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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Lo studio di architettura australiano ArchiBlox ha recentemente presentato la prima casa-prefabbricata carbonio positiva, ricco di funzioni eco-compatibili, pronta per il lancio. Si tratta di un’abitazione accogliente e dal taglio contemporaneo, composta come una casa mobile sigillata all’interno di una struttura ermetica di 800 metri quadri che "blocca" all’interno l’aria fresca, mantenendo lontano il calore intenso.

    EDIFICI LOW-CARBON: THE CUBE AD HONG KONG

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    La casa carbon positiveè stata progettata per massimizzare il guadagno solare, attraverso strategie e metodi di progettazione passiva, grazie anche alla presenza di un doppio vetro da soffitto a pavimento. Evitando di basarsi sul raffreddamento ed il riscaldamento meccanico, questo sistema favorisce la ventilazione naturale, utilizzando tubi a terra per permettere il passaggio all’interno dell’aria fredda. L’edificio prefabbricato australiano è sormontato da un tetto verde, che favorisce l’isolamento, e presenta una serie di pareti scorrevoli che permettono di ombreggiare e raffreddare le varie zone durante i periodi più caldi.

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    La casa è esposta a nord, e divisa in due parti principali: la veranda a doppio vetro che funge da zona tampone ed attraversa la larghezza della struttura, e l'abitazione nascosta dietro la veranda sul lato sud. Lo spazio abitativo è compatto e costituito da una pianta aperta per la zona pranzo e cucina da un lato, e un bagno e camera da letto, dall'altro; l'area privata è separata dallo spazio comune da una parete mobile modulare.

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    Gli interni sono separati con pannelli in legno luminosi ed ariosi, e composti di materiali provenienti da fonti sostenibili e non tossici; gli elettrodomestici sono ad alta efficienza energetica, rendendo possibile il riciclo dell'acqua piovana.

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    E/C home, è una casa progettata dallo studio SAMI-Arquitectos, nell’isola vulcanica di Pico, nelle Azzorre portoghesi. L’edificio, affacciato verso l’Atlantico, è costituito da due piani fuori terra nel sedime di un antico edificio, attorno a cui ancora sono riconoscibili le mura originarie. Interessante è il rapporto tra la nuova costruzione e i resti murari, stria e paesaggio, elementi che gli architetti hanno saputo abilmente connettere, quasi in un gioco di reciproco scambio. I progettisti non si sono abbandonati a un più facile e meno vincolante rinnovamento totale del sito, tramite l’abbattimento della vecchio impianto, ma nemmeno hanno deciso di annettere le mura storiche dando alle rovine un ruolo marginale e puramente decorativo all’interno del complesso architettonico. La scelta è stata quella di creare un limite, un confine tra le due strutture, integrandosi senza mai sovrapporsi. Le due coreografie, ben distinte, creano un inusuale mix di stili, quasi una sorta di scatole cinesi l’una nell’altra.

    IL RESTAURO DEL FIENILE DI 200 ANNI IN CORNOVAGLIA

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    La muratura e il muschio, cresciuto sulle pietre delle pareti antiche, sembrano proteggere come una corazza il nuovo edificio in cemento all’interno, che esce dal terreno quasi ergendosi spinto da forza rigeneratrice nata dalle ceneri di un edificio in declino, creando un giovane tralcio che rinasce dalla pianta antica. Le aperture, di ampie dimensioni, risultano disassate rispetto a quelle dei resti murari antichi, come a voler rivelare il fascino, oltre a quello dell’incantevole del paesaggio, anche dei particolari e della storia sprigionati dalle antiche rovine.

    Destinato a dimora di vacanza, l’edificio si presta a luogo di contemplazione e relax, ed è stato arredato volutamente in modo minimo all’interno, perché l’attenzione sia catalizzata dallo spettacolo che si può ammirare dalle vetrate. Anche parte delle coperture del nuovo edificio sono praticabili, in modo da rendere accessibili spazi per le sedute

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    Lo spazio è stato congegnato in modo che fosse funzionale a recuperare un’antico rapporto con l’esterno, in innumerevoli scorci possibili, la storia e l’oceano

    Questo luogo-ponte, dedicato a riappropriarsi di un rapporto intimo con la natura e la civiltà passata, sperimentale quanto discutibile, ha meritato una nomination per il Mies van der Rohe Award 2015.


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    Per la realizzazione delle sedie si possono utilizzare i materiali più disparati. Sono tanti gli esempi di utilizzo di materiali sostenibili, riciclati o altamente tecnologici per le sedute. Oltre ai classici ed intramontabili legno e cartone, ne abbiamo scovato qualcuno molto particolare: esistono infatti sedie realizzate a partire dai fondi del caffè, dall’intreccio di vecchie magliette oppure da tegole di scarto.

    SEDIE COLORATE IN LEGNO

    Nonostante la diffusione sul mercato di materiali innovativi e ricercati di ogni tipo, il legno, nel settore dell’arredamento, resta un materiale che non teme rivali. La ragione di questo successo intramontabile sta nelle sue caratteristiche di sostenibilità, tecniche ed estetiche, riconosciute ed apprezzate anche dai non “addetti ai lavori”. È un materiale bello da vedere, che riesce a conferire ad un ambiente un calore ed un senso di accoglienza difficilmente paragonabili a quelli di altri materiali. Non è quindi un caso se in cima a questa rassegna di sedie sostenibili abbiamo scelto quelle in legno. Duzzle propone il modello Angie di Stones: sedie comode, leggere e in vendita, a soli 45 euro, nei vivaci colori giallo, azzurro, verde, lime e bianco. Perfette per rallegrare la zona living in attesa dell’estate!

    SEDUTE IN CARTONE 

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    Di sedie in cartone ne esistono per tutti i gusti. Quando sono realizzate dall'accostamento di tanti strati di cartone, il risultato è una seduta solida e robusta, con un carattere forte. L'accostamento di strati di cartone non è l'unica soluzione per la realizzazione di sedie in cartone. Molto popolari infatti sono quelle semplicemente derivate da vecchie scatole piegate ed incastrate tra loro a formare sedute perfette per showroom e ed eventi, magari legati alla sostenibilità. Tra le loro caratteristiche, leggerezza e resistenza e la possibilità, nel secondo caso di ripiegarle quando non servono, in modo che non occupino spazio. Il comfort, che non e' il loro punto forte, può essere migliorato grazie a dei cuscini imbottiti di gommapiuma ecologica e rivestiti da una federa di cotone grezzo. 

    SEDUTE DAL CAFFÈ

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    A proposito di materiali ricercati, ne esiste uno particolarmente resistente e adatto alle sedute, derivato dai fondi del caffè mischiati a plastica riciclata post–consumo. I fondi del caffè, provenienti da uffici, fabbriche alimentari e caffetterie, donano alle sedie non solo il loro tipico colore scuro, ma anche un aroma molto speciale. Da provare!

    UNA SEDIA DA 40 T-SHIRT

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    Nata dalla volontà della designer finlandese Maria Westerberg di ridurre gli sprechi, questa sedia, realizzata con una base metallica e 40 magliette, si è aggiudicata nel 2011 il Green Furniture Sweden Award. Pare che per la realizzazione della sedia la designer abbia chiesto ad ognuno dei suoi amici una vecchia maglietta. Hanno vinto la fantasia ed i colori. 

    RICICLO EDILE PER SEDIE DI DESIGN

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    In tema architettura, dei bellissimi sgabelli nati dalle tegole tradizionali giapponesi che, per qualche piccolo difetto, vengono scartate dalle aziende produttrici. La leggera curvatura di queste bellissime tegole, già smaltate e colorate, le rende perfette per l’utilizzo come seduta di sgabelli. La provenienza locale delle argilla è un fattore di sostenibilità in più.


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    A prima vista sembra una delle comuni abitazioni austriache che si affacciano sulla strada con uno stile severo e moderno, ma andando oltre l’apparenza mostrata sulla strada, è possibile trovare un’insolita struttura. Si tratta di un edificio dedicato ad ospitare un’enoteca molto particolare e raffinata, progettato da March Gut e Wolfgang Wimmer che hanno ristrutturato lo stile originario della costruzione, trasformandola in un elegante locale contemporaneo, il cui interno, attraverso ampie finestre, si affaccia sulla sottostante cantina di stoccaggio del vino.

    VINI E ARCHITETTURA: LA CANTINA IPOGEA PIÙ GRANDE D'EUROPA

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    La parte anteriore del locale ripropone l’estetica degli edifici circostanti, mentre la facciata posteriore è minimalista e moderna, dominata da un’enorme parte vetrata che permette di ammirare i vigneti retrostanti. Questo permette anche ad una grande quantità di luce di entrare ed inondare piacevolmente la zona pranzo in cui gli ospiti possono sostare ed intrattenersi.

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    Lo spazio della cantina sottostante è più intimo e riservato, con luci soffuse, assorbimento acustico, e assenza di luce naturale. La cantina si trova in un tunnel sotterraneo di mattoni, in cui il pavimento è ricoperto di ghiaia bianca. Il piano terra è uno spazio che funge da filtro tra la cantina e il primo piano, svolgendo il ruolo di sala di degustazione vini. L'interno è minimamente arredato con mobili in legno, accessori in acciaio nero, apparecchi di illuminazione contemporanea e pareti bianche.enoteca-due-facce-cenoteca-due-facce-d


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    Sorgerà ad Uppsala la cupola che accoglierà l'impianto di cogenerazione a biomasse nato dalle menti creative dello studio BIG. Con i suoi circa 140 mila abitanti, la città è la quarta di tutta la Svezia per popolazione, ma è la prima in termini di importanza storica. Qui infatti è nata la prima Università svedese, qui visse il noto studioso Carlo Linneo e la Cattedrale della città costruita in stile gotico, è una delle più grandi del nord Europa. Il grande patrimonio storico di Uppsala non ha però impedito ai suoi cittadini di immaginare un futuro in cui possano essere soddisfatte le esigenze dello sviluppo urbano moderno.

