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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Sardinna Antiga è un bio-villaggio ecosostenibile situato sulla costa nord-orientale della Sardegna, in una vallata solitaria, tra la campagna e il mare di Santa Lucia di Siniscola, in località Sa Petra e S’Ape. Stupefacente esempio di albergo diffuso, recupera un antico villaggio abbandonato dagli anni ’40, trasformandolo in un posto accogliente e rilassante, dove gustare cibo biologico e sono banditi smartphone e sigarette.

    ARCHITETTURA TRADIZIONALE DELLA SARDEGNA: LE BARACCAS

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    LA STORIA DELL'ECO VILLAGGIO

    Successivamente all’acquisto del terreno, durante le operazioni di pulizia, i proprietari di Sardinna Antiga hanno rinvenuto all’interno di cespugli e piante arbustive, diversi muretti a secco circolari, con all’interno dei tronchi d’albero disposti a raggiera. Pulendo a fondo ed estirpando le erbacce hanno iniziato a comprendere che forse quel che avevano trovato durante le operazioni di pulizia non erano dei semplici recinti, ma un vero e proprio villaggio di pastori, abitato fino agli anni Quaranta e in seguito abbandonato.
    Con l’aiuto degli organi territoriali del MiBACT e la memoria storica e le testimonianze degli anziani, si è così iniziato a ricostruire questo antico villaggio, fino ad arrivare ad un vero e proprio ripristino tipologico.

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    LE COSTRUZIONI TIPICHE SARDE

    Il villaggio di “pinnattoso” (plurale di “pinnattu” in dialetto locale) che era abitato fino a circa settanta anni fa viene così recuperato, rispettando la collocazione originale delle costruzioni e riscoprendo la tradizione e la cultura locale: le tecniche ecosostenibili artigianali tradizionali vengono integrate alle tecniche moderne – per la soddisfazione dei requisiti della normativa vigente – adoperando materiali, assolutamente naturali e reperiti in loco, reimpiegando anche quelli utilizzati dagli antichi abitanti. 

    Le sue abitazioni uniche si rifanno per forma e materiali utilizzati all’architettura vernacolare delle capanne nuragiche: queste antiche costruzioni pastorali, tipiche della Sardegna centro-orientale, sono costruite con la base, che può essere circolare o rettangolare, in pietra a seccoe la copertura in rami di legno, canne e frasche. Tradizionalmente venivano utilizzate in terre selvagge o poco accessibili per il pernottamento o per il deposito di vivande o materiali utili all’allevamento del bestiame.

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    Le capanne non hanno fondazioni ed il terreno su cui insiste la struttura, essenzialmente semplice, è stato spianato con strumenti tradizionali. Dal punto di vista strutturale, gli edifici sono sostenuti da pilastri e travi realizzati con tronchi e rami d’albero non lavorati. I pilastri di circa 15 cm di diametro, sono infissi nel terreno e disposti circolarmente ad una distanza di circa 150 cm: ogni pilastro è collegato al successivo mediante tavole in legno, in modo da renderli collaboranti nell’assorbimento del peso della copertura. Da ognuno di essi, alto circa 150 cm, parte una trave, con una sezione media di 10 cm e una pendenza di circa il 60% (circa 30°): tutte le travi confluiscono in un tronco d’albero che funge da chiave di volta e permette alla copertura di non collassare.

    A rivestimento esterno della strutturaè stato poi ricomposto il muro a secco di pietra, con uno spessore medio di 40 cm, che collabora dal punto di vista statico con il sistema travi-pilastri. Le travi sono unite da canne, che diventano un vero e proprio rivestimento interno mentre all’esterno è posto uno strato di tavolato, lasciando un’intercapedine per la ventilazione di spessore variabile. Sopra il tavolato viene disposto un telo impermeabile, sul quale vengono poggiate ulteriori canne e paglia come rivestimento esterno. Il rivestimento interno è anch’esso composto da uno strato di canne su cui viene spruzzato un intonaco di terra cruda. La pavimentazione, in tavole di legno è sopraelevata rispetto a un sistema di areazione sottopavimento che poggia direttamente sul terreno roccioso del villaggio.

    CRITERI BIOCLIMATICI E RISPARMIO DELLE RISORSE

    Nonostante gli alloggi siano privi di impianti di climatizzazione e il clima sia estremamente caldo nel periodo estivo, la temperatura all’interno degli alloggi rimane vicina alle condizioni di comfort: a ciò contribuiscono l’elevata inerzia termica relativa alla massa del muro in pietra, la ventilazione della copertura e del pavimento oltre a quella garantita dall’effetto camino dovuto sia alla forma della copertura che a una certa permeabilità delle frontiere perimetrali.

    Le aperture, di metratura minima in rispetto dei canoni originali, disposte in posizioni diametralmente opposte garantiscono una buona ventilazione incrociata: l’apporto di luce e il ricambio d’aria sono garantiti inoltre dalla porta di ingresso. Il villaggio sfrutta un sistema di fitodepurazione per recuperare buona parte delle acque utilizzate per gli scarichi e in modo da eliminare la necessità di realizzare il sistema di fognature che per essere condotto fino a questo luogo, piuttosto isolato, sarebbe stato economicamente poco sostenibile avrebbe deturpato il territorio.

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    Con la rigenerazione, l’ambiente circostante è stato lasciato intatto e sono state piantumate circa 4000 piante. Il villaggio è circondato da un laghetto e da 7 ettari di macchia mediterranea: un vigneto bio, un oliveto bio, un orto bio e uno sinergico procurano gran parte delle materie prime necessarie. Le abitazioni vengono fornite quotidianamente di acqua di fonte servita in anfore di terracotta, di cibi, di prodotti per la cura del corpo prodotti da un’azienda locale, di un emanatore di essenze per l’aromaterapia e di una lampada al sale: il tutto rigorosamente di origine biologica o locale. Gli arredi interni sono totalmente fatti a mano con materiali di risulta, principalmente legno e gli unici arredi non riutilizzati sono i sanitari.

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    Ogni cosa è prodotta artigianalmente: persino la biancheria è tessuta utilizzando filati naturali e trame preziose, arricchite da disegni eseguiti sull’impronta di quelli arcaici, tinti con colori essenziali e derivanti da erbe. All’interno del villaggio è bandito il fumo mentre l’uso di smartphone, tablet e pc è vietato negli spazi comuni. La sensazione è quella di essere tornati indietro nel tempo di qualche secolo: il silenzio surreale del luogo è spezzato solo dai rumori della natura, dal canto degli uccelli e dai versi degli animali selvatici, mentre la sera, solo le stelle e la luna illuminano l’intera vallata.


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    Affrontare la carenza di alloggi in regioni sovrappopolate, è stato questo il tema del recente concorso denominato SuperSkyScrapers svoltosi nella città di Mumbai, in India, che ha visto impiegati diversi studi d'architettura nell'elaborazione di un progetto che potesse rispondere a questa imminente necessità combinandola, contemporaneamente, con l'obiettivo di dare un contributo all'ambiente e garantire uno sviluppo sostenibile.

    PERCHÉ COSTRUIRE EDIFICI CON I CONTAINER

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    I VINCITORI DEL CONCORSO

    Ad aver vinto il concorso internazionale circa queste idee per l'edilizia abitativa negli slum indiani è stato il progetto per un grattacielo di 32 piani dello Studio Ganti+associates che si sono aggiudicati il primato presentando un ambizioso progetto curato in ogni dettaglio con l'idea di riutilizzare i container navali nel campo dell'architettura. Tale progetto è stato giudicato come risultato di una profonda comprensione globale di tutte le componenti che entrano in gioco nel disegno di un progetto: comprensione del sito, rispetto della comunità e della propria cultura e soprattutto la sua necessità di garantire migliori condizioni di vita.

    Dichiarato una proposta che giustamente affronta i temi della sostenibilità, del consumo energetico, dell'illuminazione e della ventilazione naturale, il progetto è stato giudicato vincente in quanto soluzione semplice e convincente per forma, configurazione e funzione. Nasce dunque così, da un principio compositivo apparentemente casuale, un vero e proprio organismo architettonico capace di toccare i temi del riciclo e della sostenibilità, nonché di bellezza ed eleganza.

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    IL PROGETTO DEL GRATTACIELO DI CONTAINER

    Proprio come nel gioco del tetris queste piccole unità elementari arrivano a combinarsi in modi continuamente differenti dando vita a nuovi organismi riciclati e sostenibili, non rinunciando ad esprimere un alto valore estetico.

    Il punto di forza di tale proposta progettuale non è che la facilità con cui le cellule abitative possono combinarsi ed autoportarsi: questi corpi elementari presentano la caratteristica di poter essere impilati senza alcun sostegno fino ad un numero di 16 volte se vuoti, e 10 nel caso in cui siano riempiti. Al fine di rendere la struttura utilizzabile in ambito residenziale, la scelta progettuale è stata quella di erigere teli portanti collegati con travi d'acciaio ogni 8 piani, senza dunque  dover necessariamente adoperare grandi sostegni aggiuntivi.

    Questo nuovo grattacielo presenta una struttura capace di elevarsi per oltre 100 metri, mostrando una grande flessibilità planimetrica per stratificazione orizzontale, ottenuta dal continuo diverso accostamento di queste unità elementari che vengono tagliate, conformate e combinate secondo necessità.

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    ORGANIZZAZIONE DELLA CELLULA ABITATIVA

    Nonostante i numerosi spazi ridotti, nati dalla combinazione di questi tasselli colorati della misura di 12mx2,6mx2,4, il progetto garantisce abitazioni confortevoli per famiglie fino a quattro componenti. Entrando nello specifico nell'analisi di una tipologia abitativa, i primi ambienti che si incontrano nel container d'ingresso sono una sala da pranzo ed un soggiorno, seguiti dalla seconda unità elementare capace di ospitare una camera da letto per due bambini, un bagno ed un piccolo studio. Il terzo ed ultimo container, invece, è l'ambiente destinato alla camera matrimoniale, un bagno ed una cucina.

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    CRITERI DI SOSTENIBILITÀ

    Tutto viene studiato nel dettaglio, nessun aspetto progettuale viene tralasciato e grande importanza viene riservata ai metodi sostenibili per garantire il massimo rendimento di questa macchina abitativa. Sistemi per il raffrescamento passivo garantiscono la possibilità di arieggiare la struttura e favorire la ventilazione naturale attraverso una serie di pianerottoli che si configurano come passaggi riparati da schermi forati in laterizio.

