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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Anie, la Federazione delle aziende produttrici ed installatrici di componenti e sistemi per la generazione, trasmissione e distribuzione di energia elettrica ad uso industriale e civile, ha aperto un’inchiesta circa la convenienza o meno dei sistemi di accumulo dell'energia solare, con l’obiettivo di massimizzare l’autoconsumo.

    Il risultato è sorprendente: l'inchiesta fa emergere che la redditività complessiva annuale di un impianto medio fotovoltaico sia aumentata di circa il 50%, andando dal 30% all’80-85%. Incremento che si stima aumenterà ancora nel corrente anno 2015.

    FOTOVOLTAICO A CONCENTRAZIONE: COME INTEGRARLO IN FACCIATA

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    L’INDAGINE ED I SUOI RISULTATI 

    Per svolgere accuratamente la ricerca statistica, l’Anie ha richiesto gli andamenti e le prospettive del mercato locale, per quanto riguarda l’uso di sistemi di accumulo, siano essi stazionari o automotive, di inverter fotovoltaici, connessi alla rete o integrati con i sistemi di accumulo e l’uso delle colonnine di ricarica, ad un gruppo rilevante di imprese del settore, circa il 61,4% del totale.

    Il risultato è che la maggioranza delle ditte intervistate preveda per il 2015 un ulteriore incremento del fatturato, nel mercato interno, fino al 10%; a supportare i professionisti, potrebbe intervenire la più recente regolamentazione, attesa per l’anno in corso, la quale si concentrerà sull’integrazione di inverter fotovoltaici con sistemi di accumulo stazionari, per utenze residenziali e commerciali.

    Questo comporterebbe sicuramente l’emanazione di regolamenti attuativi del GSE, circa gli accumuli in connessione alla rete, e delle circolari sul regime fiscale dell’energia autoprodotta ed auto consumata, per quanto concerne i Sistemi Efficienti di Utenza (SEU).

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    LA CONVENIENZA: LA GERMANIA SCOMMETTE SUI SISTEMI DI ACCUMULO

    Non è l’Italia l’unica nazione ad aver scommesso sui sistemi di accumulo, presso l’Istituto di ricerca Fraunhofer IFF, di Magdeburgo, è stata sperimentata con successo la megabatteria, denominata Smart Grid Energy Storage System, abbreviata in SGESS, capace di servire più impianti di produzione fornendo un quantitativo di energia pari a quella utilizzata da ben 100 famiglie.

    La prossima mossa sarà quella di sostituire le batterie agli ioni di litio con quelle di flusso, o a metalli liquidi, per una maggiore flessibilità, costi vantaggiosi e resistenza agli sbalzi di temperatura.

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    Nel panorama del design sostenibile vi proponiamo dieci tra i più significativi prodotti di ecodesign presentati nel 2014 e pubblicati da Rinnovabili.it, ideati per migliorare la vita di chi li usa e per preservare l’ambiente in cui sono collocati.

    SALONE DEL MOBILE DI MILANO, LE NOVITÀ DEL 2014

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    10. Un’icona storica: la Shell Chair

    Nel 1950 i designer Charles e Ray Eames progettarono la Shell Chair. Oggi la celebre icona diviene completamente riciclabile ed ecosostenibile, utilizzando un materiale in fibra di vetro prodotta senza emissioni di VOC e HAP, negli stessi colori della sedia originale. A fine vita la fibra è macinata finemente e riutilizzata per le costruzioni stradali.

    9. Il legno delle Dolomiti per fabbricare occhiali sostenibili

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    Eleganza, comfort, sette specie legnose e un peso di soli 24 grammi: queste le virtù dei primi occhiali al mondo prodotti con legno PEFC italiano, proveniente dalle foreste della provincia di Belluno, dotate di certificazione che attesta la gestione sostenibile del verde.

    8. Un tavolo green in cartone e vetro

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    More Plus Deskè un tavolo realizzato in cartone, vetro, legno certificato FSC, progettato dal designer Giorgio Caporaso. È stato presentato a tutti i maggiori eventi riguardanti il tema della sostenibilità come il Salone del Mobile di Milano e il London Festival design.

    7. Il frigorifero biocooler della Coca-Cola

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    L’aspetto è quello di un mobile per interni con alcune piante verdi appoggiate sopra ma si tratta, in realtà, di una tecnologia già conosciuta per raffreddare i liquidi. L’evaporazione prodotta dall’acqua contenuta nei vasi delle piante, raffredda la parte interna del mobile di almeno venti gradi e uno specchio posto in alto cattura i raggi del sole che trasformano un gas in sostanza liquida refrigerante, aumentando in questo modo l’effetto. La Coca-Cola ha sperimentato quest’apparecchio in Colombia, dove la temperatura media supera i quaranta gradi.

    6. Il tavolo che produce energia

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    Current Tableè il tavolo progettato dalla designer tedesca Marjan Van Aubel, pensato per spazi interni come uffici, biblioteche, ristoranti. Il piano sfrutta la tecnologia fotovoltaica ed è composto di piccole particelle in biossido di titanio, inglobate nel vetro trasparente color arancio, che catturano la luce interna della stanza e la trasformano in energia elettrica dando così la possibilità di caricare il cellulare o il pc, tramite le porte usb laterali, mentre si lavora o si legge un libro.

    5. La bottiglia che si può mangiare

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    Un gruppo di giovani designer londinesi ha inventato Ooho, la bottiglia commestibile che può essere mangiata dopo l’uso perché prodotta con una gelatina a base di alghe. Per questo involucro, i progettisti si sono ispirati alla tecnica della sferificazione, utilizzata nella cucina molecolare, che permette di trasformare i liquidi in forme più o meno solide. Con questa idea, il giovane team composto da Rodrigo Garcia Gonzalez, Pierre Paslier e Guillame Couche si è aggiudicato il Lexus Design Award 2014.

    4. I tappi di sughero diventano mobili d’arredamento

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    Gli scarti di lavorazione del sughero, materiale assolutamente sostenibile, grazie al contributo dell’architetto Manuel Cason dello studio Mca & Partners, si trasformano in sgabelli. Per il modello più piccolo, che ha la forma di un tappo da spumante, sono stati riutilizzati circa settecento tappi, evitando l’immissione in atmosfera di quattordici chilogrammi di CO2.

    3. I piatti autopulenti

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    Lo studio svedese di design Tomorrow Machine, in collaborazione con il KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma, ha ideato una linea di stoviglie autopulenti grazie ad una superficie molto idrofobica, che li mantiene sempre puliti. Il loro rivestimento, infatti, è formato da una cera sciolta ad alta temperatura che impedisce a olio e sporco di rimanere sul piatto. Inclinandolo sul secchio, i residui del pasto scivolano via consentendo così un notevole risparmio idrico.

    2. Un tavolino che produce energia dal muschio

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    Presentato al Fuorisalone di Milano, è frutto di una ricerca promossa dall’Institute for Manufacturing della Cambridge University e utilizza la tecnologia biofotovoltaica. Il muschio è contenuto in piccoli vasi sotto il piano trasparente del tavolo che funzionano come fotobiocelle in grado di produrre 520 Joule di energia ogni giorno; in pratica le proprietà fotosintetiche della pianta innescano un processo bio-elettrochimico, durante il quale l’energia chimica è convertita in energia elettrica.

    1.Il manuale che insegna l’igiene e depura l’acqua

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    The drinkable book, questo il nome del libro che riporta le regole scritte per una corretta educazione igienico-sanitaria, mettendo in guardia dai possibili rischi e, allo stesso tempo, filtra e depura l’acqua. È realizzato con una speciale carta filtro rivestita da microparticelle in argento ed è capace di abbattere oltre il 99,9% dei batteri e degli agenti patogeni responsabili di tifo e colera, rendendo l’acqua potabile. Nato in collaborazione tra l’agenzia di creatività sociale DDB New York e gli attivisti di Water Is Life, è considerato il modo più economico sul mercato per depurare l’acqua.


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    Cercasi panchina pubblica e recinzione da ricamare! Perché il punto croce (in inglese stitch) ora si fa sulle lunghe sedute dei parchi, sui cestini e sulle reti grigliate. È così non meravigliatevi delle rose di lana, conigli in corsa sugli arredi urbani e nemmeno di incontrare ricamatori con gomitoli giganti! La città si veste di colori e di graziosi capolavori su misura, a beneficio dei passanti abituali e dei turisti attenti. Camminando per strada e nei parchi, fate perciò attenzione: potreste incontrare anche voi una seduta cosparsa di vivaci fiori, un lunghissimo bassotto o dei simpatici pac-man su grate! Con i tricot XXL, i filati grossi come corde e gli schemi punto croce si possono creare oggetti sorprendenti e cambiare, seppur per poco, il volto della città.

    In copertina: Miss Cross Stitch, Berlino

    RICAMI NATURALI: LE OPERE DI SUSANNA BAUER

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    caption:Miss Cross Stitch, Berlino

    caption:Miss Cross Stitch, Berlino

    Miss Cross Stitch e il viaggio del "ricamo"

    In una bella mattinata di giugno MissCrossStitch arriva a Zurigo, precisamente sul viadotto tra il fiume Limmat e l’ex quartiere industriale Kreis 5. Il ponte le appare un ottimo punto per ricamare due uccellini rossi, che spiccano allegri sul grigio parapetto. Tutto è iniziato, però, da una sedia nel villaggio Vaihingen an der Enz, abbellita da un motivo floreale. In seguito lascia un coniglio arancione a Colonia, uno stemma con cuore ed ancore ad Amburgo, nell’immancabile Berlino un pattern floreale resistente persino alla neve, e a Milano coloratissimi pac-man. Dopo Zurigo, approda a Stoccarda per colorare lo schienale di una panchina con deliziosi cuori. Il viaggio del "ricamo", documentato sul suo blog con tanto di mappa ed etichette su ogni creazione, svela come alcuni capolavori possano resistere nel tempo (lo stemma di Amburgo è rimasto più di un anno!) e alle intemperie, incontrando in ogni luogo la curiosità e la simpatia dei passanti.