    BJARKE INGELS GROUP: IL PARCO SUPERKILEN DI COPENHAGEN

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    La prima istanza passa sicuramente attraverso l'approvigionamento energetico: elettrico ma soprattutto termico.

    Il miglior modo di soddisfare le richieste era l'installazione di un moderno impianto di cogenerazione a biomasse, capace di produrre energia elettrica e contemporaneamente calore dalla combustione di materie organiche solide o liquide quali materiale legnoso o olio di palma. Il fabbisogno avrebbe richiesto la messa in funzione per la maggior parte dell'anno ma non era necessario che fosse attivo in estate.

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    Da qui nasce l'idea dello studio BIG, un gruppo di giovani architetti con base a Copenaghen, sempre attenti alla metamorfosi urbana e alle nuove forme di sviluppo architettonico. Bjarke Ingels e soci propongono di rendere il sito fruibile per eventi pubblici e manifestazioni a beneficio dei cittadini e per farlo hanno immaginato di rendere centrale il cuore stesso dell'impianto, il suo cogeneratore, coprendolo con una struttura semitrasparente sfaccettata.

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    Una "teca" che protegge il sito e che ne fa al tempo stesso un'emergenza architettonica.

    La trasparenza di questa "serra industriale" è il carattere stesso dell'intervento per un impianto che si apre ad una nuova generazione pronta per essere educata all'energia creativa.


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    Make Architecture ha progettato una nuova e giocosa estensione per una famiglia a Melbourne: si tratta di una struttura a capanna, inserita in un vecchio bungalow, che permette di creare un secondo ingresso che collega, attraverso un elegante laboratorio garage, il passaggio per i vicoli posteriori, destando l’attenzione della comunità locale proprio perché viene creato uno spazio dedicato alle interazioni sociali, e che anzi invita a incrementarle.

    La sensazione è quella di un hub di comunità, che grazie a divertenti elementi in legno, potrebbe essere costantemente invaso da flussi di giocosi visitatori.

    IL CENTRO POLIFUNZIONALE PER UNA COMUNITÀ DI 500 ABITANTI

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    Questa estensione della casa destinata alla comunità è stata disposta su un lato in modo da permettere l'ingresso della luce naturale con aperture allo spazio esterno su cui si affacciano le zone del living. In questo modo, anche nelle camere da letto e delle zone più riservate, è stata creata un’alternanza ed una ricchezza di texture naturali che favorisce la commistione con questa struttura. Inoltre i pannelli angolari consentono di mitigare l’intenso sole australiano, garantendo la privacy agli occupanti ed ai vicini, senza sacrificare la vista sul tetto.

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    Stando in piedi in cucina si ha la sensazione di essere nell’ultimo caffè alla moda; i soffitti scuri e le cucine di falegnameria passano in secondo piano. Le superfici in calcestruzzo ed i mattoni rossi dell’edificio esistente vengono evidenziati da macchie di colore giallo.

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    Vi è un camino esterno che può favorire occasioni di incontro e di scambio gastronomico e conviviale; la lunga panca ed i sedili incoraggiano all’incontro ed al relax.

    La parte posteriore della casa presenta un’alta qualità di finitura, nello spazio dello studio e del garage. Una piccola veranda collega lo spazio pubblico, invitando i passanti a fermarsi ed interagire.

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    Oggetti non solo utili ed affascinanti, ma anche nati per una buona causa: quella del riciclo e la riduzione dello spreco di risorse. Si tratta degli arredi nati dal riciclo, una categoria di mobili ed accessori per la casa che sta diventando sempre più popolare vista la sempre più diffusa sensibilità al tema della sostenibilità.

    Abbiamo visitato DesArch Lab, un laboratorio in provincia di Bologna in cui lavorano giovani brillanti che realizzano mobili a partire da legno di recupero e vecchi oggetti ormai inutilizzati, a cui sono in grado di donare nuova vita. Le loro realizzazioni sono pezzi unici che prendono vita direttamente nel loro laboratorio.

    Ci hanno affascinato gli originali tavoli e strutture letto, ma anche gli orologi, i tavolini dal design sempre originale. Ecco qualche esempio delle loro realizzazioni:

    LA STRUTTURA LETTO DI PALLET

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    Leggeri, dalle dimensioni standard e facilmente reperibili, i pallet hanno recentemente stimolato l’interesse di numerosi designer. Sono in legno e si presentano con un aspetto industriale, che è la loro caratteristica e tra le chiavi del loro fascino, ma possono essere trattati, verniciati, colorati per essere adattati agli ambienti più disparati. DesArch Lab, dopo averli trattati per assicurarne una maggiore resistenza nel tempo, e levigati per renderli più piacevoli al tatto, ne ha realizzato una struttura letto con tanto di comodini integrati e abatjour ricavata dal guscio di un semaforo la cui lampada originale è stata sostituita con una più energeticamente efficiente a Led.

    IL LAVABO SULLA BOTTE

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    Tra le idee più originali del team bolognese, un lavabo incassato su una vecchia botte per lo stoccaggio del vino. Questi meravigliosi oggetti, con l’importante compito di custodire il vino e conferirgli aromi e fragranze, e la cui realizzazione richiede grande cura, spesso, al termine della loro vita utile utilizzo vengono semplicemente dismesse, senza considerare che, dopo un accurato trattamento volto a ridurre gli effetti che il contatto prolungato con il vino potrebbe avere sulla loro durabilità, potrebbero essere riutilizzate per l’arredo di casa, bar, ristoranti e locali commerciali di vario tipo.

    IL TAVOLINO DAI VECCHI SEMAFORI

    Non emettono più luci verdi, gialle e rosse ed utilizzati come base di questo tavolino in vetro, lo rendono un elemento di arredo unico nel suo genere. Il tavolino, composto da 3 semafori ancorati ad una struttura triangolare in acciaio cromato, è completato da un ripiano in vetro.

    L’OROLOGIO DI LEGNO E LATTINE

    A volte basta un oggetto per trasformare una stanza, arricchire una parete e dare nuova luce ad un angolo di casa poco valorizzato. Ancora meglio se si tratta di un oggetto ricavato da materiale di riciclo. Questo orologio, riciclato da assi di legno, è caratterizzato da vivaci lancette ricavate dal riciclo di vecchie lattine. 


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    Con pallet, manichette antincendio non più in uso e altri materiali di riciclo si può realizzare un manufatto sostenibile. Lo dimostra Autós, padiglione smontabile costruito recuperando scarti, elaborato nell’ambito del Laboratorio di Progettazione degli elementi costruttivi del Corso di Laurea magistrale in Ingegneria edile-Architettura dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.

    UN PADIGLIONE "RICICLATO" FATTO CON CARTONI DEL LATTE 

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    Il risultato di tre mesi di lavoro è un’auto(s)costruzione ottenuta con materiali di scarto e riciclo: dal recupero del legno di pallet sono stati create le strutture portanti, i rivestimenti derivano invece dalle manichette.

    Alla planarità e alla regolarità della successione dei cinque portali si contrappongono la diversa inclinazione delle falde e la diagonalità del rivestimento, che lascia filtrare all’interno la luce tramite dei tagli.

    Autós assume il ruolo di vetrina per divulgare l’attività svolta da anni in relazione al tema della bioedilizia e della sostenibilità all’interno del corso universitario, i cui studenti hanno realizzato tale installazione sotto la guida del Prof. Ing. Marco Ferrero, tutor e collaboratori (gli architetti Simone Luciani e Vincenzo Ramires Pomella e l’ingegnere Lorenzo Carrino), di concerto con Ocra Architetti Associati, Associazione culturale lab2.0 e Simone Luciani Lab.

    ARCHITETTURA A TEMPO DETERMINATO

    Sarà possibile visitare Autós alla Fabbrica del Vapore (Milano, via Procaccini 4), che dal 14 aprile all’8 maggio 2015 ospita la seconda edizione di "Green Utopia-Milano Expo 2015", evento dedicato all’architettura sostenibile contestualizzato sia nella Design Week che in Expo Milano 2015.

    La costruzione è stata infatti smontata e portata a Milano, dove è stata riassemblata in uno dei più suggestivi siti di archeologia industriale della città riconvertito in luogo di incontro culturale. 

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    D’altronde la nostra è un’epoca della modernità liquida in cui la mobilità è il valore più grande (Bauman), e parallelamente è anche un’epoca in cui è indispensabile approcciarsi ad ogni aspetto con un modus operandi attento alla sostenibilità.

    Autós è un’opera di ingegneria che rispecchia tali duplici richieste dell’epoca di cui è diretto prodotto: da una parte è “a tempo determinato”, potendo essere smantellata e ricostruita altrove; dall’altra è un contenitore di sperimentazioni in tema di sostenibilità che dimostra la possibilità di rielaborare le potenzialità di materiali naturali come paglia, terra cruda e legno e di tecniche costruttive tradizionali garantendo comunque un’elevata efficienza dal punto di vista prestazionale e tecnologico.

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    Fonte | Immagini e materiale informativo sono state concesse dal Prof. Ing. Marco Ferrero


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    Un edificio ad impatto ambientale minimo. È con queste parole che gli architetti dello studio descrivono il loro progetto della scuola materna di Muntlix, quartiere di Zwischenwasser, piccolo comune austriaco noto per il suo impegno sociale ed ambientale.

    L’asilo quadrifoglio va a completare una serie di edifici strategici di quartiere, come la chiesa, il centro giovani, il municipio e la scuola. La sua posizione, arretrata rispetto alla strada, serve a garantire la giusta privacy e protezione, creando uno spazio pubblico a disposizione di tutta la comunità.

