verticali determinano il ritmo della foresta,  sottolineando al contempo la struttura interna; tra questi è stato studiato un sistema di facciata ventilata, in abete dalla tessitura variabile lungo l’intera facciata, connotando una tonalità dorata, come rivestimento, per rendere l’effetto più realistico.

    La costruzione svanisce in elementi sempre più piccoli, scandita da tagli e forme irregolari, coperti con una superficie di vetro riflettente, dando l’idea di uno spazio definito da specchi, lasciando penetrare la luce in grande quantità, per un gioco di ombre molto suggestivo.

    La filosofia dietro il progetto era quella di mantenere aperto il dialogo tra gli ambienti interni ed esterni, per una perfetta armonia dei volumi ed una integrazione totale con il paesaggio circostante.


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    Parcobaleno è l'originale progetto di architettura partecipata e autocostruzione per rigenerare spazi urbani abbandonati dell'Aquila post-sisma e riconsegnarli ai cittadini. L'iniziativa, come tutte le più belle storie, nasce dal basso, dall'intraprendenza di studenti e architetti della città che con il programma VIVIAMOLAq cercano di ridefinire con gli abitanti stessi la qualità dei luoghi creando nuovi spazi di aggregazione.

    RIQUALIFICZIONE URBANA: A NEW YORK NASCONO I PARCHI TEMPORANEI

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    I TERRITORI DEL POST-SISMA E LA MANCANZA DI LUOGHI DI AGGREGAZIONE

    Il territorio dell’Aquila, fortemente scosso dal sisma, è caratterizzato attualmente dalla presenza di 21 MAP (Moduli abitativi provvisori) privi di identità e di luoghi di aggregazione per gli abitanti. Alcuni importanti obbiettivi per una società sono la possibilità di interazione tra le persone che ne fanno parte e la creazione di spazi di qualità sia privati che pubblici. L’assenza di luoghi di ritrovo e la precarietà delle soluzioni abitative, portano gli abitanti ad alienarsi e a non sentirsi protagonisti del territorio in cui hanno sempre vissuto, con conseguenti risvolti negativi sia a livello umano che sociale.

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    La partecipazione e l’autocostruzione come strumenti per unire una comunità

    L’architettura partecipata e l’autocostruzione di approccio auto-sostenibile rappresentano un’ottima soluzione per questi problemi: la possibilità di dare il proprio apporto, diventando protagonista di scelte che riguardano il proprio territorio e gli spazi del proprio vivere quotidiano, permettono un beneficio sia sociologico che urbano.

    VIAVIAMOLAq E IL PROGETTO DEL PARCOBALENO

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    VIVIAMOLAq nasce da studenti ed ex-studenti dell’Università dell’Aquila, che si occupano di progetti sul territorio del post-sisma, includendo la partecipazione degli utenti nelle fasi di progettazione e realizzazione di spazi pubblici multifunzionali e di aggregazione.

    Il Parcobaleno a Santa Rufina (AQ) rientra nel progetto “Un posto al sole per i Map”, nasce dalla volontà di riqualificare gli spazi aperti e soprattutto di dare un’identità a questi luoghi, cercando di ideare spazi per l’aggregazione e la socializzazione in cui le persone possano sentirsi parte integrante del proprio territorio. Un territorio che non si piega alle catastrofi naturali, ma che trova la forza di guardare avanti e ripartire.

    L’idea del nastro che avvolge gli spazi

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    Il progetto prevede struttura a forma di nastro che delimita l’area di intervento dividendola per macroaree.  La volontà è di riqualificare gli spazi aperti adiacenti alla sala polifunzionale di recente realizzazione, allestendoli e dividendoli in aree per il gioco, per le attività ludiche e creative, mantenendo un collegamento con le attività degli ambienti interni. Il nastro è il vero protagonista, diviso in due parti è sia ingresso che delimitatore delle aree tematiche, inoltre avvolgendosi su se stesso, proprio come un vero nastro, si trasforma in seduta, un unico elemento che conferisce qualità e armonia ad un vuoto urbano altrimenti privo di identità.