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    caption:Miss Cross Stitch, Amburgo

    caption:Miss Cross Stitch, Amburgo

    caption:A sinistra Miss Cross Stitch, Vaihilingen an der Enz, a destra a Milano

    caption:Miss Cross Stitch, Zurigo

    caption:Miss Cross Stitch, Stoccarda

    caption:Duduadudua e Miss Cross Stitch, Barcellona

    caption:Miss Cross Stitch, Milano

    caption:Miss Cross Stitch, Milano

    Crochet, tricot XXL e la lavorazione punto croce

     Non si può certo fermare il virus del gomitolo  alimentato dal passaparola web e dalla creatività dei ricamatori di strada.  Le nonne che conoscono l’arte dell’uncinetto e della maglia possono testimoniare la semplicità di queste opere a larga scala, specie del punto croce. Basta solo intrecciare la fettuccia o delle strisce di stoffa attorno alle maglie metalliche e seguire lo schema a crocette. Il ricamo urbano, noto anche come Street Embroidery, sta impazzando in molte città europee, grazie alla fantasia e buona volontà degli street artist. Il duo Urban X Stitch, attivo in Francia, ha utilizzato semplici schemi di punto croce per decorare le recinzioni metalliche, disseminando per la città paperette, gatti e scritte giganti.

    caption:Urban X Stitch, Lione

    caption:A destra Miss Cross Stitch, Dresda

    Decorazione e decoro urbano

    Come ogni altra azione di guerriglia urbana è anche un modo alternativo per riqualificare le periferie degradate.  È il caso del collettivo Desdelamina.net chiamato per un’azione di protesta nel barrio de la Mina a Sant Adrià del Besòs.  I residenti manifestano in questo modo contro l’amministrazione che ha disatteso i tempi e i progetti di riqualificazione del quartiere. Ed ecco sulla recinzione a maglia larga apparire la scritta "Guarda com canviem La Mina" (Guarda come cambiamo La Mina) tratto dal slogan dell'amministrazione "Guarda com Canvia Mine". L’allegra manifestazione vede partecipi bimbi, anziani muniti di sedie e tanta energia!

    Sulle pagine Facebook e sui blog impazzano tantissimi esempi di "urban stitch", l'hobby ideale per chi (anche con problemi di vista!) voglia spendere 5-6 ore per la nobile causa del "decoro urbano"!

    caption:Duduadudua


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    Il 2 Ottobre 2014 sono state pubblicate le norme tecniche UNI TS 11300:2014, parte 1 e 2 che introducono molte modifiche al metodo di calcolo dei contributi che determinano il fabbisogno di energia termica dell’edificio per la climatizzazione invernale ed estiva.

    UNI TS 11300:2014, parte 1 e 2 

    Tali norme mettono i paletti agli attestati di prestazione energetica di bassa qualità, imponendo uno standard elevato soprattutto in riferimento a tematiche sensibili quali:

    • ponti termici: calcolabili esclusivamente in modo analitico mediante metodi agli elementi finiti o attingendo da atlanti conformi alla UNI EN ISO 14683;
    • scambi termici per ventilazione: aspetto maggiormente ampliato rispetto alle norme precedenti. Si distingue tra ventilazione di riferimento per il calcolo dell’energia termica utile del fabbricato e ventilazione effettiva per il calcolo dell’energia primaria dell’edificio;
    • fabbisogni di energia latente termica per umidificazione e deumidificazione;
    •  fabbisogno energetico per illuminazione per gli edifici non residenziali;
    • fabbisogno di energia termica ed elettrica richiesto dall’unità di trattamento aria

    Tale aggiornamento rappresenta però solo l’inizio di una serie di modifiche radicali alla metodologia di calcolo della classe energetica degli edifici.

    I nuovi Decreti Attuativi della Legge 90/2013

    È ormai prossima, infatti, l’emanazione dei decreti attuativi della Legge 90/2013 relativi ai nuovi requisiti in materia di prestazioni energetiche che stravolgeranno nuovamente il formato ed i contenuti degli attestati.
    L’aggiornamento è fondamentale in quanto, nonostante le tante novità di calcolo introdotte dalle UNI/TS 11300, gli attuali attestati di prestazione energetica fanno ancora riferimento allo schema di quelli vecchi, non più in vigore da oltre un anno!
    Le novità più significative riguardano la modifica dei limiti tra le classi di efficienza energetica, calcolati non più in funzione del fattore di forma dell’edificio ma in relazione alle prestazioni dell’edificio di riferimento, e, soprattutto, i servizi da considerare nell’attestato. Difatti, per calcolare la classe energetica, oltre alla climatizzazione invernale e all’acqua calda sanitaria, occorrerà considerare anche i servizi di climatizzazione estiva, di ventilazione meccanica e di illuminazione.

    Inoltre, sono già attivi da tempo due gruppi di lavoro per lo sviluppo di nuove norme, la UNI/TS 11300-5 che sostituirà l’attuale “Raccomandazione CTI 14” per il calcolo del fabbisogno di energia primaria e la UNI/TS 11300-6 che si occuperà dei fabbisogni energetici richiesti dagli impianti interni agli edifici quali scale mobili, ascensori, ecc.

    Risulta fondamentale, quindi, formarsi in tempi molto rapidi o avvalersi di strumenti di lavoro in grado di fornire tutte le informazioni indispensabili a produrre attestati professionali ed in linea con le più recenti disposizioni normative. 

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    In tal senso Blumatica ha ideato una tecnologia che sta rivoluzionando il mondo dell’informatica, creando un connubio perfetto tra software e formazione. Si chiama SAAT (Software as a Teacher), una rivoluzionaria alchimia che consente di apprendere qualsiasi tematica tecnica e normativa man mano che si utilizza il software, senza bisogno di utilizzare manuali o altri supporti. Tutorial audio/video, help contestuali ed interfacce studiate ad hoc aprono nuovi orizzonti alla vecchia concezione del software inteso come mero strumento operativo.

    Blumatica Energy, il software per il calcolo e la verifica delle prestazioni energetiche di tutti gli edifici (residenziali e non residenziali), ha incarnato tale tecnologia agevolando il lavoro di migliaia di certificatori che lo usano con successo.

    Blumatica però è andata oltre e, alla tecnologia SAAT, ha affiancato una politica commerciale al passo con l’esigenza di mantenere un ottimo rapporto prezzo/qualità. Blumatica Energy è infatti il primo software ad offrire a soli € 155,00 tutto quanto necessario all’attività del certificatore doc: elaborazione dell’attestato di prestazione energetica e qualificazione energetica, relazione tecnica e di calcolo, trasmittanze termiche e verifiche termoigrometriche, fattibilità degli interventi migliorativi e CAD integrato.

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    In più, Blumatica consente di gestire casi di climatizzazione mista (aria-acqua), multigenerazione e sistemi bivalenti o polivalenti (es. unità immobiliari a più livelli, in cui i diversi servizi energetici sono soddisfatti sia da impianti centralizzati che da generatori autonomi). Blumatica Energy consente, infatti, di gestire qualsiasi tipologia di impianto in maniera semplice e intuitiva. In pochi click e senza eccessivi giri macchinosi, è possibile definire, per ciascun generatore installato nell’edificio, i servizi energetici (riscaldamento, acqua calda sanitaria, raffrescamento) e le zone termiche servite in modo da poter effettuare una diagnosi realistica e accurata del tuo edificio. Nel caso di climatizzazione mista o a tutt’aria, inoltre, è possibile selezionare i generatori che soddisfano il fabbisogno richiesto dall'unità di trattamento aria (UTA), con calcolo automatico delle temperature all'interno della rete aeraulica e dei guadagni dell’eventuale recuperatore di calore.

    Scopri i dettagli su Blumatica.it

    Blumatica rende semplici le cose complesse!


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    "Cosa c’entra vivere in maniera sostenibile con la dieta vegan?" si domanderanno in tanti leggendo il titolo di questo articolo. In realtà c’entra, infatti le nostre scelte alimentari sono connesse all’immissione di gas serra, alla devastazione di aree forestali, all’inaridimento dei suoli e desertificazione e al consumo eccessivo di acqua molto più di quello che normalmente siamo abituati a pensare.

    Ma cos’è la dieta vegana e perché è sostenibile dal punto di vista ambientale.

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    Che cos’è la dieta vegana?

    La dieta vegana (o vegan) più che una dieta rappresenta uno stile di vita che si intraprende per diverse ragioni, ed è considerata da molti una scelta etica, ecologica e salutista

    caption: La dieta vegan rispetta tutte le specie, trattando tutti gli esseri viventi come pari con egual diritti.

    Perché la dieta vegana è una scelta etica

    Per quanto riguarda la prima ragione, quella etica - ovvero il rispetto di tutti gli animali e di tutti gli esseri viventi del pianeta - chi sceglie di divenire vegan percepisce tutti gli esseri viventi come pari, ognuno dei quali ha il diritto di vivere la propria vita, diritto che può essere rispettato da parte degli esseri umani evitando non solo il consumo di carne, ma anche di tutti i prodotti di origine animale (come latte, formaggio e uova) che impongono a certi animali di vivere solo ed esclusivamente in funzione di  generare prodotti ad uso di terzi, a discapito della propria libertà e qualità della vita.

    Perché la dieta vegana è una scelta giusta per l'ambiente

    Dal punto di vista ambientale, invece, è scientificamente provato che la zootecnica (ovvero l’allevamento di animali) sia causa di una grave devastazione ambientale, per via dall’enorme necessità di acqua, di suolo, e di risorse alimentari indispensabili per supportare questa pratica, a cui si aggiungono l’inquinamento delle risorse idriche, l’immissione di gas serra e la perdita delle biodiversità animali e vegetali che il business degli allevamenti comporta. Per questo motivo ridurre il consumo di prodotti di origine animale è considerata una priorità assoluta per contrastare i gravi effetti negativi causati dalla produzione zootecnica.

    Perché la dieta vegana è una scelta salutare

    Per quanto infine riguarda la salute, secondo diversi studi scientifici mangiare prodotti animali non sarebbe adatto agli esseri umani, in quanto alcuni ritengono che non saremmo una specie di natura onnivora, ma di natura fruttariana, e il nostro intestino sarebbe, per esempio, troppo lungo per digerire la carne in maniera idonea; inoltre nutrirci di latte proveniente da altre specie animali alla lunga potrebbe essere la causa di alcune malattie anche gravi, ma pure di allergie e intolleranze. Io però non sono qui per parlarvi degli effetti negativi della carne sull’uomo, ma piuttosto del perché la scelta vegana sia sostenibile dal punto di vista ambientale.

    La scelta vegana in Italia e nel mondo

    Per via della sempre maggiore informazione anche grazie a internet, a nuovi libri sul tema, e a siti specializzati, oggi i vegetariani e i vegani nel mondo stanno aumentando rapidamente rispetto al passato, quando a malapena la maggior parte delle persone sapeva che cosa significasse essere vegetariano o vegano. Solo nel 2013 i vegani e vegetariani in Italia sono aumentati del 6% (6,5% sono persone diventante vegetariane, 0,6% quelle divenute vegane) la maggior parte dei quali ha optato per questa scelta alimentare per motivi etici, il 24% per ragioni di salute, e il 9% per questioni principalmente ambientali. Nel mondo i vegetariani e vegani, sono però 1 miliardo di persone, ovvero 1 persona su 7 appartiene a una di queste due categorie; l’India per esempio è il paese con il più alto numero di vegetariani, mentre in Europa questo primato spetta alla Germania, con 8,6% di abitanti vegetariani o vegani.