    ARCHITETTURA E PEDAGOGIA: IL NIDO AZIENDALE CARIPARMA 

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    caption: Darco Todorovic, Dornbirn

    IL PROGETTO DELL’ASILO: L’IDEA DEL QUADRIFOGLIO

    caption: Kurt Hoerbst, Rainbach                         

    Partendo da un cubo di base, l’asilo si apre in tutte le direzioni come un quadrifoglio i cui petali non sono altre che logge, aggettanti rispetto al perimetro esterno e caratterizzate da ampie vetrate. Tale soluzione garantisce continuità tra esterno e interno, illumina gli spazi didattici con generosa luce naturale e fornisce una protezione ottimale dall’irraggiamento solare durante il periodo estivo.

    caption: Darco Todorovic, Dornbirn 

    caption: Darco Todorovic, Dornbirn       

    Le doghe verticali in legno che rivestono la facciata hanno una peculiarità: frontalmente sono lasciate in legno naturale mentre lateralmente sono colorate in rosso da una parte ed in verde dall’altra, rendendo l’edificio cangiante.

    caption: Robert Fessler, Lauterach

    GLI SPAZI INTERNI

    Gli spazi interni sono studiati in modo da concepire l’asilo come una piccola città in cui gli assi principali sono dati dai connettivi orizzontali e verticali. Il corridoio è delimitato da pareti attrezzate che consentono costante contatto visivo con le aule e gli spazi dedicati al gioco mentre due rampe di scale, ortogonali allo spazio di distribuzione, mettono la scuola in diretta comunicazione con il giardino. Attorno a questo sistema di connettivi si articolano le unità, tre in totale, ciascuna caratterizzata da un’aula di gruppo e quello che viene definito “spazio alternativo”, ovvero un’aula destinata ad attività come la lettura o il riposo. Tra questi due ambienti è inserito un blocco di servizi con i bagni dei bambini, il deposito e un cucinino.

    ECOLOGIA E RISPARMIO ENERGETICO

    Dal punto di vista ambientale il progetto è ecologico fin nei minimo dettagli. Ciò gli è valso il Premio di Stato per l’Architettura e la Sostenibilità, riconoscimento assegnato dal governo austriaco ai progetti che si distinguono non solo per il loro valore architettonico ma anche dal punto di vista della sostenibilità ambientale, sociale, economica e del consumo energetico.

    La progettazione e la realizzazione della scuola materna, infatti, sono stati coordinati insieme all’Istituto per l’energia e l’Associazione Ambientale del Vorarlberg, seguendo i rigorosi criteri previsti dal regolamento comunale. Tutti i materiali sono stati testati durante la costruzione, verificando la presenza di sostanze inquinanti e il contenuto di solventi nell’aria, e sono certificati come ecologici.

    Il principale materiale da costruzione utilizzato è il legno che proviene dalla vicina foresta comunitaria riducendo così l’inquinamento dovuto al trasporto; i pavimenti sono realizzati con uno stato di 9 cm di terra battuta, una risorsa naturale, ricavata in parte dal materiale dello scavo, che consente di evitare l’uso del cemento garantendo inoltre una sufficiente inerzia termica.

    Il fabbisogno di energia è soddisfatto tramite un grande impianto fotovoltaico in copertura che produce più elettricità di quanta ne viene consumata mentre un sistema di ventilazione con recupero di calore garantisce ottima qualità dell’aria e dispersione termica minima.


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    Con l’ultima revisione della norma EN UNI TS 11300, a ottobre del 2014, sono cambiati diversi criteri nella valutazione della prestazione energetica degli edifici. Vediamo brevemente le novità riguardanti il calcolo del contributo dei ponti termici sia di edifici esistenti che di nuova costruzione.

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    PONTI TERMICI, CAUSE E CATEGORIE

    In generale, dicasi ponte termico quella discontinuità nell’isolamento termico dell’involucro edilizio che si può verificare in corrispondenza degli innesti di elementi strutturali (tra solai e pareti verticali, o tra pareti verticali), vedasi la UNI EN ISO 10211:2008. Le cause dei ponti termici sono sostanzialmente due, o la combinazione di entrambe:

    • Eterogeneità della struttura (compenetrazione tra materiali con conduttività termica λ diversa, ad esempio l’esistenza di elementi strutturali in cemento armato, giunti, ecc.);
    • Eterogeneità della geometria della struttura (angoli o spigoli interni, variazione dello spessore di una parete d’ambito, ad esempio in corrispondenza delle nicchie per i termosifoni).

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    Possiamo farci un’idea delle diverse categorie di ponti termici grazie ai cosidetti abachi dei ponti termici. Quello più diffuso tra gli addetti ai lavori è l’Abaco CENED, attualmente è anche uno dei più completi ed è disponibile gratuitamente. Esso contiene, oltre ai fondamenti teorici utili in particolare ai meno avvezzi alla materia, anche 90 diverse tipologie di ponti termici, ciascuna descritta in schede integrate da disegni bidimensionali. L’abaco consente di ricavare le trasmittanze lineiche (Ψ)o lineari, di ciascuna categoria schematizzata a partire da dati, di facile acquisizione: le trasmittanze termiche delle pareti, gli spessori e la conduttività termica degli elementi che compongono la stratigrafia della struttura.

    I NUOVI CRITERI DI CALCOLO DEI PONTI TERMICI

    Con la revisione delle Parti 1 e 2 della UNI EN ISO 11300 assistiamo dunque all’introduzione di regole più stringenti rispetto a prima. Ai tecnici sarà pertanto richiesto uno sforzo per l’acquisizione di nuove competenze e di un necessario aggiornamento. Vediamo allora quali metodi di calcolo sono ora ammessi:

    1. il calcolo agli elementi finiti ai sensi della norma UNI EN ISO 10211, non semplicissimo ma abbordabile con limitate conoscenze teoriche;
    2. il calcolo analitico utilizzando Abachi, o Atlanti, dei Ponti Termici conformi alle norme UNI EN ISO 10211, o 14683, ma con alcune restrizioni, come spiegheremo.

    In altre parole, solo per edifici esistentiè ora possibile utilizzare il calcolo analitico basato sull’utilizzo di abachi, escluso però quello della menzionata norma UNI EN ISO 14683:2001 (appendice A) che è abrogato così come anche la maggiorazione percentuale semplificata che si operava (dal 5 al 30%) in base al tipo di nodo strutturale. Dunque, non sarà più lecito indicare “a occhio” le proprietà termofisiche dei componenti ma sarà obbligatorio indicare l'origine dei dati nella relazione di calcolo da allegare all’APE.

    I nuovi criteri di calcolo entreranno in vigore con i decreti attuativi della L. 90 del 2013 di conversione del D.L. 63 del 2013«Disposizioni urgenti per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 maggio 2010, sulla prestazione energetica nell'edilizia per la definizione delle procedure d'infrazione avviate dalla Commissione europea, nonché altre disposizioni in materia di coesione sociale». (GU n.181 del 3/8/2013).
    L’occasione ci è propizia per osservare che tali disposizioni, in quanto incomplete ed eterogenee, semineranno ulteriore confusione tra i portatori d’interesse anziché snellire l’ormai insopportabile burocrazia. Ad ogni modo, sembra che, nelle more della loro pubblicazione, per stilare un APE, potranno essere ancora utilizzati i criteri del vecchio attestato di certificazione energetica (ACE), anche se questo non è più in vigore dalla metà del 2013.

    COEFFICIENTE GLOBALE DI SCAMBIO TERMICO

    La seguente formula evidenzia i due nuovi parametri  introdotti con la revisione della Parte 1 11.1. della UNI EN ISO 11300.

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    Dove:
    H tr,adj coefficiente globale di scambio termico per trasmissione [W/K]
    B tr,x  fattore di correzione
    A L,i area lorda di ciascun componente i termicamente uniforme, che separa l’ambiente climatizzato dall’ambiente esterno
    Ui  trasmittanza termica di ciascun componente i  termicamente uniforme, che separa l’ambiente climatizzato dall’ambiente esterno [W/mK]
    l k lunghezza del ponte termico lineare [m] nuovo parametro
    Ψ k trasmittanza termica lineare del ponte termico  [W/mK] nuovo parametro
    X j  trasmittanza termica puntuale del ponte termico  [W/K]

    Come si calcola e a che cosa serve latrasmittanza lineare, o lineica  (Ψ)? La seguente formula consente di calcolarla, in W/m·K, come il rapporto tra l’incremento del flusso termico Φ (espresso in Watt) - rispetto al valore ottenuto con il calcolo monodimensionale per lo sviluppo di un campo termico bi o tridimensionale (in regime stazionario) - e il prodotto tra la lunghezza caratteristica del ponte termico (LPT) e la differenza di temperatura (Δθ) tra gli ambienti separati dalla struttura oggetto dell’analisi.           

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    Dove:
    Uiè la trasmittanza termica dell’i-esimo componente che separa i due ambienti considerati, calcolata in base alla UNI EN ISO 6946:2008
    Iiè la lunghezza del modello geometrico a cui si applica il valore Ui, e che risulta essere diversa se si considerano dimensioni misurate dall’interno o dall’esterno. Per tale motivo, quando si determina il valore della trasmittanza lineare, è necessario specificare quali dimensioni (interne o esterne) sono utilizzate, in quanto per diversi tipi di ponti termici il valore della trasmittanza termica lineare dipende da questa scelta (Ψi e Ψe).
    Nè il numero di componenti (ad esempio  2 per un angolo in cui s’intersecano 2 pareti)
    L2Dè il coefficiente di accoppiamento termico ottenuto da un calcolo 2D del componente che separa i due ambienti considerati.

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    IL COEFFICIENTE DI ACCOPPIAMENTO TERMICO

    La seguente formula esprime il coefficiente come il rapporto tra il flusso termico bidimensionale e il prodotto tra la differenza di temperatura interna ed esterna (θi - θe) della struttura e la lunghezza caratteristica, o di influenza, del ponte termicoLPT  = 1 m, ai sensi della UNI EN ISO 10211:2008. In pratica, è stato dimostrato che, oltre alla lunghezza caratteristica di un metro attorno alla discontinuità di temperatura (ad esempio causata dalla presenza di un pilastro), l’effetto del ponte termico può essere trascurato poiché le isoterme parallele indicano che l’andamento del flusso termico è perpendicolare alla parete (cioè monodimensionale), mentre è sempre parallelo (cioè bidimensionale) in corrispondenza di elementi causanti la discontinuità termica.

