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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Il lavoro dell’architettoè spesso artificioso e complesso. Oltre a confrontarsi con le richieste di un eventuale committente, questo deve spesso fare i conti con grafica, testi, software, hardware. Insomma la sua conoscenza deve spaziare tra settori molto vari. Dopo molte ore spese per partorire qualcosa di soddisfacente, l'architetto si trova a dover compiere numerose scelte e a combinare tutta una serie di variabili che restituiranno il prodotto finito.

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    Quante volte ci si trova davanti ad un foglio bianco da dover riempire, dovendo tassativamente passare per scelte cromatiche, compositive, formali, accostamenti più o meno forzati… Tutto questo lavoro che attanaglia l'architetto, gli dà anche un motivo per continuare ad informarsi e tenersi costantemente aggiornato.

    Quando il fattore tempo viene meno, e le idee che affollano la nostra mente fanno fatica a raggrupparsi per produrre qualcosa di adeguato ci viene in soccorso internet con i suoi numerosi siti web e tool online sparsi nella sua infinita rete, che possono essere fonte di ispirazione e origine di un notevole incremento per la produttività degli architetti. Te ne suggeriamo qualcuno.

    Tool per la scelta dei colori: Adobe Color CC

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    Spesso, svegliandoci al mattino, ci poniamo questa domanda: oggi come mi vesto? Dietro a questa domanda, a prima vista molto banale, risiede un ragionamento molto complesso che svolge la mente umana. Elaborando una serie di informazioni, a partire dai possibili eventi meteorici esterni, si passa immancabilmente dall’abbinamento cromatico. Tutti almeno una volta nella vita saranno stati ripresi per il particolare abbinamento scarpe-pantaloni, pantaloni-maglia… Se estendessimo il ragionamento ad un personal computer avremmo non pochi problemi; il nostro fidatissimo amico che ci accompagna giorno dopo giorno in rete, e ci aiuta a svolgere il nostro lavoro, riconosce oltre 16 milioni di colori… Come abbinarli dunque per una rappresentazione degna del più abile dei designer? Ci viene in aiuto il vecchio adobe Kuler, ora Adobe Color CC, che, una volta selezionato un metodo di colore, e scelto il colore base, ne restituisce altri quattro che si abbinano perfettamente; perché no, ci può anche coadiuvare nella scelta del nostro guardaroba. Attenzione alle sfumature.

    Tool per la scelta dei colori bis: I want hue

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    I want hueè un altro tool online utile agli architetti per generare colori che, oltre ad essere visivamente attraenti, si distinguono molto bene a occhio nudo. Molto utile se si devono scegliere colori che non possono essere confusi e che restituiscono informazioni ben precise in legende, grafici o tabelle.

    Per le tavole di inquadramento: Map chart

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    Ragazzi! La tavola di inquadramento! Queste sono le parole che più ricordo delle lezioni universitarie di rilievo architettonico. Il panico lentamente riusciva ad impossessarsi di tutti noi studenti. Il solo pensiero di dover riportare alcune carte e customizzarle per rendere note poche tra le centinaia di informazioni reperibili a loro volta su un numero pressappoco infinito di fonti, rendeva il gioco dello scarica barile (in questo caso scarica tavola) tra compagni di laboratorio, molto più difficoltoso di quanto si pensi. Fortunatamente il sito web Map Chart ci viene in aiuto; In pochi e semplici passaggi si riusciranno a redigere efficaci mappe con descrizioni e legende personalizzate.

    Rappresentazioni di effetto: Visualizing Architecture

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    L’estro di un architetto non ha confini; bisogna solo essere capaci a rappresentare quello che abbiamo in mente. Sarebbe bello riuscire a produrre elaborati che, anche in assenza di una didascalia, riuscissero a comunicare tutto ciò che si desidera. Spaccati assonometrici con coperture semitrasparenti che lasciano intravedere l’interno del corpo di fabbrica, post-produzioni ultra-rapide con effetti finali mostruosamente fotorealistici. Queste sono alcune delle cose che potete trovare sul blog Visualizing Architecture, curato da Alex Hogrefe, un architetto statunitense che ha fatto della comunicazione e della rappresentazione il suo credo. In pochi passaggi questo grafico riesce letteralmente a trasformare sketch o semplici Cad in opere d’arte. Solo dopo aver visto quello che è in grado di fare e di insegnarti ti convincerai che se lo puoi pensare, lo puoi fare.

    Icone vettoriali gratis: Flaticon e The Noun Project

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    Siete amanti dei concept o semplicemente vi serve qualche icona particolare che vi richiederebbe troppo tempo o capacità di cui non disponete? Flaticon e The Noun Project sono siti web utili argli architetti perchè contengono una banca dati pressoché infinita di icone vettoriali in formato .svg (Adobe Illustrator). Utili e comode, queste piccole meraviglie, caricate da diversi grafici o designer sono file vettoriali puri che possono essere scalati a profusione lasciando inalterata la qualità.

    Scontornare le foto: Background Burner

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    Sei un amante dei rendering? Ti dedichi alla postproduzione? Vorresti avere degli elementi originali nella tua immagine che si differenziano da tutti quelli anonimi che vedi altrove? I siti che forniscono materiale (persone o oggetti) in .png che possono essere utilizzati immediatamente in postproduzione senza alcuna modifica da parte dell’utente sono pochi. Sicuramente la maggior parte di voi lettori avrà sicuramente cercato un tool che aiuta a scontornare oggetti che avrebbero un notevole impatto nel vostro lavoro. Passare ore e ore su photoshop a ripetere i comandi lazo poligonale, gomma e bacchetta magica non è il sogno di nessuno. Il rischio è sempre quello di “sprecare” troppo tempo per un risultato (la maggior parte delle volte) incerto o poco soddisfacente. Quello che vi proponiamo è un vero e proprio “background-burner” con Background Burner, riuscirete a rimuovere velocemente lo sfondo da qualsiasi fotografia, avendo a disposizione il vostro oggetto/persona, come se fosse un’immagine con canale alfa.

    Disegni vettoriali sul web: Mondrian

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    Se siete abituati ad usare Photoshop il primo approccio con Illustrator vi sembrerà strano. Non temete, non avete fatto un torto a nessuno, semplicemente, per lavorare con oggetti vettoriali è richiesto un approccio alla tavola da disegno, diverso. Alcune operazioni, impensabili da eseguire con un software di fotoritocco, sono altresì una sciocchezza per un “vector editor”. Certo come qualsiasi cosa, bisogna spendere un po’ del proprio tempo per capirne il funzionamento, ma una volta preso il via sarete liberissimi di inter-operare tra i due software. In caso non vi possiate permettere uno strumento come Adobe Illustrator, Mondrianè un sito web utile a creare qualsiasi forma o disegno, in vettoriale, sul proprio internet browser. Una volta terminato il vostro disegno potrete esportarlo con estensione .png o .svg

    Schemi e diagrammi: Draw

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    Il processo decisionale che ci accompagna durante un lavoro, risulta solitamente molto articolato e complesso. Immaginiamo di dover riassumere, in poche parole e in pochi blocchi, ciò che ci ha portato a un determinato risultato. Gli schemi riassuntivi e user friendly non sono sempre di facile componimento. Il nostro lavoro è ottimo ma manca un piccolo schema introduttivo che ci aiuti a presentarlo a chi ci sta davanti, in modo chiaro e conciso. Drawè un semplice tool online che permette di creare schemi e diagrammi di flusso da poter caricare (una volta terminati) direttamente sul nostro Google Drive o nella cartella di Dropbox.

    Ridimensionamento foto: BulkResize

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    Escludendo le macchine fotografiche (reflex ibride o compatte), oggigiorno sono veramente tanti i dispositivi dotati di una fotocamera: telefonini, smartphone, tablet, mp3, laptop… Ogni strumento di uso comune riesce a catturare immagini che risultano avere dimensioni, risoluzione e caratteristiche tecniche differenti. Si passa da fotografie di reflex a 18-20 mega pixel con risoluzione 5K e dal peso di 8-10 Megabyte a foto vga, dei primi telefonini con fotocamera integrata, a bassissima risoluzione e con dimensioni (oggi) insignificanti (100 - 200 kbyte). Per quanto possa essere veloce il nostro supporto però, caricare l’anteprima di 50-100 foto effettuate con una reflex degna di questo nome, risulta essere abbastanza laborioso. Per non parlare dell’invio di questi - apparentemente - innocui file immagine tramite mail o cartelle di rete condivise. Certo che, per preservare la qualità dell’immagine, bisogna preservarne la sua dimensione originale, ma se si volesse racimolare un po’ di spazio su hard disk o rendere accessibile lo scambio di questi media, consiglio di utilizzare il sito web BulkResizePhotos, che permette di caricare una serie di foto e scaricarne immediatamente un file .zip che contiene le stesse immagini con una risoluzione variata a vostra scelta rispetto all’originale.

    Per le relazioni tecniche: Word Frequency Counter

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    La sindrome del foglio bianco non attanaglia solo i disegnatori, ma è anche motivo di sconforto per gli scrittori più prolifici. Tenendo fermo l’esempio su queste due categorie di lavoratori, mi appare in mente una disastrosa immagine di un ipotetico cambio di ruoli, dove il disegnatore si trova a dover scrivere, e lo scrittore si trova a disegnare. Entrambi probabilmente si troverebbero non solo a disagio, ma probabilmente non saprebbero da dove cominciare. L’architetto però da buon tecnico e se vogliamo anche un po’ filosofo, deve sapersi approcciare ad ogni campo. Gli architetti spesso non sono scrittori nati, per questo motivo, il sito Write Words ci viene in soccorso per capire se una parola all’interno di una descrizione è stata o meno super-utilizzata. Sicuramente nessuno ci proporrà mai forbitissime relazioni prestampate, e anche se probabilmente all’inizio, formulare qualcosa di sensato potrà essere paragonato ad un parto, con il tempo tutti imparano a districarsi tra i vari compiti assegnati.

    Quanti caffè possiamo assumere al giorno? Caffeine Calculator

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    Quante notti insonni trascorse per pensare a quello che dobbiamo fare o come dobbiamo farlo, altrettante passate davanti ad uno schermo per sfruttare, nonostante la stanchezza, quelle poche ore residue di tranquillità che ci restano prima di una consegna. Il nostro lavoro a volte non ha orari, e spesso ci costringe a lavorare ad oltranza fino a tarda notte. Sicuramente in molti avranno provato i più disparati rimedi per combattere la stanchezza e aiutare la concentrazione. Caffeina, taurina, teina, ginseng, lievito di birra… Inserendo il nostro peso, il sito web Caffeine Countercalcola quanta caffeina può “responsabilmente” assumere il nostro fisico (nell’arco di un giorno), per evitare spiacevoli effetti collaterali. Alcuni studi specialistici affermano che la caffeina è un potente eccitante e a lungo andare altera il nostro organismo, altri dimostrano come le mele abbiano un effetto di sveglia naturale sul nostro organismo. Ciò che in parecchi non sanno, è che molto spesso, basta una rilassante e pacifica dormita.

    Per dormire meglio: Sleepyti.me

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    Dormire è molto importante per il fisico; a volte il senso di benessere e di riposo può verificarsi anche dormendo meno tempo rispetto a quello a disposizione. Il sito web sleepyti.me ci viene in aiuto, ottimizzando i nostri cicli di veglia-sonno, lo stato d’animo e calcolando l’orario entro il quale bisognerebbe andare a riposare. Avere un ciclo di veglia- sonno regolare vi farà apparire più sani facendovi sentire pieni di energia.

    Ricerche di mercato online: Google Public Data

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    Un piccolo spot pubblicitario di non molto tempo fa, ritraeva un mac e un pc (in forma umana) che dibattevano continuamente sulle caratteristiche che avevano rispettivamente i sistemi operativi contro o a favore dell’utente. Il pc indubbiamente più abile con strumenti per il “lavoro bruto” ad un certo punto, a seguito di una domanda da parte del mac, genera un grafico a torta per spiegare il tempo trascorso in un’ipotetica vacanza. Tralasciando gli aspetti indubbiamente legati al sarcasmo degli ideatori di questi spot pubblicitari, lo strumento nativo di Google, Google Public Data che vi proponiamo, raccoglie le informazioni da centinaia di fornitori di dati pubblici e ne rappresenta graficamente i risultati. Utilissimo se dovete fare indagini relative a censimenti, produzioni, consumi.

    Mobili 3D: Design Connect

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    Design Connectedè una società di computer grafica con sede in Sofia, Bulgaria, che è diventata la principale produttrice di modelli 3D di alta qualità relativi a mobili, illuminazione e accessori. Le regole principali che segue questa società, sono la perfezione nella modellazione 3D, la bellezza delle strutture e la precisione nei dettagli. Dal loro sito internet è possibile acquistare diversi modelli 3D ad alta definizione e scaricarne altri gratuitamente per essere usati nei più svariati progetti.

    Textures per render: Arroway textures

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    Siete pazzi per i render? Arroway texturesè un produttore di texture ad alta risoluzione con sede a Leipzig in Germania. Queste immagini ritraggono ogni genere di materiale, e sono utilizzate in molti settori come architettura, meccanica e design, in cui è necessaria una visualizzazione realistica delle immagini create in computer grafica. Dal sito è possibile acquistare migliaia di texture ad altissima risoluzione che soddisfano le diverse esigenze del professionista della grafica digitale.


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    Un lento e costante lavoro di madre Natura, a metà tra Architettura e arte dei giardini, per creare strutture uniche e imponenti con essenze locali. Parliamo dei ponti vegetali di Cherrapunjee nella zona del Mawsynrama Meghalaya (India): ponti di liane creati semplicemente annodando tra loro le radici pensili di una particolare specie di albero della gomma: il Ficus Elastica (noto anche con il nome di Fico del caucciù per il lattice bianco da esso estratto che serve poi per la produzione del caucciù) e riconosciuti nel 2009 dall'Unesco come patrimonio mondiale.

    In copertina: Foto © Vanlal

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    Cherrapunjee è una regione montana quasi completamente ricoperta di foreste subtropicali è il significato del suo nome è “Dimora delle Nuvole”. Qui si trovano alcuni dei luoghi più sacri alla religione induista, e la foresta è abitata da una grande varietà di piante ed animali rari. I ponti di liane però sono una particolarissima forma di bioarchitettura praticata dalla comunità locale ormai da secoli.

