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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    A Novembre sono terminati i lavori del primo cantiere italiano di un edificio realizzato da elementi modulari in legno. Si tratta della costruzione di un edificio residenziale unifamiliare a due piani fuori terra realizzato nel comune di San Secondo di Pinerolo in provincia di Torino.

    La struttura dell’edificio, dalle fondazioni alla copertura, è stata realizzata in dieci giorni a partire dal 31 Agosto di quest’anno.

    IL LEGNO DA COSTRUZIONE

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    I pannelli OSB: Oriented Strand Board

    L’abitazione è stata progettata e realizzata con elementi modulari in legno. Il sistema costruttivo è composto da elementi modulari in OSB, realizzati con legno di pioppo di provenienza locale. I pannelli OSB (acronimo di Oriented Strand Board) nelle costruzioni in legno sono utilizzati prevalentemente nelle costruzioni a telaio.

    I pannelli sono composti da tre strati a struttura simmetrica di trucioli piatti, denominati strand. Gli strand degli strati esterni sono orientati parallelamente alla direzione di produzione e sono di migliore qualità. Gli strati interni sono invece composti da materiale più fine e di geometria meno controllata, orientati in modo casuale o in direzione perpendicolare alla direzione di produzione. La produzione di pannelli OSB in Europa viene realizzata prevalentemente con legname a basso costo, proveniente in gran parte dalla ripulitura delle foreste. Le fasi produttive sono comuni ad altri tipi di pannelli e prevedono la scomposizione del legno a formare le particelle di dimensione necessaria, l’essiccazione, l’addittivazione con colla, la formazione degli strati e la pressatura.

    In questo cantiere non sono stati utilizzati i classici pannelli bensì elementi modulari (foto in basso), realizzati con la stessa tecnica produttiva. Questi elementi sono dotati di incastri che, oltre a facilitarne la posa in opera, agevolano il controllo geometrico e della verticalità in fase di costruzione. Data la particolare disposizione degli incastri sono scongiurati poi eventuali errori di montaggio della struttura.

    Il cantiere di un edificio modulare in legno

    Il vantaggio enorme dell’utilizzo di questa tecnica costruttiva è stato la velocità di posa in opera che in soli dieci giorni ha portato alla realizzazione dell’intera struttura dell’edificio. Il 31 Agosto di quest’anno è cominciata la posa del primo corso di elementi in OSB a seguito dell'impermeabilizzazione e dell'isolamento della fondazione in calcestruzzo precedentemente realizzata.

    Gli elementi vengono fissati alla fondazione mediante particolari sistemi di ancoraggio denominati hold-down, ovvero profili in acciaio chiodato disposti su entrambi i lati dell’elemento. Questi elementi, progettati per resistere alle sollecitazioni a flessione, sono poi affiancati a ulteriori profili a L, sempre chiodati, che devono sostenere le sollecitazioni al taglio della struttura.

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    Il giorno successivo è stata completata la posa degli elementi dell’intero primo piano e completato l’isolamento dei blocchi. L’isolamento delle pareti perimetrali esterne è realizzato mediante il riempimento manuale delle cavità dei blocchi con sughero bruno granulato.

    Il 2 Settembre sono state posati e fissati gli elementi di chiusura e le travi del primo solaio. Nella stessa giornata è stato terminato il solaio.

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    Stesse fasi e stesse tempistiche sono state seguite per la realizzazione del secondo piano fuori terra che quindi è stato completato interamente dopo soli 5 giorni dall’inizio del cantiere. A seguire è stato realizzato l’isolamento del tetto.

    Completato l’assito del secondo solaio e posata la barriera impermeabile, sono state posizionate le travi “passafuori” e successivamente la coibentazione della copertura. L’isolamento, in pannelli di fibra di legno, è stato eseguito a doppio strato sfalsato, con un ulteriore ultimo strato tra i travetti in legno.

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    Terminato l’involucro esterno, si è proseguito con l’ultimazione dell’interno mediante la posa del freno vapore sul lato caldo delle pareti esterne e con la costruzione delle contropareti, necessarie per il passaggio degli impianti.

    Le facciate sono state ultimate il 10 Settembre con la posa di doghe in legno di cedro, inclinate di 45 gradi che, opportunamente sagomate in corrispondenza delle aperture, rivestono completamente l’edificio.


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    Un marchio estone, produttore di abbigliamento per bambini, ha deciso di trasferire i suoi uffici di Tallin in una ex fabbrica di epoca sovietica e ha affidato il progetto allo studio KAMP Arhitektid.

    Il cliente aveva posto come obiettivo della riqualificazione la trasformazione del volume asettico e austero del vecchio edificio dismesso in un ambiente accogliente. Affascinare i dipendenti e renderli più produttivi grazie a uno spazio stimolante e attirare i visitatori dallo spettacolo intravisto oltre le finestre: i progettisti dovevano creare un “parco giochi” per adulti.

    LUOGHI DI LAVORO: UNA SCALA VERDE PER NUOVI SPAZI IN UFFICIO

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    I quasi 1.100 metri quadrati, una vertiginosa altezza massima di 8 metri, della fabbrica dismessa sono stati effettivamente rivoluzionati, creando una vera e propria oasi, tra stanze di legno e alberi, quasi una rigogliosa foresta permanente. Ora la vegetazione è artificiale e raggiunge le travi del tetto, ma presto sarà sostituita da vere piante, in attesa che assumano una adeguata dimensione.

    La vecchia fabbrica, completamente in disuso, ha ripreso vita e ora, percorrendo in estensione il grande spazio multipiano si possono incontrare sale riunioni, zone relax, uffici più piccoli adibiti a spazi di lavoro. Il “paesaggio” si snoda a più livelli, ma i materiali usati, i colori e le forme taglienti creano un ambiente unico e armonioso.

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    Le grandi vetrate permettono l’ingresso di un notevole quantitativo di luce interna, diffusa e amplificata grazie all'inserimento di lucernari zenitali in copertura. Anche il sistema di ventilazione e riscaldamento è stato sostituito per essere più efficace per la nuova configurazione dell’ambiente di lavoro.

    La fila di grandi lampade da tavolo, a richiamo del lavoro sartoriale, accompagna il percorso lungo i corridoi, ingannando l’occhio dell’osservatore che, in un divertente gioco prospettico, si accorge della loro altezza (quasi 3 metri) solo quando passa sotto. Gli arredi funzionali al ricovero della merce venduta sono molto discreti e si inseriscono perfettamente nel racconto architettonico; solo i pomelli degli armadi, ritagliate a forma di bambino suggeriscono la categoria di vendita del marchio.

    Il progetto, molto affascinante, sembra voler avvallare la tesi dell’architetto Michele de Lucchi (autore dell'Unicredit Pavilion a Milano) che, al Salone dell’Ufficio di quest’anno, ha voluto sintetizzare nella sua installazione “La passeggiata” una nuova idea di ambienti di lavoro: ricchi di stimoli, facilitatori di incontri, diversificati e confortevoli. Dove lavorare è prima di tutto un piacere.

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    caption: © Design: KAMP Arhitektid


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    Lo studio WRNS ha recentemente presentato il primo edificio scolastico in California e in assoluto la prima biblioteca negli USA a raggiungere la certificazione NZEB– Net Zero Energy Building dall’ILFI – International Living Future Institute: partecipando al programma Living Building dello stesso istituto, la Stevens Library alla Sacred Heart School ha dimostrato di generare in un anno solare molta più energia di quella consumata, integrando sapientemente e in modo stimolante diversi sistemi di produzione e risparmio di energia.

    NEARLY ZERO ENERGY HOTEL

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    Il progetto della biblioteca sostenibile

    La Stevens Library è uno dei quattro nuovi edifici del nuovo campus scolastico assieme al Performing Arts Building, al Lower Classroom Building e all’Upper Classroom Building. Lo studio WRNS ha redatto anche lo stesso masterplan del campus della Sacred Hearts School e quando la direzione ha chiesto al team di creare uno spazio che riflettesse i propri valori della consapevolezza sociale, della sostenibilità e della comunità, questo ha pensato di progettare la biblioteca con il duplice scopo di risparmiare energie e risorse educando, allo stesso tempo, la comunità circa l’importanza della tutela ambientale: il design semplice e flessibile della struttura mette in evidenza i legami tra architettura e natura, energia e acqua, funzionando sia come modello di sostenibilità che come risorsa educativa volta al coinvolgimento e alla sensibilizzazione dei fruitori in una cultura del risparmio energetico e delle risorse.

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    Strategie di risparmio energetico

    Il progetto della biblioteca integra numerosi sistemi tecnologici attivi e passivi associati a diverse strategie di risparmio energetico. Tra queste troviamo un impianto fotovoltaico, che fornisce tutta l’energia elettrica necessaria; un sistema di sensoristica e monitoraggio delle condizioni ambientali interne per minimizzare l’uso di energia elettrica per l’illuminazione; un impianto meccanico di ventilazione ad alta efficienza; impianti di distribuzione dell'acqua a flusso ridotto, per limitare i consumi, associati ad un impianto di raccolta dell’acqua piovana, immagazzinata in un serbatoio da 3.000 litri e successivamente riutilizzata per l’irrigazione degli spazi verdi del campus; un involucro ad elevate prestazioni realizzato con un isolamento rigido esterno a cappotto; diversi collettori solari e solar tubes per la massimizzazione dell’utilizzo di luce naturale all’interno degli ambienti. I consumi sono stati monitorati per un intero anno solare, da un team dell’ILFI che ha stimato un utilizzo di circa 24.934 kWh a fronte di una produzione di 56.811 kWh, consegnando pertanto alla rete elettrica circa 32.417 kWh.

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    Cultura ecologica

    Nel tentativo di portare in primo piano il tema della sostenibilità, i sistemi energetici della Stevens Library vengono mostrati all’utenza come un vero e proprio strumento formativo: il serbatoio di immagazzinamento dell’acqua piovana è direttamente accessibile dalla libreria e viene utilizzato come fonte primaria per l’irrigazione di un frutteto e degli spazi verdi che vengono curati e manutenuti dagli stessi studenti. I sistemi di gestione delle acque piovane e delle acque grigie sono visibili attraverso una finestra a libro vetrata, composta da sette diversi pannelli, dando la possibilità di utilizzare il sistema per scopi formativi: a questo scopo, alcuni disegni sul tema del ciclo dell’acqua e sulle disponibilità della risorsa potabile sono integrati sui singoli elementi vetrati.

    All’interno degli ambienti altre informazioni sui temi energetici e ambientali, vengono fornite con l’ausilio di display e dell'infografica fornendo ai bambini, ai loro genitori e a tutti i visitatori, dati ed informazioni sul funzionamento degli impianti fotovoltaici, sui trends di utilizzo quotidiano dell’energia e sull’uso consapevole delle risorse.

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    La struttura NZEB è composta da sette diverse aree di lavoro, due sale riunioni, due laboratori tecnologici, una sala conferenze, uffici e una biblioteca open space: la configurazione degli ambienti è totalmente flessibile grazie ad una pavimentazione e ad arredi modulari mobili che possono essere facilmente spostati al fine di rimodulare gli spazi secondo le mutabili esigenze.

