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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    La Commissione Europea ha recentemente lanciato un sondaggio per raccogliere le opinioni di tutti i portatori d’interesse riguardo alle principali strategie che intende adottare, entro fine anno, nel prossimo programma a sostegno dell’economia circolare. I risultati, che contempleranno anche il contributo della conferenza "Closing the loop circular economy boosting business reducing waste", saranno pubblicati il prossimo agosto.

    IL PROGRAMMA UE PER FINANZIARE LA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI

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    IL QUESTIONARIO

    Tutti coloro i quali ritengono di poter contribuire ad influire positivamente sulla transizione dal modello di economia lineare (consumismo dell’usa e getta) a quello circolare (consumo responsabile dell’usa, ripara, riusa e ricicla) sono invitati a rispondere, in forma anonima o pubblica, al questionario pubblicato nel sito della Commissione Europea nella sezione EUSurvey. Crediamo che sia utile dedicarci qualche minuto per diversi buoni motivi: in primo luogo, per conoscere le future politiche su cui intende legiferare la CE, finalmente sanando il vuoto creato dal nuovo presidente della Commissione Junker con la temporanea sospensione della politica di contrasto al cambiamento climatico, e, in secondo luogo, per orientare le nostre competenze sullo sviluppo sostenibile, in particolare in qualità di tecnici europrogettisti, includendo le discipline della pianificazione e gestione del territorio.

    Il questionario è stato messo a punto da un team internazionale diretto dal vicepresidente della CE, Frans Timmermans, dal vicepresidente per il Lavoro, Sviluppo, Investimento e Competitività, Jyrki Katainen, dal commissario dell’Ambiente, Affari Marittimi e Pesca, Karmenu Vella e dalla commissaria del Mercato Interno, Industria, Impresa, Elzbieta Bienkowska.

    In pratica siamo chiamati, secondo diverse modalità, a esprimere la nostra visione: assegnando un peso, in una scala di 5 livelli (da molto importante a insignificante) a ciascun criterio elencato, come vedremo in seguito; in altri casi potremo rispondere semplicemente selezionando solo tre risposte preconfezionate, o se vogliamo redigendo i nostri suggerimenti fino a un massimo di 500 battute. Vediamo dunque dettagliatamente le domande più significative delle cinque sezioni in cui si divide il sondaggio.

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    La fase della produzione

    La CE sostiene che la progettazione di un materiale, o di un prodotto, è la prima fase da ripensare nell’attuale modello di sviluppo economico, in quanto da essa dipende la possibilità di facilitare le successive fasi: il riuso, la riparazione e il riciclaggio di materiali in altri mercati e con diverse destinazioni d’uso. In altri termini, si tratta di studiare come allungare la vita di un bene e dunque di ridurne gli impatti ambientali. In questo contesto, l’eco-design considera fondamentale il risparmio di energie e di risorse naturali -come i materiali e l’acqua potabile- durante il ciclo di vita del prodotto, perciò viene citato anche lo strumento di analisi del ciclo di vita (LCA). In questa sezione ci viene chiesto di indicare quali azioni, proposte dalla CE, influirebbero maggiormente nel conseguimento dell’ambizioso obiettivo generale che essa stessa si è prefissata. Ci vengono poste sei domande nelle quali vengono anche considerate problematiche legate alle fasi dell’approvvigionamento dei materiali (come le materie secondarie) e della progettazione del prodotto.

    La prima domanda a cui siamo chiamati a rispondere è: «How would you assess the importance of the following measures to promote circular economy principles in product design at EU level?». Ci viene chiesto di decidere quali misure, tra quelle elencate, influirebbero maggiormente sulla promozione dell’economia circolare. Ad esempio, stabilire delle regole vincolanti in materia di progettazione di un prodotto (ad esempio, i requisiti minimi in materia di durabilità, ai sensi della direttiva sulla progettazione ecocompatibile 2009/125/ CE). Inoltre, ci propone anche la revisione delle norme che regolano le garanzie legali e commerciali. Segnaliamo che, al margine di questa sezione, ci viene fornito un glossario per comprendere la differenza tra: Legal guarantees e Commercial guarantees. La prima riguarda la garanzia minima dei beni materiali (di due anni di durata, ai sensi della direttiva 99/44/ CE) in virtù della quale il venditore è responsabile nei confronti del consumatore per qualsiasi difetto, di difformità al contratto di vendita, a partire dalla data della consegna del bene o della sua messa in funzione. La seconda garanzia, su base volontaria, è fornita dai commercianti ai consumatori e rappresenta l’impegno del venditore a rimborsare il prezzo pagato, a sostituire, a riparare o a risolvere in qualche modo il problema, qualora il prodotto non si trovi nelle condizioni dichiarate nella garanzia o nella relativa pubblicità.

    La seconda domanda è: «In order to facilitate the transition to a more circular economy, how would you assess the importance of the following product features
    Con lo scopo di favorire la transizione a un’economia circolare, ci viene chiesto quali caratteristiche dovrebbero avere i prodotti per poter favorire l’economia circolare. Ad esempio, ci vengono proposti il servizio post vendita per l’allungamento della vita del prodotto (in uso fino all’introduzione dell’insostenibile concetto di obsolescenza programmata) e in fine, ma non meno importante, ci viene proposta la riduzione degli impatti ambientali durante il ciclo di vita, criterio tanto complesso quanto fondamentale.

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    La terza domanda è: «How would you assess the importance of the following additional considerations when applying circular economy principles to products at EU level?». Ci viene chiesto di indicare quali considerazioni potrebbero favorire, sempre a livello dell’UE, l’implementazione dell’economia circolare nei prodotti. Ad esempio, ci vengono proposti criteri di convenienza economica, di funzionalità del prodotto e di ragionare sugli impatti dell’import-export.

    La quarta domanda, consente di scegliere solo tre risposte dell’elenco, ed è: «From a circular economy perspective, in your view which product categories should be given priority in the next few years and why?»Nella prospettiva di un’economia circolare, ci viene chiesto di indicare qual’è la categoria di prodotto che dovrebbe essere prioritaria nei prossimi anni e di spiegare il perché.
    Ci viene proposto un elenco di quindici categorie di prodotti tra cui: elettrodomestici e attrezzature per l’ufficio, mobili, imballaggi, impianti di climatizzazione e prodotti per il settore delle costruzioni.

    La quinta domanda ci chiede di essere specifici in alcuni punti e di indicare quali azioni, tra quelle elencate, dovrebbero essere prioritarie a livello UE per promuovere soluzioni di economia circolare  nei processi produttivi. «Which of the actions listed below should be given priority at EU level to promote circular economy solutions in production processes?»  Nell’elenco ci viene proposto di considerare di favorire la cooperazione tra le diverse catene di valore del prodotto, di indicare le barriere, o lacune normative, a livello comunitario, lo scambio di buone prassi, la definizione di standard minimi per le BAT (Best Available Technologies), di assicurare l’attendibilità dei dati riguardanti i flussi di materiali (lungo l’intera catena del valore), o ancora di facilitare l’accesso ai finanziamenti per i progetti ad alto rischio.

    La sesta domanda è: «How effective do you think each of the actions at EU level listed below would be in promoting sustainable production and sourcing of raw materials?» Ci chiede di pesare ognuna delle azioni elencate ai fini di promuovere, a livello UE, si la produzione che l’approvvigionamento sostenibili delle materie prime. Ad esempio, ci viene proposto di considerare di rendere vincolanti i criteri di sostenibilità, o lo sviluppo e la promozione di sistemi volontari per le imprese.

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    La fase dell’utilizzo

    La CE considera il punto di vista dei consumatori una parte essenziale dell'economia circolare.
    Da un lato, essi devono saper scegliere i prodotti che acquistano e usano e, dall’altro lato, nelle loro scelte possono venire facilmente influenzati da una serie di fattori, tra cui il comportamento di altre persone, dal modo in cui essi ricevono informazioni, o consigli, dalla disponibilità di servizi di post vendita (per la riparazione e manutenzione) nonché dalla loro percezione del rapporto costi/benefici di un prodotto o servizio.

    La prima domanda di questa fase è: «How would you assess the importance of the following measures to promote circular economy principles in the consumption phase at EU level?»

    Ci viene chiesto di pesare l’importanza, a livello dell’UE, delle diverse misure proposte finalizzate alla promozione dei principi dell’economia circolare nella fase dell’utilizzo di un prodotto.
    Ad esempio, ci viene proposto di considerare la comunicazione delle informazioni sui prodotti attraverso le etichette, la pubblicità, il marketing, la protezione da informazioni false, quindi fuorvianti, o ancora l’introduzione di politiche fiscali verdi finalizzate alla minimizzazione della produzione di rifiuti, o all’incremento di consumi e di appalti pubblici sostenibili e al sostegno dell’eco-design.

    La seconda domanda consente solo tre risposte, scegliendo i prodotti, tra quelli elencati, obiettivo prioritario della promozione di un consumo più sostenibile e di indicare il perché:Which products should be a priority for EU action to promote more sustainable consumption patterns and why? In questo elenco vi sono almeno tre prodotti che riguardano la nostra professione: imballaggi, materiali da costruzione ed elettronica.

    La terza, ed ultima, domanda ci chiede di indicare dei suggerimenti riguardo alla fase dell’utilizzo di un prodotto: «Do you have any other comments about the consumption phase?»

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    Un possibile mercato delle materie seconde

    La CE ritiene che possa svilupparsi il mercato delle materie prime secondarie, non più dunque intese come rifiuti con oneri e responsabilità di smaltimento, bensì risorse che possono essere commercializzate e quindi utilizzate per essere riciclati nel settore manifatturiero. Tuttavia allo stato attuale, esse rappresentano ancora una piccola componente dei materiali utilizzati nel mercato dell’UE. Uno studio dimostra che la qualità e la fornitura di materie prime secondarie dipende ancora, purtroppo in gran parte, dalle pratiche di gestione dei rifiuti (spessissimo obsolete) e dal grado di separazione dei materiali alla fonte del flusso (di scarsa qualità). Inoltre, vi sono altri ostacoli allo sviluppo dei mercati delle materie secondarie che possono essere identificati e abbattuti. Alcuni di questi possono essere di carattere orizzontale, mentre altri interessano in modo rilevante solo determinati tipi di materiali.

    La prima domanda della sezione ci chiede di indicare quali sono i principali ostacoli nel mercato UE all’uso delle materie secondarie per ognuno dei seguenti nove criteri: 1-significativo per tutti i materiali, 2-bio-nutrienti, 3-aggregati per la costruzione, 4-materie prime essenziali, 5-vetro, 6-metalli, 7-carta, 8-plastica, 9-legno/ biomassa. «In your view, what are the main obstacles to the development of markets for secondary raw materials in the EU?» Ad esempio, ci vengono suggeriti: la scarsa disponibilità, qualità nonché affidabilità dei materiali riciclati, o ancora la scarsa domanda degli stessi, dovuta a pregiudizi, all’assenza d’informazione o di legislazione adeguata.

    La seconda domanda consente di dare 14 suggerimenti specifici, fino a 500 battute, ciascuno riguardo alle azioni più rilevanti che l’UE dovrebbe intraprendere per abbattere gli ostacoli, precedentemente identificati come significativi. Ad esempio, ci vengono proposti criteri di convenienza economica, come l’elevato differenziale di costo tra le materie prime e quelle secondarie, oppure la mancanza -in tutta l'UE- di norme di qualità per i materiali riciclati.

    La terza domanda consente solo tre risposte: «Which secondary raw materials markets should the EU target first to improve the way they work?»  Ci viene chiesto di segnalare i mercati delle materie secondarie dove  l'UE dovrebbe agire prioritariamente. Il 90% dei materiali elencati vengono utilizzati anche nel settore delle costruzioni. Sono esclusi i bio-nutrienti (azoto, fosforo e sostanze organiche derivate da fanghi di depurazione e i rifiuti di fattorie biologiche) poiché  riguardano il settore agrario essendo utilizzabili come fertilizzanti. Al margine di questa sezione viene spiegato il concetto delle materie prime rare (Critical raw materials) ovvero quelle materie d’importanza economica strategica per l'UE, poiché presentano un elevato rischio d’interruzione dell'approvvigionamento (tra i 54 elencati dalla UE i seguenti 20 sono i più critici: Antimonio, Berillio, Cromo, Cobalto, Borati, coke di carbone, Magnesite, Fluorite, Indio, Gallio Germanio, Grafite naturale di magnesio, Niobio, metalli del gruppo del Platino (PGMs), Fosfato, terre rare pesanti e leggere (REEs heavy and light), Silicio metallico, Tungsteno.           
    La quarta domanda consente di suggerire in 500 battute le azioni fondamentali per lo sviluppo del mercato delle materie secondarie: «Do you have any other comments about the development of markets for secondary raw materials?»

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    Le possibili misure di settore

    Alcuni settori possono richiedere un approccio su misura, per “chiudere l'anello” dell'economia circolare, e alcuni potrebbero diventare addirittura priorità strategiche per accelerare la transizione verso il modello di sviluppo sostenibile. In questa sezione possiamo contribuire evidenziando i settori d’intervento prioritario a livello comunitario, le misure o le azioni pertinenti. La domanda ammette solo tre risposte:«In your view, which sectors should be a priority for specific EU action on the circular economy and why?» Nell’elenco vi sono almeno tre settori che ci interessano come progettisti: costruzione/demolizione di edifici, mobili, prodotti elettronici ed elettrici.

    L’ultima domanda di questa sezione è: «For the sectors that you have selected, what measur(s) would be needed at EU level?» Ci viene richiesto di indicare quali misure dovrebbero essere intraprese a livello europeo per ciascuno dei settori elencati.