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    Il valore di Φ2D  può essere desunto dagli abachi dei ponti termici, oppure mediante il calcolo agli elementi finiti.

    ANALIZZARE PONTI TERMICI CON I SOFTWARE

    I software per il calcolo dei ponti termici devono essere certificati dal CTI e perciò essere sempre aggiornati. Alcuni sono gratuiti, altri invece costano centinaia di euro e non consentono di calcolare i ponti termici dovuti ai serramenti. Coloro che intendano dedicarsi allo studio dei ponti termici devono mettere in conto anche il costo e il tempo di addestramento, nonché l’acquisto delle norme UNI aggiornate, poiché l’omonimo ente normativo, dal 2015, ha abolito, in modo unidirezionale, i punti di consultazione gratuita anche presso gli Ordini professionali. I software più intuitivi uniscono l’accuratezza e l’adattabilità del modello agli elementi finiti con la semplicità di inserimento dei dati, tipica di un abaco. L’errore di accuratezza con il software è il 15% minore rispetto a quello basato sull’uso dell’abaco dei ponti termici. Tutti i software però consentono di visualizzare, mediante dei grafici, la distribuzione sia del flusso termico - con linee isoterme - che delle temperature - in una scala di colori del tutto simile a quello di una termografia- per ogni punto del nodo architettonico ai fini sia delle verifiche igrotermiche (condensa superficiale e interstiziale) che delle dispersionitermiche (coefficiente di trasmittanza lineica Ψ ).

    È dunque possibile analizzare ogni ponte termico in tre passaggi:

    1. Selezionare una località tra le province italiane, in modo da ottenere la temperatura media della superficie della parete esterna nel mese più freddo e la zona climatica per le verifiche delle trasmittanze limite;
    2. Selezionare la categoria del ponte termico (pilastro, balcone, spigolo, ecc.) tra quelle previste dalla norma tecnica e quelle proposte dal software;
    3. Inserire le informazioni sulla conduttività termica dei materiali e la geometria del nodo. 

    Il risultato del calcolo è una scheda completa del ponte termico analizzato.

    In ultima analisi, sulla base del flusso totale uscente dal ponte termico e della differenza di temperatura, tra aria interna ed esterna, viene calcolato il coefficiente di accoppiamento L2D e quindi successivamente i coefficienti lineici interni (Ψi) o esterni (Ψe).

    Il valori standard al contorno, impostati per difetto, sono definiti nel DPR 59/09,: 65% di umidità relativa e 20°C la temperatura dell'aria dell’ambiente riscaldato. In funzione di tali valori (modificabili in caso di impianti di condizionamento) si determina il valore limite inferiore della temperatura superficiale, il quale deve essere superato per non incorrere nel rischio di formazione di condensa (13,2°C) e di muffa (16,7°C). Precisiamo che la verifica del rischio di formazione delle maleodoranti muffe non è obbligatoria ma è una raccomandazione igienico sanitaria (UNI EN ISO 13788) che un progettista serio dovrebbe sempre considerare. È perciò opportuno sapere che numerose specie fungine si manifestano già a partire da condizioni di U.R. pari all’75% (Aspergillus versicolor).

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    CALCOLO DEI PONTI TERMICI AGLI ELEMENTI FINITI

    Il metodo si basa sulla suddivisione dell’elemento, del quale si vuole determinare la trasmittanza termica, in piccole celle, o elementi finiti. Più è fine la suddivisione (numero di celle elevato) e più alto sarà il dettaglio risolutivo, ovvero più accurati saranno i risultati. La discretizzazione spinta del modello comporta, di conseguenza, un elevato numero di equazioni da risolvere in quanto il numero delle suddivisioni è proporzionale al numero delle equazioni. La norma UNI EN ISO 10211 stabilisce che il numero di suddivisioni deve essere determinato in modo da minimizzare l’errore percentuale tra due risultati di flussi termici calcolati come segue: il primo con un certo numero di nodi (“n”) e il secondo con un numero di nodi pari al doppio (“2n”). La differenza tra i due flussi termici calcolati non deve superare l’1%, altrimenti dovremmo aumentare il numero delle suddivisioni fino soddisfare il criterio enunciato.

    Alcuni ricercatori hanno confrontato i risultati ottenuti con diversi metodi di calcolo e riscontrato che alcuni software, per la determinazione dei ponti termici, sono implementati in modo da permettere una suddivisione automatica, mentre altri consentono all’utente la determinazione del numero dei nodi. In quest’ultimo caso, per ottenere un risultato accurato, non è sufficiente usare un software di calcolo numerico, ma è necessario utilizzare le impostazioni correttamente. Per tale ragione i software allegano, alla relazione di calcolo: il coefficiente di accoppiamento L2D o L3D, il numero di suddivisioni, la trasmittanza termica lineica Ψ (o quella puntuale X) e la differenza dell’errore residuo in funzione dal numero scelto di suddivisioni.

    PERCHÈ RIDURRE I PONTI TERMICI

    La presenza di ponti termici determina un abbassamento della temperatura superficiale delle pareti, sottraendo calore agli strati d’aria che le lambiscono. Un effetto visibile del ponte termico è la condensa superficiale: quest’ultima è definita come il passaggio di stato fisico da aeriforme (vapore acqueo) a liquido (acqua) causato dal repentino abbassamento della temperatura.
    La formazione di muffe dovuta alla condensa superficiale è frequente negli angoli di edifici a struttura intelaiata non adeguatamente isolati termicamente.

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    Lo scopo ultimo dell’individuazione delle cause di discontinuità nell’involucro edilizio è quello di verificarne la gravità e quindi la correzione. Dicasi ponte termico corretto quella situazione in cui la trasmittanza termica della parete fittizia non supera più del 15% la trasmittanza termica della parete in cui è inserito. La correzione del ponte termico è importante per le seguenti ragioni:

    • evitare la formazione di condensazioni superficiali e quindi la comparsa di muffe;
    • contenere le dispersioni termiche e quindi risparmiare energia;
    • migliorare il comfort indoor, mediante la distribuzione ottimale delle temperature superficiali.

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    Poche fonti di energia rinnovabile hanno la capacità di stimolare la fantasia degli “inventori” come l’energia eolica. Negli ultimi anni diversi architetti hanno sperimentato l’integrazione negli edifici di modelli di turbine “creative” che, se analizzate scientificamente, non rappresentano niente di nuovo, in quanto ricadono sempre nelle solite varianti delle tipologie Savonius e Darrieus. Non c'è da meravigliarsi dunque che pure i ricercatori della George Washington University abbiano ceduto alla tentazione di cimentarsi nello sviluppo dell’ennesima turbina eolica non convenzionale, ispirati dalla natura e dalle capacità di volo del serpente volante del paradiso.

    Ma esistono davvero i serpenti volanti o è una leggenda dei viaggiatori medievali?

    Pale eoliche fuori dal comune

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    La storia del serpente che ha ispirato la turbina

    Il serpente volante del paradiso (Chrysopelea paradisi Boie, 1827) è un serpente oriundo del Sudest asiatico, appartenente alla famiglia dei Colubridi, lungo circa 1,5 m. È una specie arboricola, capace di saltare da un albero all’altro servendosi della sua capacità di creare una superficie concava nel suo ventre e di “nuotare” nell’aria con la coda. La portanza aerodinamica creata dal serpente differisce sostanzialmente da quella, molto meglio studiata, dei profili alari. Nel caso del serpente, il gruppo di studio diretto dalla professoressa Lorena Barba ha dovuto ricorrere a delle tecniche numeriche di analisi della meccanica dei fluidi (note nel gergo aerodinamico come CFM, computational fluid mechanics), perché la portanza sarebbe creata dalla sequenza di diversi stati transitori di distribuzione di velocità e pressione dell’aria attorno al corpo del rettile, riconducibili in ultima istanza all’effetto Wagner e all’effetto Katzmayer, ma di difficile modellizzazione matematica. Nel caso dei profili alari, meccanismo alla base del volo degli aerei e del volo planato degli uccelli, il flusso d’aria attorno alle superfici aerodinamiche è costante, quindi costituisce uno stato permanente, molto più facile da modellizzare con formule matematiche.

    È possibile che la dinamica di volo della Chrysopelea possa servire per costruire una turbina eolica dalle prestazioni aerodinamiche elevate? Malgrado l’ottimismo della ricercatrice ed il suo staff, esistono elementi per rimanere scettici. Nel seguente video è possibile apprezzare come il serpente in questione non ”vola” bensì “plana”, seppur con un certo controllo della traiettoria, seguendo un percorso  inclinato di circa 30 gradi rispetto all’orizzontale.

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    L'efficienza delle turbine eoliche

    Senza entrare in considerazioni matematiche, che il lettore potrà eventualmente approfondire nelle opere pubblicate dall’autore del presente articolo o nei testi universitari di aerodinamica, è importante mettere in evidenza il fatto che l’efficienza di una turbina ad asse orizzontale -i l tipo più efficiente in assoluto perché quello che più si avvicina alla “turbina ideale di Betz” - è direttamente proporzionale al quoziente fra portanza e resistenza delle pale, nella letteratura in inglese noto come L/D ratio (lift to drag ratio). Non è una coincidenza se nei testi di aerodinamica in tedesco, si utilizzi più frequentemente l’inverso del coefficiente L/D, chiamato G  (da Gleitzahl, coefficiente di scivolamento, tradotto in italiano come coefficiente di planata), retaggio dei primi esperimenti di Otto Lilienthal con i suoi alianti. Il coefficiente di planata è il quoziente fra la quota persa dal velivolo (o da un animale volante nel caso in questione) e la distanza percorsa nello stesso intervallo di tempo. È facile dimostrare che il coefficiente di planata è uguale (nel caso ideale di un “ala volante”) all’inverso del coefficiente L/D delle superfici aerodinamiche.