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    COME VENGONO REALIZZATI I PONTI DI LIANE

    Annodare ad arte queste radici è un lavoro di abilità e di costanza: le liane vanno intrecciate assieme a dei fili di erba che fungono da supporto per la crescita spontanea di quello che sarà un ponte.

    caption: © Amos Chapple

    Crescendo all’interno di tronchi cavi della Palma di Betel tagliati a metà (utilizzati come guide), le radici arrivano da una sponda all’altra per innestarsi poi nel terreno e, rafforzandosi, diventare delle vere e proprie infrastrutture sospese o semisospese. Ci vogliono circa quindici anni perché il processo naturale – in parte coadiuvato dall’uomo –  avvenga e quando le liane sono diventate abbastanza stabili la parte calpestabile viene pavimentata con terra battuta e lastre di pietra. Nasce così un ponte di Ficus Elastica che a pieno carico riesce a sostenere fino a 50 persone su di esso.

    caption: © Vanlal

    caption: © Amos Chapple

    LA SOSTENIBILITÀ DEI PONTI DI LIANE

    Si dice che i ponti di liane siano stati scoperti per caso da un ex banchiere di Chennai che sposò una ragazza di questa regione. L’uomo cominciò a pubblicizzarli e da allora sono conosciuti in diversi posti nel mondo ma sopravvivono solo in India. I ponti vegetali hanno una durata centenaria e riescono a coprire distanze fino a una trentina di metri. Nascono e crescono in luoghi dove le condizioni climatiche, l’estrema piovosità e la difficoltà di raggiungere siti con mezzi d’opera per creare cantieri, sono un grosso ostacolo per la realizzazione di infrastrutture artificiali o anche di strutture realizzate con materiale locale come il legno che marcirebbe nel giro di pochissimo tempo. I ponti di liane invece sono auto-rafforzanti, ovvero diventano sempre più solidi e sicuri nel corso degli anni, al contrario di strutture in cemento armato o altri materiali edili. 


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    Gli pneumatici sono tra i prodotti industriali più inquinanti, sia per i materiali di cui sono costituiti, una mescola di derivati del petrolio e sostanze vegetali, che per la loro struttura, che li rende difficili da riciclare.

    L’utilizzo di pneumatici in architettura potrebbe risolvere il problema legato al loro riciclo. Vediamo come in questo articolo scritto con il contributo degli esperti di pneumatici di gomme-auto.it.

    Earthship, abitazioni da pneumatici usati

    Realizzare edifici con l'impiego di materiali come pneumatici, bottiglie e recipienti vari, permette di dare una nuova vita ad oggetti che, altrimenti, sarebbero destinati a rimanere accatastati per decine di anni, incidendo in modo notevole sull’inquinamento ambientale. Nel caso delle Earthship, oltre al riuso di materiali da riciclo, è favorito anche il risparmio energetico: queste abitazioni infatti spesso, sfruttando le caratteristiche isolanti del terreno di cui sono riempiti gli pneumatici, sono autosufficienti, e non necessitano di un sistema di condizionamento. Di solito è anche previsto un sistema di recupero dell’acqua piovana per l’irrigazione del giardino e gli scarichi domestici. Per questo motivo grande attenzione è dedicata ai tetti, progettati per convogliare in modo ottimale l'acqua piovana convogliata nelle cisterne di accumulo.

    Le case di pneumatici sono un modo molto pratico per realizzare abitazioni di riciclo, a prezzi bassi e ospitali, anche se diverse da quelli alle quali siamo abituati.

    Le "Earthship" hanno iniziato ad essere costruite addirittura nel 1935, quando venne eretta in Colorado, nella Foresta nera, una casa realizzata principalmente con vecchie gomme di camion. 

    Le Earthship di Michael Reynolds

    Tra i più famosi architetti che si sono cimentati nella realizzazione di abitazioni completamente ecosostenibili, Michael Reynolds è, probabilmente, quello che ha osato sperimentare di più.

    Nel 1972, ad esempio, ha costruito quella che è stata denominata "Casa Thumb", utilizzando delle lattine di birra legate tra loro per i muri.

    Altre abitazioni che hanno visto al lavoro Reynolds sono state realizzate con materiali riciclati quali pneumatici e bottiglie di vetro, ma anche materie prime quali paglia e sabbia.

    Le ricerche di Reynolds si sono scontrate più volte con lentezze e problemi burocratici terminati quando  nel New Mexico, il "Consiglio di Stato degli Architetti" ha definito le sue strutture illegali e poco sicure, e ha tolto allo stesso Reynolds il titolo di architetto (riottenuto qualche anno dopo). Non sono mancati, comunque, attestati di stima, come quello riconosciuto dall'American Institute of Architects, che lo ha invitato a tenere diverse conferenze all'interno delle quali descrivere il "metodo costruttivo" adottato.

    Altri utilizzi dei pneumatici in architettura

    Per far fronte all’enorme utilizzo e dismissione di pneumatici, ricercatori di tutto il mondo si sono attivati per pensare al modo di riciclarli piuttosto che dismetterli quando non più utili come gomme di automobili. Un possibile riutilizzo dei pneumatici è quello per asfalti. Si riutilizza la parte che viene granulata nella composizione di asfalti che risultano più resistenti e drenanti. Altri possibili utlizzi di pneumatici dismessi sono quelli come barriere anti rumore, materiali isolanti, membrane impermeabilizzanti, fondazioni stradali e ferroviarie, pavimentazione per piste di atletica e parchi giochi. 


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    Dal 2014 il programma settennale di finanziamento europeo LIFE-MWPA sostituisce il vecchio LIFE PLUS con un budget totale di 3.4 miliardi di euro ripartito in due azioni prioritarie d’intervento della Strategia Europa 2020: il contrasto agli effetti del cambiamento climatico e l’adattamento ad esso. Vediamo in sintesi quali sono le linee di finanziamento del bando e il calendario con le prossime date di pubblicazione e di scadenza. 

    CAMBIAMENTI CLIMATICI: 17 PROGETTI PREMIATI DALL'ONU

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    IL SUB PROGRAMMA "AZIONE PER IL CLIMA"

    La dotazione finanziaria per la mitigazione e l’adattamento al cambio climatico è di circa 864 milioni di Euro la quale, per tuta la durata del programma, si divide nelle seguenti tre linee di finanziamento, aventi in comune obiettivi generali come: buone pratiche, progetti pilota dimostrativi, l’implementazione delle politiche e delle legislazioni comunitarie inerenti il presente sub programma; che facilitino lo sviluppo di approcci integrati, così come le strategie e i piani d’azione per la mitigazione del cambio climatico ai vari livelli (locale, regionale o nazionale); infine, che contribuiscano allo sviluppo e alle dimostrazioni di tecnologie innovative per mitigare gli effetti del cambio climatico, di sistemi, di metodi e di strumenti adeguati ad essere replicati, trasferiti o integrati.

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    Climate Change Mitigation

    Cofinanzia le sovvenzioni che contribuiscano alla riduzione delle emissioni dei gas serra per la mitigazione del cambio climatico, includendo l’integrazione tra i diversi settori d’intervento, in particolare l’approccio manageriale, il rafforzamento della conoscenza di base per lo sviluppo, la valutazione, il monitoraggio, la stima e l’implementazione di azioni mirate, nonché misure funzionali all’implementazione delle conoscenze acquisite con la sperimentazione.

    Climate Change Adaptation

    Cofinanzia le sovvenzioni che contribuiscano a supportare gli sforzi tesi ad acquisire una maggiore resistenza ai cambiamenti climatici in atto; includendo l’integrazione tra i diversi settori d’intervento compresi, dove appropriati, gli approcci basati su ecosistemi; che migliorino le conoscenze di base sullo sviluppo, sulla valutazione, sul monitoraggio, sulla stima e sull’implementazione di azioni efficaci priorizzando, dove possibile, quelle basate su un approccio ecosistemico e pratico. 

    Climate Governance and Information

    Cofinanzia le sovvenzioni per progetti di sensibilizzazione e di diffusione che promuovano, o incrementino, il coinvolgimento degli enti pubblici e dei vari portatori d’interesse nelle decisioni politiche a livello comunitario nel settore del cambio climatico, che promuovano la conoscenza dello sviluppo sostenibile e che supportino la comunicazione, la gestione e la diffusione di informazioni riguardo alle problematiche legate al settore in questione e che facilitino la condivisione della conoscenza di soluzioni e di pratiche di successo per contrastare gli impatti negativi sul clima, incluso attraverso le attività di formazione e lo sviluppo di piattaforme di cooperazione tra i vari portatori d’interesse e  che promuovano e che contribuiscano in modo efficace al rispetto dell’applicazione della legislazione comunitaria relativa al cambiamento climatico.

    SUB PROGRAMMA PER L’AMBIENTE

    La dotazione finanziaria per l’ambiente è di 2,6 miliardi di Euro e si divide nelle seguenti linee di finanziamento. aventi in comune obiettivi generali come: il sostegno di buone pratiche e di progetti pilota dimostrativi, nonché l’implementazione delle politiche e delle legislazioni comunitarie mirati a sviluppare e a collaudare approcci di gestione per la soluzione di problematiche legate all’impatto ambientale.  

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    Environment & Resource Efficiency

    E’ simile alla linea di finanziamento Environment Policy & Governance della precedente programmazione LIFE PLUS (ma non copre più i progetti relazionati con il cambiamento climatico). Cofinanzia sovvenzioni per la riduzione delle emissioni di carbonio, incluso lo sviluppo di tecnologie innovative replicabili, trasferibili in altri contesti o integrabili in altri progetti premiando l’approccio rispettoso della stretta relazione tra ambiente e salute, inclusa la riduzione del rumore (direttiva 2002/49/CE). Sostiene l’uso efficiente delle risorse, compresi gli obiettivi sanciti dalla Roadmap europea, il miglioramento delle conoscenze di base in materia ambientale soprattutto nei settori della tutela delle acque (direttiva 2008/56/CE), dell'aria (direttiva 2010/75/UE) e della gestione corretta dei rifiuti (direttiva 2008/98/CE). Sono ammessi al finanziamento anche la definizione di più efficaci metodologie di valutazione e di monitoraggio dei fattori che esercitano un impatto ambientale sia all'interno che all'esterno dell'Unione europea. In questo contesto rientrano tutte le azioni a sostegno della c.d. economia verde, ossia basata su un modello di sviluppo circolare, poiché è una delle priorità strategiche per l'attuazione della tabella di marcia delineata nel Settimo programma europeo d'azione per l'ambiente.

    Nature & Biodiversity

    È simile alla linea di finanziamento Nature & Biodiversity, della precedente programmazione LIFE PLUS. Cofinanzia sovvenzioni per progetti pilota e azioni che contribuiscano a implementare le seguenti due direttive europee invertendo la tendenza della riduzione della biodiversità e del degrado degli ecosistemi: Birds and Habitats Biodiversity Strategy to 2020, nonché lo sviluppo, il ripristino e la gestione della rete Natura 2000, la quale diventa l’indicatore del successo del progetto che per esempio potrebbe riguardare la creazione di corridoi sicuri per la transumanza di alcune specie.

    Environmental Governance & Information

    Ingloba elementi della linea di finanziamento Information & Communication della precedente programmazione LIFE PLUS. Cofinanzia sovvenzioni per progetti d’informazione e di sensibilizzazione mirati ad incrementare la conoscenza delle problematiche ambientali, il supporto pubblico e dei vari portatori d’interesse nell’adempimento delle politiche comunitarie su temi ambientali, incluse azioni per promuovere la conoscenza dello sviluppo sostenibile e di nuovi modelli di consumo sostenibile; per facilitare la condivisione di conoscenze di soluzioni e di pratiche di successo nel settore in questione, incluso attraverso lo sviluppo di piattaforme per la cooperazione tra i vari portatori di interesse e la formazione.

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    IL CALENDARIO DEI BANDI

    Linea di finanziamento N° di fasi Pubblicazione Scadenza
    1-Traditional Projects      
    -Climate Change Mitigation           1 01/06/2015 15/09/2015
    -Climate Change Adaptation           1 01/06/2015 15/09/2015
    -Environmental Governance & Information 1 01/06/2015 07/10/2015
    -Environment & Resource Efficiency   1 01/06/2015 01/10/2015
    -Nature & Biodiversity                     1 01/06/2015 07/10/2015
    -Climate Governance & Information 1 01/06/2015 15/09/2015
    2-Preparatory Projects 1 01/06/2015 30/10/2015
    3-Technical Assistance Projects 1 01/06/2015 15/09/2015
    4-Integrated Projects 1-Concept Notes 01/06/2015 01/10/2015
    2-Full Proposals   15/04/2016
    5-NGO Framework Partnerships 1 05/2015 06/2015

    TASSI DI COFINANZIAMENTO E AMMISSIBILITA’ DEI COSTI

    In linea generale, il tasso massimo di cofinanziamento di un progetto varia, dal 55 al 100%, a seconda della tipologia e della sua durata. Tra i costi ammissibili, per alcune linee di finanziamento, sono comprese anche le spese per l’assunzione del personale, per l’acquisto di terreni, ad es. per la creazione d’infrastrutture verdi. Tutte le spese includono l’IVA anche se non è omogenea tra i 28 Paesi e causa di diseconomie, specie se gli introiti generati dalla tassa poi non vengono correttamente gestiti dai rispettivi Paesi, ovvero a beneficio della collettività e dell’ambiente.

    Ricordiamo che il 26 aprile del 2007 nel nostro Paese sono state censite 188 discariche abusive, le quali, alla data odierna, risultano ancora non bonificate, ragion per cui è stata comminata una cospicua sanzione dalla Corte di Giustizia Europea (Sez. III, 26 aprile 2007, causa C-135/05) di 40 milioni di Euro, per l’inadempienza dal 9 febbraio 2004, agli obblighi di attuazione di alcune disposizioni delle direttive comunitarie in materia di gestione dei rifiuti e delle discariche. Secondo l’attuale ministro dell’Ambiente la multa è già stata pagata ma la brutta storia non è ancora conclusa: dobbiamo pagare ancora 42,8 euro per ogni sei mesi di ritardo accumulato nelle operazioni di bonifica.