    I fattori chiave

    Alcuni fattori, in quanto facilitatori, sono essenziali per sostenere l'economia circolare, come lo sviluppo, la diffusione e l'adozione di soluzioni innovative, ad esempio l’investire in tecnologia e nelle infrastrutture, nonché sostenere le PMI, lo sviluppo di competenze e qualifiche adeguate.

    La prima domanda della sezione è: «How important are the following enabling factors in promoting the circular economy at EU level?». Sempre a livello dell’UE ci viene chiesto di pesare ciascuno dei fattori facilitatori elencati per promuovere l’economia circolare. Ad esempio, ci viene proposto il finanziamento europeo di progetti o l’adozione di tecnologie innovative rilevanti (tipo Horizon 2020) o altri incentivi pubblici, nonché misure specifiche per incoraggiare la diffusione dell'economia circolare tra le PMI e le P.A. come lo scambio di buone pratiche e la promozione dello sviluppo di competenze e qualifiche professionali rilevanti.

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    LE PROSPETTIVE

    Lo sviluppo economico futuro dell’UE dunque -secondo Timmermans- non potrà prescindere dal seguire i principi di eco sostenibilità menzionati. Il prossimo passo del gruppo internazionale di lavoro -secondo  Katainen- sarà presentare un piano attuativo integrale per l’incentivazione, sia dei consumatori che dei produttori, affinché adottino comportamenti virtuosi in termini di utilizzo delle risorse. In definitiva, la CE considera che intraprendere un’economia circolare, interessando l’intera catena del prodotto, può portare vantaggi in termini di competitività e d’innovazione, e conseguentemente indurre all’avvio di nuovi modelli imprenditoriali. Pertanto, la questione ambientale, economica e sociale saranno relazionate tra loro in modo sempre più evidente.
    Ora è il tuo turno, compila il questionario sul sito della Commissione Europea.


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    Riqualificare l’esistente in una cornice urbana che sembra non promettere più nulla è possibile. La testimonianza della Flower House Detroit dà speranza a chi vive ogni giorno a contatto con il degrado di edifici e spazi pubblici. Flower House Detroit è un intervento che ha visto rinascere da un vecchio edificio dismesso un originale negozio per la rivendita e l’esposizioni di fiori.

    UN NEGOZIO TUTTO RICICLATO PER FIORI E FRUTTA FRESCA A LONDRA

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    L’idea della riqualificazione e riconversione dell’immobile è un’idea della vincitrice all’asta dell’immobile, Lisa Waud. L’edificio – originariamente costituito da 15 vani in condizioni fatiscenti . L’immobile è costato a Lisa solo 500 dollari ma dalle immagini, a chiunque, appariva come un rudere da abbattere, ormai in condizioni disperate.

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    Eppure sarebbe diventato la casa dei fiori.“An abandoned Detroit house, overflowing with blooms for one weekend, will become a flower farm”. Questo il motto che racchiude la storia e il presente di questa “farm” a scala urbana.

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    "Quando vivi a Detroit (uno dei centri urbani più colpiti dalla crisi economica in America) è difficile non notare l'abbondanza di case abbandonate, così un giorno ho deciso che ne avrei salvata una -spiega Lisa-. La speranza è che questa riqualificazione possa essere di ispirazione per altre persone che sappiano comprendere il valore artistico e anche economico di queste strutture".

    L’esemplare autorecupero della Flower House, totalmente a cura della proprietaria, ha radicalmente trasformato il luogo che oggi vanta la presenza al suo interno di oltre centomila fiori in vendita che donano vita e colore non solo allo spazio in sé ma anche al quartiere stesso in cui sorge.


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    Con il termine Riqualificare si intende “rendere qualcosa qualitativamente migliore” ed è proprio questo che sta accadendo in una vasta area di Friburgo, in Germania, grazie ad un progetto avviato nel 2007. Nel giro di poco più di 10 anni infatti, l'area Ovest del quartiere Weingarten sarà completamente riqualificata dal punto di vista energetico grazie al piano “Weingarten 2020 che ha come obiettivo la riduzione dei consumi di energia e vuole porsi come modello per la futura riqualificazione della città.

    In copertina: foto © Johannes Vogt, Mannheim / Sto AG, Stühlingen

    FRIBURGO TRA I 6 MODELLI DI CITTÀ DEL FUTURO

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    Quello per il Weingarten di Friburgoè un progetto ambizioso che non si limita ad intervenire puntualmente sui singoli edifici ma coinvolge l’intero quartiere e soprattutto agisce sia sul patrimonio edilizio, elevando le prestazioni di involucro e impianti, che sulla rete di approvvigionamento di energia, migliorandone l’efficienza: un approccio integrato che va ben oltre i principi del 5° Programma di Ricerca Energetica del Governo tedesco a cui si ispira, ovvero trasformare i risultati di ricerca in progetti in grado di verificarne l’applicabilità, l’efficienza e la futura commerciabilità.

    Simbolo dell’operazione è il grattacielo di 16 pianisituato al numero 50 di Bugginger Strasse; l’edificio, completamente trasformato in modo da raggiungere gli standard di casa passiva, costituisce il progetto pilota del piano: primo ad essere realizzato, permetterà il miglioramento degli interventi successivi, soprattutto in termini di soluzioni tecnologiche e abbattimento dei costi.

    Quartiere Weingatren: la situazione di partenza

     caption: © Fraunhofer ISE

    Il progetto di riqualificazione interessa un’area quasi esclusivamente residenziale in cui la maggior parte degli edifici, quasi tutti di proprietà della società di costruzioni Freiburger Stadtbau GmbH, sono stati realizzati negli anni Sessanta grazie ad interventi di edilizia sovvenzionata. Un design semplice ma efficiente, concepito per soddisfare un’elevata domanda abitativa in tempi rapidi e a costi contenuti, caratterizza le due tipologie edilizie predominanti ovvero 4 torri di 16 piani ed edifici in linea di 4 e 8 piani aggregati ad U in modo da formare una corte aperta destinata a verde.

    Oltre alle case a schiera realizzate negli anni 2000 per far fronte ad una nuova richiesta di alloggi, nel quartiere sono presenti anche alcuni edifici pubblici come una scuola, un asilo, la chiesa protestante, la Facoltà di Scienze Applicate e alcuni negozi di vendita al dettaglio.

    Il fabbisogno di riscaldamento, ad eccezione di alcune abitazioni con impianti autonomi, è soddisfatto tramite una rete di teleriscaldamento (4 linee che coprono, oltre alla parte occidentale, anche altri due quartieri limitrofi) alimentata da due impianti di cogenerazione, ognuno con una potenza termica di 7,27 MW, e tre caldaie da 10,11 MW di potenza ciascuna.

    Obiettivi e tempistiche della riqualificazione  

     caption: foto da www.freiburg.de

    La pianificazione è iniziata nel 2007 per i grattacieli di 16 piani e nel 2009 per gli altri blocchi in linea mentre i lavori di riqualificazione, partiti nel 2010 con il progetto pilota, si protrarranno fino al 2018. Il successivo monitoraggio dei risultati consentirà di verificare l’efficacia delle misure adottate: l’obiettivo è portare l’attuale consumo di Energia da 21,6 GWh a 14,5 GWH con una riduzione del 32%.

    I principali interventi sul patrimonio edilizio consistono in:

    • Riqualificazione secondo standard passivi dell’intero patrimonio immobiliare della Freiburger Stadtbau, con un fabbisogno per riscaldamento e acqua calda sanitaria di 40 kWh/mq per edifici selezionati e di 60 kWh/mq per tutti gli altri;
    • Riqualificazione della scuola Adolf Reichwein per un consumo stimato di 60 kWh/mq;
    • Ristrutturazione della chiesa protestante.

    Un progetto parallelo è stato inoltre intrapreso dalla Freiburger Stadtbau per informare i cittadini sui benefici di una casa passiva e per illustrare loro, tramite visite a domicilio, le norme comportamentali finalizzate al risparmio di energia.

    Il Prototipo di Bugginger Strasse 50

     caption: foto da www.freiburg-future-lab.eu

    Grazie al progetto pilota dell’edificio di 16 piani lungo Bugginger Strasse si è potuto realizzare il primo grattacielo passivo di Friburgo che, con i suoi 45 metri di altezza, è ritenuto l’emblema del piano “Weingarten 2020”.

    Una ristrutturazione totale ha interessato non solo l’involucro e gli impianti ma anche la distribuzione planimetrica dei singoli appartamenti, in un’operazione in cui solo lo scheletro dell’edificio è rimasto intatto. Il piano terra, dove si trovano la portineria e una sala comune per le riunioni di condominio, svolge il ruolo di catalizzatore delle relazioni sociali insieme all’adiacente centro di quartiere e ad alcuni negozi.

    caption: foto da www.heinze.de

    Le logge, che scandivano la facciata dagli anni 60, sono state inglobate all’interno dell’edificio con conseguenti vantaggi sia dal punto di vista termico, grazie all’eliminazione dei ponti termici, sia dal punto di vista economico. Con il nuovo layout infatti, la superficie abitabile è passata da 7200 mq a 8200 mq; ogni piano ospita 9 appartamenti rispetto ai 6 della configurazione iniziale per un totale di 139 alloggi. Tale scelta progettuale ha però generato anche diverse problematiche, in particolar modo di illuminazione: ogni unità abitativa infatti, affaccia solo su un fronte ed è profonda 9 m; inoltre i balconi, inseriti con la ristrutturazione, creano ulteriore ombreggiamento. Tramite un software apposito numerose simulazioni per ogni tipologia di camera (la tipologia varia in base a dimensioni e asse di orientamento) hanno permesso il dimensionamento delle superfici trasparenti di ciascun ambiente nella condizione più sfavorevole. Per soddisfare i valori minimi del fattore medio di luce diurnaè stato necessario inserire ampie vetrate mentre l’aggiunta di schermature solari è risultata indispensabile al fine di garantire un adeguato comfort nel periodo estivo.

    Risultati estremamente performanti dal punto di vista dell’isolamento termico sono stati ottenuti grazie agli interventi sull’involucro. Un sistema composito di 20 cm in facciata ha consentito il raggiungimento di valori di trasmittanza (U) compresi tra 0,17 e 0,20 W/mqK mentre nei punti in cui la mancanza di spazio non rendeva possibile l’inserimento di materiali isolanti di adeguato spessore è stato utilizzato l’aerogel, una schiuma poco ingombrante e con conducibilità termica molto bassa. Lana minerale è stata applicata sia all’intradosso dei locali non riscaldati delle cantine (U= 0,25/0,30 W/mqK) che in copertura (U=0,21 W/mqK ) mentre per le superfici trasparenti, sono stati utilizzati infissi con triplo vetro, intercapedine con argon e telaio con distanziatori in acciaio e guarnizioni isolanti (Uw = 0,6 W/mqK).

    Interessanti soluzioni sono state adottate per eliminare o ridurre al minimo i ponti termici. In particolar modo per l’inserimento dei nuovi balconi è stato utilizzato un giunto isolante e autoportante che separa termicamente gli elementi costruttivi a sbalzo impedendo fenomeni di condensa e muffa. 

    Un impianto fotovoltaico di 26 KW di picco posto sulla copertura piana dell’edificio copre il 10% dei consumi di energia elettrica mentre l’ipotesi di utilizzare moduli fotovoltaici in facciata, valutata in fase progettuale, è stata scartata dato lo scarso rendimento causato dall’ombra degli aggetti e perché economicamente troppo onerosa.

    caption:© Markus Löffelhardt

    L’inserimento dell'impianto di ventilazione ha richiesto notevoli sforzi, soprattutto dal punto di vista tecnico. Necessario per l’areazione dei bagni ciechi e per il comfort termo-igrometrico degli ambienti, è stato realizzato con una soluzione in genere adottata per gli edifici destinati ad uffici, ovvero un sistema di ventilazione meccanica con recupero di calore. Con esso l’aria viziata è estratta dai locali di servizio (bagni e cucine) mentre l’aria pulita, prelevata dall’esterno e precedentemente filtrata, è immessa nei così detti “locali nobili” ovvero zona giorno e camere da letto. Nel periodo invernale uno scambiatore di calore ad alta efficienza a flusso incrociato recupera l’energia termica dell’aria estratta dall’appartamento e assicura il preriscaldamento dell’aria di rinnovo. Sebbene per le condotte di aspirazione ed immissione dell’aria siano stati utilizzati cavedi preesistenti, i costi totali dell’intervento sono stati piuttosto alti tanto che per la riqualificazione degli altri edifici era in fase di studio un sistema di ventilazione diverso, da installare direttamente in facciata.

    L’ottimizzazione dell’impianto di teleriscaldamento, grazie all’inserimento di un sistema di accumulo che consente un’alimentazione più uniforme e minor costi di gestione, sommato agli altri interventi effettuati hanno portato ad un abbattimento dei consumi di riscaldamento dell’80%, passando da 86 KWh/mq a 15 KWh/mq.

    I costi di ristrutturazione sono stati 13,4 milioni di euro ovvero 1680 euro a metro quadrato; la durata dei lavori è stata di circa 18 mesi, periodo in cui alloggi sostitutivi sono stati messi a disposizione degli inquilini dalla società di costruzioni.


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    Vivere sull’acquaè sempre stato un desiderio insito nella natura umana, nei secoli molti popoli indigeni hanno adottato soluzioni abitative galleggianti per proteggersi dalle fiere o dalle piogge incessanti e rimanere a contatto con la natura incontaminata, vicino alle fonti di sostentamento. Come dimostrano questi 5 progetti, l'architettura contemporanea ha saputo rispondere in modo molto particolare a questo ritrovato bisogno di abitare sull'acqua.

    Scuola galleggianti in  Nigeria: Le Makoko Floating School

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    Al giorno d’oggi si sta sempre più pensando a differenti modi d’abitare, indipendenti dalla terraferma e legati alla sostenibilità ambientale, per la risoluzione di un problema reale come l’aumento della popolazione mondiale e la diminuzione di cibo.

