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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    In Catalogna – Spagna - nei pressi della città di Girona sorgeva, nascosta tra gli alberi di una foresta di querce da sughero e, affacciata verso il mare Mediterraneo, una fattoria abbandonata all’incuria del tempo. Oggi, grazie all’intervento dello studio di progettazione olandese ZEST Architecture si può scorgere tra le foglie una costruzione in pietra con ampie finestre rettangolari aperte verso il paesaggio mozzafiato.

    LA CASA DEL PESCATORE: L'INTERVENTO DI RECUPERO A GIRONA.

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    IL PROGETTO DI VILLA CP A GIRONA

    La vecchia casa colonica catalana composta da due volumi, uno principale che era destinato ad abitazione e uno più piccolo leggermente discosto che era destinato al bestiame, è stata trasformata in moderna abitazione. Le pareti perimetrali in pietra sono state mantenute e consolidate, i solai sono stati ripristinati in legno e i travetti sono stati lasciati a vista mentre gli interni si contraddistinguono per un trattamento delle superfici e per la scelta degli arredi in linea con le tendenze contemporanee.

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    L’abitazione è disposta su due livelli non completamente fuori terra, infatti la struttura sfrutta il naturale declivio della collina appoggiandosi ad essa. Al piano terra si trova la zona notte con tre camere da letto, due bagni, la lavanderia e uno studio, invece al primo piano è collocata l’ampia zona giorno e la camera per gli ospiti con i rispettivi servizi. Il piccolo volume accessorio accoglie un appartamento disposto su due livelli e costituito da due stanze e un bagno.

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    Una particolare attenzione è stata posta nel trovare soluzioni adeguate alla vecchia costruzione e allo stesso tempo ecosostenibili. È stato installato un impianto geotermico che alimenta i pannelli radianti a pavimento e che garantisce il riscaldamento d’inverno e il raffrescamento d’estate. Per le pareti è stato impiegato il sughero come isolante termico, mentre per gli interni sono stati utilizzati dei rivestimenti in fango e canne di bambù.

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    La piscina, creata ex novo, non è un vezzo alla moda, ma costituisce parte integrante dell’impianto di fitodepurazione, è infatti alimentata dall’acqua piovana e dalle acque di scarico dei bagni che vengono filtrate dal terreno e concorrono, insieme all’acqua raccolta dal tetto, ad alimentare la cisterna dalla quale si attinge per irrigare il giardino.


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    Quanto può fare l’industria del Retail per ridurre l’impatto sull’ambiente? La nuova Coop di Carpi, via Carlo Sigonio (MO) è il primo edificio in Italia e il secondo in Europa ad ottenere la prestigiosa certificazione “LEED for Retail”, la cui targa, arrivata nell’ottobre 2014, è esposta all’entrata del supermercato.

    LEED FOR SCHOOL LIVELLO PLATINUM AD UNA SCUOLA DI TRENTO 

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    Il certificato LEED (Leadership in Energy and Environmental Design) è il protocollo più diffuso a livello mondiale sugli edifici a basso impatto ambientale che certifica le nuove costruzioni o ristrutturazioni che presentano le migliori soluzioni di risparmio energetico, comfort e vivibilità degli ambienti.

    Macro Design studio di Rovereto ha seguito per conto di Coop Estense sin dalle prime fasi di progetto il processo di certificazione LEED, lavorando in sinergia con i suoi consulenti, il gruppo di progettazione INRES e l’impresa di costruzione CMB.

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    Il progetto ha avuto come obiettivo quello di dare al punto vendita un carattere fortemente improntato alla sostenibilità ambientale e al risparmio energetico, realizzando un edificio a basso impatto ambientale, aumentando il comfort e la vivibilità interna per clienti e lavoratori, riducendo i costi di gestione rispetto ad analoghi punti vendita e mantenendo lo stesso livello di qualità e servizio.

    La scheda del punteggio che ha prodotto l’ottenimento della certificazione consiste nella somma dei crediti che l'edificio ha raggiunto in sette aree tematiche: sostenibilità del sito, gestione efficiente dell'acqua, energia e ambiente, materiali e risorse, qualità dell'aria negli ambienti interni, progettazione e innovazione, priorità regionale. Con il punteggio di 65, Carpi Sigonio si aggiudica la certificazione LEED livello GOLD, la più alta dopo la platinum.

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    L’illuminazione all’interno dell’edificio è pressoché naturale, grazie alle ottantacinque celle solari che captano, rifrangono e amplificano la luce dal tetto, ed è stato previsto un sistema di dimerizzazione dell’illuminazione, affinché i led si spengano qualora il livello di luce naturale sia sufficiente.

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    La qualità dell’aria interna è continuamente rigenerata servendosi di una “cascata” di piante vere, sopra gli scaffali, che contribuiscono a migliorare la salubrità abbattendo l’anidride carbonica in circolazione. La temperatura è costante, in tutti i reparti, ed è mantenuta grazie all’utilizzo di frigoriferi verticali e chiusi da sportelli di vetro. Risparmio energetico non indifferente, sia per la conservazione degli alimenti che per evitare il fastidioso passaggio “in ghiacciaia” quando ci si avvicina alla zona dei surgelati.

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    Le soluzioni per contenere i consumi non finiscono qui: doppie porte agli ingressi e tripli vetri alle finestre, un riciclo dell’acqua piovana per le toilettes, l’importanza dell’isolamento che ha visto l’impiego di abbondanti strati di lana di roccia le strutture, la centrale termica che trasforma il calore prodotto dai motori frigoriferi in riscaldamento.

    Il supermercato sostenibile costa più di quello tradizionale? I progettisti Davide Roncaglia (direttore tecnico Coop), Michele De Beni (consulente per il risparmio energetico) e l’architetto Paola Moschini (responsabile del protocollo Leed) dicono che, a fronte di una spesa che supera del 2% i costi di partenza, il risparmio energetico in tre anni sarà tra il 35 e il 45%.

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    È stata recentemente pubblicata la nuova Prassi di Riferimento nota come UNI/PdR13:2015, il cui titolo completo è “Sostenibilità ambientale nelle costruzioni - Strumenti operativi per la valutazione della sostenibilità”. Il documento, approvato dal Consiglio Direttivo dell’UNI unitamente al CNR, non è una normativa in vigore ufficialmente ma può fornire un utile riferimento valido su tutto il territorio nazionale.

    La nuova Prassi recepisce le ultime normative europee in tema di sostenibilità edilizia e in particolare l’ultima direttiva del Comitato Tecnico CEN/TC 350.

    IL PROTOCOLLO ITACA E LA VALUTAZIONE DELLA SOSTENIBILITÀ DI UN PROGETTO

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    CONTENUTI DELLA UNI/PdR13:2015

    Il nuovo documento di riferimento è formato da due sezioni: la prima dal titolo “Inquadramento generale e principi metodologici” e la seconda denominata “Edifici residenziali” che si concentra sui criteri e sul metodo di valutazione.

    Il documento descrive i tre livelli gerarchici di cui è costituito il metodo di valutazione. Il primo livello è quello delle “Aree”, suddiviso in qualità del sito, consumo di risorse, carichi ambientali, qualità ambientale indoor e qualità del servizio. Ogni area comprende più categorie, che vengono poi valutate secondo alcuni criteri.

    Esempio: Area: Carichi ambientali - Categoria: Rifiuti solidi - Criterio: Rifiuti solidi prodotti in fase operativa.

    I punteggi assegnati all’edificio per ogni criterio vengono poi normalizzati e aggregati per ottenere un unico punteggio finale per ogni immobile considerato.

    Nella seconda sezione della Prassi sono invece date le indicazioni per il calcolo del punteggio specifico per ogni criterio definito in precedenza.

    Se si considera come esempio il criterio di accessibilità ai trasporti pubblici, la prassi indica quali dati rilevare per ottenere il punteggio. Vengono valutate ad esempio la distanza dalle fermate dei mezzi pubblici e la frequenza delle corse. Per valutare il criterio di vicinanza ad aree pubbliche attrezzate devono essere rilevati i tipi di attrezzature presenti, la qualità dell’ambiente e l’accessibilità. In questo modo ogni criterio rilevante per la classificazione di un immobile nella scala della sostenibilità viene esplicitato in precisi parametri rilevabili e oggettivi.

    OBIETTIVI DELLA PRASSI

    Il metodo così presentato si presta all’applicazione a livello nazionale al fine di creare omogeneità nella valutazione degli edifici residenziali presenti su tutto il territorio. Questa omogeneità non è stata finora raggiunta in quanto ogni regione fa riferimento a normative europee differenti e ha adottato criteri differenti di valutazione del patrimonio edilizio.

    Anche lo stesso protocollo Itaca era declinabile in diverse varianti a livello regionale e quindi portava spesso a risultati non confrontabili. Lo stesso vicepresidente di Itaca, Antonio Canzian, afferma infatti: "La Prassi di riferimento, che andrà a sostituire formalmente il Protocollo, auspico diverrà presto lo strumento di riferimento nazionale anche per tutte le Regioni, così da rendere omogeneo, su tutto il territorio nazionale, il sistema di valutazione e certificazione” .


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    Sostenibilità energetica, risparmio, fonti rinnovabili, impatto ambientale, efficienza sono parole che leggiamo tutti i giorni sui giornali e con cui - come persone adulte e progettisti del mondo costruito - dobbiamo fare i conti quotidianamente.

    MUBA Museo dei Bambini Milano ed Edison hanno pensato di rendere questi temi alla portata dei bambini, per trasferire alle future generazioni rispetto ambientale e coscienza energetica.

    La mostra-gioco interattiva si chiama ENERGIA! ed è un percorso per far vivere un’esperienza ludico-educativa innovativa nell’approccio ai temi scientifici.

    EXPLORA: A ROMA UN MUSEO TUTTO PER I BAMBINI

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    GLI ALLESTIMENTI DI ENERGIA!

    L’allestimento, all’interno della bellissima Rotonda di via Besana, ex chiesa tardobarocca e cimitero legato alla vicina Ca’ Granda, fornisce gran dinamismo alla staticità degli archi e delle volte. Cinque le proposte di gioco: Tu sei energia; Centrale idroelettrica; Circuito elettrico; Fonti sotterranee; Elettricità.

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    L’installazione più impressionante è ospitata proprio sotto la volta centrale. Tu sei energia! Un pavimento speciale trasforma il movimento fisico in elettricità. Questo speciale pavimento riesce a convertire l'energia cinetica prodotta dai visitatori in energia elettrica. Un’invenzione che consentirà di accendere i lampioni delle città, partendo dal semplice movimento di auto e dei passanti, ecosostenibile e gratuito.

    Più i bambini saltano e si scatenano, più le lampadine appese sotto la volta si accendono, fino a lampeggiare tutte insieme nel momento di massima potenza.

    L’energia viene raccontata nelle sue varie forme: viene spiegato il percorso sotterraneo che gas e petrolio compiono nel momento dell’estrazione, il viaggio delle goccioline d’acqua nelle centrali idroelettriche e il funzionamento di un circuito elettrico, sperimentando la capacità di conduzione di materiali diversi.

    Poiché, soprattutto il fine settimana, MUBA è frequentato anche dai genitori, Edison ha allestito una parte dedicata agli adulti in cui, attraverso pannelli touch interattivi, approfondire le medesime tematiche della produzione energetica in tutte le sue forme.

    L’installazione più completa è quella di una casetta al buio, dove i bambini devono svolgere una serie di attività come puzzle e disegni, giochi impossibili in assenza di luce. Altri ragazzi sono all’esterno della casa. Con pompe, mulinelli e torce attivano pale eoliche, pannelli fotovoltaici e l’estrazione del gas, illuminando l’interno della casa.

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    Ovviamente se smettono, la luce si spegne nuovamente…

    Un gioco divertente e dinamico dove ad ogni azione corrisponde una reazione, che mostra in concreto come si produce l’elettricità.