    Tutti gli ambienti dell’edificio contribuiscono indistintamente alla formazione di una cultura energetica, aiutando i giovani a riconoscere fin dalle minori età le buone e le cattive abitudini rispetto ai temi ecologici.


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    All’interno di Noorderpark, un parco di 5900 acri a nord di Utrecht (Paesi Bassi), gli architetti del cc-studio di Amsterdam hanno sostituito il vecchio edificio presente dal 1966 con un alloggio semplice e affascinante. La casa funge da luogo di riposo per i volontari che curano il parco, di rifugio in caso di maltempo e di ricovero per le attrezzature da giardinaggio. Secondo la normativa locale, la costruzione del fabbricato non necessita di alcun permesso di costruire perché rispetta il volume e la funzione dell’alloggio originario. Gli architetti l’hanno progettato in modo da poter essere visibile solo nelle immediate vicinanze, minimizzando al massimo l’impatto visivo.

    UN RIFUGIO IN LEGNO PER LA GUARDIA FORESTALE

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    La casa-rifugio, di 35 mq con un’altezza di 3,5 m, è composta da un ripostiglio, un bagno/lavanderia, una zona pranzo con focolare ed un angolo relax con letto. Il cuore della casa è costituito da un corpo centrale che accoglie una stufa a legna e delle sedute. Questo elemento regge la struttura di supporto del tetto e per sua stessa conformazione, ricorda la forma di un albero.

    Il tetto e le pareti dell'edificio destinato ai volontari sono costituite da un involucro in alluminio color verde mentre l’interno prevede l’utilizzo di materiali naturali ed è rivestito quasi interamente in legno compensato. La cucina e il camino sono alimentati dalla legna raccolta all’interno del parco. Sia le pareti che il tetto sono caratterizzati dalla presenza di aperture finestrate che creano un forte collegamento con l’ambiente esterno. Ma a smaterializzare i confini tra interno ed esterno sono sicuramente le due porte scorrevoli ad angolo. Aprendosi completamente offrono l’opportunità di godere del prato, di instaurare un rapporto intimo e diretto con la foresta circostante.

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    L’ambiente naturale, è l'unico protagonista della scena. Così succede che passeggi all’interno del parco e scopri un rifugio, quasi un nascondiglio inaspettato. Forse è proprio questo uno dei connotati dell’architettura, di piccola o grande scala: stupire lo spettatore che osserva un’opera adeguata al contesto, in cui la forma risponde alla funzione in un modo giusto e naturale.


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    Il turismo è una delle principali attività produttive del nostro Paese ed è anche il settore che risente meno della crisi, come dimostra il fatto che buona parte degli italiani è disposta a rinunciare a tutto, tranne alla vacanza. 

    Nell’ambito delle strutture turistiche sempre più numerose nel Bel Paese, quelle che, nell’ultimo periodo, sembrano essere preferite dai viaggiatori sono gli agriturismi. A confermarlo è un rapporto redatto da Coldiretti per l’estate 2015 in relazione ai dati forniti da Terranostra e Federalberghi: le presenze nelle strutture turistiche “di campagna” hanno subito un incremento del 10% rispetto all’anno precedente, toccando i 6 milioni di check-in durante tutta la stagione estiva.

    IL BIOAGRITURISMO PASSATO IN CLASSE A

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    Bioagriturismo: agricoltura biologica ed etica professionale

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    Il dato della Coldiretti su bioagriturismi e fattorie è particolarmente confortante se si pensa agli sforzi compiuti da proprietari e istituzioni nel sensibilizzare i “fruitori-turisti” ad optare per una vacanza responsabile e rispettosa dell’ambiente e del territorio. La filosofia che sta alla base delle aziende agrituristiche, del resto, è proprio il rispetto della natura: sfruttare con criterio la terra in cui sorgono e trarre da essa i prodotti che servono sulla tavola dei propri ospiti, senza “violentare” quella fonte inesauribile di ricchezza.

    L’attività agrituristica, infatti, è in grado di tutelare indirettamente il paesaggio, instaurando uno stretto legame tra lo sfruttamento delle risorse ambientali e i prodotti aziendali. In altri termini, essendo interesse del gestore dell’agriturismo stesso ottenere e offrire prodotti di alta qualità, costui si impegna a sfruttare in modo responsabile e sostenibile le risorse che la natura gli mette a disposizione.

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    Nel settore agrituristico sta prendendo sempre più piede la forma del “bioagriturismo”, struttura ricettiva a cui è data la possibilità, previo ottenimento di una specifica certificazione, di produrre e vendere i prodotti agricoli biologici coltivati e raccolti in loco. Tale certificazione viene rilasciata dall’AIAB - Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica ed è attiva dal 1998, individuando quotidianamente aziende che svolgono questo tipo di attività. L’obiettivo dell’AIAB è quello di controllare che i bioagriturismi non soltanto rispettino le regole di un’agricoltura biologica, ma si impegnino a gestire l’attività ricettiva secondo norme etiche ed ecologichedettate da ICEA (Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale). All’Istituto è affidato anche il compito di verificare che l’azienda si attenga a tali disposizioni.

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    Il bioagriturismo si può definire a pieno titolo una struttura ricettiva sostenibile, in quanto la sua attività è basata sulla sinergia che il gestore riesce a creare tra rispetto profondo nei confronti dell’ambiente e servizio offerto ai clienti proprio grazie a quell’ambiente tutelato.

    Le azioni che i proprietari di un bioagriturismo possono avviare per rientrare in questa cerchia di strutture turistiche sono l’impegno al risparmio di energia, l’utilizzo consapevole delle risorse energetiche a disposizione e il ricorso a fonti alternative e rinnovabili. È necessario, inoltre, che il bioagriturismo si impegni a limitare il consumo idrico e ad organizzare un sistema di riciclo delle acque reflue.

    Al bioagriturismo viene assegnato un compito importantissimo, quello di sensibilizzare i giovani, attraverso un’attività didattica mirata, a rispettare e, soprattutto, scoprire la natura, il paesaggio e l’ambiente, comprendendo le leggi che li regolano e la collaborazione che si instaura tra il mondo naturale e lo sfruttamento consapevole dell’uomo. Sono queste le tematiche affrontate dalle aziende agrituristiche che ricadono anche nella categoria delle fattorie didattiche.

    Le Fattorie Didattiche

    Con l’attività di Fattoria Didattica, l’azienda agricola sfrutta la sua condizione di essere contestualmente anche agriturismo per spiegare, a visitatori piccoli e grandi, come il lavoro in campagna venga svolto in perfetta armonia con l’ambiente circostante e con quello che offre. In particolare sono approfonditi le tecniche di trattamento dei prodotti biologici affinché questi restino tali, il legame tra la fauna naturale della campagna e la trasformazione dei prodotti in “cibi” di elevata qualità, l’importanza per il consumatore di optare per questo genere di alimenti, facendo del bene a se stesso e all’ambiente.

    La storia della fattoria didattica e il suo arrivo in italia

    Le Fattorie Didattiche affondano le loro radici nei primi anni del XX secolo, quando le aziende agricole di Norvegia, Danimarca e Svezia cominciano ad aprire le loro porte ai “cittadini” per illustrare come si vive in campagna. L’iniziativa risulta così interessante da propagarsi a macchia d’olio in tutta Europa, raggiungendo, negli anni Settanta, anche le coste del Mediterraneo.

    L’idea della “fattoria didattica” nasce a partire da un movimento giovanile statunitense datato 1914 e tuttora esistente. Si tratta del Club 4H, dove la lettera “h” sta ad indicare le quattro parole headhealthheart e hand (testa, salute, cuore e mani). L’obiettivo del movimento è quello di promuovere una crescita personale dell'individuo attraverso un metodo di insegnamento racchiuso nello slogan “learn to do by doing (imparare facendo)”.

    Dopo la Seconda Guerra Mondiale le fattorie didattiche arrivano prima in Germania, con l’obiettivo di far conoscere ai ragazzi di città gli animali della fattoria, e poi in Olanda, con il nome di “City Farms” e la funzione identica a quella dell’iniziativa tedesca.

    Seguono, negli anni Settanta, le fattorie didattiche dei Gran Bretagna e Belgio. Nel Paese della Regina le City Farms sono utilizzate anche per recuperare luoghi cittadini abbandonati.

    L’Italia è l’ultima ad interessarsi a questa nuova forma di insegnamento e accoglie le fattorie didattiche soltanto negli anni Novanta, quando l’associazione Alimos e alcuni imprenditori della provincia di Forlì-Cesena costituiscono una “Rete delle Fattorie Didattiche Romagnole”. Da allora, fino al 2010, il numero delle fattorie didattiche italiane accreditate è arrivato a 1936.

    Il contest che premia gli agriturismi sostenibili

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    Il tema del rispetto dell’ambiente è particolarmente sentito dai gestori di strutture agrituristiche, come ha dismostrato l’ampia partecipazione al contest “Agriturismo e Sostenibilità” indetto da Agriturismo.it.

    Sono stati 300 gli agriturismi che hanno chiesto di partecipare al concorso per dimostrare il loro interesse nei confronti delle pratiche rispettose dell’ambiente e del territorio e il loro impegno a produrre in modo consapevole e responsabile. L’esito del contest è stato l’individuazione delle pratiche a cui gli agriturismi italiani ricorrono maggiormente per dare il loro contributo in favore della sostenibilità. La vendita dei prodotti a km0, freschi o trasformati, direttamente in azienda ricopre la fetta di torta più abbondante, essendo praticata dall’85% delle strutture agrituristiche italiane. Seguono il ricorso a tecniche agricole finalizzate alla riduzione di emissione di CO2, con una percentuale di applicazione dell’83% e la realizzazione di infrastrutture verdi, praticata dal 76% degli agriturismi. Ultima, non per importanza, è l’agricoltura biologica a cui si cerca di sensibilizzare sempre più intensamente negli ultimi tempi. È il 67% delle strutture agrituristiche ad optare per questo tipo tecnica agricola.

    Fabrizio Begossi, Product Manager di Agriturismo.it, in occasione del contest, ha espresso il suo interesse a “tenere alta l’attenzione sul tema della sostenibilità ambientale”. Un’agricoltura sostenibile e un turismo responsabile, ha precisato Begossi, “sono alla base della difesa di ambiente e paesaggio. Gli agriturismi, del resto, fanno del luogo in cui sorgono la propria fonte di ricchezza e la tutela del territorio potrebbe costituire un punto di partenza per lo sviluppo della struttura ricettiva in questione. A questo punto, perché non impegnarsi per curare, preservare e rendere migliore il posto dove si vive e si lavora?


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    Il progetto di sistemazione paesaggistica di Viale Lombardia a Monza è stato occasione per intervenire su un’importante arteria stradale conferendole un nuovo significato: non più elemento di divisione tra parti di città, ma di ricucitura e unione tra quartieri. L’intervento commissionato da Salini Impregilo a Lande, società specializzata nel recupero e nella valorizzazione dei paesaggi naturali, urbani ed industriali, ha preso il via nel 2013 per inserirsi nel più vasto programma di connessione tra la S.S. 36 “dello Spluga” ed il sistema autostradale di Milano nei comuni di Monza e Cinisello Balsamo traducendosi, nel tratto che attraversa Monza, in un esercizio progettuale di riqualificazione dell’area contigua attraverso il verde.