    Cinque progetti di architettura sostenibile sull’acqua, dal più piccolo al più grande, da una casa a una città, dimostrano come una tale soluzione si possa adattare a ogni scala, forma, esigenza.

    LA CASA SULL'ACQUA

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    La casa Waternest di Giancarlo Zema Design Group è una dimora galleggiante con un diametro di dodici metri e un’altezza di quattro; cento metri quadrati per ospitare comodamente quattro persone e produrre energia pulita sufficiente per coprire i consumi, grazie ai pannelli fotovoltaici presenti sulla copertura. La struttura portante è in alluminio e legno lamellare riciclati, gli arredi interni sono ecologici e l’impianto di micro-ventilazione è del tipo a basso consumo. Grazie all’uso di materiali sostenibili, l’abitazione è riciclabile fino al 98%.

    LA FATTORIA SEMI SOMMERSA

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    Bloom è uno dei più interessanti progetti di fattoria che ondeggia sull'acqua, presentato dagli architetti parigini Sitbon Architectes. Si tratta di una sfera semisommersa ancorata al fondale, del diametro di quarantacinque metri, in grado di produrre fitoplancton, cioè microorganismi che assorbono CO2 e, attraverso la fotosintesi, restituire ossigeno. Può, inoltre, monitorare il livello dei mari in caso di tsunami e avere tutte le attrezzature necessarie per desalinizzare l’acqua marina, producendo acqua dolce per il consumo domestico.

    IL PARCO SUL FIUME

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    Nel Parco di Rotterdam, in Olanda, la Recycled Island Foundation ha pensato di avviare un progetto per la ripulitura dai rifiuti del fiume Nieuwe Maas, con un macchinario che trasforma la plastica recuperata dalle acque in piattaforme esagonali galleggianti, dove far crescere piante e fiori. Il lato sommerso dell’isolotto serve da appiglio per alghe, piante acquatiche e molluschi; in questo modo si realizzano piccole oasi di verde sfruttando il materiale plastico, impedendogli di raggiungere il Mare del Nord, inquinandolo.

    IL QUARTIERE GALLEGGIANTE

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    Per uno dei porti più antichi di Amsterdam, Houthaven, è stato progettato un eco-quartiere galleggiante carbon neutral, composto da abitazioni, negozi, scuole, spazi per l’assistenza sanitaria e per il tempo libero. Una serie di penisole che, dalla terraferma, si estendono verso il mare, ospitano gli edifici autosufficienti dal punto di vista energetico, perché dotati di impianti solari, fotovoltaici e minieolici.

    LA CITTÀ COME UNA NAVE

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    Inizia nel lontano 1995 il progetto americano della Freedom Ship, una mastodontica nave alta venticinque piani e lunga un miglio, una vera città galleggiante in grado di ospitare cinquantamila residenti. Negozi, abitazioni, scuole, ristoranti, giardini, un aeroporto, la mega struttura può sfruttare il moto ondoso, l’energia del sole e del vento per essere autosufficiente. Per gli elevatissimi costi di costruzione e la crisi economica alle porte, il progetto fu abbandonato all’inizio degli anni 2000.


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    Trasporto efficiente studiato ad hoc con costi limitati e criteri eco-sostenibili che colleghi piccole località sarde. È la sfida iniziata dal team di Cassitta Engineering che porterà la mobilità sostenibile in territori a forte vocazione turistica e di grande pregio storico e naturale. Il progetto pilota è un percorso di circa 4 km sul promontorio a nord della Sardegna: partirà da Santa Teresa Gallura per raggiungere Capo Testa, in provincia di Olbia-Tempio. I progettisti dopo aver studiato il territorio e i collegamenti viari presenti, hanno individuato il percorso e il mezzo di trasporto più idonei al contesto territoriale. Così nel 2017 residenti e turisti potranno utilizzare il minibus elettrico con ricaricaa bordo. Il progetto pilota, estendibile ad altre realtà simili, è una soluzione non solo tecnologicamente innovativa e rispettosa dell’ambiente, ma anche competitiva per il sistema territoriale visto nel suo complesso.

    MOBILITÀ SOSTENIBILE: LA STORIA DELL'AUTO ELETTRICA

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    Capo Testa è una piccola penisola situata nell’estremo lembo settentrionale della Sardegna e connessa a S. Teresa di Gallura grazie ad una strada provinciale di 3,8 km. Terra di cave da cui si estraeva roccia granitica, nacque come insediamento punico e poi romano, divenendo in seguito rifugio per briganti e corsari. Ancora oggi conserva il fascino dei paesaggi incontaminati e di miti tramandati dove nuraghi, ruderi bellici e spiagge finissime sono le maggiori attrattive turistiche. Il percorso servito dai minibus partirà dal centro urbano di S. Teresa Gallura per raggiungere l’abitato di Capo Testa, il borgo costiero di S. Reparata e le varie strutture ricettive, i nuclei "Funtanaccia" e Baja del Corsaro.

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    Mobilità sostenibile

    Il percorso dei minibus elettrici in Sardegna si snoda in un ambiente altamente vulnerabile, con un elevato indice di tortuosità, carreggiata inferiore a 5 m, innesti non protetti e alti volumi di traffico. La soluzione proposta è un minibus della capacità di 40 posti, in accordo con le dimensioni dell’attuale carreggiata e dei flussi calcolati, ma soprattutto evitando interventi di allargamento e mantenendo la configurazione paesaggistica attuale. Il mezzo di trasporto avrà una lunghezza di 8,7 m e larghezza di 1,9 m.

    Durante la fase sperimentale è stato definito un modello matematico del sistema di trasporto; in seguito, nella fase applicativa è stato simulato lo scenario d’intervento con la distribuzione dei flussi di traffico. La domanda di trasporto è stata definita dagli abitanti di Capo Testa (lavoratori, residenti, frequentatori del litorale e visitatori del faro) e dalla potenzialità ricettiva del litorale. L’offerta è definita seguendo i principi della pianificazione sostenibile senza alterare minimamente la configurazione ambientale esistente.

    Secondo i Piani Urbanistici Mobilità (PUM) del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, i nuovi interventi dovranno soddisfare dei requisiti minimi tra cui: i fabbisogni di mobilità della popolazione, l’abbattimento dei livelli d’inquinamento atmosferico, la riduzione dei consumi energetici e dell’uso individuale dell’automobile privata. Il team, diretto dal Project Manager Domenico Cassitta, ha escluso per motivi infrastrutturali e costi eccessivi altre soluzioni sostenibili quali linee su rotaie, filobus, autobus a motori endotermici; ha optato per il minibus elettrico che accumula l’energia a bordo con supercondensatori o supercapacitori. A differenza delle batterie elettrochimiche, i supercondensatori hanno cinque volte meno capacità delle batterie ma a parità di massa possono erogare e ricevere potenza di quasi due ordini di grandezza superiori. Inoltre i tempi di ricarica sono molto più brevi (pochi secondi) e la loro vita utile è di almeno un milione di cicli; sono previsti costi di manutenzione non elevati.

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    Vantaggi del minibus elettrico

    In sintesi i vantaggi di questa scelta progettuale sono:

    • Con una ricarica automatica di energia elettrica in 5-10 secondi il bus potrà percorrere 2-3 km. La ricarica può avvenire ad ogni fermata sfruttando il tempo di risalita e discesa degli utenti ed avviene attraverso una connessione automatica tra una "presa" sotto il veicolo e un "tappeto conduttivo" posizionato sulla strada.
    • È possibile utilizzare una pensilina del bus fotovoltaica per le singole fermate, in cui vi sono colonnine di ricarica per le batterie delle biciclette con pedalata assistita.
    • Una totale sostenibilità del sistema di trasporto collettivo, ovviamente attrezzato anche per passeggeri disabili.

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    La versatilità e funzionalità del sistema studiato ne consente l’estensione all’intero territorio comunale sia per il periodo estivo che per quello scolastico. Del resto non è l'unico esempio di mobilità sostenibile in Italia: da tempo anche altri comuni (Torino, Faenza, Cagliari…) hanno adottato autobus e minibus elettrici per rendere la mobilità sempre più sostenibile, collettiva e competitiva


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    Parte dell’antica via Appia ritornerà ad essere non solo pedonale ma addirittura ciclabile: il progetto del Grab, il Grande Raccordo Anulare delle Bici, inserito dal Comune di Roma tra le opere del Giubileo prevede una ciclovia urbana nella città eterna.

    Un progetto di ciclabile di oltre 44 km nato da un’iniziativa partecipata per la realizzazione dell’anello ciclopedonale urbano più lungo al mondo che si sviluppa all’interno della città di Roma sul modello del Grande Raccordo Anulare, con un andamento pianeggiante, e che si snoda lungo vie pedonali e ciclabili, parchi, aree verde e argini fluviali (31,9 km, il 72,2 % del tracciato).

    L'ITALIA IN CICICLETTA: LA PISTA CICLABILE VENTO

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    Soddisfatta Legambiente per il successo del progetto di questa ciclovia che segna un percorso totalmente libero dalle auto che va dal Colosseo all’Appia Antica. Secondo Alberto Fiorillo, coordinatore di VeloLove e responsabile Aree Urbane di Legambiente.  “Nessun'altra metropoli al mondo ha una ciclovia urbana che da una strada di 2300 anni fa-l’Appia Antica- arriva alle architetture contemporanee del MAXXI di Zaha Hadid e alla street art del Quadraro e di Torpignattara unendo tra loro Colosseo, Circo Massimo, San Pietro e Castel Sant'Angelo, Villa Borghese e i percorsi fluviali di Tevere, Aniene e Almone”.

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    IL PERCORSO DI GRAB

    Tre itinerari (GraBike) saranno a disposizione dei cittadini:

    a) GraBike Storica (small) da Piazza del Popolo passando per Castel Sant’Angelo e San Pietro (livello di difficoltà facile);

    b) GraBike Archeologica (medium) attraverso tra il Parco regionale dell’Appia Antica, il Parco della Caffarella e il Parco degli Acquedotti (con pagamento di un piccolo contributo);

    c) GraBike Naturalistica (large) da Piazza del Popolo fino a percorrere tutti i 44,2 chilometri dell’intero percorso.

    I tre itinerari sperimenteranno e faranno sperimentare alla gente la sensazione di viaggiare sul Grande Raccordo Anulare delle bici.

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    LA NASCITA DEL PROGETTO DEL GRANDE RACCORDO ANULARE PER BICICLETTE

    L’associazione VeloLove ha coinvolto cittadini e associazioni, prime fra tutte Legambiente, Rete Mobilità Nuova, Touring Club Italiano e Parco Regionale dell’Appia Antica. Un sodalizio perfetto tra ciclovia turistica e infrastruttura urbana per ciclisti di raccordo tra periferie e centro. Grazie all’approccio della progettazione partecipata saranno le singole persone e le comunità a suggerire interventi per migliorare l’opera e modificare positivamente le aree interessate: i decisori pubblici (Enti e quant’altro) dovranno solo tradurre in progetto esecutivo le aspettative dei cittadini.

    “Penso che il GRAB possa essere una straordinaria occasione per la città di Roma, un progetto unico al mondo capace di coniugare turismo, cultura, mobilità sostenibile e sport. Si tratta, peraltro, di un percorso in gran parte già esistente, che si estende all’interno della Capitale tra le bellezze paesaggistiche e culturali di Roma”, ha dichiarato Silvia Velo, attuale sottosegretario al Ministero dell’Ambiente. 

    "Il primo effetto della sua realizzazione -sottolinea Legambiente- sarà quello di far finalmente spuntare la straordinaria spina verde che già negli anni Settanta era al centro delle battaglie di Antonio Cederna, Leonardo Benevolo, Giulio Carlo Argan: la trasformazione, per dirla con le parole di Cederna, di tutta la zona monumentale che va dall'Appia Antica e, attraverso la via di S. Gregorio, Colosseo, Foro Romano e Fori Imperiali, arriva praticamente alle soglie di Piazza Venezia".

    LO STATO DEI LAVORI DEL GRAB

    Il progetto GRAB ha un tracciato che per il 72% passa lungo vie pedonali e ciclabili, parchi, aree verdi e argini fluviali e per la restante parte su marciapiedi (3,6 km pari all’8,1%) che possono facilmente accogliere una ciclabile o strade secondarie e a bassissima intensità di traffico (6,8 km il 15,4%).

    Complessivamente l’80,3% , allo stato attuale, è già pronto e pedalabile in sicurezza. 

    L’avvio dei lavori è previsto per l’estate del 2015 e il termine per l’8 Dicembre dello stesso anno. 

    Al momento inoltre tutte le opere legate al pacchetto Giubileo appena approvate dovranno essere finanziate attraverso un provvedimento straordinario che dipende proprio dal governo.

    Per maggiori informazioni si può consultare il sito VeloLove.  


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    Durante la prima metà del ‘900 l’intera rete di distribuzione del gas in tutte le città del mondo trasportava un combustibile costituito da gas di cokeria il cui contenuto in Idrogeno superava in alcuni casi il 50% e la rimanente parte era costituita prevalentemente da ossido di carbonio e anidride carbonica, sostituito lentamente negli anni da gas metano.

    Un primo ed importante passo, ha portato all’utilizzo di combustibili più puliti e quindi al passaggio da carbone e nafte pesanti, a metano. L’Idrogeno però permette di passare da una ridotta emissione di CO2, a un’emissione pari a zero.

    IDROGENO: VANTAGGI E SPERIMENTAZIONI

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    La grande opportunità che ha oggi l’Idrogeno è legata a due fattori determinanti: il timore che le riserve di combustibili fossili si possano esaurire nel medio periodo, e la necessità di intervenire sulle emissioni di gas serra. I grandi temi di oggi dibattuti riguardo le emissioni inquinanti e il clima alterato, stanno mutando la cultura generale dello spreco e dell’inquinamento.

