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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Arfanta è una frazione del comune di Tarzo in provincia di Treviso costituita da uno sparuto numero di case dominate dal campanile della chiesa parrocchiale e abbracciate dalle colline circostanti. Nel XVII secolo una nobile famiglia veneziana fa edificare in questo luogo sperduto Casa Crotta probabilmente destinata a essere un casino di caccia. Negli anni lo stabile è stato dimenticato e abbandonato, ma grazie al progetto dell’architetto Massimo Galeotti è stato possibile salvare l’edificio e trasformarlo in casa d’abitazione inserita nel circuito regionale delle ville venete.

    CASERA GIANIN: IL RECUPERO DI UN CASINO PER PASTORI

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    IL PROGETTO DEL RECUPERO DEL CASINO DI CACCIA

    Casa Crotta è costituita da due volumi: un parallelepipedo con copertura a doppia falda costituisce il nucleo originario affacciato sulla via principale del paese, mentre sul retro è collocato un piccolo stabile aggiunto in epoche passate. Al fine di razionalizzare gli spazi dell'ex casino di caccia e renderli vivibili senza snaturare i caratteri distintivi della costruzione sono state create due unità abitative separate: una si dispone su tre livelli e occupa il corpo di fabbrica principale, l’altra è accolta nel volume più piccolo e si sviluppa su due livelli.

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    Se dall’esterno nulla appare modificato, gli ambienti interni si caratterizzano per un utilizzo di pochi e riconoscibili elementicompositivi al fine di ricordare e sottolineare che questo era un semplice casino di caccia utilizzato pochi giorni all’anno e dall’aspetto spartano. I pavimenti della zona giorno sono quelli originali in cotto e i gradini delle scale principali sono in pietra, mentre per le camere da letto si è preferito utilizzare il legno non trattato. Le spesse pareti in sasso sono state lasciate a vista in alcuni punti, mentre in altri sono state intonacate di bianco. Inoltre, tutti i materiali in pietra e terracotta recuperati durante il cantiere sono stati ripuliti e riposizionati all’interno dell’abitazione.

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    La scuola secondaria situata nel villaggio di Roong in Cambogia, realizzata per merito di Architetti senza Frontiere (ASF Italia Onlus), ha meritato la medaglia d’argento del Premio Internazionale Architettura Sostenibile 2015, ideato e promosso dall’azienda Fassa Bortolo insieme al Dipartimento di Architettura dall’Università di Ferrara. Il contesto in cui sorge il progetto è quello di un villaggio povero nella provincia di Takeo, a 50km a sud di Phnom Penh, la capitale della Cambogia. Si tratta di un’area che vive una forte trasformazione economica e che vede un massiccio spostamento della popolazione nei nuovi poli industriali dislocati nelle campagne. In questa zona, l’associazione onlus Missione Possibile, aveva già realizzato una scuola primaria, per cui nel 2012 affida ad Architetti Senza Frontiere la missione di progettare una scuola secondaria.

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    Il team di architetti concepisce allora un progetto che si basa su principi ecosostenibili, utilizza materiali e tecniche costruttive locali e impiega manodopera non specializzata, secondo la filosofia dell’autocostruzione in architettura.

    IL PROGETTO DELLA SCUOLA DI ROONG

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    Il progetto prevede una prima fase (ultimata), in cui si realizzano sei aule e due uffici, e una seconda dove saranno costruiti due laboratori, alloggi e servizi per insegnanti e volontari.

    Da un punto di vista tipologico, l’edificio di presenta come un unico corpo in linea di dimensioni 62,8m x 10,2m. Da un lato si sviluppano le aule e dall’altro un lungo corridoio porticato funge da spazio di distribuzione ma non solo. Infatti, essendo ampio 3m e alto 5m, il corridoio si caratterizzaluogo di condivisione e socializzazione, in un’ottica di trasformazione delle classiche gerarchie spaziali dell’edilizia scolastica, secondo le indicazioni della pedagogia moderna. Inoltre, non potendo sfruttare il cortile esterno durante i giorni di pioggia o di caldo torrido, il porticato diventa il luogo per l’incontro e il gioco.

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    Nuove connessioni spaziali

    Gli architetti ripensano il rapporto tra aule e corridoio non solo a livello planimetrico ma anche spaziale. Le pareti delle classi vengono smaterializzate  attraverso l’introduzione di grandi pannellature fisse in bambù. Ogni pannello, di dimensioni 1,7m x 3,6m, si compone di una serie di canne di bambù, a ritmo variabile. I culmi, infatti, sono più vicini tra loro ad altezza occhi rispetto alla posizione da seduto, così da evitare distrazioni visive.

    Anche il rapporto tra portico e cortile viene progettato con un’idea ben precisa. L’intento è avere un diaframma permeabile con andamento variabile, che consenta una percezione visiva maggiore nella zona prospiciente le aree comuni, ovvero due piazze aperte che interrompono la successione delle aule. Si tratta di una sequenza di setti murari con un passo strutturale costante pari a 2,3m.

    Il portico con le sue aperture e il diaframma di bambù sono anche gli elementi che maggiormente caratterizzano l’estetica dell’intero organismo.

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    I materiali e le tecniche

    I materiali scelti sono per il 75% locali, mentre l’uso di cemento e ferro è relegato solo alle fondazioni. Terra cruda e bambù sono utilizzati secondo tecnologie costruttive industrializzate, al fine di poter adoperare manodopera non specializzata e ottenere una maggiore economicità di tempo e di risorse.

    I mattoni sono, infatti, facilmente replicabili; attraverso una cassaforma in ferro è possibile realizzarne 16 di dimensioni 30x15x10 cm, con un solo getto. I blocchi sono allettati con malta cementizia e irrigiditi  da ferri di 8 mm connessi alle fondazioni. Queste ultime presentano una maglia di strisce di bambù al posto della rete elettrosaldata, annegata all’interno del massetto e appoggiata su un foglio di poliuretano che la separa dal suolo.

    La copertura è costituita da una struttura portante con travi di bambù, lunghe circa 11 metri, su cui poggia una lastra ondulata in fibrocemento spessa 12 mm. All’interno, il tetto presenta un rivestimento di foglie di palma intrecciate. Le 28 travi poggiano su tre punti con luce variabile (6,6m per le aule e 3,3m per il corridoio). Ogni trave è formata da tre culmi di bambù, connessi tra loro con barre filettate. Le travi si collegano con quelle di bordo tramite un sistema di selle in ferro.

    Per quanto riguarda gli intonaci, all’interno si sceglie un intonaco di calce, mentre per l’esterno si opta per un intonaco addizionato con cemento e pigmenti colorati per aumentare la capacità di resistenza all’effetto della pioggia battente.

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    Ventilazione e comfort termico

    La ventilazione naturale verticale è favorita dall’altezza di colmo di 5m, che permette la fuoriuscita dell’aria calda; mentre la ventilazione orizzontale è garantita dai diaframmi permeabili in bambù. Il corridoio/portico rappresenta una zona di filtro microclimatico; i setti del portico, infatti, proteggono le aule dal sole e dalla pioggia, anche se potrebbero crearsi dei piccoli problemi in caso di piogge di stravento.

    Per quanto riguarda il comfort termico, il tetto presenta un’unica grande falda orientata a nord per diminuire l’angolo di incidenza dei raggi del sole.

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    La realizzazione della scuola è costata circa 64.000 euro, compresi servizi igienici e pozzo. Alla costruzione hanno partecipato a turno diverse squadre di operai non specializzati, che hanno sfruttato il cantiere come una possibilità per apprendere l’uso dei materiali locali e sperimentare nuove tecniche costruttive.

    Consegnare una scuola è un regalo per tutta la comunità, ma insegnare a costruirla è un dono anche per le comunità future.

    Questo è uno dei tanti aspetti della pratica dell’autocostruzione.


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    Con un budget per ricerca e sviluppo multimilionario (per la precisione, 18,5 miliardi nel 2015), la NASAè probabilmente il più grande generatore di tecnologia al mondo. La crisi mondiale arriva però fino ai più potenti ed ora l’Ente aerospaziale americano deve “fare cassa”.  Come in ogni sistema, anche i brevetti sono soggetti alle leggi della selezione darwiniana: ci sono i brevetti di serie A, quelli che fanno gola alle grosse multinazionali, assicurando alla NASA il finanziamento dei progetti di lunga portata, ed una miriade di brevetti di serie B, potenzialmente interessanti per la società civile ma rimasti orfani di capitali che ne consentano il loro ingresso nel mercato. Con lo scopo di non lasciare che il know how acquisito diventi lettera morta, la NASA ha dunque varato un’iniziativa di trasferimento tecnologico nel più puro stile marketinaro americano, con lo slogan:Technology Transfer Program. Bringing NASA technology down to Earth” (Programma di trasferimento tecnologico. Riportando alla Terra la tecnologia della NASA).

    In copertina: The American Dream... la casa a forma di ciambella!

    BREVETTI ITALIANI: I VETRI IDROREPELLENTI ISPIRATI AI FIORI DI LOTO

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    Tecnologie e brevetti NASA

    Le regole del gioco delle “svendite tecnologiche” sono semplici: tutto l’anno è stagione dei saldi e non c’è necessità di fare la fila. Basta andare nel sito della NASA, dove le aziende interessate possono passare in rivista le diverse tecnologie, coperte da brevetto, che l'ente aerospaziale offre in licenza gratuita per i tre primi anni.

    Le condizioni per beneficiare di tale agevolazione sono le seguenti:

    1. essere una startup costituita appositamente per commercializzare la tecnologia di cui si richiede la licenza;
    2. la NASA rinuncia ad ogni diritto iniziale e non richiede una royalty minima durante i primi tre anni;
    3. la proprietà dei brevetti, e dunque anche le spese di mantenimento brevettuale e di difesa in caso di violazione dei diritti da parte di terzi, rimangono a carico del Governo statunitense;
    4. le licenze non sono esclusive, quindi più aziende possono acquisire la stessa tecnologia, a meno che il primo richiedente non negozi l’esclusività in cambio di una royalty addizionale;
    5. il personale ed i laboratori della NASA sono a disposizione delle startup per ulteriori perfezionamenti;
    6. con la prima vendita, la NASA inizia ad incassare una royalty, che viene utilizzata per il mantenimento della struttura;
    7. le aziende beneficiarie sono soggette a delle limitazioni delle politiche federali (leggasi: la tecnologia non può essere venduta alle potenze anti-americane e loro alleate) e all’obbligo di presentare dei rapporti periodici sui progressi fatti dalla startup beneficiaria per l’ingresso nell mercato della tecnologia acquisita.

    Una volta scelto il brevetto d’interesse, a questa pagina è possibile scaricare i moduli di domanda.

    L'abitazione pneumatica

    Abbiamo trovato per i nostri lettori un'intrigante tecnologia di abitazione pneumatica chiamata Concentric Nested Toroidal Inflatable Habitat (Habitat Pneumatico a Toroidi Concentrici). L’invenzione è coperta dal brevetto USA No. 8.070.105.caption: sezione della casa-ciambella

    Sorge spontaneo domandarsi: come mai una tale banalità ha ottenuto un brevetto? Le strutture pneumatiche sono note da almeno mezzo secolo. Le forme basilari realizzabili con un sistema sottoposto a pressione sono una diretta conseguenza del principio di Pascal: sfera, cono, e toroide. Ogni altra forma sarà sempre una combinazione delle suddette, o nel migliore dei casi una combinazione di calotte sferiche o cilindriche, come nel caso dei paraglider.