    A titolo informativo: il coefficiente di planata di un aliante moderno è pari a 1/55, e quello del tristemente celebre Airbus 320 è pari a 1/20. Un semplice calcolo trigonometrico  ci dimostra che un aliante, lasciato cadere liberamente da una certa quota, scende lungo un percorso formante una angolo di solo 1 grado rispetto all’orizzontale, mentre un Airbus 320, con i suoi quattro motori spenti, scende con un angolo di quasi 4 gradi rispetto all’orizzontale. Dal filmato del “volo” della Chrysopelea, possiamo stimare il coefficiente G del rettile come un valore compreso fra 1/3 e 1/2. Ciò corrisponde a valori di L/D compresi fra 2 e 3, ovvero troppo bassi per consentire la progettazione di una turbina efficiente.  A titolo informativo dobbiamo sapere che le pale dei vecchi mulini a vento, scenografia suggestiva nei film del Far West, hanno coefficienti L/D  compresi fra 5 e 10.

    Concludendo: se è vero che copiare dalla Natura ha da sempre contribuito al progresso tecnologico, suggeriamo ai potenziali “inventori” di nuove turbine eoliche di copiare dai migliori esempi esistenti. Non a caso le pale delle turbine eoliche più performanti sono addirittura più snelle di quelle dell’albatros, uccello noto per la sua capacità di planare lunghe distanze senza battere le ali.


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    Forte Portuense, edificato a fine ‘800 a difesa di Roma, e abbandonato per anni, è l’oggetto di Rome Community Ring: il concorso organizzato da Yac, Young Architects Competitions, in collaborazione con l’Università La Sapienza, Progetto Forti e l’Amministrazione della città di Roma, che ha aperto ai progettisti uno dei tesori nascosti della capitale.

    Il forte si inserisce all’interno di un complesso sistema di difesa di cui fanno parte anche altre 14 strutture analoghe che cingono la vecchia città. Si tratta di un apparato difensivo eretto solo pochi anni prima della diffusione di sistemi balistici a lunga gittata che, scavalcando i forti con facilità, ne hanno velocizzato la dismissione.

    Il concorso Rome Community Ring, inizialmente incentrato su Forte Portuense, è volto alla riqualificazione di tutti gli elementi puntuali del sistema di difesa ottocentesco romano e mira a trasformarli in strutture d’avanguardia deputate a cultura, benessere ed intrattenimento.

    La giuria, composta dagli architetti Markus Scherer, Claudio Nardi, Maurizio Geusa e Simone Ferretti e dal Prof Ing Eduardo Currà, hanno recentemente decretato i vincitori ai quali sono stati assegnati premi di 8, 4 e 2 mila euro.

    I VINCITORI DI ROME COMMUNITY RING

    1° posto: Pyrphoros

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    Il primo posto della competizione se l’è aggiudicato il team Pyrphoros con il progetto Rome Community Hill che ricrea un’oasi urbana attraverso la ricostruzione del paesaggio naturale della collina intorno al forte. L’idea di oasi urbana è esaltato dal fatto che la nuova costruzione proposta dal team è nascosta ad un livello inferiore rispetto al forte, il che contribuisce anche a dare maggiore rilievo alla costruzione storica.

    Partecipanti: Eleni Ziova, Christina Lazou, Eirini Karaoli, Angeliki Rachioti, Lena Mantziou (consultant)

    2° posto: Work in progress

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    Work in progress, team vincitore del secondo posto ha sottolineato la capacità del forte di connettere il tessuto urbano piuttosto che frammentarlo, attribuendo nuovamente al Rivellino, da cui nella proposta si accede al forte, la centralità di un tempo.

    Partecipanti: Davide Olivieri, Simone Langiu, Maria Pina Usai.

    3° posto: Dauhaus

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    Il team terzo classificato, Dauhaus, ha analizzato caratteristiche territoriali come accessibilità, trasporti e sostenibilità, per stabilire gli utilizzi più appropriati per il nuovo forte Portuense. Saranno collocati in nuovi edifici a basso consumo energetico a cui si accederà seguendo quattro possibili percorsi: tematico, multifunzionale, dell’artigianato ed il percorso “Community Center”.

    Partecipanti: Agnese Salvati, Pierluigi Palese, Martina Paterlini, Silvia Mogini.

    LE MENZIONI D’ORO

    Due le menzioni d’onore assegnate per il concorso. Una va a RAPAstudio, il gruppo di Luca Abbadati e Marialuisa Rovetta, che ha interpretato il tema del forte in chiave naturalistica, trasformandolo in un “diamante verde”. La seconda menzione d’onore è stata assegnata dalla giuria a TEAMIV, il team di Dominik Kozak, Ambroz Bartol, Miha Munda e Rok Staudacher.


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    L’upcycling è un processo di trasformazione dei rifiuti in nuovi materiali di qualità superiore riutilizzabili, ad esempio, nella costruzione di un edificio abitativo. Partendo da questo principio, lo studio danese Lendager Architect supportato dalla Realdania Byg, una fondazione danese promotrice di buone pratiche e innovazione eco-sostenibile nel settore edile, ha progettato e realizzato a Nyborg (Danimarca) l'Upcycle House, una casa unifamiliare per quattro persone, con materiali provenienti dall’upcycling e prevedendo la stessa possibilità di riciclo per ogni elemento della casa, una volta raggiunto il suo fine vita.

    ESEMPI DI UPCYCLE IN DESIGN E  ARCHITETTURA

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    I PUNTI DI FORZA DELLA CASA UPCYCLED

    L'upcycle House è un'abitazione sperimentale di 129 mq, che ha raggiunto notevoli risultati per quanto riguarda la sostenibilità, l’efficienza energetica e il risparmio economico. Infatti, il progetto è stato sviluppato partendo da quattro indicatori:

    • riduzione delle emissioni di anidride carbonica fino al 75% in meno;
    • prestazioni elevate e ridotta manutenzione;
    • materiali accessibili, provenienti da zone vicine per ridurre tempi, costi e sprechi;
    • prezzo ridotto.

    RISPARMIO ENERGETICO ED EMISSIONI RIDOTTE

    In seguito ai monitoraggi effettuati, le emissioni nocive si sono ridotte addirittura dell’86%. 

    “Inizialmente abbiamo pensato che una riduzione del 75% di CO2 non fosse realistica”, ha sottolineato Anders Lendager, “ma una volta effettuato l’LCA (Life Cycle Assesment) su tutti i materiali del progetto, abbiamo scoperto una riduzione delle emissioni di CO2 pari all’86%. Con queste premesse perché nei codici di costruzione non è già stata prevista per legge una percentuale di materiali riciclati?”.  

    Gli impianti prevedono il riciclo delle acque piovane e un sistema di pannelli fotovoltaici per la produzione di energia. Si è cercato di rispettare il più possibile gli standard passivi studiando la ventilazione naturale, l’orientamento, la disposizione delle superfici vetrate, il soleggiamento e l’ombreggiamento.

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    I MATERIALI RIUTILIZZATI

    Gli elementi portanti sono costituiti da due container navali per il trasporto merci, le cui pareti sono state rivestite e isolate con lana di carta, ottenuta dal riciclo di carta e vecchi giornali. Il pavimento è formato da un mix di granulati plastici e sughero, le piastrelle del bagno sono in vetro riciclato, mentre il tetto è realizzato da lastre trapezoidali in alluminio riciclato dalle lattine di birra.

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    Lo scopo del progetto è stato quello di dimostrare che si può costruire un’abitazione ad alta efficienza anche con risorse limitate, replicandola in qualsiasi contesto.   


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    Grazie al progetto Strawscraper degli architetti della Belatchew, la torre Söder Torn, che con i suoi 86 metri di altezza svetta nel cielo di Stoccolma, verrebbe modificata con l'integrazione dispositivi di conversione eolica del tipo aeroelastico, volgarmente chiamati “cannucce piezoelettriche”. L’edificio, progettato dall’architetto Henning Larsen, verrebbe così coronato da una chioma, i cui filamenti, mossi dal vento, produrrebbero energia per coprire il consumo delle luci di diversi colori cangianti, che adornerebbero le facciate dell’edificio in questione.

    In copertina: Rendering del progetto Strawscraper, Belatchew Arkitekter.

    Turbine eoliche ispirate ai serpenti volanti

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    L'arpa eolica

    Un dispositivo di conversione eolica del tipo aeroelastico si basa sulla capacità dei flussi d’aria di indurre vibrazioni sui corpi tozzi, in particolare su quelli aventi sezioni circolari. L’esempio più antico è l’arpa eolica, conosciuto già dai greci e descritto dal  filosofo e gesuita tedesco Athanasius Kircher (1602–1680), autore del libro Phonurgia nova del 1673. L’arpa eolica produce melodie casuali quando il vento fa vibrare le corde, ed il suono viene amplificato dalla cassa di risonanza. In altre realizzazioni il suono è causato da barre metalliche cilindriche con un estremo incastrato nella cassa di risonanza e l’altro estremo lasciato libero di oscillare, come un diapason.
    La costruzione di arpe eoliche rimase una nicchia dell’artigianato, fondata su basi assolutamente empiriche durante i secoli XVII, XVIII e anche fino alla fine del XIX secolo, quando l’ungherese Strouhal trovò la formula, oggi conosciuta con il suo nome, per calcolare la frequenza di vibrazione in funzione del diametro della corda e della velocità del vento.
    Si dovette però aspettare fino agli studi del genio dell’aerodinamica austroungarico Theodore von Karman, per la teoria dei vortici aerodinamici, che rese possibile calcolare in modo analitico i coefficienti empirici della formula di Strouhal.

    Come funzionano i convertitori aeroelastici

    Da un punto di vista energetico, l’aeroelasticità è una tecnica di conversione dell’energia cinetica dell’aria in energia meccanica la quale si manifesta in forma di vibrazione armonica. In pratica, l’energia di una corda vibrante può essere convertita a sua volta in energia elettrica mediante due diverse tecnologie: l’induzione elettromagnetica o la conversione piezoelettrica.