    Con l’avvio della nuova programmazione LIFE la Commissione Europea e la Banca Europea degli Investimenti hanno unito le loro forze per sostenere gli investimenti e quindi per contribuire al raggiungimento degli obiettivi in termini di efficienza energetica (PF4EE). La nuova iniziativa della BEI ha stanziato un prestito di 80 milioni di euro per coprire anche le spese per la consulenza tecnica, da parte di esperti esterni, a fronte di progetti a partire da  480.000 euro e oltre.

    IL REGOLAMENTO DEL BANDO

    Con la comunicazione del 29 giugno 2011: "Un bilancio per la strategia Europa 2020", la Commissione europea riconosce la sfida ai cambiamenti climatici e dichiara l’intenzione di aumentare la proporzione del bilancio dell'Unione da destinare alle azioni per il clima, ovvero almeno il 20 % dei contributi globali.
    La Commissione presta inoltre particolare attenzione ai progetti transnazionali, in cui la cooperazione è essenziale, per garantire la tutela dell'ambiente nonché per il conseguimento degli obiettivi climatici; inoltre si adopera per garantire che almeno il 15 % delle risorse di bilancio sia assegnato a progetti transnazionali.
    Per approfondire le singole linee di finanziamento, gli obiettivi generali prioritari e gli indicatori di prestazione fondamentali per misurare l’efficacia del progetto, nonché per redigere la richiesta di finanziamento, rimandiamo al regolamento della programmazione LIFE n° 1293/2013 -pubblicato il 20 dicembre del 2013 nella G.U. europea L 347/185.


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    Il modello del capannone industriale trae origine dall’evoluzione del sistema produttivo italiano che, mentre nell’Ottocento era basato su affascinanti e monumentali opifici, poi diventati grandi fabbriche cittadine con migliaia di dipendenti, attualmente prevede piccoli e medi complessi produttivi disposti in specifiche lottizzazioni immediatamente al di fuori dell’abitato. A livello legislativo, la posizione delle aree industriale, è stabilita dal PUC (Piano Urbanistico Comunale), mentre è il PIP lo strumento che attua le previsioni del piano regolatore e contiene le informazioni quantitative per la progettazione dei fabbricati e la dotazione di aree e servizi. 

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    I CRITERI PER LA PROGETTAZIONE SOSTENIBILE DI UN CAPANNONE INDUSTRIALE

    I criteri per la progettazione di un capannone industriale seguono da un lato i parametri definiti dagli strumenti urbanistici, dall'altro quelli di sicurezza, qualità architettonica e sostenibilità.

    Parametri quantitativi– I parametri quantitativi dei capannoni e gli edifici industriali, come altezza, distanze, superfici, volumi ecc, vengono dettati dai piani regolatori o dai regolamenti edilizi comunali.

    Sicurezza, salute, accessibilità– Una serie di disposizioni in merito alla sicurezza, all’accessibilità, all’inquinamento, alla prevenzione incendi e alle norme igieniche edili devono essere altresì rispettate.

    Qualità architettonica e sostenibilità– La qualità architettonica degli edifici industriali, come ha insegnato Olivetti, è una caratteristica fondamentale. L’imprenditore originario di Ivrea ha progettato luoghi di lavoro ben integrati con il territorio, confortevoli e vivibili per i lavoratori, esemplari anche oggi. Nella progettazione sostenibile dei capannoni è sempre bene tenere in considerazione l’illuminamento e la qualità della luce, la temperatura e qualità dell’aria, il controllo della ventilazione meccanica e di quella naturale, la piacevolezza degli ambienti ed i livelli acustici, nonché l’importanza del progetto delle aree verdi, che oltre a favorire la produttività dei dipendenti, migliorano la qualità dell’aria e riducono le isole di calore. 

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    Tra i sistemi tecnologici per ridurre le dispersioni energetiche dei capannoni ci sono le porte a chiusura rapida, come quelle proposte da Giesse Logistica, flessibili, sicure, autoestinguenti, con ingombri minimi, consentono di ridurre i flussi di calore tra interno ed esterno ed influire positivamente sul bilancio energetico del fabbricato.

    La stessa azienda, realizza edifici in acciaio con la possibilità di coibentare pareti e coperture con pannelli isolanti modulari personalizzabili nello spessore e nel colore, per rendere il lavoro all’interno dei capannoni più confortevole e abbattendo i ponti termici e riducendo le dispersioni termiche.


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    Situato nei pressi di Rignano sull’Arno, provincia di Firenze, sorgeva diroccato e dimenticato da tempo il complesso colonico denominato “Podere Aiaccia”. La rinascita è stata possibile grazie alla definizione di una nuova destinazione d’uso, ma soprattutto grazie al meticoloso lavoro di analisi critica dell’esistente e di progettazione dell’intervento di recupero curato dall’Architetto Silvia Nanni.

    IL RECUPERO DEL VECCHIO FIENILE TRASFORMATO IN CASA DI VACANZE

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    IL PROGETTO DEL PODERE

    Il complesso architettonico è costituito da due edifici distinti, uno principale e un fienile, collocati su di un crinale ventoso. I volumi sono adagiati sul terreno in apparente ordine casuale cercando di mimetizzarsi il più possibile nel paesaggio, in realtà la loro posizione è dettata da esigenze di benessere ambientale interno sfruttando i venti dominanti. I proprietari hanno deciso, in accordo con le vigenti normative, di destinare i due stabili ad abitazione: tre appartamenti sono stati collocati nell’edificio principale, mentre l’ex-fienile è occupato da un’unica unita immobiliare.

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    La mano del progettista è stata guidata dal desiderio di raccontare le vicende storiche dei manufatti e soprattutto la stratificazione dei materiali e delle tecniche costruttive che si sono succedute nei secoli aggiungendo un capitolo alla storia dell’edificio. Il complesso, come oggi lo vediamo, infatti, è il risultato di diverse aggiunte e sottrazioni effettuate nel corso degli anni. Tutto il recuperabile e riutilizzabile è stato salvato: ad esempio, le porzioni di laterizio dei muri portanti di cui si è reso necessario lo smontaggio sono state riutilizzate per il completamento della facciata.

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    È stato necessario rinforzare le fondamenta attraverso l’inserimento di micropali e la creazione di sotto-fondazioni. I solai e le coperture, interessati da un avanzato stato di degrado, sono stati sostituiti optando per una soluzione tipica della tradizione fiorentina: travi e travicelli in legno di castagno e pianelle in cotto imprunetino. I volumi non sono stati alterati nonostante i nuovi pavimenti abbiano uno spessore maggiore di quelli preesistenti in quanto sono state inserite le tracce degli impianti. Inoltre, al piano terra è stato realizzato un vespaio aerato per evitare il contatto diretto con il terreno umido.

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    La compatibilità dell’intervento e dei materiali è stata studiata di volta in volta in base all’evoluzione del cantiere in modo da adattarsi al meglio senza creare un ulteriore degrado. Spesso si preferisce una ristrutturazione pesante, sicuramente meno onerosa dal punto di vista economico, ma più costosa da tutti gli altri punti di vista. Recuperare i saperi, interpretarli e riutilizzarli costituisce un patrimonio inestimabile per la progettazione sostenibile. I mastri costruttori riuscivano a realizzare soluzioni ideali per il benessere abitativo senza ricorrere a materiali altamente specializzati, ma solamente ingegnandosi con i pochi mezzi che avevano a disposizione e soprattutto “ascoltando” il luogo.

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    Uno spazio online dove ricevere consigli per la realizzazione di ambienti in armonia con la Natura, salutari, accoglienti, vivibili. È chiarabellini.bio, uno spazio online  che accolga e soddisfi le richieste di chi voglia realizzare interni in armonia con l’ambiente, che favoriscano il benessere.

    Il progetto è di Chiara Bellini, interior designer attiva in Umbria specializzata in bio architettura per interni.

    Il percorso formativo e lavorativo di Chiara Bellini

    Dopo gli studi al NID di Perugia per diventare Progettista di Interni Civili e Commerciali, Chiara si è iscritta al centro FORMAZIONEDESIGN, dove ha acquisito, attraverso reali  esperienze progettuali, la specializzazione di interior designer a livello avanzato. Chiara ha da subito iniziato a lavorare tramite il web ed acquisito i primi clienti per i quali ha progettato case, negozi, stand e showroom in varie parti del mondo. Parallelamente all’attività professionale ha continuato a formarsi frequentando un corso all'INBAR (Istituto Nazionale Di Bioarchitettura) dove ha approfondito i principi e le tecniche della progettazione biocompatibile ed ecosostenibile, che quotidianamente applica agli interni che progetta.

    A chi si rivolge chiarabellini.bio e quali servizi offre

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    Chiarabellini.bio si rivolge a chi desidera progettare ex novo o ristrutturare uno spazio civile o commerciale o parte di esso; quindi abitazioni o singole stanze (cameretta per bambini, cucina, soggiorno e così via), casali, uffici, hotel, showroom, aziende, temporary shop, stand. I servizi vanno dalla disposizione interna (tramezzi e mobili) alla scelta di materiali, dalla progettazione della cucina a quella del bagno, dalla scelta dell'illuminazione con relativa dislocazione in pianta al calcolo del wattaggio necessario in ogni singolo vano, e così via.

    Basta inviare la pianta (qualora non si disponga di quella tecnica, basta anche uno schizzo fatto a mano  con le misure precise), qualche foto e le proprie esigenze; dopo aver concordato termini e condizioni riceverete il vostro progetto di interni direttamente a casa; in alternativa, si potrà ricevere il progetto nella casella di posta elettronica, in formato digitale.

    Sul sito, uno spazio particolare è poi riservato al recupero di vecchi mobili, con tecniche in linea con i principi eco-bio, dove Chiara, con la collaborazione della sua amica Carla, esperta di recupero di oggetti di arredamento, si occuperà del tuo mobile rendendolo meravigliosamente nuovo!

    A chiarabellini.bio si può rivolgere anche chi vuole un consiglio su disposizione degli spazi,arredamento, materiali eco-bio, abitudini da rispettare, modi per sconfiggere o evitare l'inquinamento indoor, scelta dei colori, curiosità feng shui. La risposta alle vostre domande arriverà gratuitamente in 24/48 ore, mentre per consulenze più dettagliate, modi e tempi di collaborazione sono da stabilire a seconda del caso.

    Tra i servizi offerti dal sito rientrano l’elaborazione di piante 2d, modelli 3d, renders, scelta personalizzata di arredi, computi metrici.

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    Chiara è anche una personal shopper, indirizzando i clienti verso il look perfetto per la 

    propria casa con nuovi colori, cuscini, tende, oggetti fornitori della zona.

    Contatto Skype: chiara.bellini5

    Contatto email: info@chiarabellini.bio   


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    Buggingen, situato tra la valle del Reno e la Foresta Nera, è un piccolo borgo a vocazione rurale della Germania del sud dove lo studio di progettazione Vécsey Schmidt Architekten ha realizzato la Garden House recuperando un vecchio fienile. Osservando dall'esterno la costruzione, situata al confine tra due giardini separati da un muro ricoperto di vegetazione, non si direbbe che abbia subito un intervento di ristrutturazione e di trasformazione in casa di abitazione.

    IL RECUPERO DEL FIENILE LOUGHLOUGHAN BARN

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    IL PROGETTO DELLA GARDEN HOUSE

    Il volume è costituito da un parallelepipedo con una copertura a doppio spiovente. La cesura tra le due parti è definita da una cornice lavorata in legno. La decorazione a traforo, ripresa anche nei due frontoni del tetto, è quella tipica dei fienili della zona e che aveva una funzione ben precisa: proteggere dalle intemperie il fieno e allo stesso tempo garantire la ventilazione naturale. Per poter trasformare l'ambiente del sottotetto in una stanza abitabile dietro questa superficie traforata è stato inserito un vetro.

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    La casa è disposta su due livelli e tutto è realizzato in legno chiaro naturale. Al piano terra sono collocati il soggiorno, la piccola cucina e il bagno, mentre la camera da letto è posta al primo piano. Al fine di sfruttare tutto lo spazio disponibile e per non creare nuove aperture verso l'esterno è stato studiato un sistema di porte che in funzione delle necessità cambia la configurazione della zona giorno. Il soggiorno occupa la porzione centrale della planimetria, mentre agli estremi sono posizionati il bagno e la cucina in nicchie create agli angoli delle finestre: le tre diverse configurazioni delle porte permetto di avere o un ambiente unico, oppure tre spazi distinti, oppure cinque. Infatti, è possibile separare ogni nicchia rispetto al soggiorno.

    Si accede al secondo livello attraverso una piccola scala in legno. La luce naturale soffusa caratterizza la camera da letto. I due timpani, infatti, che rappresentano le aperture finestrate di questo ambiente sono schermati da una struttura in legno traforata che crea giochi di luce sulle pareti inclinate del tetto, mentre enormi porte permettono di oscurare quasi totalmente la stanza.

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    Uno studio dell’UL, ente canadese di certificazione ecologica indipendente, rileva che il numero medio dei cosiddetti prodotti "verdi" per negozio è quasi raddoppiato tra il 2007 e il 2008, mentre la pubblicità ecologica è quasi triplicata tra il 2006 e il 2008. Tuttavia, il 98% dei prodotti certificati come ecologici presenta almeno uno dei sette peccati del greenwashing. Vediamo allora secondo questo studio come possiamo difenderci dalla pubblicità ecologica ingannevole.

    TECNICHE DI GREEN ADVERTISING

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    CHE COS’È IL GREENWASHING

    Letteralmente dall’inglese greenwashingè l’azione di lavaggio con pittura “verde” (colore universalmente associato all’ecologia) con lo scopo di mistificare l’elevato impatto ambientale generato durante il processo di fabbricazione di un determinato prodotto, o servizio, da parte di un fabbricante. In altri termini, si tratta di una sfrontata azione d’inganno (nella maggior parte dei casi rasenta il dolo poiché intenzionale) - riguardo alle politiche ambientali - nei confronti dei consumatori. Nel nostro Paese non potevano mancare esempi e il fenomeno purtroppo è in crescita, operato da sedicenti aziende ecosostenibili, poiché favorito dalla buona fede, o peggio dall’ignoranza del consumatore distratto. In questa sede non pubblicheremo la lista dei falsi prodotti ecologici, nè delle aziende imbroglione, ma forniremo un semplice vademecum che speriamo risulti utile ad orientare le scelte dei consumatori che desiderino, con i loro acquisti consapevoli di prodotti realmente ecosostenibili, contribuire a ridurre gli impatti ambientali.