    Quindi il fatto di unire più toroidi concentricamente non ha niente di innovativo. Inoltre risulta abbastanza dubbiosa l’affermazione della NASA che una struttura del genere possa essere utilizzabile nella Terra come abitazione in zone remote o inospitali, semmai andrebbe bene per girare un film di fantascienza in uno studio. Come andrebbero regolate la temperatura e la ventilazione, se non a scapito di un consumo energetico sproporzionato? Come farebbero a scorrere l’acqua piovana, o la sabbia o la neve, che si accumulerebbero nelle giunzioni fra i tori concentrici? Come fornire la pressione sufficiente per controbilanciare tale carico? Come evitare la lacerazione delle membrane, causata dalle tensioni concentrate agli ancoraggi in caso di forte vento?

    Mai come in questo caso è risultato vero il vecchio proverbio “Non è oro tutto ciò che luccica”. Nell’opinione dell’Autore, almeno per quanto riguarda i brevetti che lo stesso è in grado di valutare, come quello oggetto del presente articolo e altri simili esposti nel sito in questione, l'“agevolazione” della NASA per le startup non è tale. Anzi, sembra piuttosto un pericoloso miraggio che porterebbe i giovani imprenditori nel vicolo cieco dello sviluppo di prodotti fine a sé stessi, carenti di mercato. Non a caso si tratta di una svendita di brevetti di “seconda scelta” e si sa che la qualità del low cost non è sempre la migliore.


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    Dalla lampadina ad incandescenza ai diodi ad emissione di luce, comunemente conosciuti come LED, l’innovazione tecnologica nel campo dell’illuminazione ha fatto passi da gigante. La lampadina ad incandescenza, inventata da Edison nel 1878, sebbene abbia dominato il settore dell’illuminazione per oltre un secolo, da qualche anno non è più sul mercato (fatta eccezione per quelle destinate ad usi specifici, tipo gli elettrodomestici). Il motivo della dismissione di queste lampadine così tanto diffuse in passato eppure così poco efficienti, è da ricercare nelle necessità di risparmio energetico e in un costante sviluppo della ricerca tecnologica in direzione “green”. Le lampadine ad incandescenza infatti, hanno un rendimento bassissimo. Sono state quindi soppiantate da lampade fluorescente e, ovviamente, dai LED.

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    I VANTAGGI DEI LED PER L’ILLUMINAZIONE DI INTERNI

    Inventati nel 1962, non sono più giovanissimi, eppure I LED, “Light Emitting Diods” (letteralmente diodi che emettono luce), evolutisi molto nel tempo, sono praticamente imbattibili in termini di efficienza: a parità di luce emessa consentono di risparmiare fino al 90% di elettricità rispetto alle tradizionali lampadine.

    Visti questi significativi vantaggi in termini energetici, non è difficile immaginare come mai le lampade LED, i cui prezzi sono ormai quasi allineati a quelli delle lampade fluorescenti, si stiano diffondendo così tanto sul mercato, nell’illuminazione di interni come nel settore commerciale, negli uffici così come nelle industrie.

    Oltre al fatto che consentono un significativo risparmio energetico, le lampde a LED sono consigliabili per l’illuminazione di interni anche per altri motivi.

    • la durata: le lampade a LED sono in grado di durare fino a circa 50 mila ore, che corrispondono a 6 anni in cui la lampada è rimasta accesa 24 ore su 24. In realtà le lampade LED, dopo circa 50 mila ore di funzionamento non smettono di funzionare, solo iniziano ad emettere meno luce rispetto a quella iniziale. Qualora ciò non crei fastidi, le lampade possono essere utilizzate anche per il doppio del tempo, fino a 100 mila ore, altrimenti sostituite. Inoltre, il funzionamento delle lampade a LED non dipende dal numero di accensioni e spegnimenti, il che le rende ideali per l’ambiente domestico, in cui raramente le lampade restano accese per intere giornate senza essere mai spente (come avviene in uffici, industrie…).
    • la produzione di calore: sebbene questo aspetto faccia pensare solo all’efficienza della lampada (se non produce calore sfrutta più efficientemente l’energia ricevuta), quello della mancata produzione di calore delle lampade a LED è un aspetto importantissimo nell’illuminazione di interni perché consente di collocarle a contatto con materiali come legno, plastica ed altre superfici che potrebbero andare danneggiate con il calore.
    • la regolazione della luminosità: le lampade a LED possono essere accoppiate a dimmer, i regolatori di luminosità e quindi essere utilizzate in ambienti in cui non sempre è desiderato lo stesso livello di luminosità. La regolabilità dell’intensità di luce rende le lampade LED compatibili anche con i sistemi domotici, con cui si possono impostare delle “scene di luce”, ottenibili anche con i LED.
    • creatività e design: i LED possono essere realizzati in qualsiasi colore, incluso il bianco, consentendo la creazione di atmosfere personalizzate. La luce dei LED è ben direzionabile, il che consente di far risaltare una specifica zona, dare rilievo ad un quadro o illuminare la poltrona su cui ci si siede a leggere, senza causare alcuno sfarfallio di luce.

    LAMPADE LED, STAMPA 3D E BIOPLASTICA

    Questa serie di vantaggi nell’utilizzo dei LED ha convinto i designer a sbizzarrirsi con creazioni utili ed originali.

    LEDbyLED, un brand italiano che progetta e realizza artigianalmente lampade di design, per la produzione delle sue lampade ha unito la convenienza dei LED alla stampa 3D effettuata utilizzando un materiale sostenibile ed un processo produttivo completamente rispettoso dell’ambiente.

    La stampa 3D per la produzione di lampade

    LEDbyLED propone un nuovo modo di produrre artigianalmente: stampando le sue lampade con la tecnologia della stampa 3D, l’azienda propone una grande innovazione e lancia una sfida tecnologica in un mercato ancora principalmente orientato alla sola prototipazione.

    La stampa 3D computerizzata sta trasformando il modo di fare produzione rendendolo tra l’altro più creativo e allo stesso tempo più rapido. I costi di produzione non eccessivi potrebbero aiutare l’industria manufatturiera a sollevarsi dalla crisi. Programmando la macchina per la stampa 3D infatti, si può produrre una varietà infinita di oggetti. Oltre che accessori per la casa la tecnologia è attualmente sfruttata molto anche nel settore meccanico: diverse case automobilistiche se ne servono per la produzione di componenti, giovando del fatto che anche la prototipazione, oltre che la produzione stessa, è molto più rapida di prima e consente di sperimentare diverse alternative prima di giungere al prodotto finale da mandare in produzione. Alla stampa 3D hanno deciso di affidarsi anche nella Stazione Spaziale Internazionale, dove la produzione di componenti avverrà direttamente a bordo consentendo autonomia e risparmio economico.

    Allontanandosi dai tradizionali sistemi di produzione, l’azienda non solo abbandona i canoni standard di produzione e crea splendidi oggetti in maniera innovativa, ma lo fa anche nel totale rispetto dell’ambiente.

    Il PLA per la stampa 3D

    Le lampade di LEDbyLED sono prodotte dalla stampa 3D utilizzando un filamento di PLA. Il PLA è un acido polilattico, una molecola ottenuta dalla fermentazione, separazione e polimerizzazione dell’amido di mais. Si ottiene quindi una speciale bioplastica, naturale, facilmente smaltibile e con un’ottima trasparenza, che perfettamente si adatta all’utilizzo come involucro per le lampade della collezione LEDbyLED. 

    caption: Silva

    caption: Gea

    caption: Gemina

    caption: Pyra

    Nella produzione delle sue lampade, LEDbyLED non impatta sull’ambiente: l’anidride carbonica immessa durante il processo produttivo è bilanciata dall’assorbimento della CO2 che la pianta del mais, durante la crescita, assorbe con la fotosintesi clorofilliana. L’intero ciclo di vita di queste lampade può definirsi sostenibile: oltre alla produzione che compensa le emissioni e l’utilizzo, durante il quale i LED consumano pochissima energia, queste lampade sono facilmente smaltibili. Il PLA infatti è totalmente biodegradabile e compostabile.


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    Le pietre naturali, seppure molto resistenti agli agenti atmosferici, possono risultare attaccabili dallo sporco. Si tratta di una caratteristica che varia in funzione della porosità della pietra (pietre più porose si sporcano con più facilità mentre quelle meno porose sono più sensibili allo sporco), e a cui si fa fronte detergendo la superficie con regolarità.

    L’operazione di pulizia dei pavimenti e delle superfici in pietra non è affatto complessa ma va eseguita con cura per evitare di danneggiare il materiale. Detergenti troppo aggressivi o poco adatti rischiano di rendere il pavimento opaco.

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    I NEMICI DEI PAVIMENTI IN PIETRA NATURALE

    I prodotti acidi sono sicuramente i peggiori nemici delle superfici di pietra naturale: rischiano di corroderla, rovinandola. Tra i prodotti acidi da evitare sono inclusi l’alcool,il limone e l’aceto, spesso utilizzati per le pulizie domestiche ed erroneamente impiegati per smacchiare le superfici in pietra: il loro PH acido ne mina la brillantezza e ne danneggia la lucidatura.

    L’acido fluoridricoè un’altra sostanza da evitare: non è adatto per molti tipi di pietre poiché è capace di sciogliere il quarzo che compone i silicati (contenuto in alcune pietre). La capacità dell’acido fluoridrico di sciogliere il quarzo è tale che viene utilizzato in oreficeria per evidenziare l’oro nascosto in formazioni di quarzo.

    I prodotti anti-calcare sono altri nemici delle pietre. Il motivo è semplice ed è da riscontrare nalla composizione di marmi, travertini, ardesie, onici, quasi interamente costituiti da calcare. L’utilizzo dei prodotti anti-calcare su questo tipo di pietre causerebbe la formazione di cavità dovute allo scioglimento della calcite in esse contenuta.

    LE CARATTERISTICHE DEI DETERGENTI PER LE PIETRE NATURALI

    Chiarite quali sono le sostanze bandite, con l’aiuto degli esperti di EuroPietre, abbiamo analizzato le caratteristiche dei prodotti più idonei per la pulizia dei pavimenti in pietra naturale.

    Detergenti neutri: sono i migliori da utilizzare perché non macchiano la pietra e riescono a pulirla ugualmente in profondità. Per detergenti neutri si intendono quelli con PH 7.

    Prodotti a base alcalina, come ammoniaca e candeggina: seppure solo in casi estremi, di macchie particolarmente persistenti, è possibile utilizzare ammoniaca e candeggina, che sono basiche, per smacchiare marmi e le rocce calcaree. Meglio applicarle diluite in abbondante acqua e a spruzzo o pennello sulla superficie da pulire.

    Avvertenze particolari:

    • Il test del prodotto: nonostante si sia sicuri di aver selezionato il prodotto per la pulizia più idoneo, è sempre importante, prima dell’utilizzo sull’intero pavimento, su una piccola superficie per accertarsi che non la danneggi.
    • Il risciacquo: dopo aver utilizzato qualsiasi tipo di prodotto su una superficie in pietra naturale, è importante pulirla con abbondante acqua.
    • La manutenzione: è sicuramente la difesa più efficace contro il deterioramento delle pietre. Quella di detergere quotidianamente con acqua (a pressione per gli esterni) i pavimenti, è l’operazione che più ne preserva la bellezza e resistenza.
    • La protezione: cere, prodotti antigraffi e resine ecologiche applicate con le dovute accortezze sono in grado di preservare il pavimento in pietra dallo sporco e dall’usura del tempo.

    N.B.: Si tratta di indicazioni valida ma da affiancare sempre dal consiglio del fornitore. 


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    I primi grattacieli, le cosiddette Meraviglie del Mondo Moderno, emersero tra New York e Chicago alla fine del XIX secolo. Completato nel 1931, in soli 410 giorni, l’Empire State Building, è stato per 40 anni l’edificio più alto del mondo. Con il suo stile Art Decò, la struttura in acciaio e il suo rivestimento in pietra calcarea viene inserito di diritto tra le Sette Meraviglie del Mondo Moderno.