    Perché consumare prodotti di origine animale non è ecologicamente sostenibile

    A partire dalla seconda metà del Novecento, per ragioni economiche il consumo pro capite di carne è più che raddoppiato, anche a causa della crescita demografica che ha visto la popolazione mondiale passare da 2,7 miliardi di persone agli attuali circa 7 miliardi; nel frattempo il consumo di carne è aumentato di cinque volte, passando da 45 milioni di tonnellate consumate all’anno (nel 1950) a 233 milioni di tonnellate (nel 2000). Inoltre il consumo di proteine animali è spesso interpretato come un marcatore di status, infatti in molti paesi in via di sviluppo, che tradizionalmente ne facevano un consumo ridotto, l’utilizzo della carne come alimento è cresciuto assieme allo sviluppo economico. Per esempio in Cina il consumo annuo pro capite di carne si è dilatato del 300 per cento in vent’anni, passando da 13 kg a 53 kg di carne a testa consumata l’anno. Seguendo questa tendenza è stato calcolato che nel 2031 si potrebbe raggiungere un consumo di 180 milioni di carne annui, il che equivarrebbe ai quattro quinti dell’attuale produzione mondiale.

    caption: Un allevamento intensivo di maiali.

    Consumo delle risorse alimentari

    La produzione di carne, latte latticini e altri prodotti di origine animale ha un grosso impatto sulle risorse alimentari disponibili, infatti per sfamare le bestie allevate vengono utilizzate risorse maggiori rispetto al cibo che si può ottenere dagli  gli animali stessi. Inoltre è stato calcolato che 1/3 della produzione mondiale di cereali – che nel 2007 è stata calcolata essere 745 milioni di tonnellate –, il 60% della produzione di mais, e il 70% della soia prodotti globalmente, sono alimenti che vengono utilizzati come mangime per gli allevamenti di bestiame. L’Europa, per esempio, utilizza il 56% delle sue risorse alimentari come mangime adibito alla zootecnica, mentre negli Stati Uniti si arriva quasi al 60% delle risorse annue disponibili.

    caption: Un magazzino di soia nella città di Sorriso, Brasile. ©Nachoidoce/Reuters

    Un altro fattore che ha un impatto importante sulle risorse alimentari è rappresentato dal miglior utilizzo del terreno; piantare vegetali ha la meglio rispetto all’allevamento di animali: ad esempio, un ettaro coltivato a patate o a riso potrebbe provvedere a nutrire rispettivamente ventidue o diciannove persone, mentre  lo stesso ettaro utilizzato per la produzione di manzo può sfamare solo una sola persona.

    Consumo delle risorse idriche

    L’allevamento di animali a scopo alimentare ha anche un grave impatto sull’utilizzo di risorse idriche, tanto è vero che non solo è necessario un alto quantitativo di acqua per il sostentamento del bestiame, per la pulizia e il raffrescamento degli ambienti adibiti agli animali, per lo smaltimento dei rifiuti, ma si deve tenere anche in considerazione l’acqua utilizzata per la crescita del foraggio destinato a diventare mangime. Ipotizzando il solo consumo di acqua per animale occorre considerare che un manzo può avere bisogno per il suo sostentamento di ottanta litri d’acqua al giorno, un maiale di venti litri e una pecora dieci litri, mentre una mucca da latte può arrivare a consumare in estate duecento litri di acqua al giorno. Ma la gran parte dell’acqua necessaria alla zootecnica è appunto quella utilizzata per la crescita delle piante da impiegare come mangime e che rappresenta il 98% dell’acqua destinata alla produzione animale, ed equivale a 2300 miliardi di metri cubi di acqua.

    Per avere un’idea concreta dell’impatto sulle risorse idriche rispetto a quello che mangiamo riporto di seguito alcuni dati che potrebbero farci riflettere: per un kg di carne di pollo sono necessari 4330 litri di acqua, 5990 litri sono usati per 1 chilo di carne di maiale, 200 litri per un uovo, 1020 litri per un litro di latte, 5060 litri per un kg di formaggio, e cosi via. A confronto i cibi vegetali richiedono una quantità di acqua nettamente inferire, infatti, 1 kg di riso (la coltura a più alto consumo di acqua) richiede 2500 litri di acqua, 1 kg di soia 2145 litri, 1 kg di grano 1827 litri, 1 kg di mais 1220 litri, 1 kg di patate 290 litri…

    In aggiunta gli allevamenti intensivi sono responsabili di una sovrabbondante produzione di deiezioni animali, che non riescono ad essere assorbite dal terreno a causa dell’elevato numero di capi in uno spazio ridotto. Per questo motivo i residui organici animali, non essendo assorbiti dal terreno, finiscono con il depositarsi nelle acque di superficie e nelle falde acquifere, con gravi effetti sull’ecosistema animale e vegetale indigeno. Da non sottovalutare sono  i mangimi ricchi di azoto e fosforo, che sono somministrati agli animali per favorirne una crescita rapida, e vengono poi depositati nell’ambiente. Alla luce di tutto questo anche la FAO ha affermato che "[…] il settore dell’allevamento è la più importante fonte di inquinamento delle acque, principalmente per via di deiezioni animali, antibiotici, ormoni, sostanze chimiche delle concerie, fertilizzanti e fitofarmaci usati per le colture foraggere e sedimenti dei pascoli".

    Emissione di gas serra

    Gli allevamenti di animali sono responsabili dell’aumento della temperatura terrestre poiché sono causa del 51% delle emissioni totali, inoltre producono il 35-40% di emissione di metano -che ha un effetto ventitré volte superiore a quello dell’anidride carbonica sul riscaldamento globale-, il 65% di biossido di azoto, anch’esso più dannoso dell’anidride carbonica, il 64% di ammoniaca, che contribuisce alla caduta di piogge acide e all’acidificazione degli ecosistemi. Un altro fattore incidente sul totale delle emissioni globali è la deforestazione, che viene effettuata soprattutto per creare nuovi spazi da adibire all’allevamento, soprattutto in Brasile e America Latina, e che da sola provoca il 35% delle emissioni totali.

    Altri problemi causati derivati dalla zootecnica

    Anche gli ecosistemi marini stanno subendo grevissime perdite a causa della pesca industriale, infatti, è stato calcolato che dal 1950 al 2006 il 29% delle specie marine (ovvero le specie più commercializzate) abbiano avuto una riduzione del 90%, e nemmeno l’acquacultura, risorsa alla quale si è ricorso negli ultimi anni, può considerarsi sostenibile dal punto di vista ambientale.

    Come se non bastasse, la zootecnica è anche una delle cause della perdita di biodiversità perchè le specie indigene (animali e vegetali) vengono più spesso soverchiate dall’arrivo di specie aliene, immesse nel territorio dall’uomo, e che finiscono per sostituirle.

    caption: Teschi dei bisonti americani sterminati all’inizio del novecento per liberare il terreno ad allevamenti di bovini domestici. Il bisonte americano è oggi considerato una specie ad alto rischio di estinzione. PaweIMM - Burton Historical Collection, Detroit Public Library

    Come migliorare l’impronta individuale e diminuire il nostro impatto ambientale

    È stato calcolato da diversi studi che l’impatto ambientale di ogni singolo cittadino sia dovuto principalmente a tre fattori, ovvero il cibo consumato, i trasporti utilizzati, e l’energia utilizzata in e per la casa. Tra questi tre fattori il cibo è da considerarsi l’elemento principale poiché è quello che ha il maggior peso sul territorio, è da adibire a una scelta personale, e può essere cambiato nell’immediato.

    Per l’insieme di questi motivi, negli ultimi anni è cresciuto l’ınteresse anche da parte della comunità scientifica su diete in grado di ridurre o eliminare l’uso di prodotti animali nell’alimentazione, evidenziando i vantaggi che è possibile ottenere sull’ecosistema con l’adozione di una dieta vegetariana, evidenziando che la scelta vegana è sicuramente la più proficua per l’ambiente.

    caption: Tabella che visualizza i gas serra prodotti dalle diverse scelte alimentari comparati a km equivalenti percorsi in auto, lo studio che è servito per realizzare la tabella ha tenuto conto delle emissioni di CO2 risultanti dalla coltivazione dei mangimi per gli animali, dall'utilizzo dei pascoli per l'allevamento e dalle deiezioni prodotte dagli animali stessi.

    Ancora voglia di una bistecca? Prova alcune ricette vegane del sito Veganbul.co


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    In Portogallo a Malveira da Serra, paese situato nei pressi di Lisbona, un edificio rurale abbandonato da tempo e denominato dalla popolazione locale “mucchio di pietre” è stato trasformato in Hug Shaped House, la “casa ad abbraccio”. L’architetto e artista Pedro Quintela ha acquistato il manufatto, situato su di un pianoro che si affaccia verso l’oceano Atlantico, sulla scia dell’emozione e ne ha curato la ristrutturazione pezzo a pezzo nel pieno rispetto dello spirito dei luoghi.

    RISTRUTTURAZIONI D'AUTORE: LA CASA DEL PESCATORE

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    IL PROGETTO DELLA CASA DELL'ABBRACCIO

    Il volume della Hug Shaped House è aggrappato alla roccia della collina che non viene tagliata e squadrata, ma invade gli spazi interni con la sua forza espressiva. La casa si presenta con una planimetria articolata a forma di U intorno ad una corte aperta verso l’oceano e per questo motivo prende il nome di "Embracing House". Gli ambienti interni sono a doppia altezza e non seguono la canonica divisione tra zona giorno e zona notte. Nel corpo centrale trova posto il soggiorno con l’imponente camino in comunicazione diretta con la cucina e la sala da pranzo. Le camere e i relativi servizi si trovano nei due corpi di fabbrica laterali e posti ad altezze differenti.

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    I possenti muri in pietra sono stati conservati e le macerie del vecchio stabile sono state ricollocate e riutilizzate in vari modi con nuove funzioni. I solai e il tetto a doppio spiovente sono stati ricostruiti rigorosamente in legno di pino come alcuni elementi di arredo fisso. Le pareti sono tinteggiate di bianco e si sposano perfettamente con il granito di Sintra creando un ambiente caldo e accogliente.

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    L’architetto per entrare in sintonia con il luogo e per capire a fondo lo stile di vita del piccolo borgo si è trasferito in una casa vicino al cantiere e ha seguito giorno per giorno i suoi cinque muratori dalla fase di smontaggio e pulitura dalle macerie alla fase di ricostruzione e di arredo dei singoli ambienti. L’attenzione al dettaglio, ma soprattutto lo studio disincantato del territorio costruito circostante hanno guidato le scelte progettuali e compositive realizzando una casa che abbraccia sia fisicamente sia metaforicamente il contesto in cui è inserita.


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    Grande o piccolo che sia, uno spazio di verde in città è un vero e proprio lusso. Che sia spazioso abbastanza da organizzarci barbecue con gli amici o poco più largo di un balcone, è importante organizzarlo a dovere e personalizzarlo per poterlo sfruttare al meglio. 

    Ecco quindi 5 consigli creativi per ottenere il massimo dal giardino che hai a disposizione.

