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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Con la Legge di Stabilità 2015 (n. 190 del 23/12/2014) entrata in vigore il 1 Gennaio 2015, è stata finalmente riconosciuta ufficialmente l'importanza che le schermature solari rivestono per il risparmio energetico, per lo più estivo. La legge, infatti, ha esteso a tende, chiusure oscuranti, schermature e dispositivi di protezione solare di altro tipo gli incentivi fiscali del 65% già previsti per altri interventi di riqualificazione energetica (serramenti e infissi, caldaie a condensazione e biomassa - comma 344 e 347 -, pannelli solari, pompe di calore, coibentazione di pareti e coperture).

    Le agevolazioni sono da intendersi valide per le spese relative alle schermature SOLARI sostenutetra il 1 gennaio 2015 ed il 31 dicembre 2015, fino ad un valore massimo della detrazione di 60 mila euro. 

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    LE TIPOLOGIE DI SCHERMATURE CHE POSSONO USUFRUIRE DEGLI INCENTIVI

    Nello specifico, la legge ha esteso le detrazioni fiscali a prodotti, marcati CE se previsto, che rientrino nelle tipologie di schermature solari come specificato nell'allegato M del Decreto Legislativo n.311/2006, che riporta alle norme di riferimento UNI EN:

    • UNI EN 13561 “Tende esterne requisiti prestazioni compresa la sicurezza” (in obbligatorietà della Marcatura CE);
    • UNI EN 13659 “Chiusure oscuranti requisiti prestazionali compresa la sicurezza”  (in obbligatorietà della Marcatura CE);
    • UNI EN 14501 “Benessere termico e visivo caratteristiche prestazioni e classificazione”;
    • UNI EN 13363.01 “Dispositivi di protezione solare in combinazione con vetrate; calcolo della trasmittanza totale e luminosa, metodo calcolo semplificato”;
    • UNI EN 13363.02 “Dispositivi di protezione solare in combinazione con vetrate; calcolo della trasmittanza totale e luminosa, metodo calcolo dettagliato”.

    LE CARATTERISTICHE DELLE SCHERMATURE SOLARI PER LE DETRAZIONI


    Come esplicitato nel vademecum dell'Enea, da un'analisi delle norme UNI/TS 11300-1 e UNI EN ISO 13790 relative al calcolo delle prestazioni energetiche degli edifici, si è dedotto che i sistemi oscuranti, per rientrare tra quelli che potrebbero usufruire delle detrazioni dovrebbero avere le seguenti caratteristiche:

    • Proteggere una superficie vetrata;
    • Integrate nell'involucro edilizio in modo che non sia possibile per l'utilizzatore dell'immobile smontarle e montarle a piacimento;
    • Essere mobili;
    • Essere schermature tecniche.

    In merito alla posizione rispetto alla superficie vetrata, è possibile installare queste schermature all’interno, all’esterno o integrate nel vetro. È prevista anche l'installazione in combinazione con superfici vetrate sporgenti rispetto all'involucro o aggettanti.

    Si tratta di indicazioni di massima che aiutano a decifrare le norme ma che non sono da intendersi come giurisprudenza. Schermature e tende da sole dovranno rispondere ad una serie di requisiti di resistenza, resistenza al vento, capacità di schermare il sole ecc come da marcatura CE e norme UNI sopra citate. 


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    Venerdì 2 ottobre  2015, presso la sala Tessitori della Regione FVG a Trieste, il dott. JanezPotocnik  ha tenuto una conferenza sul tema:  “Transition to a resource efficient economic model and the role of science in the process”. L’evento è stato organizzato dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS)insieme alla ISRR di Ljubljana ,all’EU Plan GEIE di Trieste e la partecipazione di alcuni sponsor privati, fra i quali l’impresa italo-spagnola Sustainable Technologies.

    CINA E SVILUPPO SOSTENIBILE

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    Chi è Janez Potocnik

    Commissario europeo per l’Ambiente dal 2010 al 2014, JanezPotocnik è stato precedentemente commissario europeo per la Scienza e la ricerca (2004-2010) e ministro degli Affari europei nell'esecutivo sloveno (2002-2004).Come commissario europeo per l'Ambiente, JanezPotočnik ha promosso infatti linee politiche che hanno contribuito alla conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale ed è riuscito a inserire l'ambiente ai primi posti dell'agenda politica. Oggi è copresidente dell’International Resource Panel (IRP), un gruppo di esperti in materia di gestione delle risorse naturali, istituito nel 2007 dal Programma delle Nazioni Unite (UNEP) per condividere ed accrescere le conoscenze necessarie per migliorarne l’uso e garantirne la salvaguardia. L’IRP ha individuato l'economia circolare, basata sull'uso efficiente delle risorse, in particolare la conservazione e l'uso sostenibile delle risorse marine, tra le aree strategiche per la ricerca futura.

    caption: Janez Potocnik durante la ronda di domande e risposte

    I contenuti della conferenza

    Dopo una presentazione generale sulla struttura, scopi e traiettoria dell’IRP, il relatore ha presentato molto schiettamente  “la scomoda verità”  che  banchieri, politici e grandi multinazionali si ostinano a non voler vedere: non basta un Pianeta per assicurare il benessere di una popolazione, che cresce a ritmi inimmaginabili: eravamo 7 miliardi nel 2011 e saremo 8 miliardi nel 2024. La figura 1, basata su delle indagini dell’ IRP, è molto eloquente: nessun Paese al mondo si trova attualmente nella fascia di sostenibilità compatibile con il concetto di benessere sociale (rettangolo verde in basso a destra).

    In particolare, i paesi membri dell’UE  si trovano tutti nell’area di massima insostenibilità. La Cina invece, ha superato di poco la linea di equilibrio fra consumo e disponibilità delle risorse, ma con un tenore di vita di poco superiore ad altri paesi sottosviluppati. 

    caption: il problema fondamentale dello sviluppo umano, domanda di risorse superiore alla disponibilità del Pianeta.

    La causa del problema risiede in un fatto culturale, che è necessario cambiare al più presto: “L’economia (tale come la si intende attualmente) ignora le leggi fisiche”.  Sorprende una tale affermazione in bocca di un economista ed ex-politico, ma secondo il dott. Potocnik il passaggio da un sistema produttivo ancorato nei vecchi paradigmi della rivoluzione industriale ad un mondo di economia circolare  è una questione di sopravvivenza della specie. Siamo abituati a vedere l’economia circolare rappresentata simbolicamente come un cerchio, ma secondo il relatore tale approccio è troppo semplicistico e riduttivo. Un sistema produttivo davvero sostenibile si rappresenta meglio con il cosiddetto “diagramma a farfalla” mostrato nella figura 2.

    caption: il diagramma a farfalla dell’economia circolare, caratterizzato da diversi cerchi (le  ali della farfalla) e un pozzo finale (la coda della farfalla) nel quale converge tutto ciò che non può essere riutilizzato o valorizzato in qualche modo.

    In particolare, è  importante sottolineare come le posizioni di alcuni gruppi politici ecologistici siano ugualmente irreali a quelle dei liberisti estremi , in quanto è fisicamente  impossibile raggiungere la condizione “RIFIUTI ZERO”. Anche questa è una legge della fisica, estensione del principio termodinamico dell’entropia. Lo scopo della scienza e della tecnologia è minimizzare -per quanto possibile- i rifiuti, intesi come rifiuti materiali o energia irrecuperabile.  Molto interessanti ed attuali i due esempi di economia circolare ed economia lineare, già in atto nell’industria europea, presentati dal relatore. Nel primo caso, la testata dei motori a scoppio: ad esempio, alcune case automobilistiche già progettano motori in modo che alcune loro parti critiche -non soggette ad usura- possano essere riutilizzate. Utilizzare  una testata recuperata da un vecchio motore, per ri-fabbricarne uno nuovo, comporta economie quasi miracolose, rispetto a fabbricare un motore ex novo con le stesse prestazioni, ossia riduzioni: del 50% di emissioni di CO2, del 90% nel consumo di acqua e dell’ 80% di energia. L’esempio contrario ovvero economia lineare: l’industria più insostenibile attualmente è quella dei telefonini: la popolazione europea cambia dispositivo spesso, circa una volta ogni 6 mesi , fino ad un massimo di una volta ogni 3 anni, ma  solo il 10% dei telefonini dismessi viene riciclato, mentre il resto rimane in qualche cassetto, in quanto in molti casi è ancora funzionante. Si stima che nei cassetti delle abitazioni europee ci sia un tesoretto pari a 2,4 tonnellate di oro, 25 tonnellate di argento, 1 tonnellata di palladio, 900 tonnellate di rame, e quantità non facilmente stimabili di lantanidi, materiali estremamente rari che l’UE importa per oltre il 90% (si legga in proposito l'articolo "La guerra dei lantanidi").

    Conclusioni

    La conferenza si è conclusa con un animato dibattito grazie alle numerose domande da parte del pubblico. Nelle parole della d.ssa Paola Del Negro, direttrice della sezione di Oceanografia dell'Istituto:  “Le attività dell’ OGS, da sempre rivolte alla salvaguardia e alla valorizzazione delle risorse naturali , promuovono progetti internazionali di ricerca in questo settore. E l'uso sostenibile delle risorse naturali è una delle priorità a cui fanno riferimento sia le politiche europee che le nuove strategie economiche per lo sviluppo”.


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    I processi costruttivi dell’architettura contemporanea, evolvendosi, per ragioni di sostenibilità, tendono sempre più a industrializzare tecniche e procedure compositive per preservare al meglio l’ambiente e le risorse che in esso possiamo trovare. Il concetto di modulo, spesso esasperato, viene utilizzato per generare proporzioni equilibrate di edifici o di insiemi di edifici. Se ripensiamo all’architettura classica, ci riferiamo ad un solo ed unico modulo, il diametro della colonna. Oggi questo concetto, ampiamente rielaborato e modificato per necessità ed estro, può prendere varie forme e legarsi alle dimensioni di un mattone, di una balletta di paglia, di un container, di un tubo di cartone…

    UN'ABITAZIONE CONCEPITA COME UNA COSTRUZIONE DI LEGO

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    Un ragionamento un po’ più fanciullesco è stato fatto da alcune aziende che si sono messe a produrre mattoni di plastica che come i lego, uniti tramite incastri, possono formare strutture per interni ed esterni.