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    1. NASCONDERE LA VERITÀ

    Dichiarare che un prodotto è ecologico in base ad un insieme ristretto di attributi, senza porre attenzione su altre importanti questioni ambientali significa non dire tutta la verità ed è considerato greenwashing. Per esempio la carta non è necessariamente rispettosa dell'ambiente e quindi preferibile ad altri materiali solo perché proviene da una foresta gestita in modo sostenibile. Il suo processo di fabbricazione può implicare impatti ambientali non trascurabili ovvero emissioni di gas serra o contaminazione dell’acqua dovuta all'uso di cloro per il candeggio.

    2. NON FORNIRE PROVE INCONFUTABILI

    Dichiarazioni ecologiche giustificate da informazioni di supporto non facilmente accessibili o non rilasciate da un’affidabile certificazione di terze parti. Esempi comuni sono le etichette dei prodotti di carta igienica che sostengono l’esistenza di contenuto riciclato post-consumo, senza però fornire prove inconfutabili.

    3. VAGHEZZA DELLE AFFERMAZIONI

    Dichiarazioni ecologiche mal definite o troppo ampie tanto che il significato rischia di essere frainteso da parte del consumatore. La dicitura “Tutto naturale” ne è un classico esempio poiché la presenza di sostanze come arsenico, uranio, mercurio e formaldeide, pur essendo tutte presenti in natura, sopra certe soglie sono particolarmente velenose. Pertanto, tutto ciò che è naturale non è necessariamente “verde” o ecologico e quindi salutare.

    4. ADOTTARE ETICHETTE FALSE

    Un prodotto che, attraverso parole o immagini, dà l'impressione di essere approvato o raccomandato da terze parti autorevoli in materia ambientale, mentre in realtà tale approvazione non esiste; in altre parole si tratta di etichette ingannevoli o false. Anche questo è greenwashing.

    5. INFORMAZIONI IRRILEVANTI

    Una dichiarazione ambientale anche se può essere veritiera, non è di fondamentale importanza, oppure è inutile, per orientare i consumatori nella scelta di prodotti ecologici, o a basso impatto ambientale.  Ad esempio la dicitura “Senza CFC” non è fondamentale perché è noto che quei gas sono vietati dalla legge poiché considerati climalteranti dal 2003 nei Paesi industrializzati e dal 2010 nei Paesi in via di sviluppo (vedasi il Protocollo di Montreal).

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    6. EVIDENZIARE SOLO IL MALE MINORE

    La dichiarazione ecologica può essere credibile nella categoria del prodotto, ma rischia di distrarre la concentrazione del consumatore, meno attento, su impatti ambientali complessivamente maggiori. Le sigarette organiche potrebbero essere un esempio di questo sesto peccato di mistificazione, come anche quello di considerare il veicolo sport-utility a basso consumo di carburante.

    7. RACCONTARE FALSITÀ

    Dichiarazioni ambientali semplicemente false. Gli esempi più comuni di questo tipo di greenwashing sono i prodotti con false certificazioni Energy Star (per le apparecchiature dell’ufficio).

    CASI FREQUENTI DI GREENWASHING

    Il settore merceologico più colpito dal fenomeno di mistificazione è quello domestico con i seguenti prodotti: i giocattoli, i materiali per la cura della salute in generale, i cosmetici, e i prodotti per le pulizie. Nel settore delle costruzioni possono trarre in inganno alcuni prodotti da costruzione specie quelli per cui non sono richieste certificazioni da parte di enti terzi, in particolar modo si tratta di pitture, o di vernici, che promettono di essere miracolose magari perché provengono dalla ricerca aerospaziale, delle quali, per questioni di segreto industriale, non è possibile conoscere la composizione chimica reale.
    Un velo pietoso dobbiamo stendere anche su alcuni prodotti d’arredo, specie quando la loro provenienza non è tracciabile in modo attendibile, come spessissimo accade acquistando prodotti ai mercatini dell’usato. Purtroppo, sembrano essere sempre più frequenti i casi di pubblicità ingannevole anche nel settore alimentare ed in particolare ci riferiamo ai prodotti elaborati e confezionati da spregiudicate multinazionali, organizzate secondo il losco, però legale, sistema delle “scatole cinesi”.
    Le stesse considerazioni, espresse fin qui, valgono anche per le multinazionali dell’energia fossile e per le multi utility che gestiscono i rifiuti, includendo la fase dell’incenerimento degli stessi, in quanto spessissimo sponsorizzano campagne ecologiche con il biasimabile scopo di suggerire un’immagine positiva agli occhi dei loro target di riferimento.

    COME CONTRASTARE IL GREENWASHING

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    Negli Stati Uniti d’America esiste un ente denominato Federal Trade Commission, il quale, fra le varie funzioni di vigilanza, persegue anche i casi di pubblicità ecologica ingannevole, perché in definitiva si tratta di concorrenza scorretta nei confronti delle aziende serie che investono molte risorse per migliorare i loro prodotti riducendone gli impatti ambientali. Nel nostro Paese non esiste un organismo analogo a quello statunitense, ma per la tutela del consumatore segnaliamo l’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) che ha sede a Roma.
    A nostro modesto avviso, riteniamo che solo una vigilanza attiva, dunque non passiva, delle frodi potrebbe avere il duplice vantaggio: in primo luogo dissuadere i falsificatori o millantatori e, in secondo luogo, consentire un introito pubblico derivato dalle sanzioni pecuniarie. In altri termini, questa azione rientrerebbe in uno dei compiti ascrivibili alla politica verde. Tutto ciò per suffragare la tesi di molti tecnici: le tecnologie sostenibili ci sono, mancano solo le volontà politiche per sostenerle.

    In generale, consigliamo ai consumatori - prima di acquistare - di verificare se la certificazione del prodotto è riconducibile ad un ente realmente esistente e, in caso affermativo, di capire se questo è autorizzato a rilasciare certificazioni indipendenti dagli interessi economici del fabbricante di turno. Le etichette che meno si prestano ad azioni di mistificazione, degli impatti ambientali, sono quelle del terzo tipo poiché vengono rilasciate da enti terzi in base ai criteri del Life Cycle Assessment, come ad esempio la certificazione europea Ecolabel

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    Per concludere, a chi conosce l’inglese suggeriamo una serie di strumenti e divertenti giochi educativi messi a punto dalla menzionata UL per evitare le più comuni insidie del Greenwashing.


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    A nord est di Philadelphia, nel quartiere di Fishtown, è stato recuperato sapientemente dallo studio Bright Common uno dei vecchi magazzini industriali, ora adibito a residenza-studio del fotografo Jaime Alvarez.

    LA FABBRICA DI OROLOGI DIVENTA SCUOLA

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    L’area, di matrice fine ottocentesca, è stata dismessa alla metà del ventesimo secolo, diventando appetibile per un nuovo uso. 

    Saper immaginare il proprio studio e il proprio ambiente di vita in una ex fabbrica di sottaceti, prevede una grande capacità di immaginazione. Il fotografo e la sua compagna, Leah Shepperd, si sono innamorati dei locali e hanno deciso di affidare allo studio locale Bright Common la ristrutturazione, dando preciso mandato di accostarsi al manufatto in ottica sostenibile, concependo la rinascita dell’edificio di pari passo con il recupero di alcuni materiali ed elementi.

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    L’ex fabbrica di sottaceti in Fishtown aveva una struttura abbastanza ampia per ospitare sia un ambiente domestico che un ufficio. Lo spazio a disposizione era talmente vasto da poter ospitare una campo di bocce. E non è solo una battuta. L’essenzialità e la sostenibilità dell’intervento partono dalla cucina: il piano è stato realizzato grazie al recupero di una pista da bowling.

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    Per ridurre al minimo il consumo di acqua ed energia, sono state installate pompe ad alta efficienza per il riscaldamento e il raffreddamento, illuminazione a LED, tubature a basso flusso, un impianto fotovoltaico sul tetto e, la struttura è stata coibentata tramite pareti super isolate, quasi ermetiche. La luce naturale del giorno e la ventilazione attraversa i piani grazie a un sistema di lucernari che rende superflua per le ore diurne l’ausilio illuminazione artificiale. Per completare l’opera, hanno deciso di installare elettrodomestici eco-friendly.

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    L’edificio, nelle immediate vicinanze ai mezzi pubblici, sfrutta anche la sua posizione strategica in città per facilitare i proprietari a seguire l’indirizzo “meno emissioni”, scoraggiando il ricorso all’auto privata.

    Quasi tutti gli arredi sono su ruote e facilmente adattabili a un nuovo assetto, rispettando un’origine industriale che, qualche inserto, rivendica.

    Tecnica e recupero intelligente hanno permesso una rigenerazione buona e virtuosa dell’edificio.


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    A fronte di un’utenza sempre più interessata all’acquisto di abitazioni ad alta efficienza energetica capaci di garantire alti livelli di comfort, nel mercato edilizio si stanno moltiplicando a dismisura protocolli, direttive e standard che assicurano in diversi modi l’acquisto di un bene di qualità superiore rispetto ai concorrenti. Ma come funziona questo nuovo mondo dell’energetica nell’edilizia?

    In copertina: Energy efficiency concept with energy rating chart, di Neirfy, via Shutterstock.

    EFFICIENZA ENERGETICA: BUONE AZIONI PER RISPARMIARE ENERGIA

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    In genere, chi è intento ad investire in un immobile, raramente si preoccupa di investigare nel dettaglio cosa c’è dietro una lettera o dietro una targhetta, possa essere “A+” o magari “Gold”. Anzi, l’invenzione di questi protocolli o sigle, serve appositamente per evitare che l’utente medio si chieda che cosa compra ma che anzi rimanga abbagliato dal scintillio della placca apposta in bella vista!  Il tutto quindi è basato sulla semplice fiducia nella serietà del protocollo usato. Ma siamo sicuri che così facendo facciamo il migliore acquisto e salvaguardiamo l’ambiente come dovremmo?

    Nel mercato delle certificazioni si possono individuare due tipi diversi di rating, ovvero la famiglia delle “Certificazioni Energetiche” e quella delle “Certificazioni di Sostenibilità”.

    Certificazioni Energetiche

    Nella famiglia delle Certificazioni Energetiche rientrano la ormai famosa APE (Attestato di Prestazione Energetica), ma anche il protocollo Casa Clima e lo standard Passive House. Questo tipo di certificazioni sono focalizzate unicamente sull’edificio, e il loro scopo dichiarato è quello di fornire delle indicazioni per classificarli, basate sulla stima dei consumi interni. Oltre a ciò, vengono spesso fornite delle indicazioni progettuali per ottenere determinate prestazioni le quali, se rispettate, portano al raggiungimento dell’obiettivo voluto. Questo modo logico di procedere segue quindi lo schema:

    • Definizione di un obiettivo (classe energetica di riferimento);
    • Attuazione delle prescrizioni e analisi progettuali;
    • Realizzazione dell’opera;
    • Validazione.

    Questo metodo, come si evince, logicamente risulta essere lineare e semplice da attuare nonostante al suo interno possa presentare diverse difficoltà. In particolare, grazie alle prescrizioni derivanti dalle norme o dai vari “protocolli” si riesce a semplificare il più possibile la fase progettuale e realizzativa. Estremamente importante, infine risulta essere la fase di validazione, ovvero quella fase in cui viene verificata la corrispondenza tra “ciò che si voleva fare” e “ciò che si è veramente fatto”. C’è da precisare che quest’ultima fase, temporalmente non si svolge alla fine del processo anzi, spesso e volentieri la validazione avviene in tutte le varie fasi, sia progettuali che costruttive e che culmina con la consegna della targa.

    Come detto in precedenza, queste certificazioni sono interamente basate sull’edificio, separandolo totalmente dal suo contesto il che come si può ben capire, presenta delle limitazioni. Ad esempio, dal punto di vista della sostenibilità ambientale, è più utile acquistare un edificio in classe A+ a 20 km dal centro abitato oppure un immobile di classe B in una zona centrale?

    Certificazioni di Sostenibilità

    Per cercare di superare questa limitazione sono stati sviluppati i sistemi di Certificazione di Sostenibilità che, partendo sempre dall’edificio come fulcro del processo, ampliano il loro raggio d’azione fino ad inglobare parti rilevanti del territorio circostante. A questa categoria appartengono il protocollo LEED, BREAM e anche ITACA. In genere, questi tipi di protocolli sono suddivisi in macro aree tematiche che abbracciano diversi aspetti come ad esempio il luogo in cui si costruisce, le infrastrutture presenti, la gestione del ciclo dell’acqua ecc.

    Ovviamente questi tipi di certificati si focalizzano anche sull’edificio curandone sia l’aspetto energetico, garantendone quindi consumi di esercizio minori, sia quello di salubrità premiando la scelta di utilizzare prodotti a basso impatto ambientale e valutando anche la qualità dell’aria interna.

    Tramite quindi il perseguimento di alcuni obiettivi si arriva ad ottenere un punteggio globale, e in base a questo viene rilasciato il certificato corrispondente.

    A titolo d’esempio si riporta la classificazione LEED:

    LEED Base, 40-49 punti;
    LEED Argento 50-59 punti;
    LEED Oro 60-79 punti;
    LEED Platino oltre 80 punti.

    Come si può facilmente capire, anche questo sistema di certificazione ha una logica uguale a quella espressa precedentemente basata sempre sull’identificazione degli obiettivi (punteggio che si mira ad ottenere), sul perseguimento degli stessi tramite il rispetto di alcune prescrizioni che semplificano la fase progettuale ed esecutiva ed infine con una attribuzione di un attestato se gli obiettivi sono stati raggiunti.