    IL MUSEO DEI BAMBINI DI MILANO

    Learning by doing, è questo il credo di MUBA, organizzazione no profit attiva dal 1995 nel campo dell’educazione non formale. Realizza mostre per trasmettere concetti importanti con una metodologia adatta al pubblico dei bambini, sulla tipologia di museo hands on! o Please touch!, di cui fa parte.

    Mentre passeggiamo sotto le belle volte, contornati da bambini in piena attività, chiediamo a Valeria Bottelli e a Cristina Ajroldi, socie della Fondazione MUBA e architetti in BDGS Architetti Associati, progettista degli allestimenti - una sintesi del lungo percorso italiano del MUBA dal 1995 nelle mostre-gioco per bambini: "È una storia che si snoda tra tappe dedicate ad argomenti molto diversi - dai soldi al colore, dal design ai suoni, ad altri, ma sempre accomunate da un approccio al tema volto a incentivare la curiosità e a sviluppare il senso critico e la capacità di porsi sempre nuove domande da parte dei bambini. Ad esempio in "Energia!" il team di MUBA ha deciso di affrontare il tema ponendo i bambini come attori in prima persona dei processi di produzione e fruizione dell'energia elettrica. E così nelle varie installazioni essi diventano protagonisti impersonificando, attraverso giochi di ruolo, di volta in volta: l'acqua, il petrolio e il gas, la conduzione, la produzione, la fruizione dell'energia, esplorando il tema in un viaggio molto motorio e giocoso. L'allestimento è volutamente abbastanza astratto, con un uso puntuale del colore giallo, volto a richiamare luce ed energia."

    All’ingresso del museo si trova un’altra installazione che anticipa i temi di Expo: Childrenshare, costituita da un grande tavolo, simbolo di accoglienza e convivialità, che mette in scena le tante e differenti modalità di fruizione del cibo.

    I bambini possono giocare e sperimentare modi diversi di apparecchiare la tavola.

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    A Novembre Childrenshare ha lanciato una Call for Ideas per raccogliere e selezionare progetti per sviluppare una programmazione intorno al tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”: exhibit e installazioni, mostre-gioco e workshop che troveranno spazio durante Expo Milano 2015 presso la Rotonda di via Besana. Sono stati ricevuti 125 progetti, al vaglio in questi giorni.

    Da ultimo un accenno sull’installazione permanente REMIDA, ideata nel 1996 a Reggio Emilia, è un luogo dove i materiali scartati dalla produzione industriale ed artigianale (carta, cartone, ceramica, stoffe, cordame, plastica, cuoio, gomma, legno, metallo) si trasformano, come gli oggetti toccati dal mitico Re Mida, in “preziose risorse creative”. Un progetto culturale di sostenibilità, che promuove l’idea che lo scarto, l’imperfetto, sia un possibile portatore di bellezza, capace di sollecitare riflessioni, proporsi come risorsa educativa, sfuggendo così alla definizione di “inutile” e di “rifiuto”.

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    MUBA a Milano ha la sede permanente alla rotonda di via Besana da appena un anno.

    Ospita oltre 10 mila visitatori al mese e, con il Bistro, la libreria Corraini e l’apertura tutti i giorni, offre un’oasi alla frenesia milanese.
    Un ambiente dove i bambini sono accolti con piacere e dove gli adulti diventano un po’ bambini. Un luogo ideale per riflettere sui valori del mondo di domani.

    La missione di MUBA è lo sviluppo e la diffusione dell’educazione non formale, al fine di promuovere una cultura innovativa per l’infanzia che pone al centro dell’esperienza i bambini, secondo il metodo pedagogico dei Children’s Museums, ai quali MUBA è strettamente legato.

    MUBA Museo dei Bambini Milano
    e-mail: info@muba.it
    Tel. 02 43980402
    Le visite sono organizzate a turni di ingresso della durata di circa 75 minuti,  è consigliato l’acquisto in prevendita sul sito www.midaticket.it.

    ORARI
    Da martedì a venerdì: ore 17.00
    Sabato, domenica e festivi: ore 10.00 – 11.30 – 14.00 – 15.45 – 17.30

    COSTO
    Bambini: 8 euro | Adulti: 6 euro


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    La Fale tele o “casa rotonda”è un tipo costruttivo caratteristico dell’isola di Samoa, arcipelago del Pacifico meridionale che fa parte della regione della Polinesia. Esemplare unico di architettura vernacolare asiatica, è una costruzione circolare che nella sua espressione originaria è costituita di materiali naturali: si tratta di una struttura aperta, priva di muri, formata da uno scheletro ligneo che sorregge un tetto a cupola. 

    ARCHITETTURA VERNACOLARE: LA CANNA PALUSTRE NEL MONDO ARABO

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    I MATERIALI DELLA CASA ROTONDA O FALE TELE

    Pali e colonne di legno costituiscono il sistema portante, corallo, sabbia e lava formano il basamento circolare, foglie di canna da zucchero o di palma sono usate per la copertura, infine in fibra di cocco sono le tipiche legature degli elementi lignei. Per difendere la privacy, ma anche per protezione dall’irraggiamento e dalle intemperie, è consueto il ricorso a particolari sistemi di oscuramento chiamati pola, che consistono in foglie di palma intrecciate a chiudere i lati aperti della struttura.

    Sono questi i materiali solitamente impiegati per un’architettura la cui costruzione richiede l’apporto di tutta la famiglia, e spesso anche delle famiglie dei villaggi vicini. La funzione a cui la casa rotonda è destinata varia a seconda delle esigenze dei proprietari: da abitazione privata a residenza per gli ospiti a sala per le riunioni di famiglia, l’inaugurazione della costruzione è una grande cerimonia celebrata da un membro della cooperazione dei costruttori di Samoa. In origine la fale tele era usata per la conservazione di cibi e bevande, oggi le piccole strutture ricettive costruite ex novo sulle spiagge sono destinate all’accoglienza turistica.

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    LA STRUTTURA DELLA CASA ROTONDA O FALE TELE

    La costruzione ha un’anima centrale portante, formata da tre pali lignei affiancati per sostenere una trave di colmo, a sua volta retta da un’impalcatura provvisoria a cui è legato l’arco centrale del tetto in fibra di cocco o di canna da zucchero. All’arco centrale si affiancano poi, da una parte e dall’altra, le due porzioni ricurve del tetto che conferiranno alla copertura il suo definitivo inviluppo a cupola. Queste porzioni sono sostenute da impalcature provvisorie, che servono per introdurre l’anello esterno dei sostegni in pali lignei. Infine, sul supporto in fibra di cocco del tetto, si adageranno due strati successivi di foglie di canna da zucchero o di palma, a costituire l’involucro finale di copertura della cupola. Il basamento circolare è circondato da pietre per allontanare gli insetti dallo spazio interno calpestabile.

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    La particolarità costruttiva della casa rotonda tradizionale consiste nel fatto che gli elementi lignei di sostegno sono legati, tra loro e ai materiali di finitura, senza il ricorso alle tradizionali chiodature di produzione industriale ma attraverso legacci in fibra di cocco (afa) creando pattern originali e spesso complessi. Si stima che per costruire una fale tele tradizionale sia necessaria una lunghezza di 30.000-50.000 piedi di filo di afa (non metri, ma chilometri!) e molti mesi di lavoro.

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    Alcune moderne fale tele sostituiscono ai materiali tradizionali il cemento per il pavimento, la lamiera ondulata per la copertura e il graticcio per le pareti. Così appaiono oggi alcuni esemplari di fale tele dei villaggi samoani in cui vive la maggior parte della popolazione a basso reddito dell’isola. 

    Fonte | J. May, Architettura senza architetti, guida alle costruzioni spontanee di tutto il mondo, Rizzoli, 2010. 


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    Dal 1992 il programma LIFE è lo strumento di finanziamento europeo principe per progetti ambientali di varia portata (dalla riduzione delle emissioni climalteranti al management dei rifiuti, dalla protezione degli ecosistemi al sostegno dell’uso efficiente delle risorse) con il fine ultimo di contrastare gli effetti negativi del cambiamento climatico. Il nuovo programma si chiama LIFE MAWP (Multiannual Work Programme) e dall’anno scorso ha sostituito il LIFE PLUS. Vediamo in sintesi gli obiettivi della programmazione quadriennale, i beneficiari e le scadenze del bando.

     IL SETTIMO PROGRAMMA D'AZIONE AMBIENTALE LANCIATO DALL'UE

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    LO STATO DELL’ARTE

    Verso la fine degli anni ’80 grazie alle campagne informative di ecologisti ed ambientalisti, aumentò rapidamente la consapevolezza dell’opinione pubblica riguardo alle minacce al Pianeta dovute a politiche di sfruttamento insostenibile. 
    Disastri su larga scala - come la catastrofe di Chernobyl, principale causa dell’aumento dei tumori alla tiroide e al sangue - focalizzano immediatamente l’attenzione pubblica sulla necessità di rendere più efficace la protezione ambientale. Tematiche come il buco dello strato di ozono e il surriscaldamento globale indussero dunque la politica ambientale europea ad un'accelerazione del suo sviluppo istituzionale. 
    Ricordiamo che già dal 1972 la UE aveva adottato misure per limitare l’inquinamento e migliorare la gestione dei rifiuti. Solo nel 1979 adottò la prima direttiva Uccelli e nel 1982 il Parlamento europeo introdusse una piccola linea di finanziamento per la conservazione della natura, successivamente denominata pre-ACE, poiché antesignana dei regolamenti oggi denominati con la sigla ACE, ovvero le azioni comunitarie per l’ambiente. 
    In ventidue anni di vita e quattro programmazioni quadriennali, il LIFE ha co-finanziato la bellezza di 4.171 progetti ed elargito approssimativamente 3,4 miliardi di euro per la protezione dell’ecosistema. Una disamina delle tematiche affrontate nei progetti che hanno ottenuto la sovvenzione a fondo perduto è vivamente consigliata a coloro i quali volessero accedere al finanziamento. Inoltre, per un’analisi statistica, Il sito dedicato al LIFE consente di visionare i progetti in base a diverse chiavi di ricerca come ad esempio il Paese, il beneficiario o la tematica.

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    IL LIFE IN ITALIA

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    Nel nostro Paese, all’oggi la Commissione Europea attraverso il LIFE ha finanziato ben 725 progetti, dei quali 445 per l’innovazione ambientale, 268 per la tutelare della biodiversità e 12 per sostenere campagne d’informazione e di comunicazione per sensibilizzare la società sulle tematiche ambientali.  In termini economici tali progetti hanno rappresentato un investimento totale di 1,1 miliardo di euro, di cui il 55,6 % è stato finanziato dalla UE.

    GLI OBIETTIVI GENERALI

    Tutte le azioni co-finanziabili mediante il LIFE hanno il fine di dare un valore aggiunto all’ambiente, vediamole in dettaglio.

    1. Contribuire a un più efficiente uso delle risorse, a un'economia a basse emissioni di carbonio e resiliente ai cambiamenti climatici, alla tutela e al miglioramento dell'ambiente, nonché alla salvaguardia della biodiversità.
    2. Migliorare lo sviluppo e l'attuazione della politica e della legislazione ambientale e climatica della UE, promuovere l'integrazione degli obiettivi ambientali e climatici in altre politiche europee e nelle azioni del settore pubblico e privato.
    3. Supportare la governance dell’ambiente e del clima includendo il coinvolgimento della società civile, di NGO e altri attori locali.
    4. Supportare l’implementazione del Settimo EAP (Programma d’azione ambientale, n.d.t.).