    L'induzione elettromagnetica

    Un esempio della prima tecnologia è la chitarra elettrica, le cui corde di acciaio, messe in vibrazione dal musicista, tagliano le linee di campo magnetico di una serie di calamite poste sul corpo dello strumento. Le variazioni di campo magnetico, provocate dalle corde vibranti, generano una corrente elettrica in una bobina di rame avvolta attorno alle suddette calamite, la cui frequenza ed intensità  saranno proporzionali alla frequenza e ampiezza della vibrazione delle corde corrispondenti.

    La conversione piezoelettrica

    Un esempio della seconda tecnologia sono le torce a LED senza batteria, nelle quali i LED si accendono quando l’utente scuotendo la torcia i cristalli piezoelettrici, posti al suo interno, convertono l’energia di vibrazione in elettricità. L’effetto piezoelettrico è teoricamente più efficiente dell’induzione elettromagnetica nel convertire l’energia meccanica in energia elettrica, ma nella pratica difficilmente si raggiungono efficienze di conversione globale superiori al 50%.  È dunque molto improbabile che la Belatchew riesca a produrre quantità di energia rilevanti rispetto al consumo di un grattacielo, per le ragioni che analizzeremo in seguito.

    Come funzionano le “cannucce piezoelettriche”

    Senza entrare nello sviluppo della teoria dei vortici di von Karman (per eventuali approfondimenti rimandiamo il lettore interessato alle pubblicazioni dello scrivente o ai testi di aerodinamica universitari),  possiamo affermare che l’idea dei progettisti della Belatchew non può funzionare per i seguenti motivi.

    Innanzi tutto, perché il loro concetto di convertitore aeroelastico elementare è una forma cilindrica, detta appunto “cannuccia” e poi perché il sistema di generazione dell’elettricità si basa sulla tecnologia piezoelettrica. La forma delle cannucce costituisce un fattore limitante, poiché un qualsiasi corpo cilindrico è caratterizzato da una densità, una lunghezza ed un diametro fissi, dunque la sua frequenza fondamentale di risonanza è unica. Un tale cilindro può anche oscillare a frequenze dette “armonici”, multipli interi della fondamentale, ma per il Teorema di Fourier l’ampiezza degli armonici è inversamente proporzionale all’ordine degli stessi. Dall’altro canto, la frequenza di oscillazione indotta dai vortici di von Karman è inversamente proporzionale al diametro del cilindro mentre è direttamente proporzionale alla velocità del vento, ed inoltre inversamente proporzionale al numero di Reynolds, il quale a sua volta dipende dal diametro del cilindro, dal quadrato della velocità del vento e dalla viscosità cinematica dell’aria, la quale dipende a sua volta dalla temperatura, dalla pressione e dall’umidità.

    In altre parole, la frequenza dei vortici di von Karman è variabile, quindi il vento può mettere le “cannucce” in vibrazione solo ad una velocità ben precisa, quando il sistema vortici-cannuccia andrà in risonanza. A velocità del vento  inferiori a quella di risonanza, il convertitore non vibra affatto e dunque non estrae energia da esso. A velocità del vento superiori, a quella di risonanza, sono fisicamente possibili fenomeni di vibrazione alle frequenze degli armonici, ma poiché la loro ampiezza decresce con l’aumento della frequenza, paradossalmente l’energia ricavabile con un sistema come quello proposto per lo Strawscraper, diminuisce man mano che aumenta la velocità del vento. Se tutte le cannucce fossero dello stesso diametro, lunghezza e materiale, circostanza molto plausibile per questioni di standardizzazione industriale, il sistema produrrà energia solo quando la velocità del vento raggiungerà alcuni valori discreti ben precisi, e  produrrà quasi niente alle velocità intermedie.

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    L’efficienza di conversione dell’energia eolica in energia meccanica oscillatoria, raggiungibile con un sistema aeroelastico, è più bassa di quella che consente una turbina convenzionale ad azione aerodinamica. Inoltre, la conversione delle vibrazioni in energia elettrica richiederà, per essere utilizzabile, di un rettificatore, uno stabilizzatore di tensione, un sistema di filtri e finalmente un inverter, per cui il sistema risultante difficilmente raggiungerà il 50% di efficienza di conversione meccanica-elettrica, decisamente inferiore all’80 – 90% tipici di una alternatore convenzionale a magneti permanenti. La quantità di materiale, necessaria per costruire un generatore aeroelastico, è decisamente maggiore di quella che richiederebbe una turbina ad azione aerodinamica di pari potenza, quindi la tecnologia aeroelastica difficilmente potrà mai essere economicamente competitiva, se non per applicazioni di nicchia come appunto lo Strawscraper, efficace come medio di marketing dei suoi creatori, ma dalla dubbia sostenibilità.


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    Sei moduli, quattro mesi e un kilowatt: questi i numeri vincenti della casa realizzata dallo studio di progettazione Alventosa Morell Arquitectes nei pressi di Santa Maria de Palautordera, in Spagna. La committenza aveva espresso categoricamente gli obiettivi del progetto della propria residenza: bassi costi di realizzazione e di gestione, brevi tempi di esecuzione, efficienza energetica. I progettisti hanno accolto la sfida realizzando Casa GG, una “macchina per vivere” rispettosa dell’ambiente e del paesaggio.

    CASE MODULARI: LA SIP M3, ECONOMICA E INTELLIGENTE

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    IL PROGETTO DI CASA GG

    La casa, disposta su di un unico livello, è composta da sei moduli in legno d’abete prefabbricati posizionati prendendo in considerazione l’orientamento solare e le diverse piante presenti sull’area. I volumi si adagiano sul terreno e si intersecano tra i tronchi degli alberi ad alto fusto: infatti, per far posto alla casa si è deciso di non recidere le piante, ma di interagire con esse. La planimetria ha assunto così una forma tentacolare: i moduli ospitano rispettivamente le tre camere da letto, la cucina e il bagno, il soggiorno, un locale per le biciclette e per le attrezzature da giardino. Gli spazi di collegamento tra i blocchi in legno sono vetrati e ospitano la sala da pranzo e uno studio.

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    In quattro mesi è stato possibile realizzare l’intero progetto grazie all’utilizzo della prefabbricazione, non solo per la struttura, ma anche per le finiture e per alcuni arredi fissi, e grazie a un attento studio dei dettagli. Ogni elemento è arrivato in cantiere pronto per l’assemblaggio a secco. I materiali utilizzati sono stati reperiti in zona e sono riciclabili: quindi hanno un impatto minimo sull’ambiente.

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    Il benessere termico in invernoè garantito sia dalla presenza di un solo radiatore da un kilowatt in funzione per due ore al giorno, che da alcuni accorgimenti progettuali. Innanzitutto l’orientamento dei moduli sfrutta gli apporti gratuiti di calore dovuti all’irraggiamento solare e le pareti disperdenti sono state isolate grazie all’inserimento di uno strato coibente in cellulosa e di una lamina impermeabile traspirante. Inoltre gli spazi di collegamento, che si caratterizzano per le ampie vetrate, nelle giornate di sole funzionano come una serra creando così un “cuscinetto” di aria calda. In estate, invece, la ventilazione naturale, l’alto livello di isolamento e l’ombreggiamento dovuto alla vegetazione garantiscono temperature gradevoli negli ambienti interni.


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    Negli ultimi anni il dibattito sulla progettazione per la reinterpretazione delle città in chiave smart, si è fortemente concentrato sull’innovazione tecnologica, la sostenibilità ambientale, la vivibilità, il comfort e la flessibilità. Le previsioni di un aumento del fenomeno di urbanizzazione hanno indirizzato le amministrazioni e i progettisti verso una città più accessibile per rispondere alle esigenze dei suoi abitanti. Ma una smart city, a chi deve essere accessibile esattamente? A tutti, ovviamente. Eppure, in tutti i progetti in corso e in agenda per dare un volto nuovo ai nostri centri urbani, c’è una fetta di popolazione che pare completamente esclusa: quella delle persone anziane.

    SMART CITY: LA CLASSIFICA DELLE CITTÀ ITALIANE PIÙ INTELLIGENTI

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    I centri urbani nei quali viviamo ora non sempre sono attenti a questa categoria di persone e lo vediamo da piccoli dettagli, piccoli perché non ci riguardano. Pensiamo ad esempio al semaforo verde pedonale: la durata media è calcolata rispetto a una camminata di 1,2 metri il secondo mentre un anziano copre dagli 0,7 agli 0,9 metri il secondo. Marciapiedi e pavimentazioni sono spesso dissestati o realizzati con materiali scivolosi se bagnati dalla pioggia, giardini e parchi molte volte hanno un numero insufficiente di panchine, collocate molto distanti tra loro.

    Ovunque ci guardiamo intorno troviamo ostacoli e, se pensiamo che entro quindici anni due terzi della popolazione abiterà in città e un quarto dei cittadini avrà più di sessant’anni, possiamo affermare che il problema è veramente serio e andrebbe affrontato con tempestività. 

     Sappiamo con certezza che gli anziani preferirebbero vivere in città, perché qui hanno a loro disposizione più servizi e centri ricreativi di ogni genere dove passare il tempo. Quindi la domanda è: in che modo possiamo progettare una città (anche) a misura di anziano?

    PROGETTAZIONE PRO OVER 60

    Nel 2006 la World Health Organisation ha ideato un progetto, Age-Friendly Cities, con lo scopo di favorire modelli urbani a sostegno delle esigenze di chi ha un’età avanzata. In Gran Bretagna, al momento, sono 258 le città che hanno aderito alla proposta, ognuna con idee differenti.

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    Ad esempio, la città di Manchester ha promosso la “Take-a-seat initiative”, cioè il posizionamento di sedute all’interno dei negozi e in vari punti della città, permettendo ai clienti più anziani di riposarsi fra un acquisto e l’altro.

    Stesso discorso per le fermate degli autobus dove sono previste panche per l’attesa progettate con un’altezza adeguata e sedute sufficientemente larghe, con braccioli che aiutano a sedersi o ad alzarsi e alcuni accessori come il gancio per il guinzaglio del cane o il porta ombrello.