    Una struttura in tubi metallici e legno, fatta con materiali di scarto dei cantieri

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    Un punto chiave per l’auto-sostenibilità del progetto è l’utilizzo di materiali di riciclo e di scarto dei cantieri. La struttura di sostegno è realizzata tramite i tubi innocenti messi a disposizione dal comune dell’Aquila, dopo essere stata riverniciata con pitture antiruggine è stata interrata per 40 cm per la stabilità dell’opera. Per il rivestimento sono stati utilizzati i listelli di legno ricavati da bancali dei cantieri, assemblati in moduli di dimensioni 1x1 metro, per un totale di 1200 listelli lavorati e ripuliti a mano e trattati con vetro liquido per proteggerli in vista delle temperature e delle condizioni meteorologiche invernali particolarmente rigide. Infine i listelli sono stati verniciati per dare colore all’allestimento e fissati alla struttura tramite viti autoperforanti. Conferiscono all’insieme l’aspetto di un vero e proprio nastro colorato, quasi come fosse un arcobaleno che si plasma: un gioco di forme e colori, di continuità spaziale e visiva, in grado di generare spazi per i bambini, per i più giovani e per gli anziani. Anche i giochi dell’area per bambini sono stati realizzati in loco tramite l’utilizzo di legno.

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    Tutto ciò è stato possibile grazie alla partecipazione e al sostegno delle famiglie. L’architettura deve essere come in questo caso uno strumento per fornire una migliore qualità di vita ai cittadini. La partecipazione attiva permette di capire le vere necessità degli abitanti di un luogo, le loro priorità, permettendo ai progettisti di compiere scelte adeguate in grado di soddisfare appieno le esigenze di tutti.

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    Negli ultimi 20 anni il settore delle costruzioni in legno ha ricoperto un ruolo di fondamentale importanza nel comparto delle costruzioni a livello mondiale. Ne sono la testimonianza non solo grattacieli di più di 30 piani edificati in vari Paesi del mondo, ma anche e soprattutto una quota importante degli edifici, prevalentemente ad uso residenziale che, superando background culturali e diffidenze, sono state realizzate in Europa con questo eccezionale materiale.

    PERCHÉ COSTRUIRE IN LEGNO

    I “perché” del costruire in legno, soprattutto se parliamo di edilizia residenziale, sono oramai abbastanza conosciuti: è un materiale naturale, rinnovabile, compatibile, sostenibile e completamente riciclabile.

    Non ci sono vincoli progettuali: costruendo in legno si possono realizzare nuove costruzioni, ampliamenti e sopraelevazioni. La prefabbricazione in stabilimento assicura tempi di realizzazione molto brevi ed un’ottima organizzazione del cantiere, dove gli elementi devono essere soltanto assemblati.

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    Velocità di realizzazione, pulizia e coordinamento del cantiere sono nel DNA delle strutture prefabbricate in legno. L’investimento vero e proprio non viene fatto sulla mano d’opera e sulle pose dei materiali (come ad esempio il mattone) ma sui materiali e la loro qualità. Valore che non diminuisce nel tempo, anzi è subito disponibile e mantiene le proprie caratteristiche nel futuro.

    Inoltre con il legno si ottengono strutture con prestazioni energetiche  molto alte in modo semplice ed economicamente equo. Questo perché il legno, caratterizzato da una maggiore inerzia termica rispetto al calcestruzzo, mattone o acciaio, è considerato un materiale ideale in tutte le condizioni climatiche, che contribuisce positivamente al bilancio termico di un edificio. Questa sua caratteristica intrinseca può essere accentuata grazie all’ausilio di materiali coibenti di derivazione naturale.

    Le strutture in legno vantano ottime caratteristiche tecniche e meccaniche. La leggerezza del materiale garantisce un eccezionale comportamento in caso di sisma.

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    ALCUNE VERIFICHE NECESSARIE

    Come per ogni tipo di materiale, fondamentale è rispettarlo e conoscerlo a fondo. Le strutture in legno possono essere estremamente generose, durevoli ed affidabili, ma anche impietose se non progettate e messe in opera correttamente.

    La tenuta all’aria e il Blower Door Test

    Quando si parla di involucri edilizi fortemente coibentati, uno degli aspetti principali da curare in fase di progettazione esecutiva e messa in opera è la tenuta all’aria dell’involucro. La tenuta all’aria dell’involucro può essere certificata da un test di controllo, il Blower Door Test, da effettuare in fase di realizzazione per evitare dispersioni di energia e preservare la durabilità del costruito. Con questo test si evidenziano i più piccoli passaggi d’aria, che di conseguenza possono essere eliminati per garantire l’efficienza dell’abitazione.

    L’eliminazione dei ponti termici

    Un altro punto di attenzione va rivolto a l’eliminazione di ponti termici tramite il controllo e la verifica delle connessioni in fase di progettazione esecutiva, di pre-assemblaggio in stabilimento e di assemblaggio in cantiere. Tutti gli elementi dell’involucro del manufatto, pareti, serramenti, solai e impianti devono avere prestazioni coerenti e vanno verificati.