    Questo strumento è come un giocattolo; proposti in forme e colori diversi, per meglio adattarsi alle esigenze, alle idee e alle abilità degli acquirenti, questi blocchi in polipropilene autoestinguente possono essere utilizzati con estrema facilità per costruire mobili, pareti, scaffali, banconi, intere stanze o strutture perfettamente funzionanti. I mattoncini infatti possono essere assemblati come tutti gli altri componenti modulari, ma in scala più ampia. L’unico limite di questi componenti sta nella dimensione dell’oggetto finale. La costruzione a questa scala non discrimina la semplicità compositiva, che rimane invariata; rimane da dire però, che il crollo di una parete di una decina di centimetri di altezza non è minimamente da paragonare a ciò che potrebbe provocare la caduta di una parete di tre metri.

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    La costruzione con questi blocchi non è particolarmente impegnativa o di difficile esecuzione; giustamente però, le domande di molti utenti riguardano la stabilità e alcuni problemi a essa connessi. Costruire una struttura con muri portanti significa seguire lo stesso iter per la costruzione di una classica muratura armata in laterizio, usando i cavedi preposti all’interno dei blocchi in plastica come alloggio di barre in acciaio che hanno il compito di legare al meglio il piede del muro con la sommità e aumentarne la stabilità strutturale. Come ultima prescrizione, vale la classica regola delle costruzioni con mattoni o simili; il corretto assemblaggio avviene coprendo la giunzione tra le teste dei blocchi della fila sottostante con un mattoncino.

    Il cavedio del mattone in plastica, può essere utilizzato, in caso di assemblaggio di elementi di arredamento o partizioni interne, per l’inserimento di piccoli impianti, di modo da non dover più ricorrere alle tracciature.

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    Globalmente, l’idea di riproporre un elemento che fa parte della nostra infanzia, ma ad una scala più ampia, è decisamente da perorare. Questi blocchetti prefabbricati un giorno potrebbero aiutare a costruire moduli (pensiamo ai rifugi di emergenza) con una velocità ed una semplicità strabilianti riuscendo magari a coinvolgere più persone in quello che potrebbe diventare il gioco delle costruzioni modulari.

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    IN/ARCH, ANCE, CNAPPC, Federcostruzioni e OICE sotto il coordinamento di PPAN hanno lanciato il premio per “Le Architetture dei Padiglioni di Expo Milano 2015”, articolato in premio della giuria e premio del pubblico.

    Sul sitoè possibile votare il proprio padiglione preferito con un semplice click, tempo fino al 20 Ottobre 2015, l’esito sarà annunciato entro il 31 Ottobre. Ad oggi sembra essere in testa il Padiglione Italia progettato dallo studio Nemesi.

    LA STORIA DELL'EXPO

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    IL PREMIO DELLA GIURIA AL PADIGLIONE UK

    Il premio della giuria, composta da Adolfo Guzzini (Presidente IN/ARCH), Claudio De Albertis (Presidente ANCE), Leopoldo Freyrie (Presidente CNAPPC), Rodolfo Girardi (Presidente Federcostruzioni), Alfredo Ingletti (Vice Presidente OICE), Gabriele Del Mese (Fondatore Arup Italia), Alessandro Cambi (SCAPE-Vincitore del Premio CNAPPC "Giovane Talento dell'Architettura Italiana 2014") e Maria Claudia Clemente (Labics), è stato svelato il 29 settembre ed è risultato vincitore il padiglione del Regno Unito, ritenuto il più attinente al tema di Expo 2015, sia per l’interdisciplinarietà che per il risultato architettonico. Menzioni di onore sono state assegnate ai Padiglioni del Brasile, Cile e Marocco, mentre i Cluster, fuori concorso, sono stati segnalati in quanto hanno dato possibilità anche ai Paesi meno abbienti di partecipare ad una esposizione così importante.

    Ma quali sono stati i punti di forza del Padiglione britannico? Scopriamolo insieme

    Padiglione UK: un grande alveare

    Progettato dall’artista Wolfgang Buttress insieme a BDP e costruito da Stage One e Rise, “BE HIVE” il padiglione britannico per Expo Milano 2015 si ispira alla vita delle api, tema peraltro ricorrente anche in altri spazi espositivi, ad esempio nel padiglione della Germania

    Perché le api sono un tema così ricorrente? Questi piccoli insetti svolgono un ruolo fondamentale nell’ecosistema in quanto impollinatori, permettono alle essenze arboree e alle erbe di riprodursi, pertanto giocano un ruolo chiave nella produzione globale di cibo. Inoltre, un aspetto interessante è il modo in cui collaborano tra di loro, ed è questo un altro tema ripreso più volte in Expo, l’importanza della collaborazione, ognuno di noi nel suo piccolo deve impegnarsi per il pianeta, solo così potremo rispondere alle grandi sfide mondiali a livello energetico ed alimentare.

    Nel caso UK, è l’intero padiglione, sia nell’allestimento che nell’architettura, ad ispirarsi alla vita ed al mondo di questi piccoli insetti. Il visitatore si trova a vivere un’esperienza sensoriale con gli occhi di un’ape: si accede attraverso un percorso che ricorda un frutteto, con pareti microforate attraverso le quali, avvicinando gli occhi ai fori, sono visibili dei mini filmati che spiegano il lavoro delle api e la loro importanza a livello ambientale.

    Si passa poi in un prato fiorito, dalle forme volutamente esagonali, in cui l’erba e le piante sono all’altezza della visuale umana, infine si giunge al grande alveare costituito da una struttura in acciaio a traliccio sorretta da pilastri.

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    Salendo ed accedendo all’interno di questa struttura, ci si ritrova in un ambiente suggestivo. Il grande alveare è infatti collegato con un vero alveare monitorato dalla Nottingham Trent University, di notte il movimento delle api viene utilizzato per illuminare il padiglione. Il risultato è un fantastico gioco di luci che si accendono e si spengo a seconda della quantità di moto registrata a Nottingham.

    Inoltre nel piano inferiore è possibile ascoltare il rumore di queste api grazie ad un allestimento composto da colonnine nelle quali si deve porre un bastoncino e tenerlo con la bocca, le vibrazioni si trasmettono così dal bastoncino alla bocca e permettono di sentire l’attività delle api monitorate in Gran Bretagna. 

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    Un aspetto notevole nell’architettura del padiglione è la possibilità di essere smontato e poter essere rimontato altrove una volta che l’Esposizione Universale del 2015 sarà finita.


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    Grazie all’utilizzo di pratiche tradizionali tramandate dalle maestranze di generazione in generazione, la campagna italiana presenta tutt'oggi alcuni aspetti che possono essere interpretati quali testimonianze del suo paesaggio originario. Un contributo, questo, che è stato determinante nel riuscire a tutelare e conservare il nostro grande patrimonio storico, culturale e naturale, e che ha imparato nel tempo non solo a non scontrarsi ma anche ad adattarsi alle più moderne tecniche costruttive spesso sbandierate quali necessarie ed indispensabili ai fini dell'evoluzione e del miglioramento del nostro paesaggio rurale. Il continuo ricorso alle piú antiche tecniche agricole e costruttive ha permesso in molti casi di mantenere intatto il nostro ambiente naturale, la sua bellezza e la sua ricchezza, dimostrando l'importanza che ha saper guardare al passato come fonte inesauribile di informazioni da cui attingere al fine di salvaguardare il nostro paesaggio e la ricchezza delle risorse naturali che lo rendono unico al mondo.

    In copertina: Singolare vista dei terrazzamenti delle Cinque Terre (Liguria).

    I MURETTI A SECCO ISPIRANO UNA CASA SEMI-IPOGEA

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    Tra le tecniche costruttive del passato ancora oggi assai diffuse e facili da ritrovare in giro per le nostre campagne c'è la realizzazione di muretti a secco (di confine, di divisione, di sostegno). Una tecnica rintracciabile in quasi tutte le tradizioni culturali del passato e che può essere considerata quale primo tentativo di modificare l'ambiente per la realizzazione di un semplice riparo o delimitare una qualsiasi superficie. Tutte le grandi culture del passato hanno fatto ricorso ai muri a secco, dai Greci ai Romani alle altre popolazioni del bacino mediterraneo fino alle culture del'Europa continentale, dell'America Latina (soprattutto in Perù), della Cina.

    Eppure ancora oggi l'importanza dei muri a secco viene spesso sottovalutata dimenticando inoltre che i vuoti presenti in essi rappresentano uno spazio vitale per molte specie animali (ragni, lumache, rettili, anfibi ecc…) e vegetali grazie alla presenza e all'alternanza di spazi caldi, freddi, umidi, aridi, soleggiati, ombreggiati. Non a caso si tratta di un argomento oggetto di dibattito tra chi come il FAI si occupa di tutela e conservazione dell’ambiente e del paesaggio e chi invece si fa sostenitore di tecniche di costruzione "moderne" la cui durata e capacitá di inserimento nel paesaggio sono di gran lunga minori a quelle dei muri a secco.

    I muri a secco in Italia

    In Italia è possibile identificare diverse tipologie di muri a secco non solo per l'utilizzo che se ne fa ma anche per la tecnica che si utilizza per realizzarli, spesso diversa da regione a regione. Ed ogni regione sta cercando a suo modo di salvaguardare questo grande patrimonio.

    Il Regolamento per la Riqualificazione del Patrimonio Edilizio edito dalla Regione Liguria prescrive che “il ripristino dei muri di sostegno deve attuarsi senza utilizzo di malta ma con l’inserimento, ad opera ultimata, di una eventuale rete geosintetica di rinforzo non visibile, avendo l’accorgimento di convogliare opportunamente le acque meteoriche e di reimpiegare in modo opportuno le pietre pericolanti”.