    Ma questo simbolo incontrastato di Manhattan e dell’era industriale, potrebbe essere ri-costruito in legno?

    GRATTACIELI IN LEGNO: IL PROGETTO WOODSCRAPER

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    Se l'è chiesto Michael Green, visionario architetto canadese che, in collaborazione con un’azienda finlandese produttrice di legno per le costruzioni, ha riprogettato un Empire State Building le cui componenti strutturali sono tutte interamente in legno.

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    Obiettivo dell’architetto è cercare di cambiare idee e i pregiudizi relativi alle costruzioni in legno. Negli ultimi anni, nel mondo sono stati costruiti diversi edifici in legno con altezza superiore a 30 metri; questi record però, saranno presto superati da nuovi progetti che raggiungeranno altezze di 75 metri (Barents House di Reinulf Ramstad Arkitekter). 

    A Vancouver, dove ha sede l’ufficio dell’Architetto Michael Green, e in California (nelle foreste di sequoie secolari), gli alberi crescono per altezze notevoli, arrivando talvolta anche a 33/40 piani. La crescita di un albero è legata solamente alla capacità dello stesso di recuperare le sostanze nutritive presenti nel terreno e di spingerle nelle fibre più alte.

    caption: Reinulf Ramstad Arkitekter

    Green è un forte sostenitore del legno e delle strutture che da questo possono essere generate e pensa che questo materiale, l’unico a carbonio neutro che ci permette di costruire con una certa semplicità e sicurezza, che cresce solo con l’effetto del sole, diventerà la soluzione più pratica e ambientalmente compatibile che favorirà una rapida e sostenibile urbanizzazione globale. La sfida per Green è stata proporre qualcosa che andasse oltre a tutti i progetti proposti fino ad oggi; una struttura in legno alta 5 volte la più alta struttura di legno costruita finora

    Mentre le costruzioni in legno di oggi raramente superano certi canoni, soprattutto per via delle norme tecniche costruttive che oramai risultano obsolete, la versione rivisitata dell’Empire State Building si avvale di pratiche ingegneristiche innovative per rispecchiare la dimensione e la forma del suo precedente.

    Costruito nel 1931, l'originale Empire State Building ha rappresentato una svolta fondamentale per le costruzioni in acciaio, il modo di progettarle e di pensarle. Riproporre la “torre” in un modo così radicale significa dimostrare che il legno ha tutto il potenziale per diventare l'acciaio del XXI secolo.

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    Le dimensioni complessive dell’edificio, la distanza interpiano e l’interasse tra i pilastri risultano le stesse del progetto originale. I pilastri sono strutturalmente monolitici per 6 piani e sono collegati da travi scatolari che irrigidiscono la struttura sul lato corto dell’edificio. All’interno di questi scatolari sono alloggiati diversi cavi che hanno anch’essi il compito di legare la struttura verticale.

    Nonostante l’imponenza della struttura, il trasporto dei materiali per la costruzione di un edificio del genere costerebbe meno rispetto a quello di altri materiali e metodi. La scelta di un sistema di elementi in legno prefabbricati è meno costosa e più efficiente.

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    A differenza degli altri materiali strutturali, il legno non deve essere coperto e può rimanere a vista come finitura degli interni, offrendo un bellissimo ambiente caldo e confortevole; in caso di incendio (carbonizzazione a circa 0.7 mm al minuto) la superficie carbonizzata protegge il prodotto e lo isola.

    Il legno, con il suo utilizzo, risulta essere ad oggi, l’unico materiale che, derivato da una raccolta controllata e responsabile - evitando il depauperamento del patrimonio arbustivo terrestre - riduce le emissioni di gas serra senza produrre componenti nocivi per l’uomo e per l’ambiente. Possiamo dire che il legno è un materiale strutturale che si allinea perfettamente con i caratteri dell’innovazione contemporanea, e ci aiuta ad affrontare sfide quotidiane che altrimenti verrebbero in gran parte valicate tramite metodi costruttivi svantaggiosi per l’ambiente.

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    A Hobart, in Tasmania, due giovani progettisti hanno compiuto il loro piccolo miracolo, trasformando un vecchio fienile in un'accogliente dimora. Alex Nielsen e Liz Walsh, dopo gli studi presso l'Università della Tasmania in Progettazione Ambientale e Architettura e aver viaggiato in Europa e Marocco per formarsi come architetti, hanno deciso di iniziare in questa impresa. Sono rientrati in patria e, assunti presso famosi studi di architettura a Hobart (Liz è a Cumulus Studio, Alex al Circa Morris Nunn Architects ) hanno coltivato il loro personale sogno: ristrutturare un vecchio edificio e tramutarlo nella loro casa.

    LA RISTRUTTURAZIONE DI UN FIENILE IN PIETRA E ACCIAIO

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    Liz e Alex hanno acquistato il fienile già l’anno dopo la laurea. La sfida era rendere funzionale alla vita di una giovane coppia un edificio vernacolare di 9x5 metri, nato grazie all’utilizzo di materiali locali e tecniche che sono state tramandate di generazione in generazione.

    L’esperienza vissuta all’estero ha permesso ai due architetti di apprezzare lo stile di vita di città come Copenhagen e Cracovia, che hanno puntato sulla valorizzazione delle case in città e della mobilità pedonale. Tornando a Horbart, sulla strada che percorrevano ogni mattina, si sono accorti della presenza dell'edificio e hanno cominciato a fantasticare su come sarebbe potuto essere dopo il loro intervento. 

    Dopo numerosi schizzi e tanti pensieri, hanno fatto un’offerta, riuscendo a ottenere il piccolo fabbricato nel 2012 e ad iniziare i lavori di riqualificazione all’inizio del 2013.

    A dispetto delle loro previsioni, il fienile in arenaria era in buone condizioni strutturali, pur essendo risalente al 1829. La destinazione era sempre rimasta ricovero animali, cristallizzata negli oggetti e negli spazi per anni. Nei 62mq a disposizione, sono stati sapientemente riutilizzati la mangiatoia dei cavalli, lasciata in una posizione baricentrica, dove era posizionata in origine, e trasformata in lavatoio per il bagno, ovviamente dotato di tutti i collegamenti idraulici. Internamente il tetto è stato conservato, mantenendo la suddivisione ritmica dei travetti, mentre all’esterno è stato predisposto un manto dichiaratamente a contrasto. La porta dell’ingresso principale è originale, mentre le finestre sono state sostituite con infissi ad unica anta.

    Il vero fascino dell’edificio sta in questi dettagli, nella ruvida percezione del suo passato valorizzato dagli inserti progettati da Liz e Alex.

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    Dal punto di vista finanziario, il prestito concesso dalla banca consentiva solo la realizzazione dei lavori a piano terra, mentre non dava garanzie per il completamento del soppalco, il granaio, con un tetto spiovente a 45°. Per questo, dopo aver ultimato i primi lavori, la coppia si è trasferita nel fienile, a fine 2013, procedendo un po’ più a rilento con il piano superiore a soppalco, in cui erano previsti la camera da letto e studio.

    Il progetto, ora completamente realizzato, nasce dalla passione di due giovani talenti (sotto i 30 anni) che hanno creduto nel loro sogno e, non senza difficoltà, hanno messo a frutto le loro capacità, costruendo un nido per il loro futuro. La loro casa.

    Il progetto è stato nominato per il premio dell’Australian Institute of Architects, nella categoria “patrimonio e piccoli progetti”.

    Il progetto e la loro storia ti piace? Coraggio e fiducia nel futuro! 


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    La crescente attenzione alla sostenibilità in campo architettonico negli ultimi anni ha avvicinato i progettisti a materiali e tecnologie rispettose dell’ambiente. In quest’ottica, il legno ha subito una riscoperta come materiale da costruzione sostenibile nonché strutturalmente molto valido ed esteticamente gradevole. È stato stimato che ogni metro cubo di legno utilizzato in sostituzione di un altro materiale strutturale permette di ridurre le emissioni di anidride carbonica in atmosfera di un valore medio di circa 1,1 t.

    Sposando la filosofia della sostenibilità, Marlegno ha brevettato TAVEGO®, un sistema costruttivo in legno che prevede elementi orizzontali e verticali (solai e pareti) costituiti da tavole in legno sovrapposte ed unite tra loro senza utilizzare collanti sintetici, ma solo connessioni meccaniche lignee o d’acciaio.

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    I PUNTI DI FORZA DEL SISTEMA STRUTTURALE IN LEGNO SENZA COLLE

    I punti di forza di questo sistema strutturale sono tanti. Ne analizziamo i principali, legati sia all’ambiente, sia alle caratteristiche strutturali che funzionali del prodotto.

    1. La materia prima è locale e certificata PEFC

    Il legno utilizzato per le pareti ed il solaio che costituiscono il sistema, proviene unicamente da foreste italiane certificate PEFC. Il PEFC è il “Programme for the Endorsement of Forest Certification”, cioè un programma che sostiene la certificazione delle foreste ed è il più diffuso al mondo. Il programma garantisce che i legnami provengano esclusivamente da foreste gestite in maniera legale e sostenibile e non da tagli illegali o da interventi irresponsabili in grado di impoverire e addirittura distruggere le risorse forestali).

    Le foreste da cui deriva il legno impiegato per il sistema strutturale rientrano tutte all’interno di un raggio di 220 km. Questo, oltre a favorire la filiera economica locale, consente di ridurre i consumi energetici legati al trasporto ed i relativi impatti sull’ambiente.

    2. L’assenza di collanti

    I collanti non fanno parte di questo sistema strutturale, tenuto insieme da connessioni meccaniche esclusivamente lignee e metalliche. L’assenza di collanti ha un triplice vantaggio:

    - riduce l’utilizzo di collanti chimici derivati dal petrolio;

    - evita l’impiego di presse molto dispendiose dal punto di vista energetico e necessarie per l’attivazione dei collanti;

    - rende gli ambienti in cui il sistema è installato, molto più salubri.

    3. Ingombri minimi

    Il sistema strutturale in  legno TAVEGO® non necessita di grosse sezioni per essere stabile. Bastano pochi centimetri di tavole unite tra loro per assicurare la necessaria resistenza strutturale. La bellezza del materiale naturale lasciato a vista consente di risparmiare centimetri (spesso preziosi) di rifiniture.

    4. Il ciclo di vita

    Il sistema è sostenibile durante tutto il suo ciclo di vita, non solo in fase di produzione ed utilizzo. Infatti può essere sia riutilizzato mantenendo intatti i pannelli, sia smontato ed i singoli pannelli che compongono il pacchetto utilizzati singolarmente, sia smaltito in una centrale a biomassa, dove contribuirà alla produzione di energia pulita.

    PARETE PORTANTE E SOLAIO PREFABBRICATO IN LEGNO

    Gli ementi principali del sistema costruttivo TAVEGO® sono una parete portante ed un solaio prefabbricato, entrambi prodotti esclusivamente sfruttando connessioni meccaniche.

    La parete portante

    La parete portante in legno di abete rosso e bianco, è prodotta in quattro diverse tipologie, divisibili in due principali categorie: le pareti costituite da pannelli verticali (Cross-) e quelle costituite da un nucleo verticale (Stack-).