    Per questo ci si deve affidare ad un partner competente di comprovata affidabilità tecnica come Eiland, che da un decennio affianca tecnici, aziende e privati per costruzioni su misura. Perché la cura del dettaglio costruttivo, dell’assemblaggio in stabilimento e del montaggio in cantiere, sono aspetti fondamentali per garantire tutti i vantaggi derivanti dalle strutture prefabbricate in legno personalizzate.

    Soprattutto in fase di progettazione esecutiva è importante avere uno staff di tecnici che analizzino nel dettaglio il sito in cui sorgerà la casa e tutte le componenti ambientali, oltre ai particolari costruttivi dell’edificio. Uno staff che sappia ascoltare, analizzare e proporre varie soluzioni, strutturali e nelle finiture, sfruttando al massimo le nuove tecnologie e proponendo sistemi impiantistici all’avanguardia.

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    L’obiettivo per Eiland è creare massimo benessere nelle costruzioni, attraverso materiali naturali ed involucri edilizi dalle massime prestazioni. Per rispondere a committenti e progettisti amanti del bio, Eiland si è specializzata anche nella progettazione e realizzazione di pareti con isolante in paglia o trucioli di legno pressati con argilla.

    In questi anni Eiland è divenuta una solida realtà nel settore delle costruzioni in legno per la realizzazione di edifici su misura, soprattutto con la formula del chiavi in mano. Eiland si differenzia proprio per flessibilità nelle proposte tecniche. Costruisce su misura o a progetto, personalizzando totalmente il progetto in base alle esigenze del cliente. Eiland propone diverse tecnologie costruttive: il sistema a telaio o platform frame, il sistema a pannello xlam o coss lam, servendosi all’occorrenza di sistemi misti anche legno-acciaio, legno-cemento armato e altro.

    Costruzioni certificate, moderne con i più alti standard qualitativi e prestazionali: un unico referente che sappia gestire una costruzione dal progetto, alla realizzazione fino al servizio post-costruzione. Dal 2012 l’azienda è organizzata per realizzare Edifici Passivi.

    Eiland è un marchio europeo registrato, e all’attivo attualmente ci sono importanti collaborazioni con aziende svizzere e tedesche per la realizzazione di Edifici in Europa.

    Eiland Made in Europe. 


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    Fremtidens Børnehjem, altrimenti detto “The Children’ Home for the Future”, è un centro di accoglienza aperto 24 ore su 24 per bambini disagiati. Pensato dallo studio CEBRA Architecture, il centro si trova a Karteminde, piccola cittadina danese.

    ACCOGLIENZA A MISURA DI BAMBINO: L'ASILO DELLO STUDIO TOPOS

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    L’idea progettuale risulta pioneristica sia dal punto di vista funzionale che da quello della sostenibilità. Il concetto di base combina l’aspetto tradizionale di una tipica casa del Nord Europa con le nuove teorie pedagogiche.

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    ATTIVITÀ DEL CENTRO DI ACCOGLIENZA

    Il centro di accoglienza punta a soddisfare i bisogni dei piccoli residenti, ad incoraggiare le relazioni sociale e il senso di appartenenza ad una comunità, conservando, al contempo, l’individualità di ciascun bambino. L’obiettivo finale è quello di preparare tutti nel cammino della vita nel miglior modo possibile.

    Gli spazi presenti rispecchiano fedelmente l’approccio pedagogico che lo staff seguente durante il proprio lavoro, infatti, le attrezzature, di cui è dotato il centro, fanno da importante supporto alle attività giornaliere svolte coi bambini, che spesso sono affetti da disagi comportamentali e sociali, ma anche da problemi psicologici.

    IL PROGETTO The Children’ Home for the Future

    L’impianto progettuale riprende le forme tipiche delle case danesi, con i classici tetti a falda e con gli abbaini. Questi due elementi sono stati inseriti in modo semplice e lineare sia per creare un aspetto facilmente identificabile e integrabile nel contesto, sia per generare nei residenti una sensazione di calore domestico. I materiali utilizzati rinforzano l’espressione di questo concetto: le facciate secondarie sono realizzate in mattoni di argilla e i prospetti principali sono rivestiti da listelli verticali in legno ritmati da aperture vetrate di diverse dimensioni.