    I TEMI SPECIFICI

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    I progetti ammissibili al finanziamento devono avere per oggetto uno dei seguenti temi

    • Acqua
    • Aria e Rumore
    • Biodiversità
    • Cambiamento climatico e Energia
    • Habitat
    • Informazione e Comunicazione
    • Industria e Produzione
    • Risk management
    • Servizi
    • Specie
    • Rifiuti (azioni per l’economia circolare)
    • Uso del suolo e Pianificazione

    I PROGETTI FINANANZIABILI

    • Buone pratiche
    • Progetti preparatori
    • Progetti pilota, dimostrativi o integrati;
    • Progetti di assistenza tecnica;
    • Progetti di rafforzamento delle capacità;
    • Informazione, sensibilizzazione e progetti di diffusione
    • Eventuali altri progetti necessari al fine di conseguire gli obiettivi generali del programma

    GLI INDICATORI

    Come in ogni progetto europeo gli indicatori sono importanti per poter valutarne l’efficacia, vediamo quali sono richiesti:

    • Miglioramenti ambientali e climatici.
    • Il numero di interventi sviluppati o intrapresi che implementano piani, programmi o strategie conseguenti alla politica ambientale o climatica della UE, la legislazione e il numero di interventi replicabili o trasferibili in altre realtà.
    • Il numero di interventi utili ad attivare sinergie con altri programmi di finanziamento della UE.
    • Il numero di interventi per garantire una migliore governance, la diffusione delle informazioni e la consapevolezza pubblica sugli aspetti ambientali e climatici.

    LE LINEE DI FINANZIAMENTO

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    Il finanziamento può assumere le seguenti forme giuridiche:

    • Borse di studio
    • Appalti pubblici
    • Cofinanziamenti agli strumenti finanziari ai sensi del Regolamento n° 966/2012 definito nel TFUE (Trattato del Funzionamento della UE, n.d.t.)  e dei requisiti operativi previsti negli atti specifici.
    • Eventuali altri interventi finalizzati a conseguire gli obiettivi generali del programma.

    I BENEFICIARI

    • Agenzie per lo sviluppo
    • Autorità Locali, Regionali o Nazionali
    • Autorità per la gestione di parchi e riserve
    • Aziende miste
    • Corpi intergovernativi
    • Fondazioni o ONG
    • Grandi aziende
    • Imprese Internazionali o Imprese pubbliche
    • Istituti di ricerca o di formazione
    • Organizzazioni professionali
    • Piccole o medie imprese (SME)
    • Università

    CRITERI DI AMMISSIBILITÀ

    La domanda di finanziamento deve soddisfare i seguenti criteri di ammissibilità:

    • il richiedente appartiene a uno Stato membro il cui PIL pro capite nel 2012 non è stato superiore al 105% della media della UE e che la percentuale di ripartizione media nazionale nel periodo 2010-2012, come stabilito ai sensi dell'articolo 6 del regolamento (CE) n 614/2007, sia stato inferiore al 70% oppure si sia verificata una delle seguenti alternative:

    • il PIL pro capite nel 2012 sia stato inferiore al 90% della media della UE, 
    • adesione all'Unione successiva al 1° gennaio del 2013.

    LA PROGRAMMAZIONE 2014-2017

    Il nuovo LIFE è stato ufficialmente pubblicato 185 il 20 dicembre del 2013 nel Giornale Ufficiale
    L 347 e si divide in due linee di finanziamento alle quali si può accedere annualmente:

    • Sub-programma per l’ambiente
    • Sub-programma per contrastare il cambiamento climatico.

    Il budget per l’intero periodo e per tutti i 28 Paesi comunitari è di 3,4 miliardi di euro.

    SCADENZE PER LA PRESENTAZIONE DEI BANDI

    Le call (domande, n.d.t.) usciranno a giugno, mentre le proposte dovranno essere presentate entro le scadenze definite in base al tipo di progetto, come si evince dalla seguente tabella. Per informazioni dettagliate rimandiamo al documento ufficiale:

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    Per concludere, in generale evidenziamo che l’aspetto positivo di un qualsivoglia co-finanziamento comunitario è di fungere da ottimo catalizzatore di sovvenzioni locali, sia a livello regionale che statale.
    In pratica, il LIFE è un valido strumento per sperimentare buone pratiche di gestione naturalistica delle aree protette, perfezionabili in tempi successivi e quindi replicabili in altre realtà con elevata percentuale di successo. L’aspetto negativo per le amministrazioni di aree protette, ma a nostro avviso risolvibile con un adeguato management, è forse dato dagli oneri aggiuntivi, dovuti principalmente ad obblighi e a procedure, come ad esempio la rendicontazione tecnica e finanziaria che devono essere inviate periodicamente alla Commissione Europea entro i termini prestabiliti.


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    Dimore degli antenati e degli dei, i Korambo della Papua Nuova Guinea sono architetture a forma di A dalle dimensioni spesso ragguardevoli, possono raggiungere infatti altezze di 18 metri e lunghezze anche superiori ai 30 metri. I materiali del korambo sono rigorosamente naturali: si tratta di una struttura portante di travi e travicelli in bambù, dal tetto a punta e dai prospetti vivacemente colorati.

    Le case sorgono nel bacino del fiume Sepik, che scorre nella costa nord-orientale della Papua Nuova Guinea. Gli indigeni di etnia Abelam sono gli autori dei numerosissimi esemplari korambo disseminati su questo territorio montuoso ricco di foreste tropicali.

    ARCHITETTURA DALL'OCEANIA: LA FALE TELE DELL'ISOLA DI SAMOA

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    LA CARICA SIMBOLICA DEI KORAMBO

    Tali dimore hanno una forte carica simbolica in quanto la loro costruzione è legata alle cerimonie di iniziazione dei giovani maschi dei villaggi: per propiziare la coltivazione dello yam, il tubero che costituisce la principale fonte di sostentamento di queste popolazioni, simbolo quindi di fertilità e prosperità, i giovani maschi si sottopongono ad un viaggio iniziatico in questa “casa degli spiriti”: si accovacciano per entrare da una stretta apertura nella prima camera, da qui giungono nella seconda stanza popolata dagli oggetti sacri della casa cerimoniale. La terza camera, più grande, contiene una grande scultura lignea alta due metri che si staglia al centro di uno spazio ampio e buio. Nella quarta e ultima stanza si intonano le melodie degli spiriti degli antenati con gli strumenti musicali che l’adepto deve suonare prima di terminare il suo “viaggio”. Gli iniziati sono i soli a poter guardare gli oggetti sacri contenuti nella dimora, assicurando in tal modo il più stretto contatto tra uomini e spiriti.  

    LA STRUTTURA DEI KORAMBO

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    La grande struttura del korambo è formata da un colmo fortemente inclinato verso terra consistente in un palo di bambù, a cui è assicurata una doppia orditura di travicelli a costituire lo scheletro portante, che sarà infine rivestito con legamenti in rattan. Stecche e foglie di palma da sago sono i materiali della copertura e dell’ingresso. Ciò che caratterizza queste case è la variopinta facciata decorata da maestri pittori locali con sculture e fregi. Sul maestoso timpano ricoperto di spate di palma di sagù dipinte, i volti degli antenati raffigurati sono normalmente in numero di cinque o sette e si trovano nella parte inferiore del dipinto che orna la facciata, proprio al di sopra della stuoia decorata in cui è ricavata l’entrata della dimora.

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    Così apprendiamo che per gli Abelam l’arte in generale, e la pittura in particolare, è sacra: i colori tradizionalmente utilizzati per la realizzazione dei dipinti - bianco, nero, rosso e giallo - rivestono per gli Abelam un ruolo essenziale, in quanto le sostanze coloranti sono considerate materiali che posseggono poteri magici e soprannaturali e il cui impiego per la realizzazione delle colorate decorazioni è parte essenziale del rituale. Gli artisti, dato il loro ruolo sociale fondamentale per tradurre visivamente l’elemento sovrannaturale ad uso della società, sono considerati come i preziosi mediatori tra il mondo degli spiriti e il mondo degli uomini.

    Fonte | J. May, Architettura senza architetti, guida alle costruzioni spontanee di tutto il mondo, Rizzoli, 2010. 


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    Nei pressi del piccolo villaggio di Broughshane in Irlanda del Nord, lo studio McGarry-Moon Architects è riuscito a mettere d’accordo la pietra e l’acciaio senza tradire i materiali, i metodi costruttivi e la storia attraverso il recupero del fienile Loughloughan. La costruzione rurale, che si affaccia verso il profilo inconfondibile del Monte Slemish, è così diventata una moderna abitazione in cui il vecchio e il nuovo si abbracciano amichevolmente.

    PIETRA FUORI, LEGNO DENTRO: LA STORIA DI UN GRANAIO

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    Il progetto del fienile Loughloughan Barn

    L’edificio originario era costituito da un semplice parallelepipedo con copertura a doppio spiovente disposto su di un unico livello. Il progetto ha riutilizzato i muri in pietra perimetrali e ha inserito un secondo piano attraverso un telaio metallico che volumetricamente ricalca la forma originaria. La struttura in acciaio non si appoggia su quella in pietra, ma è incastrata ad essa. In questo modo l’intera costruzione diventa un unico organismo: i materiali non sono in conflitto, ma sono elementi che dialogano e collaborano. Inoltre, al fine di non sovraccaricare i vecchi muri, le facciate sono state realizzate con tamponamenti leggeri in zinco e vetro.

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    La casa si sviluppa su due livelli: al piano terra sono collocati due camere da letto, un bagno e un ripostiglio, mentre al primo piano si trova la zona giorno, costituita da un unico ambiente, e una camera da letto con i relativi servizi igienici. Un camino dalle linee moderne occupa il centro del soggiorno dividendo idealmente la zona pranzo e cucina dal salotto. Gli interni si caratterizzano per i rivestimenti dei pavimenti in legno e per le pareti tinteggiate di bianco che amplificano il riverbero della luce naturale.

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    Le aperture sono state trattate in due modi differenti: al piano terra sono state rigorosamente mantenute quelle esistenti, invece al livello superiore si è deciso di aprire e chiudere i prospetti secondo le esigenze legate agli apporti solari sia in termini di luce sia in termini di calore. I prospetti che si affacciano verso sud-est e sud-ovest sono quasi completamente trasparenti, mentre le altre due facciate, che si aprono verso alcune costruzioni limitrofe, sono quasi interamente cieche.


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    Architettura estrema, in grado di proteggere dalle avverse condizioni climatico-ambientali e architettura come risposta alle esigenze di sopravvivenza delle popolazioni remote: la casa sull’albero dei popoli Korowai, 2500 abitanti delle foreste pluviali nell’area occidentale della Papua Nuova Guinea, è l’esemplare costruttivo che ci aiuta a comprendere quest’ambiziosa vocazione dell’architettura vernacolare.

    PAPUA NUOVA GUINEA: LA TRADIZIONALE "CASA DEGLI SPIRITI"

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    LE CASE SULL'ALBERO DEI KOROWAI

    L’ambiente in cui i Korowai hanno vissuto per millenni è un’area di 600 Kmq, caratterizzata da pianure acquitrinose e dalla minacciosa presenza di due fiumi di cui frequenti e disastrose sono le inondazioni. Inoltre, questi popoli di cacciatori-raccoglitori sono organizzati in clan anziché in tribù: vivendo in ristretti gruppi familiari è sempre in agguato la possibilità di scontri tra clan rivali. Tali motivazioni sono alla base dello sviluppo di un particolare tipo abitativo che si colloca ad altezze variabili, in media 8-12 metri dal suolo, talvolta arrivando ai 45 metri. Queste case sull’albero, costruite a gruppi di due o tre in una radura, sono resistenti a sufficienza per accogliere famiglie numerose, anche di 10 e più componenti, con animali ed effetti personali al seguito, necessitando di minime operazioni di manutenzione per durare in media 5 anni.

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    Il sostegno di queste abitazioni è offerto da un albero di wamboon o banyan (baniano). Una volta scelto l’arbusto che sopporterà il peso della struttura, si comincia con la posa in opera del piano orizzontale che costituirà il pavimento, rami accostati e rivestiti di corteccia, sorretto da 4 - 10 pali infissi nel terreno e legati con cordami di rattan. Si procede poi con la posa in opera delle chiusure verticali, reticolati rivestiti di foglie di palma da sago, ed infine si completa la lunga scatola abitativa coprendo il volume con un tetto a doppia falda composto di travi rivestite di strati di foglie di palma. Un lungo palo scanalato a formare una successione di pseudo-gradini, costituisce l’unico accesso alla casa che sarà rimosso nel caso dei temuti attacchi di clan rivali. L’altezza della casa è tanto più elevata quanto più la famiglia che vi abita si sente minacciata non solo dai nemici di terra, ma anche dagli spiriti maligni della foresta da cui i Korowai sentono di doversi proteggere. 