    Anche in Sardegna il Piano Paesaggistico Regionale prevede la tutela dei muri a secco esistenti; in Toscana non mancano i bandi per il loro recupero e in Sicilia il nuovo PSR 2014-2020 prevede finanziamenti a loro favore.

    caption: Muri a secco in Istria.

    caption: Muri a secco in Sardegna.

    caption: Muri a secco in Sicilia.

    caption: Muri a secco in Sicilia.

    caption: Muri a secco per terrazzamenti su vigna in Toscana .

    Il caso della Puglia

    La Puglia è una delle regioni italiane in cui la diffusione delle costruzioni a secco ha dato vita a tipologie edilizie uniche (si pensi ad esempio ai famosissimi trulli) e in cui i muri a secco in particolare sono elemento caratterizzante del paesaggio rurale da centinaia e centinaia di anni: essi non solo hanno valenza storica – essendo utilizzati come linee di confine e traccia per delineare gli antichi sentieri – ma funzionano, ancora oggi, come elemento antropico in sintonia con il paesaggio agricolo, che salvaguarda le biospecie animali che del muretto si servono per le proprie funzioni vitali. Per non parlare poi della funzione di filtro dei muretti, per quanto riguarda lo scorrimento delle acque fra un terreno e un altro in caso di pioggia: l’acqua filtrando negli interstizi del muretto passa da zone di terreno a livelli più alti verso quelle a livelli più bassi distribuendosi lungo il cammino e lasciando appunto ai piedi del muretto tutta quella parte organica non filtrata che diventa humus utile alla rigenerazione del terreno stesso.

    caption: Muro a secco pugliese (in Puglia la disposizione, il tipo di finitura e la dimensione delle pietre varia addirittura da zona a zona).

    La Giunta della Regione Puglia, con la Deliberazione n.1544/2010, ha approvato le indicazioni tecniche per gli interventi di ripristino dei muretti a secco nelle aree naturali protette e nei siti Natura 2000, erogando anche dei contributi nel quinquennio dal 2007 al 2013 (azione 1, misura 216 del Programma di Sviluppo Rurale 2007-2013). Tra le ragioni che hanno spinto alla tutela e al ripristino di queste unicità del territorio pugliese vanno considerati i loro diversi aspetti ecologici, storici e paesaggistici.

    Tra le raccomandazioni della Deliberazione vi era quella che prevedeva che i muretti fossero (e siano visto che la normativa in merito è ancora in vigore) in “uno stato di conservazione soddisfacente delle specie e degli habitat presenti nel sito”, proprio a significare la loro funzione di elementi ecologici che contribuiscono non solo a scopi antropici ma contribuiscono a non intralciare la normale vita biologica dei terreni.

    In merito alla loro funzione é stato anche specificato che con gli interventi di ripristino occorre impegnarsi a “rispettare l’originale tipologia costruttiva del muretto a secco senza apportare elementi estranei come reti, malta cementizia, ecc…”.

    Le tecniche basilari per la realizzazione di muretti a secco

    Prima cosa bisogna disporre le pietre una sull’altra assicurandone la necessaria stabilità, senza ricorrere a leganti (malta o cemento). In pratica, si inizia con lo scavare trincea di fondazione pari all’intera lunghezza del muro che si vuole realizzare, in modo da creare una base che deve essere realizzata rigorosamente sempre a secco con la stesse pietre. La posa delle prime pietre deve essere fatta su uno strato di terreno che deve risultare il più possibile compatto e solido. Infatti, come nelle costruzioni in cemento, la struttura e la solidità delle fondamenta determineranno la futura stabilità dell’opera.

    Con l’impiego della mazzetta (avente la punta a piccone e i lati retrostanti squadrati e non stondati) si deve cercare regolarizzare le pietre da utilizzare squadrandole; in basso vengono collocate quelle di maggiori dimensioni,  e man mano che si sale quelle di dimensioni inferiori senza però ridursi ai sassi che invece costituiranno l’interstizio se si tratta per esempio dei muretti di confine pugliesi.

    caption: A sinistra un muro a secco di confine con struttura rastremata, al centro un muro a secco con struttura non rastremata, a destra una tipica struttura a secco pugliese (detta pagghiaro) in cui il muro diventa elemento strutturale.

    caption: Muro a secco con struttura a spina di pesce.

    caption: Muro a secco con struttura tipo cordonato.

    Non esistono delle regole standardizzate per la realizzazione di muretti a secco: ogni muretto, essendo un elemento che convive col paesaggio, va adattato alla zona interessata e che il più importante fattore che ne determina le caratteristiche quali esposizione, struttura, composizione e quant’altro è la mano del suo realizzatore. Tuttavia in genere i muri a secco di tutte le tipologie sono suddivisibili in quattro zone: base (o piede di fondazione), livello medioporzione rastremata superiore, coronamento (o cima).

    I fattori che determinano l'importanza ecologica e per la biodiversità dei muri sono:

    1.  struttura iniziale
    2.  inclinazione ed esposizione
    3.  decomposizione
    4.  velocità di colonizzazione

    Su questi fattori influiscono soprattutto: clima, apporto idrico, calore, luce, sostanze inquinanti.

    Svantaggi dell’uso di cemento o altri additivi nella realizzazione dei muri a secco

    I “maestri” dei muretti a secco sostengono che l’uso di tecniche alternative a quelle tradizionali (utilizzo di malta e/o cemento per ancorare le pietre o altro) e l’eliminazione totale o parziale delle opere preesistenti provoca la riduzione del valore paesaggistico del luogo ed è responsabile di pericolosi fenomeni di smottamento del terreno e della riduzione della fertilità del suolo con la conseguente necessità di ricorrere a tecniche di intervento non tradizionali nel primo caso e non naturali nel secondo innescando una catena dannosa dal punto di vista del paesaggio e della salute della popolazione.

    I tradizionali muri a secco consentono al contrario di assicurare stabilità ai terreni e di tutelare l’elemento più prezioso del paesaggio rurale, il suolo, offrendo allo stesso tempo un ambiente tradizionalmente favorevole alla vita animale e vegetale.

    Un muro a secco è un tesoro ed é fondamentale apprezzarne il valore per imparare a riconoscerli, a salvaguardarli e a replicarli nel rispetto della tradizione e dell'ambiente.


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    In Belgio, a Courtrai il museo "Texture"necessitava di uno spazio pubblico per i visitatori e per i residenti del distretto di Overleie. In attesa di una rivalutazione completa dell’area, lo Studio Bastae i Wagon-landscaping hanno ridisegnato il parcheggio antistante incidendolo con un trapano secondo ilcodice QR (abbreviazione di Quick Response Code "risposta rapida") di accesso alle informazioni del museo.

    I GIARDINI PIÙ BELLI IN UN UNICO PARCO

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    Il Texture: un giardino temporaneo basato sul codice QR, caratterizzato da moduli neri disposti all’interno di uno schema quadrato, è infatti il nuovo codice a barre bidimensionale per memorizzare informazioni da leggere con uno smartphone o computer. Preso come spunto dai paesaggisti belgi, diventa il concept per un’installazione temporanea di gradevole effetto.  

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    Il museo interattivo ‘Texture’, aperto lo scorso autunno, rappresenta un omaggio alla valle del Lys, alla filatura e alla tessitura del lino. I progettisti NoArchitecten e Madoc hanno ampliato l’edificio originale del 1912 con una corona gialla sul tetto, cenno al Lys ‘"iume d'Oro", arteria storica dello sviluppo economico della regione. Lo spazio espositivo è stato diviso nella Sala Curiosità, della Lys e quella del Tesoro. La prima si trova al piano terra e permette al pubblico di sentire, vedere e gustare tutto ciò che riguarda il lino. Al primo piano si ripercorre le vicende del fiume e la corrispondente evoluzione dell’imprenditorialità, competenza e tecnologia nella regione. È una storia di fortune alterne, di lavoratori con gravi periodi di crisi, di pensatori e prevaricatori. Infine, nell’ultima stanza, sotto il tetto d’oro sono custoditi alcuni pezzi autentici, bellissimi pizzi e pregiati damaschi (popolari tra i nobili e borghesi).

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    Sulla base degli elementi presenti in loco, il progetto è stato realizzato in tempi molto brevi (cinque mesi per la progettazione e uno per la realizzazione) grazie all'aiuto dei residenti e dei paesaggisti. Come qualsiasi altro intervento partecipato, è diventato un evento sociale con le storie e gli aneddoti dei residenti che hanno ripercorso la storia del luogo e dell’industria del lino.

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    I moduli neri del codice, segnati con il gessetto sul foglio asfaltato, sono stati forati e divelti per la piantumazione delle graminacee. Divenuti i micro-spazi verdi nel labirinto temporaneo, sono stati occupati interamente da flessuosi e altissimi miscanti sinensis, mentre qua e là si trovano sedute rosse di varie altezze e panche di legno. L’effetto finale è un giardino ritagliato nell’asfalto con piante scapigliate dai bagliori argentei, i cui colori e l'aspetto informale ricordano i campi di lino.

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    Seppur temporaneo, rappresenta un nuovo spazio ludico per il distretto di Overleie e un forte incipit per la riconversione dell’area, in attesa del restyling totale. Non è certo una novità che giovani e residenti investano tanta energia per progetti di inverdimento di aree bitumate o degradate. Rimuovere porzioni di asfalto e asportare pezzi di parcheggio a vantaggio del verde sono divenute azioni popolarissime, addirittura coadiuvate da paesaggisti del calibro di Gilles Clément e da associazioni locali. Dall'altro canto, come per tanti altri interventi di rigenerazione urbana, pur nascendo come migliorativo è diventato oggetto di barbarie e noncuranza di alcuni. 


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    All’interno del quartiere residenziale Nieuw Leyden, a nord della città di Leida, nei Paesi Bassi, lo studio di architettura 24H Architecture ha progettato un’unità abitativa ecologica unica nel suo genere. Essendo la zona ad alta densità abitativa e, trattandosi di case a schiera, il problema più importante da affrontare era la luce. Da qui l’idea di massimizzare il guadagno solare e l’apporto di luce attraverso l’introduzione di un cortile centrale che sfonda l’abitazione e permette alla luce diurna di illuminare anche gli ambienti inferiori. Data la sua conformazione estetica, la corte è stata soprannominata “canyon”.