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    La nuova riconfigurazione di Viale Lombardia a Monza

    Il progetto urbano di Lande, si è occupato di ridare dignità al percorso urbano senza cadere nel datato cliché che vuole ogni percorso carrabile trasformato in viale pedonalizzato costeggiato da un doppio filare di alberi. Interrata la viabilità primaria lungo un tratto di 2 km, restano 5 ettari di superficie destinata a parco lineare che incorniciano ad Est il tessuto urbano consolidato residenziale e commerciale, ad Ovest l’area di più recente sviluppo costituita da spazi più aperti e meno densamente edificati. 

    Lungo questa imbastitura verde, la nuova configurazione di Viale Lombardia prevede una strada ad una corsia per senso di marcia, due corsie ciclabili, ampi marciapiedi e un’area pavimentata da destinare ad attività varie, separate da fasce di verde connettivo, verde di mitigazione e aiuole spartitraffico con più di 9750  graminacee ornamentali a dividere  il sedime ciclabile da quello stradale.

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    Le aree verdi del progetto

    Nel nuovo sistema urbano previsto da Lande, le aree verdi del progetto paesaggistico si ancorano all’esistente trama vegetale ad enfatizzare le emergenze urbane e i caratteri paesaggistici del territorio attraverso la piantumazione di alberi“a filare” (Celtis australis), e di arbusti e altre specie (oltre 10 mila) disposti “a siepi” o “a gruppo” (Cornus mas e Nandina domestica tra le altre), scelti secondo  le diverse configurazioni che queste essenze assumeranno nel tempo e prevedendo per ognuna di loro la giusta posizione. Ad esempio, la superficie che ricopre la galleria è occupata da un prato fiorito e da specie arbustive le cui radici ben si adattano agli spessori di terreno disponibile.

    L’intervento di sistemazione, non ancora ultimato ma in evidente progresso, ha già riconsegnato l’arteria, ora più funzionale e sicura, alla comunità di Monza, integrandone funzioni e vivibilità con i luoghi urbani prima lasciati al margine.


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    Il 29 novembre, prima domenica del tempo di Avvento, si sono aperte a tutti gli effetti le porte del Natale 2015. In ogni parte del mondo ci si sta adoperando per tirare fuori l’albero di Natale. C’è qualcuno, tuttavia, che per questo Natale vuole optare per una soluzione alternativa, vuole lasciar perdere davvero il consumismo e dedicarsi al design fai da te e al riuso creativo anche per le decorazioni natalizie.

    ALBERI DI NATALE: NON SOLO ABETI

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    Sono tanti gli spunti da cui partire per realizzare da soli e con materiali altrimenti destinati ad essere accantonati o gettati nella spazzatura un albero di Natale basato sulla filosofia del “riciclo creativo”. Lo stesso discorso vale per addobbi, decorazioni, festoni, centrotavola e segnaposti, tutti oggetti che si prestano bene alla possibilità di personalizzazione e, se realizzati in autonomia, sono fonte di grande soddisfazione.

    Natale 2015: un albero fatto… con gli alberi

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    Il legno può essere utilizzato anche per realizzare un originale, economico e sostenibile albero di natale. Tutto quello che bisogna fare è procurarsi un vecchio pallet, uno di quelli che troppo spesso si lasciano ad attirare ragnatele e tarli nell'angolo più remoto del garage. Il passaggio successivo consiste nel rimuovere le assi e i chiodi, per poi procedere alla “ricomposizione” degli elementi, questa volta a forma di albero.

    Il legno può essere usato anche allo stato più puro, ricavando i rami dell’albero di Natale proprio da quelli che, una volta, erano i rami dell’albero trasformato in combustibile per i camini. Un’ulteriore possibilità consiste nell’applicazione, alla parete, di tante piccole porzioni di tronco, tagliate in senso ortogonale alle fibre, o di assi lignei, disegnando con essi la forma di un abete.

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    Un albero di Natale di libri 

    Tante volte capita di guardare la libreria che si ha in casa e rendersi conto che buona parte dei libri in essa contenuti sono stati letti una volta sola e poi messi da parte. È arrivato il momento di riprenderli. Una tendenza non troppo diffusa ma molto originale per utilizzare in modo creativo “la cultura”è quella di creare un albero di Natale proprio con i libri. Ricavare la forma di albero è semplice, basta apparecchiare i filari di testi con un andamento conico. Per la decorazione, invece, si può dare libero sfogo alla fantasia, partendo una collezione di angioletti handmade, per arrivare a palline ottenute da un lavoretto in stile Art-Attack con spago e colla vinilica. Le idee sono tante, ma la fantasia di ciascuno di noi può partorire invenzioni sempre diverse e uniche, per le quali è arrivato il momento di scendere in campo.

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    Alberi alternativi: l'addobbo sospeso

    Una soluzione un po’ più vista nel corso degli anni, ma sempre di grande impatto estetico e visivo è quella che prevede la definizione di una sagoma tridimensionale di abete appendendo delle palline ad un filo di nylon. Questo, a sua volta, è fissato al soffitto e lascia gli addobbi liberi di fluttuare nell’aria, pur mantenendo sempre una forma riconoscibile. Il risultato è un albero che, alla sola vista, riesce a infondere un senso di serenità, a ricreare un’atmosfera paradisiaca e angelica.

    Lo stesso metodo può essere usato anche applicando al filo delle decorazioni fatte a mano, come degli origami impreziositi da una puntina di porporina, delle pigne dipinte in oro e argento oppure dei fiocchetti ricavati a partire dai nastrini di vecchi regali che sono stati tenuti da parte perché “non si sa mai”. Ogni nuova idea è ben accetta e sarà in grado di rendere unico l’albero “fluttuante” che si realizzerà.

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    Addobbi riciclati

    Il riuso creativo non si presta soltanto alla realizzazione di alberi di natale. Anche per le tavole imbandite a festa, infatti, si tende a cercare soluzioni originali per rendere indimenticabili le serate in compagnia di amici e parenti, all’insegna dell’allegria e del divertimento.

    Esistono idee particolarmente originali, perfette per abbellire con semplicità e creatività le tavolate dei cenoni.

    I tappi di sughero, che portano tanta fortuna quando cadono addosso direttamente dalle bottiglie, possono essere utilizzati per “disegnare” un alberello segnaposto. Basteranno anche solo tre tappi posizionati a forma triangolare, fissati con qualche goccia di colla e arricchiti da un nastrino rosso per creare la chioma di un albero di Natale in miniatura. Un altro tappo, questa volta orientato in senso verticale, incollato alla base del trio farà da tronco.

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    Una composizione di pigne, invece, può diventare un originale centrotavola, impreziosito da qualche candela e un paio di rametti secchi intervallati da una bacca di pungitopo inserita qua e là.

    Anche i gomitoli di lana o delle palline ricoperte da uno strato di maglia lavorata a mano, possono essere utilizzati come decorazione. Nella loro tinta originale, dopo una leggera spolverata di porporina, oppure abbelliti da un ricamo particolare, potrebbero diventare, attraverso l’applicazione di un gancino, delle palline per uno degli alberi low cost appena realizzati.

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    La “festa del consumismo” all’insegna del rispamio

    Le idee che si possono proporre sono veramente tante, ma quello che sta alla base di un’attività del genere è una vera e propria filosofia: si tratta di entrare nell’ottica del risparmio e, soprattutto, del voler evitare gli sprechi economici legati troppo spesso al Natale. Una festa che celebra la nascita di Gesù, povero, vestito solo di stracci, in una capanna martoriata dal freddo gelido diventa la culla del consumismo, dello spreco e dell’eccesso. Mai, come in questo momento dell’anno, si dovrebbe cercare di usare quello che si ha, approfittando anche del fatto che questa scelta mette in moto la fantasia e l’ingegno, oltre a dar vita a decorazioni uniche nel loro genere e sempre originali, proprio perché frutto della creatività di persone diverse tra loro.


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    Gli UMMs – Ultralight Metallic Microlattices (microreticoli metallici ultraleggeri) sono dei materiali artificiali strutturati in forma di schiuma metallica, con peculiari proprietà elettromagnetiche, le cui caratteristiche macroscopiche non dipendono esclusivamente dalla loro struttura molecolare ma anche dalla loro geometria realizzativa. Per diversi anni la Boeing, la più grande azienda statunitense costruttrice di aeromobili nonché la maggiore azienda del settore aerospaziale, in una joint venture con HRL Laboratories, società dell’avanguardia tecnologica che conduce numerose ricerche pionieristiche per soluzioni tecnologiche innovative, riconosciuta come leader nel campo delle scienze fisiche ed ingegneristiche, ha sviluppato Boeing Microlattice,un materiale innovativo estremamente leggero che possa essere usato nel prossimo futuro per alcune componenti degli aeroplani. 

    SCHIUME ULTRALEGGERE E ISOLANTI DALLA NANOCELLULOSA

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    La struttura del materiale più leggero al mondo

    Nonostante sia un metallo e abbia una resistenza assimilabile a quella del titanio, il materiale è circa 100 volte più leggero del polistirene estruso-espanso (XPS) utilizzato per l’isolamento termico degli edifici. Il reticolo del Boeing Microlattice è composto per il 99,9% di aria e pertanto le sue proprietà dipendono dalla sua struttura piuttosto che dalla sua composizione chimica, analogamente per tutti i cosiddetti metamateriali. La densità del reticolo è pertanto di circa 0,9 milligrammi per centimetro cubo, caratteristica che ne fa il materiale più leggero del mondo, inferiore anche dell’aerogel, con densità pari a 1 mg per centimetro cubo.

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    Il segreto dell’estrema leggerezza del Boeing Microlattice è nella struttura tridimensionale a celle aperte, composta da una fitta struttura periodica di nanotubi metallici cavi, ottenuta da una matrice polimerica. Le strutture tubolari hanno diametri di circa 100 μm, con spessori metallici di circa 500nm. Nel video di presentazione del materiale, Sophia Yang, scienziata ricercatrice che lavora per HRL Laboratories, assimila il polimero innovativo alla struttura ossea: esternamente molto rigida è anch’essa cava nella parte centrale risultando molto resistente ma allo stesso tempo leggera.

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    Possibili applicazioni del Boeing Microlattice

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    La Boeing sta ovviamente ricercando le possibili applicazioni del materiale nel campo aeronautico e spaziale: sostituendo alcune parti metalliche (pannelli laterali, cappelliere, pannelli di pavimentazione) con questo materiale, gli aerei sarebbero più leggeri e, considerando l'efficienza energetica, risparmierebbero una grande quantità di carburante, senza considerare che l’elasticità del materiale sarebbe senz’altro d’aiuto all’assorbimento termico e acustico in fase di volo. Essendo poi HRL Laboratories in parte di proprietà di GM - General Motors, è probabile che gli scienziati stiano anche valutando l’applicazione del Microlattice con vantaggi di leggerezza e consumi, assimilabili a quelli descritti per gli aeromobili, anche per alcune componenti delle automobili.