    Del primo tipo sono prodotte Cross-D e Cross-S, rispettivamente assemblate con tasselli in legno di faggio e viti in acciaio inox amagnetiche, entrambi con spessore minimo di 120 mm. Nel secondo tipo rientrano Stack-W e Stack-G, entrambe costituite da un nucleo ligneo verticale, l’una rivestita con perlinato, l’altra con fibrogesso

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    Il solaio prefabbricato

    I solai prefabbricati TAVEGO® sono costituiti da tavole in legno affiancate tra loro. Anche il solaio, come le pareti, è assemblato unicamente con connessioni meccaniche (viti in acciaio inox autenitico), senza collanti. Le dimensioni dell’elemento costruttivo non sono standard e variano per adattarsi alle esigenze dell’utente. Sono disponibili diversi profili: classico, smussato, scanalato o alternato.

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    Nel sud della Svezia, non lontano dal lago Vättern, in un contesto tipicamente agricolo e caratterizzato da strutture rurali rosse con persiane bianche, sorge la “Uppgrenna Naturhus”, ovvero “casa Natura”.

    Costruire un'architettura efficiente ed accessibile, con spazi per la riflessione e l’apprendimento, in cui si possa influenzare il comportamento dei residenti verso un atteggiamento più affine ai concetti sostenibili e di valorizzazione del paesaggio, questi sono i presupposti che hanno portato alla realizzazione della “Uppgrenna Naturhus”.

    UN FIENILE FIAMMINGO DIVENTA UFFICIO

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    Il progetto di "Casa Natura", di Tailor Made Arkitekter, conferisce una nuova connotazione a questo luogo tipicamente rurale: dove prima un vecchio fienile rosso veniva utilizzato per il deposito dei macchinari agricoli, sorge un nuovo edificio, adibito a conferenze, seminari, ristorante e spa.

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    Il progetto si ispira al concetto architettonico locale “Naturhus" sostenuto sin dal 1970 da Bengt Warne. Warne era, infatti, convinto che vivere in una serra potesse esprimere la quarta dimensione dell’architettura, dove il tempo fosse scandito dai flussi infiniti del sole, della pioggia, del vento e del suolo, in cui l’architettura venisse influenzata dall’ambiente e da esso trovasse giovamento.

    La “casa Natura” si compone di tre parti: due più prettamente architettoniche costituite da un edificio isolato e da una serra che si estende verso l’esterno con delle terrazze protette, ed una terza impiantistica per il riciclaggio delle acque reflue.

    Oltre 200 metri quadrati, dei 520 metri quadrati totali, è occupato dalla serra, che si articola in ampie terrazze che si aprono verso il lago Vättern, offrendo un contatto diretto con l’ambiente naturale. La serra, oltre a costituire il cuore della casa, permette di preriscaldare l'aria necessaria per la ventilazione della casa e offre la possibilità di coltivare piante che necessitano di un clima meno aspro.

    All'interno è possibile pranzare,  le sale riunioni occupano un soppalco di legno sotto il tetto di vetro spiovente, una seconda terrazza inferiore è circondato da piantine, mentre una sala per trattamenti benessere e una camera degli ospiti si trovano nella base di legno della struttura, che è parzialmente affondata in un pendio erboso.

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    Inoltre, si è ricercato di recuperare i nutrienti provenienti dalle acque reflue (azoto e fosforo), valutando i parametri qualitativi dell'acqua. Grazie a questo, infatti, la serra permette di creare una rete locale chiusa di riciclo dei rifiuti delle acque reflue, cosicché non si debba richiedere l’allacciamento alla rete fognaria comunale.

    La ricerca di creare una struttura autosufficiente è ulteriormente incentivata dal fatto che alcuni dei prodotti serviti nell’area ristoro siano coltivati direttamente nella serra: grazie allo sfruttamento delle sostanze nutritive dei liquami prodotti dalla struttura stessa. Si crea, così, un sistema che genera cibo e calore, piuttosto che consumarlo.

    L'esterno ispirato alle tradizionali fienili svedesi: porticati semplici, persiane bianche e muri rivestiti con pannelli rossi in legno, ma qui, il filo continuo si spezza e la facciata assume dinamicità intervallandosi tra superfici opache e vetrate, in modo da ridurre la dispersione del calore quando la casa non viene utilizzata.

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    Vivere in una serra incoraggia uno stile di vita sostenibile e non tossico e chiarisce il perché non si debba emettere sostanze inquinanti nell'ambiente, preferendo la trasformazione dei prodotti e delle risorse in base alle proprie necessità.

    Il progetto nasce con l’intento di realizzare una casa autosufficiente che produca cibo, invece di rifiuti.  Una case che genera energia, invece di solo consumo e, in definitiva, spazi che inducano alla riflessione e all’apprendimento di un comportamento più affine al contesto in cui un determinato progetto di colloca.


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    Questa storia inizia con un giovane tedesco, Torsten Kremser, che, insoddisfatto della sua vita nonostante un lavoro sicuro e ben pagato, parte dalla Germania e comincia a viaggiare in Asia e soprattutto in Africa.

    La seconda protagonista della vicenda è una donna africana di sessantadue anni, Mama Dolphine, il cui dolore per la perdita di due dei suoi figli nello stesso anno la spinge a riprendere in mano la sua vita. Si convince che dalle tragedie può nascere qualcosa di buono e che la sua esistenza ha ancora un senso, così progetta di creare un luogo accogliente per i numerosi orfani di Kisian, la città in cui vive, in Kenya.

    ARCHITETTURA IN AFRICA: UN ORFANOTROFIO IN MALI

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    COME È NATO KORANDO EDUCATIONAL CENTER

    Torsten e Dolphine s’incontrano casualmente; lui rimane talmente commosso e colpito dalla sua storia che decide di aiutarla con la realizzazione dell’orfanotrofio, una struttura ecosostenibile capace di educare e offrire vitto e alloggio ai bambini orfani di genitori vittime di AIDS.

    Si attiva subito lanciando una prima campagna di raccolta fondi con la quale ricava settecento euro che servono per costruire le prime cupole a basso costo, mattoncino su mattoncino, fornendo ai bambini i primi alloggi e una classe con lavagna e computer.

    Nasce così il Korando Educational Center.

    Ma servono più fondi per completare il progetto, perciò il giovane tedesco dal cuore grande fonda Cheap Impact, un’organizzazione umanitaria per finanziare questo centro educativo che strizza l’occhio all’ambiente.

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    IL PROGETTO DELL'ORFANOTROFIO SOSTENIBILE

    L’orfanotrofio s’ispira a un progetto di Steve Areen in Thailandia e si compone di strutture a quattro cupole, costruite da otto volontari alla volta, che contengono camere, bagni e una zona centrale usata come soggiorno e area sociale.

    L’acqua è riscaldata tramite pannelli fotovoltaici che alimentano anche il sistema d’illuminazione a led. Le acque grigie dei bagni e della cucina irrigano il bosco e grandi lucernari favoriscono la ventilazione e un’ottima illuminazione naturale. Si prevede inoltre di costruire un digestore di biogas per trasformare il letame delle mucche e dei maiali in combustibile per cucinare.

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    I bambini e i ragazzi ospitati oggi nel Korando Educational Center sono 205 e tutti frequentano la scuola, fra loro vi sono anche piccoli maltrattati e abusati dai loro parenti ai quali il centro offre un rifugio sicuro.

    Dice Torsten: "Abbiamo dato al centro una struttura unica. Lo scopo è attirare l’attenzione del mondo e ricevere supporto per rendere questo spazio sempre più ecosostenibile e farlo crescere per ospitare sempre più bambini vittime di violenze".

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    Magica, sorprendente, onirica: è l'installazione "Floating Flower Garden" proposta dal TeamLab, collettivo giapponese guidato da Toshiyuki Inoko. I visitatori sono invitati a passeggiare in un eden botanico di 2300 orchidee fluttanti per diventare un tutt'uno con la natura. Petali, fiori e pistilli sbocciano silenziosi, mutando di ora in ora ed si animano alla presenza degli spettatori. Il giardino interattivo e in continuo movimento permette un'immersione totale, un percorso onirico in cui perdersi e ritrovare l’origine del tutto. Mazzi di orchidee colorano lo spazio, mentre profumi delicati e una musica soft risvegliano i sensi. L'installazione gioca un forte impatto sulle emozioni umane, un insieme di piaceri atavici che si fondono per suscitare sentimenti sereni e ricordare la potenza armonica della natura. Le orchidee Phalaenopsis, importante dall'Olanda, possono essere sospese in aria perchè piante in grado di assorbire acqua e nutrienti, senza aver bisogno del suolo. Collegate ad un sistema digitalizzato, si sollevano e si abbassano captando i movimenti dei presenti.

    IL QR CODE NASCOSTO IN GIARDINO

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    La cortina, infatti, scende lentamente quando i sensori avvertono l´avvicinarsi dello spettatore, perchè ne diventi il protagonista nello spazio emisferico creatosi. Se più persone si avvicinano le une alle altre, la cupola si allarga in un unico spazio. Appena, però ci si allontana dalla nicchia, i fiori scendono ricreando il denso baldacchino, dolcemente ondulato e coloratissimo.

    L´installazione interrativa è stata presentata a Miraikan presso il "Museo nazionale di Tokyo della scienza emergente e dell'innovazione", trasportata e nuovamente sospesa in occasione del Paris Design Week. La mostra, conclusasi a maggio, ha  riscosso un comprensibile successo. Come non rimanere estasiati dalla lenta danza di fiori in ascesa e discesa?

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    Flowers and I are of the same root, the Garden and I are one´

    (Io e i fiori abbiamo la stessa radice, il Giardino e io siamo un tutt´uno)

    Il collettivo si ispira ad un Kōan zen, la breve fiaba "Il fiore di Nansen" che narra l’incontro tra un maestro e il suo discepolo. Come racconta Toshiyuki Inoko, nel XIII secolo un monaco zen lascia il suo ritiro meditativo sulla montagna alla ricerca del risveglio. Un giorno indica con il dito un fiore in un giardino: “Noi e tutto ciò che ci circonda siamo fatti della stessa sostanza, abbiamo la stessa origine”.

    La morale della metafora buddista, trasposta nel labirinto botanico 3d dal collettivo, è che ogni ricerca delle origini ci riporta sempre alla natura. La serenitàe la meraviglia suscitata dal giardino pensile, prova la necessità di ripristinare il senso di unità con la natura e ricucire le relazioni con l´ecosistema

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    Il giardino "sotto-sopra" presentato dal gruppo dei tecno-artisti, curatori anche dell´installazione nel padiglione giapponese dell´Expo, gioca sull´interazione tra emozione, tecnologia digitale e natura. La sorprendente, ma comunque artefatta, rappresentazione edenica, come tutte le installazioni di TeamLab, si rifà ai paesaggi mozzafiato esistenti in natura, come i tunnel di alberi intrecciati, i canopi di bamboo, le cortine di glicine e di ciliegi.


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    Sul lago di Paprocany, in Polonia, non troppo lontano dal confine con la Repubblica Ceca, troviamo uno degli ultimi interventi di rigenerazione urbana dello studio RS+. Situato in un contesto paesaggistico ancora fortemente boschivo, ad eccezione di alcune aree adibite a colture agricole, il lago si trova vicino alla cittadina di Tychy. Ed è qui che gli abitanti del luogo trascorrono la maggior parte del loro tempo libero.

    LA VALORIZZAZIONE PAESAGGISTICA DEL LUNGOMARE DI RIGA

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    L’area, precedentemente, era solamente una distesa di prato utilizzata dai pescatori, nonostante il fatto che nel quartiere, che costeggia il lago, vi fossero già alcuni centri di ricreazione e sport. Lo scopo su cui si basa il progetto è quello di creare uno spazio di aggregazione che, al contempo, permette il recupero e la valorizzazione di questo bene paesaggistico. Quindi, analizzando gli usi del territorio nel corso del tempo e immaginando quali risvolti potesse avere l’intervento su un’area simile, RS+ ha disegnato una passeggiata che si snoda lungo la distesa d’acqua. Una passeggiata di legno che si insinua sulla superficie dell’acqua, in alcuni punti, per poi addentrarsi nella terra erbosa. Si crea, così, un filo continuo tra terra ed acqua che delinea percezioni differenti del paesaggio naturale.