    LA CASA PATIO IN UN ANGUSTO LOTTO DI BARCELLONA

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    Non esistono tramezzi divisori: sono le pareti stesse del canyon a suddividere gli spazi interni, articolandosi in parti vetrate nella zona giorno, parti opache nella zona dei servizi igienici fino a cambiare forma inglobando la scala. Il contributo solare permette sia di avere ambienti riscaldati naturalmente, grazie alla costruzione di pareti altamente isolanti e di vetri a bassa emissione, sia di avere acqua calda tramite un sistema solare termico, riducendo quindi consumi e costi dell’energia.

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    I pavimenti interni ed esterni, le cornici delle porte e delle finestre, sono in bambù. Le pareti interne del canyon presentano un andamento sinuoso e un motivo decorativo intagliato molto elaborato, che riproduce la forma irregolare dei sassi di pietra. Stesso motivo, seppure a scala maggiore, caratterizza il parapetto della scala. A rendere unico questo progetto, oltre alla corte apprezzabile prevalentemente dall’interno, è senz’altro, la facciata. Il suo aspetto organico, fatto di linee curve e armoniose, interpreta in chiave moderna lo stile art nouveau.

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    Da un punto di vista formale, l’unità dell’organismo architettonico si esplica attraverso la leggibilità in facciata della sua struttura interna. Così come in questo caso, è la facciata che racconta l’anima della casa. La facciata è in Louro Gamela, un’essenza di legno dalle elevate prestazioni meccaniche e di durabilità, mentre le parti in acciaio Cor-Ten, rappresentano le proiezioni in facciata del canyon, quasi a voler comunicare, con le sue forme, il percorso della luce all’interno della casa.  

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    Avete mai pensato ad un edificio fatto totalmente da piante? Esiste, non è una semplice capanna rudimentale, e si trova in Nuova Zelanda, una nazione in cui  la sensibilità green è sempre stata molto diffusa e radicata nella coscienza della popolazione. L'inusuale edificio in questione è una chiesa fatta di alberi e piante rampicanti, si trova a Ohaupo, al centro di un parco, ed è stata ribattezzata non a caso Tree Church.

    OPERE VERDI: IL TUNNEL VEGETALE PER INNAMORATI

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    La Tree Church, la chiesa vegetale, è interamente costituita da vegetazione che si sviluppa intorno ad una struttura in metallo, progettata a mo' di guida per rami e foglie. Questi si estendono e sviluppano secondo le superfici predefinite assumendo l'aspetto e la funzione di muri, copertura e passaggi.

    Sono serviti ben quattro anni perché le piante crescessero e la coprissero completamente! La eco chiesa, la cui realizzazione é stata finanziata dall’imprenditore locale Barry Cox, è subito diventata meta di pellegrinaggio per fedeli e curiosi provenienti da tutti i paesi del Mondo, tanto che alcuni l’hanno già ribattezzata come la Lourdes dell’eco-sostenibilità. Forse un confronto po’ azzardato ma comunque molto suggestivo. Può ospitare fino a 100 fedeli ed è stata pensata da Cox durante i suoi numerosi viaggi in cui diverse sono state le chiese da lui visitate.  Il parco, che può essere visitato o affittato per cerimonie ed eventi, comprende anche un labirinto, splendidi giardini e una tensostruttura.

    Per noi amanti dell'architettura green rappresenta invece un riuscito esempio di come sia possibile costruire edifici rispettando l’ambiente circostante e privilegiando "materiali" naturali. Al momento la chiesa vegetale resta un esempio unico al mondo, ma visto il successo che sta riscuotendo ci auguriamo che molto presto "edifici" simili vengano realizzati in tutto il mondo!


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    All’interno di una foresta, nelle vicinanze del torrente Ri d’Alyse che segna il confine tra Francia e Belgio, si trova, nascosta fra gli alberi, una piccola casa per le vacanze. È una costruzione ecologica, progettata dall’architetto Pierre Deru, dello studio di architettura AADD.

    CASE nella foresta PER VIVERE IN STILE SCANDINAVO

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    La volontà di allontanarsi dalla vita frenetica della città e rilassarsi a contatto con la natura, ha spinto una famiglia a comprare un terreno nella foresta di Viroinval e uno chalet. Quest’ultimo, tuttavia, in pessime condizioni, è stato ricostruito dall’architetto Pierre Deru che, con un budget modesto, ha dato vita ad una casa in legno dall'organismo che dialoga con l’ambiente circostante.

    Pierre Deru ha progettato delle forme organiche, dinamiche, curve, che entrano in armonia con gli elementi naturali, utilizzando delle tecniche costruttive rispettose dell’ambiente, nessun impatto negativo sulla foresta.

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    La copertura ha una forma ogivale, aggettante per proteggere la facciata vetrata; all’interno presenta un motivo a losanghe o a “nido d’ape”, che si ispira alle famose opere di Philibert Delorme. L’intradosso, oltre ad avere una funzione strutturale, rappresenta una decorazione costante in tutti gli ambienti. Offre, altresì, la possibilità di personalizzare gli spazi, attraverso piccole mensole incastrate, dando vita a piccole librerie e porta oggetti.

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    All’interno, in continuità con l’ambiente esterno, è presente una scultura dallo stile africano; si tratta di un tronco d’albero scolpito che funge da scala. Un elemento particolare che attira molto l’attenzione dei bambini.

    La casa è interamente in legno, con la facciata rivolta a sud completamente vetrata. I materiali sono tutti ecologici: legname certificato FSC, sughero, argilla, cellulosa e lana di legno. Quasi nulle le emissioni di CO2; una stufa a legna per il riscaldamento e la cottura dei cibi; in facciata due pannelli solari integrati a due boiler, riscaldano l’acqua sanitaria, e la depurazione è praticata mediante lagunaggio e compostaggio.


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    Nei Paesi Bassi, nella cittadina olandese di Elspeet è stata recentemente costruita la prima chiesa interamente realizzata in legno riciclato secondo la tradizione mennonita. 

    CHIESA IN LEGNO:QUELLE DI CHILOÉ SONO PATRIMONIO UNESCO

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    In linea con i principi mennoniti, infatti, il design dell’edificio ed i suoi ornamenti ed arredi interni sono volutamente semplici, poveri ed essenziali, così  come vuole la filosofia mennonita che vede nella povertà degli ambienti la dimensione ideale per entrare in contatto con Dio e concentrarsi solo sulla preghiera e lo stare insieme agli altri fedeli.

    Gli ideatori del progetto, nonché i responsabili durante la fase esecutiva, sono stati i tecnici dello studio FARO. La eco-chiesa di Elspeet è un esempio di architettura pulita ed elegante, quasi essenziale, che vuole mimetizzarsi nel paesaggio circostante cercando di ridurre al minimo gli impatti ambientali. L'edificio infatti, salvo piccole finiture, è realizzato totalmente in legno naturale. L'interno è stato rifinito con pavimenti riciclati da materiali derivanti da un antico convento: provenienti da foreste che vengono rimboschite periodicamente, mentre la facciata anteriore è in rovere. Il materiale isolante utilizzato per coibentare le pareti dell’edificio è il lino.

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    Il riscaldamento è garantito grazie ad un sistema ad accumulo termico.

    La chiesa di Elspeet ormai è meta non solo di fedeli ma anche di curiosi tanto da restare aperta 24 ore al giorno ed è adibita non solo a funzioni religiose ma anche ad eventi di altro tenore. Insomma un luogo ideale in cui pregare, e non solo, secondo natura!

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    Si chiama “Free Electric” la nuova cyclette che permetterà di produrre l’energia necessaria a coprire i consumi medi giornalieri di un’abitazione pedalando per un’ora. L’energia cinetica prodotta con il movimento corporeo della pedalata aziona una turbina che genera elettricità e la immagazzina in una batteria. Così una sana e regolare attività fisica potrà garantire l’autosufficienza energetica anche a chi a stento ha accesso all’energia elettrica.

    LA LAVASTOVIGLIE A MANOVELLA CHE LAVA IN 1 MINUTO

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    Già a partire dal prossimo anno l’imprenditore indiano Manoj Bhargava sperimenterà il suo modello innovativo distribuendo 10 mila prototipi tra i cittadini indiani più bisognosi. Le prime 50 cyclette verranno prodotte in India e distribuite in una ventina di villaggi dello stato di Uttarakhand, nel Nord del Paese, dove l’assenza di infrastrutture per la distribuzione dell’elettricità ne rende l’accesso da sempre difficile e costoso. In tal modo l’illuminazione e l’uso degli elettrodomestici sarà possibile anche nei villaggi remoti al confine con il Nepal. Secondo le previsioni del milionario, terminata la fase della sperimentazione, la bici potrebbe essere prodotta su scala mondiale e venduta a soli 100 dollari in tutto il mondo.

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    L’imprenditore sessantenne Bhargava, attualmente residente in Michigan, ha frequentato per un anno la Princeton University prima di abbandonare gli studi e proseguire le sue ricerche con un team di ingegneri con cui studia progetti ambiziosi nel campo delle nuove tecnologie: non solo produzione di energia pulita con la “Free Electric” ma anche il “Rain Maker”, uno strumento che renderebbe potabile l’acqua inquinata e il “Renew”, un dispositivo medico che migliorerebbe la circolazione del sangue. Nel suo documentario “Billions in change” spiega che mettere le proprie ricchezze a disposizione dei più poveri è un imperativo morale a cui non possiamo più sottrarci, con una popolazione mondiale di 7 miliardi di persone che sta consumando progressivamente le risorse del pianeta. “Chi ha di più deve aiutare le persone che hanno avuto meno, e deve agire ora”! 

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    Esistono piscine che non hanno bisogno di cloro per depurarsi, ma di piante. Il cui fondale non è di un finto azzurro splendente e in cui, appoggiandosi ai bordi, non si incorre nel duro e freddo cemento. Sono le piscine bio, quelle fitodepurate, in grado di mantenere pulita l’acqua senza l’utilizzo di sostanze chimiche. Accade grazie al filtraggio biologico affidato a delle specifiche piante acquatiche (macrofite) che riescono a rimuovere la materia organica presente nell’acqua e sfruttarla per la propria crescita. Nell’articolo capiremo quali sono gli elementi che servono per realizzare un biolago e come costruirne uno.