    La sua facilità di trasporto e manipolazione renderebbe il materiale adatto anche per numerose applicazioni nel campo dell’architettura. Considerandone le caratteristiche fisiche, del tutto inconsuete per un metallo, corrispondenti principalmente ad una straordinaria leggerezza, ad una elevata comprimibilità e memoria di forma rispetto a intense compressioni del volume iniziale – quindi elevata capacità di assorbimento dell’energia meccanica –, se ne potrebbe prendere in considerazione l’utilizzo come isolante termico oltre che come materiale per l’assorbimento e l’isolamento acustico. Assorbimento che potrebbe riguardare anche urti e shock meccanici prefigurandone l’impiego in pavimentazioni tecniche flottanti e pannellature.


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    Devi fare un regalo di Natale ad un amico architetto o alla fidanzata che ha appena ricevuto un incarico come direttore dei lavori? Niente panico.

    Gli architetti sembrano esseri difficili, a volte snob, spesso si credono artisti incompresi, ma fare loro un regalo non è cosa impossibile. L’importante è evitare questi 4 errori da principiante e seguire questi (ironici) consigli:

    1. Evita fronzoli, merletti, decorazioni. Orientati piuttosto su un oggetto dalle linee pulite e semplice, senza fronzoli. L’essenzialità è una regola d’oro.
    2. Se sei indeciso tra un oggetto colorato o nero, non farti prendere dalla voglia di aggiungere un tocco di colore al guardaroba del tuo amico: potrebbe essere un grave errore. Ricordati che l’architetto per antonomasia si veste di nero dalla testa ai piedi.
    3. Pensa ad un regalo di Natale che lo faccia sentire un po’ più figo sul luogo di lavoro. Non potrai sbagliare.
    4. Non cadere nel tranello dell’elettronica: il tuo amico architetto avrà sicuramente il gadget più avanzato di quello che trovi sullo scaffale (anche virtuale) del tuo negozio di fiducia.
    In copertina: Christmas gift box on white carpet in front of tree di Melpomene, via Shutterstock.

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    Se questi consigli e suggerimenti sugli errori da evitare non sono sufficienti a fare accendere la lampadina e farti venire in mente un bel regalo di Natale per il tuo amico architetto, passiamo a qualche suggerimento pratico. Abbiamo infatti collezionato 10 idee per un regalo allo stesso tempo utile, semplice, professionale e in qualche modo legato al mondo dell’architettura. Crediamo che gli architetti potrebbero apprezzarli trovandoli sotto l’albero di Natale.

    Regali professionali per un architetto

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    Intramontabile, indispensabile, essenziale. Con un portamine non puoi sbagliare. Qualsiasi architetto che si rispetti ne possiede almeno uno, e si aggira spesso nei negozi specializzati in articoli per il disegno in attesa di aggiungerne qualcun altro alla propria collezione. Questo portamine della storica azienda italiana Kok-I-Noor è essenziale ed è prodotto da una realtà attiva nel mondo del disegno dal 1790.

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    Oltre al portamine, c’è un altro oggetto che non può mancare ad un architetto. La Moleskine. Nera, ovviamente! Meglio se a pagine bianche.

    Proteggere il proprio cellulare in cantiere è fondamentale. Polvere, sporco, urti e cadute potrebbero danneggiarlo. Una cover protettivaè fondamentale. Se utile anche a ribadire il proprio ruolo di architetto, ancora meglio. È disponibile per tantissimi modelli di cellulare.

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    È chiaro che gli architetti tra tutti i colori prediligono il nero. Se proprio non deve essere nero, che sia bianco. Una sola eccezione: i Pantone. Questo brand ha finalmente portato un po’ di colore nella vita degli architetti, troppo impegnati a trascorrere le proprie nottate al pc per poter pensare a come abbinare i colori dei propri vestiti. Ebbene sì, se scegliete un oggetto della collezione di Pantone, può avere un colore. Se non volete arrendervi al nero Oltre alla cover per iPhone (che ho scelto di proporvi in giallo ma le opzioni sono tantissime) altre idee colorate sono una tazza pantone o una carinissima pallina Pantone per l’albero di Natale

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    In alternativa, perfetto per chi ha recentemente inaugurato il proprio studio, un originale quadro raffigurante una citazione del famoso architetto Frank Lloyd Wright

    Regali per il tempo libero di un architetto 

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    Che ci creda o no, anche gli architetti hanno del tempo libero. Per lo più però lo trascorrono tentando di risolvere i crash di Autocad o leggendo libri di architettura. Per tentare di distrarli provate con un puzzle 3D. Di un edificio, ovviamente. Ce ne sono di diversi che raffigurano il Big Ben, la Torre Eiffel ed una versione completa del Colosseo. Per gli appassionati di calcio consigliamo il puzzle 3D dello stadio della Juventus, il Santiago Bernabeu o lo Stadio Olimpico di Roma.   

    Gli intramontabili mattoncini Lego ora sono di moda anche tra i grandi. La serie Architectureè dedicata ad edifici famosi e ben noti a tutti gli architetti come Ville Savoye e la Sidney Opera House.

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    Per convincere il tuo amico architetto ad uscire un po’ più spesso puoi provare a regalargli dei gemelli a forma di squadretta. Così non si allontanerà mai troppo dalla sua amata professione. 

    In generale, se preferisci qualcosa di più serio, con una monografia di un architetto famoso o un libro di architettura vai sul sicuro. Ma abbiamo scovato qualcosa di più particolare, con cui crediamo possa fare centro. 

    Ironico, il libro “Maledetti Architetti – dal Bauhaus a casa nostra” di Tom Wolfe analizza in modo divertente gli errori progettuali delle case moderne esaltando invece la semplicità e l’efficienza del Bauhaus e ridendo sugli architetti che rubano dal mondo della moda le parole per descrivere i propri progetti.

    La recita dell’architetto – 1532 film e un videogioco”, è invece consigliato per gli amanti dell’architettura come del cinema. Questo libro infatti sottolinea lo stretto legame tra le due arti raccogliendo ben 1532 film in cui l’architetto è protagonista


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    Il faro di Murro di Porco, nel siracusano, si erge solitario in un contesto ricco di storia e tradizione, in un paesaggio d’eccellenza pregno di istanze ambientali ed estetiche in cui, complice il tempo, ha perso la sua funzione. YAC (Young Architects Competitions), con la collaborazione di Agenzia del Demanio e grazie al sostegno di Sia Guest di Rimini Fiera, lancia il concorso “Lighthouse See Hotel” per la riprogettazione del faro siciliano da destinare a struttura ricettiva all’avanguardia.

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    LE FINALITÀ DEL CONCORSO

    Far rinascere l’antico Faro di Murro di Porco (Siracusa) ed inserirlo con il sito all’interno del circuito turistico regionale trasformandolo in una struttura turistico-alberghiera. Questo l’obiettivo del concorso “Lighthouse See Hotel” di YAC, che chiama a partecipare architetti, progettisti, studenti e designers per riprogettare la struttura di segnalazione e così salvarla dal progressivo degrado cui sarebbe destinata come altri edifici costieri.

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    Immaginare un nuovo futuro per i fari abbandonati attraverso la tutela della lanterna e l’accostamento dell’architettura contemporanea ad un’emergenza storica, nuova porta verso il mare da cui accedere per partire alla scoperta del territorio. Ispirandosi alle numerose esperienze internazionali sul tema delle architetture costiere, i progettisti potranno misurarsi con un contesto maestoso e un ecosistema lussureggiante, concentrandosi sulle potenzialità ricettive dell’area siracusana. Rientra tra le scelte dei concorrenti la tipologia di struttura, energeticamente sostenibile, della vision progettuale: lighthouse resort, lighthouse landscape hotel, lighthouse sea center, lighthouse art hotel.

    GIURIA E PREMI

    La giuria di questa edizione è composta da Manuel Aires Mateus, architetto fondatore dell’omonimo studio, Fabrizio Barozzi dello studio Barozzi/Veiga, vincitore del premio dell’Unione Europea per l’Architettura contemporanea 2015 Mies van der Rohe Award,  Pierluigi Cervellati, architetto che ha contribuito a definire la disciplina del “Restauro Urbano”,  Alessandro Marata, presidente del Dipartimento Ambiente e Sostenibilità presso il Consiglio Nazionale degli Architetti e titolare dello studio Arkit, Bruno Messina, docente di Progettazione Architettonica alla facoltà di Architettura dell’Università di Catania, Matteo Agnoletto, associato in composizione architettonica presso la Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena (UniBo), Giancarlo Garozzo, Sindaco di Siracusa, Roberto Reggi, ingegnere Direttore dell’Agenzia del Demanio dal 2014.

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    Al primo classificato sarà assegnato un premio di 8 mila euro; 4 mila al secondo, 2 mila euro al terzo. Sono inoltre previste 2 menzioni gold premiate con un rimborso spese di 500 euro e 10 menzioni d’onore non onerose ma ottenenti visibilità e pubblicità. Ai 30 finalisti sarà riservata la pubblicazione sul sito di Young Architects Competition.

    Il concorso prevede la possibilità di registrarsi in tre momenti, con la registrazione “early bird” a 50 euro entro il 20 Dicembre, "standard" a 75 euro entro il 24 Gennaio. Dopo di allora la registrazione avrà un costo di 100 euro. La consegna degli elaborati è fissata al 29 Febbraio 2016.

    Tutti i progetti premiati verranno pubblicati su siti Web e format di architettura e saranno esposti in eventi di architettura nazionali ed internazionali.

    Per il bando ed ulteriori informazioni si rimanda al sito di YAC .


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    Tre “montagne intrecciate” dalle forme sinuose, morbide e fluide che ricordano tre elementi naturali, nel distretto di Wangjing a Pechino. Questa è l’interpretazione di colei che ormai è considerata la regina dell’architettura, sempre al centro dell’attenzione e vincitrice di numerosi premi per l’architettura sostenibile: Zaha Hadid.

    Anche stavolta l’architetto iracheno è riuscita a trionfare ipnotizzando la giuria e aggiudicandosi il prestigioso premio “Emporis Skyscrapers Award 2014” con il suo progetto Wangjing SOHO, diventato ormai un punto di riferimento nel contesto urbano della città cinese.

    CITY LIFE: IL QUARTIERE DI MILANO A ZERO EMISSIONI FIRMATO DALLE ARCHISTAR

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    IL CONTESTO URBANO

    Gli edifici multifunzionali di Zaha Hadid, completati ormai da un anno, sono alti rispettivamente 118, 127 e 200 metri, immersi in un grande parco pubblico di 60 mila metri quadrati che attira a sé la comunità locale. La fusione di verde e architettura caratterizza l’ambiente rendendolo armonioso e affascinante.

    Tutto il complesso è situato a nord-est di Pechino, a circa dieci km dal centro, in un quartiere sorto a metà degli anni novanta a destinazione residenziale, trasformatosi poi in un grande polo tecnologico, sede di numerose aziende e società internazionali e uno dei centri più famosi per le start-up della capitale. Per questo motivo, nel distretto di Wangjiing con il passare degli anni, è aumentata sempre più la domanda di spazi per uffici flessibili e diversificati: da quelli di dimensioni molto ridotte a quelli più ampi per i gruppi di fama internazionale.