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    GIARDINO VERTICALE

    Per piantare semi, bulbi e dedicarti all’orto in uno spazio urbano non grandissimo come vorresti, puoi decidere di far crescere le tue piante in verticale. Sono tante le idee per realizzare un giardino verticale, anche con elementi di riciclo, come pallet e perfino guanti da cucina. Per creare un orto con i pallet puoi scegliere se trattare o meno il legno, dipingerlo con colori vivaci e se appendere il giardino al muro o lasciarlo appoggiato a terra, per un effetto più naturale e a portata di bambini, che possono divertirsi a far crescere le verdure da portare direttamente in tavola. 

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    GIARDINO ZEN

    Lasciati ispirare dai giardini giapponesi per trasformare uno spazio anonimo in un luogo per la meditazione: un giardino a secco Karesansui, il più famoso dei giardini giapponesi, realizzato con pietre e sabbia bianca. Il Karesansui è un luogo in cui ritrovare il benessere circondandosi di elementi naturali, ognuno con un preciso significato. A pietre e sabbia si aggiunge spesso una zona verdeggiante. Un’occasione di relax e di approfondimento sulla cultura Giapponese.

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    L’ELEMENTO ACQUA

    L’acqua è un elemento che contribuisce a rilassare, purificare l’aria e può diventare il centro focale del nostro giardino. Ci sono tante varianti per inserire l’acqua in giardino: un piccolo specchio d’acqua arricchito da vegetazione acquatica diventa l’angolo tranquillo dove rilassarsi dopo giornate faticose; chi preferisce i giochi di acqua e uno scenario più movimentato può optare per una fontana illuminata di notte o una piscina rivestita in legno.Poolmaster offre modelli fuori terra in legno di produttori certificati FSC. Si tratta di piscine brevettate, trattate antialghe e anti raggi UV, di facile manutenzione e resistenti, garantiscono un'incredibile durata nel tempo.

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    PIANTE RAMPICANTI E BAMBÙ

    Se le dimensioni dello spazio non ti permettono di sbizzarrirti con giochi d’acqua e giardinaggio, puoi renderlo più piacevole ed affascinante con delle piante rampicanti lasciate crescere su una struttura in bambù. Il bambù è una pianta robusta e resistente, che si presta molto per sostenere altre piante. Può anche essere utilizzato semplicemente come recinzione per schermare il tuo giardino alla vista dei vicini. 

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    GIOCHI DI COLORI

    Gioca con i colori per rendere il giardino più allegro ed invitante. Rivesti vecchi cuscini, meglio se grandi, con tessuti colorati e crea una zona relax, con i divanetti e i cuscini rivestiti da te, da poggiare direttamente a terra. Perfetti per rilassarsi con un buon libro e prendere il sole, sono pratici e facili da trasportare. 

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    In un tipico palazzo viennese settecentesco, lo studio di architettura austriaco Heri & Salli ha creato cinque piccole camere per gli ospiti, rivoluzionando l’idea stessa di ristrutturazione, proponendo un intervento minimo e conservativo in rapporto alle strutture originarie. Un gesto provocatorio che si pone in atteggiamento di rispetto, quasi riverenziale, di fronte alla storia dell’edificio, tanto da non permettersi di intervenire direttamente sulla struttura.

    STRUTTURE RICETTIVE: IN PUGLIA UNA TABACCHIERA DIVENTA B&B

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    I locali, riprogettati nella fabbrica di birra e aceto di Erwin Gegenbauer, sono stati predisposti in modo tale che ogni unità abbia un ampio letto, unicamente costruito con un reticolo di travi di legno di larice siberiano impilate legate ad incastro, come le vecchie botti di aceto nel cortile.

    Le piattaforme della zona notte combinano al letto, come isole, le funzioni che di solito assolverebbero comodini, cassettiere, armadi e panche, eliminando qualsiasi arredamento ridondante e supplementare, al fine di rendere evidente e visibile la storia dell’edificio, mostrando le nude superfici di soffitti in mattoni e pavimenti, senza di fatto trasformare l’ambiente grezzo.

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    L'uso prevalente del legno per gli arrediè un filo conduttore che continua anche nei bagni adiacenti alle camere, dove sono stati rispettati tutti i requisiti igienici essenziali, pur mantenendo lo stesso approccio, crudo e razionale.

    Le nuove installazioni degli impianti, cavi, tubi, catene e funi sono lasciate a vista, appoggiate alla struttura, senza “ferire” in alcun modo la muratura per nasconderne le tracce. I dettagli costruttivi, solitamente celati “sottopelle”, sono portati alla luce, quasi in negativo.

    L’ambiente comunica una sensazione di temporaneità, illudendo l’osservatore di poter velocemente smontare tutto e lasciare la struttura a una verginità originaria, senza segni del proprio passaggio.

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    La tendenza ultima in fatto di riciclo creativoè il riutilizzo dei vecchi jeans, cui siamo affettivamente ed indissolubilmente legati, impiegandoli per nuove funzioni: ciascuno fa la sua scelta, realizzando oggetti per la casa o per la persona; vediamo gli impieghi più trendy nell’arredamento e nel complemento d’arredo.

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    Il pouf di jeans

    Possiamo realizzare un pouf, utilizzando varie paia di vecchi jeans: una volta scelti e combinati i colori, procediamo prendendo la misura della seduta da realizzare, e riportandola sul tessuto; parallelamente procediamo montando la struttura in legno, che fungerà da scheletro portante per il mobile; disposta l’imbottitura a nostro piacimento, potremo rivestire il tutto con tessuto jeans e rifinire sigillando le ultime parti.

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    Poltrona rivestita di jeans

    Un altro possibile uso è quello di rivestire quella vecchia poltrona, cui siete tanto affezionati ma che per il suo colore vi ha un po’ stancato: saranno necessari parecchie paia di jeans, ma una volta che l’opera sarà completata, la vostra stanza assumerà un aspetto completamente diverso, e rimpiangerete di non aver agito prima!!

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    Cuscini rivestiti di jeans

    Realizzare dei semplici cuscini rivestiti in jeans può diventare il vostro hobby se per una giorno avete deciso di restare a casa per dedicarvi a dare un nuovo look al vostro living: il procedimento è davvero semplice, e vedrete che ne sarete subito coinvolti. Procedete prendendo 2 o tre paia di jeans, anche di colori differenti, e tagliateli lungo le cuciture, formando delle bande di circa 5 cm di larghezza; utilizzate queste fasce per incrociarle formando una scacchiera, e successivamente cucitele sovrapponendole di circa 0,5 cm lungo i bordi; otterrete così dei quadrati o dei rettangoli, secondo la dimensione del cuscino da rivestire. Una volta rigirata la stoffa, e ricucito il tessuto tutt’intorno al cuscino, avrete dato un nuovo aspetto alla vostra stanza.

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    Altri impieghi dei vecchi jeans

    Numerosi altri impieghi sono possibili: ricavare tovagliette americane per la colazione, utilizzando le tasche come simpatici portaposate o ferma tovagliolo, fissare varie tasche su una tela più grande di jeans per organizzare gli oggetti al di sopra della scrivania, creare un originale tappeto che i vostri ospiti noteranno con ammirazione, o rivestire divani o cuscini con questo tessuto, in modo che le tasche possano essere utilizzate per riporvi il telecomando o il libro che state leggendo!

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    Molti e molti altri usi esistono, alcune aziende hanno proposto di realizzare delle sedute utili per interni ed esterni da camper, ispirate al design tradizionale, e caratterizzate da una costruzione semplice che permette di afferrarle semplicemente con una mano. In queste sedie, in maniera intelligente vengono utilizzate sia le parti con cuciture che quelle senza, e per ognuna sono impiegate la parti di nove paia di jeans, combinate tra loro a mo' di tessitura.
    Insomma, c’è solo l’imbarazzo della scelta; non resta che metterti all’opera!


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    Sono ormai elaboratissime e quasi realistiche le architetture in pan di zenzero create da architetti, cuochi e appassionati di cucina che cercano di condividere il loro comune amore per i dolci e la loro preparazione. Questi "architetti del pan di zenzero" non limitano il loro lavoro a un particolare stile di edificio ma creano residenze moderne, monumenti in scala, castelli fantastici, e anche abitazioni ambientate nelle profondità dell'oceano.

    Dal Guggenheim alla Casa Bianca al più grande villaggio in pan di zenzero, di golose sculture ne esistono tantissime. 

    In copertina: Il Solomon Guggenheim Museum in pan di zenzero e liquirizia di Hargreaves e Levin

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    COME NASCONO LE SCULTURE ARCHITETTONICHE DOLCI?

    Si tratta spesso di opere per allestimenti di mostre, eventi o anche per ambientazioni di set cinematografici. A volte invece sono gli stessi film ad ispirare gli allestimenti in pan di zenzero, come l’installazione di dolci architettonici ispirata dal film prodotto da Bruce Weber, intitolato "A New Fashioned Christmas", è realizzata per grandi magazzini Selfridges a Londra.

    Sono sicuramente opere che al termine del loro ciclo di vita possono o essere mangiate o comunque divenire rifiuto organico non inquinante. La loro creazione richiede materie prime non impattanti con l’ambiente e manodopera da parte di food-designer, con un minimo di conoscenza delle leggi di statica, vista l’imponenza delle architetture.

    CELEBRI ARCHITETTURE IN PAN DI ZENZERO

    Lo Chef stellato Ralf Bauer ha creato un paese delle meraviglie commestibile, ispirandosi ad un tema propostogli: "Hawaii e il mondo, una celebrazione globale della vacanza". Lo Chef e il suo team hanno trascorso oltre 800 ore a progettare ed eseguire la creazione del villaggio che comprende edifici storici di tutto il mondo, così come le icone architettoniche hawaiani locali. Il villaggio presenta inoltre altri gustosi modelli architettonici commestibili come la Torre Eiffel, il Tower Bridge di Londra, una pagoda giapponese, oltre a un intero villaggio tedesco con chiese medievali, campanili, stazioni ferroviarie, una giostra, una pista di pattinaggio, e un castello che simboleggia la patria di Chef Bauer. La costruzione ha richiesto 250 galloni di glassa, 150 chili di cioccolato fondente, 50 chili di cioccolato bianco, e 90 fogli di pan di zenzero. 

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    Gingertownè il miglior esempio di collaborazione creativa tra un gran numero di architetti del pan di zenzero. Fondata nel 2006 da David M. Schwarz Architects, coinvolge architetti, designer e studi di architettura nella zona di Washington per la progettazione di intere città di caramelle, biscotti, e dolci da forno. I partecipanti son partiti da un piano base progettato da David M. Scwarz Architects e sono lasciati liberi di sviluppare il loro edificio in pan di zenzero artigianale. Annualmente si stima che Gingertown cresca di 50 edifici, tra cui studi, parchi giochi, la torre dell'orologio, caffetterie, librerie etc… Fino ad oggi Gingertown è servita a raccogliere soldi per la beneficenza.

    Per il Solomon Guggenheim Museum a New York fatto in pan di zenzero e liquirizia e per molte altre opere storiche dell’architettura contemporanea, i food-artist Hargreaves e Levin che hanno ricreato in occasione dell’esposizione le sculture dolci dei set fotografici, con le stesse inquadrature storiche in bianco e nero e non solo che richiamano le foto storiche degli edifici originali così come compaiono nei libri di architettura.