    Infine, l'inserimento nel lato ovest di una serie di pannelli solari, affiancati alla sapiente tecnologia delle turbine eoliche presenti nel lato opposto, riescono a coprire tutti i consumi di questo grande organismo architettonico.

    Anche se i container non sono più i nuovi protagonisti del riutilizzo nel campo dell'architettura, grazie alla facilità di creare un vero e proprio processo compositivo, il loro utilizzo nelle costruzioni  è ancora ampiamente diffuso. L’effettiva flessibilità del modulo unita ad un sistema a secco sempre più gettonato sono gli elementi chiave che ne hanno permesso il forte sviluppo negli ultimi anni. Sebbene anch’essi risentano particolarmente del processo mediatico, che li ha portati in breve tempo al successo e in altrettanto breve tempo ad essere quasi dimenticati, i diversi campi, in cui la loro applicazione è possibile, ha permesso a queste strutture di trovare spazio in quei contesti particolarmente difficili dal punto di vista delle risorse a disposizione.

    In questo senso il progetto dello Studio Ganti+associates è riuscito a dare una risposta forte alle esigenze dell’abitare, non dimenticando mai l’importanza del contesto in cui si va ad operare e garantendo un risultato capace di dare risposta all’esigenza dell’abitare.


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    Per tutti gli appassionati di quiz, info-grafica e architettura, proponiamo il divertente gioco ‘Indovina l’architetto?’ in cui 18 archi-star sono definite da pochi segni grafici e da un breve suggerimento. Non aspettatevi planimetrie o facciate di edifici famosi, perché bisogna associare i nomi dei grandi maestri del 20° secolo a volti, acconciature e accessori, alcuni divenuti tanto popolari da dettare mode. Chi sarà l’architetto dagli occhiali tondi, a chi appartengono le sopracciglia folte e il sigaro fumante?

    Il gioco è stato pubblicato sul sito Fastcompany e fa parte del libro ‘Archi-Graphic’ con ben 60 info-grafiche legate al mondo architettonico (edit. Laurence King, pubblicazione Ottobre 2015). L’autore Frank Jacobusè professore associato presso la Scuola Jones Fay di Architettura nell'Università di Arkansas ed ha raccolto i dati con una dose di leggerezza e d’ironia.

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    Del resto chi non si è mai incuriosito dell’aspetto dei grandi maestri o ha portato avanti tesi piuttosto insolite? Certo nessuno si è spinto alla definizione della mappa delle relazioni extraconiugali degli architetti… ma il lavoro di Jacobus nasce proprio in quella sottile linea che separa l’irriverente dall’irrilevante. Il tutto ovviamente illustrato con diagrammi dalla precisione chirurgica la cui sintesi visiva rivela la complessità dei dati reperiti e lo sforzo di rappresentarli efficacemente.

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    "Amo l'umorismo presente nel libro …", dice Jacobus, "c'è una tendenza a prendere le cose troppo sul serio in architettura. Stiamo cercando di rendere le cose con più leggerezza. Parte del mio interesse è nella visualizzazione dei dati e ho pensato questo fosse un ottimo modo per portare l'architettura ad un pubblico più vasto."

    Jacobus ha lavorato con 20 studenti di architettura nella ricerca di dati e alla loro digitalizzazione. L'intero processo ha richiesto circa un anno e mezzo, ma senza dubbio sembra essere stato tra i più divertenti corsi di studio! L’impatto visivo di ogni diagramma mostra il potere indiscusso delle info-grafiche, non raggiungibile con le parole o semplici immagini.

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    Alcuni grafici sono informativi e riflettano aspetti specifici dei grandi maestri come l’ossessione di Richard Meier per il bianco e le palette di colori preferiti dagli architetti del 20° secolo.

    "Per me, il bianco è il colore più meraviglioso perché al suo interno si possono vedere tutti i colori dell'arcobaleno," spiega Meier nel suo discorso di accettazione del Premio Pritzker nel 1984. "Per me, infatti, è il colore che la luce naturale, riflette e intensifica la percezione di tutte le sfumature dell'arcobaleno, i colori che sono in costante evoluzione in natura, per il candore del bianco non è mai solo bianco; è quasi sempre trasformato da luce e da quello che sta cambiando; il cielo, le nuvole, il sole e la luna.

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    Jacobus inoltre si chiede "che cosa succede quando si elimina forma dalla costruzione per concentrarsi esclusivamente sulla tavolozza dei colori dei materiali usati dagli architetti"? Nasce così l'info-grafica che schematizza i colori dei mattoni, metallo, legno, pietra, e di altri materiali usati da Louis Kahn, Barragan fino ad Aldo Rossi, definendo per ogni carriera una diversa ruota di colori.

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    Più convenzionale, invece, è la mappa di tutti i progetti di Le Corbusier divisi per ordine e posizione, mentre molto più irriverenti le mappe degli stili preferiti dai dittatori e le macabre statistiche che mettono in relazione le 10 sedi di suicidi più popolari e gli edifici crollati.

    Nel libro si affrontano anche questioni più delicate come la disuguaglianza nella professione, tema indicato dallo stesso autore come tra i più significativi. In ‘Ladies and gents’ i grafici a torta mostrano come l’architettura sia ancora una disciplina prettamente maschile, malgrado un incremento delle quote femminili da zero nel 1857 al 17% nel 2013 (con i dati di registrazione all’American Institute of Architects). Nell’ ‘AIAn’t Ethnic’, gioco di parole tra l’AIA e il colloquiale ain’t (non essere) con un diagramma in stile suprematista si risponde alla questione: Qual è lo stato attuale di genere e la diversità etnica all'interno della professione? Il risultato è che il 72% dei professionisti registrati all'AIA sono di origine caucasica.

     Soluzioni al quiz 'Indovina l'architetto?':

    1. Frank Lloyd Wright / Toyo Ito
    2. E. Fay Jones / Mies Van Der Rohe
    3. Louis Kahn / Renzo Piano
    4. Le Corbusier / Frank Gehry
    5. Álvaro Siza / Zaha Hadid
    6. Rem Koolhaas / Moshe Safdie
    7. Bjarke Ingels / Alvar Aalto
    8. Shigeru Ban / Tadao Ando
    9. Jean Nouvel / Oscar Niemeyer

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    Ci troviamo in Tanzania e precisamente a Moshi, nella regione del Kilimanjaro, tristemente famosa per i numerosi casi di violenza sulle donne che, purtroppo, non hanno gli strumenti giuridici e culturali per opporsi a questo stato di cose e non sono abbastanza tutelate dalla legge.

    Qui opera l’organizzazione Kilimanjaro Women Information Exchange and Consultancy Organization (KWIECO), fondata nel 1987 per offrire un servizio di consulenza alle donne bisognose di risposte su questioni legali, economiche, sociali e di salute.

    E’ proprio in questo contesto che, grazie al supporto della ONG Ukumbi e allo stanziamento di fondi del Ministero degli Affari Esteri finlandese, KWIECO ha affidato allo studio di architettura Hollmèn Reuter Sandman Architects la progettazione di una struttura comunitaria, un centro di accoglienza sostenibile per le donne che hanno subito violenze domestiche e hanno il diritto di vivere e studiare insieme ai propri bambini.

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    IL PROGETTO DEL CENTRO DI ACCOGLIENZA

    La prima fase del progetto si è conclusa a maggio 2015 con il completamento di Shelter House, la parte dedicata agli alloggi; per la seconda fase, cioè la realizzazione di una scuola adiacente, Ukumbi e KWIECO stanno cercando di raccogliere fondi.

    L’abitazione ecosostenibile abbraccia tre cortili esterni che favoriscono l’illuminazione naturale e la ventilazione degli ambienti. Le pareti, dentro cui sono inserite bottiglie di vetro attraverso le quali permea la luce naturale creando particolari effetti, sono ricavate dalla trasformazione dei rifiuti in materiali da costruzione. Tutti i passaggi sono coperti da portici realizzati in metallo, mentre le coperture sono rivestite con pannelli solari e fotovoltaici che forniscono acqua calda ed energia pulita a ogni abitazione.

    I materiali sono stati reperiti sul posto, si sono scelti colori brillanti ed è stata rispettata la cultura locale per rendere il centro di accoglienza una casa allegra e confortevole, capace di ospitare venti donne con i loro bambini in modo sicuro, oltre agli uffici.

    Si tratta di un progetto partecipato, che ha coinvolto le donne che hanno collaborato con gli architetti, aiutandoli a realizzare una casa in grado di soddifare le loro necessità e aumentare il loro senso di appartenenza al luogo.

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    Oltre a scegliere i materiali giusti per le finiture, che non contengano sostanze tossiche e siano quanto più possibili naturali, e a selezionare con cura l’arredamento in modo che rispetti gli stessi criteri, si può migliorare la propria casa anchedecorandola in modo eco-friendly. Vi proponiamo quindi delle alternative per decorare utilizzando fiori, piante e vari elementi di riciclo.

    Decorare con fiori e piante

    Piante e fiori sono la scelta più tradizionale per arredare. Scegliendo un vaso di fiori o una bella piantina da sistemare in qualsiasi ambiente della casa, è difficile sbagliare! Donano colore, rilassano e calmano. Esistono anche alcune piante dalle proprietà antinquinanti, in grado di purificare l'aria e altre che assorbono il proprio nutrimento dall'umidità dell'aria. Ma come inserirle nelle nostre case in maniera decorativa ed originale, andando oltre il solito vaso? Le alternative sono diverse ma ve ne proponiamo due che ci piacciono particolarmente: i mini terrari ricavati dal riciclo delle vecchie lampadine e i giardini sospesi.

    • I mini terrari - Da settembre 2014, quando le lampadine a incandescenza sono state bannate dall’Unione Europea, gli amanti del fai-da-te si sono ingegnati per dare loro una seconda vita. Una delle possibilità di riuso delle vecchie lampadine è quella di trasformarle in piccoli terrari realizzati semplicemente eliminando i filamenti dall’interno della lampadina e riempendola con della terra e delle piantine a piacere. Decorano la casa condiscrezione ed originalità. Da provare! Qui un tutorial su come realizzarne di bellissimi.

    riciclo lampadine realizzare un mini terrario

    • Giardini sospesi - I giardini sospesi sono un altro sistema originale per decorare con le piante. Si possono utilizzare delle semplici ampolle di vetro riempite con terra e semi da avvolgere a corde intrecciate per appenderle in diversi angoli della casa. Anche i classici vasi in ceramica, dipinti o decorati a piacere e riempiti con delle piantine possono essere sospesi piuttosto che appoggiati tipicamente a terra. Lo si può fare con corde colorate o intrecci macramé. Gli stessi mini terrari, oltre che essere poggiati su una superficie orizzontale, possono essere sospesi appendendoli ai mobili o al soffitto.