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    Le aree esterne

    La composizione dei volumi dei grattacieli e il disegno delle forme sinuose, favoriscono l’ingresso di luce naturale da ogni punto degli edifici, la cui visione cambia secondo l’angolo da cui si osservano; da certi punti le torri appaiono come unico insieme architettonico, da altri come corpi individuali. La scelta di realizzare tre torri a discapito di un unico volume su un’area di 560 mila mq totali, è stata sicuramente una scelta intelligente che ha permesso di alleggerire la massa architettonica all’interno del sito a forma di ventaglio, dando un carattere identitario al contesto locale in continua crescita.

    Il particolare studio delle aree esterne stimola i dipendenti degli uffici e degli spazi commerciali a recarsi al lavoro in bicicletta o con un’auto elettrica. Sono infatti presenti numerosi parcheggi e colonnine per la ricarica, oltre a docce e spogliatoi per rinfrescarsi dopo la pedalata.

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    LE CARATTERISTICHE SOSTENIBILI

    Su ogni piano sono presenti serramenti apribili con sistemi in vetrocamera basso-emissivi per favorire la ventilazione naturale, quando necessario. Sulle facciate, fasce orizzontali aggettanti in alluminio proteggono dal soleggiamento mentre lo strato esterno isolante riduce il fabbisogno energetico per riscaldare e raffrescare gli ambienti. In un contesto climatico estremo come quello di Pechino (e in questi giorni le immagini che arrivano dai media sono molto eloquenti), per questo progetto sono stati studiati appositi sistemi per abbattere le emissioni, limitare l’uso di acqua potabile con dispositivi di riutilizzo e riciclo dell'acqua, ridurre i consumi energetici con sensori di controllo, impianti per l’erogazione di corrente a bassa intensità e recupero di calore dall’aria esausta. Sono stati inoltre installati refrigeratori, ventilatori, boiler e pompe ad alta efficienza facendo registrare in un anno la riduzione del 12,8% dei consumi energetici e un risparmio idrico del 42%.

    Per gli interni la preferenza è andata su materiali a basso contenuto di composti organici volatili, eliminando così le fonti d’inquinamento negli ambienti con l’uso di filtri ad alta efficienza e permettendo un aumento di aria fresca per persona di circa il 30%.

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    Il secondo gradino del podio dell'“Emporis Skyscrapers Award 2014” è andato all’architetto italiano Stefano Boeri con il suo Bosco Verticale realizzato a Milano, un progetto intenzionato a riportare verde e biodiversità in un contesto fortemente urbanizzato e povero di spazi verdi.

    Al terzo posto il progetto per il grattacielo francese Tour D2 realizzato dall’Agence d’Architecture Anthony Béchu.


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    Ricordiamo che dallo scorso maggio, con l’osservanza di un minuto di silenzio, l’Italia ha inaugurato una serie di eventi commemorativi del I centenario della Grande Guerra, che si celebreranno, da nord a sud e da est ad ovest, fino al 2018. Vediamo il quadro dei finanziamenti e alcune significative iniziative per conservare la memoria collettiva con particolare riguardo per le future generazioni.

    SECONDA GUERRA MONDIALE: IL RECUPERO DI UN RIFUGIO ALPINO DISTRUTTO

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    “Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro” (cit. Luis Sepulveda). Gli architetti, come gli storici, dovrebbero sentirsi investiti dell'onore e onere, di tramandare il patrimonio monumentale per testimoniare il fallimento della politica basata su “un’economiaa mano armata”, responsabile della distruzione irrimediabile della biodiversità umana, ovvero di preziosi saperi popolari (quelli più vulnerabili, poiché verbali), ma soprattutto la principale causa di traumi psicofisici irreversibili, spesso ereditati inconsapevolmente dai discendenti delle vittime.

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    A causa della prima guerra mondiale, il nostro popolo (suddito del re Vittorio Emanuele III di Savoia) pagò -dopo quello francese e tedesco- uno dei più alti tributi: circa il 3,48% perse la vita, di cui 651.000 militari e ben 589.000 civili (Philip J. Haythornthwaite, The World War One Source Book, Arms and Armour, 1993).

    I padri fondatori della nostra Repubblica, quando scrissero l’art. 11 della Costituzione (in vigore il 1º gennaio 1948), si resero ben conto delle nefaste conseguenze dei conflitti bellici: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

    Ben lungi, dunque, dai principi pacifici fondanti il nostro Stato, i Governi dall’11 settembre del 2001 hanno incrementato la spesa pubblica per potenziare gli armamenti. Nel 2012 il Nostro ha investito complessivamente 23 miliardi di Euro, e grazie all’appoggio finanziario di numerosi istituti di credito –anche nostrani- continua ad autorizzare le esportazioni di armi anche in aree calde per un totale di 6,6 miliardi di Euro. Inoltre, analizzando il Libro bianco sulle spese militari del 2012 (di Sbilanciamoci), emerge un paradosso inaccettabile per la gente di buon senso: mentre le sofferenze sociali per la crisi economica -acuitasi dal 2008- stanno ancora crescendo in modo esponenziale, i generali del nostro Paese si dilettano in “giochi di guerra” per una difesa “preventiva” fuori dei confini nazionali. Quelle stesse risorse potrebbero, invece, essere investite ad esempio in opere pubbliche di restauro e conservazione della memoria collettiva, rilanciando così il settore delle costruzioni da anni agonizzante e magari nel contempo anche il turismo culturale.      

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    In altre parole, noi cittadini dobbiamo sostenere azioni militari che niente hanno a che vedere con il criterio di “difesa sufficiente” e soprattutto coerente, non solo con il menzionato art. 11 della Costituzione, ma nemmeno con l’art. 52 (ruolo nazionale e democratico delle forze armate).
    Invece di “svuotare gli arsenali e riempire i granai”, in un silenzio assordante da parte della stampa, il nostro Governo preferisce salvaguardare gli interessi e i privilegi della casta militare, e ridurre linearmente i fondi per il servizio civile del 77%, togliendo così alla collettività preziose risorse umane, spendibili nei servizi sociali, nell’auspicabile conversione ecologica e in definitiva in disarmo.

    LE INIZIATIVE A TUTELA DELLA MEMORIA COLLETTIVA

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    Per la commemorazione del Centenario della prima guerra Mondiale il Governo si è prefisso di armonizzare le attività promosse dai diversi enti, pubblici e privati, coinvolti, coordinando, o avviando iniziative aventi i seguenti obiettivi generali:

    • ricordare la Grande Guerra, l’eroismo e il sacrificio dei soldati e della cittadinanza, e tutte le vicende - politiche, culturali, civili - ad essa legate come episodio di fondamentale importanza nel processo di costruzione dell’identità europea, della nostra storia nazionale e di coesione tra gli italiani di ogni regione;
    • promuovere il recupero di storie e luoghi della memoria, spesso dimenticati o trascurati, valorizzandone quelli già inseriti in circuiti museali, o turistici, e potenziandone la conoscenza;
    • rendere immediatamente riconoscibili per i cittadini tutte le iniziative legate alle Commemorazioni.

    I comitati Interministeriale per il Centenario della prima guerra mondiale e Storico-scientifico per gli anniversari di interesse nazionale, con il supporto progettuale e operativo della Struttura di missione per gli anniversari di interesse nazionale, sono gli enti deputati alla definizione degli obiettivi, all’individuazione delle iniziative e alla loro pianificazione nel quadriennio 15-18.

    Il web dei monumenti  e il programma degli eventi commemorativi

    Con il fine di rendere consultabile, in forma unitaria, il patrimonio censito dall’Istituto Centrale per il Catalogo, in collaborazione con le soprintendenze territoriali, è stato creato un apposito portale. Nella sezione ‘’Documenti e immagini della Grande Guerra’’ sono già visualizzabili le prime 6.000 schede illustrative relative ai principali monumenti ai caduti.

    caption: Il monumento al Milite Ignoto, P.zza Venezia a Roma

    Tra gli eventi passati menzioniamo la proiezione del film-documentario "Fango e Gloria", promossa dalla RAI, nel quale viene ricostruita la storia del Milite Ignoto, i cui Resti mortali sono tutt’oggi tumulati nel complesso monumentale del Vittoriano a Roma. Rimandiamo alla consultazione della sezione “il programma delle regioni” nel sito per visualizzare la programmazione dei futuri eventi commemorativi.

    IL QUADRO DEI FINANZIAMENTI PER LA TUTELA DEL PATRIMONIO STORICO

    Il piano degli interventi infrastrutturali e dei riallestimenti museali, per commemorare il centenario della Grande Guerra, venne inaugurato con la Legge 7 marzo 2001, n. 78 "Tutela del patrimonio storico della Prima guerra mondiale", pare sulla base di una profonda ricognizione delle iniziative programmate da enti pubblici e privati -sia a livello nazionale che extra nazionale- con l’obiettivo ambiziosissimo di realizzare un "Memoriale diffuso" attraverso le seguenti azioni:

    • il recupero dei luoghi che conservano la memoria del primo conflitto mondiale: sacrari, forti, trincee, camminamenti, etc.;
    • la valorizzazione di quelli già inseriti in circuiti museali e turistici attraverso il coinvolgimento delle comunità locali;
    • la creazione di una rete nazionale, per favorire uno sviluppo culturale, didattico e turistico sostenibile, rivolto anche a visitatori non italiani.

    Il MiBACT, in accordo con il ministero della Difesa selezionò i seguenti nove interventi di restauro conservativo:

    • Sacrari in Italia: Redipuglia, Cima del Grappa, Asiago, Montello, Caduti d’Oltremare, Oslavia;
    • Cimiteri militari all’estero: Bligny in Francia, Mauthausen in Austria, Caporetto in Slovenia.

    Con la menzionata legge dovevano essere finanziate anche le più avanzate tecnologie multimediali per i musei esistenti, già oggetto del restauro conservativo. Le coperture finanziare, incluse le autorizzazioni a contrarre mutui con onere a carico del bilancio dello Stato, erano state assegnate dal Ministero in questione, prioritariamente, ai progetti relativi alle zone di guerra più direttamente interessate dagli eventi bellici del 1916-18 (sugli altopiani vicentini). Durante i quindici anni precedenti al Centenario, dunque, potevano essere spesi complessivamente circa 13,25 milioni di euro, cifra all’epoca espressa in Lire rivalutata oggi in base al tasso medio annuo dell’1,5% secondo l’ISTAT.        

    Il Governo Berlusconi, con il D.Lgs 15 marzo 2010, n. 66 Codice dell'ordinamento militare, in vigore dal 9/10/2010, abrogava una serie di leggi tra cui anche la menzionata 78/2001, che fino al 2004 aveva erogato complessivamente 548.098 Euro. Ecco i beneficiari in ordine decrescente dell’ammontare del finanziamento ottenuto: Veneto (273.739€), Stato Maggiore dell’Esercito (75.000€), Emilia Romagna (43.000), Lazio (36.151€), Piemonte-Valle D’Aosta e Campania (50.000€), Toscana (18.000€), Liguria (8.000€) e Lombardia (4.118€).

    Nel 2014, dopo una pausa di un decennio, con la“Legge di Stabilità” (art. 1 com. 309) il Governo Renzi riformula lo stanziamento per iniziative celebrative del primo Centenario e istituisce un fondo presso la Presidenza dei ministri pari a 3 milionidi Euro per il biennio 2015-16. Le destinatarie della menzionata sovvenzione sono le iniziative culturali commemorative, sia pubbliche che private, collocate entro due grandi aree: restauro e ripristino dei monumenti e iniziative di carattere culturale, a loro volta divise in due sezioni in base al tipo di proponente; le prime sono promosse dal Comitato del MiBACT (mostre, convegni, pubblicazioni, attività con le scuole) e le seconde sono proposte al Comitato del MiBACT da enti terzi (tra i beneficiari annoveriamo l’Accademia di Brera e il CONI).