    Gli edifici in pan di zenzero sono donati, o dati temporaneamente in comodato d’uso, come allestimenti per ospedali locali, strutture sanitarie e organizzazioni di supporto della comunità per aiutare a diffondere un messaggio di allegria e conforto.

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    LA CASA DI MARZAPANE PIÙ GRANDE DEL MONDO

    La casa di marzapane più grande del mondo, quella che detiene il record del Guinness dei Primati, è attualmente situata in Texas A & M Traditions Club. Un edificio di 1100 mc. Per realizzarla ci sono voluti circa 800 kg di burro, 7200 uova ed oltre 3000 kg di farina, ma non solo. La casa è dotata anche di impianto elettrico ed abbastanza grande per viverci dentro. Un’architettura che si mette in gioco con le comuni esigenze degli edifici tradizionali: la casa infatti ha bisogno di manutenzione quotidiana e costante e si è dimostrata resistente anche alle gelide piogge invernali.

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    [scà-la]: struttura architettonica costituita da una o più serie di gradini, che permette di salire o scendere a piedi da un piano a un altro di un edificio.

    Questa è la definizione architettonica di scala, ma come definireste una “casa-scala” o in lingua originale Stair House? Si, perché gli architetti dello studio olandese Onyx hanno completamente svuotato di significato la precedente definizione facendo del collegamento verticale la casa stessa.

    LA SCALA IN LEGNO FULCRO DELL'HOTEL LES HARAS DI STRASBURGO

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    Un nome che spiega il progetto di una villa unifamiliare di 150 metri quadrati organizzata su 10 diversi livelli realizzata nel 2013 dallo studio ai margini della cittadina di Almelo in Olanda. Seguendo questo concetto si è sviluppata un’abitazione che offre la possibilità di una vita “multilivello” a spirale verso l'alto attraverso un gran numero di piani, fino a terminare in un ampio terrazzo piano.

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    La sezione, segue i dettami del “Raumplan” di Adolf Loos ed è movimentata quanto mai, con piani che si superano l’uno con l’altro di soli 75 cm, la misura giusta per evitare di inserire ingombranti parapetti per la sicurezza. La struttura è organizzata in diversi volumi che a seconda delle funzioni hanno altezze differenti, l’incastro avviene poi nei piani a sbalzo.

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    Negli interni si nota la particolarità del progetto in quanto tutto, dall’involucro al pavimento ai mobili è realizzato in legno (proveniente da foreste certificate) e tutto è sagomato in un unico insieme senza soluzioni di continuità tra costruzione ed arredo.

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    Attualmente i piani sono 10 ma in una zona di grande sviluppo urbanistico non si esclude che la Stair House possa continuare a salire negli anni a venire e che si aggiungano nuovi livelli.


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    La paglia, materiale umile e di facile reperimento, è stato utilizzato in passato insieme ad altri componenti per la costruzione di corpi di fabbrica performanti e resistenti nel tempo.

    La paglia, coadiuvata da sabbia, fango e argilla ha permesso a molti popoli uno sviluppo prospero e dignitoso; questa ha contribuito a fornire una delle necessità principali all’esistenza, un riparo, un’abitazione, un luogo nel quale riunirsi e svolgere le funzioni quotidiane che hanno permesso un susseguirsi di azioni e reazioni.

    Le abitazioni costruite con materiali naturali hanno la loro origine con l’inizio degli insediamenti umani. Le loro caratteristiche principali erano, la facilità di costruzione e quella con cui si reperivano i materiali.

    In copertina: Natural Homes © 2012 goatlings.co.uk

    LA PRIMA CASA IN PAGLIA DI ROMA

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    COSTRUZIONI IN PAGLIA E ARGILLA

    Migliaia di anni fa si costruivano muri di paglia mescolata ad argilla all'interno di telai di legno. Nel Nord Europa e in alcuni paesi asiatici, si imbevevano mattoni di paglia in argilla, e li si posizionavano tra listelli di un telaio in legno. Tipicamente la paglia imbevuta in argilla, veniva poi rivestita con intonaco di calce, producendo il classico effetto dei pannelli bianchi, circondati da cornici in legno a vista (utilizzata per descrivere i paesaggi fiabeschi, e orribilmente imitata da alcuni costruttori di abitazioni americane).

    caption: Tudor house a Lavenham nel Suffolk, Regno Unito

    COSTRUZIONI IN COB

    Cob è una vecchia parola inglese che significa “grumo” e si riferisce a grumi di terra che sono scolpiti per formare pareti o altre geometrie. Il Cob è una miscela di argilla, terra, sabbia, fibre (generalmente paglia), e acqua. Si tratta di un materiale da costruzione davvero antico, e con tutte le sue varianti si può trovare in qualsiasi parte del mondo. I vantaggi del cob sono molti: come materiale da costruzione naturale, questo può essere plasmato per essere integrato in una struttura che sfrutti il basso impatto ambientale e la bellezza naturale.

    caption: da Natural Homes © 2012 goatlings.co.uk

    La tradizione più lunga degli edifici in Cob si trova nel Regno Unito; qui, migliaia di fabbricati, costruiti negli ultimi secoli, sono ancora abitati. Queste costruzioni, fedeli alla tradizione costruttiva, sfruttano disegni semplici e linee molto pulite per evocare l’immagine di muri molto spessi tipici degli edifici rurali. Con l’arrivo di questa tecnologia, negli Stati Uniti, cambiò letteralmente il carattere creativo e costruttivo. Vennero organizzate parecchie mostre che indicavano le potenzialità del materiale, la possibilità di ricreare pareti curve, nicchie, intarsi, modanature, rilievi... La capacità di poter plasmare il Cob a proprio piacimento, lo distingue da tante altre tecnologie costruttive ampiamente utilizzate; oltre a tenere conto delle evidenti leggi fisiche e delle caratteristiche intrinseche del materiale per la sua lavorazione, si può puntare ad un design molto vario, da una parete a strapiombo alla scultura di un delfino posta sull’architrave della porta di ingresso. Il Cob può essere pensato come un composto di paglia-argilla più pesante, addizionato a sabbia che non richiede struttura in legno o casseri. Come per l’argilla, la storia di questa metodologia costruttiva è molto datata in alcuni luoghi del mondo come nel Sud Ovest dell’Inghilterra e in Arabia. 

    caption: abitazione progettata dall'architetto Peter Vetsch in Svizzera. © Peter Vetsch

    COSTRUZIONI IN ADOBE

    L’adobe è un impasto di sabbia, argilla e paglia essiccato al sole. Facili ed economici da produrre, i mattoni di adobe possono essere pensati come mattoni di Cob. con dimensioni tali che il bracciante possa maneggiarli con una sola mano. Per evitare che si secchino eccessivamente, i mattoni, vengono avvolti in un involucro costituito da crine di cavallo.

    caption: Chiesa di St. Thomas ad Abiquiu realizzada in adobe.

    A Çatalhöyük, in Anatolia, la città più antica ad oggi conosciuta (VII millennio a.C.), si sono trovate tracce di abitazioni costruite in adobe; questo sistema costruttivo è molto utilizzato nelle regioni semidesertiche dell’Africa, dell’America Centrale, e nelle regioni secche della Spagna.

    L’adobe ha un’importante peculiarità termica che gli permette di mantenere il calore durante l’inverno e rilasciarlo durante l’estate, mantenendo una temperatura fresca in tutte le stagioni.

    Può sciogliersi con la pioggia, per cui generalmente richiede una manutenzione continua che si effettua con strati di fango. L’adobe può essere intonacato, ma non con malta a base di cemento, che essendo poco permeabile al vapore, conserverebbe l’umidità all’interno provocando lo sfaldamento del materiale. Ultimamente si stanno scoprendo innumerevoli varianti di adobe con differenti proporzioni di argilla, sabbia, paglia, additivi, densità e composizione, testandone anche la stabilità sismica e la traspirabilità. La definizione del materiale tradizionale è stata inoltre aggiornata, includendo alcune varianti come l’adobe pressata e stabilizzata (con bitume e cemento) delle quali si dispone già di una buona documentazione.

    caption: Vista della città di Bam, Iran. © Nakayama Mitsuteru


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    pannelli fotovoltaici tradizionali, composti da celle solari in silicio, raggiungono un’efficienza elevata, ma non permettono una grande varietà di applicazione a causa della scarsa flessibilità. Per ampliare il campo di utilizzo del fotovoltaico e trasformare qualsiasi superficie in un generatore di energia pulita, l’industria solare negli ultimi anni sta esplorando le potenzialità del fotovoltaico organico, meno efficiente ma infinitamente più versatile.

    FOTOVOLTAICO A FILM SOTTILE I VANTAGGI DELL'INTEGRAZIONE IN FACCIATA

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    IL NUOVO BREVETTO DEL FILM SOTTILE ORGANICO

    caption: la struttura a strati di una cella di fotovoltaico a film sottile organico. Le cariche sono generate negli strati fotoattivi e possono essere trasferiti lungo gli elettrodi.

    I ricercatori finlandesi del VTTTechnical Research Centre of Finland ) hanno sviluppato un nuovo metodo per la produzione a scala industriale del fotovoltaico a film sottile, brevettando una tecnologia che utilizza film a base organica. Il prototipo ideato dai ricercatori del VTT è a forma di foglia, della dimensione di appena 0,0144 metri quadrati e completo di elementi decorativi, elettrodi e le indispensabili celle solari polimeriche. Lo spessore del pannello è 0,2 millimetri e per assemblare un pannello di un metro quadrato occorrono 200 foglie circa. L’intensità dell’elettricità generata da un dispositivo simile è di 3,2 ampere. Un pannello, installato ad una latitudine media, ad esempio nell'area mediterranea, raggiunge una potenza di 10,4 watt.

    caption: un prototipo di cella con dimensioni ingrandite rispetto l'originale

    I VANTAGGI DEL FOTOVOLTAICO A FILM SOTTILE

    Le celle fotovoltaiche possono essere stampate e applicate anche su oggetti di dimensioni ridotte, diventando elementi grafici decorativi che possono essere applicati sui vetri degli infissi, sulle modanature delle pareti e anche sugli oggetti di arredo per esterni che sono solitamente esposti alla luce solare. Questi componenti in film sottili sono estremamente versatili tanto da poter costituire dei piccoli impianti applicabili sugli oggetti di uso quotidiano e conseguentemente diventando dei generatori diretti per i dispositivi elettronici domestici (elettrodomestici ed altro).

    Lo staff di ricercatori del VTT ha infatti messo a punto una particolare stampante in grado di produrre 100 metri di film fotovoltaico in un minuto.

    pannelli solari a film sottile organico sono economici rispetto ai tradizionali pannelli fotovoltaici, semplici da realizzare e, sebbene abbiano una durata inferiore, possono essere riciclati a fine vita, recuperando le materie prime per ammortizzarne ulteriormente i costi.