    Decorare con elementi di riciclo

    Le possibilità di decorare con elementi di riciclo sono infinite. Abbiamo recentemente parlato del riciclo di porte e finestre, che può dar luogo a tantissime soluzioni in grado di migliorare la propria casa. E’ il caso di porte riverniciate utilizzate come pannelli a cui appendere oggetti o levigate e trasformate nel ripiano di scrivanie.

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    Anche i pallet, i bancali utilizzati per il trasporto merci, diffusi in ambito mercantile, possono essere utilizzati in diversi modi per decorare la propria casa. Pochi materiali donano alle case lo stesso calore in grado di trasmettere il legno. Le sue superfici naturali, levigate o meno, rendono ogni ambiente più accogliente, confortevole. Usati all’interno o all’esterno, per esempio per creare un orto verticale, i pallet sono così versatili da essere il miglior alleato di ogni appassionato di fai-da-te.

    Questi sono solo due esempi perché le possibilità di utilizzare elementi di riciclo sono tantissime, tocca a voi liberare la fantasia per scoprirle tutte!


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    Gli abitanti degli spazi urbani sono ormai poco abituati ad interagire con le specie animali, viste in genere più come molesti e vettori di malattie (zanzare, piccioni, passeri) che come componenti di un habitat, dotati di un ruolo ecologico a tutti gli effetti. La mia vicenda cominciò con la difficile impresa di identificazione dell’intruso responsabile del deposito di escrementi, apparso sul mio poggiolo. Non essendo un biologo nè un veterinario pensai prima alle rondini, ma guardando in dettaglio le deposizioni, si intravedevano resti di ali di insetti mal digeriti. Eppure nessuna traccia di qualsivoglia pennuto. Piuttosto le tracce facevano pensare ad un animale simile ad un topo. Ma nessun roditore, per quanto ardito ed affamato potrebbe arrampicarsi in un muro liscio e perfettamente verticale fino ad un altezza di circa 7 metri. Il sospetto cadde dunque sui pipistrelli.

    SERPENTI E RINNOVABILI: UN RETTILE ISPIRA NUOVE TURBINE EOLICHE

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    Dove mai potrebbe rifugiarsi un mammifero volante in un terrazzo disadorno e privo di alcuna cavità consona alla sua natura? Sapendo che i pipistrelli prediligono spazi angusti, l’occhio si è focalizzato su una fenditura di circa 3 cm fra il parapetto del poggiolo del vicino al piano superiore e la parete. Un ottimo riparo, sotto grondaia, inaccessibile ai predatori e… con “riscaldamento a parete” grazie alle inevitabili dispersioni di calore dei ponti termici, ed al calore solare accumulato durante il giorno, in quanto esposto a sud ovest.  Facendo attenzione era possibile distinguere una sagoma scura che a momenti sembrava muoversi, poteva essere anche un uccellino intrappolato, ma mi sembrava di intravvedere due orecchiette appuntite.  Per uscire dal dubbio, niente meglio che scattare una termografia. Grazie al sito dell’associazione di soccorso della fauna ho potuto capire che la temperatura corporea del pipistrello, come in tutti i mammiferi,  si aggira attorno ai 36 ºC, ma con una peculiarità: mentre dorme, la sua temperatura scende fino a 15-20 ºC, e durante il letargo invernale può raggiungere anche i 2 ºC. In questo modo l’animale risparmia energia, fondamentale per sopravvivere con una frugale dieta di qualche grammo di proteina al giorno, faticosamente ottenuta con otto ore di volo acrobatico.

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    Foto 1: il punto rosso indica una temperatura di 28 ºC, segno inequivoco di attività biologica in corso (la termografia è stata scattata all’alba quando probabilmente l’animaletto era appena tornato dalla battuta di caccia e iniziava ad addormentarsi). Al crepuscolo fu possibile comprovare che in realtà si trattava di  tre esemplari. I compagni si sono svegliati, puliti meticolosamente e uno alla volta si sono librati in volo per la consueta battuta di caccia.

    Pipistrelli: fauna specialmente protetta

    Per coloro volessero approfondire lo studio di questi teneri animaletti, suggerisco il sito della Onlus Tutela Pipistrelli, dove troviamo un elenco di tutte le normative applicabili, nazionali e comunitarie. Risulta che la chirotterofauna italiana (cioè i pipistrelli, gli unici mammiferi in grado di compiere volo attivo) è tutelata dal 1939 con una legge che, già allora, ne impediva l’uccisione e la detenzione. I chirotteri, infatti, vengono considerati “bene indisponibile dello Stato” per cui nessuno può detenere, comprare o vendere pipistrelli, è vietato cacciarli e ucciderli.

    I pipistrelli non si possono dunque prendere e piazzare in un luogo, loro scelgono liberamente i luoghi più confortevoli. Per la loro utilità ecologica, nel divorare importanti quantità di zanzare e altri insetti molesti, sono perciò considerati “fauna specialmente protetta”, ma è consentito offrire loro un riparo affinché nidifichino vicini a noi. Attualmente sono minacciati dal largo impiego di pesticidi dovuto all’ agricoltura “moderna”, e alla deforestazione crescente, ma la loro estrema adattabilità li ha portati a colonizzare gli ambienti urbani,  quindi noi tutti possiamo contribuire alla loro tutela.

    Bat box: le casette per pipistrelli

    In Svezia, uno dei 38 parametri per avere punteggio sufficiente per poter costruire nel quartiere ecologico di Vestra Hamnen a Malmö era precisamente includere cassette per pipistrelli nei progetti. Dal 2009 anche in Italia assistiamo ad una crescente sensibilizzazione delle persone nei confronti di questi animaletti, vittime in passato dell’ignoranza e le superstizioni, grazie ad un progetto dei ricercatori del Museo di Storia Naturale di Firenze per promuovere  l’installazione di bat box, cioè cassette speciali per pipistrelli. Disegnate in modo adeguato le casette possono offrire un ottimo ed invitante rifugio per aiutare le colonie  di pipistrelli a procreare e svernare in un ambiente antropizzato. A differenza dei nidi per uccelli, che consentono agli amanti del “fai da te” di sbizzarrirsi con varietà di forme e colori, le cassette per pipistrelli devono rispondere a certe caratteristiche dimensionali e costruttive che le rendano adatte ai particolari requisiti biologici dei chirotteri. Esistono due tipologie di bat box, quelle per pipistrelli arboricoli e quelle per pipistrelli “urbani”. La bat box più semplice è quella proposta dalla LIPU.  La cassetta per pipistrelli  progettata e raccomandata dal gruppo di chirotterologi del Museo Storia Naturale di Firenze  è adatta alla maggior parte delle specie italiane “antropofile”. I disegni costruttivi si possono scaricare dal sito. Quelli più pigri o poco propensi ai lavori in legno la possono acquistare per pochi euro nei supermercati Coop, i quali aderiscono al Progetto Bat Box, promosso dall’Università di Firenze, e contribuiscono in questo modo a finanziare la ricerca su questi affascinanti animaletti. Nel sito della Onlus Tutela Pipistrelli, invece, troviamo preziosi consigli su come installare correttamente labat box, in quanto è necessario che si trovi ad almeno 4 m dal suolo, e lontana da alberi o pareti, perché i pipistrelli cercano sempre luoghi protetti dai loro potenziali predatori.

    La bat box, anche se costruita e posizionata a regola d’arte, non necessariamente verrà subito colonizzata dai pipistrelli, poiché sono animali gregari e cambiano la loro dimora a seconda delle stagioni. Il seguente video illustra la sociabilità dei pipistrelli  con un semplice esperimento: due bat box uguali  vennero installate una accanto l’altra: la prima segnò il record di pipistrelli in un’unica bat box, con ben 86 esemplari, mentre la seconda rimase vuota tutto il tempo, forse per “l’odore da nuovo”.

    {youtube}jbtS36p0vOg{/youtube}

    Dal 2009 le bat box installate in Italia sono migliaia, ed i dati forniti ai ricercatori dai tanti amatori aiutano a capire quali siano le abitudini dei pipistrelli.  Per esempio, otto  bat box installate in un posto apparentemente idoneo come il torrino del Museo di Science Naturali di Firenze, rimasero vuote per 3 anni prima di essere tutte colonizzate dai chirotteri. Per noi tecnici , abituati a vagliare schede di prodotti per l’edilizia, il video del prof. Paolo Agnelli fornisce uno spunto che forse è sfuggito agli zoologi: i pipistrelli sembrano non gradire i VOC (composti organici volatili). Infatti, sembra che preferiscano occupare i nidi che hanno perso “l’odore da nuovo”, tipico di  una cassetta in legno laminato come quella proposta dai ricercatori e commercializzata dalla Coop,  le cui colle, inevitabilmente emetteranno della formaldeide. Le bat box ideali forse risulteranno più attraenti per i chirotteri se realizzate in legno massello non trattato, o con pannelli di legno agglomerato con cemento o masonite, e piazzate in corrispondenza di qualche ponte termico. Nel siti web summenzionati sarà poi  possibile segnalare ai ricercatori se le casette da noi realizzate vengono colonizzate in poco tempo o meno. 

    Con un po’ di fortuna anche uno squallido condominio potrà diventare più ecosostenibile ospitando qualche bat box, preferibilmente sulle facciate esposte a sud ovest.

    {youtube}6CCkDo0Iedk{/youtube}


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    Spesso ci chiediamo se è più conveniente lavare i piatti a mano o in lavastoviglie. Certamente i nuovi modelli Energy Star lavano in modo efficiente, utilizzando da due a quattro litri di acqua mentre, se laviamo i piatti manualmente, non riusciremmo a usare meno di due litri al minuto e sicuramente consumeremmo una dose molto più elevata di detersivo.

    In un futuro molto prossimo le cose potrebbero cambiare decisamente in meglio, grazie a un nuovo tipo di lavastoviglie a manovella, totalmente trasparente che non consuma elettricità e si pone al primo posto nella famiglia degli ecoelettrodomestici.

    Si tratta di Circo Independent, il prototipo di lavastoviglie ideato dal designer Chen Levin che iniziò a progettare quest’apparecchio nel 2014, come parte di un progetto universitario e che ora, dopo aver realizzato il prototipo, cerca finanziamenti per la produzione e la commercializzazione.