    Fonte | J. May, Architettura senza architetti, guida alle costruzioni spontanee di tutto il mondo, Rizzoli, 2010. 


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    I barattoli e i vasetti di vetro sono perfetti per conservare semi da utilizzare nella stagione successiva: il riciclo creativo ci suggerisce come renderli più graziosi con etichette, vernici e juta. Un’idea molto originale consiste nel decorare i tappi con animali giocattolo e monili della nostra infanzia. Ecco alcuni consigli per creare allegri contenitori e conservare adeguatamente i semi che inverdiranno i balconi o da utilizzare per le bombe di semi.

    RICICLARE CON CREATIVITÀ: LAMPADINE CHE DIVENTANO UN TERRARIO

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    caption: a sinistra ©Toriejayne; a destra ©Eleanna Kotsikou

    Barattoli delle confetture, giocattoli e spray…

    Bisogna procurarsi innanzitutto barattoli in vetro di qualsiasi dimensione, animali giocattolo e altri piccoli oggetti di plastica da poter incollare sul tappo, colla ecologica e vernice spray. I contenitori e i turacci devono essere lavati e asciugati, in modo che la vernice possa attecchire perfettamente. In seguito si verniciano i coperchi e i giocattoli, preferibilmente in luogo aperto, e si lasciano asciugare. Dopo sarà possibile applicarli sul tappo con la colla, facendo pressione e attendendo che questa attecchisca perfettamente. Nel caso di animali è possibile incollare le zampe e la coda, per i soldatini i piedi; ma sono anche divertenti i giocattoli tagliati e incollati messi a testa in giù, da glitterare e colorare con le tinte più sgargianti. Un modo davvero fantasioso per conservare giocattoli in disuso, dai dinosauri alle principesse in miniatura!

    caption: a sinistra ©Somethingturquoise; a destra ©Julie Rose

    caption: © Upcycleyourlife.com

    Date le diverse grandezze dei barattoli, i colori e gli oggettini in plastica in commercio, i risultati saranno sempre diversi ed originalissimi! Inoltre i barattoli possono conservare qualsiasi altro oggetto, non solo semi, e rallegrare librerie e mensole del bagno, cucina e in studio.

    caption: © Jeonjuliving

    caption: © Lands of Nams

    caption: © DaWanda

    La conservazione dei semi disidratati

    Se avete degli ortaggi e fiori in giardino o sul terrazzo, potrete raccoglierne i semi e conservarli nei barattoli di vetro, nell’attesa della semina. È necessario innanzitutto disidratarli e quindi riporli in una scatola di cartone da lasciare al sole o sotto una lampada per qualche giorno. Per preservarli il più a lungo possibile, sia che siano stati raccolti che acquistati, è sempre necessario custodirli in un luogo asciutto e non a contatto diretto di luci. L’ideale è chiuderli nei contenitori di vetro: all’interno si riporranno tanti sacchetti di carta cerata con i semi divisi per specie e una bustina di gel di silice per assorbire l’umidità. 

    caption: © Mr. Kate

    caption: © Mr. Kate

    Qualche altro consiglio per il riciclo dei barattoli in vetro su Stile Naturale 


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    Bali non è solo l’attrazione turistica regina dell’arcipelago indonesiano, non è nemmeno solo l’isola dei verdi terrazzamenti di risaie che Elizabeth Gilbert descrive nel suo best seller Eat, pray, love. Essa è la patria della tipica domus balinese, il Kuren: un’aggregazione di edifici su un’area quadrangolare protetta da alte mura di recinzione, in cui convivono numerose famiglie che condividono rapporti di parentela, stili di vita e rituali religiosi.

    VIVERE SUGLI ALBERI COME I KOROWAI

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    LA STRUTTURA E I MATERIALI DEL KUREN BALINESE

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    Gli edifici del Kuren hanno struttura portante lignea e sorgono su fondazioni in pietra o mattoni, a differenza del resto delle costruzioni tipiche dell’isola che si ergono su palafitte. I pavimenti poggiano su una piattaforma litica, al fine di proteggere gli interni dall’umidità di risalita, che minaccia la conservazione dei cibi e porta con sé le zanzare veicolo di malaria. La struttura in legnoè a travi e pilastri incastrati tra loro mediante i tradizionali nodi di carpenteria a tenone e mortasa oppure semplicemente legati. Il bambù è impiegato per la realizzazione della pareti leggere non portanti della costruzione. Le numerose aperture che caratterizzano gli edifici consentono all’aria di circolare liberamente negli ambienti interni, permettendo alla ventilazione naturale di attutire così il surriscaldamento estivo.

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    I tipici tetti a falda in stile giavanese sono caratterizzati da pendenze considerevoli per proteggere le abitazioni dalle piogge monsoniche, per di più la presenza di grondaie ampie e sporgenti difendono gli interni dall’irraggiamento solare diretto. L’orditura lignea della copertura è rivestita di strati di paglia di riso, erba essiccata, foglie di cocco o di palma da zucchero.

    GLI EDIFICI DEL KUREN

    L’aggregato balinese racchiude lo stesso numero di edifici e della medesima tipologia e destinazione d’uso, a prescindere dalla classe sociale di appartenenza delle famiglie che vi abitano: la qualità artigianale dei componenti costruttivi e dei materiali impiegati e le dimensioni e la ricchezza del tempio sacro rappresentano l’unico discrimine che permettere di distinguere le diverse estrazioni sociali delle famiglie.

    L’India ha esercitato la sua influenza su ogni aspetto della cultura balinese, compresa l’architettura: ciò che più colpisce è il forte potere che la vita religiosa esercita sull’orchestrazione degli spazi e la distribuzione dei volumi così come il senso di aggregazione che i rituali indù introducono nella piccola comunità familiare del Kuren.   

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    Legenda:

    1. Tempio domestico.
    2. Padiglione-dormitorio. Struttura a otto pilastri che sorge su un alto basamento.
    3. Padiglione ovest. Laboratorio destinato a centro di aggregazione e dormitorio.
    4. Padiglione cerimoniale. 
    5. Padiglione degli ospiti.
    6. Granaio. Vi si conserva il riso.
    7. Cucina. È sempre situata a sud del complesso per l’associazione al Dio del fuoco.
    8. Cancello e muro, per proteggere il complesso dagli spiriti maligni.

    Fonte | J. May, Architettura senza architetti, guida alle costruzioni spontanee di tutto il mondo, Rizzoli, 2010. 


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    Il progetto per il nuovo hub di trasporto di Rabat in Marocco, vinto dallo studio olandese Mecanoo, affronta tematiche stimolanti dal punto di vista architettonico e sostenibile. Il grande sforzo di portare la progettazione sostenibile a livello urbano si sta facendo sempre più grande a partire soprattutto dalle reti di trasporto considerate, per certi versi, il cuore del sistema urbano. La nuova stazione ferroviaria “Ragbat Agdal” è stata concepita come un sistema complesso in grado non solo di gestire il trasporto urbano, ma di diventare anche luogo per abitare, lavorare e socializzare. La città crede molto nel progetto situato all’incrocio di alcuni assi importanti e mira a creare un’icona forte che ne testimoni lo sviluppo e la trasformazione in polo  multimodale.

    URBAN HUBS: LE STAZIONI INTERMODALI NELLA CITTÀ SOSTENIBILE

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    IL PROGETTO DI RABAT AGDAL

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    Pensata come elemento di coesione e non di divisione, l’imponente struttura è organizzata in una sorta di grande rete che collega i diversi punti della città. I fili di questa rete sono i passaggi che fanno spola da una parte all’altra dei binari ad un livello sopraelevato andando a cucire il taglio creato  dall’infrastruttura.

    Coesione urbana e sociale

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    L’obbiettivo dello studio olandese è dare unità e continuità al tessuto urbano attraverso una serie di collegamenti trasversali al percorso ferroviario. Allo stesso tempo si cerca di dare un’identità forte all’edificio dal punto di vista sociale, racchiudendo al suo interno un mix di funzioni per garantire l’unione dello spazio di trasporto con altre funzioni della vita cittadina. Il tema della coesione sociale è un aspetto che spesso viene trascurato quando si parla di sostenibilità, eppure esso è uno dei tre principi che costituiscono lo sviluppo sostenibile. I Mecanoo sono riusciti a dare forza a questo aspetto progettuale creando un sistema completo nelle sue caratteristiche funzionali: la struttura accoglie spazi per il lavoro, la cultura, lo svago e non da ultimo per il trasporto; un unico sistema che diventa una sorta di piccolo quartiere dove non manca anche il tema residenziale che si ritaglia uno spazio più riservato nella parte nord, così da fondersi anche col tessuto residenziale esistente.

    Tecnologie sostenibili

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    La stazione sopraelevata consente come già detto la continuità urbana, ma allo stesso tempo è importante il rapporto con quello che succede sotto: accanto ai binari trova spazio un ampio parco pubblico che si sviluppa per tutta la lunghezza dell’edificio e che accoglie giardini, spazi per il mercato e attrezzature sportive. La struttura a rete consente di mettere in atto alcuni accorgimenti per il raffrescamento passivo e la vivibilità sia dell’edificio che degli spazi sottostanti, consentendone l’utilizzo durante tutto l’arco della giornata. La copertura, al contrario, attraverso i pannelli fotovoltaici sfrutta a pieno le elevate temperature marocchine per garantire un apporto energetico elevato a tutta l’edificio.

    La nuova stazione di Rabat è un intervento che si  pone con forza nel contesto urbano sicuramente dal punto di vista fisico, ma ancor più dal punto di vista sociale provando a dare maggior rilievo alla sostenibilità dei grandi interventi, quella capace di unire la tecnologia con la vita e che da quella spinta in più per cambiare il modo di vivere e condividere, non solo il modo di produrre. Se l’intervento sarà in grado di raggiungere questi propositi lo stabilirà solo il tempo. Intanto, almeno sulla carta, le proposte che si mettono in gioco sembrano interessanti dal punto di vista sostenibile.


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    Spesso sono le tradizioni – civili e religiose – a imporre la creazione di luoghi destinati alla sepoltura che vanno ben oltre la dimensione della semplice bara, facendo diventare anche la tumulazione delle salme un serio problema in termini di spazio. Una mostra fotografica, dal suggestivo titolo "Stairway to Heaven", raccoglie gli scatti dell'artista Noriko Hayashi dedicati ai cimiteri verticali tanto diffusi in Giappone.

    Nel Paese del Sol Levante, data la crescente scarsità di terreno edificabile, quest’ultimo ha costi molto elevati. Anche i pochi metri quadrati dedicati ai defunti seguono le regole di mercato e uno spazio, anche esiguo,  in un cimitero urbano tradizionale può costare un patrimonio: si parla di cifre quantificabili fino a 150.000 euro nelle zone più centrali. Vanno poi aggiunti i costi per l'acquisto e il mantenimento della tomba, insomma le spese sono davvero elevate!

    CIMITERI SOSTENIBILI: QUANTO INQUINA L'EDILIZIA PER I DEFUNTI? 

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    VANTAGGI DELLA VERTICALIZZAZIONE

    Proprio nella terra del Sol Levante è nata l’idea di realizzare una struttura moderna, semplice e organizzata in maniera semplice: trattasi della nuova generazione di cimiteri urbani hi-tech sviluppati in verticale.

    Secondo alcuni l’organizzazione a torre fa si che la verticalizzazione simbolizzi l’idea dell’ascesa verso il cielo ma secondo noi costituirebbe in primis la risoluzione al problema della qualità e quantità delle superfici.

    I vantaggi sono la pulizia, la comodità e l’economicità; essi possono essere collocati al centro delle città e raggruppare le salme di persone delle diverse credenze religiose.

    Familiari e amici che vogliano visitarle possono accedervi grazie a dei sistemi elettronici di ultima generazione.