    Questo sistema sembra quindi essere riuscito a bypassare alcuni degli inconvenienti delle precedenti tipologie di certificazione ma nel contempo non esaurisce la questione. Infatti per la sua stessa natura, questo tipo di protocollo ingloba al suo interno fattori che non riguardano direttamente l’edificio (basti pensare alla posizione geografica) e la libertà di decidere in toto a quali categorie di credito dare più importanza possono portare a due edifici totalmente differenti dal punto di vista prestazionale semplicemente perché uno ha dato più importanza ai materiali ad esempio mentre l’altro ha curato più l’aspetto del ciclo dell’acqua.

    Inoltre, focalizzando nuovamente l’attenzione sull’edificio in sé e per sé, cosa ci garantisce che effettivamente i consumi sono quelli previsti da progetto?

    Che garanzia sui consumi previsti da progetto?

    Forse la risposta più esauriente può essere fornita da questo aneddoto: dopo aver costruito e venduto delle abitazioni corrispondenti a pieno ai dettami di un protocollo (avendo quindi cercato di ottimizzare il tutto in modo da mantenere i consumi bassissimi), lo studio di progettazione si è visto recapitare reclami da parte degli acquirenti che accusavano dei consumi superiori a quelli promessi e garantiti. In particolare, analizzando i consumi effettivi, si resero conto che in alcune abitazioni risultavano essere doppi se non tripli rispetto a quelli stimati. Sono state immediatamente condotte indagini interne in modo da appurare se in fase di costruzione fossero stati fatti degli errori e per diversi mesi sono stati installati dei sensori all’interno degli alloggi in modo da monitorarli nel dettaglio. Dopo aver analizzato i risultati, le conclusioni furono che c’erano stati degli errori nell’esecuzione dell’opera ma non erano sufficienti a giustificare il notevole incremento dei consumi registrati. Dall’analisi dei dati ambientali interni e dopo aver parlato con i proprietari, si scoprì che ciò che faceva variare sostanzialmente i consumi erano i comportamenti dei fruitori. Infatti semplici abitudini come aprire le finestre per far cambiare aria la mattina o il fatto di dimenticare le luci accese quando gli ambienti non erano utilizzati o ancora aprire la finestra mentre si cucina erano le cause dell’aumento dei consumi.

    E le prestazioni energetiche rimangono costanti nel tempo?

    Per rispondere a questa domanda, c’è da precisare che molti sistemi di isolamento “green” che vengono adottati nelle costruzioni moderne non sono in uso da molto tempo e quindi non si sa esattamente l’andamento delle prestazioni col passare del tempo. Infatti è bensì possibile che nel corso della sua vita, certi materiali, soprattutto quelli più “green”, per questioni non sempre riconducibili al materiale stesso (una progettazione erronea o una posa in opera sbagliata) possono subire nel corso del tempo un deterioramento prestazionale che può a lungo andare pregiudicare le prestazioni energetiche dell’oggetto. Si potrebbe pensare di evitare il problema utilizzando dei materiali di origine sintetica ma questo pone altri interrogativi. Intanto non è detto che questi ultimi non subiscano un decremento delle prestazioni, ma poi, ha senso usare dei materiali la cui produzione inquina moltissimo l’ambiente e che magari (spesso) per questione di costi provengono dall’altra parte del globo?

    Una soluzione alla problematica prestazionale nel tempo ovviamente è stata affrontata ma non risolta. Il nocciolo della questione infatti è che col passare degli anni, le prestazioni richieste ad un immobile aumentano e quindi si modifica anche la scala di paragone! Inoltre chiunque, acquistando casa effettua un investimento, e ancor di più chi decide di pagare una somma aggiuntiva (spesso anche rilevante) per ottenere la certificazione. Il proprietario è quindi disposto a vedere il suo investimento svalutato nel tempo?

    Queste domande descrivono un panorama in continua evoluzione in cui spesso ciò che influisce più su un edificio ecosostenibile non è tanto l’edificio in sè e per sè ma anzi, ciò che ne influenza maggiormente le prestazioni sono i comportamenti di chi la utilizza. In pratica stiamo passando dal concetto di casa inteso come qualcosa di passivo, a quello di casa intesa come macchina da utilizzare con criterio e soprattutto dopo aver accuratamente letto il relativo manuale di istruzione. Ormai la casa si può sempre più paragonare ad una macchina dove importa il suo consumo nominale, ma importa molto di più come ognuno di noi la utilizza e “quanto gas da al motore”.

    E di sicuro, in nessun manuale futuro di risparmio energetico, potrà essere concesso di stare a mezze maniche dentro casa in inverno.


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    Al giorno d’oggi è facile fare confusione tra tutte le terminologie utilizzate nel settore dell’agricoltura ecosostenibile applicate al giardinaggio fino alla coltivazione intensiva di prodotti per l’alimentazione. Agricoltura biologica, ecologica, rigenerativa, idroponica, e chi più ne sa più ne racconti. Oggi vogliamo parlarvi però dell’agricoltura sinergica, il cui nome fa presupporre che si tratti di una pratica in cui prevale appunto la “sinergia” delle cose. Nella progettazione degli spazi a verde è fondamentale che il progettista possa scegliere piante resistenti ed esteticamente attraenti, ma ciò non toglie che per raggiungere i propri risultati non possa affidarsi a pratiche colturali non impattanti sull’ambiente circostante e sulle persone stesse che ne hanno cura.

    ORTI SPERIMENTALI: COLTIVARE SOTT'ACQUA È LA NUOVA FRONTIERA DELL'AGRICOLTURA 

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    I PRIMI ORTI SINERGICI E IL LORO SCOPO

    È stata l’agricoltore spagnola Emilia Hazelip ad elaborare il metodo di coltivazione innovativo adattando le proprie conoscenze, maturate sulla scorta dell’agronomo giapponese Masanobu Fukuoka, al clima mediterraneo. L’obbiettivo di un orto sinergico è far sì che il sistema naturale si mantenga in equilibrio e si rigeneri periodicamente evitando interventi antropici e l’uso di prodotti chimici. Non è semplice perché purtroppo tali scelte spesso si scontrano con le teorie delle colture intensive in cui si cerca la massima resa al minimo costo e con tempi ridotti ma anche con la voglia di neofiti della cura del verde domestico o del giardinaggio fai da te che, speranzosi di raggiungere al più presto risultati tangibili si affidano a metodi assolutamente non ecologici che tendono a dare risultati apparenti solo per brevi periodi.

    I QUATTRO PRINCIPI DELL’AGRICOLTURA SINERGICA

    I principi che vengono elencati possono apparire piuttosto “limitativi” anche per chi è abituato all’agricoltura di tipo tradizionale senza l’ausilio di fertilizzanti e insetticidi chimici e dove dalla lavorazione del terreno alla raccolta del prodotto finale è fatto tutto con attrezzi non meccanizzati.

    1. Non lavorare la terra arandola nè tantomeno zappando; sembra strano per noi,  abituati a vedere gli agricoltori che rigirano gli strati di terreno, secondo il principio che sostiene che essi così si rigenerino. In realtà rigirando le zolle non facciamo altro che “disturbare” la vita degli organismi in esse presenti interrompendo le loro fondamentali azioni nutritive nei confronti del suolo (es. l’attività chimica di batteri, funghi e lombrichi che sintetizzano le sostanze presenti negli strati del terreno rendendole materie utili a nutrire gli apparati radicali delle piante).
    2. Non compattare il suolo, così che il terreno conservi l’areazione utile ai microsistemi in esso esistenti, utili alla vita dei microrganismi in essa esistenti.
    3. Non concimare ma far sì che la fertilizzazione del suolo avvenga grazie al fenomeno che accade negli ambienti naturali dove si crea uno strato di materiale vegetale che cade dalle piante esistenti e al di sotto di esso, sul terreno, si formi una sorta di copertura organica.
    4. Piantare in ogni aiuola almeno tre specie differenti di piante. Le tre specie fondamentali da associare fra loro sono: leguminose (per fissare l’azoto che è il principale nutrimento delle piante), liliacee (aventi proprietà antibatteriche), ortaggi di altre famiglie (per arricchire il suolo creando biomassa).

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    LA PROGETTAZIONE DI UN ORTO SINERGICO

    Un orto sinergico non solo è ecosostenibile ma è anche bello da vedere e le fonti di ispirazione per realizzarlo sono tantissime. Innanzi tutto nell’agricoltura sinergica i materiali da usare per l’orto sono tutti presenti sul posto: la terra servirà per la realizzazione delle aiuole, rialzate, note anche come "bancali". Per la loro creazione ci sono varie tecniche a seconda del clima, del tasso di umidità del luogo, delle piante da seminare, etc…

    La prima preparazione per l’orto sinergico prevede proprio la realizzazione dei bancali: le aiuole rialzate con terreno scavato in loco, che non deve esser mai più schiacciato e compattato. I bancali aiutano ad aerare il suolo compattato e possono esser realizzati in diverse forme e dimensioni. Per accedere ad essi si utilizzeranno degli appositi passaggi.

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    La forma dell'orto sinergico è comunemente lineare ma molti conoscono meglio gli orti a forma di spirale, così fatti perché più pratici da gestire. Procedendo in questo modo, l’aiuola prende il sole in ogni direzione, non sempre dalla stessa parte ma in punti diversi. Inoltre non bisogna dimenticare l’importanza del simbolo: la spirale rappresenta la vita e con sé porta vigore, espansione, crescita e sviluppo per le piante dell’orto.

    PERCHÈ È COSI IMPORTANTE L’AGRICOLTURA SINERGICA?

    L'orto sinergico rispetta l'ambiente e serve a coronare un sogno che è quello dell'autonomia alimentare. Essa consiste nel produrre cibo sano, ottenuto senza l’utilizzo di prodotti chimici per la fertilizzazione e per la cura delle piante e del terreno, che oggi sono spesso dipendenti da queste sostanze, quasi fossero drogate.

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    Questa forma di orticoltura crede non solo nella successione delle piante, ma anche nell’importanza della loro vicinanza. Assume quindi un ruolo fondamentale il concetto di consociazione,

    caption: Immagine da permabiolab.wordpress.com

    CONSIGLI

    È importante alternare nel tempo piante che non lasciano radici ad altre che rilasciano nel suolo una biomassa sotterranea dopo la raccolta. A differenza di tutti gli altri orti, quello sinergico permette la convivenza di piante stagionali e piante perenni, così che lo stesso ortaggio può esser presente contemporaneamente a diversi stadi. L'orto sinergico va costantemente revisionate e il suo progetto modificato via via che le piante cambiano posto al suo interno.

    La semina e i trapianti devono essere ben programmati per assicurare la costante copertura dei bancali in ogni periodo dell’anno, con piante destinate all’alimentazione, aromatiche, ornamentali e officinali.


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    “Un’opportunità, una soluzione tangibile agli effetti dannosi dei cambiamenti climatici” così è stata definita la Dryline, il progetto di BIG, Bjarke Ingels Group per Manhattan dalla giuria del Global Holcim Award. Il progetto, che si è guadagnato il terzo posto, nasce dalla necessità di far fronte ai mutamenti causati dai cambiamenti climatici, attraverso sistemi intelligenti capaci di unire la funzione pratica ad un modo diverso di vivere la città e i sui spazi.

    RIQUALIFICAZIONE URBANA: I POPS DI NEW YORK 

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    BARRIERA O LEGAME?

    L’approccio progettuale di BIG al progetto per Manhattan si basa sull’ambizioso principio di creare una barriera tra la città e l’acqua che non si ponga nei termini di un limite, ma che al contrario abbracci le due entità per creare una relazione dalla quale emergono situazioni e opportunità diverse. Ed è proprio la diversità degli spazi che vengono a crearsi che rendono interessante il legame tra lo spazio urbano e l’infrastruttura di difesa.

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    Lower East Side

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    Il cosidetto quartiere a basso reddito è stato sicuramente una delle sfide più importanti per la natura del luogo. Nato come una sorta di cementificazione e separato dal lungomare da un’imponente autostrada a sei corsie, non avrebbe di sicuro attratto investimenti importanti, ma il progetto, che prevede la realizzazione di nuovi punti panoramici e di nuovi spazi per lo sport ed il tempo libero, porterebbe ad un sensibile miglioramento della qualità della vita. Il Lower East Side si configura come una sorta di zona ludica dove assieme ai campi da gioco trovano spazio piscine all’aperto, percorsi pedonali e piste ciclabili nell’ottica di muoversi all’interno di un grande parco urbano lineare, una sorta di polmone attrezzato dell’isola.

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    Ponti di Brooklyn e Manhattan

    L’area tematica di Manhattan più a sud sposta la sua attenzione verso un’urbanità più presente ed è qui che lo studio BIG trova spazio per le attività quotidiane del commercio e del mercato che sfruttano spazi di risulta dell’ambiente metropolitano, trasformandoli e arricchendoli di vitalità e centralità. Un principio che lavora sul tema della rigenerazione urbana sfruttando lo spazio che già c’è e che deve essere riqualificato.

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    Punta sud  

    La parte più estrema dell’isola di Manhattan è affidata alla cultura, alla scoperta, alla conoscenza e ospiterà il nuovo Museo Marittimo con uno scenografico acquario naturale. È qui che il rapporto con l’acqua diventa fortissimo e dove la volontà di abbracciare il mondo terrestre a quello marino si fa più forte. Accettare il cambiamento e collaborare con esso è la strada per creare un sistema più complesso che non sia solo la grande opera.

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    L’uragano Sandy che nel 2012 ha colpito New York ha aperto gli occhi sul tema dei cambiamenti climatici. I problemi, le mutazioni ed i sistemi di mitigazione ed adattamento che le città di un futuro poco lontano dovranno affrontare mettono in gioco tematiche interessanti anche dal punto di vista progettuale; è proprio là, dove il tema della sostenibilità si fa più forte, che il progettista deve dimostrare di avere una marcia in più e di saper lavorare per creare sistemi al servizio della città. Il cuore della sostenibilità si trova a livello urbano, perché è la città che muove gli aspetti dell’ambiente, dell’economia e soprattutto della socialità.