    L’Europa si è posta l’obiettivo di ridurre entro il 2020 il 20% delle emissioni di gas serra, aumentare l’efficienza energetica del 20%, e raggiungere la quota del 20% di fonti rinnovabili per la produzione di energia. Non c’è motivazione migliore per cercare di dare una svolta al sistema energetico.

    L’Idrogeno può essere utilizzato per: 

    • lo stoccaggio di energia;
    • il trasporto di energia;
    • come vettore energetico non inquinante per la mobilità;
    • la capacità di riconvertirsi con l’Ossigeno rilasciando energia elettrica e termica con rendimenti ben superiori a quelli della produzione elettrica convenzionale.

    Le realizzazioni con l’Idrogeno non saranno mai appannaggio di un solo attore sul mercato; per far funzionare impianti ad Idrogeno, sono necessarie altre tecnologie che hanno il compito di interagire tra loro.

    L’Idrogeno è un gas inodore e incolore (non percepibile dai sensi umani), è classificato come “estremamente infiammabile” dalla normativa sulle sostanze e i preparati pericolosi, con una densità quattordici volte inferiore a quella dell’aria. Per le sue caratteristiche, è il gas con il più alto rapporto energia/peso. Un Kg di Idrogeno contiene lo stesso quantitativo energetico di 2,1 kg di gas naturale, e 2,8 kg di benzina. Il vantaggio dell’Idrogeno è che si diffonde nell’aria a una velocità superiore a quella degli altri gas (perché è il più leggero) ma questa caratteristica è svantaggiosa se si considerano ambienti poco ventilati. L’Idrogeno non è presente in natura allo stato libero, ma la sua disponibilità è pressoché illimitata: ovunque vi sia acqua, c’è anche Idrogeno; la molecola dell’acqua è il composto più diffuso sulla terra. Al contrario dei combustibili fossili, l’Idrogeno è un vettore energetico privo di carbonio; grazie a questa sua caratteristica, durante la combustione, le sue emissioni sono prive di CO2, gas responsabile dell’effetto serra.

    Le fonti che possono essere utilizzate per la produzione dell’Idrogeno, sono le più svariate, ma solo alcune, permettono di ottenerlo evitando ogni emissione dannosa (NOX o CO2). Per fonti non rinnovabili, come petrolio o carbone, la produzione di CO2 è sempre presente e va a sommarsi all’anidride carbonica esistente. Anche le biomasse a seguito della combustione, danno luogo a piccole emissioni, in particolare ossidi di zolfo e azoto, e, a seconda della biomassa, anche polveri sottili.

    L’utilizzo dell’Idrogeno come carburante per automezzi o come fonte di energie con celle a combustibile o combustori catalitici, è certamente una soluzione valida per sconfiggere l’inquinamento in ambito urbano ma non bisogna dimenticare che per produrre Idrogeno occorre spendere energia elettrica o ricorrere a un combustibile fossile, producendo così inevitabilmente anidride carbonica. L’unico modo per produrre idrogeno evitando le emissioni di CO2, è quello di ricorrere alle fonti rinnovabili che consentono la produzione di energia elettrica, e da questa l’Idrogeno per via elettrolitica. Vi sono ancora alcuni problemi tecnologici da superare per rendere il tutto economicamente conveniente su larga scala. Ultimamente, si stanno spendendo molte energie per studiare una produzione di Idrogeno basata sia sull’utilizzo di fonti rinnovabili, sia sull’utilizzo di combustibili fossili, cercando in quest’ultimo caso di contenere le emissioni di CO2 mediante il confinamento del biossido di carbonio.

    Oggigiorno la produzione di questo gas per via elettrolitica, è un metodo molto più costoso di quello derivante dal reforming di fonti fossili ma rimane la sola tecnologia realmente ad emissioni zero e quindi meritevole di molta attenzione e di nuovi sforzi per lo sviluppo di tecnologie basate su questo elemento. Questa modalità di produzione dell’Idrogeno, comporta la scissione dell’acqua in due elementi fondamentali, Idrogeno ed Ossigeno. Non si esclude che l’Ossigeno possa essere utilizzato per altri scopi, ad esempio per quelli ospedalieri. Il consumo di acqua e di corrente per produrre 1 mc di Idrogeno, è circa 5 kWh e 0,8 litri acqua. Contemporaneamente si forma anche un volume di 0,5 mc di Ossigeno. La reazione non può avvenire senza l'aggiunta di un elettrolita nella soluzione e la somministrazione di energia dall'esterno con l'applicazione di un potenziale elettrico agli elettrodi. 

    Idrogeno per la produzione di elettricitià: Fuel Cells

    caption: fonte www.ttspa.it

    La cella a combustibileè un dispositivo elettrochimico che, come una normale batteria, trasforma energia chimica in energia elettrica, producendo corrente continua. Questa può essere direttamente utilizzata per alimentare un carico elettrico (ad esempio un motore elettrico o un sistema di illuminazione). La differenza principale rispetto ad un normale accumulatore sta nel consumo degli elettrodi, che in questo caso costituiscono solo il supporto sul quale avvengono le reazioni chimiche (riferimento alle Fuel Cell cosiddette PEM “Proton Exchange Membrane”) che sono eterni. Gli elettrodi, un anodo e un catodo, sono separati da un elettrolita, che invece di essere liquido, è una sottilissima membrana polimerica. Questa consente il passaggio solo dei protoni H+ dall'anodo al catodo.

    All'anodo viene fornito Idrogeno gassoso puro e, per mezzo di un catalizzatore (platino), viene separato in protoni ed elettroni. A questo punto, mentre i protoni migrano verso il catodo attraverso la membrana polimerica, gli elettroni, non potendo attraversare la membrana, arrivano al catodo passando attraverso un circuito esterno, generando una corrente elettrica.

    Al catodo, arriva contemporaneamente anche Ossigeno, che qui si ricombina (sempre con l'aiuto di un catalizzatore, il platino), con i protoni provenienti dalla membrana e con gli elettroni provenienti dal circuito esterno formando acqua. Considerando che una singola cella fornisce ai morsetti una tensione di circa 0,6 V, è necessario collegare più celle in serie, per ottenere la tensione desiderata. Naturalmente ad ogni cella andrà fornito Idrogeno all'anodo e Ossigeno, o aria, al catodo.

    Una struttura di celle in serie, è definita “Stack". Oggi esistono degli Stack di celle PEM collegate in serie, costituiti anche da 200 celle. Le singole membrane vengono affiancate una all’altra per produrre più corrente. Durante il funzionamento di una cella a combustibile la sua efficienza non sarà mai, ovviamente, il 100%. L’efficienza media di una FC si aggira sul 50%. Ciò significa che accanto ad una potenza elettrica X ci sarà anche una quantità di calore Y.

    È dimostrabile che se tutta l’entalpia di reazione di una FC ad Idrogeno fosse convertita in energia elettrica allora la tensione ai morsetti sarebbe di 1,48 V (se l’acqua prodotta fosse in forma liquida) o 1,25 V (in caso di produzione di vapore acqueo). La differenza tra i valori reali di tensione e quelli ipotizzati rappresenta la quantità di energia trasformata in calore. 

    L'idrogeno per il riscaldamento delle abitazioni: il combustore catalitico

    caption: Schema di funzionamento del combustore catalitico di Giacomini per l’ossidazione controllata dell’idrogeno, con recupero finale di calore

    La caldaia a Idrogeno serve per la produzione di energia termica in modo totalmente indipendente dai combustibili fossili e senza produrre emissioni inquinanti.

    Il calore viene prodotto dalla combinazione spontanea di idrogeno e ossigeno, ma questi non sono in grado di combinarsi a temperatura ambiente, la reazione chimica ha bisogno di un apporto energetico che si ottiene portando la miscela a circa 180°C. L’evoluzione tecnologica, ha generato combustori che oggi, tramite appositi catalizzatori, sono in grado far avvenire tale reazione anche a temperatura ambiente.

    Nel combustore, la reazione catalitica (quindi priva di fiamma) combina Ossigeno e Idrogeno producendo esclusivamente calore e acqua sotto forma di vapore. Il calore prodotto viene prelevato da uno scambiatore integrato nel combustore, e inviato ai circuiti dell’impianto di riscaldamento.

    Le regolazioni del combustore eseguite in fabbrica sono protette e possono essere visualizzate e modificate solo da personale autorizzato. Il generatore è dotato inoltre della possibilità di essere comandato dal resto dell’impianto di riscaldamento come una normale caldaia.

    È possibile costruire combustori con massimo 6 canali (35 kW).

    Impianti con potenze da 5.8 a 17 kW sono ideali per scaldare con efficacia le moderne abitazioni costruite all’insegna del risparmio energetico (classe energetica superiore e riscaldamento a bassa temperatura). La potenza di riscaldamento può essere incrementata con il solare termico.


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    Materiali cartacei di scarto, sensibilità per il riutilizzo di oggetti di uso ordinario ed un paio di forbici: con questi strumenti Yūken Teruya trasforma rifiuti di carta della vita quotidiana in suggestive opere d’arte.

    ARTE VEGANA: FRUTTA E VERDURA SU TELA

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    In copertina: "Notice-Forest", Yūken Teruya

    LA MODALITÀ DI REALIZZAZIONE DELLE OPERE

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    Il concetto-guida di tale catarsi: ritagliare la carta (sacchetti della spesa, vecchi giornali e rotoli di carta igienica) in modo da ricavare una forma, realizzando le sole bucature necessarie a farne emergere la figura; il soggetto: un elemento vegetale, quasi sempre un albero; il risultato: la creazione, con minuzia artigianale, di incantevoli architetture di carta che rivelano al di là della raffinatezza formale profondi significati legati a riflessioni concernenti globalizzazione, ambiente e green economy.

    GLI ALBERI INTAGLIATI NEI SACCHETTI

    caption: “Notice-Forest”, 1999-2015

    L’eco-artista giapponese ricava sculture arboree all’interno di una serie di buste usa e getta riconducibili al mondo della grande distribuzione o delle griffe di moda. Il bonsai viene ritagliato nella sua interezza da un lato della shopping bag, da cui non viene rimosso; la figura viene poi ripiegata all’interno del sacchetto e infine è raccolta sul lato opposto facendo aderire con un filo di colla base del tronco e busta. Ne deriva un inatteso sistema di piccole foreste incantate, eterei paradisi mozzafiato in cui si miscelano perfezione, drammaticità e leggerezza.

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    Il frastagliato sistema di bucature che risulta sul lato superiore della busta da questa complessa operazione di sottrazione contribuisce al valore estetico complessivo dell’opera, perché lasciando filtrare la luce simula l’effetto di sottili raggi di sole penetranti attraverso il cielo nuvoloso, a dimostrazione della pari importanza dei pieni e dei vuoti nella costruzione dell’immagine finale.

    Essendo inoltre ricavato da un prodotto seriale senza che avvenga un distacco completo dal supporto cartaceo di cui è appendice, l’albero implica la necessità di un confronto fra i mondi artificiale-naturale.

    L’infinita varietà morfologica dell’albero è in aperta opposizione a omologazione delle grandi marche internazionali, globalizzazione e serialità del mondo della produzione; ogni elemento della poetica di Teruya è infatti un oggetto unico, modellato come copia di un soggetto del mondo organico realmente esistente che egli ha visto durante la sua vita.

    Tale contrasto è evidente anche nell’opera del 2010 “Green Economy”, in cui l’artista ritaglia mazzette di banconote a forma di albero, in polemica con perdita di valori, consumismo e depauperamento delle risorse.

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    L’apparente fragilità dell’organismo vivente all’interno della busta cela la reale forza vitale dello stesso che sorregge con i propri rami l’involucro da cui trae origine fungendogli da sostegno come un axis mundi, l’albero cosmico che veniva ritenuto pilastro del cielo grazie alla sua fronda.

    Attribuire all’albero in queste collezioni il significato di forza, riferimento e differenziazione allinea quindi l’orientamento di Teruya a innumerevoli interpretazioni cui questa immagine archetipica universale si è prestata nel tempo, dai biblici alberi della Conoscenza e della Vita, passando per le opere di Leonardo, Dürer e Mondrian, fino ad arrivare ai giorni d’oggi con il simbolo del Padiglione Italia di Expo Milano 2015.

    I RITAGLI NEI QUOTIDIANI 

    caption: “Minding my own business”, del 2011 e del triennio 2013-2015

    Le due serie raccolte sotto il titolo "Minding my own business" sono risposte eco-poetiche dell’autore rispettivamente agli articoli su danni a persone, a città e all’impianto nucleare di Fukushima causati dallo tsunami che colpì il Giappone l’11 marzo 2011 di cui egli è stato testimone e a quelli del New York Times su argomenti dalla droga alla guerra.

    Nelle due collezioni Teruya ritaglia le prime pagine di giornali in modo da simulare la crescita di germogli direttamente dal supporto cartaceo come messaggio concreto di un nuovo avvio positivo in relazione al verificarsi degli eventi negativi trattati dalle testate giornalistiche.

    Per vari aspetti l’opera di Teruya converge con le visioni del corpus culturale giapponese: infatti l’alberoè simbolo di spiritualità, sede di una propria anima e di divinità dei boschi -kami- e come tale va rispettato e salvaguardato (si pensi per es. alla figura protettiva dell’albero-madre dei kodama dei film di Miyazaki); bellezza, la cui fragilità è oggetto di riflessione durante l'hanami, il festival che vede protagonisti i ciliegi giapponesi -sakura- in fiore; speranza, fertilità e vita, il cui ciclico processo di trasformazione da germoglio ad albero trova un parallelo nella ciclica successione di riedificazioni del tempio shintoista.