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    Il  progetto consiste in quattro volumi distinti, ma intercomunicanti tra di loro. Gli spazi interni sono flessibili e polifunzionali: angoli per la lettura si alternano a quelli destinati al cinema, allo studio o alle arti creative fino ad arrivare a piccole sale per le feste. L’organizzazione pratica del centro prevede la suddivisione delle singole unità in base all’età dei residenti. Inoltre, tutti gli spazi sono progettati affinché possano essere facilmente modificati in caso di esigenze diverse che possono presentarsi in futuro.

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    ASPETTI SOSTENIBILI

    L’edificio è stato progettato con lo scopo di ottimizzare le spese energetiche. Attraverso sistemi passivi e attivi per il contenimento dell’energia, il complesso ha bisogno di soli 30,40 kWh/mq all’anno, rispettando, così, gli standard richiesti dal governo danese per il 2015. Infatti, i volumi compatti e la regolazione dell’ingresso del calore e della luce solare attraverso le parti vetrate si integrano all’applicazione di pannelli solari. Infine, anche l’organizzazione degli spazi ottimizza il risparmio delle risorse, ad esempio, gli ambienti destinati ad amministrazione, spogliatoi o a depositi sono concentrati per lo più al piano seminterrato o al primo piano in modo da non intralciare la quotidianità casalinga dei residenti. Infine, anche la riduzione delle distanze produce effetti positivi sul funzionamento del centro di accoglienza perché, raggruppando le attività in spazi vicini, tutto lo staff ha la possibilità di dedicare maggior tempo ai bambini.


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    In un grande parco eolico tra le catene montuose a nord del Portogallo sorge una casa in pietra che ricorda la primitiva abitazione dei Flintstones. Si tratta di “Casa do Penedo”, eretta nel 1974 a Cabeceiras de Basto come rifugio dalla città di una famiglia portoghese.

    VIVERE IN UNA GROTTA COI COMFORT DEL III MILLENNIO

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    DA RIFUGIO DALLA CITTÀ A META TURISTICA: LA STONE HOUSE OGGI

    La casa è composta da pietre grosse che la identificano come vera e propria traccia preistorica del costruito locale. Questa sorta di abitazione dei Flinstones si articola attorno a quattro grandi massi posate al suolo in cui si incastrano le pareti che sorreggono la copertura ad unica falda che leggermente poggia sulle rocce laterali.

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    La Casa do Penedo, piccola ed accogliente in stile Flintstones, si caratterizza per la prevalenza della pietra che la compone che diventa protagonista anche all’interno della casetta, alternandosi al legno, fatta eccezione per la cucina in cui si aggiunge il rivestimento in piastrelle di ceramica bianca e verde.

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    La casa, nonostante le modiche dimensioni, è dotata di tutti i piccoli comfort che la rendono abitabile. È composta da un ingresso, un piccolo salotto e la cucina che si trovano al piano terra, da cui, attraverso una scala in legno, si accede, salendo, su un piccolo soppalco ricavato in altezza che ospita la zona notte.

    La casetta, che di quelle di Fred Flintstone e Barney Rubble riprende anche gli arredi, è divenuta nel tempo meta di molti turisti curiosi ed è stata per questo abbandonata dai Rodrigues, proprietari originari dell’abitazione, che ne avevano fatto loro rifugio dalla città.

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    L’abitazione inoltre è dotata di camino e piscina, quest’ultima, in particolare, trova spazio in una roccia la cui conformazione naturale cava ne fa una vera e propria vasca a cielo aperto.

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    Le abitazioni R4 sono due prototipi realizzati da Luis de Garrido, architetto tra i massimi esponenti dell’architettura sostenibile in Spagna. Sono abitazioni che cercano di conciliare economicità ed ecologia tentando, al contempo, di creare un linguaggio in grado di fornire i mezzi espressivi ad un nuovo tipo di architettura.

    CASE MODULARI: LA SIP M3 AD ALTA EFFICIENZA E BASSO IMPATTO

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    La composizione delle facciate e degli interni di R4House mostrano un esempio di ciò che Luis chiama "la bellezza dell'imperfetto".  Obiettivo è creare oggetti belli, armonici e attraenti, e allo stesso tempo ottimizzare l'utilizzo di materiali e di pannelli mantenendoli nel formato in cui escono dalla fabbrica per far sì che si adattino perfettamente ad un determinato oggetto architettonico. Il risultato è sorprendentemente attraente.

    Le case sono un esempio di come si possano utilizzare in architettura materiali riciclati, superutilizzati e recuperati.