    Anche i giardini pubblici sono adattati alle loro esigenze e quindi privi di scale o ostacoli difficili da superare.

    Negli altri paesi europei troviamo Lione, in Francia, che ha avviato un servizio di trasporto pubblico, “Cyclopousse”, dedicato solamente alla popolazione anziana. Un bell’esempio di taxi a pedali eco-sostenibile a prezzo calmierato.

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    In Germania, alcune catene di supermercati sono state riprogettate con corridoi più larghi, pavimenti antisdrucciolo, etichette dei prezzi più grandi e scaffali più bassi.

    Infine Eindhoven, in Olanda, ha adattato il modello dei percorsi di fitness nei centri urbani anche per i meno giovani, creando dei punti di sosta dove poter fare piccoli esercizi fisici all'aperto per mantenersi in buona salute.

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    Una serra dove riscoprire il contatto con piante, fiori e prodotti ortofrutticoli, in cui apprendere la tecnica della coltivazione idroponica e seguire corsi di giardinaggio con i bambini è il progetto di Giardango, una struttura che esalta la Natura e la rispetta. La serra infatti è completamente autosufficiente in termini idrici e a breve sarà autonoma anche dal punto di vista energetico.

    LA SOSTENIBILITÀ DELLA SERRA

    All’interno della serra sono ospitate piante da interno ed esterno, i cui requisiti termoigrometrici specifici hanno condizionato la progettazione dell’impianto di riscaldamento e raffrescamento. Le temperature interne alla struttura non sono mai inferiori ai 15 gradi centigradi, temperatura minima garantita in inverno da una serie di teli con caratteristiche coibenti che proteggono l’ambiente da eccessive escursioni termiche e da acqua calda generata come prodotto di scarto da un centrale di cogenerazione alimentata da fonti energetiche rinnovabili. 

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    Anche l’illuminazione è stata curata in chiave sostenibile, con l’installazione di LED sia all’interno che negli ambienti esterni.

    Le acque piovane sono accumulate in un laghetto artificiale adiacente alla struttura e poi riutilizzate per l’irrigazione.

    L’obiettivo nel breve periodo è quello di installare un impianto fotovoltaico di 18 kW che sarà in grado di coprire l’intero fabbisogno energetico, rendendo la serra del tutto autosufficiente.

    LA COLTIVAZIONE IDROPONICA

    La presenza di colture idroponiche rende la permanenza all’interno della serra ancora più interessante, attirando esperti e curiosi e favorendo l’aggregazione sociale ed il contatto con la Natura in un contesto sostenibile e curato.

    La coltivazione idroponica, detta anche “fuori terra” per distinguerla dalla coltivazione più convenzionale in terra, è diventata particolarmente diffusa non solo per la sua sostenibilità (le piante così coltivate necessitano di molta meno acqua di quelle coltivate con sistema tradizionale in terra) e pulizia (per via dell’assenza di terra), ma anche perché le piante coltivate con l’idroponica necessitano di molte meno cure e manutenzione e sono più resistenti di quelle coltivate in terra poiché la possibilità che sviluppino parassiti, muffe e batteri è minima, essendo prive di terreno che costituisce l’humus ideale per il loro sviluppo, in particolare sotto la spinta dell’umidità.

    La terra, nella coltura idroponica, è sostituita da materiale inerte, solitamente argilla espansa, che, contenuto in vasi detti di coltura, espleta la funzione di sostegno della pianta. Il ruolo nutritivo dei minerali contenuti nella terra è svolto da sostanze nutritive disciolte nell’acqua della fioriera, all’interno della quale si trova il vaso di coltura con la pianta.

    Quasi tutte le piante da appartamento a foglia verde, quelle con un apparato radicale robusto e le piante grasse possono essere coltivate con questa tecnica. 


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    A metà Gennaio di quest'anno sono iniziati i lavori di una delle opere infrastrutturali più imponenti della storia. È bastato che si normalizzassero le relazioni diplomatiche tra Cuba e gli Stati Uniti - che ha messo fine all’embargo imposto da Washington a L'Avana – perché si muovessero finalmente le pedine sulla scacchiera commerciale e geopolitica dell’America Latina. In questo contesto, il porto di Mariel, rinnovato e ampliato, e divenuto "zona speciale di sviluppo" , è tenuto a svolgere un ruolo strategico importante. Mariel sarà uno dei nodi attraverso i quali passeranno i nuovi flussi commerciali in aumento in tutto il mondo e che vedono tra gli attori più importanti la Cina e l’America Latina.

    INFRASTRUTTURE PER IL TURISMO A BASSO IMPATTO AMBIENTALE

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    Non solo il Canale di Nicaragua ma altre dinamiche locali in altri paesi del globo stanno plasmando la nuova configurazione geopolitica mondiale. 

    Il canale di Panama

    Il Canale di Panama ha cambiato il mondo da quando è stato inaugurato poco più di un secolo fa. A quel tempo, gli Stati Uniti avevano preso in mano il progetto di costruzione del canale, che non era riuscito e pareva essere ormai fallito  da parte della Francia. Ciò mise fine ad una fase del commercio mondiale, per aprirne una nuova. Non a caso il Canale di Panama è stato nominato "il viale del mondo", essendo l'unica via di comunicazione tra le due più grandi oceani e tra le due principali regioni del mondo. 

    [Nonostante la volontà degli Stati Uniti di fare con la zona del canale quel che viene fatto oggi con la base di Guantanamo a Cuba – vale a dire un’occupazione a tempo indeterminato –, il leader nazionalista panamense Omar Torrijos aveva chiesto il rispetto dell'accordo Carter Torrijos, ottenendo che il Canale passasse sotto il controllo del governo panamense, il 31 dicembre 1999. Questo però non ha impedito a Washington di continuare a svolgere un ruolo sorveglianza militare della zona. N.d.r]

    Nella misura in cui il commercio marittimo è aumentato, così come le dimensioni delle imbarcazioni, si è constatato che il Canale di Panama è ormai insufficiente a garantire le comunicazioni marittime tra i due oceani. Il 22 Ottobre 2006 il paese ha approvato con un referendum nazionale, un progetto di modernizzazione del canale (firmato con una società spagnola), praticamente la costruzione di un altro canale la cui inaugurazione è prevista per la fine del 2015. La data di inizio però è slittata diverse volte a causa dei mancati accordi e delle numerose rinegoziazioni relative all'aumento del costo del lavoro.

    Il canale di Nicaragua

    L’incarico per la sua costruzione ed il suo finanziamento è stato assegnato al miliardario cinese Wang Jing  e alla sua società di costruzioni, il consorzio internazionale (Hknd) con sede a Hong Kong. Il progetto del canale di Nicaragua è maturato in un breve periodo e ha ottenuto l'approvazione del governo del presidente del Nicaragua Daniel Ortega (nella foto in basso con Wang Jing), anche se vi sono alcune difficoltà nell'attuarlo. La costruzione di questo canale cambierà il futuro del Nicaragua: con esso, il paese migliorerà la situazione del trasporto merci attraverso la riduzione del traffico pesante, inoltre si doterà di altri edifici ausiliari, tra cui un nuovo aeroporto ed una zona franca. 

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    Dati tecnici del canale di Nicaragua

    • Lunghezza : 278 Km (il Canale di Panama è lungo 81 Km);
    • Costo stimato: 50 miliardi di dollari Usa;
    • Capienza massima delle navi che lo potranno attraversare: 250 mila tonnellate (rispetto alle 60 tonnellate del Canale di Panama);
    • 4% del traffico marittimo mondiale assorbito;
    • Una volta funzionante, potrebbe garantire tra i 5 e i 10 mila nuovi posti di lavoro (dato che però va confrontato con quelli che potrebbero essere gli eventuali risvolti negativi derivanti dalla sua realizzazione).

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    I movimenti popolari hanno organizzato proteste contro il nuovo canale e le conseguenze dovute alla sua realizzazione. Pare infatti che il progetto sia stato concepito senza sviluppare nessuno studio per la valutazione dei danni ambientali che ne deriverebbero e senza fare trattative con i trentamila contadini che saranno mandati via a causa dell’esproprio dalla loro terra. Il governo e la società cinese hanno dichiarato semplicemente che queste persone “riceveranno un equo compenso”. Intanto però sono in corso grandi mobilitazioni, non solo nelle zone interessate dai futuri lavori, ma anche nella capitale, Managua, e non mancano gli scontri con la polizia.

    La costruzione del canale Nicaragua avrà molte conseguenze, a partire dalla fine del monopolio del Canale di Panama e della tutela degli Stati Uniti sul traffico marittimo inter-oceanico. In sinergia con il porto di Mariel si faciliterà il flusso delle merci che coinvolge quei paesi che stanno espandendo sia il loro business che la loro influenza politica, come nel caso di Cina e Brasile.


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    Un edificio polivalente al servizio della comunità quello progettato da Kengo Kuma & Associates a Towada, nella prefettura di Aomori in Giappone.

    Kengo Kuma e il suo negozio di dolci

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    UNA GRANDE CASA PER LA COMUNITÀ LOCALE

    Il Towada community center nasce dalla volontà di creare un struttura in grado di accogliere molteplici attività al servizio della popolazione, 1800 mq di spazio sociale per la comunità locale, con aree per il gioco, aree polivalenti e ricreative.

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    All’esterno risulta chiaro il richiamo alla forma delle classiche abitazioni con tetto a falda, la volontà del progettista è di integrare l’edificio con l’intorno e con il costruito, l’edificio deve confondersi con le piccole case circostanti, integrarsi ed interagire con il contesto. Come se fosse una grande casa a servizio della collettività.

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    Dall’ingresso principale si accede ad una hall che serve gli spazi delle principali attività:  gli spazi per uffici, una piccola ala per accogliere esposizioni temporanee, aule polivalenti ed infine le stanze tatami, in puro stile giapponese, e la cucina adiacente alla stanza per il gioco riservata ai più piccoli.