    Il ritaglio inoltre viene effettuato ponendo attenzione anche ad intessere un dialogo fra l’immagine iniziale ed il risultato finale da essa ricavato. Esemplare sotto questo aspetto la serie dei quotidiani americani.

    28 dicembre 2011: boom di stupri in Somalia; un’immagine ritrae una vittima di violenza che si nasconde il viso. Yūken Teruya ne oscura l’identità ritagliando fiori dalla superficie della foto. Il varco in tal modo creato sulla sorgente cartacea forma attorno alla figura un’aura tipica dell’iconografia dei santi, amplificando la risonanza dell’immagine di partenza.

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    11 giugno 2012: è una risposta alle uccisioni legate al commercio della droga in Messico. Ponendo in simbiosi uomo e natura, l’artista fa nascere un germoglio dalla foto del sangue di una delle vittime, simboleggiando l’avvio di una nuova vita. Dall’albero che idealmente ne scaturirà, qualora lacerato, secondo una tradizione giapponese, sgorgherà sangue da cui avrà avvio un nuovo germoglio in un ininterrotto flusso vitale.

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    La testata è sfondo immobile perché testimone delle esperienze del passato, il crescente albero invece è colto in un momento della sua continua evoluzione, rappresentando emozioni, aspirazioni e opinioni personali che l’artista imprime sulla prima pagina. Due tempi, due ruoli.

    I ROTOLI DI CARTA IGIENICA 

    caption: “Rain Forest”, 2005-2010; “Corner Forest”, 2003-2009

    Parallelamente alle sculture nei rotoli di carta igienica create fra il 2009 e il 2012 da Anastassia Elias (“Rouleaux”), Teruya riconosce un valore inespresso a oggetti insignificanti e dà loro una nuova e inaspettata vita trasformandoli in pregevoli opere d’arte.

    Da una catena di rotoli pendente dal soffitto o fissata ad una parete l’artista fa infatti spuntare rami, dimostrando che è possibile creare foreste di carta anche dai materiali di uso più comune.

    CONTESTO INTERNAZIONALE, ATTUALITÀ E RISPETTO DELLA TRADIZIONE 

    L’opera di Yūken Teruya è frutto della confluenza fra la conoscenza delle culture, l’attenzione al contesto storico-artistico con cui egli è a contatto (l’artista è nato nell’isola di Okinawa, ha studiato a Tokyo e a New York, città presso la quale ha sede il suo studio ed espone i suoi oggetti in tutto il mondo, da Berlino a Hiroshima a Santa Monica) e la continuità con le antiche tecniche della sua terra d’origine.

    Antiche tecniche che sono legate inscindibilmente all’arte della produzione della carta e in particolare del ritaglio.

    La manifattura della carta, incentivata e giustificata in passato dalla richiesta crescente di copie di testi in relazione alla diffusione del buddismo, ha raggiunto in Giappone livelli di perizia, maestria e cura del dettaglio tali da valere il riconoscimento nel 2014 di Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO per l’artigianato della carta washi.

    In particolare, l’arte del ritaglio si è diffusa in tutto il mondo a partire da Cina e Giappone evolvendosi in diverse tecniche che fanno uso di papercutting, dall’origami alla silhouette e coinvolgendo nel tempo non solo la cultura popolare ma anche personaggi come Hans Christian Andersen e Matisse.

    Oggi l’opera di un notevole numero di artisti del panorama internazionale si pone in continuità con la tradizione psaligrafica di Yūken Teruya e non solo nei suoi lavori si possono trovare alberi ritagliati dalla carta che assumono significati differenti a seconda delle opere (ad es. “Fall” di Peter Callesen, in foto).

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    Un proverbio dice “chi bene inizia è a metà dell’opera”, ma nel caso che l’opera sia incompiuta vorrà dire che la sua realizzazione è stata errata sin dall’inizio. È il caso delle opere incompiute disseminate in Italia che fino ad oggi, ottimisticamente, sono costate 4 miliardi di euro buttati letteralmente al vento, costi monetari ai  quali va aggiunto il danno per aver deturpato il paesaggio di coste, valli, skyline urbani e tanti altri luoghi.

    OPERE A METÀ: 600 STRUTTURE MAI TERMINATE IN ITALIA

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    Monitorare gli sprechi delle opere incompiute in Italia

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    Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, che ha finalmente ricevuto la documentazione presentata da tutte le Regioni italiane, ha attuato una norma voluta dal governo Monti per stilare -per la prima volta- una vera e propria anagrafe delle opere incompiute. Il risultato è a dir poco sconvolgente visto che, nonostante l’elenco non sia completo, al momento nessuna regione è esente da questo problema. Ad oggi l’anagrafe delle opere incompiute ne riporta oltre seicento, alcune rimaste a metà, altre appena cominciate.

    Il tour delle opere incompiute parte dall’estremo Nord Italia, in Valle D’Aosta, dove sono stati spesi 8,8 milioni di euro per il terminal dell’aeroporto Saint-Christophe, mai terminata e per la quale servono oltre 3 miliardi per completarla, senza stimare però i danni ed i furti di materiali che il cantiere dell’infrastruttura ha subito negli anni ad opera di ignoti vandali. Nella località del Verduno una struttura costata ad oggi 159 milioni di euro di cui resta solo lo scheletro fatto di pilastri: sarebbe dovuto essere un ospedale tra Bra e Alba, in una zona però ad elevato rischio di franosità che fece porre fine prematuramente al cantiere. Si passa per Emilia, Veneto, e poi Toscana dove spicca lo svincolo della Cassia di Monteroni D'Arbia, un cantiere aperto quattro anni fa, costato al momento 30 milioni, ma ancora incompiuto e senza previsioni di termine.

    Non solo grandi opere 

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    La mano della mala edilizia però colpisce non solo a grande scala. Ad esempio nel  Lazio la lista comprende opere incompiute per un valore di ben 261 milioni di euro: dalla palestra di Vico al museo naturalistico di Palombara Sabina. Tuttavia è strano che, nonostante conti tantissime opere incompiute nell’elenco, la capitale non venga citata: basti ricordare la città dello sport di Tor Vergata costata oltre 400 milioni di euro e mai completata dopo un cantiere durato sette anni.

    Per la regione Veneto che potrebbe apparentemente sembrare ligia alle leggi, si segnalano diversi flop edili e infrastrutturali pubblici, dall'ampliamento della scuola materna del Comune di Montecchio Maggiore, con un costo di 1,3 milioni di euro, alla piscina di Cassola per un importo di 18 milioni.

    Della Sardegna, fra le sue opere incompiute, va certamente ricordato l'orto botanico della Maddalena, costato “appena” 520 mila euro: un’inezia se messo a confronto con le opere sprecate per il famoso G8 del 2009 sempre alla Maddalena.

    La Regione Campania sembrerebbe la più virtuosa d'Italia con solo due piccole opere incomplete: un palazzetto dello sport e quattro alloggi popolari nel Comune di Calvi Risorta, ma sicuramente l’elenco, come abbiamo già ribadito, non è del tutto veritiero, tanto è vero che non è riporta neppure la città di Napoli.

    Puglia, Calabria e Sicilia vengono bacchettate ma nell’elenco, anche nel loro caso, ci sono delle sviste fra le quali la diga del Pappadai (territorio di Fragagano, Taranto, San Marzano e Grottaglie), con ben 70 milioni di euro spesi in trent'anni e non una goccia d'acqua raccolta e poi ancora il teatro di Sciacca (un progetto di 40 anni fa) che fino ad oggi è costato 25 milioni di euro ma che risulta inutilizzato.

    Una mappatura incompiuta per opere incompiute

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    La procedura prevista dal Ministero nel 2013, per il monitoraggio, ha previsto che le Amministrazioni dovessero occuparsi di segnalare le opere edili e le infrastrutture incompiute sul proprio territorio. Nelle circolari inviate alle Regioni si legge quanto segue:

    Il 24 aprile 2013 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 96 il Decreto del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti n. 42 del 13 marzo 2013, recante le modalità di redazione dell'elenco-anagrafe delle opere pubbliche incompiute, di cui all'art. 44-bis del Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla Legge 22 dicembre 2011, n. 214. L’art. 3, comma 1, del citato D.M. prevede che entro il 31 marzo di ogni anno le Stazioni Appaltanti, gli enti aggiudicatori e gli altri soggetti aggiudicatori trasmettano al Ministero ovvero alle Regioni e Province autonome tutte le informazioni e i dati richiesti secondo le modalità contemplate in seno alla stessa norma. La trasmissione da parte delle Amministrazioni dei dati relativi alle opere incompiute, dovrà avvenire attraverso le apposite procedure informatiche, quindi non tramite l’invio cartaceo dell’elenco delle opere incompiute, secondo le modalità indicate nel sito da trasmettere agli indirizzi PEC specificamente individuati dal MIT e dalle Regioni e Province autonome.

    È evidente che la pecca non è del Ministero, che ha avuto tutte le buone intenzioni, ma dei ritardatari o di chi ha evitato di mandare le segnalazioni. La potremmo definire l'anagrafe incompiuta delle opere incompiute in Italia. 


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    Il nuovo manuale della Dario Flaccovio è dedicato alla procedura di calcolo per sviluppare un Attestato di Prestazione Energetica così come richiesto dalla normativa vigente: la procedura di calcolo utilizzata per la certificazione ed il progetto energetico è definita dalla UNI TS 11300.

    TUTTO SU EFFICIENZA E CERTIFICAZIONI ENERGETICHE 

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    L’esempio riportato e approfondito tratta la casistica della certificazione per un intero edificio residenziale e e porzioni di esso costituite dai singoli appartamenti (unità immobiliari), caso assai comune nel panorama edilizio del nostro paese.

    Il manuale, nel primo capitolo dedicato a “La certificazione energetica e metodologie di calcolo”, espone la procedura per sviluppare i calcoli necessari a determinare il valore dell’IPE di un edificio residenziale. Si comincia dalla determinazione delle caratteristiche geometriche e termiche dell’involucro edilizio e delle caratteristiche dell’impianto di climatizzazione, per giungere alla determinazione dell’Indice di Prestazione energetica e alla redazione del documento che oggi è noto come APE. Sono introdotti diversi concetti necessari per la redazione dell’Attestato di Prestazione Energetica: trasmittanze termiche dei componenti edilizi opachi e vetrati e dei ponti termici, scambi termici per trasmissione e ventilazione, fabbisogni energetici ed apporti gratuiti, rendimenti d’impianto, fabbisogno di energia primaria, indicatori energetici etc…

    Nel secondo capitolo che dà le definizioni e le indicazioni sugli elementi di base per la redazione del progetto, viene sviluppato un esempio di certificazione energetica di un edificio residenziale esistente: l’esempio è simbolico ma rappresenta la situazione di gran parte del patrimonio immobiliare sul territorio italiano, in quanto è stato concepito partendo dalle caratteristiche di edifici costruiti in Italia negli ultimi decenni, senza una particolare attenzione all’isolamento termico dell’involucro edilizio e al rendimento dell’impianto termico, utilizzando materiali ed impianti di larga diffusione nel mercato edilizio nazionale.

    Nel capitolo terzo dedicato alla Descrizione delle strutture edilizie dell’edificio” vengono descritte non solo le caratteristiche delle strutture edilizie che compongono l’involucro edilizio, ma anche le indicazioni circa il posizionamento delle strutture stesse.

    Al quarto e conclusivo capitolo del manuale, Calcolo della prestazione energetica dell’edificio per la climatizzazione invernale”, è sviluppato il calcolo dell’EPI e dell’IPE di un edificio residenziale, finalizzato a redigere l’APE ai sensi del D.Lgs 192/2005 e del D.L. del 04/06/2013. Sono riportati nel testo tutti i riferimenti legislativi aggiornati, riferiti  al tema dell’APE e mediante tabelle, schemi grafici e formule opportunamente descritte. Nel manuale vedrete che c’è spesso una comparazione tra i dati calcolati manualmente ed i risultati ottenuti tramite il software dedicato, conforme al D.P.R. 59/09, e rilasciato dal Comitato Termotecnico Italiano . Questo a dimostrazione che il software -qualunque esso sia-  ha un suo margine di credibilità in base ai risultati prodotti, ma se non si ha cognizione dei dati di input nel programma di calcolo si possono quasi certamente ottenere risultati falsati. Un tecnico esperto quindi, dovrà essere in grado sia di utilizzare una procedura manuale che una computerizzata.

    Troverete il manuale assai comprensibile sia per i tecnici più esperti, che ne potranno comunque trarre utili spunti per migliorare le procedure di calcolo e aggiornarsi sulle normative sul tema dell’attestato di prestazione energetica, sia per chi con l’APE si è sempre e solo affidato ai software bypassando del tutto il calcolo manuale e il significato di quei complessi calcoli.

    Una sezione in particolare è stata dedicata a quello che è il VAN (valore attuale netto) ed il tempo di ritorno dell’investimento per migliorare le prestazioni energetiche di un immobile.

    Se si dovesse dare una breve definizione sul vantaggio di avere questo manuale si potrebbe dire che esso è un aggiornato e approfondito testo sulla certificazione di edifici nostrani esistenti, che talvolta fanno parte di un patrimonio storico che necessita di essere vagliato nel suo consumo di energia per avere un’idea su come migliorarlo!