    Attualmente le fonti finanziarie disponibili per il settore dei beni culturali e paesaggistici sono di varia natura: possono essere stanziamenti statali, o regionali (relazionati con i fondi comunitari) ed hanno differenti beneficiari: organismi del MiBACT, Enti Locali e Istituti privati. Al MiBACT è attribuita una quota degli utili derivanti dal gioco dell’estrazione del Lotto, pari ad un importo annuo di circa 155 milioni di euro. Tali fondi sono assegnati in base ad un programma triennale e sono destinati al recupero ed alla conservazione di beni architettonici e paesaggistici, archeologici, artistici e storici, archivistici e librari.

    Nelle Regioni a Statuto speciale (a cui è affidata, per legge, la diretta gestione dei Beni Culturali) tali risorse finanziarie vengono integrate da fondi stanziati dalle Leggi Finanziarie. In aggiunta, esiste un programma di sostegno economico per la tutela della memoria collettiva da parte della UE, si tratta di fondi strutturali destinati all’attuazione di interventi specifici, rispondenti a determinati requisiti. Tali fondi, detti anche indiretti, sono organizzati e distribuiti attraverso i Documenti di Programmazione Regionale. I beneficiari di tali risorse sono gli enti locali territoriali (in primis i Comuni e i loro Consorzi) e loro associazioni (anche con soggetti privati) le cui iniziative vengono programmate in modo da attivare il cofinanziamento, appunto, dei fondi strutturali comunitari.
    Per quanto riguarda le Regioni OB1, il finanziamento è regolato dall’Asse III-Risorse Culturali, mentre per le Regioni OB2 si hanno indicazioni legate soprattutto ai Sistemi Locali di Sviluppo.

    I MONUMENTI COMMEMORATIVI AI COMBATTENTI CADUTI

    caption: Foto del monumento ai caduti a Dese Di Favaro Veneto

    In molte cittadine italiane, paesi d’origine dei combattenti, troviamo almeno un monumento dedicato alla memoria del loro immane sacrificio, del tutto simili a quello in cui è ricordato il bisnonno dell’autrice (Luigi Scapin) nel paese di origine, Dese di Favaro Veneto. 

    Questo è l’esempio tipico dell’usanza di menzionare assieme, e indistintamente, i caduti della prima e della seconda Guerra Mondiale. A distanza di anni tale pratica rende difficile -se non impossibile- la ricostruzione della storia di ogni singolo defunto. Inoltre, il monumento rappresenta un raro esempio di raffigurazione dei ritratti al lato dei nomi dei soldati defunti, realizzati su ceramica. Alcuni ritratti purtroppo sono scomparsi, probabilmente andati distrutti.

    Secondo la scheda redatta a dicembre del 2013 dalla Soprintendenza di Venezia, il menzionato monumento è datato tra gli anni ‘20 e ‘40 del XX secolo, e già non si trovava in buon stato: era ricoperto da una patina grigia, fessurato diffusamente e rimaneggiato in modo non professionale. Secondo gli addetti ai lavori (restauratori specializzati in opere d’arte) è pratica assai diffusa la manomissione dei monumenti vincolati dalla Soprintendenza, per capitolati di restauro sotto la soglia dei 40.000 Euro (per i quali non è richiesta la categoria SOA OS 2A). Pertanto gli interventi sfuggono al controllo burocratico da parte delle autorità competenti in materia di tutela del patrimonio storico, e dunque vengono realizzati con la compiacenza dei responsabili degli uffici tecnici comunali che si fingono “ciechi-sordomuti”. Visti i tempi biblici di risposta, per il rilascio del nulla osta, da parte delle Soprintendenze (secondo una recente circolare del MiBACT purtroppo è ammessa la risposta anche oltre i termini di legge di 90 giorni) possiamo, dunque, supporre sia la più probabile giustificazione per un lavoro inadeguato e quindi abusivo, ma in ogni caso è inaccettabile perché spesso realizzato secondo metodi non professionali, i quali causano danni irreversibili, o almeno determinano costi aggiuntivi all’importo complessivo per interventi di ripristino, o demolizione dei falsi storici. In questo caso la Soprintendenza consiglia di denunciare l'illecito contro ignoti ai Carabinieri o alla Procura di competenza.

    RINGRAZIAMENTI

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    Grazie all’associazione Cime e Trincee, e in particolare al contributo del presidente Daniele Girardini, l’autrice è riuscita a recuperare informazioni preziose a distanza di 99 anni dalla morte del proprio caro bisnonno materno (creduto disperso in guerra): alla brigata di appartenenza (Reggimento Fanteria della brigata Ivrea) durante il servizio militare, all’ultima posizione in vita (ospedale militare di Lugo di Romagna), le cause della sua morte (morbo contratto per ingerimento di acqua contaminata) e, in fine con grande emozione, alla localizzazione dei Resti mortali in un luogo molto lontano dalle sue origini (cimitero monumentale di Lugo di Romagna). L’autrice, raccontando la propria esperienza di ricerca, spera di incoraggiare altri studiosi a ricostruire gli ultimi giorni di vita dei propri cari ritenuti erroneamente dispersi. Infatti, senza determinazione, la ricerca storica avrebbe potuto abortire al primo scoraggiamento: l’assenza del nominativo del milite nell’Albod’oro dei combattenti .

    Probabilmente solo pochi sanno che esiste un altro albo cartaceo, oltre a quello più recente on-line e che evidentemente non è completo. Ciascun combattente è dunque registrato con le proprie generalità, i nomi dei genitori, data e luogo di nascita ed eventualmente anche della morte nel caso in cui fosse avvenuto il riconoscimento dei Resti, poiché spesso difficilissimo da farsi. Infatti, all’epoca, ciascun soldato veniva identificato mediante un foglio di carta pieghevole custodito, in modo rudimentale, in un cofanetto metallico portato al collo. Per la sua natura vulnerabile, tale documento spesso poteva venire facilmente compromesso durante i combattimenti e quindi la sua lettura divenire impossibile o andare perso.

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    Inoltre, l'autrice ringrazia sentitamente anche la responsabile del cimitero di Lugo di Romagna, Graziella Baldrati  e il direttore dell’Archivio di Stato di Venezia, il dr. Raffaele Santoro. La prima per la sollecitudine nel verificare con estrema accuratezza la collocazione attuale dei Resti mortali del proprio bisnonno e il secondo per il sollecito e meticoloso contributo proferito nella ricerca anagrafica, nonostante le copiose domande di ricerca di documentazione militare, dovute alla ricorrenza del Centenario della Grande Guerra e a quelle per il riconoscimento della cittadinanza italiana ai discendenti di nostri connazionali emigrati.

    I Resti del bisnonno assieme a quelli di altri combattenti caduti sono tumulati in una nicchia di una delle arcate del cimitero di Lugo, dietro una grande lapide marmorea, piuttosto anonima, seppur ben conservata dal 1930 come si evince da una foto scattata recentemente. L’omissione dei nomi dei caduti può essere giustificata solo dal difficile contesto storico ed economico, che comunque non giustifica la mancanza di rispetto nei confronti, in primis, dei soldati e in seconda battuta dei discendenti che si vedono impossibilitati a ritrovare facilmente il luogo di sepoltura. 
    Infine, la ricerca storica nel menzionato cimitero si è rivelata propizia poiché ha permesso di scoprire anche il sontuoso monumento che conserva i Resti dell’ “Asso degli assi” dell’aviazione militare italiana, il maggiore Francesco Baracca, situato a pochi metri di distanza.  

    L’APPELLO AL MINISTERO

    Per concludere, in nome dei discendenti dei combattenti, l'autrice indirizza al ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazioneeconomica il seguente appello: tutti i monumenti -indistintamente, dal più grande al più piccolo- devono in futuro godere di identiche politiche di tutela, affinché in alcun modo il dolore possa essere gerarchizzato in base ai gradi militari, o alla cause della morte. Pertanto chiede che i soldi pubblici vengano amministrati in modo equo e trasparente, con l’auspicio che, per tale scopo, possano essere creati nuovi posti di lavoro di elevata professionalità.


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    Quando si parla di "accessibilità" nell'architettura è inevitabile pensare a un lavabo o un wc dalla forma particolare, un paio di maniglioni disposti qua e là e una serie di rampe dalla pendenza che non si sa bene se una carrozzina sarà in grado di superare. La progettazione accessibile, in realtà, copre un ventaglio di argomenti, di tematiche e di interventi molto più ampio di quelli previsti dalla normativa per l'abbattimento delle barriere architettoniche. E, soprattutto, un edificio non è accessibile o inaccessibile solo per chi si sposta in carrozzina. 

    ACCESSIBILITÀ: progettare per tutti

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    La disabilità è un concetto che, nella nostra mente, è abbastanza distorto, in quanto viene spesso associato a un gruppo di persone con capacità motorie ridotte o assenti. In realtà il "disabile" è anche il sordo, il cieco, l'anziano, l'intollerante, l'allergico. Si dovrebbe intendere, per disabile, qualsiasi persona che presenta particolari esigenze relativamente alla fruizione dello spazio che lo circonda.

    Cecità ed architettura: il ruolo dei facilitatori

    La cecità è un disturbo visivo che, al giorno d’oggi, colpisce un numero sempre maggiore di persone, complice il continuo utilizzo di computer e telefonini i cui schermi possono causare gravi problemi alla vista.

    Esistono diversi stadi di cecità, da quella totale a quella parziale, oltre alle numerose patologie legate a questo senso, come l’ipovisione o il daltonismo. In tutti i casi è opportuno che l’architettura sia abbinata alla presenza di facilitatori, dispositivi che aiutano queste persone a muoversi liberamente e a svolgere le attività a cui si dedicherebbe chiunque.

    È molto importante, per i disabili, che l’architetto riesca a celare il tentativo di rendere agevole l'uso di quell’ambiente, effettuando delle scelte di tipo inclusivo. Il cieco riuscirà a muoversi tranquillamente all’interno di uno spazio complesso, soprattutto se accompagnato, ma la domanda che bisogna porsi è: riuscirebbe a fare lo stesso se fosse da solo? E la risposta deve essere sì.

    Esistono, infatti, dei facilitatori che, opportunamente collocati all’interno dell’edificio che si vuole rendere accessibile per i non vedenti, aiutano il visitatore nell’orientamento e nei movimenti e contribuiscono ad accrescere il valore estetico dello stesso.

    Si tratta principalmente di dispositivi che stimolano l’utilizzo dei sensi diversi dalla vista, come avviene quando si installa un percorso olfattivo, con il quale il non vedente viene guidato dagli aromi percepiti dal suo olfatto, oppure quando si opta per le più tradizionali mappe tattilo-visive, utili all’orientamento e alla percezione dello spazio circostante.