    COMPONENTI E FUNZIONAMENTO DI UNA PISCINA BIO

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    Come quella inaugurata nell’estate del 2015 a Londra, nei pressi della stazione di Kings Cross, le piscine fitodepurate, chiamate anche biolaghi, possono essere utilizzate tutto l’anno e non sono soggette alle operazioni di manutenzioni tipiche delle piscine tradizionali (svuotamento o copertura nella stagione invernale) ma, accoppiata all’azione filtrante delle acque, richiedono una pulizia manuale per evitare l’eccessiva formazione di alghe.

    ELEMENTI NECESSARI PER REALIZZARE UNA PISCINA FITODEPURATA

    Per sapere come realizzare un biolago, o piscina fitodepurata, ci siamo affidati agli esperti di Rifare Casa, che ci hanno indicato i passi fondamentali da seguire e gli elementi che non possono mancare quando si sceglie di optare per un elemento più naturale anziché una piscina tradizionale.

    Individuazione del luogo  e scavo

    È importante scegliere accuratamente il luogo dove iniziare lo scavo. Questo deve essere quanto più possibile (almeno 8 metri) lontano da alberi e corpi fissi ombreggianti in modo da evitare sia che le foglie cadute si depositino sulla superficie del biolago, sia perché l’ombra rallenta e talvolta impedisce la crescita delle piante acquatiche a cui è affidato l’importante compito di depurare le acque del biolago.

    Una volta individuato il luogo in cui realizzare la piscina fitodepurata, si può procedere con lo scavo. Non esistono forme da preferire ma suggeriamo che la biopiscina abbia una forma organica, morbida: una forma squadrata e spigolosa si adatta meno bene ad essere integrata nell’ambiente e non appare naturale. In ogni caso si consiglia che lo scavo abbia una profondità compresa tra uno e due metri e si estenda idealmente su una superficie di 100 mq.

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    Le aree del biolago

    Le piscine fitodepurate sono divise sempre in due sezioni: una dedicata alla balneazione entrambe coperte da un telo impermeabile che può essere nascosto sotto ghiaia o ciottoli.

    • L’area dedicata alla balneazione:  Qui le piante acquatiche non sono presenti affatto. In questa zona si completa l’ossigenazione dell’acqua.
    • L’area dedicata alle piante fitodepuranti:  l’area della fitodepurazione deve estendersi per una superficie pari a circa il 30% di quella della piscina e deve essere collocata preferibile più in alto dell’area per la balneazione. In questo modo l’acqua, scorrendo dalla zona della fitodepurazione verso la piscina, genera delle piccole cascate, che favoriscono l’ossigenazione dell’acqua.

    È importante che, al confine con la zona balneabile, siano presenti anche delle aree spondali periferiche meno profonde che contribuiscano alla rigenerazione dell’acqua.

    Completa l’impianto anche una pompa di ricircolo, indispensabile per il ricircolo dell’acqua all’interno di un circuito chiuso, eventuali sistemi per raccogliere le foglie in superficie ed altri accessori a seconda della preferenza dell’utilizzatore.


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    Lo Studio 120, collettivo di architetti vietnamiti, ha trasformato una casa mai completata, in un quartiere della città a sud-ovest di Hanoi, in uno spazio di vita e di lavoro. Su richiesta della società di consulenza e design Mein Garten, i progettisti hanno riprogettato l’edificio ponendo l’attenzione sull’efficienza energetica e sul riuso di materiali di recupero, in modo da ridurre sensibilmente i costi della ristrutturazione.

    La committenza è una società che si occupa di paesaggio e di orticoltura: per questo l’edificio  aveva l’obiettivo di diventare il manifesto di una filosofia aziendale, dando spazio alla natura.

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    Il progetto colpisce per l’abilità con cui sono stati creati spazi ibridi tra interno ed esterno e per aver riportato il verde in un quartiere densamente costruito.

    L’ufficio mira a introdurre il concetto di riuso in ambito urbano, aprendo nuove prospettive all’incompiuto. Molte zone della città sono il prodotto dalla rapida espansione urbana che la crisi immobiliare e finanziaria ha tramutato in quartieri “fantasma”; qui come in altre parti del mondo, una pianificazione urbanistica erosiva e sregolata ha causato problemi sociali in termini di sicurezza e vivibilità. Invece di costruire ancora, ora si decide di riutilizzare le strutture grezze abbandonate, rivitalizzando zone che rischierebbero di essere dimenticate. Oltre ad essere un ufficio di rappresentanza, fornito di attrezzature e spazi adeguati, l’edificio ospita anche uno spazio per la progettazione e il lavoro creativo.

    Parti delle pareti del vecchio manufatto sono state abbattute per evitare filtri tra interno ed esterno, costituendo percorsi che assomigliano a quelli di un giardino: acqua, terrazze, verande e camminamenti. Non sono stati trascurati nemmeno gli spazi per il relax, dove i dipendenti possano “ricaricare le batterie” per essere poi più attivi in ambito lavorativo.

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    Lo studio 120 ha pensato questo ambiente non solo come luogo di lavoro, ma come vero e proprio luogo di vita, dove la natura aiuta gli abitanti ad avere un comfort maggiore, gli spazi stimolino continuamente l’interazione tra le persone, e tra i lavoratori sia incentivata la produttività e allontanata la noia.

    I progettisti hanno scelto pannelli di legno in facciata, a mo' di corazza, per ridurre l’impatto della pioggia sulle pareti bianche intonacate e su cui far crescere piante rampicanti. Il verde diventa un elemento della costruzione, come il legno e il mattone, permettendo una metamorfosi continua dell’edificio che ogni giorno assume diversi connotati. Il resto dei materiali usati, tentando di favorire più possibile la ventilazione naturale e l’ingresso di luce solare, sono stati scelti di riuso per ridurre, oltre ai costi di realizzo, anche gli sprechi nel corso della vita dell’edificio.

    Quanti edifici abbandonati ci sono nelle nostre città? È pensabile dare loro una seconda possibilità?

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    Quando pensiamo all’inquinamento, inconsciamente la mente proietta tutto all’esterno, alle strade trafficate, alle piazze, quasi a volersi difendere, credendo che le pareti delle nostre abitazioni, degli uffici o delle scuole, possano proteggerci dagli agenti inquinanti. Pensare che l’aria interna sia priva di contaminazioni è un grave errore, per questo una ricercatrice ha ideato un mattone capace di filtrare l'inquinamento e proteggerci passivamente tra le pareti domestiche.

    RISCHI PER LA SALUTE TRA LE MURA DI CASA

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    Passiamo la maggior parte della nostra vita in ambienti chiusi, dove l’aria interna che respiriamo può essere più inquinata di quella esterna. Come è possibile? Gli elementi che formano gli edifici, come le pareti, i pavimenti e l’arredo assorbono e intrappolano in misura maggiore gli stessi agenti inquinanti presenti all’esterno. Questi ultimi si manifestano sotto forma di gas, goccioline, particelle (benzene, monossido di carbonio, ossido d’azoto, ozono, metalli pesanti ecc.), modificando la composizione naturale dell’aria e alterandone qualità e salubrità.

    A questo inquinamento esterno (o outdoor) si aggiunge poi quello domestico (o inquinamento indoor), che risulta tra i principali fattori di rischio di malattie cardiovascolari e respiratorie. L’inquinamento domesticoè frutto, quindi, della somma tra le sostanze nocive provenienti dall’esterno e quelle derivanti da: processi di combustione (stufe, fornelli); prodotti chimici per la pulizia e la manutenzione della casa (solventi, vernici); batteri che si annidano nei tessuti; fumo di sigaretta; apparecchi elettrici (computer, stampanti); e tanto altro ancora.

    Il mattone che filtra le particelle nocive

    Carmen Trudell, assistente professore di architettura al Cal Poly, California Polytechnic State University, Contea di San Luis Obispo, da anni conduce ricerche sulla qualità dell’aria nelle città. Pensando a suo fratello affetto da insufficienza renale, la Trudell ha una intuizione: cosa succederebbe se un edificio, come un organo, fosse in grado di filtrare le sostanze nocive e difendere le persone dall'inquinamento? mattone-innovazione-breathebrick-b

    In collaborazione con gli studenti e il professore associato di Ingegneria ambientale Tracy Thacher, la ricercatrice giunge all’ideazione di un componente edilizio in grado di rappresentare un sistema passivo di filtrazione e funzionare senza energia elettrica, per consentirne l’uso nei Paesi in via di sviluppo.

    Ispirato al funzionamento di un aspirapolvere, il Breathe Brickè, appunto, un mattone che aspira le particelle nocive dell’aria esterna.

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    La forma e le prestazioni del mattone purificatore

    Si tratta di un mattone in calcestruzzo poroso, dalla superficie sfaccettata, per indirizzare il flusso dell’aria nel sistema di ventilazione, con una cavità all’interno, per l’inserimento della struttura in acciaio.

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    La parete di un edificio composta da questi mattoni speciali è formata da uno strato interno, realizzato secondo tecniche tradizionali o innovative, che fornisce l’isolamento standard, e da un doppio strato di breathe bricks, che crea una innovativa parete ventilata.

    La presenza di accoppiatori di plastica riciclata, permette sia di apparecchiare correttamente i mattoni che di alloggiare la struttura di rinforzo. Al centro della doppia parete, si crea un circolo di filtrazione che separa le particelle inquinanti pesanti dell’aria, raccogliendole in una tramoggia rimovibile posta alla base del muro, da pulire regolarmente.

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    L'aria così filtrata potrebbe alimentare un sistema HVAC o garantire solamente aria più pulita attraverso prese d’aria, nel caso in cui gli edifici siano sprovvisti di sistemi riscaldamento, ventilazione o condizionamento. Infatti, il breathe brick può funzionare sia con sistemi di ventilazione meccanica che passiva.

    I test effettuati in galleria del vento, hanno dimostrato che, attraverso questi mattoni, è possibile filtrare il 30% di polveri sottili (come fumo o inquinanti atmosferici) e il 100% di particelle grossolane (come la polvere).