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    LE PREVISIONI

    Le previsioni dei ricercatori sono incoraggianti: entro 3 anni l’industria del fotovoltaico organico prevede il boom della produzione. Al VTT però si lavora anche allo sviluppo di pannelli solari inorganici in perovskite, ben 5 volte più efficienti di quelli organici e 10 volte meno costosi, ma non ancora noto quanto ecosostenibili.

    Un vantaggio non da poco per i futuri impieghi delle celle solari stampabili è quello di poter essere utilizzate come ricevitori di dati nei dispositivi wireless riuscendo a intercettare la luce negli ambienti domestici per generare energia pulita.


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    Il nuovo progetto della pista ciclabile che connette Levanto a Monterossoè stato finalmente approvato dalla regione Liguria, che ha stanziato 3 milioni di euro come budget iniziale, soldi che consentiranno di iniziare la ristrutturazione dell’ex-galleria ferroviaria che collega i due borghi. La galleria è lunga circa due chilometri, ed è una struttura ben solida realizzata nel dopoguerra per consentire appunto il passaggio dei treni. Dopo che il tracciato ferroviario è stato spostato come in altri tratti delle ferrovia ligure (che in diversi punti è già diventato pista ciclabile), il percorso è rimasto inutilizzato.

    IL RECUPERO DELLE LINEE FERROVIARIE IN UN PARCO DI BERLINO

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    La pista ciclabile tra Levanto e Monterosso rappresenterà una nuova via di connessione a piedi e in bicicletta e -secondo Maurizio Moggia, attuale sindaco di Levanto - sarebbe un primo passo verso la realizzazione di un progetto di grande valenza per le due comunità, che consentirebbe sia di migliorare la qualità della vita dei residenti sia di potenziare l’offerta turistica locale, grazie anche a una nuova via d’accesso al promontorio di Punta Mesco, attraverso un’uscita che si aprirà al centro della galleria.

    caption: La pista ciclabile esistente tra Levanto e Framura, alla quale si annetterà il nuovo tratto tra Levanto e Monterosso, dato che il progetto di ristrutturazione della galleria tra Monterosso e Levanto è stato approvato dalla regione Liguria. Fonte:viaggiverdeacido.com

    Unendo, attraverso la pista ciclabile, Levanto e Monterosso inoltre si andrà a completare il percorso già ultimato da oltre quattro anni che connette Levanto a Framura, includendo all’interno del tracciato anche una delle Cinque Terre (Monterosso), rinomata meta turistica ligure.

    I lavori di ristrutturazione della pista permetteranno inoltre l’allacciamento della rete fognaria di Monterosso (la quale a detta del sindaco deve essere totalmente rinnovata a causa dei danni subiti durante l’alluvione) al nuovo depuratore levantino di Vallesanta, attualmente anch’esso in costruzione.


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    Nell’area boschiva di Saint-Mitre-les-remparts, piccolo paese della Francia meridionale e non lontano da Marsiglia, è stato necessario costruire una piccola vedetta per migliorare la prevenzione degli incendi da parte dell’ente forestale locale. Il progetto redatto dalla OH!SOM Architectes si fonda sulla necessità di fornire un rifugio attrezzato per le operazioni di monitoraggio, che si integri al meglio con l’area boschiva in cui si inserisce. Le guardie forestali necessitano della vedetta per cinque mesi all’anno, da Giugno ad Ottobre e precedentemente veniva utilizzata una vedetta temporanea che necessitava di essere montata all’inizio e smontata alla fine della stagione estiva.

    UNA CASA SULL'ALBERO PER INSEGNARE LA DIFESA DELL'AMBIENTE

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    La nuova vedetta, terminata di costruire nel 2014, è stata progettata per essere un’installazione permanente, collocata sul punto più alto di un promontorio nella foresta del Parco Naturale di Figuerolles, da cui è possibile osservare una vastissima zona. L’edificio in legno, che abbatte la comune convinzione della scarsa resistenza al fuoco di questo materiale, è stato pensato per essere preassemblato e ridurre i tempi di messa in opera; rispetta l’ambiente ed offre un ambiente di lavoro piacevole e funzionale che comprende: una postazione di lavoro per le attrezzature tecniche, servizi igienici a secco ed una piccola terrazza.

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    I progettisti hanno voluto focalizzare l’attenzione su un aspetto che fosse il più discreto possibile, in particolare nei mesi in cui rimane inutilizzato, per questo è stato costruito con pannelli di legno che si confondono nell'ambiente. L’ancoraggio della vedetta è effettuato tramite un unico pilone centrale, riducendo così l’impatto sul suolo. Per rendere l’edificio indipendente, non essendovi reti idriche ed elettriche in loco, i servizi igienici sono a secco e sono stati installati dei pannelli fotovoltaici per far funzionare e ricaricare le apparecchiature necessarie.

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    In un simile contesto, gli aspetti climatici quali vento e calore sono particolarmente importanti, pertanto la questione relativa al comfort termico ed acustico è stata al centro dell’attenzione del team. Le finestre possono essere occultate tramite un particolare sistema a farfalla, la cui finitura esterna è identica al resto del rivestimento. Questo sistema permette, quando aperto, di posizionare le chiusure delle finestre in maniera orizzontale, creando così delle aree ombreggiate all’esterno della vedetta. Allo stesso modo è possibile aprire o chiudere il pannello che si trasforma in terrazza.

    L’edificio è stato isolato termicamente con lana di legno e ovatta cellulosa lungo tutte le pareti e sull’intradosso del solaio, per limitare il forte calore estivo.

    Al termine della stagione estiva l’edificio viene chiuso completamente su se stesso per nasconderlo, renderlo inaccessibile e proteggerlo da eventuali atti di vandalismo tramite i pannelli richiudibili che proteggono i vetri; le rampe di accesso vengono smontate per essere rimontate la stagione successiva. La scelta dei materiali e dei sistemi costruttivi rendono questa piccola vedetta è un edificio efficiente e perfettamente integrato nella natura, reso versatile e sicuro dall’ingegnoso sistema di apertura a farfalla dei pannelli. Un importante esempio di progettazione razionale e rispettosa del bellissimo paesaggio mediterraneo in cui è inserito.

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    Jacques Rougerie, noto architetto visionario francese, ha saputo fare della sua passione per il mare la base della sua carriera professionale. La fondazione che porta il suo nome ha tratto la propria vision dalla frase di Giulio Verne "Tout ce qu’un homme est capable d’imaginer, d’autres hommes seront capables de le réaliser" (tutto ciò che un uomo è capace d’immaginare, altri uomini saranno capaci di realizzare, n.d.t.). Senz’altro una visione romantica e ottimista del progresso umano, ma purtroppo le leggi della Fisica sono inesorabili e quelle dell’Economia sono spietate. Non tutti i sogni sono realizzabili! La fondazione Jacques Rougerie  concesse nel 2014 un premio al gruppo formato dagli architetti Meriem Chabani, Etienne Chobaux, John Edom e Maeva Leneveu, autori di un progetto (in copertina) che, nei loro sogni, sarebbe in grado di consentire la coltivazione di ortaggi al largo delle coste della Groenlandia, catturando acqua dolce dagli iceberg.

    In copertina: Il progetto vincitore del premio Jacques Rougerie 2014. © Meriem Chabani

    COLTIVARE SULL'ACQUA: LA SERRA IDROPONICA JELLYFISH BARGE

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    Certamente, nessuna legge vieta di sognare ed è pure lodevole che ci siano ancora dei mecenati, come l’architetto francese, che stimolino inventori e visionari con premi. È anche vero che molti visionari sono stati in grado di cambiare il mondo con i loro sogni, ma fra la solidità scientifica dei sogni di un visionario - quale fu Nikola Tesla - e l’ingenuità di un progetto basato solo su dei rendering fotorealistici, esiste un abisso. Analizziamo sommariamente alcuni dei punti più deboli del progetto premiato, che lo rendono impraticabile.

    La resistenza torsionale delle strutture galleggianti offshore

    La torsione è uno degli sforzi più critici all’ora di progettare una struttura navale, indistintamente che si tratti di un sistema per l’allevamento di pesci, di una nave da crociera o di un resortgalleggiante. Sappiamo bene che gli sforzi torsionali sono quelli più pericolosi per l’integrità di qualsiasi struttura. L’affondamento del Titanicè forse l’esempio più famoso: stando alle moderne ricostruzioni, iltransatlantico si spaccò in due proprio per la combinazione degli sforzi flettenti con i momenti torcenti, generati dalle forze di galleggiamento differenziali, prodotte dai vari scomparti stagni in cui era suddiviso, i quali si erano riempiti di acqua  in modo non uniforme, e la distribuzione spaziale del peso dei macchinari e dello scafo. Nei rendering dei quattro giovani architetti osserviamo che il progetto ha una forma a ciambella aperta. Una qualsiasi struttura avente quella forma, sottoposta agli sforzi differenziali di galleggiamento generati da una forte mareggiata, è altamente vulnerabile. Appare evidente per l’occhio esperto come il punto diametralmente opposto all’apertura sarà sottoposto a torsioni notevoli. L'immagine che segue è molto eloquente in questo senso, perché ci consente d’immaginare, guardando ciò che succede ad una piccola struttura e con onde di pochi centimetri di altezza, ciò che accadrebbe ad una struttura offshore galleggiante durante un temporale e con onde alte diversi metri.

    caption: Deformazione di una gabbia per piscicoltura indotta dalle onde. Foto tratta dal sito del progetto di ricerca Mermaid.

    Chi volesse avere una dimostrazione più tangibile dell’effetto degli sforzi torsionali in un ambiente offshore, troverà estremamente didattico il seguente video, girato da uno dei partner del progetto di ricerca H2Ocean, il quale mostra le deformazioni indotte dalle onde sulle strutture dei galleggianti dei sistemi di piscicoltura.

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    Non a caso, gli impianti di acquacoltura in acciaio (rigidi e a pianta quadrata) sono stati rimpiazzati da quelli (flessibili e a pianta circolare) in PEHD (polietilene ad alta densità), perché le onde deformano la plastica, ma difficilmente la rompono, mentre il metallo soffre allo stesso tempo la corrosione e la fatica meccanica. Nella foto riportata sopra e nel video consigliato è possibile osservare come un galleggiante di forma toroidale segue il contorno dell’onda, di conseguenza gli sforzi massimi sono prevalentemente di flessione semplice e quasi per niente di torsione. Anche se gli autori del progetto, premiato dalla Fondazione Rougerie, avessero ipotizzato una piattaforma galleggiante di forma perfettamente toroidale, il fatto che l’opera morta della stessa - la parte di scafo situata al di sopra del piano di galleggiamento - sia costituita da serre, pone un secondo problema strutturale difficile da risolvere. A nostro avviso, le lastre di copertura dovrebbero essere realizzate con plastica trasparente e molto flessibile (a bassa efficienza termica), oppure con vetro camera e qualche sistema d’ancoraggio in grado di assorbire le deformazioni del telaio ed evitare di trasmetterle alla lastra (tecnicamente possibile, ma con costi presumibilmente astronomici). Il tutto dovrebbe poi essere anche capace di resistere al peso della neve e ai forti venti dell’Artico.