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    La promenade nasce anche con l’intento di incentivare l’attività ludica-sportiva dell’area: la passeggiata lignea, utilizzata come pista ciclabile e pedonale, in determinati punti, degrada verso il filo d’acqua trasformandosi in tribuna, finalizzata ad ospitare il pubblico durante le manifestazioni sportive che verranno organizzate. Ulteriori elementi, legate alle attività sportive, sono la spiaggia in sabbia e la creazione di aree dotate di attrezzi da palestra.

    L’attenzione per il contesto e la volontà di valorizzare le sue forme è stato il punto di partenza per la scelta dei materiali: materiali naturali che si adattassero al luogo, come legno, terra, ed erba. Sfruttando la morfologia del terreno e costruendo, dove fosse necessario, terrapieni e strutture lignee studiate ad hoc, si forma così un percorso a più livelli, offrendo visuali, scorci ed usi dello spazio sempre diversi. Per definire l'area pedonale sono state usate delle panchine e delle ringhiere, realizzate in materiale resinoso, mentre per le aree adibite a palestra all’aperto sono stati utilizzati degli inerti minerali granulosi.

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    Un attento studio della luce, nella sua disposizione, nelle sue forme e nelle scelte tipologiche, rende questo progetto ancor più attento: LED, fonti ad alto risparmio energetico, scandiscono i diversi elementi e disegnano i percorsi ed i contorni sull’acqua. Grazie all’uso della luce si delinea uno spazio perfetto da vivere in sicurezza, anche di sera.

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    Nelle prime settimane, dopo l'apertura, nonostante il clima sfavorevole, è diventato un luogo spesso visitato, diventando un nuovo luogo di incontro e aggregazione, nonché di svago. La passeggiata sul lago Paprocanyè, senza dubbio, testimone del fatto che un’attenta rigenerazione urbana possa favorire il benessere umano, apportando un’evidente valorizzazione del territorio anche dal punto di vista sociale.


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    Se ne parla da tanto e non è una novità: la popolazione sta invecchiando e questo rappresenta una delle sfide più ardue dei prossimi anni, da affrontare a livello economico, sociale e di pianificazione urbanistica.

    Secondo le stime, nel 2050 il 70% delle persone abiterà in città, di queste il 22% avrà un’età superiore ai sessantacinque anni, una percentuale più alta di quella dei bambini sotto i quindici anni, per la prima volta nella storia. Come affrontare questo cambiamento? Le città saranno in grado di dare una risposta, trovare una soluzione giusta e cogliere le opportunità?

    PROGETTARE SMART CITY ANCHE PER GLI ANZIANI

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    Il report di Arup per città a misura di anziani

    A queste domande prova a rispondere il report di Arup, “Shaping Ageing Cities”, in collaborazione con Help Age International, Intel ICRI Cities e Systematica. Shaping Ageing cities è uno studio che riguarda il solo territorio europeo e confronta i dati di dieci città: Parigi, Londra, Dublino, Madrid, Lisbona, Amsterdam, Bruxelles, Milano, Berlino e Copenaghen.

    Si parte dai dati anagrafici della popolazione che riguardano la percentuale degli over sessantacinque, le condizioni di vita, la concentrazione nelle varie aree e si approda ai dati progettuali, cioè la presenza o meno di programmi e progetti dedicati agli anziani, in un’ottica di pianificazione urbana.

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    L’indagine ha evidenziato un aumento smisurato della popolazione anziana, negli anni dal 1991 al 2012, soprattutto in Spagna, Portogallo, Germania e Italia, conseguentemente a un forte calo delle nascite. Al contrario, il nord e in particolare la Danimarca, hanno una popolazione notevolmente più giovane.

    Altro dato interessante è quello che rileva il passaggio abitativo dai centri rurali alle zone urbane, dove gli anziani vivono soprattutto in centro città a Lisbona, ma a Milano e Madrid preferiscono le zone dell’hinterland.

    Dunque come si fa a costruire o, meglio, trasformare una città a misura di anziani? Arup fornisce alcune linee-guida meritevoli di particolare attenzione.

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    L’importanza del verde

    Innanzitutto la presenza di spazi verdiè di fondamentale importanza per quelle persone avanti con gli anni, non solo perché costituiscono una risorsa per il benessere psico-fisico, ma soprattutto perché rappresentano luoghi di socializzazione e d’incontro dove trascorrere il tempo libero e trovare refrigerio nei mesi estivi. Londra si classifica al primo posto con l’11,2% di aree verdi, mentre Milano è il fanalino di coda con solo il 6%.

    L'accessibilità

    L’accessibilità è un altro aspetto da non sottovalutare: una città attenta è quella che cura la manutenzione di strade e infrastrutture, non risparmia su panchine e coperture alle pensiline dei bus, offre una segnaletica evidente e chiara, zone di sosta e di ristoro, percorsi pedonali senza ostacoli e facilmente percorribili.

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    Efficienza dei trasporti pubblici

    Anche il buon funzionamento del trasporto pubblico, utilizzato maggiormente da chi giovane non è più, è indice di una città efficiente. Una città virtuosa deve garantire collegamenti frequenti e ben distribuiti, oltre che accessibili economicamente; Londra e Dublino sono in prima fila con la “best practice” del libero accesso ai meno abbienti e agli anziani.

    Adeguatezza delle abitazioni

    Infine, ogni abitante ha diritto di vivere dignitosamente; se in età più giovane le condizioni abitative soddisfavano certi parametri, questi potrebbero non valere più in età avanzata, perché con il passare degli anni le esigenze abitative di ogni essere umano cambiano. Deve quindi poter essere facile per questa fascia di età trasformare gli spazi domestici in luoghi più idonei ai nuovi bisogni.


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    Sul palco del padiglione dell’Angola, ci sono Pietro Maffio e Fawzia Talout Meknassi, premio Nobel per la pace 2015, responsabile del progetto: “Le donne Tessitrici del Marocco”. 

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    Il progetto di Fawzia Talout Meknassi - nato prima del bando Energy Art and Sustainability for Africa lanciato da Expo Milano 2015 ed Eni, volto a valorizzare il continente africano attraverso conferenze, talk show, workshop e spettacoli -  cerca di evidenziare il legame tra l’attività artigiana delle donne marocchine e lo sviluppo ecosostenibile del pianeta. Lo fa principalmente attraverso l’analisi della tradizione di tessitura in Marocco– che potrebbe essere fonte di ispirazione e aiuto per gli altri paesi africani – e la conoscenza della bellezza dei tessuti prodotti in Marocco.

    La tradizione della tessitura in Marocco

    La tessitura fa parte di un essere vivente dinamico che genera un prodotto autentico e permette di mantenere intere popolazioni. Generazioni di donne si sono susseguite per creare diversi tipi di tessuto, dai più rustici ai più fini; quello che le accomuna è il rito e il rispetto con il quale queste donne si approcciano a questa arte. Ogni tessuto prodotto è unico ed è quasi impossibile riprodurlo; le stesse donne per il rispetto verso il loro lavoro si rifiutano di completare prodotti (abiti, tappeti o tende) che siano copie di altri già presenti sul mercato.

    Come l’attività in sé, anche lo strumento utilizzato principalmente dalle donne artigiane del Marocco, il telaio, viene utilizzato e trattato con grande rispetto. Attorno a questo organo vi è un alone di riguardo e di venerazione tanto che il corpo della donna artigiana, prima della tessitura, deve essere purificato. Per la donna il telaio ha una personalità, non deve essere attraversato in segno di rispetto, e il lavoro che le permette di realizzare, tramandato di generazione in generazione, è sacro, va oltre alla sola tessitura e oltre la sua vita.

    Il progetto di Talout Meknassi sulle tessitrici marocchine

    Con Il libro “Il segreto delle donne artigiane del Marocco”, la Meknassi cerca di trasmettere l’energia del rito della tessitura e l’atteggiamento con il quale queste donne si approcciano a quest’arte utilizzando risorse che il territorio le mette a disposizione, per il telaio (semplici rami o pezzi di legno che gli alberi hanno messo loro a disposizione e non da legno trattato o lavorato) o per la stoffa (lana di pecora che è cresciuta mangiando erba irrigata naturalmente da acqua di fiume).

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    La tessitura è la storia delle donne fatta dalle donne, nel tempo delle donne. Le tessitrici tramandano questa cultura e queste tradizioni per mantenere, nelle loro pratiche quotidiane, un equilibrio ambientale (che è anche il tema di Expo Milano 2015) in armonia con la Terra e con il loro territorio, apprezzandone la generosità e il legame mistico e spirituale che si è creato. Le donne, attraverso il loro rituale e la loro arte, riescono a coniugare la loro attività alle risorse territoriali trasmettendo un legame strategico che riporta ad un fattore di sviluppo sostenibile.

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    Il progetto della Meknassi, presenta tre pilastri fondamentali:

    1. il primo, la base, è l’approccio a questa arte che varia a seconda della localizzazione geografica e della tipologia del lavoro che la donna artigiana compie. La donna che lavora con il telaio, come la donna che cucina o che si occupa della casa, canta e danza come se stesse seguendo un rito. Il suo lavoro in questo modo si impregna di arte, quella ricercata, quella che diventerà patrimonio universale e conferirà all’umanità la stessa gioia che prova un’artigiana a svolgere il suo lavoro.
    2. il secondo, sono gli atelier di iniziazione alla tessitura e spiegano il legame con il cibo. I prodotti che restituisce la terra del Marocco, sono naturali e saporiti; la loro semplicità e la loro genuinità li contraddistingue in tutto il mondo: il pane, l’olio di oliva, il miele, l’olio di argan.
    3. il terzo, in costruzione, e si effettua giorno per giorno, è la conferenza e il dibattito per mantenere e valorizzare le nuove generazioni. Troppo spesso gli europei si lamentano dell’immigrazione nei loro paesi da parte del popolo africano, ma questi non si rendono conto che un africano emigra con molta dignità e con l’aspettativa di migliorare la propria vita.

    La donna artigiana lavora principalmente per un ritorno economico ma le giovani generazioni sognano un futuro e uno sviluppo migliore e si sentono costretti ad emigrare abbandonando il proprio territorio e la propria cultura. Le donne tessitrici compongono il 90% dei tre milioni di artigiani a reddito attivo in Marocco, e con i proventi di questi tre milioni di lavoratori, vivono oltre dieci milioni di persone. La donna artigiana è un esempio da seguire perché trasmette al mondo i suoi prodotti e la sua arte costituendo parte attiva nell’economia e nello sviluppo ecosostenibile del territorio africano.

    Il progetto di Fawzia Talout Meknassi, vuole farsi carico oggi di alcune problematiche da risolvere legate ad aspetti della tradizione e delle esigenze di mercato. Troppo spesso ancora oggi, i prodotti di queste attività sono il risultato di uno sfruttamento del lavoro e del reddito delle donne artigiane. Un altro problema è dato dalla dimensione dei prodotti di queste attività artigianali. I grandi tappeti di una volta, oggi, sono difficili da collocare poiché le dimensioni delle abitazioni degli odierni nuclei familiari sono minori. L’associazione cerca quindi di formare le donne artigiane alla produzione di manufatti più piccoli che possano essere commercializzati più facilmente, senza lasciare in secondo piano l’autenticità del prodotto.

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    Infine, ma non meno importante, bisogna trasmettere la tradizione e la cultura di queste tessitrici, questo know how alle nuove generazioni e ai figli di queste artigiane, come è successo fino ad oggi, insegnare l’importanza di quest’attività che ha reso possibile l’avanzamento culturale e il mantenimento di questo equilibrio ecologico posto alla base di un’economia sostenibile.