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    Scheda tecnica del libro

    Titolo:  Certificazione energetica degli edifici residenziali - Sviluppo analitico e calcolo manuale della prestazione energetica secondo la norma UNI TS 11300 e redazione dell'APE
    Editore: Dario Flaccovio Editore – collana Energia
    Pagine: 301
    Data pubblicazione: Giugno 2015
    Autore: Antonio Mazzon
    ISBN: 9788857904481
    Lingua: Italiano 

    Autore

    Antonio Mazzon: Ingegnere progettista - Energy Manager e Coordinatore del Gruppo Energia e Mobilità Sostenibile del Comune di Palermo, dottore di ricerca in Fisica tecnica ed esperto in materia di risparmio energetico e della tutela dell’ambiente. Ha ricoperto i ruoli di Commissario nelle seguenti Commissioni del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio: Valutazione d’Impatto Ambientale (V.I.A.), Ecolabel Ecoaudit, Scuole EMAS/ECOLABEL. È stato inoltre componente di gruppi di lavoro per la redazione dei criteri Ecolabel presso la Commissione Europea e consulente per altre Amministrazioni Pubbliche. Ha svolto attività di progettista di interventi di riqualificazione energetica degli edifici, di impianti solari termici e fotovoltaici, finanziati dall’Unione Europea nel campo del risparmio energetico, della promozione delle risorse energetiche rinnovabili e della mobilità sostenibile. È autore e coautore di pubblicazioni a carattere scientifico e divulgativo, prevalentemente nel settore delle energie rinnovabili e del risparmio energetico con contributi anche su riviste specializzate internazionali.

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    Un proverbio dice “chi bene inizia è a metà dell’opera”, ma nel caso che l’opera sia incompiuta vorrà dire che la sua realizzazione è stata errata sin dall’inizio. È il caso delle opere incompiute disseminate in Italia che fino ad oggi, ottimisticamente, sono costate 4 miliardi di euro buttati letteralmente al vento, costi monetari ai  quali va aggiunto il danno per aver deturpato il paesaggio di coste, valli, skyline urbani e tanti altri luoghi.

    OPERE A METÀ: 600 STRUTTURE MAI TERMINATE IN ITALIA

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    Monitorare gli sprechi delle opere incompiute in Italia

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    Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, che ha finalmente ricevuto la documentazione presentata da tutte le Regioni italiane, ha attuato una norma voluta dal governo Monti per stilare -per la prima volta- una vera e propria anagrafe delle opere incompiute. Il risultato è a dir poco sconvolgente visto che, nonostante l’elenco non sia completo, al momento nessuna regione è esente da questo problema. Ad oggi l’anagrafe delle opere incompiute ne riporta oltre seicento, alcune rimaste a metà, altre appena cominciate.

    Il tour delle opere incompiute parte dall’estremo Nord Italia, in Valle D’Aosta, dove sono stati spesi 8,8 milioni di euro per il terminal dell’aeroporto Saint-Christophe, mai terminata e per la quale servono oltre 3 miliardi per completarla, senza stimare però i danni ed i furti di materiali che il cantiere dell’infrastruttura ha subito negli anni ad opera di ignoti vandali. Nella località del Verduno una struttura costata ad oggi 159 milioni di euro di cui resta solo lo scheletro fatto di pilastri: sarebbe dovuto essere un ospedale tra Bra e Alba, in una zona però ad elevato rischio di franosità che fece porre fine prematuramente al cantiere. Si passa per Emilia, Veneto, e poi Toscana dove spicca lo svincolo della Cassia di Monteroni D'Arbia, un cantiere aperto quattro anni fa, costato al momento 30 milioni, ma ancora incompiuto e senza previsioni di termine.

    Non solo grandi opere 

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    La mano della mala edilizia però colpisce non solo a grande scala. Ad esempio nel  Lazio la lista comprende opere incompiute per un valore di ben 261 milioni di euro: dalla palestra di Vico al museo naturalistico di Palombara Sabina. Tuttavia è strano che, nonostante conti tantissime opere incompiute nell’elenco, la capitale non venga citata: basti ricordare la città dello sport di Tor Vergata costata oltre 400 milioni di euro e mai completata dopo un cantiere durato sette anni.

    Per la regione Veneto che potrebbe apparentemente sembrare ligia alle leggi, si segnalano diversi flop edili e infrastrutturali pubblici, dall'ampliamento della scuola materna del Comune di Montecchio Maggiore, con un costo di 1,3 milioni di euro, alla piscina di Cassola per un importo di 18 milioni.

    Della Sardegna, fra le sue opere incompiute, va certamente ricordato l'orto botanico della Maddalena, costato “appena” 520 mila euro: un’inezia se messo a confronto con le opere sprecate per il famoso G8 del 2009 sempre alla Maddalena.

    La Regione Campania sembrerebbe la più virtuosa d'Italia con solo due piccole opere incomplete: un palazzetto dello sport e quattro alloggi popolari nel Comune di Calvi Risorta, ma sicuramente l’elenco, come abbiamo già ribadito, non è del tutto veritiero, tanto è vero che non è riporta neppure la città di Napoli.

    Puglia, Calabria e Sicilia vengono bacchettate ma nell’elenco, anche nel loro caso, ci sono delle sviste fra le quali la diga del Pappadai (territorio di Fragagano, Taranto, San Marzano e Grottaglie), con ben 70 milioni di euro spesi in trent'anni e non una goccia d'acqua raccolta e poi ancora il teatro di Sciacca (un progetto di 40 anni fa) che fino ad oggi è costato 25 milioni di euro ma che risulta inutilizzato.

    Una mappatura incompiuta per opere incompiute

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    La procedura prevista dal Ministero nel 2013, per il monitoraggio, ha previsto che le Amministrazioni dovessero occuparsi di segnalare le opere edili e le infrastrutture incompiute sul proprio territorio. Nelle circolari inviate alle Regioni si legge quanto segue:

    Il 24 aprile 2013 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 96 il Decreto del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti n. 42 del 13 marzo 2013, recante le modalità di redazione dell'elenco-anagrafe delle opere pubbliche incompiute, di cui all'art. 44-bis del Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla Legge 22 dicembre 2011, n. 214. L’art. 3, comma 1, del citato D.M. prevede che entro il 31 marzo di ogni anno le Stazioni Appaltanti, gli enti aggiudicatori e gli altri soggetti aggiudicatori trasmettano al Ministero ovvero alle Regioni e Province autonome tutte le informazioni e i dati richiesti secondo le modalità contemplate in seno alla stessa norma. La trasmissione da parte delle Amministrazioni dei dati relativi alle opere incompiute, dovrà avvenire attraverso le apposite procedure informatiche, quindi non tramite l’invio cartaceo dell’elenco delle opere incompiute, secondo le modalità indicate nel sito da trasmettere agli indirizzi PEC specificamente individuati dal MIT e dalle Regioni e Province autonome.

    È evidente che la pecca non è del Ministero, che ha avuto tutte le buone intenzioni, ma dei ritardatari o di chi ha evitato di mandare le segnalazioni. La potremmo definire l'anagrafe incompiuta delle opere incompiute in Italia. 


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    Negli ultimi anni sono stati fatti grandi passi avanti per il risparmio energetico delle abitazioni, specialmente nel periodo invernale, ma nelle zone caratterizzate da climi caldi i consumi energetici sono da imputare maggiormente al raffrescamento estivo.  Quali sono i riferimenti normativi e i parametri per una corretta progettazione in queste zone climatiche?

    SISTEMA DI RAFFRESCAMENTO RADIANTE A PAVIMENTO: COME FUNZIONA?

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    Sono stati studiati e adottati innumerevoli sistemi di isolamento e tecnologie innovative per gli impianti di riscaldamento per le costruzioni che devono resistere ai climi più rigidi: cappottature di differenti materiali (EPS, fibre di legno, lane sintetiche, lane naturali) e impianti di diversa concezione (sistemi radianti, pompe di calore ad aria, geotermia, solare termico).

    L’adozione di impianti di riscaldamento e  sistemi di isolamento porta un ingente beneficio in termini energetici ed economici: basti pensare che, per esempio, nella città di Trento, il fabbisogno energetico per il riscaldamento invernaleè pari al 95% del fabbisogno totale annuo.

    Il risparmio viene notevolmente ridotto o addirittura quasi annullato quando si considera Palermo, dove il 70% del fabbisogno energetico totale annuo è invece da imputare al raffrescamento estivo (fonte: atti convegno Promolegno, Napoli 2011). 

    Evidente quindi come per raggiungere l’obiettivo di “edifici a energia quasi zero” sia d’obbligo non fermarsi allo studio del solo comportamento invernale.

    PARAMETRI TECNICI PER IL COMPORTAMENTO ESTIVO

    La norma italiana, in particolar modo si fa riferimento al DPR 59/2009, per lungo tempo ha normato i parametri utili a definire il comportamento invernale, trascurando il lato estivo. Con il D.Lgs. 192 si sono poi andati a definire i valori minimi di trasmittanza degli elementi, in riferimento alle diverse zone climatiche.

    Le indicazioni che le normative forniscono in riferimento al comportamento estivo si riducono a tre punti fondamentali:

    1. Il valore della massa superficiale superiore a 230 Kg/mq;
    2. Il valore del modulo di trasmittanza termica periodica Yi,e inferiore a 0,12 W/mqK
    3. Relativamente agli elementi opachi orizzontali il valore del modulo di trasmittanza termica periodica Yi,e inferiore a 0,20 W/mqK.

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    La massa superficiale, valutabile anche in termini di capacità termica areica, influisce sul comportamento estivo dell’edificio in quanto fornisce una buona inerzia termica all’involucro, capace quindi di assorbire il calore durante il giorno e rilasciarlo solo nelle ore più fresche della notte.

    La trasmittanza termica periodicaè invece il parametro che definisce la capacità di un elemento, parete verticale o chiusura orizzontale, di sfasare e attenuare l’onda termica: con lo sfasamento si ottiene l’ingresso “ritardato” nell’abitazione dell’onda di calore rispetto al picco di temperatura esterna (si considera un buon valore uno sfasamento superiore alle 10 ore) mentre con l’attenuazione si ottiene la riduzione della quantità di calore in ingresso.

    UN CASO STUDIO

    L’Università degli Studi di Cagliari ha promosso una tesi di dottorato, pubblicata in seguito sulla rivista Klimahaus (Giugno 2015), finalizzata allo studio del comportamento termoigrometrico di un edificio in CLT (Cross Laminated Timber) realizzato in climi caldi. L’edificio di studio ha pianta quadrata di 10x10m, due piani fuori terra, tetto a due falde inclinate di 30 gradi. 

    A fronte di un consumo annuo per il riscaldamento di 21 KWh/mqa è stata valutata l’influenza di vari elementi sul comportamento estivo. In merito alla trasmittanza delle chiusure opache verticali è stato dimostrato come un aumento dell’isolamento esterno comporta una riduzione del fabbisogno termico estivo del solo 1%. La ventilazione notturna, specialmente se passante, comporta invece una riduzione del consumo per il raffrescamento da 26,4 a 18,9 KW/mqa (pari circa al 28%). Analoga influenza, intorno al 30%, hanno la schermatura degli infissi e l’aumento della capacità termica areica (che migliora anche il comportamento invernale). Per quanto riguarda i carichi interni invece (produzione vapore, apparecchi elettrici, elettrodomestici, illuminazione) questi provocano un aumento considerevole del consumo per il raffrescamento che può arrivare anche a più del 100%.

    Lo studio mostra come una combinazione mirata di questi accorgimenti porta ad una condizione di comfort estivo, definita come il non superamento nelle ore più calde del giorno di una temperatura interna di 26 °C.


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    A Cesiomaggiore, in provincia di Belluno, una vecchia e fatiscente casa di campagna in classe energetica G, per usare la dicitura ufficiale, anche se in realtà era molto più energivora da poter essere definita in classe Z, è stata ristrutturata e trasformata in agriturismo di classe A dai progettisti dello Studio Tecnotherm. La definizione non si riferisce solamente ai servizi assicurati agli ospiti, ma soprattutto al livello di prestazioni energetiche tanto che l’edificio si è guadagnato l’appellativo di Bioagriturismo.

    EDIFICI IN CLASSE A: IL CASO DELLE RESIDENZE IN LEGNO A BOLOGNA

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    IL PROGETTO DEL BIOAGRITURISMO

    L’edificio del bioagriturismo, situato a fondo valle, è sovrastato dalle alte vette alpine innevate e si presenta come un'ordinaria struttura dalla pianta regolare con il tetto a doppio spiovente, il basamento in muratura e le pareti in legno massiccio. All’interno, distribuiti su tre livelli, trovano posto quattro camere da letto con i rispettivi bagni, una sala lettura, una sauna e un ristorante vegetariano e vegano.

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    La struttura portante e la copertura sono in legno italiano multistrato. Ogni elemento dell’involucro è stato opportunamente coibentato e i nuovi infissi sono dotati di serramenti con vetro triplo. In questa zona, infatti, gli inverni sono molto freddi e le estati sono afose, quindi è necessario garantire un elevato grado di isolamento per assicurare un gradevole comfort degli ambienti abitati senza sprecare energia durante tutto l’anno.

    L’impianto, che garantisce il riscaldamento, il raffrescamento e la produzione di acqua calda sanitaria, permette di avere un risparmio di energia primaria del 35%. Infatti, una pompa di calore ad aria permette di sfruttare sia l’energia solare indiretta presente nell’ambiente esterno sia l’energia prodotta dai pannelli fotovoltaici istallati sulla copertura senza combustioni e quindi senza generare emissioni di CO2 e di altri gas nocivi. Negli ambienti sono stati collocati una serie di ventilconvettori ultrasottili a installazione verticale o orizzontale a seconda delle esigenze. In questo modo è possibile riscaldare o raffreddare gli ambienti in maniera flessibile: l’impianto permette di isolare alcune stanze e non climatizzarle se non utilizzate.