    Proprio quest’ultimo spazio è di grande interesse in quanto fonde l’architettura con il gioco. Il pavimento diventa uno strumento per caratterizzare non solo lo spazio, ma anche l’attività stessa da svolgersi all’interno della stanza. Un vero e proprio spazio interattivo in cui il pavimento in legno cresce verso l’alto, creando salti di quota come piccole colline dall’andamento ondeggiante sulle quali i bambini possono salire e con i quali possono divertirsi giocando. Un luogo creato su misura per loro, che a piccoli passi possono interagire con l’architettura.

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    LEGNO PER ESTERNI ED INTERNI

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    Il materiale prevalente, sia in facciata che come rivestimento di interni è il legno. L’edificio esternamente risulta composto di due materiali prevalenti: grandi lastre di vetro a tutta altezza ricoperte parzialmente da listelli di legno che permettono di filtrare la luce e di controllare il surriscaldamento degli ambienti. I lunghi e stretti listelli di legno conferiscono un senso di verticalità alla facciata, mentre all’interno i controsoffitti sono caratterizzati dagli stessi elementi di legno orizzontali, un elemento di design che conferisce omogeneità al progetto e diventa identificativo dell’opera e che ricorre anche nella separazione degli spazi e delle aree tematiche. Lo stile minimalista dai colori neutri: pareti bianche ed elementi in legno chiaro tipici delle architettura giapponese ricorrono anche in quest’opera e si prestano a ricreare uno spazio ed un ambiente familiare, evocando le stesse spazialità e gli stessi cromatismi delle abitazioni.

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    La piazza antistante è anch’essa espressione della volontà di connessione tra natura e comunità. Conformata in modo tale da integrarsi con il quartiere e caratterizzata da elementi naturali che generano spazi comuni verdi per il tempo libero. Portando quindi anche all’esterno ed all’aria aperta le attività di svago e relax.

    La volontà di integrare attività ludiche e ricreative in un edificio che richiami la forma e l’accoglienza di una casa, permettono di generare uno spazio sociale familiare, in cui gli abitanti possono sentirsi partecipi ed interagire tra loro come se fossero una grande famiglia. Un intervento di piccole dimensioni ma dal grande valore sociale.


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    La gestione dei rifiutiè sempre più una tematica centrale nella vita quotidiana di ciascuno e ancora di più lo diventa se si inserisce in un ottica più ampia di organizzazione di una città ai fini della sostenibilità ambientale. I rifiuti infatti costituiscono spesso argomento di dibattiti, scontri e discussioni che sono volti a definire quale sia il metodo più efficiente di raccolta, trasporto, riciclo o trattamento dei residui urbani. Sempre più spesso ci si riferisce a termini come raccolta differenziata, rifiuto e riciclo senza sapere esattamente di cosa si stia parlando e senza conoscere le diverse sfaccettature dell’argomento.

    Altrettanto spesso ci si affida a credenze diffuse, a falsi miti, che possono creare confusione nel cittadino che, così facendo, perde di vista la problematica concreta e la migliore soluzione da applicare.

    RICICLARE RIFIUTI: L'ALTERNATIVA AGLI INCENERITORI

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    CHIAREZZA SUI CONCETTI 

    Innanzitutto è da chiarire il concetto di rifiuto secondo la normativa italiana, per avere una chiara idea di cosa si stia trattando. Il D.Lgs. 152/06 definisce "rifiuto" qualsiasi sostanza od oggetto che rientra nelle categorie riportate nell'Allegato A e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l'obbligo di disfarsi. L’allegato chiarisce poi quali siano le categorie di rifiuti. Esse comprendono prodotti scaduti, prodotti fuori norma, sostanze contaminate, residui di processi industriali, sostanze divenute inadatte all’impiego, materiale da imballaggio. Sono da norma esclusi dal concetto di rifiuto i gas nocivi, le acque contaminate, il materiale vegetali e il materiale proveniente da scavi.

    La materia si presenta quindi ampia e ben più estesa dell’idea del cittadino comune per il quale i rifiuti sono essenzialmente quelli provenienti dalla pattumiera di casa.

    Anche la definizione di raccolta differenziata merita di essere citata esattamente (art. 183, comma 1 D.Lgs. 152/06). Per raccolta differenziata si intende la raccolta idonea, secondo criteri di economicità, efficacia, trasparenza ed efficienza, a raggruppare i rifiuti urbani in frazioni merceologiche omogenee, al momento della raccolta o, per la frazione organica umida, anche al momento del trattamento, nonché a raggruppare i rifiuti di imballaggio separatamente dagli altri rifiuti urbani, a condizione che tutti i rifiuti sopra indicati siano effettivamente destinati al recupero.

    Spesso non c’è chiarezza nell’utilizzo dei termini e delle definizioni esatte ma ancora più spesso la nostra percezione di una corretta gestione dei rifiuti si basa su idee che poco o nulla hanno di fondato, il che causa dei falsi miti, che questo articolo si propone di sfatare. 

    IL CONSUMO DI CARTA È IL PRINCIPALE NEMICO DELLE FORESTE: FALSO

    La deforestazione ha come cause prioritarie la conversione dei territori boschivi in terreni agricoli e la raccolta di legname per vari usi. Inoltre l’industria cartaria europea è un importante catalizzatore del rinnovamento e dell’estensione della superficie forestale. Oggi, secondo uno studio condotto dalla FAO e pubblicato da Assocarta, l'aumento annuo delle foreste in Europa equivale a 6.450 kmq e la gestione sostenibile delle foreste promossa dall’industria cartaria fa sì che per un albero tagliato ne vengano piantati tre. Il 20% delle foreste europee non può essere sfruttato perché destinato per legge alla protezione e alla conservazione della biodiversità.

    TUTTO SI PUÒ RICICLARE: FALSO

    Innanzitutto è necessaria chiarezza sul termine riciclo, che è differente dal termine riutilizzo. Il D.Lgs. 205/2010, dunque, per riutilizzo intende “qualsiasi operazione attraverso la quale prodotti o componenti che non sono rifiuti sono reimpiegati per la stessa finalità per la quale erano stati concepiti”. Altra cosa, invece è il riciclaggio ossia “qualsiasi operazione di recupero attraverso cui i rifiuti sono trattati per ottenere prodotti, materiali o sostanze da utilizzare per la loro funzione originaria o per altri fini.” Nei nostro comuni differenziamo tra il resto, per avviare al riciclo, solo gli imballaggi in plastica.

    Non possiamo in genere inserire nella raccolta differenziata della plastica ciò che non è imballaggio. Inseriamo flaconi, confezioni, barattoli ma non inseriamo beni durevoli in plastica, oggetti che comunemente usiamo e che sono fatti in plastica, magari anche riciclata. Non ricicliamo quindi, secondo la normativa vigente, oggetti in plastica che non siano imballaggi.

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    IL RICICLO DELLA PLASTICA È SEMPRE POSSIBILE ED EFFICACE: FALSO

    Raccogliere separatamente la plastica e differenziarla allo scopo di condurla poi verso il processo di riciclo è efficace e sostenibile se applicato nel modo corretto. Spesso nei nostri comuni riceviamo indicazioni di inserire nella raccolta differenziata della palstica tutti i tipi di plastica, imballaggi o contenitori. Giorgio Quagliuolo, presidente di Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclaggio e il recupero degli imballaggi in plastica), ha dichiarato in un’intervista: si dovrebbe raccogliere solo quello che si può riciclare, il resto andrebbe inviato direttamente alla termovalorizzazione, perché anche come costo ambientale non conviene; pensi alle centinaia di camion e di viaggi avanti e indietro per questa plastica che non ha possibilità di recupero diversa da quella di essere termovalorizzata. È un 50% i cui costi di raccolta e di selezione gravano sul Consorzio.”

    Quindi non tutta la plastica può essere riciclata ma una parte di quella che differenziamo deve poi essere riselezionata, con costi in termini di tempo, lavorazioni e trasporto, e spedita verso i termovalorizzatori, per esempio nel Nord Italia quello di Brescia.

    GLI “INCENERITORI” NON COMPORTANO ALCUN VANTAGGIO: FALSO

    Innanzitutto non si parla di inceneritori ma di termovalorizzatori, ovvero di impianti che, tramite la combustione di alcune tipologie di rifiuti, producono energia spesso utilizzata per sistemi di teleriscaldamento, come nel sopracitato esempio della città di Brescia, e per la produzione di energia elettrica.

    Dal sito ufficiale dell’impianto termovalorizzatore di Brescia si ricavano alcuni dati utili a capirne l’efficienza: l'impianto è in grado di bruciare mediamente circa 750 mila tonnellate l’anno di rifiuti. Dalla combustione è possibile ricavare ogni anno quasi 600 milioni di chilowattora di elettricità (pari al fabbisogno annuo di 200 mila famiglie) e oltre 800 milioni di chilowattora di calore (pari al fabbisogno per teleriscaldamento di oltre 60 mila appartamenti). In questo modo si risparmiano oltre 150 mila tonnellate equivalenti di petrolio, evitando l’emissione in atmosfera di più di 400 mila tonnellate di anidride carbonica. Le emissioni del termo utilizzatore vengono settimanalmente riepilogate in un report e costituiscono una piccola percentuale del totale delle emissioni della regione.

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    Il rapporto Legambiente afferma infatti che le emissioni di polveri dagli impianti di trattamento rifiuti contribuiscono solo per lo 0,5% al totale delle emissioni in Regione Lombardia. La gran parte delle emissioni è costituita dal traffico veicolare e dai sistemi di riscaldamento delle abitazioni che non hanno ancora adottato il teleriscaldamento.

    La conoscenza di alcune problematiche connesse alla produzione e alla gestione dei rifiuti e l’analisi più accurata dei dati a nostra disposizione può far luce su alcuni punti spesso oscurati da preconcetti o da false convinzioni che ci vengono instillate.

    Ampia è la tematica e ancora più ampia probabilmente la gamma delle soluzioni adottabili alla luce di una complessità di problematiche e dati che spesso non risulta chiara alla maggior parte di noi.


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