    LA LAVATRICE CHE CONSUMA SOLO ACQUA

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    LAVASTOVIGLIE: ECOEFFICIENZA DA RECORD

    Le sue qualità vincenti sono:

    • il ridotto consumo di acqua, solo 700 ml per lavare un servizio completo per due persone;
    • il tempo brevissimo di lavaggio, un minuto soltanto;
    • una dose minima di detersivo;
    • zero uso di energia elettrica;
    • il minimo ingombro.

    Senza rinunciare alla comodità di un elettrodomestico.

    COME FUNZIONA CIRCO INDEPENDENT

    In pratica basta aprire il vassoio posto in basso, inserire una pastiglia di acetato di sodio che scalda l’acqua senza corrente (l’acetato di sodio non è altro che una combinazione tra bicarbonato di sodio e acido acetico contenuto nell’aceto), riempire il serbatoio con l’acqua direttamente dal rubinetto e aggiungere una piccola quantità di detersivo. Inserite le stoviglie, si ruota la manovella energicamente per un minuto e il gioco è fatto. Terminato il lavaggio, si apre lo sportello e si fanno asciugare i piatti all’aria.

    Circo è di piccole dimensioni, perciò è pensato per chi non ha molto spazio e, quando non serve, si può spostare altrove per utilizzare i ripiani della cucina.

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    Il cartone: un materiale povero e semplicissimo con impensabili caratteristiche che lo rendono un buon alleato di architetti e designer. Diversi architetti lo hanno utilizzato per la realizzazione di padiglioni espositivi più o meno grandi, ma c’è chi ha osato di più: l’architetto giapponese Shigeru Ban, vincitore del premio Pritzker Prize 2014, ha utilizzato il cartone per costruire interi edifici, chiese e perfino ponti. Famoso è il suo progetto della chiesa in cartone per la città di Christchurch, in Nuova Zelanda, in cui il terremoto del 2011 aveva distrutto la storica cattedrale gotica. Ban interviene in questa città con una cattedrale in cartone che nella grande facciata frontale, in cui sono inseriti vetri triangolari di diversi colori, richiama le classiche vetrate gotiche.

    Dopo il 1972, anno in cui Frank O. Gehry progettò per Vitra la famosa Wiggle Chair, l’utilizzo del cartone si è diffuso in architettura come nel design,  un mercato in cui le caratteristiche di sostenibilità dei prodotti hanno sempre più valore. 

    Le caratteristiche degli arredi in cartone

    Versatili, leggeri, riciclabili, gli arredi in cartone si sono fatti largo in brevissimo tempo. E’ difficile resistere a piccoli pezzi di design progettati con una logica essenziale per essere piegati su se stessi, trasportati con facilità e poi rimontati all’occorrenza. Ne analizziamo le caratteristiche

    Caratteristiche fisiche e meccaniche

    Uno dei falsi miti più diffusi è quello della scarsa resistenza degli arredi in cartone: i fogli di cartone ondulato, affiancati l’uno all’altro o incastrati e piegati seguendo i precisi disegni di un designer possono comporre sedie, tavoli, librerie e non solo. Data la loro resistenza, soprende scoprire quanto siano leggeri. Questa loro caratteristica li rende perfetti per il trasporto (stand ed arredi per fiere o esibizioni) ma anche per modificare ogni settimana la disposizione dei mobili del soggiorno! 

    Caratteristiche di sostenibilità

    Non è difficile immaginare che i mobili in cartone siano sostenibili. Non solo per la loro riciclabilità e perché possono essere ottenuti da cartoni derivati dal riciclo della carta, ma anche perché non contengono collanti e altre sostanze nocive: si assemblano infatti con affascinanti incastri a vista o sono realizzati con un unico foglio di cartone piegato da modellare per ottenere l’oggetto desiderato. 

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    Cartone. Ma quale?

    C’è cartone e cartone, noi preferiamo quello riciclato e riciclabile. Per fare chiarezza sull’argomento abbiamo interpellato l’architetto Pierpaolo Giannuzzi e il direttore amministrativo Jessica Ferro della 99.NINE, società specializzata nella progettazione e realizzazione di strutture modulari e arredi (riciclati e riciclabili) costituiti interamente da cartone da imballo e per alimenti. “Tutti i prodotti vengono realizzati in falegnameria trasformando ciò che è destinato allo smaltimento in qualcosa di utile” – spiegano Pierpaolo e Jessica – “In questo modo non solo sosteniamo l’artigianato italiano, ma offriamo anche un prodotto ecologico, che crediamo contribuisca a tutelare il nostro più grande tesoro: La Terra”.

    Per la realizzazione di arredi in cartone, alla 99.NINE si usano solo Paperstone e Yekapan.

    • Paperstoneè un materiale ottenuto dal riciclo della carta. E’ costituito infatti soltanto da carta riciclata (del tipo classico, che si utilizza in tutti gli uffici), il cui impasto fibroso è tenuto saldamente insieme da resine e oli naturali derivati dai gusci degli anacardi. Il Paperstone sfida ogni pregiudizio sulla resistenza all’acqua e al fuoco del cartone: gli oggetti in carta Paperstone, grazie al trattamento superficiale con oli naturali, sono resistenti al fuoco e possono essere addirittura lavati in lavastoviglie.
    • Yekpanè riciclato proprio come il primo, ma la materia da cui deriva non è la carta da ufficio, bensì sono i cartoni alimentari riciclati che, sottoposti ad alte temperature, danno luogo a pannelli solidi e batteriologicamente puri. 

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    Lo studio Delvendahl Martin Architects ha deciso di accogliere la sfida della ristrutturazione di due vecchi edifici vittoriani nel centro di Oxford, dando la possibilità ai proprietari di ripensare all’orientamento dei due tipiche "semi-detached houses" e poter disporre di ampie superfici ad ogni piano.

    Il progetto, denominato dagli architetti “la bifamiliare”, si trova nel centro della città universitaria storica nel sud dell'Inghilterra. Planimetricamente l’abitazione si compone di 350 mq, in cui si può notare l’ampio soggiorno a pianta aperta: al piano primo si affaccia sia sulla strada principale tramite le tipiche bow windows, che sul giardino sul retro, dove è possibile osservare la parte posteriore della proprietà tramite ampie vetrate.

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    SemiDetached Oxford DelvendahlMartinArchitects17

    L’acceso contrasto materico tra pieni e vuoti, mattone e vetro, è ritmicamente riproposto, dissolvendo la vecchia simmetria dei due corpi, originariamente separati, dando l’impressione di un solo blocco. A collegare le due unità è la scala in legno, volutamente differenziata con una tinta scura dalle travi originali, unisce ai piani alti le camere da letto e l’ufficio e ai primi piani la cucina e soggiorno. I mattoni recuperati nelle demolizioni sono stati sapientemente conservati per ricreare il selciato che introduce alla casa dal giardino sul retro. Il seminterrato ospita corridoio, cucina e una zona pranzo, che può essere collegata al giardino posteriore aprendo l’ampia vetrata.

    I telai in alluminio anodizzato, di ampia sezione, sono stati pensati per schermare l’interno della casa alle proprietà vicine confinanti, creando l’effetto di una terrazza sopraelevata. La distinzione tra i due edifici è stata mantenuta nel giardino, dove si può ancora vedere il muro originale. L’ampia vetrata sul retro, quasi una “architrave luminosa”è sostenute da due “piedritti” di mattoni, che si differenziano anche cromaticamente, dal resto dell’edificio. Questo dettaglio, unito agli arredi su misura, luci, maniglie e corrimano dichiaratamente in contrasto con l’epoca vittoriana è una precisa scelta stilistica. L’utilizzo di materiali contemporanei imprime una personalità al recupero, sovrapponendo allo scientifico ripristino delle strutture una doverosa distinzione dovuta alle nuove esigenze di oggi.

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    Unire Architettura e natura, facendo svanire il confine tra intervento e contesto, è lo scopo dello studio MESSNER Architects per il loro “Lookout”. Il Lookout, ovvero terrazza panoramica, è situato a 2.307 metri sul Monte Specie, nel cuore del parco naturale di Fanes-Senes-Braies nelle Dolomiti. La terrazza sul Monte Specie è il progetto pilota e funge da primo passo per i successivi interventi. Alla base del progetto c'è un piano generale di terrazze panoramiche, 20 complessivamente, di cui sette in Alto Adige.

    L'obiettivo finale è di mettere in comunicazione tutte le nove aree delle Dolomiti, patrimonio mondiale dell’umanità.

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    Il progetto ha inizio nel 2012, quando, la Fondazione Dolomiti UNESCO commissiona a Messner Architects e allo scultore Franz Messner il progetto architettonico, paesaggistico e grafico della realizzazione di punti panoramici con cui valorizzare il patrimonio naturale delle Dolomiti, al fine di incrementarne la popolarità.Visto il contesto altamente sensibile, l'idea principale è quella di creare una struttura strettamente legata al luogo: anzichè aggiungere corpi e masse al paesaggio, pensa di trasformare lo stesso tramite un ipotetico taglio nel terreno e il suo sollevamento.

    Lo scopo rimane quello di unire natura e struttura, facendo svanire il confine tra intervento e contesto, ma lasciando al contempo un dialogo tra i due, grazie ad una nuova interpretazione della topografia. In modo particolare, questa idea si realizza in un involucro esterno, dalla forma ad anello su cui sono incisi i nomi delle cime visibili, realizzato in acciaio e riempito con terreno e sassi locali, ciò fa sì che il limite tra artefatto e contesto naturale venga quasi del tutto eliminato.

    L’attenzione per il territorio e la diffusione della sua conoscenza sono ulteriormente promossi da alcune informazioni che il visitatore può leggere sul perimetro dell’involucro, relative al paesaggio e alla sua geologia. Mentre, al centro la struttura è dotata di una bussola di orientamento, dove sono indicate le cime visibili. 

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    I vari “terrazzi” panoramici assumono forme e dimensioni differenti, adattandosi pienamente alla morfologia del territorio in cui sono inserite. La Terrazza panoramica Monte Specie, in particolare, non è soltanto un belvedere nel parco naturale, ma vuole anche contribuire a sensibilizzare la popolazione sul tema Dolomiti e quindi rafforzare in modo sostenibile il senso di appartenenza e la responsabilità per la tutela del bene paesaggistico.

    Il progetto è sicuramente il risultato della creazione di una struttura strettamente intrecciata con il contesto alpino, dove non vi è l’inserimento di corpi o masse esterne, privilegiando invece solo lievi modifiche del paesaggio. Un intervento che pone alla sua base una grande passione per il paesaggio, che grazie all’uso di materiali reperiti in loco affiancati da un attento studio topografico, permette di valorizzare ed enfatizzare la maestosità e l’importanza della catena montuosa dolomitica.