    COME FUNZIONA UN CIMITERO VERTICALE

    Nel cimitero "Byakurengedo" di Shinjuku (quartiere  di Tokyo) I visitatori utilizzano il sistema automatico che funziona con una tessara magnetica. Digitando un codice l'urna del defunto viene prelevata e trasportata automaticamente in un apposito altarino dove attende chi ne abbia fatto richiesta. Un'ulteriore app fa si che su un monitor appaiano le immagini della vita del defunto. Si risparmia così tempo e non c'è il rischio che in caso di eventi meteorologici avversi le urne possano essere danneggiate.

    STAIRWAY TO HEAVEN 

    Adesso occorrerà far conoscere a chi non lo sa, come funzionano queste strutture. Il fotografo Noriko Hayashi ha organizzato delle mostre in cui racconta questi cimiteri moderni: i suoi reportage vanno sotto il titolo poetico di  Stairway to Heaven (Scala per il paradiso).

    Gli scatti di Hayashi fanno parte del progetto #FutureofCities, il viaggio nelle grandi città del mondo lanciato da Sony in collaborazione con l'agenzia fotografica Panos Pictures e con la World Photography Organisation, Secondo il fotografo giapponese "questi cimiteri rappresentano l'evoluzione, nella società giapponese, del rapporto con la vita, la morte, la tecnologia e l'aldilà".

    LA TECNOLOGIA E LE APP PER RIDURRE LE DISTANZE

    E se ci sono familiari o amici i cui cari sono sepolti troppo lontano? Sono state escogitate delle app davvero uniche nel proprio genere che sfruttano la tecnologia dei codici Qr.

    Già da qualche anno è in Cina che si è escogitata questa trovata: su richiesta delle famiglie dei defunti le autorità hanno dotato le tombe di un codice Qr. Grazi a questa tecnologia possono essere raccolte le informazioni sul defunto e sulla sua vita, e collegate ad una pagina web personale accessibile ai cari che vi potranno nel tempo caricare foto e file.

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    Chiunque sia provvisto di uno smartphone  potrà, avvicinandosi alla tomba di un defunto, sapere tutto su di lui, oppure, da casa, sfogliare il dossier del defunto e monitorare la situazione del posto in cui è collocato.


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    La tecnica Earthbags o Superadobe consiste nel creare strutture con sacchi di polipropilene o Juta, riempiti di terra e impilati gli uni sugli altri. La tecnica Earthbags è stata utilizzata in passato anche dagli eserciti per costruire strutture resistenti, massive e temporanee, che resistessero anche a proiettili e bombe. Inoltre la stessa tecnica veniva usata anche per rinforzare gli argini dei fiumi e controllare le inondazioni. L’architetto iraniano Nader Khalili ha poi lavorato sulla tecnica Earthbags, ne ha brevettato una variante chiamata appunto Superadobe, aggiungendo alla tecnica di base due elementi principali: il filo spinato che crea frizione tra i sacchi impedendogli di scivolare e che funge da elemento tensile incrementando notevolmente le prestazioni della struttura, e l’elemento di un sacco lunghissimo invece che molti sacchi singoli (ma ricadono nella categoria Superadobe anche le costruzioni con sacchi singoli), che viene riempito di terra non organica e umida, viene posato per creare il muro (dritto o curvo) e infine viene battuto per compattare la terra in esso.

    NADER KHALILI E IL SUPERADOBE

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    In copertina: la casa di sette metri quadrati costruita da Davide Frasca e Donato Mancini, in Kossovo. La struttura è formata da due cupole interconnesse tra loro, una delle quali misura 2 metri di diametro interno, mentre l’altra misura 2,5 metri. © Vide Terra 

    Quindi rientra nelle tecniche a terra battuta, però a differenza di altre tecniche, il sacco funge da forma e rimane all’interno della struttura. La tecnica Superadobe è molto adatta alla creazione di cupole. In questo caso il sacco viene steso in modo circolare creando un anello. Anelli di terra battuta con diametri sempre più piccoli vengono impilati gli uni sugli altri fino alla chiusura della cupola.

    caption: un villaggio costruito in Superadobe.

    Davide Frasca sa costruire con diverse tecniche in terra cruda, tra cui la tecnica di Superadobe e può vantare un’esperienza concreta nell’utilizzo di questa tecnica. L'ho intervistato per saperne di più. 

    Virginia Patrone: Earthbags e Superadobe: sono i due nomi principali con i quali s’indica la tecnica di costruzione che usa sacchi riempiti di terra come materiale portante. Esiste una differenza tra i due nomi?

    Davide Frasca: La differenza tra Superadobe e Earthbags probabilmente sta in questo: la tecnica di riempire i sacchi con la terra (o altri materiali quali la sabbia), o Earthbags, avveniva già pre-Khalili, era infatti utilizzata dagli eserciti per erigere costruzioni temporanee e barricate, oppure veniva utilizzata anche per contenere gli argini di fiumi in caso di alluvioni.

    Mentre la tecnica del Superadobe è stata brevettata dall’architetto Nader Khalili, quando lui ha aggiunto al metodo costruttivo Earthbags l’uso del filo spinato e ha inoltre sviluppato anche il concetto di utilizzare un sacco di polipropilene molto lungo - invece che molti sacchi singoli- per creare delle strutture che sono tenute insieme grazie all’uso del filo spinato, elemento tensile della costruzione che nelle strutture pre-Khalili non era usato, data la loro temporaneità.

    caption: disegno schematico della costruzione in Superadobe. © Rogerio_AA

    VP: Che cosa hai costruito in Italia?

    DF: La normativa Italiana non prevede la terra cruda come materiale edile. Nel momento in cui si usa la terra come elemento portante, ovvero che porti il peso del tetto, diventa estremamente difficile e complicato ottenere i permessi per costruire, perché la terra non è normata, ed è un problema che include tutte le strutture di terra cruda in Italia costruite con qualsiasi tecnica. L'unico modo che al momento ritengo percorribile per la terra cruda come materiale edile sarebbe quello di costruire una struttura portante, in legno o in metallo, e poi tamponarla con la terra. Inoltre che io sappia al momento non esiste nessuna struttura di nuova costruzione in Italia che abbia i muri completamente di terra, perciò si tratterebe di creare il primo esempio, il precedente, e poi renderlo legale secondo la normativa. 

     

    caption: Elemento di arredo urbano che funge da tavolo e da seduta realizzata da Davide Frasca in collaborazione con Donato Mancini in un parco pubblico, Italia. © Vide Terra

    VP: Ho visto però che sul tuo sito parli di una tecnica, detta Pise’, con la quale sono state costruite differenti abitazioni nei dintorni di Alessandria. Queste strutture quindi utilizzano la terra cruda solo come tamponamento?

    DF: Le cascine costruite nell’alessandrino sono strutture portanti vecchie di 300 anni, che sono state costruite fino a poco dopo la metà del '900. Questo è il paradosso in Italia: quello di avere un’eredità di costruzioni di terra in diverse regioni, come in Sardegna e Piemonte, ed avere una normativa che è stata scritta come se queste costruzioni non esistessero. Eppure queste case esistono tutt’oggi, basti pensare a Novi Ligure, una cittadina vicino ad Alessandria, dove ne hanno censite ottocento, e non sono neppure sole cascine, ma anche palazzotti che costituiscono la città.

    Un altro problema/paradosso è rappresentato dai requisiti anti sismici a cui le case nuove devono sottostare: è infatti necessario dimostrare che una casa di terra costruita in un certo modo resista a delle scosse di terremoto, anche in questo caso la non facile standardizzazione del materiale non aiuta. Bisogna creare della documentazione a livello nazionale o europeo che provi la resistenza di queste case ai sismi. Le case nella zona dell'alessandrino comunque durante qualche secolo hanno resistito brillantemente a terremoti discreti che caratterizzano il Piemonte e sono ancora lì a testimoniarlo.

    VP: A proposito dei terremoti, le costruzioni in Superadobe come si comportano dal punto di vista antisismico?

    DF: Le case in Suepradobe costruite a forma di cupola sono delle strutture antisismiche. Queste strutture sono state, infatti, testate dall’Istituito Call-Earth in California (l’istituto che in California studia la tecnica e organizza corsi didattici), quindi nella normativa attuale Californiana le costruzioni in Superadobe, se aderiscono a determinati criteri costruttivi, sono considerate a tutti gli effetti non solo antisismiche ma anche anti alluvione, anti uragano e ignifughe.

    Per quanto riguarda i test antisismici, sono state testate tre cupole differenti: una cupola di Superadobe costruita con sacchi singoli e non stabilizzata, una cupola di mattoni cotti e una volta di Superadobe. È stato eseguito un test durante il quale il macchinario che doveva sollecitare la struttura è arrivato ad una potenza tre volte superiore alla sollecitazione massima richiesta dalla normativa, e non le ha causato nemmeno una minima inflessione alla cupola in Superadobe; in seguito i tecnici hanno dovuto interrompere il test perché i macchinari non erano potenti abbastanza per produrre vibrazioni più elevate.

    Nonostante ciò l’Italia non tiene in considerazione nessuna documentazione che sia stata prodotta al di fuori dell’Unione Europea, per cui per arrivare alle stesse conclusioni derivanti dai dati californiani, dovrebbero essere fatti nuovi esperimenti da istituzioni europee. Questo è un bel paradosso se si considera che la California ha una delle normative antisismiche tra le più severe al mondo, avendo dei terremoti molto violenti.

    VP: Le strutture costruite in Superadobe hanno di solito una forma a cupola, le case in Superdobe sono quindi solitamente formate dall’unione di più cupole. In queste strutture non si ha necessità di costruire il tetto, risparmiando per esempio nell’uso di materiali di costruzione. Quali altri vantaggi si possono trarre da case con questo tipo di forma?

    DF: È vero, uno dei vantaggi delle costruzioni a cupola è che non si deve utilizzare legname per la costruzione e la struttura del tetto (per questo motivo le cupole sono peculiari dei paesi aridi, dove non ci sono alberi), e la forza di queste costruzioni è che la cupola spinge verso il basso distribuendo le forze su tutta la struttura scaricandole poi verso terra, questo vuol dire lavorare insieme alla forza di gravità anziché opporsi a essa, come avviene per una struttura costruita con pilastri e architravi. La cupola inoltre non avendo angoli non ha punti critici in cui si possono verificare problemi strutturali.

    In una cupola inoltre non esistono separazioni definite tra parete nord o parete est, nè una differenziazione tra muro e soffitto, infatti si tratta di forme che si sviluppano  in continuità. Sarebbe per questo importante analizzare come il corpo e la psiche reagiscano ad ambienti formati da curve organiche copiate delle forme che già esistono in natura, perché infatti in natura le forme sono arrotondate e quando la natura costruisce qualcosa utilizza sempre il minimo materiale per ottenere il massimo della resistenza. Con delle strutture a guscio, per esempio, si può costruire usando il minimo materiale, ottenendo il massimo della superficie o volume, avendo inoltre una resistenza molta elevata.

    VP: Hai mai costruito una casa con la tecnica Superadobe?

    DF: Ho costruito una casa formata da due cupole, interconnesse tra loro, in Kosovo, mentre nelle mie altre esperienze ho costruito cupole singole.

    VP: Come si fanno le fondamenta della casa costruita con Superadobe?

    DF: Per quanto riguarda le fondamenta, la regola che l’Istituto Cal-Earth insegna è quella di avere almeno due circonferenze chiuse formate dal sacco riempito di terra e battuto, posto sotto il livello della porta. Quando si riempie il primo sacco di terra, lo si posiziona ad anello chiuso e lo si batte per pressare la terra all’interno, poi si posiziona il filo spinato al centro del sacco che funge da velcro per la stabilità del sacco successivo, e sopra ad esso si posiziona un secondo anello chiuso formato da un sacco di terra riempito e battuto. Normalmente in tutte le cupole questi due anelli sono sotterrati e sono le fondamenta della costruzione. Nessun altro tipo di fondamenta è richiesto anche perché il peso viene distribuito in maniera molto più omogenea rispetto ad una casa convenzionale.