    Spesso si pensa che uno sviluppo sostenibile non debba essere necessariamente legato alla presenza di una forte cultura di base. Il lavoro delle donne artigiane del Marocco invece ci insegna che è proprio la cultura ad essere alla base dello sviluppo sostenibile della loro società.


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    E poi capita che in un giorno d’estate, in vacanza in Svezia viaggiando da Stoccolma a Goteborg, alzi lo sguardo e vedi qualcosa di inaspettato ai bordi del lago Vättern.

    Dopo immense foreste verdi e vastissimi campi coltivati, proprio quando inizi a riconsiderare quella che fino ad allora hai sempre creduto potesse essere la definizione di “deserto”, ecco che in questa landa desolata compare una costruzione che ha quasi dell’incredibile: la Uppgränna Nature House, casa auto-sostenibile che produce cibo e nessun rifiuto.

    Ristrutturare fienili: un esempio in Tasmania

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    Inizialmente si potrebbe non far caso all’eccezionalità dell’opera.  Ma di fatto non è così. Gli svedesi sono maestri di design e di tutto ciò che è ecosostenibile ed ecocompatibile ed hanno quindi realizzato qualcosa di eccezionale.

    L’Uppgränna Nature House è un vero e proprio “edificio serra”: un vecchio fienile è stato cioè trasformato in una serra a basso impatto ambientale all’interno della quale persone e piante vivono insieme in armonia e vengono prodotti alimenti in modo sostenibile con un sistema di riciclo dell'acqua a circuito chiuso.

    L’opera è dello studio TailorMade Arkitekter che ha progettato la struttura in collaborazione con Living Serra, un gruppo di consulenza che lavora sullo sviluppo di progetti Naturhus eco-compatibili.

    L’Uppgränna Nature House unisce il design contemporaneo con l'architettura tradizionale svedese. L’edificio mantiene infatti la classica forma a due spioventi, ma la sua particolarità sta nel fatto che la parte inferiore della struttura con il suo colore rosso, rievoca il fienile e le case svedesi, mentre l’intera parte superiore è realizzata con vetrate isolanti che richiamano un’estetica decisamente più moderna. La serra che si viene così a creare al livello superiore occupa quasi la metà della pianta dell’edificio ed ospita aiuole contenti frutta, fiori e ortaggi, il tutto all’interno di un clima decisamente mediterraneo. Al suo interno trovano posto anche un piccolo laghetto con una cascata e una grande varietà di agrumi.  Il livello inferiore ospita aree ristoro dove la cucina propone piatti vegetariani a base di prodotti coltivati ​​in serra, sale riunioni, spa e camere da letto. 

    L’obiettivo è quello di realizzare una casa auto-sostenibile che produce cibo, invece di rifiuti. Inoltre, vivere in una serra dovrebbe incoraggiare uno stile di vita sostenibile e non tossico.

    L'Uppgränna Nature House non è collegata a un sistema fognario e riutilizza le acque reflue come irrigazione in un sistema a circuito chiuso. Costruito principalmente in legno, l'edificio è ben isolato e riesce a mantenere un basso impatto energetico grazie alla ventilazione solare e naturale passiva.


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    Una terra al limite fra Mongolia e Cina, un paesaggio lacerato da attività estrattive, una popolazione divisa fra pastori e minatori. È il suggestivo sfondo di Behemoth, il destabilizzante film che, denunciando provocatoriamente lo sviluppo insostenibile delle società industrializzate, è il vincitore ad elevata carica emotiva del Green Drop Award 2015.

    THE HUMAN SCALE: IL FILM SULLE CITTÀ VIVIBILI

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    Il riconoscimento, assegnato alla pellicola più green in concorso nella selezione ufficiale della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, consiste in una goccia soffiata da un maestro vetraio muranese ospitante un pugno di terra la cui provenienza, diversa di anno in anno, è nel 2015 un paese simbolo di siccità quale il Senegal.

    Il documentario del pluripremiato regista cinese Zhao Liang secondo la giuria è il film che meglio “interpreta i valori dell’ecologia e dello sviluppo sostenibile, con particolare attenzione alla conservazione del Pianeta e dei suoi ecosistemi per le generazioni future, agli stili di vita e alla cooperazione fra i popoli”.

    Vivendo in una città inquinata come Pechino, egli muove dalla propria esperienza personale per trasmettere allo spettatore, attraverso la dura verità di immagini “in bilico fra poesia e riflessione metafisica”, un insegnamento ambientale traendo spunto dallo scempio che si sta compiendo con l’avanzare delle miniere in Mongolia.

    La sequenza di potenti immagini svela nella sua assurda concretezza come lo sfruttamento intensivo dei giacimenti ad opera di imprese cinesi, russe, canadesi stia divorando non solo il paesaggio, ma anche l’antico patrimonio culturale nomade, fatto di capanne tradizionali, tipiche usanze e produzione d’eccellenza di cashmere. Il ricordo della tradizione è ormai solo un lontano canto gutturale mongolo Xöömej che fa da surreale contrappunto alla visione apocalittica dello sbriciolamento in aria delle rocce causato da una deflagrazione.

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    La Mongolia è ormai destinata ad una progressiva decadenza: la terra trema inerte al fragore di ogni nuova esplosione che - incurante delle proteste degli sciamani che pregano contro la Booming economy in nome di Tenger, il Cielo onnipotente -, continua con forza diabolica a sventrare le montagne.

    La metafora infernale d’altronde permea tutto il film: il titolo stesso “Beixi Moshuo – Behemoth” (Mostro gigante), essendo il riferimento a un’entità mitologica identificabile con il diavolo, ne è sintesi simbolica.

    Questa bestia invisibile, in continuità con il repertorio iconografico medievale in cui spesso è rappresentata con una “bocca divorante” dalla natura insaziabile, simboleggia col suo fagocitare le montagne l’ingordigia dell’uomo che nel suo incedere sregolato verso un’industrializzazione senza criteri ha creato un progresso devastante sia dal punto di vista ambientale che sociale. Concretizzandosi nell’insano “inferno in terra” delle miniere, Behemoth continuerà inesorabilmente, nel fragore di trivelle, gru, pale meccaniche e camion, ad inghiottire in alienanti ingranaggi chapliniani l’uomo suo generatore.

    “Attraverso lo sguardo contemplativo del film, analizzo le condizioni di vita dei lavoratori e l’insensato sviluppo urbano. È la mia meditazione critica sulla civiltà moderna, in cui si accumula ricchezza mentre l’uomo perisce. […] Il comportamento umano si contraddistingue per follia e assurdità. Non siamo mai riusciti a liberarci dall’avidità e dall’arroganza, così il viaggio a spirale della civiltà si viene a riempire di deviazioni e regressioni”, afferma il regista.

    Assurdamente, i pastori che, privati dei terreni su cui allevare i propri capi di bestiame in favore dell’avanzare di nuove miniere, fuggono per salvarsi, portano con sé durante il viaggio i simboli –non essenziali alla vita- del progresso: un uomo trascina una moto, mentre un altro a stento riesce a trasportare una televisione!

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    Malinconicamente, la voce narrante che descrive i fotogrammi ricorda: “una volta cantavamo nel sole e nella dolce, gaia, aria. Ma adesso, io mi affliggo per l a terra mandata in frantumi”. E come la montagna viene distrutta, l’immagine ritratta è vista verosimilmente attraverso un vetro rotto. Questa disintegrazione dello schermo è un effetto sorprendente: in realtà si tratta infatti di uno specchio portato sulla schiena dalla voce-guida che nel suo percorso ritrae nel riflesso il dramma.

    Lo specchio frantumato diventa una metafora della pluralizzazione, dell’estensione della portata del messaggio non solo al territorio specificamente ritratto dalle immagini, ma universalmente a tutti i paesi industrializzati; il termine Behemoth stesso è d’altronde un probabile pluralis excellentiae, tecnica usata nell’ebraismo per amplificare la potenza di un elemento rendendo il nome al plurale.

    I frammenti riflettono un’immagine tanto evocativa nella sua distopica liricità da lasciare senza fiato: viene ritratto di spalle un nudo adagiato su un prato tanto verde da sembrare psichedelicamente irreale, rivolto verso il mondo industriale della miniera sullo sfondo, che inghiottirà con i suoi infernali rumori, le sue nubi di polvere tossica e i suoi colori tetri il bucolico paesaggio in cui vivono i pastori.

    Passibile di diverse interpretazioni l’ambigua figura, ripiegata su se stessa in un raccoglimento che ricorda una posizione fetale.

    Uomo o donna? Umano o diabolico?

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    “Benché i monti gli offrano i loro prodotti e tutte le bestie domestiche vi si trastullino, egli si sdraia sotto i loti, nel folto del canneto e della palude". Come nell’immagine evocata biblicamente da Giobbe, nella figura distesa sul prato, fra distese di lapidi o fra capanne, forse in realtà si cela il mostro, allegoria del progresso di cui l’uomo è al “tempo stesso vittima e carnefice”, perché “sembra di essere posseduti da una forza mostruosa e invincibile, invece siamo noi a creare questa bestia invisibile. È la nostra volontà.

    E’ quindi inevitabile che dove ci sia l’uomo ci sia il mostro; Behemoth è nel male polmonare che divora l’uomo, è nelle ungulate macchine infernali che scavano le rocce, è nelle file di camion che senza soluzione di continuità salgono e scendono senza tregua lungo la spirale dei tornanti che collegano la fonderia e la zona di estrazione, in cui gli addetti lavorano incessantemente e meccanicamente secondo i serrati ritmi di riempimento e svuotamento degli autocarri.

    “Gli uomini, le donne, l’ambiente, la natura sono rappresentati come sacrificio in nome di un progresso che, con un colpo di scena finale, si rivela inesistente”. L’illusione di trovare il paradiso, l’aspettativa di vivere quindi un “uscimmo a riveder le stelle” della contemporaneità dopo l’inferno di una vita di duro lavoro sempre svegli in una miniera attiva anche di notte e dopo il purgatorio inflitto dalla fatica e dalla sofferenza delle inevitabili malattie associate al lavoro si disintegra infatti nel momento in cui si svela che l’obiettivo è innalzare senza una razionale pianificazione futuristiche “città fantasma”, investimento dei proprietari delle miniere di carbone nel settore immobiliare.

    Paradossalmente, mentre l’inquinamento acustico ed ambientale e la presenza di tante persone in movimento caratterizzano la miniera, queste spettrali distese di asfalto e cemento sono dominate dall’immobilità e dal silenzio e registrano una bassissima densità abitativa.

    Ordosè una di tali cristallizzate megalopoli simbolo della contraddizione del capitalismo estrattivo: essa non solo non è la metropoli da un milione di persone per il quale sono stati costruiti grattacieli altissimi, servizi pubblici, monumenti di Gengis Khan conquistatore della zona in passato, ma non è nemmeno una città perché è completamente disabitata.

    Ossimoricamente poi, la città in cui viene girato il film significa “Paradiso”.

    La metafora infernale

    D’altronde vari aspetti del documentario sono, come affermato dal regista, di derivazione dantesca: “nella Divina Commedia, Dante attraversa in sogno l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. In Behemoth ho descritto un’enorme catena industriale, in cui i colori rosso, grigio e blu rappresentano rispettivamente i tre regni danteschi”.

    Il rosso infatti è un riferimento non solo al sangue ma anche alla lava dell’inferno, e all’incandescenza delle viscere del sottosuolo delle steppe mongole in cui l’uomo è costretto a lavorare in condizioni insopportabili dalla mostruosa energia maligna; il grigio è il purgatorio di macchie, lividi, bombole e calli su mani segnate dal lavoro dei “musi neri”, che nascosti dietro alle loro inutili mascherine sono ridotti a fantasmi nei gironi infernali delle miniere.