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    L’EPA (diventato famoso in questi giorni per lo scandalo Volkswagen) ha rilasciato il testo finale del “Clean Power Plan”, ilpiano che regola per la prima volta le emissioni di carbonio delle centrali elettriche negli USA. Ed è più forte della bozza presentata nel Giugno del 2014.

    Il Presidente Obama si dichiara soddisfatto ed ha motivo di esserlo date le dichiarazioni fatte dai gruppi ambientalisti e di sanità pubblica che lo hanno definito “una politica lungimirante che imposta la nostra nazione sul cammino dell’energia pulita”.

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    Il Piano attua una vera e propria “guerra al carbone” e si pone l’obiettivo di ridurre le emissioni di anidride carbonica delle centrali elettriche del 32% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030, valore che è stato aumentato di ben due punti percentuali rispetto alla norma proposta un anno fa ma i suoi vantaggi non si fermano qui, verranno, infatti, incentivate le produzioni da fonti rinnovabili (in cui facciamo notare è inclusa anche l’energia nucleare). 

    Ogni Stato sarà tenuto a presentare un proprio Piano per il rispetto delle regole entro il Giugno 2016, anche se può essere richiesta una proroga di un anno, fino al Giugno 2017. Inoltre i singoli Stati potranno creare un piano intestatale per collaborare insieme in sinergia con i confinanti con cui potranno anche scambiare crediti di emissione.

    Uno dei primi effetti del Clean Power Plan sarà rapida decarbonizzazione della produzione di energia elettrica, incentivando la produzione da fonti rinnovabili e penalizzando quella che deriva dalla combustione del carbone. 

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    Per la prima volta l’emissione di CO2 viene legata ad ogni MW prodotto dai singoli Stati, al fine di concedere maggiore flessibilità alle istituzioni che potrebbero tuttavia trasformare questo tasso in un obiettivo totale di tonnellaggio.

    Inoltre la norma risolve una debolezza della proposta originaria che poteva portare a rinunciare al carbone fossile a favore del gas naturale il cui utilizzo ha degli impatti ancora più massicci sull’atmosfera del pianeta se calcolato nel suo intero ciclo di vita: dall’estrazione (metodi invasivi come il Fracking) all’immissione di metano in atmosfera durante la raffinazione e l’immissione in rete.

    Oltre alla lotta diretta al cambiamento climatico questo piano avrà un notevole effetto sul sistema sanitario traducendosi in oltre 100.000 attacchi di asma e 2.100 infarti evitati solo nel primo anno di attuazione grazie alla diminuzione di combustione del carbone che inquina l’atmosfera con tossine quali mercurio e zolfo, responsabili di problemi neurologici e malattie respiratorie.

    I Gruppi industriali e alcuni procuratori generali sono già sul piede di guerra e intendono sovvertire le nuove regole centrali tramite i loro avvocati e anche se il pacchetto è blindato sperano in un nuovo Presidente repubblicano in grado di indebolire gli effetti del piano.

    Il destino spetterà quindi al successore di Obama con la speranza che faccia il bene di una nazione che è responsabile di gran parte dell’inquinamento globale.


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    L’EPA (diventato famoso in questi giorni per lo scandalo Volkswagen) ha rilasciato il testo finale del “Clean Power Plan”, ilpiano che regola per la prima volta le emissioni di carbonio delle centrali elettriche negli USA. Ed è più forte della bozza presentata nel Giugno del 2014.

    Il Presidente Obama si dichiara soddisfatto ed ha motivo di esserlo date le dichiarazioni fatte dai gruppi ambientalisti e di sanità pubblica che lo hanno definito “una politica lungimirante che imposta la nostra nazione sul cammino dell’energia pulita”.

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    Il Piano attua una vera e propria “guerra al carbone” e si pone l’obiettivo di ridurre le emissioni di anidride carbonica delle centrali elettriche del 32% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030, valore che è stato aumentato di ben due punti percentuali rispetto alla norma proposta un anno fa ma i suoi vantaggi non si fermano qui, verranno, infatti, incentivate le produzioni da fonti rinnovabili (in cui facciamo notare è inclusa anche l’energia nucleare). 

    Ogni Stato sarà tenuto a presentare un proprio Piano per il rispetto delle regole entro il Giugno 2016, anche se può essere richiesta una proroga di un anno, fino al Giugno 2017. Inoltre i singoli Stati potranno creare un piano intestatale per collaborare insieme in sinergia con i confinanti con cui potranno anche scambiare crediti di emissione.

    Uno dei primi effetti del Clean Power Plan sarà rapida decarbonizzazione della produzione di energia elettrica, incentivando la produzione da fonti rinnovabili e penalizzando quella che deriva dalla combustione del carbone. 

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    Per la prima volta l’emissione di CO2 viene legata ad ogni MW prodotto dai singoli Stati, al fine di concedere maggiore flessibilità alle istituzioni che potrebbero tuttavia trasformare questo tasso in un obiettivo totale di tonnellaggio.

    Inoltre la norma risolve una debolezza della proposta originaria che poteva portare a rinunciare al carbone fossile a favore del gas naturale il cui utilizzo ha degli impatti ancora più massicci sull’atmosfera del pianeta se calcolato nel suo intero ciclo di vita: dall’estrazione (metodi invasivi come il Fracking) all’immissione di metano in atmosfera durante la raffinazione e l’immissione in rete.

    Oltre alla lotta diretta al cambiamento climatico questo piano avrà un notevole effetto sul sistema sanitario traducendosi in oltre 100.000 attacchi di asma e 2.100 infarti evitati solo nel primo anno di attuazione grazie alla diminuzione di combustione del carbone che inquina l’atmosfera con tossine quali mercurio e zolfo, responsabili di problemi neurologici e malattie respiratorie.

    I Gruppi industriali e alcuni procuratori generali sono già sul piede di guerra e intendono sovvertire le nuove regole centrali tramite i loro avvocati e anche se il pacchetto è blindato sperano in un nuovo Presidente repubblicano in grado di indebolire gli effetti del piano.

    Il destino spetterà quindi al successore di Obama con la speranza che faccia il bene di una nazione che è responsabile di gran parte dell’inquinamento globale.


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    Lo studio di architettura 3xn ha deciso di trasferirsi in una dimora del tutto particolare: i vecchi hangar per le barche, sul canale di Copenaghen. Le grandi dimensioni delle strutture ha permesso ai progettisti di ospitare nel medesimo locale tutti i suoi collaboratori, fino a 150 persone, che nella vecchia sede dello studio, nel quartiere del centro storico di Copenaghen, Christianshavn, erano stati distribuiti in tre piani di un palazzo. L’ufficio galleggiante, di 2000 mq, nella zona di Holmen, permette di interagire simultaneamente tra i diversi componenti dello studio: sullo stesso livello, è possibile concentrare tutte le attività, tenendo monitorato lo sviluppo del progetto, creando una sezione per la fabbricazione di modelli e plastici.

    L'UFFICIO GALLEGGIANTE IN LEGNO, CANNE E PAGLIA

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    Lo storico capannone risale al 1800 e fu edificato per alloggiare e riparare imbarcazioni militari. Il piano della struttura degrada verso il canale, progettato perché le navi potessero agevolmente scivolare sul pelo dell’acqua. La facciata orientale, verso il canale è stata schermata attraverso grandi vetrate e porte che, insieme ai lucernari permettono l’ingresso della luce naturale nell’ambiente.

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    La conservazione dell’edificio esterno, vincolato, ha permesso di mantenere un carattere originario. All’interno sono stati rimossi i divisori per realizzare la grande sala lavoro. Sono state create delle sale conferenza in vetro, “delle scatole dentro la scatola”, in modo che fosse possibile fare riunioni senza fermare il “flusso di lavoro” con barriere materiche più schermanti. Gli interni, che mostrano la struttura in legno, pareti bianche, scrivanie bianche e vetro, rivendicano il vero focus dell’ambiente: fotografie, rendering e modelli, il “prodotto” dello studio.

    Kim Herforth Nielsen, il fondatore di 3XN, ritiene che tutti, dai progettisti fondatori fino all’ultimo degli stagisti, siano portatori di idee preziose per migliorare i progetti che escono dal suo studio e che ambiscono a migliorare la vita della società. Per questo ha voluto fortemente questo trasferimento, impegnandosi in un progetto open space che facilitasse la comunicazione; ha poi diviso i collaboratori in squadre, in modo che si creassero delle micro aree di lavoro. Tutti possono vedere tutti ed essere ispirati da ciò che stanno facendo gli altri. Stravolgendo la cultura gerarchica del lavoro a cui siamo abituati, tutti i partner che dirigono lo studio si siedono insieme al personale, condividendo le decisioni e i progetti. Ad oggi ci sono 80 persone che, ogni giorno, progettano, disegnano e comunicano. Uno spazio così flessibile ne può ospitare altrettante. 

    Che dire..che invidia!


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    A Londra in un tipico quartiere residenziale, nascosta dietro la cortina di case ottocentesche che si affacciano sulla via dall’aspetto austero e ordinato, sorge una costruzione insolita: un maestoso albero di sommacco è abbracciato da un basso e curvo edificio in legno. Si tratta dell’ampliamento dell’abitazione ottocentesca di un noto critico d’arte realizzato dallo studio di progettazione 6a Architecture all’interno del rigoglioso giardino della casa di famiglia.

    L'ASILO INTORNO ALL'ALBERO CENTENARIO

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    IL PROGETTO DELLA CASA CHE ABBRACCIA L'ALBERO

    La storia dell’edificio inizia nel 1830 quando vengono edificate le due case gemelle in mattoni che saranno poi unite negli anni ’70. Con il passare del tempo le esigenze della famiglia mutano e per permettere alla padrona di casa, che ormai si muove solo sulla sedia a rotelle, di passare il tempo con i propri cari e di fruire della zona giorno è stato realizzato l’ampliamento verso il giardino. I progettisti hanno ristudiato i collegamenti verticali, hanno realizzato una passerella in modo da mettere in comunicazione diretta soggiorno e cucina senza la necessità di percorre scale e hanno posizionato nel nuovo volume una camera da letto e un bagno.