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    I consigli dell'architetto non vedente Chris Downey

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    Sono stati molti, negli ultimi tempi, gli architetti che hanno dimostrato sensibilità e interesse nei confronti dei non vedenti, impegnandosi concretamente in azioni volte ad incontrare le esigenze di queste persone. Nella lista spicca il nome di Chris Downey, un architetto di San Francisco che ha perso la vista ormai da sette anni e si impegna quotidianamente nella ricerca di nuove tecnologie utili ad assistere non vedenti e ipovedenti durante le sfide che il mondo pone loro davanti ogni giorno.

    Recentemente Downey ha rilasciato un’intervista a Dwell Magazine, svelando alcuni esperimenti in atto a San Francisco per contribuire al superamento delle così discusse “barriere architettoniche”. Secondo Downey l’intervento deve essere graduale, poco rivoluzionario e in grado di porre l’accento su quanto c’è di buono nelle tecniche attualmente utilizzate. Non occorre, seconto l’architetto americano, spendere denaro nella realizzazione di tecnologie particolarmente sofisticate, ma piuttosto capire cosa c’è di valido in quelle attuali, individuarne le potenzialità e capitalizzarle. Basterà aggiungere delle funzioni nuove e più specializzate per trasformare un banale facilitatore per non vedenti in un oggetto di supporto multifunzionale. 

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    Tatto e udito: i nuovi occhi di chi gli occhi non può usarli

    Gli strumenti tanto pubblicizzati da Chris Downey potrebbero supportare anche l’attività dei suoi colleghi architetti che, proprio come lui, hanno perso l’uso della vista ma continuano a svolgere con tenacia e con difficoltà questo lavoro. Usando degli sketchpads digitali, infatti, le dita potrebbero svolgere la funzione degli occhi. È il principio che è già alla base delle mappe tattili, sulle quali il disegno in rilievo permette a chi le tocca di capire cosa è rappresentato. La differenza è che gli sketchpads consentono di disegnare su una tavoletta e di toccare la linea appena tracciata, che viene restituita con un leggero rilievo. Una volta terminato, il disegno può essere facilmente trasferito su un computer tramite una chiavetta USB.

    Anche l’udito, per chi non ha la vista, riveste un ruolo fondamentale nella percezione dello spazio e degli oggetti che lo caratterizzano. Downey e la sua squadra stanno tentando di mettere a punto una tecnica di modellazione acustica da applicare al settore del design. Uno studio degli ingegneri di Arup ha dimostrato, inoltre, che il suono è particolarmente utile per non vedenti e ipovedenti per avere una più precisa percezione dello spazio che li circonda e degli oggetti che lo caratterizzano.

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    Progettazione architettonica multisensoriale

    L’intento che deve guidare gli architetti nella realizzazione di edifici fruibili da parte di non vedenti e ipovedenti è quello di integrare architettura esistentee dispositivi di ausilio, optando per scelte in grado di stimolare tutti i sensi. La progettazione, secondo Downey, deve essere multisensoriale, proprio come i facilitatori utilizzati. Non basta affidarsi solo alla tecnologia, ma occorre entrare in confidenza con una vera e propria filosofia secondo la quale una progettazione a 360° deve tener conto del fatto che, a visitare quell’edificio, saranno anche persone per le quali muoversi all’interno dello spazio non è proprio quella che solitamente si definisce “una passeggiata”.

    I risultati potrebbero avere più effetti benefici di quanti se ne possano immaginare, anche sui professionisti stessi.

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    Un tempo fattoria, poi allevamento equestre, Grace Farms a New Canaan nel Connecticut è oggi un vero e proprio habitat naturale di 80 acri con grandi prati aperti, numerose piante ed alberature, boschi, zone umide, stagni ed oltre 16 diverse specie di anfibi e rettili. All'interno della riserva naturale sorge The River di SANAA, un luogo di servizi pubblici, in cui la natura, l’arte e la comunità possono ritrovarsi e dar vita ad esperienze creative e rilassanti, che possono essere una semplice sosta alla caffetteria o un corso di arte per famiglie, così come una serie di eventi e di attività culturali a contatto con la natura.

    UN PARCO GIOCHI SUL TETTO DELLA BIBLIOTECA

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    The River: l'edificio di Sanaa

    All’interno di questo polmone verde si trova il The River, progettato dallo studio giapponese SANAA, un edificio minimalista, leggero, che ben si integra nel paesaggio fondendosi con l’orografia del territorio ed insinuandosi come un fiume all’interno dell’area naturale (non casuale la scelta del nome: river, in inglese, vuol dire fiume).

    L’edificio, dalle forme sinuose, ricorda un altro progetto di Seijima e Nishizawa ovvero il Serpentine Pavilion di Londra.  È caratterizzato da un design minimalista tipicamente giapponese, dai colori neutri e chiari come il bianco o il legno di rovere che riveste pavimenti ed arredi, si compone principalmente di pochi materiali: vetro, cemento, acciaio e legno, che si plasmano insieme generando uno spazio fluido ed accogliente.

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    La coperturaè il vero segno forte dell’intervento, con le sue curve richiama l’andamento di un fiume che scorre all’interno del parco seguendo il pendio e diventando un collegamento tra le diverse aree ed attività al coperto e le zone all’aperto. Diventa perciò un elemento continuo, fluido, ma sotto di essa si alternano passaggi coperti, che fungono quindi da filtro tra le aree a verde, e le diverse funzioni ospitate dal The river: un anfiteatro di circa 2000mq, uno spazio per la discussione e gli uffici della fondazione, spazi comuni come bar, ristorante, una sala conferenze interrata, una biblioteca, una palestra ed un padiglione polivalente per le attività multidisciplinari.  L’elemento centrale del progetto è dunque la copertura composta prevalentemente in legno, con travi lamellari di 30 metri che poggiano su pilastri di acciaio di circa 13 cm di diametro, in contrapposizione vi sono le chiusure verticali totalmente trasparenti e realizzate con grandi lastre di vetro curvo.

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    Così mentre la copertura, che segna il territorio, sembra galleggiare ed essere sospesa per aria, il resto dell’edificio scompare sotto di essa, lasciando libera la visuale da una parta all’altra del parco e tra un’attività e l’altra. Non interrompe la continuità, bensì la favorisce e permette una perfetta connessione tra le aree a verde e le aree attrezzate.  La natura avvolge perciò gli spazi, ed è visibile da tutte le stanze, è un aspetto importante che ben rispecchia l’anima della vita a Grace Farms: un luogo di contatto con la natura e tra le persone della comunità, in cui è possibile giocare, fare sport o attività ricreative e coltivare gli orti comuni.

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    Certificazione LEED ed accorgimenti bioclimatici

    L’edificio vanta inoltre alcuni accorgimenti bioclimatici per il risparmio energetico che gli varrà la certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design). Oltre al sistema geotermico integrato composto da oltre 55 pozzi geotermici a 150 metri di profondità, l’intero edificio è progettato secondo criteri ecosostenibili per il minor consumo di energia e il riuso delle acque piovane. Il progetto del verde e del paesaggio è nato dalla collaborazione tra SANAA e lo studio OLIN che da sempre si occupa di architettura del paesaggio.


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    Quando sostenibilità e creatività si incontrano non può che nascere qualcosa di speciale. Lo sanno bene gli organizzatori del concorso “Ecoidee”, che premia i talenti creativi in grado di creare pezzi di arredamento a partire dal riciclo di oggetti di scarto.

    Ad organizzare il concorso è Spazio Artèt_eco, un brand che nasce per diventare un punto di incontro tra designer ed aziende, professionisti ed istituzioni avvicinandoli attraverso la creatività, l’imprenditorialità, l’arte e l’economia. Spazio Artèt_eco è stato ideato dall’Associazione culturale Arcarte Lab Creative in collaborazione con Artèteco e con il sostegno di Fondazione CON IL SUD, il cui obiettivo primario è di formare giovani, appartenenti a fasce deboli e svantaggiate, sui temi legati alla produzione di elementi di arredo di design con l’apporto di artigiani e creativi e con l'utilizzo di materiali di scarto.

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    Il contest Ecoidee, organizzato da Spazio Artèt_eco è stato definito “un concorso di idee contro un concorso di colpa” perché gli oggetti che ne deriveranno non avranno contribuito ad aumentare i rifiuti, anzi avranno aiutato a sensibilizzare alla loro riduzione.

    Saranno premiati i complementi di arredo e gli accessori per la casa più originali e creativi, quelli che lascino meglio trasparire il messaggio di cui sono portatori: è importante riciclare, riutilizzare e restituire una nuova vita agli oggetti di scarto. I progetti dovranno essere funzionali e versatili, di semplice esecuzione e realizzabili a basso costo, in serie.

    Nel video, un esempio di riciclo creativo a partire da un contenitore di birra di nuova generazione ed una breve intervista al Prof. Riccardo Dalisi, architetto, designer e artista, al cui nel 2014 è stato assegnato il Compasso D’Oro alla carriera.

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    Partecipazione e premi

    La partecipazione al concorso è gratuita e non ristretta ai professionisti del settore ma aperta a ogni appassionato.

    Una giuria tecnica interna, composta da architetti e docenti universitari, selezionerà entro il 15 febbraio 2016 i lavori più interessanti dal punto di vista di originalità, innovazione e tecnica.  

    Con i progettisti dei lavori selezionati verranno stipulati contratti di royalties e gli oggetti considerati realizzabili verranno messi in produzione con il marchio “Spazio Artét_eco” e presentati nel 2016 ad almeno una fiera internazionale. (Salone del Mobile – Homi).

    Tutti i finalisti, verranno menzionati in un comunicato stampa che sarà inoltrato alle più importanti riviste internazionali di architettura e design, a giornalisti e a molteplici canali informativi.

    Per partecipare è necessario produrre 2 tavole A3 con viste quotate del modello (un’assonometria e una tavola illustrativa con render o vista prospettica) e fornire una descrizione del progetto che includa materiali e colori proposti.

    Per presentare gli elaborati occorre iscriversi al sito www.arteteco.it ed inviare le tavole all’email concorsi@arteteco.it entro la chiusura del bando, prevista per il 23 Gennaio 2016.

    Per saperne di più e scaricare il bando visitare la pagina Concorsi sul sito Arteteco. 


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    In Danimarca, a sud dell’arcipelago Fyn, è possibile godersi a pieno la natura grazie a cinquanta costruzioni in legno esclusivamente realizzate per una vita all’aria aperta ed ispirati alle abitazioni un tempo dei pescatori. 

    I rifugi sono collocati in 19 punti bene precisi: ogni posizione è accuratamente studiata in base ad un attento studio del paesaggio e delle sue prospettive. Questa disposizione, diffusa nei quattro comuni di Langeland, Ærø, Svendborg e Faaborg-Midtfyn, è stata garantita da un patto tra l’Agenzia del territorio della Danimarca ed il Ministero dell’Ambiente, in cui viene meno lo stato di area protetta delle suddette aree costiere. 

    CASA NA AREIA: AIRES MATHEUS RECUPERA UN VILLAGGIO DI PESCATORI

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    Nel progetto di LUMO Architects, che prende il nome di Shelters by he Sea, ogni rifugio è stato accuratamente selezionato e adattato all'ambiente circostante, in modo da costituire un landmark che, tuttavia, non interferisca con la qualità paesaggistica del sito. I rifugi sono situati molto vicino alla costa al fine di accogliere i vari visitatori provenienti dal mare.