    I minatori sono tutt’uno col nero delle particelle di carbone che ne cancella l’identità. Essi non hanno né nome né voce, e i volti sporchi e muti sono svelati in primissimo piano solo dopo un’inquadratura posteriore. “La gente passa tutta la notte a spalmarsi trucco scuro… il risultato non dipende dal loro umore ma da come tira il vento”. Per quanto gli operai possano procedere a una pulizia, essa non potrà essere che superficiale.

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    E in ogni caso la polvere continuerà ad essere inalata e a annidarsi nei polmoni, con l’effetto di esporli a gravi rischi di salute come la pneumoconiosi, che costringendoli a letto attaccati a una macchina li conduce all’annichilimento. Le miniere inoltre mietono vittime non solo fra i minatori, ma anche fra coloro che usufruiscono di falde inquinate da sostanze utilizzate per l’estrazione.

    “In mezzo alla foresta di lapidi, forse ci sono persone che conosco, o che non ho mai visto, che stanno soffrendo o sono già libere, in questa passiva moltitudine ci sono anime tristi! Non c’è posto per loro, all’inferno!” , afferma nella prima sequenza una voce fuori campo, il Virgilio, che esordisce con un “amid, in the middle” come l’incipit della Divina Commedia dantesca.

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    Il viaggio, altro topos ripreso da Dante, è profeticamente l’unica prospettiva per i pastori per sfuggire all’effetto dell’impatto ambientale delle attività estrattive.

    Ma mentre in Dante il viaggio è percorso di purificazione e speranza, compiuto dal poeta universalizzando la propria impresa per tutti gli uomini, che espiano i propri peccati ripercorrendone idealmente il viaggio, “nel viaggio dantesco simulato nel film non c’è salvezza, ma insegnamento morale, un monito per gli spettatori di ogni latitudine del globo”. 

    Sostenibilità e futuro del cinema

    Sensibilizzazione degli spettatori che è un mezzo per diffondere i valori del rispetto ambientale: “il cinema è un veicolo eccezionale di stili di vita e di sensibilità e da diversi anni ormai le tematiche ambientali sono entrate a farne parte; il nostro scopo è valorizzare quelle opere e quegli artisti che lo hanno fatto in maniera più evidente ed efficace”, afferma Marco Gisotti, direttore del concorso.

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    L’ottica è quella di produrre film sempre più attenti all’ambiente, orientando le scelte secondo una crescente tensione alla sostenibilità cinematografica: “credo che tutti dovremmo fermarci a riflettere dopo la visione di questo film, che non parla solo della Cina ma di tutti noi. Di come il lavoro e la produzione industriale non siano il fine ma il mezzo. Probabilmente ‘Behemoth’ è il film più politico di tutta la Mostra di quest’anno”.

    Inoltre, in occasioni come il Green Day Venice, giornata della sostenibilità nell'industria cinematografica, si discute la possibilità della la creazione di un codice mondiale di produzione di film ecosostenibili per identificare film green sia per i temi trattati che per le modalità di produzione degli stessi (secondo criteri orientati a: minimizzazione dell’impatto ambientale, dell’uso di risorse, dei consumi energetici, delle emissioni e delle distanze, rispetto per la natura, efficacia della gestione dei rifiuti, riutilizzo anziché acquisto di materiale di scena….).

    È una direzione che diventerà obbligatoria, perché “sono pochissimi i film che oggi possono sfoggiare certificazioni di produzione 'green', ma l’attenzione verso stili di vita più sostenibili è sempre più importante. In futuro un film che voglia raccontare una storia a sfondo ecologico dovrà essere coerente fino in fondo e dimostrare, attraverso adeguate certificazioni, non solo di non aver inquinato, consumato energia, sprecato cibo, ecc., ma anche di aver fatto qualcosa per migliorare l’ambiente".

    Per chi vuole vedere un estratto del film, un link al primo estratto di Behemoth.


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    Nel distretto di Shunyi, periferia di Pechino, un giardiniere dal nome Niu Jian, ha costruito una casa fatta con sei containers, nella speranza di creare una comunità verde, dove le persone possano condividere un progetto di vita sostenibile, in una città ormai altamente inquinata. Nel giugno del 2014 “The container home” prende vita ed è solo la prima parte del suo piano. 

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    “The container home” un'installazione temporanea per istruire i visitatori e diffondere l’idea di una comunità condivisa, tramite visite organizzate e programmazione di workshop. Nel  2016, il suo programma prevede la costruzione di dieci unità familiari, 1000 mq di laboratorio a più piani. Nel 2017 Niu spera di vedere realizzato un complesso di 10.000 mq a più piani per ospitare 100 famiglie, con la possibilità di vendere o affittare le unità. Niu Jian vede il suo lavoro come un tentativo per affrontare il saccheggio delle risorse naturali causato dall’industrializzazione, che ha distrutto, in molte città del mondo, l'equilibrio tra natura ed esseri umani. 

    I containers per il progetto 

    Il progetto è sostenuto da Sustainable Design Institute of Arts and Science Research Center, della prestigiosa Università di Tsinghua e dal Participatory Community Development Center. Le prerogative di base sono: tempi di costruzione brevi, facilità di montaggio, efficienza energetica e sostenibilità. Gli architetti incaricati sono SE Ding, Wang Wei, KONG Lingchen mentre il team di disegno sostenibile è formato da vari architetti e professori: Liu Xin, HU Yechang, CHEN Weiran, SU Yurong, XU Zhetong, Yang Xu, TU Wanrong.

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    Il progetto si compone di sei containers di 20 piedi (6.055 m x 2.435 m x 2.79 m), prefabbricati con porte e finestre, isolamento e alimentatore elettrico. Ogni container rappresenta un modulo base e la combinazione di più moduli dà vita a diverse varianti topologiche. In questo progetto specifico, l’edificio prevede 5 moduli verticali e uno orizzontale, che delimita lo spazio di una corte. La casa comprende tre camere da letto, un ripostiglio, uno spazio/laboratorio con stampante 3D e vari strumenti di taglio, una zona pranzo, la cucina e un bagno. I containers sono stati trasportati sul sito e, in tempi brevissimi, sollevati e installati; in seguito i moduli sono stati giuntati tra di loro e impermeabilizzati, e infine, sono state montate le scale e le porte interne. I sei containers sono costati 180.000 yuan, il trasporto e l'installazione 38.000 yuan, per un totale di 218.000 yuan (31.000 euro).

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    Il processo costruttivo è semplice e rapido, non necessita di elevata manodopera o risorse materiali, è a basso impatto acustico e ambientale. Il proprietario si è incaricato della progettazione interna e degli impianti secondo la filosofia del DIY (Do it Yourself).

    Gli aspetti sostenibili del progetto

    Il progetto adotta una serie di espedienti per ridurre le emissioni e gli sprechi: raccolta delle acque reflue, trattamento e riutilizzo per generare il sistema di acqua riciclata; scarti di cucina, raccolta escrementi, trattamento e riutilizzo per alimentare il sistema di produzione di biogas; pannello solare da 600 watt e turbina eolica da 300 watt per alimentare le luci LED.

    Niu Jian e la sua famiglia hanno installato personalmente tubi e lampade LED per la crescita delle piante in cucina. Possono mangiare le verdure che coltivano loro stessi grazie alla parete verde e al giardino di colture biologiche sul tetto. Gli scarti come bucce d’arancia, gusci d’uovo, foglie ecc. vengono polverizzati attraverso un tritarifiuti posto sotto il lavello e confluiscono in una piccola cisterna per il riciclaggio. In bagno, infatti, sono presenti quattro cisterne di plastica. Un serbatoio contiene le acque grigie utilizzate per il risciacquo del wc; un altro raccoglie l’acqua piovana utile per l’irrigazione; gli altri due sono collegati ad apparecchiature per la produzione di gas metano da liquami trattati e rifiuti di cucina. Il gas viene utilizzato per la cottura, mentre i residui solidi e liquidi vengono utilizzati come fertilizzante per le coltivazioni. 

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    Niu e la sua famiglia vivranno per due anni in questa casa per sperimentare questo nuovo stile di vita, per capire cosa migliorare nel layout funzionale, nel sistema energetico o per quanto riguarda la manutenzione degli impianti per il verde, al fine di stabilire un insieme di soluzioni costruttive ecosostenibili per  un futuro sviluppo partecipativo comunitario. Liu Xin, professore al Sustainable Design Centre dell’Università di Tsinghua, afferma che nonostante molte persone in Cina abbiano cercato di costruire case ecologiche alimentate da vento e metano, tuttavia il progetto di Niu, è il più coraggioso perché combina, in un unico organismo, trattamento delle acque reflue, roof garden, coltivazione indoor, energia solare ed eolica ecc.

    I containers, tutti dipinti di bianco, si distinguono dagli edifici circostanti. Un orto davanti casa e le pareti coperte di piante color pastello. È questo lo scenario, forse un po’ pittoresco, che Niu sceglie, per promuovere l'armonia tra la natura e gli esseri umani.

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    Expo ha chiuso i battenti. La manifestazione internazionale, che ha venduto oltre 20 milioni di biglietti in tutto il mondo, ha definitivamente terminato di accogliere visitatori.

    Molti sono state le notizie di questi ultimi mesi, molti i servizi televisivi concentrati sui più vari aspetti di Expo: dalla ideazione ai costi, dal numero di consensi alle critiche, dai concept dei singoli padiglioni agli aspetti puramente organizzativi e di gestione.

    Si dimentica a volte di parlare della seconda vita di Expo. Dove finiranno le strutture costruite? Che ne sarà delle aree a verde piantumate? Come sarà riutilizzata l'area espositiva? Quanto spreco di risorse e materiali sarà evitato?

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    Sostenibilità: le linee guida di Expo

    La direzione di Expo ha emanato, prima dell’apertura, in concomitanza con l’ideazione dei vari padiglioni dellelinee guida per la sostenibilità delle strutture. In questo documento vengono trattati diversi aspetti della progettazione dei diversi padiglioni a partire dal consumo di suolo e di energia, dall'utilizzo di materiali sostenibili fino ad arrivare al fattore dismissione e riutilizzo.

    Nel testo pubblicato vengono fatti precisi riferimenti a norme internazionali che prediligono la progettazione in ottica della futura dismissione ovvero progettare elementi e strutture avendo ben chiaro fin dall'inizio come queste verranno poi smontate, demolite o riutilizzate.

    Vengono fornite inoltre indicazioni concrete come la limitazione nell'utilizzo di sigillanti o adesivi, poi di difficile smaltimento, o la documentazione fotografica delle fasi costruttive al fine di un più agevole smontaggio qualora le diverse parti poi non fossero più visibili ad opera conclusa.

    Nelle linee guida si legge come ogni Paese sia stato invitato a ideare padiglioni che utilizzino per lo più materiali riutilizzabili, o tramite riciclo post demolizione o tramite spostamento delle strutture in altra sede o con altra destinazione d’uso.

    La seconda vita dei padiglioni di Expo 2015

    Molti Paesi si sono dimostrati virtuosi nell'adempimento delle Linee Guida emanate da Expo;

    la maggior parte degli stati espositori ha mirato al riutilizzo della struttura in altra sede.

    Bahrain: il padiglione, progettato dall’architetto Anne Holtrop e dal paesaggista Anouk Vogel, è costruito in pannelli prefabbricati in calcestruzzo bianco. Al termine della manifestazione verrà riportato in patria e trasformato in giardino botanico.