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    L’ampliamento ha preso in considerazione la presenza di un albero ad alto fusto che è diventato l’elemento generatore del progetto. La facciata curva svolge un duplice compito: da un lato risolve il problema del mantenimento della pianta e dall’altro permette la creazione di un piccolo terrazzo leggermente rialzato rispetto al giardino. Ampie finestrature permettono inoltre di godere della vista del verde anche quando le temperature esterne sono rigide e non è possibile stare all’aperto.

    Il volume aggiunto è interamente smontabile: fondazioni, struttura e rivestimenti sono in legno. Le pareti esterne sono rivestite con listelli di parquet rigenerato e opportunamente trattato, mentre gli interni sono in pannelli tinteggiati di colore bianco. Il risultato finale è una casa che si adatta alle esigenze della committenza senza sacrificare piante e fiori e che favorisce un rapporto diretto con il giardino.


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    Prima dell’anno 2015 era possibile accedere agli incentivi sul riscaldamento solo in caso di sostituzione dell'intero impianto. A partire da gennaio 2015, l'ecobonus ha introdotto delle detrazioni fiscali anche sull'acquisto ed installazione di impianti di climatizzazione invernale dotati di generatori di calore alimentati da biomasse combustibili per una spesa non superiore ai 30 mila euro. 

    Quindi, mentre negli anni passati la posa in opera di caldaie e stufe a legna o a pellet garantiva l'accesso agli incentivi solo se queste erano installate a sostituzione di un impianto di riscaldamento esistente, con l'aggiornamento dell'ecobonus questo non è più necessario: il solo acquisto ed installazione di questi impianti è sufficiente per l'accesso alle agevolazioni.

    Ad oggi, gli utenti che decidano di installare un impianto di riscaldamento a legna o pellet possono alternativamente scegliere il Conto Termico o le detrazioni fiscali del 65 e 50%. 

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    DETRAZIONI FISCALI DEL 65%

    La legge di stabilità 2015 ha esteso le detrazioni del 65% anche alle spese per l'acquisto ed installazione di impianti di climatizzazione invernale dotati di generatore di calore alimentati da biomasse combustibili sostenute dal 1° gennaio 2015 fino al 31 dicembre 2015 (per ulteriori informazioni consultare il vademecum ENEA). È stato chiarito che si può usufruire di queste agevolazioni anche acquistando ed installando generatori di calore senza caldaia integrata, quindi semplici stufe a legna o pellet (per una selezione di questi prodotti potete visitare il sito di Climaway) a patto che, in ogni caso, tali apparecchi rispettino le emissioni ed i rendimenti esplicitati nel vademecum ENEA e venga presentato l'attestato di certificazione o qualificazione energetica.

    Si può usufruire di queste detrazioni fino al 31 dicembre 2015. Da gennaio 2016, le detrazioni dovrebbero scendere dal 65 al 36%.

    CONTO TERMICO

    Ci sono due aspetti fondamentali che differenziano il conto termico dalle detrazioni del 65%: innanzitutto il conto termico non ha una scadenza temporale: si può accedere al conto termico fino al raggiungimento di un tetto di spesa annuale di 900 milioni di euro. Inoltre, il conto termico è valido solo per la sostituzione di impianti preesistenti. L'importo del conto termico è erogato in due anni con due rate di uguale importo. Il decreto stabilisce due formule per il calcolo di tale importo: una è riferita alle caldaie a biomassa e l'altra per le stufe e i termocamini. In entrambi i casi i fattori che entrano in gioco sono:

    • la potenza termica nominale dell'impianto
    • il coefficiente di valorizzazione dell'energia termica prodotta definito nella tabella 5 dell'allegato II del decreto.
    • il coefficiente premiante riferito alle emissioni di polveri distinto per tipologia installata come riportato nelle Tabelle 7, 8, 9 e 10 dell'allegato II del decreto.
    • le ore di funzionamento stimate in relazione alla zona climatica di appartenenza

    DETRAZIONI FISCALI DEL 50%

    Si può usufruire delle detrazioni fiscali del 50% se i lavori effettuati hanno un importo non superiore ai 96 mila euro e rientrano in un progetto di risparmio energetico o di ristrutturazione edilizia. Queste detrazioni sono valide anche per l'installazione (non solo la sostituzione) di caldaie e stufe a legna o a pellet. Non è possibile cumulare le detrazioni del 50 e del 65 per cento per gli stessi interventi.
    Per quanto riguarda i tempi, anche in questo caso le detrazioni del 50% sono valide fino al 31 dicembre 2015. In seguito, a partire dal 1 gennaio 2016 la percentuale scenderà al 36% ed avrà un limite di 48 mila euro per unità immobiliare.


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    Con la Legge di Stabilità 2015 (n. 190 del 23/12/2014) entrata in vigore il 1 Gennaio 2015, è stata finalmente riconosciuta ufficialmente l'importanza che le schermature solari rivestono per il risparmio energetico, per lo più estivo. La legge, infatti, ha esteso a tende, chiusure oscuranti, schermature e dispositivi di protezione solare di altro tipo gli incentivi fiscali del 65% già previsti per altri interventi di riqualificazione energetica (serramenti e infissi, caldaie a condensazione e biomassa - comma 344 e 347 -, pannelli solari, pompe di calore, coibentazione di pareti e coperture).

    Le agevolazioni sono da intendersi valide per le spese relative alle schermature SOLARI sostenutetra il 1 gennaio 2015 ed il 31 dicembre 2015, fino ad un valore massimo della detrazione di 60 mila euro. 

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    LE TIPOLOGIE DI SCHERMATURE CHE POSSONO USUFRUIRE DEGLI INCENTIVI

    Nello specifico, la legge ha esteso le detrazioni fiscali a prodotti, marcati CE se previsto, che rientrino nelle tipologie di schermature solari come specificato nell'allegato M del Decreto Legislativo n.311/2006, che riporta alle norme di riferimento UNI EN:

    • UNI EN 13561 “Tende esterne requisiti prestazioni compresa la sicurezza” (in obbligatorietà della Marcatura CE);
    • UNI EN 13659 “Chiusure oscuranti requisiti prestazionali compresa la sicurezza”  (in obbligatorietà della Marcatura CE);
    • UNI EN 14501 “Benessere termico e visivo caratteristiche prestazioni e classificazione”;
    • UNI EN 13363.01 “Dispositivi di protezione solare in combinazione con vetrate; calcolo della trasmittanza totale e luminosa, metodo calcolo semplificato”;
    • UNI EN 13363.02 “Dispositivi di protezione solare in combinazione con vetrate; calcolo della trasmittanza totale e luminosa, metodo calcolo dettagliato”.

    LE CARATTERISTICHE DELLE SCHERMATURE SOLARI PER LE DETRAZIONI


    Come esplicitato nel vademecum dell'Enea, da un'analisi delle norme UNI/TS 11300-1 e UNI EN ISO 13790 relative al calcolo delle prestazioni energetiche degli edifici, si è dedotto che i sistemi oscuranti, per rientrare tra quelli che potrebbero usufruire delle detrazioni dovrebbero avere le seguenti caratteristiche:

    • Proteggere una superficie vetrata;
    • Integrate nell'involucro edilizio in modo che non sia possibile per l'utilizzatore dell'immobile smontarle e montarle a piacimento;
    • Essere mobili;
    • Essere schermature tecniche.

    In merito alla posizione rispetto alla superficie vetrata, è possibile installare queste schermature all’interno, all’esterno o integrate nel vetro. È prevista anche l'installazione in combinazione con superfici vetrate sporgenti rispetto all'involucro o aggettanti.

    Si tratta di indicazioni di massima che aiutano a decifrare le norme ma che non sono da intendersi come giurisprudenza. Schermature e tende da sole dovranno rispondere ad una serie di requisiti di resistenza, resistenza al vento, capacità di schermare il sole ecc come da marcatura CE e norme UNI sopra citate. 


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    Venerdì 2 ottobre  2015, presso la sala Tessitori della Regione FVG a Trieste, il dott. JanezPotocnik  ha tenuto una conferenza sul tema:  “Transition to a resource efficient economic model and the role of science in the process”. L’evento è stato organizzato dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS)insieme alla ISRR di Ljubljana ,all’EU Plan GEIE di Trieste e la partecipazione di alcuni sponsor privati, fra i quali l’impresa italo-spagnola Sustainable Technologies.

    CINA E SVILUPPO SOSTENIBILE

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    Chi è Janez Potocnik

    Commissario europeo per l’Ambiente dal 2010 al 2014, JanezPotocnik è stato precedentemente commissario europeo per la Scienza e la ricerca (2004-2010) e ministro degli Affari europei nell'esecutivo sloveno (2002-2004).Come commissario europeo per l'Ambiente, JanezPotočnik ha promosso infatti linee politiche che hanno contribuito alla conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale ed è riuscito a inserire l'ambiente ai primi posti dell'agenda politica. Oggi è copresidente dell’International Resource Panel (IRP), un gruppo di esperti in materia di gestione delle risorse naturali, istituito nel 2007 dal Programma delle Nazioni Unite (UNEP) per condividere ed accrescere le conoscenze necessarie per migliorarne l’uso e garantirne la salvaguardia. L’IRP ha individuato l'economia circolare, basata sull'uso efficiente delle risorse, in particolare la conservazione e l'uso sostenibile delle risorse marine, tra le aree strategiche per la ricerca futura.

    caption: Janez Potocnik durante la ronda di domande e risposte

    I contenuti della conferenza

    Dopo una presentazione generale sulla struttura, scopi e traiettoria dell’IRP, il relatore ha presentato molto schiettamente  “la scomoda verità”  che  banchieri, politici e grandi multinazionali si ostinano a non voler vedere: non basta un Pianeta per assicurare il benessere di una popolazione, che cresce a ritmi inimmaginabili: eravamo 7 miliardi nel 2011 e saremo 8 miliardi nel 2024. La figura 1, basata su delle indagini dell’ IRP, è molto eloquente: nessun Paese al mondo si trova attualmente nella fascia di sostenibilità compatibile con il concetto di benessere sociale (rettangolo verde in basso a destra).

    In particolare, i paesi membri dell’UE  si trovano tutti nell’area di massima insostenibilità. La Cina invece, ha superato di poco la linea di equilibrio fra consumo e disponibilità delle risorse, ma con un tenore di vita di poco superiore ad altri paesi sottosviluppati. 

    caption: il problema fondamentale dello sviluppo umano, domanda di risorse superiore alla disponibilità del Pianeta.