    VP: Quali sono i materiali utilizzati di solito nelle fondamenta? C’è una miscela di terra specifica più indicata?

    DF: La terra nei sacchi delle fondamenta deve essere stabilizzata, ovvero si deve miscelare la terra con della calce o anche con del cemento, ossia un elemento che non faccia trasformare nuovamente la terra in fango nel caso questa venga bagnata.

    VP: Invece per quanto riguarda la struttura stessa, ovvero i muri, che materiali si possono utilizzare?

    DF: I muri si possono fare in due modi: stabilizzati e non stabilizzati. Per i muri non stabilizzati i sacchi sono riempiti con la sola terra. Scegliendo invece di stabilizzare l’intera struttura (ovvero i muri oltre che le fondamenta), si aggiunge una certa percentuale di calce o di cemento alla terra, e la percentuale varia a seconda del tipo di terra che si ha.

    VP: Che tipo di terra si usa di solito?

    DF: Si predilige sempre l’impiego della terra locale così da eliminare costi ed evitare l’utilizzo di ulteriore energia, dovuta per esempio al trasporto. Se la terra locale non è adatta, oppure il terreno dove si costruisce non può essere scavato, la terra viene presa da posti il più vicini possibile al cantiere.

    VP: Quanto tempo serve per la costruzione di una casa piccola, di circa 37 mq?

    DF: (Prendo questo dato dalla costruzione dell’ Eco-dome di Cal-Earth, una cupola centrale con quattro cupole più piccole laterali).

    Dipende da quante persone formano la squadra di lavoro: presupponendo di avere ad esempio un team di sette persone, possono bastare due mesi e mezzo per la costruzione e per l’intonacatura (circa cinque settimane per costruire e cinque settimane per intonacare).

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    caption: La Eco-dome dell'Istituto Call_Earth. © Davide Frasca.

    VP: Aspetti positivi di questo tipo di costruzione?

    DF: In questo tipo di costruzione non serve una professionalità specifica, è sufficiente che una o due persone della squadra di lavoro sappiano come costruire con questa tecnica e siano in grado di coordinare i lavori e l’organizzazione del cantiere, poi tutti possono contribuire alla costruzione in sè, anche bambini e persone anziane.

    L’istituto Cal-Earth insiste molto sul concetto di "coffee can", ovvero la latta che contiene il caffè in polvere, che è un piccolo secchiello: la cosa che viene sottolineata è che quasi tutti possono alzare un piccolo secchiello come il coffee can riempito di terra. E se si riesce a sollevare questa piccola latta piena di terra, allora si può collaborare alla costruzione di una struttura in Superadobe. So per esempio di persone che hanno costruito con i loro nipotini.

    VP: I sacchi lunghi utilizzati per costruire in Superadobe sono facilmente reperibili? E quanto possono costare mediamente?

    DF: I sacchi lunghi non sono facilmente reperibili perché la tecnica Superadobe non è molto utilizzata in Italia. Quindi per trovare il sacco lungo si deve andare da chi produce i sacchi, e intercettarli al momento della produzione antecedente al taglio del sacco lungo in sacchi singoli (che è di solito l’iter produttivo dei sacchi in polipropilene). Si possono inoltre acquistare anche in Internet. Invece il costo è relativo alla quantità che se ne compra, che si aggira intorno a 40 centesimi al metro nel caso in cui se ne acquisti una quantità ridotta.

    VP: Quanto possono costare i materiali per la costruzione di una casa (prendiamo sempre ad esempio una casa di 37 mq)?

    DF: Il costo può variare da 1800 euro fino a 4000 euro. Dipende tanto da dove si prende la terra, perché con circa 1800 euro si potrebbe costruire una piccola casa, se la terra venisse presa dal terreno di costruzione. Se invece la terra deve essere acquistata, il prezzo sale soprattutto per via del costo del trasporto.

    Inoltre, normalmente è la manodopera che fa salire il prezzo della casa, ma per questo tipo di costruzioni si può utilizzare anche manodopera non specializzata, auto-costruendosi la casa con l’aiuto di amici e parenti laddove sia attuabile e acconsentito dalla legge. Oppure si può dare l’opportunità a qualcuno di imparare la tecnica avendo da parte sua l’aiuto per la costruzione della struttura. Questo è un buon modo perché la casa diventi sostenibile anche dal punto di vista economico.

    VP: Per quanto riguarda l’intonaco, cosa è meglio utilizzare?

    DF: Avendo un tetto di protezione, un intonaco di terra o di terra e calce potrebbe bastare. Idealmente non si dovrebbe utilizzare un intonaco di cemento perché impedirebbe la naturale traspirabilità della terra.

    Per quanto riguarda le cupole, non avendo un tetto protettivo, si deve studiare un modo diverso per l’intonacatura. Le cupole costruite con tecnica Earthbag e Superadobe sono più adatte a climi caldi e asciutti come le zone desertiche. Essendo questa tecnica stata inventata e sperimentata in un'ambiente appunto desertico non vi è mai stata l'urgenza di trovare un sistema di impermeabilizzazione naturale veramente efficace.

    Il sistema più semplice utilizzato in passato dall'istituto Cal-Earth era quello di dare sulla cupola esternamente uno strato di catrame e poi intonacare. Questa può essere una soluzione efficace e veloce e in certe circostanze, come nell'urgenza di costruire cupole di emergenza in tempi brevi. Ora l'istituto Cal-Earth sta portando avanti delle ricerche per impermeabilizzare la cupola in modo più naturale. Ciò nonostante le soluzioni trovate in una zona desertica non sono sempre adatte ad altri climi dove le piogge sono più abbondanti e vi è il rischio di gelo. È chi come me, che inizia a importare questa tecnica in altri climi, che deve rielaborare e sperimentare diverse combinazioni per adattarla a condizioni differenti, come di pioggia e di gelo, che possono far crepare e staccare l’intonaco.

    L’intonaco può essere impermealizzato in maniera naturale, applicando sulla sua superficie l’olio di lino, ma questo richiede una manutenzione annuale. Si può anche utilizzare un prodotto non naturale, come per esempio del catrame posto sotto l’intonaco, allora si potrà applicare solo durante la costruzione senza dover fare una manutenzione sovente.

    Un’altra soluzione che io stesso sono in procinto di sperimentare è la progettazione di tetti molto leggeri, che hanno il solo scopo di proteggere la cupola dall’acqua, perché personalmente sono contro l’impermealizzazione delle case in terra, poiché impermeabilizzando i muri, si va a perdere una delle caratteristiche principali di queste strutture, la traspirabilità.

    VP: Qualcosa da aggiungere?

    DF: Mi piacerebbe concludere parlando dei vantaggi e degli svantaggi della tecnica Superadobe, se paragonata ad altre tecniche di costruzione in terra cruda, e i vantaggi che questa tecnica presenta rispetto a case costruite in cemento e mattoni, anche dal punto di vista economico.

    La tecnica Superadobe ha dei vantaggi, ovvero: è una tecnica veloce rispetto ad altre tecniche di costruzione con la terra; offre la possibilità di poter costruire una cupola che sia antisismica (anti alluvione, anti uragano e ignifuga), e offre la possibilità di poter utilizzare una terra che non sia di qualità eccellente (nel senso che, per esempio, per costruire con la tecnica cob o per fare i mattoni di terra, la terra stessa con cui si costruisce deve essere di una qualità specifica) poiché utilizzando il sacco di polipropilene, la qualità della terra passa relativamente in secondo piano. Ciò nonostante è sempre importante ottenere un misto adatto alla costruzione.

    I lati negativi di questa tecnica sono l’obbligo di utilizzare un sacco di polipropilene (o juta) oltre che altri materiali non naturali come il filo spinato, ed eventualmente cemento e calce per stabilizzare la struttura, anche se la stabilizzazione può comunque avvenire anche per altre tecniche di costruzioni in terra cruda. Questo rappresenta un costo aggiuntivo non solo dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista ambientale. Naturalmente la quantità di filo spinato, di polipropilene e cemento che vengono utilizzati sono una percentuale davvero minima rispetto alla terra utilizzata per l’intera costruzione, però comunque a molti potrebbe non piacere l’idea di utilizzare questi materiali. E comunque una casa costruita con questi materiali non è neanche paragonabile a livello di impatto ambientale e di sostenibilità ad una costruzione di cemento armato, ferro e mattoni.

    La cosa che per me è davvero importante, ed è uno dei motivi per cui io mi sono appassionato alle costruzioni in terra, è la grande forza del poter costruire con le cose che si hanno senza essere obbligati a comprare da altri gli strumenti e i materiali di base, rendendosi quindi indipendenti dalle logiche di mercato. Secondo me è importante riprendersi la facoltà di soddisfare i propri bisogni, come quello di costruirsi la propria casa, senza dipendere da un sistema che impone i propri materiali e i propri prezzi. Dopotutto tutti gli animali sono in grado di costruirsi il loro riparo, e noi oggi non lo siamo più, quando in realtà nasciamo con la capacità intrinseca di costruire la nostra casa con ciò che troviamo in natura.

    Quindi ciò che per me è importante è riguadagnarsi la propria autosufficienza, sia dal punto di vista architettonico ma anche per esempio per quanto riguarda la produzione del proprio cibo: avere il controllo su questi beni primari significa essere più resilienti, più autodeterminati, meno ricattabili e quindi più liberi.

    Inoltre se si prende in considerazione l’aspetto economico, le risorse che si spendono per la costruzione di una casa in terra vanno in qualche modo ad arricchire il territorio in cui si vive e di cui si fa parte. Mentre per la costruzione di una casa in mattoni e cemento questo aspetto viene in parte perso. Facciamo un esempio: poniamo che l’ipotetica costruzione di una casa costi 100 mila euro, 50 mila euro vengono spesi per il materiale, e 50 mila euro per la manodopera. I soldi spesi per la manodopera restano di norma in loco, perché si tratta di solito di manodopera locale e vengono quindi reinvestiti nel territorio; mentre i soldi spesi per i materiali prendono strade internazionali e vanno ad arricchire le corporazioni e le multinazionali dell’acciaio e del cemento, e non verranno più reinvestiti nel territorio da cui provengono. La differenza con le case in terra è che se spendi 100 mila euro per una casa, stai dedicando tutti o quasi tutti i 100 mila euro alla tua comunità essendo praticamente tutti i soldi indirizzati verso la manodopera locale. Cosi facendo hai il potere di investire in modo conscio all'interno della comunità in cui vivi, decidendo dove reinvestire i soldi che spendi.


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    La ricerca nel campo delle rinnovabili non si ferma mai. Sono stati progettate e lanciate sul mercato nuove tipologie di pale eoliche innovative e di design, che non rinunciano all’efficienza. 

    EOLICO: QUANDO L'ARCHITETTURA PRODUCE ENERGIA DAL VENTO

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    In copertina: Aero Art di Horst Gläsker

    AERO ART DI HORST GLäSKER

    Una delle proposte progettuali è quella dell’artista Horst Gläsker. La sua pala eolica prende il nome di Aero Art. A partire dalla struttura tradizionale del generatore eolico, l’artista tedesco interviene valorizzando le imponenti turbine, dipingendole per farle risaltare e renderle affascinanti e divertenti con colori sgargianti.

    Questi impianti diventano vere e proprie opere d’arte e grazie all’uso di pattern, geometrie e fantasie differenti si trasformano in elementi di attrazione.

    caption: Aero Art di Horst Glaker, generatore eolico dipinto

    L’ALBERO DEL VENTO, IL WIND TREE

    Un altro caso è quello dell’albero del vento (Wind Tree), un sistema costituito da una serie di turbine eoliche che assumono la forma di un albero di 11 metri di altezza, 8 di diametro e integrato da 72 foglie artificiali.

    Ogni turbina, costituita da un asse verticale e una forma conica, é in grado di funzionare a partire da un lieve vento di 2 metri al secondo (4.4 mph) rispetto i 4/5 m al secondo dei sistemi tradizionali, per un totale di 3,1 Kw.