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    Il primo ottobre del 2015 sono entrati in vigore i tre attesissimi decreti attuativi della L. 90/2013 e, se consideriamo che circa la metà del patrimonio immobiliare è stato realizzato prima della L. 373 del 1976, si prospetta una sfida ambiziosissima riqualificare imponendo prestazioni ad energia quasi zero, entro il 31 dicembre 2018 gli edifici pubblici, o privati ad uso pubblico, e dal 1 gennaio 2021 tutti gli edifici di nuova costruzione. Riassumiamo le principali novità introdotte nel calcolo della prestazione energetica degli edifici (APE) e nella relazione tecnica “Legge 10”.

    INCENTIVI E DETRAZIONI PER INTERVENTI DI RIQUALIFICAZIONE ENERGETICA

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    IL QUADRO NORMATIVO

    Ricordiamo che il D.L. 63 del 4 giugno del 2013, convertito in legge dalla L. 90/2013 e dal D.M. 26 giugno 2015 “Applicazione delle metodologie di calcolo delle prestazioni energetiche, definizione delle prescrizioni e dei requisiti minimi degli edifici” (Supplemento ordinario della G.U. n. 162 del 15 luglio 2015), recepisce la direttiva 2010/31/UE “Energy Performance of Buildings Directive” (EPBD).

    I DECRETI ATTUATIVI DELLA L. 90/2013      

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    • Il primo decreto introduce le prescrizioni minime, le modalità di verifica per edifici di nuova costruzione, ed esistenti, in funzione dell’ambito d’intervento, i requisiti dell’edificio ad energia quasi zero e sostituisce il DPR 59/09.
    • Il secondo decreto definisce i nuovi modelli per la relazione tecnica (Legge 10) in funzione della tipologia d’intervento.
    • Il terzo ed ultimo decreto integra e modifica le prime Linee Guida Nazionali per la certificazione energetica (LGN09) proponendo un nuovo indicatore per la classificazione e due nuovi modelli di attestato (APE e AQE).

    LA NUOVA RELAZIONE TECNICA PER L'APE

    Come redigere la nuova relazione tecnica per l'APE? Dopo l'entrata in vigore dei decreti attuativi della L. 90/2013 i modelli per la redazione della relazione tecnica“Legge 10”, da presentare in Comune per le autorizzazioni, sono tre e si differenziano in base ai seguenti ambiti d’intervento:

    1. nuove costruzioni, ristrutturazioni importanti di primo livello, edifici ad energia quasi zero (Allegato 1);
    2. riqualificazione energetica e ristrutturazioni importanti di secondo livello. Costruzioni esistenti con riqualificazione dell’involucro edilizio e di impianti termici (Allegato 2);
    3. riqualificazione degli impianti tecnici (Allegato 3).

    Gli addetti ai lavori hanno già osservato che la data, a partire dalla quale entrano in vigore le nuove disposizioni, non è il 1° settembre 2015, come sancito nella legge, ma ragionevolmente dal 1° ottobre 2015; ritengono dunque che si sia tratto di un errore di battitura. L’ennesima prova di un lavoro condotto frettolosamente nel tentativo, penoso, di evitare il prossimo aggravamento delle procedure d’infrazione nei confronti del nostro Paese da parte della Commissione europea. Si tratta del solito pasticcio all’italiana.

    Le nuove disposizioni della L. 90/13 si applicano alle Regioni e alle Provincie autonome che non hanno ancora recepito la direttiva 2010/31/UE; mentre le altre hanno due anni di tempo per uniformarsi ai nuovi provvedimenti nazionali. Ad ogni modo, alla data del 1° ottobre, continuano ad essere in vigore i seguenti decreti legislativi: 192/05, 311/06 e 28/11. Le Linee Guida del 2009 non vengono abrogate ma solo aggiornate ed integrate con le LGN15.

    I NUOVI CRITERI DI CALCOLO DI APE E AQE

    Fermo restando gli obblighi già previsti per la presentazione dei documenti APE (Attestato di Prestazione) e AQE (Attestato di Qualificazione Energetica), con le nuove Linee Guida Nazionali per la certificazione energetica (LGN15) sono stati introdotti nuovi schemi per la redazione di entrambi.

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    L’APE verrà calcolata, d’ora in poi, in base ad un “edificio di riferimento”, ovvero uno identico a quello in esame in termini di:

    • geometria (sagoma, volumi, superficie calpestabile, superfici degli elementi costruttivi e dei componenti);
    • orientamento;
    • ubicazione territoriale;
    • destinazione d’uso;
    • situazione al contorno;
    • caratteristiche termiche e parametri energetici predeterminati (ai sensi dell’Appendice A dell’Allegato 1 del DM 26/6/15) come segue:

    In altri termini, i seguenti valori dell’“edificio di riferimento” rappresentano i nuovi limiti per le verifiche delle prestazioni energetiche dell’edificio reale:

    • EPH,nd, l’indice di prestazione termica utile per il riscaldamento;
    • EPC,nd, l’indice di prestazione termica utile per il raffrescamento;
    • EPgl,tot, l’indice di prestazione energetica globale dell’edificio.

    Secondo i decretivi attuativi della L.90/2013, per la redazione dell'APE e dell'AQE il nuovo sistema di verifica degli interventi non si basa più sugli indici di prestazione predefiniti, ma sui valori determinati in funzione delle caratteristiche dell'edificio di progetto. Mentre per i tutti gli input e i parametri indefiniti si utilizzano i valori dell’edificio reale.

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    Da ora, i metodi di calcolo semplificati sono ammessi solo per gli edifici, o unità immobiliari residenziali esistenti, con superficie utile inferiore, o uguale, a 200 metri quadrati, fatta eccezione peri i casi di ristrutturazione importante.

    Sono introdotte nuove verifiche sulla riflettenza solare delle coperture e sull'area solare equivalente estiva, per limitare i fabbisogni energetici per la climatizzazione estiva e contenere il surriscaldamento a scala urbana.

    In caso di nuova costruzione, il progettista deve evidenziare i risultati della valutazione della fattibilità tecnica, ambientale ed economica per l'utilizzo di sistemi alternativi ad alta efficienza tra i quali, i sistemi a fornitura di energia rinnovabile, cogenerazione, teleriscaldamento e teleraffrescamento, pompe di calore.

    Le LGN15 definiscono gli impianti standard dell’edificio di riferimento (tabella 1): oltre alla climatizzazione invernale e all’ACS dovranno essere considerati anche la climatizzazione estiva, la ventilazione meccanica, gli apparecchi elettrici per l’illuminazione e il trasporto di cose e persone in termini di consumi energetici.

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    IL CONTRIBUTO DELLE FER E DEGLI IMPIANTI STANDARD

    Il fabbisogno energetico annuale viene calcolato come energia primaria per il singolo servizio energetico su base mensile e si opera la compensazione mensile tra i fabbisogni energetici e l'energia rinnovabile prodotta on site, per vettore energetico e fino a copertura totale del corrispondente vettore energetico consumato. Lo stesso metodo si usa per l’energia da fonti rinnovabili (FER), prodotta all’interno del confine di sistema edificio-impianto. È consentito tenere conto dell’energia da FER, o da cogenerazione, prodotta in situ solo per contribuire ai fabbisogni del medesimo vettore energetico.

    ESCLUSIONI E VERIFICHE

    Con l'entrata in vigore dei decreti attuativi della L.90/13 sono esclusi dall’applicazione delle nuove prescrizioni, oltre agli edifici citati nell’Art. 3 del DLgs 192/05,  anche quelli ricadenti nell'ambito della disciplina del Codice dei beni culturali e del paesaggio (Parte seconda, articolo 136, comma 1, lettere b) e c) ma solo nel caso in cui il rispetto delle stesse implichi un'alterazione sostanziale del loro carattere, o aspetto, con particolare riferimento ai profili storici, artistici e paesaggistici. Tuttavia, sono fatte salve le disposizioni concernenti: a) l'attestazione della prestazione energetica degli edifici; b) l'esercizio, la manutenzione e le ispezioni degli impianti tecnici. I ruderi sono esclusi purché tale stato venga dichiarato nell’atto notarile. Rimangono esclusi anche i fabbricati in costruzione per i quali non si disponga dell’abitabilità, o agibilità, al momento della compravendita (scheletri strutturali o immobili al rustico).

    Inoltre, in base all’allegato 1, ai sensi dell’Art. 1.4.3, i seguenti interventi sono esclusi dall’applicazione dei nuovi requisiti minimi:

    • su strati di finitura ininfluenti dal punto di vista termico;
    • di rifacimento di porzioni d’intonaco su superfici inferiori al 10% di quella disperdente (lorda degli elementi opachi e trasparenti che delimitano il volume a temperatura controllata dall’ambiente esterno e da ambienti non climatizzati, quali le pareti verticali, i solai contro terra e su spazi aperti, i tetti e le coperture).

    Infine, secondo l’Art. 2.2, comma 2 del medesimo allegato:

    • nel caso di sostituzione dei generatori di calore, di potenza nominale del focolare inferiore alla soglia dei 50 kW (Art. 5, comma 2, lettera g) del regolamento di cui al DM del 22 gennaio 2008, n. 37) gli adempimenti legati alla predisposizione, e consegna della relazione tecnica come sopra, sussistono solo nel caso di un eventuale cambio di combustibile o tipologia dello stesso (ad es. la sostituzione di una caldaia a metano con una alimentata a biomasse solide);
    • fino a copertura totale del corrispondente fabbisogno energetico.

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    In linea generale, per le nuove verifiche, in accordo con le regole nazionali, consigliamo la seguente procedura basata su 3 semplici passaggi:

    1. determinare il “Tipo d’intervento” e la “Classificazione dell’edificio” (DPR 412/93);

    2. ricavare l’elenco completo delle prescrizioni da rispettare, vedasi lo “Schema delle verifiche”

    3.adottare le prescrizioni consultando l’“Elenco delle verifiche”.

    Concludendo, segnaliamo che ogni tre anni, a partire dal 31 dicembre del 2012, la Commissione europea pubblica una relazione riguardo ai progressi realizzati dagli Stati membri con il fine di mettere a punto una politica efficace d’incentivi per rendere gli edifici a consumo nullo, o almeno a bassissimo consumo soddisfatto in gran parte da energie rinnovabili.