    La coltivazione idroponica nell’Artico

    Assumendo, molto ottimisticamente, che si possa catturare un singolo iceberg al largo della Groenlandia, e nel contempo evitare di urtare con quelli circostanti la piattaforma, rischiando il suo affondamento, evidenziamo tre problemi da risolvere per poter realizzare una coltivazione idroponica offshore: l’enorme quantità d’energia necessaria per fondere il ghiaccio; la mancanza dei nutrienti necessari per coltivare le piante (contrariamente a quanto affermato nell’articolo sul progetto in questione, il ghiaccio polare è acqua quasi pura, dunque non contiene nutrienti!); e l’assoluta mancanza di luce solare in Groenlandia durante sei mesi. Per poter risolvere i menzionati problemi, la piattaforma galleggiante dovrebbe essere dotata di un generatore nucleare, o essere abbinata ad un’altra piattaforma offshore per l’estrazione d’idrocarburi, ed includere - al suo interno - una centrale di cogenerazione convenzionale; inoltre, dovrebbe disporre di una speciale catena logistica per il rifornimento dei fertilizzanti chimici, imprescindibili per la coltivazione idroponica proposta dagli autori.

    La produzione sinergica d’energia e cibo

    Riconosciamo il merito ai vincitori del premio per aver dimostrato la loro sensibilità verso un argomento insolito e interessante; tuttavia, la loro soluzione (pannelli fotovoltaici montati su superfici a doppia curvatura, costantemente in movimento) è piuttosto puerile. Il concetto di “piattaforma offshore multi” (multi-purpose offshore platform, cioè capace di produrre sinergicamente energia e cibo, oltre ad assolvere altre funzioni relazionate con il traffico marittimo) è stato preso seriamente in considerazione dall’Unione Europea, la quale finanziò tre progetti di ricerca mediante il 7º Programma Quadro, con il bando “Oceans of tomorrow 2011”. Si tratta dei progetti H2Ocean, Tropos e Mermaid. Nel primo progetto venne analizzata la fattibilità di convertire l’energia dalle onde e dal vento in idrogeno e acqua demineralizzata, e, allo stesso tempo, di utilizzare la piattaforma creata per l’allevamento di pesci, molluschi ed eventualmente anche per coltivare macroalghe. Tutti i prodotti devono poi essere trasportati a terra. L’originalità dell’approccio proposto dal consorzio H2Ocean risiede nel fatto che il ciclo produttivo biologico si chiude utilizzando gli scarti marini (pesci che muoiono durante il ciclo d’allevamento, acque reflue e scarti da cucina prodotti nella piattaforma e anche quelli scaricati dalle navi di linea) per la produzione di biometano.  Con il suddetto accorgimento si dimezzerebbe l’inquinamento dei mari generato dal traffico marino e dalla piscicoltura, e si produrrebbe un combustibile pulito, capace di contribuire a ridurre le emissioni in atmosfera dei pescherecci e delle navi di linea. Lo sviluppo teorico di una filiera del biometano per usi navali diede come risultato concreto del  progetto H2Ocean il brevetto di una nuova tecnologia di digestori anaerobici. Nel progetto Tropos, più affine alla filosofia dell’architetto Rougerie, la piattaforma marina polivalente può fungere anche da resort turistico e come snodo per il carico-scarico di merci e persone, allontanando le grosse navi dai porti tradizionali per ridurre l’impatto delle operazioni navali sull’ecosistema costiero. Il progetto Mermaid, invece, analizzò le possibili varianti costruttive delle piattaforme offshore in funzione delle possibili collocazioni (piattaforma galleggiante in acque profonde, piattaforma appoggiata sul fondale in acque poco profonde e poco mosse, e la stessa in acque poco profonde ma con forti correnti e onde).

    Attualmente, la tecnologia offshoreè suddivisa in tre compartimenti stagni, gestiti dall’industria dell’energia eolica, dall’industria petroliera e dalla piscicoltura, quest’ultima riconducibile alle grandi catene multinazionali dei supermercati. Si tratta dunque di tecnologie finanziabili solo da grandi gruppi di capitali, i quali rimarranno  prevedibilmente scollegati fra di loro, nonostante a livello tecnologico esista già una certa standardizzazione dei componenti (ancoraggi, connessioni fra moduli, ecc.) che consentirebbe, da subito, la costruzione di piattaforme multiproposito. Queste ultime rimangono, per ora, un sogno di sviluppo sostenibile, ma se si rispettano alcune regole d’ingegneria, si tratta di un sogno perfettamente realizzabile. Il maggiore ostacolo da superare è… l’incapacità delle Banche e delle multinazionali di sognare. 


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    L’edificio della Ekya Early Years è situato a Bangalore, in India, dove una fabbrica di orologi è stata oggetto di un progetto di riqualificazione. La particolarità di questa colorata scuola è che oltre all’asilo è possibile frequentare corsi che seguono il metodo Montessori. La possibilità di scelta del proprio percorso formativo, così come la socializzazione e la cooperazione tra bambini diventano il perno dell’apprendimento in questo istituto, pertanto nasce l’esigenza di pensare spazi che si prestino al corretto svolgimento delle attività. La volontà è di generare un continuo collegamento tra gli studenti e la natura cercando così di sopperire, per quanto possibile, la rapida crescita della città.

    SCUOLE MONTESSORI: IL FUJI KINDERGARTEN IN GIAPPONE

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    LA RIQUALIFICAZIONE DELL’EX FABBRICA DI OROLOGI

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    Il progetto curato da Collective Project si estende per circa 8 mila metri quadri, prevede la riqualificazione di un’antica fabbrica di orologi abbandonata ripensata come scuola materna. L’edificio industriale presentava problemi strutturali e di degrado, pertanto la sfida maggiore è stata partire da una preesistenza con una maglia strutturale obbligata e rigida per dar forma a un edificio con spazi quanto più flessibili che ben si adattassero al metodo Montessori, così come alle più consuete attività della scuola materna.

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    L’edificio sorge al centro del lotto ed è circondato da una vasta area verde nella quale si trovano spazi attrezzati per il gioco, un labirinto, un laghetto artificiale ed aree per la sosta. Ma il cuore del progetto è la la corte centrale chiamata “Jungle” caratterizzata dalla presenza di numerose piante e da riproduzioni di animali in cartone, proprio come fosse una mini giungla.

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    L’impianto planimetrico si sviluppa longitudinalmente, a piano terra si trovano gli uffici ed alcune aule entrambe accessibili da due ingressi distinti, uno per gli studenti ed uno per gli impiegati.  Al piano superiore vi sono aule, aree comuni ed un’ampia terrazza. Tutti gli ambienti destinati all’apprendimento si sviluppano intorno alla corte centrale. Nonostante la maglia strutturale rigida, è stato possibile individuare quattro percorsi che generano un filtro tra le aree verdi esterne e la corte interna, creando una connessione tra l’anfiteatro, la sala all’aperto per l’arte, il labirinto, le aree per i giochi e la Jungle. Si persegue in tal modo l’obbiettivo principale: creare una stretta connessione tra gli studenti e la natura.

    L’USO DEI COLORI 

    Tutti i percorsi e gli spazi, sia interni che esterni, sono caratterizzati da un sapiente gioco di colori che oltre a dare un’identità alla scuola rende più gioiosi gli ambienti di studio, contribuendo a migliorare l’esperienza quotidiana dei bambini anche dal punto di vista visivo. Mentre i percorsi esterni e gli uffici sono caratterizzati da lamelle colorate di diverse cromie e gradazioni, ad ogni aula è associato un colore, individuabile dall’esterno e poi caratterizzante lo spazio interno, permettendo così ai bambini di associare il colore ad un’attività o ad una lezione.

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    Ma le lamelle colorate degli spazi esterni oltre a curare l’estetica dell’edificio servono a coprire i percorsi e gli spazi principali, svolgendo la funzione di schermature solari. L’intero edificio è pensato per garantire illuminazione naturale all’interno di tutti gli ambienti e una buona ventilazione naturale, un buon microclima è inoltre garantito dal verde e dalle piante presenti negli spazi circostanti e nella corte centrale.

    A volte una sfida difficile e apparentemente improbabile, come l’adattamento di un’industria a scuola materna, è un ottimo esempio di quanto sia importante intervenire sulle preesistenze e sulla loro riqualificazione. Grazie a scelte progettuali efficienti è possibile dare nuove destinazioni d’uso ad edifici abbandonati e degradati facendoli tornare ad essere spazi vivi e nuovi.


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    Sostenibilità economica, energetica ma anche estetica sono i concetti fondativi alla base della realizzazione della nuova sede del Moesgaard Museum (MOMU) a Højbjerg, nei sobborghi di Aarhus, seconda città più popolosa della Danimarca. Il museo, inaugurato nel lontano 1970, è stato ospitato per decenni dalla poco distante villa Moesgård, un edificio dal grande valore storico i cui limiti in termini espositivi erano da tempo sotto gli occhi di tutti, portando alla necessità di una nuova sede, caratterizzata da uno splendido tetto giardino.

    LA BOLLA IN EFTE PER L'UNIVERSITÀ DI AARHUS

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    IL LUNGO ITER PROGETTUALE

    Per questo già nel 1996 la direzione museale bandì un primo concorso di idee a invito, un'iniziativa tesa all’elaborazione di uno spazio più ampio, funzionale e flessibile in grado di valorizzare la sua vasta collezione archeologica senza andare ad intaccare il fascino del contesto ambientale circostante, caratterizzato dalla successione di verdeggianti colline che degradano verso la baia sottostante e per nulla antropizzato. La gestazione burocratica si è rivelata più lunga del previsto, ma il risultato ha ampiamente ripagato gli sforzi compiuti dall’istituzione museale che, alla fine del 2014, ha celebrato l’apertura della nuova sede.

    LA SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE DEL PROGETTO

    A progettare il museo è stato lo studio danese Henning Larsen Architects, una realtà tra le più significative, anche sotto il profilo della sostenibilità, del panorama architettonico nazionale. L’idea da cui è scaturito l’edificio non è stata di mistificare, sostanzialmente annullare, la percezione dell’ambiente costruito nei confronti di quello naturale, bensì di instaurare una relazione di reciproco vantaggio tra i due. Per raggiungere l’obiettivo lo sviluppo del museo si adatta al profilo del terreno di uno dei declivi della zona, che finisce per inglobare la struttura al di sotto di un ampio tetto giardino inclinato.

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    Osservandola in fotografia è quasi impossibile cogliere i 21 metri di altezza della facciata vetrata che si erge al termine del grande manto verde di copertura, interrotto in più punti da rampe, accessi e finestre per favorire la commistione tra interno e esterno. Quello che con la bella stagione è un luogo per conferenze all’aperto, pic-nic e per il tradizionale falò di mezza estate, d’inverno si trasforma nella “pista per slittini migliore della città”, parola di Henning Larsen Architects. A prescindere dalla stagione, invece, l’ampia falda inclinata favorisce la contemplazione del paesaggio, dalla baia alle boschi circostanti, fungendo a sua volta da landmark agli occhi di coloro che si approssimano alla costa dal mare.