    Il sistema ripropone il fruscio delle foglie sugli alberi che si muovono con la brezza del vento e sarà possibile collocarlo in un contesto urbano. Ogni albero potrà rispondere al bisogno di elettricità di un complesso di abitazione per quattro persone.

    caption: Wind tree

    caption: foglie Wind tree. Foto, AFP - Fred Tanneau

    WINDSTALK, LA FORESTA EOLICA

    Un altro prototipo progettato dalla società newyorkese Atelier DNA per la città di Abu Dhabi si chiama Windstalk. Si tratta di milleduecento pali in fibra di carbonio rinforzati da resina, con un’altezza di 55 metri sostenuti da una base a forma cilindrica, il cui raggio varia dai 10 ai 20 metri. Ogni palo ha un giunto alla base di 30 cm, che come un capello si assottiglia fino alla punta. I pali contengono una pila di dischi di ceramica piezoelettrica che si deformano grazie alla trazione del vento, direttamente proporzionali alla forza del vento. L’effetto prodotto da questi dovrebbe imitare l’oscillare dei fili d’erba al vento con integrata sulla sommità una luce a led che aumenterà e diminuirà d’intensità in rapporto all’energia prodotta.

    La finalità del progetto è di costruire un parco eolico per Masnar city, il quartiere ecologico di Abu Dhabi a impatto zero. I vantaggi di questo sistema saranno differenti, dati dall’assenza di rumori e dall’impatto visivo maggiormente estetico rispetto ai tradizionali sistemi eolici.

    caption: Windstalk

    caption: steli del parco Windstalk

    EWICON, EOLICO SENZA PALE

    L’impianto ideato presso la Delft University of Thecnology, è ancora un altro esempio d’innovazione tecnologica nel campo dei sistemi eolici. Esso si presenta in vesti completamente diverse: è il prototipo che sfrutta l’energia del vento senza utilizzo di pale o turbine e prende il nome di Ewicon.

    Questa nuova tecnologia, utilizza il movimento delle gocce d’acqua elettricamente cariche per produrre energia. Tale impianto potrà risolvere i problemi dell’energia eolica legati ai generatori, come il movimento delle ombre e l’inquinamento acustico.

    Il prototipo Ewicon (convertitore elettrostatico dell’energia eolica) presenta notevoli caratteristiche positive: richiede una minima manutenzione e produce energia eolica senza emettere rumori.

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    EOLICO DALLA METROPOLITANA

    Le ricerche sui sistemi eolici si stanno sviluppando sempre di più, iniziando a prendere in considerazione non solo prototipi di design per ridurre l’impatto che questi sistemi provocano sul paesaggio, ma ricercando idee alternative per generare tale tipo di energia.

    Si tratta di idee che potrebbero rivoluzionare il futuro dell’energia eolica.

    È il caso dell’India che, a partire da uno studio dell’università di Delhi, ritiene possibile produrre energia sfruttando il vento provocato dallo spostamento della metropolitana.

    Secondo tali studi potrebbero essere inserite delle turbine nei punti in cui, transitando la metro, si provocano degli spostamenti d’aria: all’entrata del tunnel o nel tragitto dallo spazio chiuso a quello aperto. Tale sistema dovrebbe produrre 500 Wh in un’ora per un totale di 12 kWh in un giorno, essendo la metro di Delhi molto lunga, circa 196 Km.

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    L’ISOLA ARTIFICIALE EOLICA

    Un’altra idea di grande innovazione è stata concepita in Belgio; si tratta di realizzare un’isola artificiale a forma di anello che dovrebbe essere operativa entro il 2017, collocata in prossimità della costa belga a una quindicina di chilometri da Bruges.

    Il Belgio, infatti, ha come obiettivo, entro il 2020, di chiudere le centrali nucleari e di promuovere la produzione di energie rinnovabili, concentrandosi sull’eolico.

    L’isola artificiale funzionerà in maniera simile alle centrali idroelettriche, formate da due vasche in cui l’acqua è pompata dalla vasca inferiore a quella superiore.

    In questo caso il bacino è unico e di 30 metri di profondità, 20 m più profondo del livello del mare. Quando la produzione di energia eolica è superiore alla reale richiesta, l’acqua verrà pompata dal bacino al mare. Nella situazione inversa, in cui la domanda di energia eolica è superiore a quella prodotta, l’acqua del mare sarà convogliata all’interno dell’isola sfruttando così il dislivello del mare.   

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    Chi non si  è mai posto la domanda: perché in albergo cambiano la biancheria tutte le mattine? Nella maggior parte delle abitazioni gli asciugamani, come le lenzuola  hanno un ciclo di sostituzione settimanale. Eppure, quando decidiamo di soggiornare in strutture diverse da casa nostra con la formula all-inclusive, luce, acqua, riscaldamento non fanno parte del nostro pensiero quotidiano. La parsimonia non viene in vacanza con noi (“ha perso l’aereo”). Nascono così i Nearly Zero Energy Hotel, categoria di edifici progettati per ridurre i costi a fronte di misure di risparmio energetico.

    ZEB: l'ufficio Traverso-Vighy a Vicenza

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    ZEB: ZERO ENERGY BUILDINGS

    Definiamo uno ZEB un edificio con altissime prestazioni energetiche, il cui fabbisogno molto basso o quasi nullo è coperto in misura significativa da fonte rinnovabili. Un NeZeH è una sottocategoria del comune ZEB il quale include funzioni interne all’edificio su piani differenti, ovvero legati all’accoglienza degli ospiti, in quanto strutture ricettive. Non si parla solamente di prestazioni legate al sistema involucro-impianto, ma anche di quelle legate alle capacità del sistema di erogare servizi.

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    COS’è UN NZE HOTEL E COSA LO DIFFERENZIA DA UN GENERICO GREEN HOTEL? 

    Nel contesto di neZEH sono stati elaborati valori prestazionali limite che definiscono il fabbisogno energetico di un hotel ad energia zero. Andare verso un Nearly Zero Energy Hotel vuol dire migliorare l’efficacia energetica in parallelo ad uno studio di fattibilità economica; comporta avere quindi dei costi di gestione della struttura ridotti, a fronte di misure di intervento di risparmio energetico, apportando un miglioramento dell’immagine e nuovi target di clienti potenzialmente raggiungibili. Si vuole quindi andare verso un miglioramento del vantaggio competitivo e del posizionamento sul mercato rispondendo con congruenza alle disposizioni europee in materia di energia.

    Il NeZEH è un progetto del programma IEE (Intelligent Energy Europe) della durata triennale (2013-2016) che si pone come obiettivo, in base al principio di nZEB secondo la Direttiva 2010/31/EU EPBD recast, di accelerare il processo di trasformazione del patrimonio edilizio esistente nel settore dell’ospitalità turistico-alberghiera. Le attività previste dal progetto Europeo produrranno 10-14 casi pilota in 7 paesi differenti aderenti l’iniziativa, come Croazia, Grecia, Francia, Italia, Romania, Spagna, Svezia, che consentiranno di dimostrare la sostenibilità tecnica ed economica di interventi di riqualificazione verso l’energia zero, stimolando anche altri alberghi di piccola e/o media dimensione ad intraprendere il medesimo percorso.

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    I VANTAGGI A LIVELLO EUROPEO

    Il progetto dell’IEE porterà benefici a livello europeo in quanto accrescerà la conoscenza e la diffusione del concetto dell’edificio verso energia zero (ZEB), a livello regionale e nazionale in ogni paese partecipante, contribuendo a sensibilizzare le autorità nazionali e ad accrescere il processo di trasformazione edilizio anche nei paesi non partecipanti attualmente all’iniziativa, andando verso gli obiettivi fissati dal target 20-20-20. Il progetto ha così come obiettivo fondamentale l'aumento del tasso di rinnovo degli alberghi, avendo quest'ultimi una bassa domanda d'energia primaria, coperta da fonti rinnovabili.

    QUALI SONO I RISULTATI ATTESI DAL PROGETTO NEZEH?

    Un network NEZEH di livello europeo che faciliti lo scambio di informazioni tra offerta, ovvero i fornitori di soluzioni tecniche, le imprese edili, e domanda come i proprietari degli hotel.

    Un E-tool che consenta agli hotel di valutare il loro stato di consumo energetico, scegliendo la soluzione tecnica più adatta, valutando il ritorno sull’investimento per raggiungere i livelli di edifici a energia zero.

    10-14 progetti pilota (hotel), in 7 paesi, che beneficeranno dell’assistenza tecnica per elaborare uno studio di fattibilità per il riqualificazione energetica degli edifici e l’individuazione di finanziamenti verso nZE.

    Almeno 15.000 proprietari di hotel informati sul progetto e sui suoi risultati attraverso le associazioni di hotel che hanno dimostrato il loro supporto al progetto.

    Linee guida di marketing e un set di strumenti promozionali utili ad aiutare i casi pilota a comunicare efficacemente la loro impresa a clienti potenziali e a tour operators.

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    IL CASO DI BOUTIQUE STADTHALLE, VIENNA

    Boutique Stadthalle, a Vienna, è il primo hotel di città al mondo ad energia zero. Nel suo complesso la struttura è il risultato dell’unione di un edificio novecentesco, recentemente restaurato, il quale ha mantenuto intatta la tradizionale struttura in mattoni, e da un edificio di nuova costruzione, la cosiddetta “Casa Passiva”: le pareti di quest'ultima garantiscono il controllo delle dispersioni termiche grazie ad una elevata coibentazione delle pareti esterne. Il fabbisogno energetico necessario per il riscaldamento è garantito grazie ai pannelli solari in silicio monocristallino che rivestono 130 mq sulla facciata dell’interno cortile, e da una pompa di calore ad acqua che utilizza l’acqua di falda come sorgente termica. Viene riutilizzata l'acqua piovana per innaffiare le vasche in facciata che fungono da parete ventilata, le quali ospitano piccole pompe di irrigazione automatiche. Il fabbisogno di energia elettrica è soddisfatto da 93 mq di moduli fotovoltaici posti sulla copertura. Il controllo delle dispersioni per riscaldamento e per ventilazione avviene attraverso il giusto grado di coibentazione delle pareti e attraverso serramenti a taglio termico in legno con doppio vetro basso emissivo. I membri dello Staff lavorano ogni giorno proteggendo l’ambiente seguendo il motto:“risparmio energetico con tanta energia!”.

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    Un progetto agroalimentare ambizioso, che richiamerà a Bologna 9 milioni di turisti all’anno, aprirà le porte nel 2016. F.I.CO.®, il più grande parco didattico al mondo dedicato all’agroalimentare, in 80 mila metri quadri ospiterà piscine, fattorie didattiche, ristoranti ed un Wellness Club oggetto di un concorso di progettazione organizzato da Marlegno. Azienda leader nella progettazione e realizzazione di strutture prefabbricate in legno e consapevole del ruolo chiave assunto dalla progettazione architettonica in qualsiasi sviluppo economico e sociale, Marlegno promuove un contest in cui la sostenibilità ha una grandissima rilevanza.

    UN’ECCELLENZA ARCHITETTONICA INTERNAZIONALE

    FICO Wellness Club, l’oasi di benessere all’interno di F.I.CO.®, vuole essere un’eccellenza architettonica internazionale. I progettisti non sono chiamati a disegnare un’area satellite del prestigioso parco, ma ad ideare un punto attrattivo di per sé, in grado di raccogliere i visitatori più esigenti in un’atmosfera accogliente dove le tecnologie avanzate garantiscono il benessere dell’utente in ogni ambiente. Elementi architettonici interattivi ed un design multisensoriale dovranno far sentire i visitatori in un luogo unico ed innovativo, fortemente connesso al tema del parco.

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    Il centro benessere, oltre all’acqua zone, cuore dell’intervento, ospiterà anche un’area per la meditazione, una spa, una palestra, un parrucchiere ed una zona dedicata alla vendita di trattamenti di bellezza.

    La visita a FICO Wellness Club sarà un’esperienza completamente centrata sulla cura ed esaltazione del corpo, in ambientazioni sempre diversificate e stupefacenti.