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    In un’ottica fortemente rispettosa della natura nasce il progetto Red Pepper House, una casa immersa nella foresta realizzata dallo studio di architettura spagnolo URKO Sanchez Architects. È un esempio di architettura organica, che dialoga con la storia, la tradizionale architettura swahili e la natura dell’isola di Lamu, in Africa orientale.

    In copertina: foto © Alberto Heras

    La CASA per vacanze NASCOSTa NDELLA FORESTA

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    L’architetto ha il compito di costruire una residenza privata (trasformata poi in hotel di lusso), ma è obbligato a rispettare delle richieste specifiche, dettate dal committente. Lo studio del sito, la necessità di soddisfare le richieste del cliente e il rispetto per l’ambiente, danno vita ad un progetto originale, un giusto mix tra tradizione architettonica swahili e modernità.

    Il cliente, Fernando Torres, appassionato di architettura e grande amante della natura, desidera una proprietà che deve:

    • avere una dépendance privata;

    • essere su un unico livello;

    • avere spazi privati e zone più ampie di condivisione;

    • avere un impatto minimo sull’ambiente;

    • essere realizzato secondo tecniche e materiali locali.

    La forma unica del progetto, deriva dalla volontà di salvaguardare la vegetazione presente e, quindi, di costruire solo nelle zone non occupate dagli alberi. Questa decisione ha permesso di avere un’alternanza di spazi aperti e chiusi, soleggiati e ombreggiati, tenuti uniti da una copertura continua.

    Il progetto si sviluppa in lunghezza su un'area totale di 1500 metri quadri.

    caption: © URKO Sanchez Architects

    caption: © Alberto Heras

    caption: © URKO Sanchez Architectscaption: © URKO Sanchez Architects

    Le tecniche e i materiali locali

    Il senso dello spazio, le tecniche costruttive e i materiali appartengono alla cultura swahili. La copertura è realizzata mediante l’utilizzo di un telaio in pali di legno di mangrovie, con sovrastante manto in makuti. Queste tipiche “tegole” keniote sono realizzate con foglie di palma di cocco intrecciate e legate tra di loro. Questo tetto tradizionale è utilizzato sia per coprire gli ambienti chiusi che la zona giorno, un enorme patio che ruota attorno a una grande seduta circolare in pietra, luogo progettato come spazio di condivisione e interazione.

    Gli unici ambienti chiusi della casa sono le camere da letto, realizzate in pietra corallina e di forma cubica, sul modello delle case sparse presenti sulla costa di Lamu.

     caption: © URKO Sanchez Architects

     caption: © URKO Sanchez Architects

    caption: © URKO Sanchez Architects

    Accorgimenti ecofriendly 

     Al fine di garantire basse emissioni di carbonio e dato il clima soleggiato dell’isola, il progetto prevede due diversi dispositivi di raccolta di energia solare. Lo scaldacqua solare capta l’energia prodotta dai raggi del sole e la sfrutta per riscaldare l’acqua calda sanitaria, durante tutto il giorno. Le cellule fotovoltaiche garantiscono, invece, la produzione di energia elettrica. L’acqua giunge ai rubinetti e alle docce tramite una torre piezometrica, che sfrutta la gravità e funziona senza bisogno di un sistema di pompaggio.

    Le finestre convogliano la brezza marina e i grandi spazi aperti assicurano la ventilazione trasversale. Il caratteristico tetto makuti protegge dal sole e permette di mantenere l'ambiente sottostante gradevolmente fresco nonostante le alte temperature esterne. La stessa funzione isolante è assolta dai muri in pietra corallina, tipici dell’architettura swahili.

    Un albergo di lusso, ma con l’aspetto di una villa privata, che colpisce per la sua semplicità e adeguatezza.

    caption: © Stevie Mann

    caption: © URKO Sanchez Architects

    caption: © Stevie Mann


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    In copertina: The tool and materials for sanitary work, di Dmitry Bodyaev via Shuttestock.

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    Un video esplicativo di come funziona Fazland.

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    Gli incastri sono quei giunti in cui due elementi si collegano tra loro in modo tale che la sporgenza dell'uno possa inserirsi nella cavità dell'altro. Ne esistono di semplici ed estremamente complessi, a seconda del legno da utilizzare e della funzione dell'oggetto che si sta realizzando. 

    In copertina: Il porta riviste in multistrato di betulla.

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    STORIA ED ORIGINE DEGLI INCASTRI DI LEGNO PER GLI ARREDI


    L'arte degli incastri ha attraversato in Italia momenti di grande fioritura, specialmente quando si è espressa come sintesi della creatività di artisti emergenti e le capacità manuali degli abili maestri artigiani. 
    In realtà all'inizio del Medioevo i mobili erano molto massicci, lontani dall'essere elaboratamente assemblati: erano costituiti per lo più da assi di legno, blocchi monolitici da collocare dove servisse. Le credenze e gli armadi erano costituiti da semplici assi, le tavole si reggevano, grazie al loro stesso peso, su trespoli. 
    I falegnami come li intendiamo oggi nacquero solo dopo, quando furono inventati gli incastri, che consentivano di unire tra loro diversi pezzi a formare oggetti di mobilio più complessi e gradevoli.  
    La tecnica di lavorazione del legno tramite incastri si diffuse in Italia grazie all'esperienza ereditata dai falegnami romani che avevano realizzato con il legno opere notevoli come la cattedra di Massimiano a Ravenna e, tra gli altri, un armadietto con cassetti conservato in Vaticano.

    (Storia d'Italia e d'Europa. L'Europa barbara e feudale F.Burgarella, S.Chierici, R.Fontaine, M.Guidetti, G.Penco, P.P.Pggio, M.Rouche JACA BOOK)

    caption: Cassettiera in multistrato di betulla.

    La tecnica dell'incastro è una tradizione molto sentita anche in Giappone, dove il "sashimono", letteralmente "cose unite", sin dal periodo Edo (1603-1868) è considerato un modo efficace di assemblare elementi lignei che compongono abitazioni e mobili. Il Sashimono ha dato vita a pezzi di falegnameria non solo perfettamente solidi e funzionali, ma anche estremamente affascinanti. In un'ottica molto moderna, all'epoca dei samurai i mobili dismessi venivano smontati e riutilizzati per altri scopi. 

    Quando la tecnologia non era ancora così diffusa e prima dell'avvento delle macchine a controllo numerico, quello dei falegnami era un mestiere la cui importanza era ampiamente riconosciuta. Le macchine a controllo numerico, in grado di operare autonomamente senza l'intervento umano, hanno sempre più messo da parte gli artigiani del legno

    caption: Sedia, scrivania con porta computer e lampada.

    Con l'avvento della tecnologia infatti, abbassandosi il costo dei manufatti, si sono diffusi sistemi di assemblaggio meccanico e chimico che hanno sostituito il laborioso e creativo lavoro manuale dei falegnami, in grado di realizzare incastri complessi come l'intarsio ed efficientissimi come la nuova linea di Eco arredi RIR.

    Oggi il tagliolaser ha riportato in voga gli incastri: e la creativita Italiana, la precisione del disegno tecnico e l'affidabilità  delle macchine laser nell'effettuare tagli precisissimi, è tale che, qualsiasi sia la sagoma programmata, la macchina sia in grado di ricrearla, facendo in modo che le due parti da incastrare combacino perfettamente tra loro.

    IL TECNICO DEL LEGNO

    Per saperne di più su questa tecnica  abbiamo coinvolto Mariano ex falegname e fondatore del marchio RIR, una realtà artigiana che opera nel settore degli arredi in legno e particolarmente attenta alle tematiche di sostenibilità e ambiente. In merito al taglio laser per la lavorazione del legno, Il Tecnico del Legno ci spiega che è da considerarsi come un'evoluzione sostenibile del modo di arredare

    anche perché con il taglio laser si evitano alcune lavorazioni classiche fatte con il pantografo o le macchine utensili tradizionali evitando cosi di usare frese e utensili che dovrebbero essere prodotti e poi affilati usando liquidi di raffreddamento e oli emulsionabili non sempre semplici da smaltire.

    Ne abbiamo quindi approfittato per sapere di più sulla lavorazione del legno per gli arredi in generale.

    La linea di Eco Arredi progettata e distribuita con il marchio  RIR è realizzata con pannelli di multistrato di betulla. Questo legno, proveniente da foreste auto gestite e certificato FSC in classe E1, è tra i multistrati più pregiati ed uniformi  particolarmente resistente perché gli strati del legno dei pannelli sono disposti in maniera incrociata.

    Una volta pronti i pannelli, vengono tagliati con il laser, rifilati per evitare scheggiature e armonizzare le forme e assemblati.

    Abbracciare la cultura del consumismo non significa necessariamente abbandonare le tradizioni costruttive storiche e per fortuna ci sono realtà italiane che ancora lo dimostrano. 

    caption: Cubotti: porta oggetti in pannelli multistrato di betulla.

    caption: Porta PC in legno multistrato di betulla.

    Le foto ritraggono le creazioni del marchio RIR progettate e realizzate da Il Tecnico del Legno.


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    Il quartiere ecosostenibile Rieselfeld di Friburgo, in Germania, è il frutto di una sfida ecologista: coniugare la necessità dell’amministrazione comunale di nuove abitazioni con la lotta alla cementificazione da parte di associazioni naturaliste per preservare preziosi ecosistemi. Nascono così il quartiere più grande della città e la riserva naturale Freiburger Rieselfeld, 320 ettari totali di cui solo 70 edificati.

    In copertina: foto da www.freiburg.de

    FRIBURGO: LA RIQUALIFICAZIONE DEL QUARTIERE WEINGARTEN

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    caption: foto © WMUD | Willie Miller Urban Design + Planning

    Origini e storia del progetto del Rieselfeld

    L’area prende il nome dai Reiselfelder ovvero gli impianti per la depurazione delle acque di scarico che hanno occupato la zona per circa un secolo, dal 1895. Adibiti al filtraggio delle acque reflue di tutta la città, gli impianti sono stati dismessi nel 1985 quando un più grande e complesso impianto di depurazione è entrato in funzione a circa 15 km da Friburgo.