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    Il vetro idrofobo e autopulente: si tratta di un importante brevetto registrato dall’ENEA e dal CNR di Faenza ispiratosi alle foglie di loto, che non consentono all'acqua di accumularsi, ma la fanno scivolare via. Sottili film ceramici hanno consentito la realizzazione di questi vetri, che allo stesso tempo sono in grado di condurre l’elettricità e riflettere il calore

    DAL MIT IL VETRO AUTOPULENTE, ANTI–APPANNAMENTO E ANTI–RIVERBERO

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    Un gruppo di ricercatori dell’ENEA dell’Unità Tecnologie dei Materiali di Faenza, con il responsabile ingegner Sergio Sangiorgi, ha esaminato gli effetti dapprima sulla superficie vitrea, estendendo successivamente il campo di ricerca anche alle superfici metalliche. Il rivestimento in ceramica viene depositato con uno spessore di poche decine di nanometri (un miliardo di volte più piccolo di un metro), ed è in grado di modificare profondamente il comportamento dei materiali. I fiori di loto, che hanno inspirato la realizzazione di questa finitura, hanno una particolare rugosità superficiale, fornita in questo caso attraverso la superficie del materiale ceramico, combinata con la presenza in superficie di molecole organiche, rendendo così possibile un comportamento di totale repellenza all’acqua.

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    Grazie a questo rivestimento le superfici non si sporcano e vengono protette dall’ossidazione; non viene permesso l’accumulo di acqua e la formazione del ghiaccio, ed è ridotto l’attrito nel movimento in acqua. Le applicazioni possono essere svariate, sia nei campi dell’edilizia che dell’industria navale ed aeronautica.


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    Ogni giorno scarichiamo dozzine di app di tutti i i tipi, ma a parte quelle di utilizzo quotidiano, solo alcune ci sono davvero utili nella professione di architetto.

    Ecco perché abbiamo deciso di fornirvi una lista veloce di 5 applicazioni per architetti che vi saranno d'aiuto durante sopralluoghi, meeting e visite in cantiere.

    MODIFICA, COLORA, IMPAGINA: 15 SITI WEB PER ARCHITETTI

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    Applicazioni per la condivisione di documenti

    Dropbox e Google Drive

    Dropbox e Google Drive sono i più famosi sistemi di cloud sourcing per archiviare tutti i file di lavoro, condividerli con soci e collaboratori. Averli sempre a portata di mano anche quando si cambia dispositivo, è utilissimo.

    App per la gestione di tutte le fasi di progetto

    MyMeasure

    Il rilievoè la parte iniziale di ogni lavoro, per questo é una fase cruciale, ma quante volte avete dimenticato di prendere proprio QUELLA misura che adesso vi manca? Con MyMeasure legate insieme le fotografie e le misure rilevate: basta un tap sulla foto appena scattate e compariranno le frecce di quota da orientare con il valore da inserire, così saprete cosa esattamente avete misurato e cosa vi manca, il tutto con una semplice app.

    MySketches, Paper

    Disegnare, fare uno schizzo, buttare giù qualche idea o solo lasciare spazio alla fantasia? Niente di più facile con MySketches e Paper, due apps che, utilizzando il tocco delle dita o gli accessori dedicati, danno la possibilità di disegnare scegliendo tra diversi pennelli, pennarelli e colori.

    Autocad 360

    Volete visualizzare le ultime modifiche dei vostri progetti e magari essere chiari con la vostra impresa durante i lavori? Aprite l'App di Autocad 360 e tramite l'accesso al vostro account Autodesk precedentemente creato avrete accesso a tutti i dwg caricati tramite il portale 360 integrato in Autocad dalla versione 2013

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    App per relazioni e fogli di calcolo

    Pages, Numbers e Keynote

    Pages, Numbers e Keynote sono la squadra vincente su ogni dispositivo Apple. Il primo vi aiuterà a scrivere le vostre relazioni in maniera facile e veloce, il secondo gestisce i fogli di calcolo con conti ed elenchi mentre il terzo vi viene in soccorso nei casi di presentazioni all'ultimo minuto prima di una riunione importante. Tutti e tre gestiscono ottimamente la compatibilità con documenti di casa Microsoft ma hanno una pecca: come tutti i software Apple sono solo per dispositivi Apple... per tutto il resto c'è Office.

    Per essere sempre aggiornati sulle ultime tendenze, gli ultimi materiali e i colori più usati in architettura o semplicemente per prendere qualche spunto basta scaricare i diversi “archi-social” presenti sugli store, tra i più famosi citiamo Archilovers e Houzz.

    Ovviamente non dimenticate di salvare sulla home la pagina già mobile-friendly di Architettura Ecosostenibile!

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    Nel centro storico di Patù (Lecce), piccolo paesino del Salento situato a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca, una porzione di un palazzo del XVII secolo, trascurato e abbandonato da alcuni anni, è stata oggetto di ristrutturazione e trasformata in una doppia abitazione estiva: una per i proprietari e una per i loro ospiti. L’architetto Luca Zanaroli ha saputo trasformare e valorizzare gli ambienti dalla tipica volta a stella in pietra di tufo in cui ancora oggi si respirano il sapore della tradizione e il profumo di una vita genuina e lenta.

    RISTRUTTURARE IN PUGLIA: LA TABACCHERIA DIVENTA B&B

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    IL PROGETTO DELLA RISTRUTTURAZIONE

    Al fine di soddisfare le esigenze della committenza e separare i percorsi sono stati creati due ingressi indipendenti: l’antico accesso principale dalla corte è stato mantenuto e conduce alla porzione di casa padronale, mentre il portone dell’antica scuderia introduce alla zona giorno dedicata agli ospiti. Dove un tempo c’erano cavalli, selle e briglie ora si trovano un comodo e fresco soggiorno e una cucina, dove il lavello e il piano di lavoro sono stati ricavati dal vecchio abbeveratoio e dalla mangiatoia dei cavalli. 

    Gli ambienti voltati dagli alti soffitti sono stati intonacati e tinteggiati a calce al fine di rendere le stanze più luminose e una di esse è stata soppalcata per poter ricavare un bagno e un guardaroba. I pavimenti del palazzo salentino in cementine decorate risalenti agli inizi del secolo scorso sono stati recuperati e risistemati: per colmare le lacune è stata utilizzata una malta di calce e cemento con un colore simile a quello della pietra originale. Le vecchie “chianche”, elementi in pietra calcarea pugliese, che pavimentavano la scuderia sono state smontate, pulite e riposizionate.

    Inoltre, uno spazio esterno, un tempo adibito a recinto per gli animali e in contatto diretto con l’attuale zona giorno, è stato trasformato in giardino. È stato così possibile creare una cucina e un soggiorno all’aperto: un piano di lavoro in muratura e una zona pavimentata identificano questa porzione di giardino divisa dall’area trattata a verde da una vasca in blocchi di tufo recuperata in un mercatino. 

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    Quale migliore consiglio per la realizzazione di "costruzioni da spiaggia" di quello di Renzo Piano, l'architetto italiano più conosciuto al mondo? Il progettista genovese, che nell'Agosto 2013 è stato nominato Senatore a vita, intervistato da Rosanna Greenstreet di The Guardian, racconta di aver imparato a pensare in grande già da piccolo, quando giocava con la sabbia sulla spiaggia, e svela i suoi suggerimenti per realizzare un castello di sabbia. Lui che, come racconta lui stesso alla giornalista, con quattro figli, di cui il più grande ha 50 anni e il più piccolo 16, nonostante il suo vasto portfolio di progetti prestigiosi, non ha mai rinunciato alla costruzione di costruzioni di sabbia con i suoi bambini!

    Perché per realizzare castelli di sabbia non bisogna essere bambini: l'importante è riuscire a pensare come un bambino.

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    I 4 suggerimenti di Renzo Piano per realizzare un castello di sabbia

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    1. La relazione con l'acqua è più importante dell'aspetto del castello

    "Innanzitutto deve esserti chiaro che costruire un castello di sabbia è un'operazione effimera. Non avere troppe aspettative perché è destinato a durare pochissimo, prevalentemente perché sarà inghiottito dalle onde. Per questo motivo non va posizionato troppo vicino al mare, ma nemmeno troppo lontano dalla battigia: la relazione con le onde e lo studio dei loro movimenti è uno degli aspetti più divertenti del processo. Suona più complicato di quanto non sia ma, al contrario, è semplice ed istintivo." 

    2. La matematica del castello di sabbia

    "Realizza una sorta di fossato con le mani nel punto in cui la sabbia è stata lasciata umida dalle onde. Il fosso non dovrebbe essere più profondo di circa 30 cm e largo 45. Raggruppa la sabbia nella forma di una piccola montagna di circa 60 cm, con un'inclinazione delle pareti laterali di circa 45 gradi."

    3. Non c'è castello senza fossato

    "Scava un solco che colleghi il solco intorno al castello con il mare: consentirà alle onde di entrare. Il momento in cui l'acqua invade il fossato e lo rende vivo è magico. Se hai scelto la posizione giusta per il castello, puoi rimanere a guardare l'acqua scorrere anche per 10-15 minuti. Per catturare l'immagine nella memoria, chiudi gli occhi quando l'acqua entra nel fossato."

    4. Va' a casa senza voltarti 

    "Il tocco finale è quello di una bandierina o qualsiasi altra cosa riesca a trovare, da posizionare sulla punta del castello. Servirà a renderlo più visibile alle persone che corrono in spiaggia.

    Poi va' a casa senza voltarti."


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    Trattare la pelle di un edificio come un’opera d’arte ideando facciate cinetiche ed allestimenti interattivi ad energia zero è possibile, lo dimostra l’artista americano Ned Kahn che da sempre fa confluire scienza e arte nelle sue opere. Il suo lavoro si basa sull’osservazione dei fenomeni fisici, prendendo ispirazione dalla natura e dal movimento dei fluidi, cercando costantemente di creare un’opera che interagisca con l’ambiente circostante e con gli spettatori.

    In copertina: Brisbane Airport Domestic Terminal, Australia,foto di Urban Arts Project.

    FACCIATE DINAMICHE: L'AEROPORTO DI BRISBANE

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    “Le mie opere spesso incorporano acqua che scorre, nebbia, sabbia e la luce per creare sistemi complessi e in continua evoluzione. Molte di queste opere possono essere viste come "osservatori", nel senso che incorniciano ed esaltano la nostra percezione dei fenomeni naturali -dice l'artista, che continua- Sono incuriosito dal modo in cui diversi pattern possono emergere quando le cose scorrono. Questi modelli non sono oggetti statici, sono modelli di comportamento, temi in natura ricorrenti.”

    Ned Kahn raccoglie e divide i suoi lavori in Nebbia, Acqua , Fuoco\Luce, Vento e Sabbia, a seconda del principio da lui utilizzato per creare l’installazione, opere che possono essere allestimenti urbani come intere facciate di edifici.

    Ecco alcune delle tante installazioni dell’artista californiano.

    CLOUD ARBOR (LA NEBBIA)

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    Il Cloud Arbor, ideato nel 2012 in collaborazione con l’architetto Andi Cochran, è un’installazione permanente nel museo dei bambini di Pittsburgh. Una foresta stilizzata fatta di alti pali in acciaio inox contenenti nebulizzatori di acqua che a brevi periodi di tempo permettono di creare una nuvola che appare e scompare dissipandosi lentamente nell’aria e diradandosi tra questi arbusti fittizi, come la nebbia nella foresta. Adulti e bambini possono interagire giocando tra i tubi ed aspettando il momento in cui magicamente apparirà la nuvola, inoltre è un ottimo sistema di raffrescamento urbano nelle giornate più calde.

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    SPOONFALL (L’ACQUA)

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    Lo Spoonfallè una parete costituita da una griglia metallica nella quale sono integrati 200 cucchiaini da caffè, si trova nella hall dell’Hotel H2 a Healdsburg in California. I cucchiaini posizionati in orizzontale vengono fatti oscillare grazie al riutilizzo delle acque piovane provenienti dal sistema di raccolta in copertura. La caduta dell’acqua genera il movimento dei cucchiaini in parete e produce un suono rilassante simile alle goccioline di pioggia. Un sistema semplice riproducibile facilmente, e soprattutto efficiente per rendere l’ambiente di attesa dell’hotel accogliente ed incuriosire gli ospiti.

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    FIREFLY (IL FUOCO E LA LUCE)

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    Il Firefly in collaborazione con KMD Architecture è una installazione esterna in facciata realizzata nel 2012, commissionata dalla San Francisco Public Utilities Commission per la nuova sede amministrativa. Posta sulla facciata Nord dell’edificio, a coprire le turbine eoliche, la Firely è composta da un reticolo di migliaia di tessere di piccole dimensioni in policarbonato chiaro, incernierate su un unico lato e libere di muoversi con il vento. I moduli sono tenuti assieme tramite una maglia in acciaio che va ad agganciarsi alla struttura dell’edificio. In ogni trave orizzontale del sistema di supporto è presente un interruttore elettrico connesso al magnete presente in ciascun pannello, in questo modo il vento muove naturalmente gli elementi in policarbonato durante il giorno, generando un effetto simile alle increspature delle onde, mentre la mattina e la sera, tramite il magnete, si può aprire e illuminare momentaneamente con dei piccoli led di colore giallo-verde accompagnando il movimento dei pannelli con piccoli bagliori simili allo scintillio delle lucciole. L’illuminazione di questa opera richiede meno energia di una lampadina da 75watt, inoltre fruisce dell’energia prodotta dal sistema eolico integrato nell’edificio.

    TECHNORAMA FACADE (IL VENTO)

    caption: Wind Façade, Technorama Science Center, Winterthur, Switzerland, 2002. Foto: Technorama

    Technorama Facade è una delle prime opere di Ned Kahn risalente al 2002. La facciata del centro di scienza Svizzero Technorama è pensata come una maglia metallica alla quale sono ancorati migliaia di piccoli tasselli di alluminio liberi di muoversi seguendo le diverse correnti d’aria. La facciata segue il vento plasmandosi in composizioni sempre diverse e riflettendo la luce. Il risultato è quello di una pelle estremamente flessibile e viva che richiama l’incresparsi dell’acqua sotto l’effetto della corrente. Oltre ad arricchire di valore artistico l’edificio, la facciata interessa anche la larga piazza del museo dalla quale è ben visibile.