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    IL MUSEO

    A livello strutturale l’edificio si avvale di un massiccio telaio in cemento armato, lasciato a vista in più punti all’esterno, rivestito da materiali più caldi quali il legno all’interno. Il cuore pulsante del museo è il foyer centrale, lo spazio coperto di 750 mq di superficie illuminato naturalmente dai pozzi di luce scavati in copertura dove trovano posto caffetteria, biglietteria e guardaroba, nonché gli accessi alle tre sezioni dell’area espositiva di quasi 16.000 mq. Quest’ultima, suddivisa tra archeologia, antropologia e etnografia, è articolata secondo un andamento “a terrazze” aperte l’una sull’altra riconducibili ad un paesaggio prettamente archeologico, in cui la stratificazione dei reperti racconta gradualmente gli accadimenti storici dell’area, descritti anche attraverso moderni apparati multimediali.

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    In sostanza gli architetti sono riusciti nell’intento di disegnare un progetto totale nella sua sostenibilità, un organismo in costante relazione con l’ambiente naturale circostante, la cui fruizione muta col passare delle stagioni senza alterarne la qualità. Da potenziale problema, la nuova sede del Moesgaard Museum è diventata un trampolino dal quale valorizzare un luogo di per sé magico, affascinante, per la gioia di turisti e abitanti che non aspettano altro se non la prima neve per lanciarsi lungo la pista per slittini migliore della città.


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    Negli ultimi decenni sono state realizzate a Dubai decine di edifici spettacolari ed innovativi, mentre alcuni progetti sono in fase di realizzazione o non ancora avviati. Tra i progetti più particolari che non sono stati ancora realizzati c’è la “Da Vinci Tower” o “Dynamic Tower”, progettata nel 2001 ed ancora solo su carta, opera dell’architetto David Fisher, italiano di origini israeliane, e del suo studio Dynamic Architecture.

    EDIFICI ROTANTI CHE SEGUONO IL SOLE

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    La torre prevede 80 piani per un totale di 420 metri di altezza in cui sono collocati 200 appartamenti, uffici, 5 ville da 1500 mq ed un albergo a 6 stelle, ma la peculiarità del progetto risiede nella sua natura dinamica e mutevole: ogni piano infatti ruota attorno ad un pilone centrale, che costituisce la struttura portante dell’intero grattacielo rotante, in maniera indipendente, generando così infinite configurazioni dello skyline della torre. Il sistema che muove ogni piano è costituito da 8 turbine eoliche, che oltre ad alimentare i fabbisogni energetici degli appartamenti presenti, permette di generare, insieme ai pannelli fotovoltaici integrati sul tetto di ogni piano, oltre 190 milioni di kilowatt all’anno ed un relativo introito di 7 milioni di euro derivato dalla vendita del surplus di energia prodotta.

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    L’intera struttura sarà prefabbricata per permettere una molto più rapida messa in opera e conseguentemente ridurre drasticamente i tempi di costruzione (un piano ogni sette giorni anziché uno ogni sette settimane). I moduli degli appartamenti saranno assemblati in Italia, compresi di impianti elettrici, idraulici e di condizionamento. Gli spostamenti avverranno in maniera molto graduale in modo da non essere percepiti da chi vive nell’edificio e permettere di orientare i pannelli fotovoltaici permanentemente al sole per generare energia.

    Il pensiero del progettista è che l’architettura dinamica può rivoluzionare i canoni estetici e culturali dell’arte del costruire, riunendo al contempo in un solo edificio la capacità di adattarsi alle esigenze degli abitanti e della natura, generando energia pulita e toccando livelli qualitativi altissimi.


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    Clutter in inglese significa letteralmente “accumulo di cose inutili”: porre limite al superfluo ha fatto sì che fosse coniato il neologismo decluttering. Rimettere in ordine gli spazi in cui si vive, si lavora o si spendono ore per le proprie attività vuol dire anche mettere ordine nella propria vita. Liberarsi di ciò che non occorre più o che non è mai servito consente di fare spazio in un luogo incidendo direttamente sulla sfera emotiva di chi quel luogo lo vive. Decluttering è quindi il termine che indica l'azione del fare spazio in maniera consapevole, eliminando quel che risulta ingombrante. Liberarsi del superfluo per vivere in maniera più confortevole, anche distaccandosi da oggetti che richiamano ricordi spiacevoli in taluni casi.

    RICICLARE VECCHI JEANS PER FARNE ARREDI

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    I BENEFICI DEL DECLUTTERING

    Il primo tangibile beneficio del decluttering è il poter guadagnare tempo, se pensiamo a quello perso quotidianamente per ritrovare piccoli oggetti sparsi per la nostra abitazione come chiavi, cellulari, documenti etc… Più gli oggetti si accumulano e maggiore è il rischio di perderli, e talvolta anche di gettarli inconsciamente nella spazzatura.

    Ciò che non si trova provoca  stati d'ansia e di preoccupazione soprattutto quando si ha fretta; per cui ordine e spazio offrono di contro serenità e calma. Con il decluttering gli oggetti effettivamente utili restano sempre facilmente raggiungibili per l'utilizzo. La propria abitazione finirà con l’essere equilibrata tra spazi pieni e spazi vuoti e, come anche la disciplina del feng-shui insegna, consentirà ai suoi abitanti benessere interiore e a chi la visita un senso di stima verso quel luogo.

    INTERROGATIVI DA PORSI PER LIBERARSI DEL SUPERFLUO

    Non è sempre facile capire cosa sia superfluo e cosa no; spesso non si rinuncia a degli oggetti per legami affettivi nonostante essi non solo siano inutili ma a volte anche ingombranti per lo spazio in cui vengono collocati! Come di suol dire “il troppo stroppia” per cui è consentito conservare i ricordi ma a patto che essi non prendano il sopravvento fra le cose effettivamente utili in un’abitazione. Occorre porsi delle semplici domande che consentano di capire quali siano gli oggetti di cui è il caso di liberarsi.

    1. L'”oggetto” è stato mai usato?
    2. L’”oggetto” serve al suo scopo? 
    3. L’”oggetto” è davvero un ricordo unico e insostituibile?
    4. L’”oggetto” è un doppione di altri oggetti che si possiedono?
    5. L’”oggetto”, nel caso assolva ad una funzione ma risulti eccessivamente ingombrante, rumoroso, antiestetico etc… può essere sostituito con uno omologo più discreto e funzionale?

    Queste dovrebbero essere le principali domande da porsi quando si tratta di intraprendere il decluttering del proprio spazio.

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    DA DOVE INIZIARE?

    Se si è alla prima esperienza di decluttering eliminare determinati oggetti potrebbe risultare traumatico. Occorre iniziare a piccoli passi dedicandosi di volta in volta ad un singolo ambiente. Inoltre se si vive uno spazio con altre persone è utile che il lavoro di decluttering sia condiviso anche perché gli oggetti presumibilmente inutilizzati da una persona potrebbero essere utili ad un’altra.

    Sarà interessante constare come dal successo del primo step di decluttering si ricavi volontà e consapevolezza  necessarie per proseguire.

    I più radicali possono pensare di applicare il decluttering anche a cantine, garage e soffitte che solitamente diventano i luoghi per l’accumulo di oggetti inutili nel corso del tempo i più “nostalgici” potranno riporre parte del materiale inutilizzato di cui non vogliono liberarsi in locali a loro volta inutilizzati.

    DOVE E COME COLLOCARE GLI OGGETTI SUPERFLUI

    Gli oggetti selezionati non devono necessariamente essere buttati via ma per rispettare il principio di una pratica ecosostenibile fino in fondo essi possono essere donati, venduti riciclati, barattati. Gettare via oggetti indistintamente e senza criterio contribuisce solo ad un accumulo di rifiuti non riciclabili. Qualsiasi oggetto che a noi non serve più potrebbe ritrovare nuova vita ed un reale utilizzo in casa d'altri.

    Attualmente è in voga una pratica dal nome piuttosto bizzarro ma che pare funzioni per sopperire a decluttering di gruppo. Trattasi del cosiddetto swap-party, un evento appositamente creato per far incontrare persone che vogliono liberarsi dei propri oggetti o barattarli con altri.

    C’è poi il classico gesto della libera donazione; ad esempio quello dei libri alle biblioteche o alle associazioni, o della loro rivendita ai negozi dell'usato. Vale lo stesso per gli abiti che però andrebbero selezionati onde evitare che questi finiscano involontariamente nelle mani di rivenditori abusivi che ne possano trarre lucro a spese di finte associazioni benefiche.

    Il baratto infine risulta la più antica e valevole pratica per evitare sprechi, contenere costi e far si che gli oggetti non diventino rifiuto; sono nate per questo apposite comunità e piattaforme online dedicate ad esso, e spesso vengono organizzati eventi dedicati allo scambio degli oggetti non più utilizzati.

    EVITARE DI RIACCUMULARE OGGETTI SUPERFLUI

    Accumulo e disordine si formano principalmente a causa di scarsa organizzazione e di comportamenti noncuranti del mantenimento dell'ordine (in ogni caso, non maniacale) e della necessità di evitare accumuli. Il cambiamento inizia da noi e dalle abitudini della nostra famiglia o dei nostri coinquilini.

    Nella hit parade degli oggetti che più facilmente si accumulano occupando spazio prezioso ci sono le riviste. Donatele a chiunque abbia il desiderio di leggerle e magari se volete proprio gettarle abbiate cura di riporle nel bidone della carta!

    Altri oggetti che si accumulano facilmente nel tempo sono capi d'abbigliamento, scarpe e accessori. Nel caso vogliate liberarvene potrete approfittare al cambio di stagione regalandolo, scambiandolo o donandolo, ma, per evitare nuovi accumuli, cercate di tenere sempre presente ciò che che ancora potreste indossare, in modo da evitare acquisti inutili in modo anche da preservare il vostro portafogli.

    Per ovviare al riaccumulo di oggetti tenere sempre presente che al giorno d’oggi vi sono infinite possibilità di condivisione e prestito. Non ultimi in termini di importanza sono gli acquisti di costosi strumenti da cucina o elettronici che poi vengono utilizzati in maniera sporadica o non al massimo delle loro possibilità.

    Comprare solo ciò che realmente occorreè l'unica elementare regola per evitare gli accumuli, valida per tutti gli oggetti della casa e oltretutto utile a risparmiare notevoli somme di denaro.

    Non bisogna mai temere di generare sprechi quando si ha la consapevolezza che qualcosa che non si utilizza possa essere invece utilizzato da altri.

    Va da sé che all’atto del liberarsi degli oggetti inutili segua quello del riordino che in termini anglosassoni viene identificato come “space cleaner”. Fare spazio in un luogo diventa conseguentemente un atto di liberazione e ordine del proprio stato emozionale.


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