    La causa del problema risiede in un fatto culturale, che è necessario cambiare al più presto: “L’economia (tale come la si intende attualmente) ignora le leggi fisiche”.  Sorprende una tale affermazione in bocca di un economista ed ex-politico, ma secondo il dott. Potocnik il passaggio da un sistema produttivo ancorato nei vecchi paradigmi della rivoluzione industriale ad un mondo di economia circolare  è una questione di sopravvivenza della specie. Siamo abituati a vedere l’economia circolare rappresentata simbolicamente come un cerchio, ma secondo il relatore tale approccio è troppo semplicistico e riduttivo. Un sistema produttivo davvero sostenibile si rappresenta meglio con il cosiddetto “diagramma a farfalla” mostrato nella figura 2.

    caption: il diagramma a farfalla dell’economia circolare, caratterizzato da diversi cerchi (le  ali della farfalla) e un pozzo finale (la coda della farfalla) nel quale converge tutto ciò che non può essere riutilizzato o valorizzato in qualche modo.

    In particolare, è  importante sottolineare come le posizioni di alcuni gruppi politici ecologistici siano ugualmente irreali a quelle dei liberisti estremi , in quanto è fisicamente  impossibile raggiungere la condizione “RIFIUTI ZERO”. Anche questa è una legge della fisica, estensione del principio termodinamico dell’entropia. Lo scopo della scienza e della tecnologia è minimizzare -per quanto possibile- i rifiuti, intesi come rifiuti materiali o energia irrecuperabile.  Molto interessanti ed attuali i due esempi di economia circolare ed economia lineare, già in atto nell’industria europea, presentati dal relatore. Nel primo caso, la testata dei motori a scoppio: ad esempio, alcune case automobilistiche già progettano motori in modo che alcune loro parti critiche -non soggette ad usura- possano essere riutilizzate. Utilizzare  una testata recuperata da un vecchio motore, per ri-fabbricarne uno nuovo, comporta economie quasi miracolose, rispetto a fabbricare un motore ex novo con le stesse prestazioni, ossia riduzioni: del 50% di emissioni di CO2, del 90% nel consumo di acqua e dell’ 80% di energia. L’esempio contrario ovvero economia lineare: l’industria più insostenibile attualmente è quella dei telefonini: la popolazione europea cambia dispositivo spesso, circa una volta ogni 6 mesi , fino ad un massimo di una volta ogni 3 anni, ma  solo il 10% dei telefonini dismessi viene riciclato, mentre il resto rimane in qualche cassetto, in quanto in molti casi è ancora funzionante. Si stima che nei cassetti delle abitazioni europee ci sia un tesoretto pari a 2,4 tonnellate di oro, 25 tonnellate di argento, 1 tonnellata di palladio, 900 tonnellate di rame, e quantità non facilmente stimabili di lantanidi, materiali estremamente rari che l’UE importa per oltre il 90% (si legga in proposito l'articolo "La guerra dei lantanidi").

    Conclusioni

    La conferenza si è conclusa con un animato dibattito grazie alle numerose domande da parte del pubblico. Nelle parole della d.ssa Paola Del Negro, direttrice della sezione di Oceanografia dell'Istituto:  “Le attività dell’ OGS, da sempre rivolte alla salvaguardia e alla valorizzazione delle risorse naturali , promuovono progetti internazionali di ricerca in questo settore. E l'uso sostenibile delle risorse naturali è una delle priorità a cui fanno riferimento sia le politiche europee che le nuove strategie economiche per lo sviluppo”.


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    IN/ARCH, ANCE, CNAPPC, Federcostruzioni e OICE sotto il coordinamento di PPAN hanno lanciato il premio per “Le Architetture dei Padiglioni di Expo Milano 2015”, articolato in premio della giuria e premio del pubblico.

    Sul sitoè possibile votare il proprio padiglione preferito con un semplice click, tempo fino al 20 Ottobre 2015, l’esito sarà annunciato entro il 31 Ottobre. Ad oggi sembra essere in testa il Padiglione Italia progettato dallo studio Nemesi.

    LA STORIA DELL'EXPO

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    IL PREMIO DELLA GIURIA AL PADIGLIONE UK

    Il premio della giuria, composta da Adolfo Guzzini (Presidente IN/ARCH), Claudio De Albertis (Presidente ANCE), Leopoldo Freyrie (Presidente CNAPPC), Rodolfo Girardi (Presidente Federcostruzioni), Alfredo Ingletti (Vice Presidente OICE), Gabriele Del Mese (Fondatore Arup Italia), Alessandro Cambi (SCAPE-Vincitore del Premio CNAPPC "Giovane Talento dell'Architettura Italiana 2014") e Maria Claudia Clemente (Labics), è stato svelato il 29 settembre ed è risultato vincitore il padiglione del Regno Unito, ritenuto il più attinente al tema di Expo 2015, sia per l’interdisciplinarietà che per il risultato architettonico. Menzioni di onore sono state assegnate ai Padiglioni del Brasile, Cile e Marocco, mentre i Cluster, fuori concorso, sono stati segnalati in quanto hanno dato possibilità anche ai Paesi meno abbienti di partecipare ad una esposizione così importante.

    Ma quali sono stati i punti di forza del Padiglione britannico? Scopriamolo insieme

    Padiglione UK: un grande alveare

    Progettato dall’artista Wolfgang Buttress insieme a BDP e costruito da Stage One e Rise, “BE HIVE” il padiglione britannico per Expo Milano 2015 si ispira alla vita delle api, tema peraltro ricorrente anche in altri spazi espositivi, ad esempio nel padiglione della Germania

    Perché le api sono un tema così ricorrente? Questi piccoli insetti svolgono un ruolo fondamentale nell’ecosistema in quanto impollinatori, permettono alle essenze arboree e alle erbe di riprodursi, pertanto giocano un ruolo chiave nella produzione globale di cibo. Inoltre, un aspetto interessante è il modo in cui collaborano tra di loro, ed è questo un altro tema ripreso più volte in Expo, l’importanza della collaborazione, ognuno di noi nel suo piccolo deve impegnarsi per il pianeta, solo così potremo rispondere alle grandi sfide mondiali a livello energetico ed alimentare.

    Nel caso UK, è l’intero padiglione, sia nell’allestimento che nell’architettura, ad ispirarsi alla vita ed al mondo di questi piccoli insetti. Il visitatore si trova a vivere un’esperienza sensoriale con gli occhi di un’ape: si accede attraverso un percorso che ricorda un frutteto, con pareti microforate attraverso le quali, avvicinando gli occhi ai fori, sono visibili dei mini filmati che spiegano il lavoro delle api e la loro importanza a livello ambientale.

    Si passa poi in un prato fiorito, dalle forme volutamente esagonali, in cui l’erba e le piante sono all’altezza della visuale umana, infine si giunge al grande alveare costituito da una struttura in acciaio a traliccio sorretta da pilastri.

    Padiglione-regno-unito-expo2015-b

    Padiglione-regno unito-expo2015-c1

    Padiglione-regno-unito-expo2015-d

    Salendo ed accedendo all’interno di questa struttura, ci si ritrova in un ambiente suggestivo. Il grande alveare è infatti collegato con un vero alveare monitorato dalla Nottingham Trent University, di notte il movimento delle api viene utilizzato per illuminare il padiglione. Il risultato è un fantastico gioco di luci che si accendono e si spengo a seconda della quantità di moto registrata a Nottingham.

    Inoltre nel piano inferiore è possibile ascoltare il rumore di queste api grazie ad un allestimento composto da colonnine nelle quali si deve porre un bastoncino e tenerlo con la bocca, le vibrazioni si trasmettono così dal bastoncino alla bocca e permettono di sentire l’attività delle api monitorate in Gran Bretagna. 

    Padiglione-regno-unito-expo2015-e

    Padiglione-regno-unito-expo2015-f

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    Un aspetto notevole nell’architettura del padiglione è la possibilità di essere smontato e poter essere rimontato altrove una volta che l’Esposizione Universale del 2015 sarà finita.


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    Grazie all’utilizzo di pratiche tradizionali tramandate dalle maestranze di generazione in generazione, la campagna italiana presenta tutt'oggi alcuni aspetti che possono essere interpretati quali testimonianze del suo paesaggio originario. Un contributo, questo, che è stato determinante nel riuscire a tutelare e conservare il nostro grande patrimonio storico, culturale e naturale, e che ha imparato nel tempo non solo a non scontrarsi ma anche ad adattarsi alle più moderne tecniche costruttive spesso sbandierate quali necessarie ed indispensabili ai fini dell'evoluzione e del miglioramento del nostro paesaggio rurale. Il continuo ricorso alle piú antiche tecniche agricole e costruttive ha permesso in molti casi di mantenere intatto il nostro ambiente naturale, la sua bellezza e la sua ricchezza, dimostrando l'importanza che ha saper guardare al passato come fonte inesauribile di informazioni da cui attingere al fine di salvaguardare il nostro paesaggio e la ricchezza delle risorse naturali che lo rendono unico al mondo.

    In copertina: Singolare vista dei terrazzamenti delle Cinque Terre (Liguria).

    I MURETTI A SECCO ISPIRANO UNA CASA SEMI-IPOGEA

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    Tra le tecniche costruttive del passato ancora oggi assai diffuse e facili da ritrovare in giro per le nostre campagne c'è la realizzazione di muretti a secco (di confine, di divisione, di sostegno). Una tecnica rintracciabile in quasi tutte le tradizioni culturali del passato e che può essere considerata quale primo tentativo di modificare l'ambiente per la realizzazione di un semplice riparo o delimitare una qualsiasi superficie. Tutte le grandi culture del passato hanno fatto ricorso ai muri a secco, dai Greci ai Romani alle altre popolazioni del bacino mediterraneo fino alle culture del'Europa continentale, dell'America Latina (soprattutto in Perù), della Cina.

    Eppure ancora oggi l'importanza dei muri a secco viene spesso sottovalutata dimenticando inoltre che i vuoti presenti in essi rappresentano uno spazio vitale per molte specie animali (ragni, lumache, rettili, anfibi ecc…) e vegetali grazie alla presenza e all'alternanza di spazi caldi, freddi, umidi, aridi, soleggiati, ombreggiati. Non a caso si tratta di un argomento oggetto di dibattito tra chi come il FAI si occupa di tutela e conservazione dell’ambiente e del paesaggio e chi invece si fa sostenitore di tecniche di costruzione "moderne" la cui durata e capacitá di inserimento nel paesaggio sono di gran lunga minori a quelle dei muri a secco.

    I muri a secco in Italia

    In Italia è possibile identificare diverse tipologie di muri a secco non solo per l'utilizzo che se ne fa ma anche per la tecnica che si utilizza per realizzarli, spesso diversa da regione a regione. Ed ogni regione sta cercando a suo modo di salvaguardare questo grande patrimonio.