    Le Wind Fins appartengono ad un’opera più recente del 2012: Il Neiman Marcus Store in California. Il sistema di pannelli in alluminio spazzolato è integrato in facciata, dove vetrate continue definiscono il prospetto principale dell’edificio. I pannelli verticali sono costituiti da una serie di alette che si muovono indipendentemente l’una dall’altra rispetto al perno fisso costituito dal montante verticale della struttura di supporto. È un sistema di schermatura solare mobile, che si muove delicatamente sotto l’effetto del vento, riflettendo le luci ed i colori dell’intorno urbano, generando un gioco di colori e riflessioni in movimento.

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    Nel 2006 Ned Kahn realizza le Wind Leaves per il Waterfront di Milwaukee davanti al museo di Arte. Sono delle sculture altissime composte da un pilastro metallico al quale si agganciano tramite dei cuscinetti a sfera delle superfici ricoperte da piccoli dischi in acciaio inossidabile che riflettono la luce del sole. Come delle grandi foglie si muovono e ruotano attorno al pilastro per effetto del vento. Ma gli spettatori possono interagire in modo diretto con la struttura grazie a delle manopole che gli consentono di ruotare queste grandi foglie al vento.

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     PEBBLE CHIME (LA SABBIA)

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    Sempre nel Milwaukee Waterfront, l’artista realizza tra le Wind Leaves, una serie di oggetti i Pebble Chime. I visitatori possono giocare con l’allestimento che funziona in modo simile ad uno xilofono, sembra quasi una foglia del Wind Leaves caduta a terra, la superficie però è in alluminio forato e al suo interno sono disposti dei chiodi, i visitatori possono far cadere dei ciottoli all’interno della foglia, in tal modo i ciottoli rimbalzando tra i chiodi produrranno musica.

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    Nel 2103 il solo dissesto idrogeologico ha causato anche in Italia oltre 3.700 nuovi “rifugiati ambientali” (meglio noti come “sfollati”) secondo la definizione delle Nazioni Unite. Secondo l’IDCM (Internal Displacement Monitoring Centre) il problema dei rifugiati ambientali non riguarda solo paesi di altri continenti come Asia e Africa, ma anche l’Unione Europea: nel 2013 l’UE ha registrato circa 115.000 nuovi sfollati, di cui 3.700 proprio in Italia!

    RISCHIO IDROGEOLOGICO IN ITALIA: TUTTI I DATI

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    Una vera tragedia che ogni anno mina nuove vittime e causa infiniti danni.

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    Il dossier “Effetto Bomba” di Legambiente evidenzia le situazioni di emergenza in cui si trovano edifici collocati in aree R3 e R4 di rischio idrogeologico; un documento che richiama l’attenzione sulle vite umane in pericolo a causa di edifici realizzati in aree assolutamente rischiose e che ogni anno che passa richiedono notevoli spese per riparare i danni da esse prodotte all’ambiente ad esse circostante. Si tratta di edifici costruiti ignorando completamente le regole di tutela dal rischio idrogeologico, in territori fragili e che hanno potuto contare sulla negligenza di chi ha permesso che esse potessero essere completate e addirittura utilizzate.

    Il passato di queste costruzioni -purtroppo in molti casi ancora utilizzate per le loro funzioni- è caratterizzato da eventi calamitosi quali alluvioni e frane, e presenta un futuro molto incerto, sospeso tra il crollo imminente e l’indifferenza di chi dovrebbe porre rimedio a queste situazioni di pericolo.

    L’International Disaster Database del CRED (Center for Research on the Epidemiology on Disaster) mostra come in Italia, nel decennio 2005-2014, alluvioni e smottamenti hanno causato circa 10.000 sfollati totali, con una media di 1.000 nuovi “rifugiati ambientali” ogni anno, e numeri superati solo dai devastanti terremoti dell’Aquila e dell’Emilia Romagna, che assieme alla fragilità idrogeologica del nostro paese sono un’altra causa di rovina del territorio.

    I 10 EDIFICI DA DEMOLIRE O DELOCALIZZARE

    Eccoli così come Legambiente li elenca anche se ci teniamo a sottolineare che ve ne sono molti altri in condizioni altrettanto rischiose, non solo per gli edifici ma anche per chi vi staziona al loro interno e per tutto l’ambiente ad essi circostante. 

    • Tribunale di Borgo Berga di Vicenza costruito tra due fiumi

    Il quartiere Borgo Berga di Vicenza

    • Casa dello Studente di Reggio Calabria edificata all’interno di una fiumara
    • Centro Multisala Cinema di Zumpano (Cs), edificato su una scarpata vicino al fiume Crati
    • Scuola di Aulla realizzata sul letto del fiume Magra
    • Centro Commerciale in provincia di Chieti, realizzato a soli 150 metri dall’argine del fiume Pescara
    • Edificazione in area a rischio sul torrente Coriglianeto (Cs)
    • Segherie di Carrara adiacenti all’alveo fluviale
    • Area artigianale di Genova
    • Deposito di materiali radioattivi di Saluggia (VC)

    Deposito di scorie radioattive di Saluggia

    COME AFFRONTARE IL PROBLEMA

    Il responsabile scientifico di Legambiente, Giorgio Zampetti, spiega che “tutti i soggetti coinvolti (Ministeri, Regioni, Autorità di bacino, uffici tecnici comunali, ordini professionali, associazioni di categoria, commercianti, artigiani, comitati e cittadini), dovrebbero avviare una concertazione con l’obiettivo di rivedere la programmazione degli interventi e predisporre opportuni vincoli sulle aree oggetto degli interventi di delocalizzazione, individuando soluzioni procedurali e economiche per realizzare gli interventi di demolizione e delocalizzazione”.

    Un processo spesso lungo e macchinoso, considerata la lentezza della macchina burocratica, ma anche impossibilitato dai troppi interessi in gioco a tenere quegli edifici in piedi: prestigio di chi li ha realizzati, interessi economici di chi ha al loro interno attività in corso, mancanza assoluta di fondi per le operazioni di dismissione, etc…

    Alessandro Trigila, responsabile dell’Inventario nazionale dei fenomeni franosi dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ci ricorda che “Il consumo di suolo viaggia al ritmo di 7 metri quadrati al secondo, pari a 100 campi di calcio al giorno. Abbiamo un territorio fortemente antropizzato che, a parte gli 8000 Comuni, è fatto da tantissimi piccoli paesini e frazioni.”

    Dai dati della su citata ISPRA sappiamo che in Italia avvengono in media 2000 frane all’anno (di varia entità) e, cosa sconvolgente, è il dato fornito da ISPRA che censendo 500 mila frane nel nostro territorio nazionale -di cui alcune ferme da anni ma potrebbero tornare ad essere attive in qualsiasi momento-  ci fa presente che in tutta Europa le frane sono “solo”  700 mila: ebbene 2/3 di tutte le frane europee sono concentrate solo in Italia!

    Ci si può tuttavia attivare per agire sul futuro dell’edilizia in aree potenzialmente a rischio. Serve un’attenta programmazione, occorre inserire gli interventi di delocalizzazione (i piani per spostare le attività che attualmente si trovano in quelle aree a rischio) all’interno della pianificazione di bacino fino ai piani di riqualificazione urbana.

    Il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini sostiene che “Di fronte a questo scenario servono scelte nuove e radicali: in caso di edifici che mettono a rischio le persone che vi abitano o vi lavorano e anche chi sta intorno, l’unica scelta possibile è quella della demolizione e delocalizzazione delle attività. Per questo ci aspettiamo un impegno in tal senso e un segnale di discontinuità da parte del Governo, a partire dall’appuntamento degli Stati generali sul clima di lunedì prossimo”.

    Italiasicura, la struttura ministeriale con il compito di agire contro il dissesto idrogeologico e operare sullo sviluppo delle infrastrutture idriche, pare si sia attivata da un anno a questa parte aprendo i primi 429 cantieri per un totale di circa 700 milioni di euro in tutta Italia a favore della prevenzione del rischio idrogeologico.

    Inoltre l’unità di missione di Palazzo Chigi ed il Ministero dell’Ambiente hanno raccolto le proposte regionali per il Piano nazionale settennale 2014-2020 della difesa del suolo che punta a partire con risorse per 7-9 miliardi e il Piano stralcio destinato alle aree metropolitane

    Il sito Polaris dell’Irpi-Cnr oltre a fornire dati, mappe e statistiche aggiornati sugli eventi di frana e inondazione che hanno causato danni diretti alla popolazione, presenta la sezione “Sei preparato?” che contiene consigli su cosa fare e non fare prima, durante e dopo un’alluvione: un sito di facile comprensione e, nella sua semplicità, molto incisivo e utile non solo a capire ma anche ad agire consapevolmente in caso di rischio e di evento calamitoso imminente.


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    Il comune di Ringkøbing-Skjern, in Danimarca, ha aderito al PAES (Piano Azione per l’Energia Sostenibile) nell’ambito del Patto dei Sindaci con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza energetica grazie alle fonti rinnovabili entro il 2020, superando quanto stabilito nella direttiva UE conosciuta come “Pacchetto 20-20-20”. Il virtuoso Comune danese ha infatti già superato nel 2007 gli obiettivi europei con il 20% di energia rinnovabile e ora punta ad un obiettivo più ambizioso: arrivare al 65% entro il 2015, e quindi coprire il 100% del proprio fabbisogno energetico entro il 2020.

    BIOGAS: CONVIENE ANCHE ALL'ECONOMIA

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    caption: Distribuzione degli allevamenti nel territorio del Comune di Ringkøbing-Skjern in Danimarca. I cerchi indicano gruppi di piccole fattorie che conferiscono il letame in appositi Centri di Digestione Anaerobica Delocalizzati (CDAD). Fonte HMN Naturgas.

    Ringkøbing-Skjern è il comune con la più alta densità di animali in Danimarca, ma paradossalmente la produzione di biogas è quasi assente. D’altro canto, esistono 10 impianti di cogenerazione, di taglia piccola/media localizzati nel territorio comunale, finalizzati al teleriscaldamento e attualmente alimentati a gas naturale. Il progetto prevede di produrre biogas - dall’80% dei reflui zootecnici - in una rete di 60 piccoli impianti, interconnessi da 150 km di gasdotti. Mentre il biometano verrebbe prodotto in due impianti centralizzati di upgrading: uno da 4.500 Nm3/ora a Ringkøbing  e l’altro da 2.500 Nm3/ora a Skjern, arrivando a sostituire entro il 2020 fino al 75% del gas naturale attualmente utilizzato.

    Il comune ha valutato come i reflui possono essere utilizzati nella maniera più efficiente dal punto di vista energetico grazie a un modello unico che combina i menzionati CDAD con una rete di distribuzione del biogas. È chiamato "Modello Ringkøbing -Skjern" definendo così un nuovo paradigma di sostenibilità, basato sull’integrazione fra i centri di produzione agricola e i centri urbani . Si tratta dunque, non solo di un modello energetico, ma anche di un vincente esempio di come la politica, la finanza, gli enti pubblici, le associazioni di cittadini, agricoltori e allevatori possono collaborare con l’obiettivo comune di ridurre allo stesso tempo i costi di gestione dell’amministrazione pubblica, il carico inquinante degli allevamenti (odori, emissioni incontrollate di NH3 e CH4) e la bolletta energetica dei cittadini.

    Di seguito le principali voci di costo del progetto, finanziato con 114 M€ :

    • Costo degli impianti di biogas decentralizzati - 67 M€
    • Rete di biogas e stazioni di compressione - 25 M€
    • Impianto di upgrading - 7  M€
    • Adattamento/acquisto dei cogeneratori - 15 M€

    Secondo Energinet.dk, il distributore nazionale danese di gas, il Modello RKSK rappresenterebbe un ottimo volano per il miglioramento della produzione di biogas e la creazione di una infrastruttura sostenibile in Danimarca. Attualmente il Programma Danese per la Ricerca e lo Sviluppo dell’Energia (EUDP) supporta lo sviluppo e l’implementazione del progetto che verrà cofinanziato dal Fondo Europeo per l’Efficienza Energetica (European Energy Efficiency Fund, EEEF, una “società d’investimenti a capitale variabile” secondo la legge del Lussemburgo) ed è stato fondato dalla Commissione Europea in cooperazione con la Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Il capitale iniziale erogato dalla Commissione Europea attraverso la BEI, si è poi arricchito dei contributi di altri partner come la Cassa Depositi e Prestiti, e la Deutsche Bank che gestisce gli investimenti.

    Infine, nel paese delle turbine eoliche, non poteva mancare quello che definiremmo come il "Modello Ringkøbing -Skjern V2.0", ovvero basato nella produzione di idrogeno a partire dagli eccedenti di elettricità generata dalla fonte eolica, e successivamente la sua trasformazione in metano mediante il processoSabatier , tecnica che utilizzala CO2 del biogas come fonte di carbonio per la reazione chimica. In questo modo, è possibile immagazzinare gli eccedenti di energia elettrica sotto la forma di un vettore energetico tecnologicamente più facile da utilizzare dell’idrogeno, quale appunto il metano, ad un costo competitivo con quello delle batterie, circa 4,5 centesimi di euro per kWh immagazzinato.

    caption: Il sistema d’integrazione eolico-biogas che consentirà al Comune di Ringkøbing-Skjern  di raggiungere il 100% di autonomia energetica entro il 2020. Fonte HMN Naturgas.


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