    MA PERCHÈ R4HOUSE?

    Il nome R4 House è dovuto al fatto che per il progetto del complesso di case si sono tenute in conto le quattro "erre" della sostenibilità:

    R come Riutilizzo

    Riutilizzare materiali già impiegati per costruire alcune parti dei prototipi ha il doppio vantaggio di diminuire l’energia utilizzata nel processo di costruzione e di evitare la produzione di residui.

    Va poi aggiunto che le case sono state realizzate in modo che tutti i materiali impiegati possano essere riutilizzati. È molto significativo che si sia pensato all’intero ciclo di vita del manufatto e non solamente alla fase realizzativa.

    R come Recupero

    I rifiuti possono rivelarsi molto utili, soprattutto se trasformati mediante processi industriali o buoni metodi progettuali. In questo modo un processo produttivo, normalmente molto inquinante come quello edilizio, può abbattere il suo impatto ambientale rigenerando scarti che altrimenti finirebbero in discarica.

    R come Riciclo

    Se materiali già impiegati non possono essere né riutilizzati né riciclati una terza via consiste nel riciclarli, modificandone, attraverso processi industriali, caratteristiche fisiche, chimiche o meccaniche. Scegliendo attentamente imprese che rispondano a precisi disciplinari ecologici si può essere sicuri che l’energia impiegata per il processo di riciclo sia inferiore a quella utilizzata per produrre lo stesso materiale dai suoi costituenti di base.

    R come Ragionamento

    È senza dubbio l’elemento principale della buona progettazione; nel contesto di un’attività economica trainante come l’edilizia sono ancora diffusi metodi produttivi poco sostenibili, con maggiore focalizzazione sul profitto piuttosto che su una soddisfacente interazione tra le necessità economiche e quelle ambientali.

    L’architettura sostenibile obbliga a ripensare tutto il processo edilizio attivandosi per diminuire le emissioni nocive, il consumo energetico, i costi di gestione e mantenimento e l’ottimizzazione dell’utilizzo dei materiali impiegati.

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    LE CARATTERISTICHE PIÙ IMPORTANTI DI R4HOUSE

    La struttura portanteè realizzata con container navali dismessi, questo sistema permette di realizzare spazi flessibili, ricollocabili ed economici. La costruzione modulare risulta estremamente adattabile a seconda delle diverse esigenze degli acquirenti facendo della casa, al contrario del solito, un organismo dinamico.

    Il progetto bioclimatico mira ad annullare il consumo energetico. Per ottenere questo risultato si sono messi in campo diversi accorgimenti:

    • Orientamento studiato nel dettaglio.
    • Presenza di una doppia pelle con camera ventilata.
    • Isolamento ecologico.
    • Pannelli solari e fotovoltaici.
    • Sistemi di controllo solare passivi con vetri serigrafati.
    • Sistema di distribuzione dell’aria fresca attuato mediante captatori eolici e condutture al di sotto dei pavimenti galleggianti.

    La progettazione bioclimatica ha permesso di ottenere ottimi risultato senza l’ausilio di impianti. D’estate l’aria fresca viene incanalata negli ambienti attraverso condutture poste al di sotto dei pavimenti. Il cortile centrale, come nei taqtabush ha anch’esso il compito di distribuire l’aria calda d’inverno e quella fresca d’estate; la stessa aria calda fuoriesce per mezzo dell’effetto camino.
    Un altro mezzo per evitare il surriscaldamento è fornito da schermi in zinco e vetri serigrafati. D’inverno l’orientamento a sud permette di usufruire degli apporti solari. L’isolamento e l’inerzia termica elevata, in questo caso, impediscono un’eccessiva dispersione di calore.
    Un’osservazione va fatta sul sistema di ricircolo dell’aria: sarebbe infatti stato più conveniente, anche se meno economico, predisporre captatori eolici in grado di orientarsi nella direzione dei venti dominanti e un sistema di scambio geotermico. Inoltre un sistema a pompa di calore con recuperatore entalpico avrebbe potuto migliorare la qualità dell’aria e impedire dispersioni di calore.

    Per aumentare l'inerzia termica del prototipo, l’architetto ha scelto di predisporre una copertura verde zincata.

    In inverno il tetto si raffredda meno rispetto ad un tetto tradizionale, mentre in estate il caldo è assorbito parzialmente dallo strato vegetale, che, si raffredda per mezzo dell’evaporazione dell’umidità in esso contenuta.