    Il Regolamento per la Riqualificazione del Patrimonio Edilizio edito dalla Regione Liguria prescrive che “il ripristino dei muri di sostegno deve attuarsi senza utilizzo di malta ma con l’inserimento, ad opera ultimata, di una eventuale rete geosintetica di rinforzo non visibile, avendo l’accorgimento di convogliare opportunamente le acque meteoriche e di reimpiegare in modo opportuno le pietre pericolanti”.

    Anche in Sardegna il Piano Paesaggistico Regionale prevede la tutela dei muri a secco esistenti; in Toscana non mancano i bandi per il loro recupero e in Sicilia il nuovo PSR 2014-2020 prevede finanziamenti a loro favore.

    caption: Muri a secco in Istria.

    caption: Muri a secco in Sardegna.

    caption: Muri a secco in Sicilia.

    caption: Muri a secco in Sicilia.

    caption: Muri a secco per terrazzamenti su vigna in Toscana .

    Il caso della Puglia

    La Puglia è una delle regioni italiane in cui la diffusione delle costruzioni a secco ha dato vita a tipologie edilizie uniche (si pensi ad esempio ai famosissimi trulli) e in cui i muri a secco in particolare sono elemento caratterizzante del paesaggio rurale da centinaia e centinaia di anni: essi non solo hanno valenza storica – essendo utilizzati come linee di confine e traccia per delineare gli antichi sentieri – ma funzionano, ancora oggi, come elemento antropico in sintonia con il paesaggio agricolo, che salvaguarda le biospecie animali che del muretto si servono per le proprie funzioni vitali. Per non parlare poi della funzione di filtro dei muretti, per quanto riguarda lo scorrimento delle acque fra un terreno e un altro in caso di pioggia: l’acqua filtrando negli interstizi del muretto passa da zone di terreno a livelli più alti verso quelle a livelli più bassi distribuendosi lungo il cammino e lasciando appunto ai piedi del muretto tutta quella parte organica non filtrata che diventa humus utile alla rigenerazione del terreno stesso.

    caption: Muro a secco pugliese (in Puglia la disposizione, il tipo di finitura e la dimensione delle pietre varia addirittura da zona a zona).

    La Giunta della Regione Puglia, con la Deliberazione n.1544/2010, ha approvato le indicazioni tecniche per gli interventi di ripristino dei muretti a secco nelle aree naturali protette e nei siti Natura 2000, erogando anche dei contributi nel quinquennio dal 2007 al 2013 (azione 1, misura 216 del Programma di Sviluppo Rurale 2007-2013). Tra le ragioni che hanno spinto alla tutela e al ripristino di queste unicità del territorio pugliese vanno considerati i loro diversi aspetti ecologici, storici e paesaggistici.

    Tra le raccomandazioni della Deliberazione vi era quella che prevedeva che i muretti fossero (e siano visto che la normativa in merito è ancora in vigore) in “uno stato di conservazione soddisfacente delle specie e degli habitat presenti nel sito”, proprio a significare la loro funzione di elementi ecologici che contribuiscono non solo a scopi antropici ma contribuiscono a non intralciare la normale vita biologica dei terreni.

    In merito alla loro funzione é stato anche specificato che con gli interventi di ripristino occorre impegnarsi a “rispettare l’originale tipologia costruttiva del muretto a secco senza apportare elementi estranei come reti, malta cementizia, ecc…”.

    Le tecniche basilari per la realizzazione di muretti a secco

    Prima cosa bisogna disporre le pietre una sull’altra assicurandone la necessaria stabilità, senza ricorrere a leganti (malta o cemento). In pratica, si inizia con lo scavare trincea di fondazione pari all’intera lunghezza del muro che si vuole realizzare, in modo da creare una base che deve essere realizzata rigorosamente sempre a secco con la stesse pietre. La posa delle prime pietre deve essere fatta su uno strato di terreno che deve risultare il più possibile compatto e solido. Infatti, come nelle costruzioni in cemento, la struttura e la solidità delle fondamenta determineranno la futura stabilità dell’opera.

    Con l’impiego della mazzetta (avente la punta a piccone e i lati retrostanti squadrati e non stondati) si deve cercare regolarizzare le pietre da utilizzare squadrandole; in basso vengono collocate quelle di maggiori dimensioni,  e man mano che si sale quelle di dimensioni inferiori senza però ridursi ai sassi che invece costituiranno l’interstizio se si tratta per esempio dei muretti di confine pugliesi.

    caption: A sinistra un muro a secco di confine con struttura rastremata, al centro un muro a secco con struttura non rastremata, a destra una tipica struttura a secco pugliese (detta pagghiaro) in cui il muro diventa elemento strutturale.

    caption: Muro a secco con struttura a spina di pesce.

    caption: Muro a secco con struttura tipo cordonato.

    Non esistono delle regole standardizzate per la realizzazione di muretti a secco: ogni muretto, essendo un elemento che convive col paesaggio, va adattato alla zona interessata e che il più importante fattore che ne determina le caratteristiche quali esposizione, struttura, composizione e quant’altro è la mano del suo realizzatore. Tuttavia in genere i muri a secco di tutte le tipologie sono suddivisibili in quattro zone: base (o piede di fondazione), livello medioporzione rastremata superiore, coronamento (o cima).

    I fattori che determinano l'importanza ecologica e per la biodiversità dei muri sono:

    1.  struttura iniziale
    2.  inclinazione ed esposizione
    3.  decomposizione
    4.  velocità di colonizzazione

    Su questi fattori influiscono soprattutto: clima, apporto idrico, calore, luce, sostanze inquinanti.

    Svantaggi dell’uso di cemento o altri additivi nella realizzazione dei muri a secco

    I “maestri” dei muretti a secco sostengono che l’uso di tecniche alternative a quelle tradizionali (utilizzo di malta e/o cemento per ancorare le pietre o altro) e l’eliminazione totale o parziale delle opere preesistenti provoca la riduzione del valore paesaggistico del luogo ed è responsabile di pericolosi fenomeni di smottamento del terreno e della riduzione della fertilità del suolo con la conseguente necessità di ricorrere a tecniche di intervento non tradizionali nel primo caso e non naturali nel secondo innescando una catena dannosa dal punto di vista del paesaggio e della salute della popolazione.

    I tradizionali muri a secco consentono al contrario di assicurare stabilità ai terreni e di tutelare l’elemento più prezioso del paesaggio rurale, il suolo, offrendo allo stesso tempo un ambiente tradizionalmente favorevole alla vita animale e vegetale.

    Un muro a secco è un tesoro ed é fondamentale apprezzarne il valore per imparare a riconoscerli, a salvaguardarli e a replicarli nel rispetto della tradizione e dell'ambiente.


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    Prima dell’anno 2015 era possibile accedere agli incentivi sul riscaldamento solo in caso di sostituzione dell'intero impianto. A partire da gennaio 2015, l'ecobonus ha introdotto delle detrazioni fiscali anche sull'acquisto ed installazione di impianti di climatizzazione invernale dotati di generatori di calore alimentati da biomasse combustibili per una spesa non superiore ai 30 mila euro. 

    Quindi, mentre negli anni passati la posa in opera di caldaie e stufe a legna o a pellet garantiva l'accesso agli incentivi solo se queste erano installate a sostituzione di un impianto di riscaldamento esistente, con l'aggiornamento dell'ecobonus questo non è più necessario: il solo acquisto ed installazione di questi impianti è sufficiente per l'accesso alle agevolazioni.

    Ad oggi, gli utenti che decidano di installare un impianto di riscaldamento a legna o pellet possono alternativamente scegliere il Conto Termico o le detrazioni fiscali del 65 e 50%. 

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    DETRAZIONI FISCALI DEL 65%

    La legge di stabilità 2015 ha esteso le detrazioni del 65% anche alle spese per l'acquisto ed installazione di impianti di climatizzazione invernale dotati di generatore di calore alimentati da biomasse combustibili sostenute dal 1° gennaio 2015 fino al 31 dicembre 2015 (per ulteriori informazioni consultare il vademecum ENEA). È stato chiarito che si può usufruire di queste agevolazioni anche acquistando ed installando generatori di calore senza caldaia integrata, quindi semplici stufe a legna o pellet (per una selezione di questi prodotti potete visitare il sito di Climaway) a patto che, in ogni caso, tali apparecchi rispettino le emissioni ed i rendimenti esplicitati nel vademecum ENEA e venga presentato l'attestato di certificazione o qualificazione energetica.

    Si può usufruire di queste detrazioni fino al 31 dicembre 2015. Da gennaio 2016, le detrazioni dovrebbero scendere dal 65 al 36%.

    CONTO TERMICO

    Ci sono due aspetti fondamentali che differenziano il conto termico dalle detrazioni del 65%: innanzitutto il conto termico non ha una scadenza temporale: si può accedere al conto termico fino al raggiungimento di un tetto di spesa annuale di 900 milioni di euro. Inoltre, il conto termico è valido solo per la sostituzione di impianti preesistenti. L'importo del conto termico è erogato in due anni con due rate di uguale importo. Il decreto stabilisce due formule per il calcolo di tale importo: una è riferita alle caldaie a biomassa e l'altra per le stufe e i termocamini. In entrambi i casi i fattori che entrano in gioco sono:

    • la potenza termica nominale dell'impianto
    • il coefficiente di valorizzazione dell'energia termica prodotta definito nella tabella 5 dell'allegato II del decreto.
    • il coefficiente premiante riferito alle emissioni di polveri distinto per tipologia installata come riportato nelle Tabelle 7, 8, 9 e 10 dell'allegato II del decreto.
    • le ore di funzionamento stimate in relazione alla zona climatica di appartenenza

    DETRAZIONI FISCALI DEL 50%

    Si può usufruire delle detrazioni fiscali del 50% se i lavori effettuati hanno un importo non superiore ai 96 mila euro e rientrano in un progetto di risparmio energetico o di ristrutturazione edilizia. Queste detrazioni sono valide anche per l'installazione (non solo la sostituzione) di caldaie e stufe a legna o a pellet. Non è possibile cumulare le detrazioni del 50 e del 65 per cento per gli stessi interventi.
    Per quanto riguarda i tempi, anche in questo caso le detrazioni del 50% sono valide fino al 31 dicembre 2015. In seguito, a partire dal 1 gennaio 2016 la percentuale scenderà al 36% ed avrà un limite di 48 mila euro per unità immobiliare.


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