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    Inaugurata in Olanda nel Novembre del 2014 per permettere la connessione attraverso pista ciclabile di due sobborghi di Amsterdam, Krommenie e Wormerveer, Solar Road  è stata la prima strada "solare" costruita al mondo, nata dopo cinque anni di ricerche come prototipo utile a testare le potenzialità e le caratteristiche dei pannelli solari montati sulla pista. Si tratta di un percorso per ora di soli settanta metri, che con buone probabilità sarà esteso a cento metri entro la fine del 2016.

    In copertina: Schema di una strada 'solare' ispirata da Solar Road. TNO

    COME FUNZIONA LA SOLAROAD?

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    caption: L'inaugurazione della pista ciclabile Solar Road nel novembre 2014. Immagine da ConsumatoreDigitale.com

    Il progetto è piuttosto costoso ed è stato finanziato attraverso una collaborazione tra enti pubblici, ovvero la provincia Olanda Nord, ed enti privati (la ditta Imtech che studia la parte elettrica del progetto, la ditta Ooms che si occupa strade e infrastrutture, e il gruppo di ricerca di TNO Lab) che insieme copriranno la spesa triennale prevista del progetto, ovvero 3,5 milioni di euro. Però si sono già ottenuti ottimi risultati, infatti Solar Road nei primi sei mesi di vita ha prodotto già 3.000 KWh di energia, che tradotto in utenze significa l’energia che servirebbe ad alimentare una piccola abitazione per un anno. È stato calcolato quindi che si potrà ottenere da Solar Road più dei previsti 70 KWh per metro quadrato l’anno, conto che era stato effettuato in laboratorio dal team di progettazione di Solar Road, e che era stato previsto come limite massimo di produzione energetica.

    Si era parlato di possibile limite insito in questo tipo di pannelli solari posizionati su strada, ovvero il fatto che non potendo regolarne l’inclinazione sarebbero potuti risultare meno efficienti di quelli posti sui tetti, mentre dopo i primi sei mesi di vita della pista solare si è capito che questo non rappresenta uno svantaggio dal punto di vista del rendimento energetico. I pannelli, infatti, sono stati studiati in modo che se rimangono all’ombra o se sono coperti da sporco (per esempio da un mucchio di foglie non ancora rimosso) si disattivano sino a quando non recepiscono nuovamente la luce. In questo modo i costi di gestione dei pannelli diminuiscono. L’unico aspetto negativo di Solar Road è rappresentato dalla manutenzione, infatti la copertura in vetro di alcuni pannelli si è rotta per via dell’uso e il costo di riparazione è piuttosto alto.

    caption: Le crepe del vetro della pista dovute all'uso. Immagine dall'account Twitter @PercyTwits.

    In ogni caso il progetto, dopo soli sei mesi di vita, è stato dichiarato un successo per via appunto dell’energia elettrica che è capace di produrre, e che va oltre le aspettative calcolate in laboratorio. L’idea sviluppata per Solar Road rappresenta un concetto davvero innovativo, che potrebbe radicalmente cambiare la nostra attuale percezione delle strade, in quanto da luoghi di connessione potrebbero trasformarsi in fonti di energia pulita, sostenibile e rinnovabile, con cui si potrebbero alimentare non solo tutte gli apparecchi da strada (come semafori, luci, cartelli) ma anche le case che si trovano nelle vicinanze della carreggiata. 

     


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    Bisogna tornare a pensare alle gambe come mezzo di trasporto: cibo come carburante e nessuna particolare esigenza di parcheggio”. Le parole dell’urbanista e sociologo statunitense Lewis Mumford suonano come un’utopia ma Amburgo potrebbe trasformare questa utopia in realtà con un piano che punta, in 20 anni, ad eliminare la necessità dell’auto in città.

    BEST PRACTICE: IL BORGO LONDINESE CHE SCEGLIE PISTE CICLABILI E PERCORSI PEDONALI

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    AMBURGO SENZA AUTO: IL PIANO

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    I dati sui cambiamenti climatici sono allarmanti. Il rapporto del 2014 del IPCC (Intergovernmental panel on climate change) mostra come la temperatura della crosta terrestre e degli oceani sia aumentata in media di 0.85°C nel periodo tra il 1880 e il 2012 e come l’innalzamento di 19 cm del livello del mare durante il XIX secolo sia superiore rispetto a quello subito nei due millenni precedenti. Anche le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto livelli mai toccati prima con incrementi di CO2 e metano pari rispettivamente al 40% e 15%.

    Nemmeno Amburgo, la cui Superficie è occupata per il 40% da aree verdi, è immune da tali cambiamenti. Secondo alcuni studi nel nord della Germania tra il 1950 e il 2000 le temperature sono aumentate mediamente di 0.11°C ogni decennio. Ciò ha causato, tra le altre cose, una diversa distribuzione delle piogge nel corso dell’anno con effetti disastrosi sul livello delle acque.

    Per quanto riguarda l’inquinamento, ad Amburgo circa il 25 % delle emissioni di CO2 sono causate dal trasporto, in particolar modo autovetture e piccoli veicoli commerciali.

    Questa serie di ragioni hanno portato l’amministrazione comunale della seconda città più popolosa della Germania all’elaborazione del progetto “GrünenNetz Hamburg” che in italiano può essere tradotto come “Rete Verde di Amburgo”, ovvero un sistema di verde pubblico costituito da assi paesaggistici che si sviluppano a raggiera e due anelli verdi completati da aree strategiche come parchi e zone ricreative urbane. Corridoi verdi per attività all’aperto e di relax vicino i quartieri residenziali collegano tra loro gli assi e gli anelli in una rete in cui ogni elemento deve essere interamente percorribile sia a piedi che in bici: la città sarà così permeabile sia dall’uomo che dalla natura e nessuno avrà più bisogno di utilizzare la macchina.

    caption: © Timo Heuer, Flickr

    caption: © Helga Kohn

    Gli assi paesaggistici

    Gli “assi paesaggistici” sono spazi aperti di connessione che dalla campagna circostante penetrano nel centro città, fino all’interno delle aree edificate. Essi sono di tre diverse tipologie: i percorsi verdi pedonali lungo i corsi d’acqua caratterizzano fortemente il paesaggio urbano rendendolo attrattivo sia per i residenti che per i turisti; le aree paludose ad est ed ovest, impiegate per la produzione di verdura, fiori e frutta, costituiscono un’ottima fonte per la coltivazione di prodotti locali all’interno dell’agglomerato urbano; i campi seminativi, i prati e le foreste nella zona collinare a nord e sulle montagne del sud, essenziali sotto il profilo naturalistico e per lo svago, si contraddistinguono per la loro facile raggiungibilità dalla città mediante mezzi pubblici.

    Tali assi, con il densificarsi del tessuto edilizio, si fanno più stretti e frammentati fino a diventare, all’interno del primo anello, semplici sentieri delimitati da piante o arbusti: 245000 alberi che hanno effetti positivi su microclima e inquinamento atmosferico consentendo inoltre la tutela di alcune faune selvatiche, specialmente uccelli.

    Gli anelli: fasce verdi attorno alla città

    Gli anelli non sono altro che fasce verdi che delimitano la città, ovvero parchi e spazi aperti ricchi di vegetazione che si prestano ad usi molto vari. Amburgo ne ha due: il primo, che si estende nel raggio di 1 km dal Municipio, delimita il nucleo più antico sviluppandosi lungo quelle che un tempo erano le antiche fortificazioni; il secondo, in un raggio di 8 km dal Municipio, corre per 90 km racchiudendo le zone di successiva espansione. Grazie ad essi è possibile circumnavigare la città sia a piedi che in bicicletta mentre le svariate opportunità offerte dalle aree ricreative, con zone destinata a gioco e spazi attrezzati per picnic ed escursioni, offrono la possibilità agli abitanti di trascorrere i weekend a breve distanza da casa riducendo così il traffico e i conseguenti danni all’ambiente.

    Il verde ad ogni scala

    caption: © Martin at Sea, Flickr

    caption: © Niels Linneberg, Flickr

    Una delle caratteristiche principali di tale piano è la presenza del verde a diverse scale: a partire da quella paesaggistica, passando per quella urbana fino ad arrivare quella di quartiere.

    Gli otto parchi di distretto vanno dai 65 ai 150 ettari e si trovano principalmente all’incrocio tra anelli e assi paesaggistici. Trenta parchi di quartiere, vicino alle aree residenziali, sono distribuiti in maniera disomogenea intorno alla città, con dimensioni che oscillano tra gli 8 e i 60 ettari.

    Ulteriori 980 ettari sono coperti da parchi più piccoli e spazi verdi a sviluppo lineare, senza contare che i cimiteri più grandi si configurano come veri e propri parchi, come quello di FriedhofOhlsdorf che, con i suoi 400 ettari, è il più esteso parco cimiteriale al mondo.

    Spazi verdi più piccoli e parchi giochi nelle aree residenziali sono stati pensati per la popolazione con minore possibilità di spostamento, come anziani, bambini e famiglie con neonati. Ruolo fondamentale in questa “infrastruttura verde” è svolto dai 35000 orti che suppliscono alla mancanza di giardini per coloro che vivono in appartamento. Infine piccole corti e spazi come parcheggi, strade e pertinenze di edifici pubblici verranno riconvertite per supplire alla mancanza di spazi verdi in aree in cui non è possibile realizzarne di nuovi.

    I PRECEDENTI NELLA STORIA DI AMBURGO

    È importante sottolineare che il progetto della “Rete” di Amburgo non parte da zero ma si basa su un sistema di verde già esistente. Nel suo piano del 1919 Schumacher, allora Capo del settore urbanistico, introdusse un sistema di assi che si sviluppavano a raggera dal centro città e in cui il verde era assicurato da spazi, vicini alle aree residenziali, destinati a parco, campi da gioco, orti; ulteriori corridoi naturalistici collegavano la città con i grandi parchi pubblici e la campagna.

    I principi di tale piano furono mantenuti da Oelsner che nel 1925, nel suo “Green Belt Plan” per il distretto di Altona aveva previsto tre cinture verdi semicircolari sotto forma di parchi pubblici.

    Anche il Masterplan del 1947 e i Piani di ricostruzione del 1950 e del 1960 attribuirono molta importanza agli spazi aperti e alle fasce di connessione tra gli stessi mentre combinazioni di infrastrutture circolari e radiali furono previsti dai piani del 1969 e 1973. Essi contenevano specifiche prescrizioni riguardo i due anelli verdi intorno alla città che dovevano essere preservarti dallo sviluppo urbano e dedicati all’agricoltura e all’uso ricreativo.

    Il Concetto degli assi paesaggistici fu introdotto nel 1985 quando furono inseriti corridoi verdi tra le aree residenziali e ulteriori percorsi che dalla campagna entravano nella città.

    Infine con il Programma Paesaggio adottato dal Parlamento nel 1997 venne progettata la connessione tra gli assi e gli anelli.

    La progressiva espansione della città ha però portato nel corso degli anni allo sviluppo di nuove aree commerciali e residenziali nonché alla formazione di nuove strade, il tutto a discapito degli spazi verdi che hanno subito numerose perdite. Per questo l’obiettivo primario del piano della “GrünenNetz Hamburg” è quello di colmare le lacune ancora presenti nel paesaggio sassone e soprattutto chiudere gli anelli verdi potenziando il sistema esistente e connettendolo in una rete finemente tessuta.

    CITTÀ EUROPEE SENZA AUTO

    Oltre ad Amburgo anche altre città europee hanno adottato o stanno per adottare strategie volte alla riduzione dell’uso dell’automobile per lo spostamento in città.

    Copenhagen

    Una delle più evolute in tal senso è senza dubbio Copenhagen, non a caso è stata eletta Capitale verde d’Europa del 2014 e punta a diventare carbon neutral dal 2025. Determinante ai fini della vittoria è stato proprio il piano dei trasporti che si basa su quattro capisaldi:

    1. Città a prova di ciclisti: dal 2006 sono stati investiti più di 67 milioni di euro per “infrastrutture ecologiche” come ponti pedonali e ciclabili che attraversano i corsi d’acqua e nuove arterie per pedoni e ciclisti. Ad ottobre 2010 erano presenti 346 km di piste ciclabili con corsie fisicamente separate rispetto al traffico veicolare, 23 km con corsie segnalate e 42 km di corsie verdi totalmente indipendenti dalla rete stradale.

    2. Miglioramento dei trasporti pubblici: l’amministrazione ha già avviato la realizzazione di una nuova linea della metropolitana, un anello che circonderà la città entro il 2018, e che successivamente verrà implementata anche alla luce della formazione di due nuove aree di espansione. È inoltre in corso un miglioramento dell’accessibilità dei bus al centro della città tramite corsie preferenziali e semafori: è stato stimato che il 98% della popolazione vive a meno di 350 m da una zona servita ogni ora da almeno un autobus mentre il 78% e il 94% vive rispettivamente a meno di 350 m e 600 m da linee a più alta velocità come treni e metropolitana. I viaggi con auto private non superano in media i 5 km.

    3. Riduzione del traffico e dei parcheggi: a tal proposito il Comune è intenzionato ad adottare una politica simile a quella di Stoccolma introducendo la tassa sul traffico. Sono inoltre triplicati i parcheggi a pagamento, a discapito di quelli gratuiti, a costi molto elevati. Si sta infine cercando di implementare servizi come il car sharing con una serie di convenzioni tra cui parcheggi riservati esclusivamente alle automobili condivise.

    4. Sforzi per la tutela ambientale: è in programma la creazione di zone a basse emissioni con possibilità di ricaricare veicoli ecologici. Inoltre, entro la fine del 2015, l’85% del parco auto del comune sarà composto da veicoli ibridi o elettrici.

    Helsinki

    Anche la capitale finlandese ha deciso di puntare all’eliminazione delle auto dalla città entro il 2025. L’Amministrazione ha a disposizione 10 anni per mettere a punto un sistema di trasporti pubblici e mezzi condivisi così efficiente che nessuno avrà più necessità di avere un’auto, se non per spostamenti a maggiore distanza al di fuori della city.

    Tale politica guarda soprattutto ai giovani ormai sempre connessi in rete: l’intero piano sarà infatti gestito da un’applicazione che consentirà agli utenti di controllare tutto attraverso il proprio smartphone. Basterà inserire il luogo di partenza, la destinazione ed eventuali preferenze sul mezzo di trasporto e l’app fornirà una serie di opzioni sui mezzi da poter utilizzare (autobus, taxi, car o bike sharing, traghetti) con relativi tempi di percorrenza mettendo anche in diretto contatto utenti ed autisti. Un unico pagamento e solamente in base al tragitto effettivo può essere effettuato sempre tramite il proprio cellulare.