    Grazie al sistema di costruzione a secco e al progetto minuziosamente studiato in ogni sua parte, non si producono residui. In effetti gli unici rifiuti consistono negli imballaggi dei materiali utilizzati. Il montaggio a secco prevede che gli elementi siano assicurati gli uni agli altri per mezzo di viti e fascette; questo fa si che terminato il suo ciclo di vita l’edificio possa essere smontato e le sue parti costituenti possano venire utilizzate per la costruzione di un’altra struttura.

    Gli isolanti utilizzati: lana di pecora, canna e lino sono i più ecologici a nostra disposizione, non contengono alcuna sostanza nociva all’ambiente o alla salute, sono traspiranti, biodegradabili e totalmente rinnovabili.

    Luis de Garrido ha ideato anche nuovi pannelli sandwich in vetro, isolanti e trasparenti. Le intercapedini di venti vetri camera sono state colmate con resti di vetro colorato triturato, lana colorata di pecora, canne colorata, polietilene e biglie usate, il risultato è un pannello che sorprende sia per la sua capacità isolanti, sia per le sue interessanti possibilità estetiche.

    Si è scelto di installare un sistema di riscaldamento radiante ad alto rendimento sistemandolo al di sotto del pavimento. Questo sistema lavora con temperature molto più basse rispetto a quelli tradizionali, il che permette di risparmiare un quantitativo di energia pari al 20%. Bisogna poi dire che il tutto è alimentato da un complesso di pannelli solari termici di ultima generazione, quindi l'energia consumata è esclusivamente di origine naturale.

    L'illuminazione della casa è stata realizzata con un sistema intelligente che integra lampade a basso consumo energetico e led. Si utilizzano anche pareti di vetro trasparente retroilluminate, e plak'up di un materiale con caratteristiche intermedie rispetto a ceramica e vetro.

    Le funzioni della casa sono controllate tramite tecnologia EIB BUS. EIB è l’acronimo di European Installation Bus, è uno standard tecnologico aperto, elaborato dalla EIBA, società composta da grandi aziende del settore della home e building automation. Può essere implementato su diversi mezzi di trasmissione come doppino, powerline, ethernet, infrarossi e radiofrequenza.

    La casa dispone di un nuovo sistema di cucina modulare e riconfigurabile. Sono stati disegnati 4 moduli differenti: cucina, lavandino, alimentazione e forno. Questi 4 moduli includono elettrodomestici ad alta efficienza energetica Miele e possono scorrere sul pavimento per mezzo di pattini di feltro.
    Il frigorifero è stato dotato di porte trasparenti che permettono di vedere l'interno prima di aprirlo, in modo da ridurre al massimo il consumo energetico. Alcuni mobili della casa sono realizzati interamente ed esclusivamente in cartone piegato; nonostante il materiale possa apparire inusuale l’arredamento è molto funzionale, in più, una volta venuta meno la sua utilità può essere riciclato o smaltito senza recare danno.

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    L'estetica differente e inusuale si deve sia ai materiali con cui è costruito il prototipo, sia alle sue caratteristiche bioclimatiche e funzionali. Come si è precedentemente detto, questo tipo di struttura tenta di definire un linguaggio nuovo che si adegui alle necessità e comunichi un nuovo modo di progettare volto all’integrazione delle nuove tecnologie ecocompatibili.

    Come ultima caratteristica, il costo; è evidente che il basso costo è una delle caratteristiche più importanti del prototipo. Di fatto, esso può servire come modello per risolvere problemi di alloggio in situazioni di emergenza, di installazioni temporanee o di limitate possibilità economiche.

    L’abitazione più grande, con una superficie di 150 mq ha un costo di costruzione di 60.000 euro, quella più piccola (30 mq) uno di 12.000 euro.

    Gli usuali metodi di progettazione basati su moduli precisi, corrispondenze esatte, allineamenti perfetti e dimensioni stabilite a priori hanno generato una gran mole di scarti nel tentativo di adattarsi alle scelte dell'architetto.

    Nelle condizioni attuali non ci si può più permettere un simile atteggiamento. Ecco allora che architetti attenti ai problemi del nostro tempo, come Luis de Garrido hanno ideato nuovi sistemi costruttivi che pongono al centro l’adattabilità e l’ottimizzazione del ciclo di vita dei materiali.

    Quanto finora detto concorrerà a realizzare architetture probabilmente meno perfette ma moralmente più vicine ai tanto ammirati canoni di bellezza e bontà costruttiva.


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