    Monaco: il padiglione Monaco verrà trasportato in Burkina Faso per diventare la sede della Croce Rossa della città di Loumbila.

    Regno Unito: il padiglione, costituito per la parte predominante da un grande alveare realizzato con una struttura reticolare in acciaio, diventerà un monumento.

    Austria: di difficile spostamento è il padiglione austriaco costituito da un vero e proprio bosco di oltre 12000 alberi. Le piante più grandi, che superano i 15 m di altezza, verranno destinate al comune di Bolzano che rinverdirà un’area periferica della città.

    Estonia: gli elementi del padiglione verranno riutilizzati come arredo urbano in patria.

    Anche il Padiglione Coca Cola è stato progettato per poter essere riutilizzato come struttura sportiva a Milano.

    Altra strada percorsa da alcuni Stati è quella della vendita all'asta delle strutture e degli arredi.

    E’ il caso per esempio del Padiglione del Brasile e di quello svizzero che offrono, anche online, al miglior offerente, un pezzo di Expo.

    Alcuni padiglioni purtroppo al momento non hanno presentato un piano di riutilizzo o di riciclo (si tratta di Kazakistan, Cina, Germania, Spagna, Thailandia, Qatar, Oman, Uruguay e Corea).

    La seconda vita delle aree verdi piantumate

    Expo non è costituito solo da padiglioni ma da un moltitudine di strutture ausiliarie e servizi per non parlare delle grandi aree verdi piantumate o a prato presenti sul suolo della manifestazione. 

    Il mantenimento delle piante dopo Expo non sarà un problema per via delle caratteristiche del terreno favorevole e della tipologia di piante utilizzate, di cui solo la minima parte di importazione e quindi difficilmente adattabile al clima milanese.

    Il Presidente dell’Associazione Mondiale degli Agronomi, in funzione anche di coordinatore del Tavolo della biodiversità di Expo Idee, afferma che la gestione delle aree a verde dopo Expo sarà relativamente semplice. La tipologia di piante comporterà poche operazioni di giardinaggio nella fase di transizione del dopo Expo, che sarà comunque nei mesi invernali. Se anche la fase di smantellamento di Expo e quindi il periodo transitorio che dovrà affrontare la vegetazione sarà lungo non si verificheranno problemi ma anzi verrà favorito il crearsi di uno spazio meno antropizzato e con aumento della biodiversità.


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    Oltre 20 milioni di visitatori hanno in questi mesi varcato le soglie di Expo Milano e calpestato gli oltre 400 mila metri quadrati di area espositiva, allestita tra aree a verde, padiglioni e strutture di servizio. Solo alcune strutture, tra cui Palazzo Italia e l’Albero della Vita, e le aree a verde resteranno sul luogo mentre i padiglioni verranno spostati.

    Molti padiglioni hanno pubblicizzato la loro “seconda vita” già dall’inizio dell’avventura Expo, spiegando come verranno riciclati, smontati, riutilizzati o trasferiti. Ma come verrà riutilizzata l'intero sito espositivo di Expo Milano 2015? 

    LA PROPOSTA PER L'UTILIZZO DELL'AREA DELL'EXPO 

    Tra Luglio e Agosto di quest’anno Agenzia del Demanio e Cassa Depositi e Prestiti hanno presentato a Regione Lombardia e Comune di Milano un dossier che presenta il progetto di futuro utilizzo dei terreni dell’Expo Milano 2015. Il dossier contiene i riferimenti ad alcune situazioni in cui si è riqualificata un’area di ampie dimensioni come per esempio il progetto Adleshof a Berlino e Silicon Roundabout a Londra.

    Il progetto prevede tre macro aree: la cittadella universitaria, un parco tecnologico e un centro di servizi pubblici.

    • La cittadella universitaria ospiterebbe i locali dell’Università Statale, oggi collocati in via Celoria, dedicati alle facoltà scientifiche.
    • Il parco tecnologico vedrebbe collocato un polo di ricerca agroalimentare e il Crea, Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l'analisi dell'economia agraria.
    • La cittadella dei servizi potrebbe ospitare invece diverse realtà pubbliche come Vigili del Fuoco, Agenzia delle Entrate, Archivio di Stato e altri servizi del Comune di Milano.

    La proposta così formulata prevede un investimento totale di oltre un miliardo di euro. Il trasferimento dei locali universitari richiede all’incirca 540 milioni di euro, di cui metà coperti dal polo universitario. La realizzazione della cittadella dei servizi costerà oltre 200 milioni di euro, di cui una parte arriveranno dal risparmio dei canoni di locazioni dei locali che oggi ospitano i medesimi servizi.

    Tutte le aree a verde presenti durante l’esposizione verranno mantenute.

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    RIUTILIZZO AREA EXPO: LE IDEE DEL PUBBLICO

    Su questo tema Corriere della Sera e Oxway, una delle prime piattaforme italiane di intelligenza e critica collettiva, hanno reso disponibile una piattaforma online nella quale dal 16 al 26 Ottobre, chiunque ha potuto esprimere la propria proposta.

    Sono state oltre 500 le proposte caricate sulla piattaforma da oltre 1000 utenti iscritti tra imprenditori, architetti e ingegneri, liberi professionisti e pubblico comune. Le proposte pervenute sono state le più varie: molti hanno presentato l’idea di realizzare un polo universitario o un polo tecnologico. Altri hanno proposto l’idea di istituire un’area museale o una fiera mondiale a tema alimentare. Altri ancora avanzano la possibilità di realizzare strutture sportive.

    I trenta migliori partecipanti, valutati sia della proposta progettuale che dei commenti su quelle di altri utenti, verranno premiati da una giuria di giornalisti della Redazione del Corriere della Sera.


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    Qual è la motivazione che ci spinge a cambiare smartphone? I primi mesi che seguono la presentazione di un nuovo smartphone top di gamma, sono sempre un po’ critici; c’è chi aspetta almeno un paio di generazioni prima di cambiarlo e chi appassionato di tecnologia non aspetta nemmeno l’ufficializzazione della data di commercializzazione per andare a mettersi in fila davanti ai punti vendita.

    Le pubblicità, gli articoli e le pagine internet ti invogliano in ogni caso ad abbandonare il tuo “vecchio” smartphone funzionante - che a seguito di continui aggiornamenti ha iniziato ad essere più lento, anche per svolgere le operazioni quotidiane più comuni - e acquistare il nuovo oggetto del desiderio dal costo leggermente spropositato.

    Ma cosa fare dunque del vecchio dispositivo? Quest’ultimo infatti è dotato di display, fotocamera, processore di ultima generazione (o quasi) e sarebbe un vero peccato riporlo nel dimenticatoio. Le sue caratteristiche tecniche, utilizzate continuamente fino a poco prima, ora potrebbero essere sfruttate per compiti più semplici, come permetterci di leggere un ebook, farci da radiosveglia, da gps o addirittura da controllo domotico per la nostra abitazione.

    Qui di seguito sono riportate alcune idee di riutilizzo del vostro iPhone oramai vetusto.

    Riutilizzo degli iPhone: idee per la casa

    Le operazioni che possiamo fare in casa con il nostro vecchio iPhone sono tantissime. La maggior parte di queste, necessitano di un collegamento all'alimentazione elettrica, e a lungo andare potrebbero portare la batteria a una sollecitazione evidente.

    Possiamo dunque iniziare dalla sveglia, quella che ci fa alzare al mattino e ci permette di arrivare puntuali a lavoro o ad un appuntamento. La maggioranza dei possessori di uno smartphone utilizzerà quella del sistema operativo, dovendo lasciare inevitabilmente acceso il dispositivo anche di notte. iReadyO è una radiosveglia che permette di alloggiare al suo interno iPhone 4, 4S, 5 e 5S; Questa ci potrà svegliare con le canzoni della nostra playlist personale o potrà essere utilizzata durante il giorno come player musicale come le più note Dock Station di Bose, Jbl, Belkin…

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    Un altro sistema molto utile in casa, è la domotica. Il nostro vecchio iPhone può diventare la centralina che comanderà tutte le periferiche posizionate nella nostra abitazione. Disponendo il dispositivo su un muro, e alimentandolo dalla vicina presa elettrica, possiamo accedere ai diversi servizi che il sistema ci offre, come alzare/abbassare le tapparelle, controllare l’intensità luminosa delle luci, chiudere le serrature o riprodurre la musica tramite bluetooth in diverse stanze della nostra casa.

    Esistono poi produttori di sistemi di vigilanza e termostati che possono essere controllati con il nostro iPhone. Le videocamere intelligenti, previa registrazione della sagoma del viso, riconoscono chi accede in un’area e avvisano in caso di intrusioni; il termostato, invece, dialoga continuamente con lo smartphone e permette di controllare in remoto la temperatura e l’orario di accensione/spegnimento del sistema di riscaldamento

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    Il vostro vecchio iPhone può anche diventare una telecamera che controlla e veglia sul vostro bebè con Cloud Baby Monitor. Quest’app, invia notifiche in caso di rumori provenienti dalla camera da letto, controlla il respiro e permette di cantare una ninna nanna, in diretta, tramite video.

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    Se per qualche ragione invece siete a lavoro e avete dimenticato il vostro mouse, nessuna paura, ci sono alcune applicazioni che ci vengono in soccorso reinventando il trackpad del computer e mettendo a disposizione con esso, anche una tastiera

    Un decennio fa circa, un noto brand introdusse sul mercato un cellulare che avrebbe dovuto spopolare tra i giovani videogiocatori. Così non fu, e pochi anni dopo, gli smartphone diedero una svolta a questo mercato introducendo molti degli strumenti di utilizzo comune al loro interno. Con agende, blocco note, calendario, libreria personale e molto altro, si iniziarono a soddisfare anche le richieste della generazione più giovane attraverso l’introduzione di videogiochi che a distanza di quasi otto anni, non hanno nulla da invidiare a quelli presenti su console.

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    Per venire ulteriormente incontro al popolo videogiocatore, la ion ha prodotto l’Ion iCade Mobile Game Controller, una manopola nella quale è possibile inserire il proprio iPhone convertendolo in una console portatile. Per aumentare il numero e la tipologia di giochi, l’utente può andare su iemulators e scaricare decine di giochi trasformando il proprio dispositivo in un vecchio game boy o un mini coin-op.

    Riutilizzo degli iPhone: idee outdoor e per lo sport

    Fuori casa il vostro iPhone può essere utilizzato per una molteplicità di funzioni, dalle più comuni come utilizzo su social network, chat o chiamate su skype, per leggere un ebook in viaggio o articoli precedentemente salvati a casa, per guide offline se siete in vacanza, o addirittura come memoria aggiuntiva sulla quale trasferire immagini e video per non rimanere mai a corto di spazio sulla memoria flash del vostro dispositivo principale. Ovviamente potete usarlo anche lettore mp3 o come modem hotspot, e in caso di surriscaldamento, è sempre un dispositivo che avete deciso di rimpiazzare con uno di nuova generazione. Tutte queste funzioni a lungo andare logorano la batteria e la durata del vostro dispositivo principale, quindi perché non cercare di preservarla leggermente?

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    Su appStore si trovano numerosissime app per il fitness. Il tuo vecchio iPhone può diventare un contachilometri che geotagga i tuoi spostamenti in bicicletta misurando calorie, velocità e tempi della tua escursione. Se sei un amante del footing, puoi riporre il tuo vecchio smartphone in una classica fascia da braccio per poter godere della tua musica durante il tuo allenamento quotidiano, senza preoccuparti di bagnarlo o impregnarlo di sudore.

    Ultima cosa, da non sottovalutare, può anche essere la rivendita. In genere i modelli che alle spalle hanno una sola generazione, sono molto appetibili sul mercato.

    E voi cosa ne farete del vostro vecchio iPhone?


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