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    GIURIA E PREMI

    In giuria Italo Rota, designer degli spazi interni del Musée d’Orsay; Nicola Scaranaro, associato di Foster + Partners dal 2005; Edoardo Milesi, esperto in materia di tutela paesistico ambientale; Andrea Segrè, Professore Ordinario di Politica agraria internazionale e comparata nella Facoltà di Agraria dell'Università di Bologna e Donald Bates, recentemente designato quale giurato per il premio Holcim Awards for Sustainable Construction.

    Al primo classificato sarà assegnato un premio di 8 mila euro; 4 mila al secondo, 2 mila euro al terzo. Al quarto e quinto classificato sarà riconosciuto un rimborso spese di 500 euro. Sono previste 8 menzioni di onore non onerose ma ottenenti visibilità e pubblicità.

    Per il bando ed ulteriori informazioni si rimanda al sito di YAC.


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    Il termine “giardino in movimento” viene introdotto dal paesaggista francese Gilles Clément, il quale dopo aver messo in pratica i suoi studi nel territorio della Vallé in Francia, rivoluziona l’idea classica di giardino, ponendo l’attenzione sulla “friche”, ovvero l’incolto.

    Inizia così una lunga ricerca sui suoli incolti collocati ai margini delle strade, nelle zone abbandonate o dismesse, dove la natura si riappropria dello spazio costruito in degrado.

    Gilles Clément classifica questi residui come “Terzo paesaggio” e rivoluziona il nostro modo di pensare il giardino tradizionale, lasciando che esso viva senza grande intervento umano. In questo modo non modifica soltanto l’idea di pensare il giardino ma la concezione di estetica dello stesso.

    In copertina: i giardini del Parc Citroen a Parigi.

    I 6 GIARDINI PIÙ BELLI DEL MONDO

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    Partendo dal concetto di friche, Gilles Clément progetta differenti parchi caratterizzati da una ricca biodiversità e senza particolare intervento umano, che lui definisce giardini “in movimento”.

    Alcuni dei suoi progetti rappresentano al meglio questo concetto.

    Parco André Citroen - Parigi

    Il parco André Citroen realizzato a Parigi nell’area dell’ex fabbrica Citroen, rappresenta il primo esemplare di giardino in movimento. Come tale si presenta come un luogo insolito, percepito come spazio di libertà e vissuto come tale, le cui regole d’uso sono ancora sconosciute. Nascono allo stesso tempo critiche o rifiuti, in quanto esso risponde alla domanda implicita di un mondo che aspira a ritrovare nella natura una parte importante della sua esistenza. Prima dell’apertura al pubblico del giardino, il ruolo del giardiniere è ancora più importante che in qualsiasi altro sistema tradizionale.

    Il giardino in movimento del Parc André Citroen al momento della realizzazione non era una friche matura, per questo motivo sono dovuti passare alcuni anni per poterla ricostruire. Per raggiungere il livello dell’incolto spinoso, sono state piantate legnose sparse, rosai e schermi di bambù destinati a definire schemi di organizzazione riconoscibili in tutte le stagioni. Sono stati creati anche spazi in scala ridotta che giocano da intermedi tra il grande vuoto centrale e i giardini seriali. La struttura del giardino è notevolmente fluida, ad eccezione di alcune specie vegetali basse che rimangono elementi fissi, come gli agrifogli, che aiutano maggiormente a leggere il movimento delle altre specie attorno.

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    Parco Henri Matisse - Lille

    Il parco Henri Matisse, creato nel 1995 da Gilles Clément, si colloca sulle antiche fortificazioni delle cittadella di Vauban, a Lille. Il parco è costituito da un ampio spazio verde al cui centro è situata un’isola di terra, denominata Ile de Derborence. Questo spazio rappresenta una frontiera tra l’antica Lille e il quartiere nuovo. Gilles Clément realizza quest’isola con i materiali di scarto provenienti dagli scavi per la costruzione della nuova stazione TGV.

    Questo giardino, concepito secondo il principio di giardino in movimento e sviluppato su 2500 mq si eleva di sette metri, diventa un luogo inaccessibile in cui la natura può esprimersi in maniera incontrollata.

    Il parco è arricchito da quattro radure con differenti tematiche in cui è presente una ricca biodiversità, grazie al non intervento da parte del giardiniere.

    caption: Ile de Derborence

    caption: Parco Henri Matisse, www.lille.fr

    Giardino Mandala - Torino

    Il giardino Mandala, progettato da Gilles Clément per il tetto pensile del PAV (Parco Arte Vivente) di Torino, si estende su di un’area di 500 mq e riprende in modo ideale la struttura di un mandala. L’idea che si vuole trasmettere, come ripreso dai giardini mandala realizzati con sabbia e pigmenti, è il senso di delicatezza e semipermanenza.

    La scelta di realizzare un giardino in movimento è stata una conseguenza alle trasformazioni subite dal luogo nel tempo. Dopo un lungo periodo di abbandono infatti la natura si era impossessata di questo spazio trasformandolo in un terzo paesaggio, ovvero in uno spazio incolto.

    Gilles Clément realizza questo giardino con la sfida di selezionare una varietà di specie vegetali che possano sopravvivere anche in terreni aridi, come si presenta il suolo su cui lavora.

    In questo caso l’intervento umano è minimo e predilige la biodiversità, rispetto ai tradizionali giardini, in cui il giardiniere interviene selezionando le specie.

    Nel parco sono anche presenti due lastre di cemento incise che fanno entrambe riferimento al concetto di riciclaggio costante; modello di vita che la natura ci mostra e verso il quale la società potrebbe idealmente dirigersi.

    caption: © PAV – Turin


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    Al fine di sfruttare al massimo lo spazio urbano senza identità e migliorare la qualità della vita cittadina, il Dipartimento dei Trasporti di Los Angeles (LADOT) ha lanciato la sfida di “People St”. Singoli cittadini o piccoli gruppi possono chiedere l'approvazione del dipartimento per creare progetti che trasformino i più di 12.000 chilometri di vie calpestabilinon utilizzate, in spazi pubblici dinamici, vivaci e accessibili, convertendoli in piazze e parklets, cioè dei piccoli spazi urbani ricreativi corredati di panchine e tavoli (e talvolta anche stalli per biciclette) che aumentano le possibilità di trovare uno spazio dove potersi fermare per strada, senza intralciare il flusso sui marciapiedi.

    Un modo per affermare: prima vengono le persone, dopo le automobili.

    SPAZI URBANI: I "POPS" DI NEW YORK

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    L’Amministrazione di Los Angeles ha inaugurato questa iniziativa per rendere alcuni luoghi della città zone in cui il traffico assuma una connotazione più lenta e a misura d’uomo (e non di macchina). Questi luoghi rigenerati da idee “pop” hanno l’ambizione di essere maggiormente sicuri per i cittadini e la mobilità ritorni ad essere possibile sia a piedi e in bicicletta. Si prevede che un aumento pedonabilità di questi luoghi favorisca l’aggregazione di negozi e imprese locali e, di conseguenza, si possa riscoprire un maggior senso di comunità tra gli abitanti.

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    COME PARTECIPARE AI PROGETTI COMUNITARI

    Navigando sul sito del progetto People St., la Homepage del progetto rimanda ad una scheda di iscrizione online per chi volesse cimentarsi e fornisce tutte le istruzioni per la scelta dei materiali necessari per mettersi al lavoro.

    Partner comunitari possono collaborare a “People St.” nell’impegno a bonificare questi spazi, svolgendo un’azione di sensibilizzazione sul progetto, prodigandosi per la raccolta di fondi che sono richiesti per l’approvvigionamento di materiali e arredi, realizzando il progetto e mantenendone la gestione a lungo termine.

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    UNO DEI PRIMI PROGETTI REALIZZATI DALLA COMUNITÀ

    One Plaza” è stato uno dei primi progetti realizzati. Si trova in Sunset Triangle Plaza a Silver Lake. Per l'installazione di questa piazza pedonale, una parte della strada è stata chiusa al traffico veicolare, la superficie stradale è stata dipinta e differenziata in modo evidente rispetto alla carreggiata tramite una pavimentazione d’effetto e grandi vasi di fiori sono stato disposti sul perimetro della piazza. Tutte le piazze sono provviste di tavoli, sedie e ombrelloni per consentire l'interazione della comunità.

    Si possono organizzare serate di cinema e altri eventi sul suolo pubblico “rigenerato”, con una preventiva autorizzazione.

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    Può essere questo un modo per mettere in circolo nuove idee e rammendare alcuni squarci nelle nostre periferie? Quanti luoghi potrebbero essere reinterpretati e tornare ad essere punti di incontro di persone e di idee!

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    Il Gruppo Cariparma Crédit Agricole di Cavagnari, Parma, ha affidato allo studio di progettazione ZPZ Partners la realizzazione del proprio asilo nido aziendale, secondo tre linee-guida principali:

    1. Attenzione all’ecologia e alla sostenibilità con utilizzo di risorse energetiche rinnovabili, uso dei sistemi passivi e contenimento della dispersione energetica.
    2. Dialogo tra pedagogia e architettura, dove l’identità funzionale ed estetica degli ambienti sostiene l’immagine di un bambino esploratore, competente e abile.
    3. Mix tra pubblico e privato per coniugare le esigenze dei genitori dipendenti di Cariparma e le esigenze delle famiglie che vivono nel quartiere, fornendo nel progetto un punto d’incontro.

    IL COLORATO ASILO DI BANGALORE DA UN'ANTICA FABBRICA DI OROLOGI

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    IL PROGETTO ARCHITETTONICO DELL'ASILO

    È nata così una struttura che si presenta come un insieme di padiglioni collegati a una piazza centrale, coperti da un unico tetto a geometria variabile, che funziona da fulcro dell’edificio e offre molte occasioni d’incontro per le attività collettive. La piazza è illuminata ai lati da vetrate e da un grande lucernario rotondo, è un ampio spazio di gioco e di socializzazione per bambini di età diverse.

    Le aule e i laboratori sono orientati verso sud, per sfruttare l’irraggiamento naturale e l’affaccio sul verde. Vi è anche una zona porticata per attività all’aria aperta; gli spazi di servizio e gli uffici si trovano a nord, con affaccio sulla strada; a ovest la cucina e l’accesso riservato ai fornitori.

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    L'APPROCCIO PEDAGOGICO

    Le finiture, gli arredi interni, le qualità spaziali che compongono l’acustica, le luci, il paesaggio materico, i colori, sono studiati in modo strategico per dare identità al progetto pedagogico, costituito da un ambiente che ha esigenze di flessibilità e mutevolezza e che sia ricco e stimolante da un punto di vista sensoriale, allo scopo di influenzare le capacità percettive e cognitive dei bambini.

    La gamma cromatica si presenta con tante sfumature e tanti colori accostati tono su tono, per generare vibrazione e varietà, o in contrapposizione fra loro, mantenendo una bassa saturazione con alcuni colori di accento.

    L’illuminazione è data da differenti sorgenti luminose, lampade a led, alogene, fluorescenti, con diversi corpi illuminanti per diversificare il tipo di luce (diretta o indiretta, concentrata o diffusa) e la possibilità di variare l’intensità e la tonalità cromatica.

    L’ambiente materico è molto ricco e complesso, con superfici opache e lucide, lisce e ruvide, trasparenti e traslucide, elementi morbidi multisensoriali.

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    L'APPROCCIO SOSTENIBILE

    La sostenibilità del progetto si evidenzia nell’uso della tecnologia lignea che ha permesso tempi rapidi di realizzazione e un alto grado d’isolamento e di contenimento energetico; la precedenza a vernici e materiali che non rilasciano sostanze nocive nel tempo; l’utilizzo di pannelli solari e fotovoltaici per la produzione di acqua calda sanitaria e di energia elettrica; l’esposizione degli ambienti dedicati ai bambini verso sud, conservando, all’esterno, la maggior parte delle essenze arboree esistenti, a protezione dal sole nei mesi estivi e per una migliore difesa acustica.


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