    AMBURGO COME ESEMPIO

    Siamo giunti ad un punto tale in cui iniziative come quelle di Amburgo devono essere un obiettivo per tutte le principali città europee, Italia inclusa. In un periodo in cui l’automobile ha contribuito allo sviluppo indifferenziato e illimitato delle città e alla creazione di luoghi sempre più inquinati, Amburgo ci ricorda come sia necessario restituire alla città la propria identità, rendendola nuovamente a misura d’uomo.


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    Recentemente nella Silicon Valley, la Tesla, l’azienda più innovativa nella produzione di auto elettriche, ha annunciato il suo ingresso nel mercato delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. L’azienda statunitense produrrà batterie al litio ad alta efficienza, molto simili a quelle montate nelle sue autovetture, ma incapsulate sotto forma di pannelli piatti, da incassare nei muri delle abitazioni. Il prodotto si chiamerà Powerwall, e verrà fornito in moduli da 7 kWh e 10 kWh per le utenze domestiche. Dal design piuttosto minimalista, secondo il presidente della Tesla, Elon Musk, le Powerwall “verranno fornite in diversi colori per consentire l’integrazione negli ambienti interni”. I prezzi vanno da 3.000 US$, per il modulo da 7,5 kWh, a 3.500 US$, per il modulo da 10 kWh. Inoltre è possibile assemblare i pacchi di batterie in più moduli. La batteria Powerwall consente agli utenti privati una migliore armonizzazione fra i flussi di energia autoprodotta e richiesta.

    In copertina: Due moduli di batterie accoppiati.

    SISTEMI DI ACCUMULO DELL’ENERGIA ELETTRICAA

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    COME FUNZIONANO LE BATTERIE AL LITIO DI TESLA

    La batteria immagazzina l’energia in esubero prodotta dai pannelli fotovoltaici ad essa collegati, e l’energia elettrica acquistata a basso costo dalla rete negli orari notturni o festivi, in tal modo sopperisce al carico nelle ore di punta, cioè, quando il prezzo dell’energia è maggiore, quindi consente notevoli economie in bolletta.               
    Lo scopo principale della Tesla è raggiungere delle economie di scala nella produzione di batterie al litio, che le consentano la costruzione di autovetture elettriche a prezzi concorrenziali rispetto alle attuali alimentate da benzina o Diesel. La tecnologia delle batterie al litio messa a punto dalla Tesla è strategica per le ESCO americane, grazie alla produzione di moduli da 100 kWh assemblabili in gruppi da 500 kWh  fino a 10 MWh.

    IL BUSINESS DELLO STOCCAGGIO DI ENERGIA

    Ma perché lo stoccaggio di energia sta diventando un business ancora più attraente per gli investitori rispetto all’installazione di generatori ad energie rinnovabili? Il fatto è che la legislazione americana attuale consente alle ESCO di guadagnare con il meccanismo chiamato Demand Response (risposta alla domanda). In poche parole, la demand response è un modo per limitare i picchi di potenza assorbita dalla rete, solitamente nelle ore serali, spegnendo utenze non imprescindibili o, quantomeno, staccandole dalla rete su comando dell’Ente preposto al dispacciamento. Per capire il motivo per il quale la Demand Response è così importante per l’Ente di dispacciamento, dobbiamo prima analizzare un fatto storico dell’evoluzione dei sistemi elettrici. 

    Tradizionalmente, la risposta delle utilities ai crescenti picchi di domanda è stata semplicemente l’ampliamento della capacità di generazione, privilegiando la costruzione di centrali termiche perché capaci di modulare facilmente la potenza erogata mediante il controllo del flusso di combustibile e anche facili di accendere e spegnere. In altre parole, si tratta del vecchio paradigma industriale: girare la chiave e poi spingere più o meno l’acceleratore, a seconda della domanda energetica. La necessità di aumentare la capacità generativa era giustificata allora, ma anche oggi, perché per mantenere stabile il funzionamento di una rete elettrica basta assicurare in ogni momento il perfetto equilibrio fra energia prodotta ed energia richiesta. Gli squilibri oltre ad una certa soglia, dipendente dalla robustezza del sistema elettrico, possono far collassare tutta la rete, producendo blackout generalizzati ed ingenti perdite economiche. L’attuale rete elettrica italiana, con una capacità di generazione di oltre quattro volte la potenza media richiesta dalle utenze, è il risultato dell’evoluzione storica pocanzi descritta e ciò vuol dire ingenti quantità di capitale e di risorse immobilizzate in impianti multimilionari e di alto impatto ambientale, costruiti con l’unico scopo di coprire picchi di domanda durante certe fasce orarie e in certi periodi dell’anno. Il demand response ha il vantaggio di essere molto più economico rispetto alla soluzione basata sulla costruzione di nuove grosse centrali termiche, o al mantenimento in vita di quelle obsolete per farle funzionare solo un’ora al giorno. Sottolineiamo che le centrali termiche hanno un impatto ambientalmente importante in termini di: rumore, emissioni in atmosfera e ceneri e scorie da smaltire. Per contro, una programmazione razionale dei consumi, che consenta di staccare qualche grosso carico elettrico non indispensabile durante le ore di punta, è molto più facile da attuare e molto economica.

    Per questa ragione la FERC (Federal Energy Regulatory Commission, l’omologo del nostrano GSE) eroga alle ESCO americane degli interessanti compensi quando staccano le utenze dalla rete rispondendo all’esigenza contingente del centro di dispacciamento. Per non lasciare le utenze al buio, le ESCO installano sistemi di accumulo di energia capaci di sopperire autonomamente ai consumi, ma solo per qualche ora. Reciprocamente, quando il consumo è troppo basso e avanza dell’energia, i sistemi di accumulo si ricaricano, sfruttando a pieno la capacità generativa delle centrali. In pratica, queste ultime massimizzano l’efficienza solo quando le macchine lavorano vicine alla loro potenza nominale. In teoria, l’accumulo di energia elettrica in banchi di batterie dovrebbe essere un meccanismo di tipo win-win, ovvero vantaggioso per le grosse utilities, come l’ENEL, che risparmierebbero ingenti investimenti nella costruzione di nuove centrali di punta (peaker plants in gergo), e nel contempo consentire alle piccole ESCO di guadagnare con investimenti relativamente modesti e soprattutto, modulari; e consentirebbe all’utente finale di avere tariffe elettriche più convenienti. Ci suona dunque strano che il colosso Edison si prepari ad acquistare 1,5 GW di capacità di accumulo, ma non di propria iniziativa bensì per un mandato legale del governo della California. Evidentemente, il business di alcuni portatori d’interesse non contempla soddisfare anche la collettività, in altre parole: i costruttori di centrali, le aziende incaricate alla loro manutenzione, e i fornitori di combustibili fossili (carbone, gas e petrolio) talvolta coincidono con le stesse utilities, o sono aziende da loro controllate.

    Negli USA la battaglia si sta giocando a suon di avvocati prestigiosi: diverse lobby hanno impugnato un cavillo giuridico per stroncare il nascente business dell’accumulo di energia elettrica. Secondo la tesi dei lobbysti del carbone e del petrolio, la FERC ha giurisdizione per regolare la generazione di energia, rinnovabile e non,  ma non ce l’avrebbe per regolare anche lo stacco programmato dei carichi, alimentabilie con le batterie. In poche parole, si pretende di perpetuare il vecchio modello di “accendere-spegnere” centrali a combustibili fossili, incentivando il consumo aleatorio da parte degli utenti, invece di agire sulla programmazione e razionalizzazione dei consumi. La Corte d’Appello della Columbia ha purtroppo creato un pericoloso precedente, dando ragione ai lobbysti, nonostante le pressioni dell’amministrazione Obama.

    LO STOCCAGGIO DI ENERGIA IN EUROPA

    E da questa parte dell’Atlantico come stanno le cose? In Germania, il cosiddetto Energiewende (il piano nazionale di transizione dalle energie convenzionali a quelle rinnovabili) vede nei sistemi di accumulo di energia elettrica uno degli strumenti fondamentali per raggiungere il paradigma di un’economia decarbonizzata, ma punta su diverse tecnologie di accumulo, quali il pompaggio d’acqua in quota o i supervolani. Alla data odierna la Germania dispone dell’impianto di accumulo, con batterie al litio, più grande di Europa con ben 5 MWh di capacità e 7,5 milioni di euro di costo. La Germania non è comunque priva di contraddizioni, in quanto Agora Energiewende, un istituto di ricerca finanziato dall’European Climate Foundation, sostiene che non ha alcun senso investire in impianti di accumulo con batterie finché la percentuale di produzione elettrica da fonte rinnovabile non avrà raggiunto il 60% del totale. Le alternative, secondo lo studio Agora, sono la regolazione della domanda a livello utente, il rafforzamento dell’interconnessione del sistema elettrico tedesco con quelli del resto dell’Europa, e la costruzione di centrali termiche “flessibili”. Ovviamente la risposta degli stakeholder -interessati all’accumulo in batterie ed all’accumulo di tipo idraulico- è stata lapidaria nei confronti dell’Agora. Tuttavia, guardando il dibattito dall’esterno si ha la sensazione che entrambi i gruppi difendono i loro interessi e non quelli della comunità.

    L’estremo opposto è rappresentato dalla Spagna, dove il problema dell’accumulo elettrico decentralizzato non si pone nemmeno. Ancora ai tempi del Premier Aznar, è stata varata una legge, mai derogata dai governi successivi, che di fatto sancisce l’impossibilità per una piccola ESCO, o per un privato, di accumulare energia elettrica in modo economico. In Spagna, un ipotetico utente che volesse staccarsi completamente dalla rete , autoproducendo energia ad esempio tramite un sistema solare – eolico e un banco di batterie, è comunque tenuto all’iscrizione in un registro dei produttori di energia, ad adempimenti burocratici non commisurati all’entità dell’energia prodotta e al pagamento degli oneri di allacciamento e quota fissa, sotto forma di tassa per il mantenimento del sistema elettrico nazionale.

    È chiaro che i sistemi di stoccaggio energetico in batterie rappresentano un potente mezzo per conseguire l’agognata indipendenza energetica dei cittadini, concetto che fa inorridire una certa casta ben radicata politicamente e desta timore nelle lobby delle grandi aziende energetiche, ancora ancorate alle fonti non rinnovabili. Mai come in questo caso è risultata vera la frase, coniata negli anni ’70 dal vignettista argentino Quino e pronunciata dal suo personaggio Mafalda: “Una pulce non può fermare una locomotiva, ma può riempire di ponfi il macchinista” . Auguro ai lettori di diventare delle pulci molto fastidiose, almeno per costringere il macchinista a deviare il treno dalla traiettoria verso il baratro sulla quale sta puntando da un secolo.


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    Il complesso residenziale Prince Street 29-35, firmato dallo studio australiano Angelo Candalepas and Associates, si affaccia sulla splendida baia turistica Bate Bay a Cronulla, la penisola a circa 15 chilometri dall’aeroporto di Sidney, lambita dal mare di Tasmania. 

    AUSTRALIA: LA CASA ROTANTE CHE SEGUE IL SOLE

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    LA FILOSOFIA PROGETTUALE

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    L’approccio progettuale dell’architetto Candalepas è fondamentalmente plastico e ce lo spiega così:

    "When I look at the original sketches, this time in the form of models, this work can now be understood by me to mean precisely that which was originally foreshadowed through observations from the outset. The initial sketch in model-form enables us to look back from the now known experience of the building and see with clarity that those early intentions were the correct ones."

    "Quando guardo le bozze originali, ora in forma di plastici, questo lavoro finalmente significa per me esattamente ciò che in origine era solo una premonizione emanante dalle osservazioni dell’inizio dei lavori. La bozza iniziale, in forma di plastico, consente di guardare retrospettivamente dall’esperienza dell’edificio -ora nota- e vedere chiaramente che le intenzioni, dei primi stadi, erano quelle giuste."

    IL PROGETTO DI PRINCE STREET 29-35

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    L’edificio, costruito nel 2012, si affaccia sulla strada del lungomare con proporzioni calibrate alla scala dell’intorno, mentre le sue forme rievocano il dinamismo delle forze naturali che hanno plasmato il luogo: un complesso di dune primarie formate dall’azione impetuosa, del vento e del mare, sui candidi granelli di sabbia, i quali si accumulano in prossimità del primo ostacolo naturale intercettato lungo la costa. Nella fase iniziale della loro genesi le dune sono prive di vegetazione, quindi molto instabili, e per questo vengono chiamate primarie. Così come ci racconta Candalepas, l’edificio è stato concepito per riflettere la dinamica naturale che ha edificato il luogo. Per gli studiosi del paesaggio naturale risulterà chiara l’evoluzione dinamica della duna primaria, la quale, con il trascorrere del tempo, giunge alla fase terziaria di stabilizzazione passando per la fase secondaria, caratterizzata dall’insorgere della vita, ovvero delle cosiddette macchie di  brughiere e di arbusti. La forza plasmante del vento dominante, dunque è il Genius Loci del processo progettuale, simile a quello di selezione darwiniana, secondo cui sopravvivono gli organismi più resistenti, in definitiva perfetti per il contesto. 

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    L'orizzontalità appare come l’elemento ordinatore e connotante del progetto in tutta la sua purezza formale e materica. L’attacco a terra è articolato in quelli che egli ha definito "istmi", che ci ricordano la geometria della penisola di Cronulla; essi assumono la funzione di foyer d'ingresso per quattro unità abitative e per ognuno dei tre livelli fuori terra. Sono spazi che per la loro conformazione captano l’odore del mare e il rumore del vicinato regalando una sensazione particolarmente vitale.

    Le istanze di funzionalità della vita quotidiana sono affrontate in maniera semplice: un lungo soggiorno è pensato come il “polmone” dell’unità abitativa in quanto consente all'aria di fluire direttamente, da est a ovest, grazie ad una ventilazione passiva che, sfruttando la brezza marina, trapassa l’edificio da fronte a fronte. Accanto alla zona giorno, vi sono due camere da letto e una stanza di servizio. In altri termini, la disposizione strutturale consente di allestire gli spazi in modo flessibile.