    L’area è resa edificabile negli anni ‘90 dopo che attente indagini sul sottosuolo avevano evidenziato circoscritti danni ambientali, risanati da un’attenta operazione di bonifica del terreno, ma anche la presenza di flora e fauna degne di protezione. In accordo con gli ambientalisti, le autorità comunali decidono di limitare l’edificazione a meno di un quarto della superficie totale, destinando la restante parte a parchi protetti.

    caption: foto © Thomas Kunz

    I lavori ad uno dei quartieri più sostenibili di Friburgo partono nel 1994 su progetto curato dalla stessa amministrazione comunale in collaborazione con l’impresa di servizi municipali KE LEG di Stoccarda ( “Gruppo Progetto Rieselfeld”). L’obiettivo è quello di creare un ambiente attivo, con diverse tipologie di edifici ed adatto a tutte le generazioni in cui un’adeguata larghezza delle strade e la presenza di spazi verdi ad ogni isolato fa da contraltare ad un’elevata densità edilizia, necessaria per ridurre al minimo il consumo di suolo.

    caption: caption: a sinistra foto © Thomas Kunz, a destra foto © Ingo Schneider

    Gli aspetti ecologici della pianificazione e la viabilità

    Le linee guida dettate per la pianificazione hanno da subito evidenziato per il quartiere una politica edificatoria volta all’ecosostenibilità. L’orientamento degli edifici e le distanze minime imposte tra i fabbricati sono tali da garantire un’esposizione ottimale, evitando spiacevoli fenomeni di ombreggiamento. Le costruzioni sono tutte a basso consumo energetico, con un fabbisogno che non supera i 65 kWh/mq annui. L’impianto di riscaldamento di tutte le strutture deve essere necessariamente connesso alla centrale di teleriscaldamento di Weingarten così come obbligatorio è l’approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili, in particolare fotovoltaico e pompe di calore.

    Un efficiente impianto di depurazione garantisce inoltre il trattamento e recupero delle acque reflue e delle acque piovane.

    La linea tramviaria, che attraversa il quartiere lungo la Rieselfeldallee (viale Rieselfeld), costituisce la spina dorsale dell’impianto a maglia ortogonale. Al centro di tale asse, in direzione nord-est, si estende il parco “Grünkeil”, un vero e proprio cuneo verde che penetra all’interno della città e in cui si sviluppano liceo, palestre, scuole elementari, centri di incontro e chiese. Lungo la Rieselfeldallee si trovano anche edifici residenziali: tipologie in linea e a blocco fino a 5 piani che, man mano che ci si sposta verso la periferia, lasciano spazio a case a schiera e abitazioni bifamiliari.

    Per disincentivare l’uso delle automobili private e ridurre così le emissioni sono state adottate severe misure per la gestione del traffico, l'uso della bicicletta e dei mezzi pubblici. Lungo l’intera rete stradale vige l’obbligo di precedenza ai pedoni, ai ciclisti e al tram che collega il quartiere con il centro di Friburgo; il limite di velocità è pari a 30 km/h e alcune strade, riservate al gioco, sono totalmente chiuse al traffico; tutte le zone del quartiere inoltre, sono facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici.

    friburgo-rieselfeld-d

    Una fitta trama di verde scandisce l’intero territorio comunale a diverse scale: i giardini dei vari isolati sono connessi tra di loro e con ampi parchi pubblici attraverso un’infrastruttura verde fatta di viali alberati.

    Fiore all’occhiello del sistema è la riserva naturale nella zona ovest di Rieselfeld che, con i suoi 250 ettari, è una delle più grandi della Germania. Un preciso programma di manutenzione ne consente un costante mantenimento mentre nel corso degli anni è stato creato un sentiero naturalistico, per cittadini e turisti, con indicazioni sulla flora la fauna presenti. Lungo tale percorso, tra piante e siepi, sono ancora visibili i resti delle dighe e delle vasche prima utilizzate per la raccolta delle acque di scarico ed ora divenute habitat per erbe selvatiche come papavero, fiordaliso e camomilla. Campi per il pascolo si alternano a foreste umide ben conservate in cui si sono sviluppate specie di uccelli come il beccaccino, il piro piro e l’airone cenerino; anche le cicogne bianche hanno trovato nella riserva zone adatte per la riproduzione.

    Un progetto “partecipato”

    caption: foto da www.plannersweb.com

    Il “Gruppo Progetto Rieselfeld” ha sempre cercato di interagire attivamente con i cittadini promuovendo costantemente la partecipazione della comunità nella progettazione degli sazi urbani; seguendo il principio “più attività, meno amministrazione” hanno anteposto il benessere della comunità agli interessi individuali, cercando comunque di imporsi sul mercato immobiliare di Friburgo. Numerose famiglie ed anziani hanno deciso di trasferirsi a Rieselfeld e tale riscontro positivo ha permesso all’amministrazione di perseguire nuovi obiettivi di sviluppo urbano e politiche ambientali sostenibili.

    caption: foto di Fotomaag, via Panoramio

    Numerosi gruppi si sono costituiti per promuovere la vita sociale all’interno del quartiere, prime fra tutte l’Associazione K.I.O.S.K. e.V. che ha reso possibile nel 2003 l’inaugurazione del centro d’incontro “Glashaus” (casa di vetro) con annessa la mediateca ed il caffè letterario.

    Nel loro motto, “perché la costruzione di un distretto non può essere fatta solo con le pietre!”, è racchiuso un principio fondamentale a cui tutte le città dovrebbero ispirarsi: non sono gli edifici che rendono tale una città, ma gli uomini e le donne che la abitano e i bambini che ne animano le strade, perché l’architettura senza le persone sarebbe solo un contenitore vuoto.


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    L’architettura deve necessariamente tenere in considerazione le esigenze di utenti che non possiedono, o possiedono solo in parte, le abilità necessarie alla fruizione completa e sicura dell’organismo edilizio. Analizziamo quindi i riferimenti normativi per l'accessibilità delle costruzioni, e dei progetti che dimostrano che è possibile garantire la fruibilità delle opere ai disabili senza rinunciare al valore architettonico dell'opera. 

    In copertina: rampe a Venezia.

    PASSERELLE IN LEGNO PER LA FRUIBILITÀ DELLA COSTA

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    Riferimenti legislativi per l'accessibilità delle costruzioni

    La legislazione italiana regola l’accessibilità delle costruzioni mediante il D.M.236/89 che stabilisce in modo preciso alcuni parametri. Il decreto infatti distingue le costruzioni in tre categorie di fruibilità:

    1. Accessibilità. Con "accessibilità" si intende la possibilità per persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale di raggiungere l’edificio e le sue singole unità immobiliari e ambientali, di entrarvi agevolmente e di fruire di spazi ed attrezzature in condizioni di adeguata sicurezza e autonomia.
    2. Visitabilità. Con questa seconda categoria, la visitabilità, il legislatore intende la possibilità, anche da parte di persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale, di accedere agli spazi di relazione e ad almeno un servizio igienico di ogni unità immobiliare. In altre parole, la persona può accedere in maniera limitata alla struttura, ma comunque le consente ogni tipo di relazione fondamentale.
    3. Adattabilità. Per adattabilità si intende la possibilità di modificare nel tempo lo spazio costruito, intervenendo senza costi eccessivi, per rendere completamente e agevolmente fruibile lo stabile o una parte di esso anche da parte di persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale.

    Esempi di buona progettazione

    caption: Il “Padiglione Infanzia” progettato da Esaù Costa Perez, Milano.

    Per le nuove costruzioni, oltre a queste caratteristiche normate per legge, si parla oggi sempre più di accessibilità universale. Per accessibilità universale si intende l’accessibilità di un edificio da parte di tutte gli utenti indistintamente, senza relegare la funzione di “superamento della barriera architettonica” a espedienti costruttivi o impiantistici che tendono ad “ospedalizzare” l’edificio, discriminando le diverse tipologie di utenti.

    Facile da capire è che una rampaben progettataè fruibile sia da persona con normale mobilità che da persona disabile mentre una scala corredata di montascale laterale risulta scomoda per il disabile, costosa in termini impiantistici e non soddisfacente dal punto di vista estetico.

    caption: passerelle pedonali nei Mercati Traianei dello studio Nemesi, Roma.

    Alcuni esempi di buona progettazione in tal senso possono essere riscontrati nel “Padiglione Infanzia”, progettato a Milano dallo studio spagnolo Esaù Costa Perez (2014) o nel sagrato della chiesa della Parrocchia della Madonna di Fatima a Torino dell’architetto Andrea Bella.

    Per quanto riguarda i luoghi storici e di interesse monumentale esistono validi esempi di progettazione come le passerelle pedonali progettate ai Mercati Traianei a Roma tra il 1999 e il 2001 dallo studio Nemesi o l’organizzazione dei percorsi museali presso il duomo di Aquileia.

    Non una sola disabilità

    La buona progettazione e la corretta messa in opera deve inoltre tenere in considerazione tutte le disabilità, o almeno il maggior numero possibile. Comunemente infatti siamo abituati a pensare solo alla disabilità motoria di chi non può percorrere le scale e ai relativi presidi che risolvono il problema.

    Le disabilità però sono molte e diverse: per esempio la disabilità uditiva o visiva, non necessariamente si parla di cecità completa, può rendere difficoltosa la fruizione di luoghi pubblici invece agevoli per il disabile motorio. Si pensi per esempio a luoghi con scarsa illuminazione, con percorsi poco segnalati o con sporgenze o dislivelli non evidenti dal punto di vista visivo.

    Anche nei musei o in particolari esposizioni spesso si ricreano, per creare effetti suggestivi, locali bui o con proiezioni video o specchi talvolta disorientanti già per un utenza visivamente normodotata.

    caption: Padiglione Italia a Expo 2015, Milano.

    caption: ponte su un canale di Venezia.

    Una progettazione che tenga conto di tutto ciò è quindi da auspicare per ogni nuova costruzione, specialmente pubblica o di fruizione collettiva. 


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