    Secondo l’idea del progettista l’edificio è stato concepito per poter essere ripetuto per tutta la lunghezza di Prince Street, la strada da cui è diviso dalla spiaggia. Da entrambi i fronti l’edificio presenta una composizione armoniosa e diafana, una successione di linee verticali e orizzontali. Il tema “di che cosa è costituito l’edificio” secondo Candalepas può essere così riassunto: pochi materiali costruttivi scelti dal campionario locale, in base alle migliori caratteristiche di durabilità, come ad esempio il legno, il cemento e il vetro che portano nel loro DNA la sabbia. 

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    Il design passivo dell’edificio tiene conto della fruibilità degli spazi esterni, in una varietà di modi, per garantire il comfort degli abitanti durante le condizioni atmosferiche prevalenti, venti caldi dal nord e freddi dal sud. Pertanto, tutti gli appartamenti sono dotati sia di un ampio balcone esposto a sud-est con vista sul mare e sia di una loggia vetrata -una sorta di bow-window- esposta a nord-ovest.

    Le finiture esterne dell'edificio sono state studiate per resistere agli agenti atmosferici, particolarmente duri lungo la prima linea costiera. Il risultato ricercato è stato ottenuto con un elevato livello di finitura materiale del getto di cemento armato, del legno degli schermi solari e dell’ottone. Le patine superficiali dovute all’invecchiamento, secondo Candalepas, conferiscono ai materiali scelti un cromatismo unico e naturale.

    La struttura dell’edificio, realizzata in candido cemento armato gettato in opera, ha una elevata massa termica per soddisfare i requisiti di comfort passivo durante tutto l’anno. D’inverno trattiene il calore, mentre d’estate consente un importante sfasamento dell’onda termica. Secondo i progettisti australiani il calcestruzzo ecologicoè un materiale che presenta due grandi vantaggi ambientali: ingloba una forte componente di cenere volatile degli scarti industriali (poiché le specifiche tecniche nazionali lo consentono, come in EU, n.d.t.) e in fine aumenta la durabilità e la resistenza del materiale stesso. Le ampie vetrate motorizzate in tutte le facciate, si combinano con schermature solari in legno per conferire un eccellente comfort passivo termico e visivo in tutte le stanze grazie ad una ventilazione trasversale e ad una buona illuminazione naturale.

    Caratterizzano una facciata mutevole e, nel contempo, funzionale al comfort dei residenti gli schermi solari motorizzati, in scintillante ottone lucido che rievocano il riflesso della luce del sole sulle creste delle onde che lambiscono la spiaggia costiera. Gli schermi sono stati studiati per assolvere alla doppia funzione: smorzare l’intenso sole australiano e l’impetuoso vento che soffia dall’oceano.

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    SCHEDA RIASSUNTIVA DEL PROGETTO

    Nome del progetto:          29-35 Prince Street
    Area del lotto:                  2.398 m2
    Area occupata:                33% 
    Numero di appartamenti:12
    Construction cost/m2:      5.000 AUD (3.500 EUR).
    Data termine lavori:          novembre 2012.
    Tipologia:                         residenziale.
    Durata lavori:                   6 mesi la progettazione  e 12 mesi la costruzione.
    Architetto:                        Angelo Candalepas.
    Studio:                             Candalepas Associates  

    Premi conferiti al progetto nel 2013:                                 
    National Architecture Award for Residential Architecture by the Australian Institute of Architects.
    Austral Bricks Award for Excelence by the Urban Development Institute of Australia.
    Aaron Bolot Award for Residential Architecture by the Australian Institute of Architects .

    Consulenti esterni:   
    Strutture: Taylor Thompson Whitting.
    Costruzioni: Kane Constructions.
    Paesaggismo: Botanica.
    Architettura d’interni: Archer & Wright.
    Impianti elettromeccanici: Jones Nicholson.
    Impianti idraulici: Whipps Wood Consulting.
    Fotografo: Brett Boardman


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    L’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr ha pubblicato il “Rapporto periodico sul rischio posto alla popolazione italiana da frane e inondazioni” nel quale viene evidenziata la, ormai nota a tutti, drammatica situazione italiana in merito ai danni da alluvione e inondazione, arginabile con un'attenta progettazione di superfici permeabili.

    PIOGGIA IN CITTÀ: I GIARDINI CHE RACCOLGONO L'ACQUA PIOVANA

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    Nel 2014, citando il rapporto, "si sono avuti, a causa di frane e inondazioni, 33 morti e 46 feriti, e oltre 10 mila persone hanno dovuto abbandonare temporaneamente le loro abitazioni. Gli eventi che hanno causato morti, feriti, sfollati e senzatetto hanno colpito 220 Comuni in 19 delle venti regioni italiane". Il triste primato è della Regione Liguria, prima per danni e feriti mentre il primato delle vittime spetta al Veneto durante la piena del fiume Lierza.

    A fronte di un oggettivo aumento degli eventi meteorologici intensi e di breve durata, le cosiddette “bombe d’acqua” tanto nominate nei telegiornali, nulla, nel modo di intervenire sul territorio è cambiato.

    COSTRUIRE "PERMEABILE"

    Se è vero, almeno in parte, che non possiamo modificare le precipitazioni che investono il territorio italiano, è vero però che possiamo modificare il deflusso, il contenimento, il corso delle acque una volta precipitate al suolo in grande quantità. 

    Il problema della “gestione” delle ingenti quantità di acqua cadute in breve tempo al suolo è suddivisibile in alcune tematiche principali:

    • Deflusso delle acque meteoriche; 
    • Recupero ed utilizzo delle acque meteoriche;
    • Infiltrazione delle acque meteoriche;
    • Immissione delle acque meteoriche in acque superficiali.

    Tra questi, i problemi che possiamo affrontare dal punto di vista progettuale, sono soprattutto due: il deflusso e l'infiltrazione delle acque meteoriche. 

    Primo fra tutti è il problema del deflusso delle acque meteoriche. È necessario contenere il più possibile la quantità di acqua che, una volta precipitata dopo un violento evento temporalesco, deve immettersi nel sistema fognario urbano. Le canalizzazioni non sono dimensionate per portate di acqua eccezionali, tipiche di eventi violenti, quindi più acqua riusciamo a intercettare prima del sistema fognario e minore sarà il rischio di danni. Accorgimenti utili e necessari a contenere il deflusso delle acque sono lo sfruttamento di ogni superficie residenziale, ma soprattutto delle grandi superfici commerciali e del terziario, come superficie permeabile. Grandi parcheggi di centri commerciali, piazzali aziendali, coperture di capannoni, aree completamente asfaltate, cortili, piste ciclabili o pedonali che devono essere riprogettate e riconvertite in aree drenanti. I sistemi per poterlo fare ci sono tutti: pavimentazioni a verde, sterrati, calcestruzzi drenanti, pavimentazioni a verde stabilizzato.

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    La seconda tematica affrontabile dai progettisti di spazi urbani è l’infiltrazione delle acque meteoriche. Dalle linee guida della Provincia di Bolzano in merito alla gestione delle acque meteoriche leggiamo la classificazione esatta dei sistemi di infiltrazione: “Si distingue tra impianti d'infiltrazione superficiale e impianti sotterranei d'infiltrazione. L'infiltrazione superficiale avviene tramite immissione superficiale delle acque meteoriche in superfici piane, in fossi o in bacini. In questi casi di regola l'infiltrazione avviene attraverso uno strato superficiale di terreno organico rinverdito che assicura una buona depurazione delle acque meteoriche. Nei sistemi sotterranei d'infiltrazione l'acqua meteorica viene immessa in trincee d'infiltrazione o in pozzi perdenti. Questi sistemi hanno il vantaggio di avere un minore fabbisogno di superficie filtrante, però si perdono quasi tutti gli effetti depurativi perché non viene attraversato lo strato superficiale del terreno.”

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    Al progettista e al pianificatore urbano non resta che adottare un metodo utile per favorire l’infiltrazione dell’acqua in breve tempo.

    Possono essere utilizzati spazi verdi a fianco di strade, piste ciclabili, interni di rotatorie o svincoli, aiuole spartitraffico per realizzare dei fossi rinverditi ovvero degli avvallamenti di poco più di 30cm a verde dove l’acqua di un violento evento meteorico può essere raccolta e poi filtrata dal terreno.

    Se si hanno a disposizione aree più estese come giardini o parchi pubblici si possono prevedere bacini d’infiltrazione più profondi, sempre a verde, ovvero delle aree progettate appositamente più basse del livello del terreno circostante in modo che, in caso di necessità possano essere allagate. L’acqua qui raccolta poi nel giro di qualche giorno viene drenata dal terreno invece di riversarsi in strade e piazze e essere rigettata dai tombini come siamo abituati a vedere.

    Costruire "permeabile" significa quindi progettare il territorio in modo che sia in grado di affrontare l’emergenza idrica violenta ed improvvisa, predisporre aree cosiddette allagabili, convertire le ampie superfici in aree permeabili, realizzare fossi ai lati di strade o percorsi ciclo pedonali, studiare nei dettagli ogni possibile elemento urbano che possa fungere da raccoglitore d’acqua temporaneo al fine di evitare che l’acqua entri in grande quantità nel sistema idrico e provochi i danni che tutti purtroppo ben conosciamo.


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    La tradizione artigianale in Giappone ha radici antichissime ed è oggi supportata da un’industria all’avanguardia, eccezionale artigianato e da uno spirito intraprendente sempre alla ricerca di nuove ispirazioni. Ogni anno il collettivo Japancreative, con base a Tokyo e art director Masaaki Hiromura, seleziona designers internazionali per promuovere il binomio dell’antico sapere giapponese con la produzione locale. Artisti del calibro di Stefan Diez, Barberos Gerby  e Pierre Charpin sono stati invitati quest’anno a lavorare con il maestro del bambù Yoshihiro Yamagishi, nell’isola Kochi a sud del Giappone.

    NON SOLO TRADIZIONE: IL BAMBÙ E LA TECNOLOGIA

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    La linea in bambù "Soba" nasce dalla mente diStefan Diez che enfatizza le proprietà di questo materialeper realizzare il coordinato tavolo/panca. Quest'anno è stata presentata anche nella Fiera del Mobile di Stoccolma riscuotendo grande successo. Il nome della collezione riprende un piatto tradizionale giapponese, che consiste in sottili tagliolini di grano saraceno serviti in un vassoio di bambù. 

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    Reinterpretazione dei tradizionali mobili giapponesi

    L’industria del bambù giapponese, che negli ultimi anni ha registrato un notevole declino, sta cercando di puntare sull’interior design europeo e ad una diversificazione dei prodotti. In linea con questi propositi, il duo tavolo/panca risponde pienamente alle esigenze di esportazione e di vendita on line grazie ad un imballaggio minimo, pezzi da incastrare e fissare solamente con corde in kevlar.

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    Alla facilità di montaggio, si deve aggiungere la qualità nei dettagli e la possibilità di uso in ambienti interni ed esterni. A causa del naturale invecchiamento del bambù, soprattutto se posto all’esterno, il verde brillante si tramuterà in grigio chiaro, aggiungendo ai ricordi legati all’arredo la patina del tempo e dell’uso quotidiano. Sofisticata e innovativa, la collezione non è solo una reinterpretazione dei mobili giapponesi ma, più in generale, è un ottimo esempio di design contemporaneo con l’uso esclusivo dell’"acciaio vegetale".

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    Purezza e semplicità funzionale sono alla base di tutti i lavori del designer Diez,  e questa è un vero e proprio elogio al materiale più versatile e rigido esistente in natura. La panca è realizzata da tre grossi gambi legati e appoggiati su quattro basi, mentre il tavolo è composto da due cavalletti che sorreggono un asse centrale e la sottile lastra di vetro. Ogni innesto ed incastro è irrigidito dalle robuste corde in kevlar, i nodi della pianta sono ben evidenti e segnano i mobili, mentre le sezioni tonde e le forme pure denotano un approccio radicale ma non banale.


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    Nella famosissima Valle dei Templi ad Agrigento - Sicilia - da alcuni mesi è possibile passeggiare tra l'area del tempio di Zeus e l'area del tempio di Eracle senza soluzione di continuità. Le due zone archeologiche erano, infatti, separate dalla Strada Statale 118 e il percorso di visita risultava frazionato. La realizzazione della passerella pedonale, progettata dallo studio Cottone+Indelicato Architects in collaborazione con Joan Puigcorbe, ABGroup Ingegneria e Sofia Montalbano, permette la fruizione del parco rimarginando la ferita causata dalla costruzione della strada.

    ARCHEOLOGIA E ARCHITETTURA: IL VINCITORE DEL PREMIO DOMUS RESTAURO 2014

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    IL PROGETTO DELLA PASSERELLA NELLA VALLE DEI TEMPLI

    Semplicità e integrazione nel contesto sono le peculiarità della passerella. Il manufatto, secondo gli intenti dei progettisti, si pone come ricostruzione ideale delle antiche mura della città greca che erano state interrotte dalla strada moderna. Il cavalcavia pedonale è costituito da un elemento lineare a sezione alveolare rastremato alle estremità, protetto su entrambi i lati da un ringhiera realizzata con elementi verticali di altezze differenti e posizionati a distanze variabili secondo un modulo ben preciso.

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    Il materiale prescelto è stato l'acciaio corten sia per le sue qualità di resistenza meccanica, sia  per la sua capacità di mutare colore nel tempo. Infatti la patina che si crea sulla sua superficie varia dalle tonalità del bruno scuro e quelle della terra. In questo modo l'invecchiamento della passerella non diviene un degrado, ma un valore aggiunto integrandosi maggiormente nel contesto.

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    Il cantiere è stato gestito in modo da essere veloce per non interrompere il collegamento stradale di vitale importanza per il traffico veicolare, e soprattutto poco invasivo per limitare gli scavi e i rinterri. La passerella, prefabbricata e montata in loco, è stata ancorata ad un sistema di appoggio in elastometro armato che ha permesso di evitare la realizzazione degli scavi necessari solitamente per la realizzazione del tradizionale sistema di fondazione.

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