    I punti di riferimento, adattabili ad ogni esigenza, divengono un sostegno delle attività durante tutto l'anno, contribuendo a incanalare il traffico e direzionarlo oltre le aree naturalmente vulnerabili. Allo stesso tempo, essi funzionano anche come base e punti di ritrovo per canoisti, pescatori, subacquei e surfisti.

    Ogni sito consiste in un riparo individuale o in un piccolo gruppo di vari rifugi, che da soli o in combinazione rafforzano la vicinanza alla vita all’aria aperta ed il legame con l’ambiente. Il concetto architettonico generale è stato quello di creare cinque differenti tipologie di edificio, sia dal punto di vista dimensionale che funzionale, che mantengano al tempo stesso una chiara relazione continua e spaziale tra loro.

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    Fonte d’ispirazione per il design e l’architettura sono i vecchi capanni dei pescatori, da cui sono stati anche ispirati i nomi: Pescatrice, con i suoi tre livelli e piattaforma integrata di bird-watching; Anguilla, un riparo per sei-sette persone che funge anche da spazio pic-nic per le classi scolastiche; Lombo, un rifugio per 3-5 persone dotata di soggiorno e spazio sauna; Platessa una suite per due ed, infine, Eelpout che funziona come toilette.

    Le varie scelte tipologiche sono state ideate per essere combinate tra di loro e per completarsi l’una con l’altra in diversi modi, creando così molteplici possibilità compositive e di utilizzo dei luoghi, prediligendo comunque lo spazio per una vita attiva all'aria aperta. I rifugi appaiono come corpi asimmetrici con linee angolate e sono coperti con assi di legno di grandi dimensioni e trattate con olio di catrame nero pigmentato. Le aperture, a forma di tondo, garantiscono il rapporto con la natura circostante ed il cielo.

    Il profilo angolare e tattile permette una ricca varietà nella progettazione del rifugio, aggiungendo flessibilità funzionale e facilitano le diverse esigenze dei fruitori dell’area. 

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    Nelle metropoli cinesi, soffocate dallo smog e dalla nuvola di polveri sottili che quotidianamente si eleva verso il cielo, pensare ad un mezzo di spostamento "pulito" sembrava più che altro affidarsi a un sogno. E invece è proprio Made in China il primo tram a idrogeno a impatto zero.

    Dallo scorso marzo il tram "pulito" corre sui binari di Tsingtao, una metropoli cinese che conta ben 3 milioni di abitanti, rivolta verso Corea e Giappone.

    Appena si vede il "tram che non inquina" un italiano tenderà a figurarsi nella mente una delle Frecce di Trenitalia. In effetti l'aspetto è proprio quello di un treno ad alta velocità, con un profilo morbido e proteso in avanti, in grado di tagliare l'aria come la lama affilata di un coltello, vincendo l'attrito che si genera. È arancione, modernissimo e velocissimo.

    MOBILITÀ ELETTRICA: IL FUTURO È VICINO?

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    Il tram a idrogeno: veloce e non inquina

    Il tram arancione può viaggiare ad una velocità di 70 chilometri orari, mantenendo ritmi abbastanza sostenuti per un tram cittadino. A realizzare l'abitacolo è stata l'azienda Sifang, appartenente alla China South Rail Corporation. All'interno sono stati realizzati 60 posti a sedere e 320 in piedi, così da garantire un trasporto comodo, agevole e veloce a ben 380 passeggeri. 

    Oltre alla rapidità e al design innovativo, ci sono altre caratteristiche che rendono il progetto particolarmente interessante dal punto di vista tecnologico ed economico. 

    Il tram, infatti, risulta essere interamente sostenibile sia per il fatto che il ricorso all'idrogeno lo rende un mezzo di trasporto totalmente a impatto zero, sia perchè consente di ridurre gli sprechi economici legati al rifornimento di carburante. Il treno consuma pochissimo, tanto che, con un pieno, è in grado di coprire una distanza di circa 100 chilometri, corrispondenti tre viaggi consecutivi di andata e uno di ritorno tra i capolinea.

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    Investimenti per il tram a idrogeno

    Nonostante le titubanze iniziali per un paese che ormai fatica a credere esista qualcosa di veramente pulito, il Governo cinese sembra essersi convinto delle potenzialità insite nel progetto del tram a idrogeno. A questo punto, tuttavia, subentra un problema di primaria importanza: la mancanza di binari. In tutti i 9.597.000 chilometri quadri di superficie cinese, infatti, sono soltanto 83 i chilometri coperti da binari predisposti al passaggio di questo tipo di veicoli e si trovano esclusivamente in sette città.

    Sarà stato proprio questo dato a spingere gli organi statali a stanziare quasi 30 milioni di euro per sostenere gli spostamenti attraverso l'idrogeno. L'obiettivo che il Governo della Cina si è posto è quello di incrementare il settore e di portare la lunghezza dei binari deputati agli spostamenti con tram a idrogeno a 1200 chilometri.

    Sicuramente la somma è molto ingente, ma i Cinesi sembrano rispondere bene alla proposta e le imprese che si sono impegnate nella produzione di questi mezzi di trasporto sono particolarmente fiduciose riguardo alla buona riuscita dell'iniziativa.

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    L'ideatore del tram a idrogeno: parla l'ingegnere Liang Jianying

    A realizzare il progetto del tram "del futuro" è stato un gruppo di ingegneri della Sifang capitanato da Liang Jianying, che ha descritto il lavoro condotto dai professionisti lungo e meticoloso. In due anni di studio e di sperimentazione, continua l'ingegnere, sono stati fondamentali i supporti ricevuti dagli enti e istituti di ricerca locali.

    Tra le prime città a vedere un tram a idrogeno sui binari urbani c'è stata Foshnan, l'anno scorso. Di fronte a questa proposta innovativa si è proceduto immediatamente all'incremento della linea ferroviaria e i lavori dovrebbero concludersi entro fine anno. L'investimento di Foshan ammonta a 72 milioni di dollari in favore della Sifang. Da questa collaborazione è nata una vera e propria partnership con l'obiettivo comune di fondare un centro di ricerca sull'idrogeno applicato ai mezzi di trasporto. 

    Sicuramente il progetto, a prescindere dalle opere pubbliche che si realizzeranno o meno, presenta un forte impatto innovativo, apre le porte ad una nuova fonte di energia per spostarsi da un posto all'altro e può costituire una strada più che valida per salvaguardare la salute della gente cinese, messa costantemente a dura prova da tutto quello che la modernità è in grado di liberare nell'atmosfera.

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    Fino ad oggi l'architettura ha emozionato, comunicato, rappresentato, divertito e affascinato. Oggi si può affermare che un'opera architettonica ha anche suonato. Il lungomare di Zara, in Croazia, infatti, non solo abbellisce un luogo che fino al 2005 era definito da un semplice muraglione in cemento, ma permette a passanti e turisti di ascoltare una piacevole melodia suonata dalle onde del mare.

    L'idea nasce dall'estro creativo e dalla genialità dell'architetto Nikola Bašić, che ha voluto trasformare in un organo azionato dalla pressione dell'acqua marina un luogo che, dopo la ricostruzione post bellica della città, è rimasto abbandonato, proprio fino alla realizzazione dell'opera.

    MUSICA DALLA PIOGGIA: L'EDIFICIO CHE SUONA QUANDO PIOVE

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    L'architettura-strumento è stata battezzata "Sea Organ", "Morske Orgulije" in lingua croata, ed è stata premiata, nel 2006, con un European Prize for Urban Space.

    Sea Organ: i tubi che cantano

    Il lungomare di Zara è lungo ben 70 metri e, all'interno degli ampi gradoni in marmo, sono installati 35 tubi in polietiliene di lunghezza, diametro e inclinazione diversa. In questo modo, quando le onde e il vento si infrangono contro la barriera marmorea, aria e acqua possono entrare nei tubi e generare un suono sempre diverso, dipendente non soltanto dal tipo di tubo coinvolto, ma anche dalle condizioni meteorologiche esistenti. 

    Dei fori praticati lungo le alzate dei gradoni permettono al suono di uscire dal sistema e agli spettatori di godersi l'ineguagliabile spettacolo che musica, mare e paesaggio riescono ad offrire. 

    L'intera opera è stata realizzata con materiali appositamente selezionati per garantire una buona qualità e diffusione del suono. Sono, inoltre, resistenti alle intemperie e alle condizioni climatiche che avrebbero potuto provocare danneggiamenti o addirittura distruzione degli stessi, soprattutto per azione della salsedine marina.

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    Il lungomare di Zara: sette "Sirene" che cantano verso il mare

    Proprio come le Sirene della mitologia, che incantavano i marinai con il loro dolce e soave canto, così i gradoni del Sea Organ ammaliano turisti e visitatori provenienti da tutto il mondo rivolgendo una piacevole melodia al mare croato. I sette salti di quota paralleli del Lungomare di Zara, infatti, si gettano nel mare sia fisicamente che con le loro note, direzionando la musica verso l'acqua e in direzione opposta al centro della città.

    La composizione dei vari podi segue una logica per cui ad ogni salto di quota si ha un cambio di passo, cosicché la sagoma della struttura mostri dei gradoni sfalsati tra di loro. 

    I primi tre filari sono i più lunghi, costituiti da sei passi che scendono fino ad arrivare ad una quota di due metri, punto di approdo delle navi da crociera. Dal quarto gradone, per tutti i successivi, l'alzata e il numero dei passi permettono alla massa marmorea di avvicinarsi lentamente al mare, di lasciarsi trascinare gradualmente in acqua dalle onde che giungono a terra spinte dalla corrente. 

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    Il Sea Organ è un organo anche nella forma

    La scelta della forma organizzata per sovrapposizione di gradoni non è stata dettata soltanto dalla topografia del terreno su cui l'opera è stata realizzata. I tubi inseriti all'interno dell'armatura in marmo, infatti, seguono anche nell'altezza, la forma di un vero organo. Questa scelta consente di avere i tubi di lunghezza diversa e di ottenere note differenti in base a come il mare decide di suonarle.

    Seguendo tale andamento anche con il rivestimento esterno e creando delle piccole terrazze che si diradano man mano che scendono verso il mare, Nikola Bašić ha ridisegnato il waterfront di Zara e gli ha dato una nuova funzione, oltre che una nuova vita. Il muraglione in cemento è stato sostituito da gradoni che si trasformano in sedute, che invitano gente del posto e visitatori occasionali a sedersi, a concedersi qualche minuto di tranquillità e a farsi cullare da una musica eseguita da un musicista d'eccezione: la natura.

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    Quando nel settembre 2013 Luca Scardulla e Federico Robbiano hanno deciso di fondare lo studio scardulla&robbiano_ArchitecturLab (llab) i due giovani si sono ispirati alle parole dell’architetto cinese Wang Shu: "Prima di essere architetto sii falegname". È nato così non un semplice studio ma un vero e proprio laboratorio, un luogo in cui progetti di falegnameria vengono seguiti dalla fase di ideazione fino alla vera e propria realizzazione.

    Fiore all’occhiello di questa architettura del “fare”, come la amano definire i due progettisti, è un locale commerciale nato dai pallet: il bar La Strega a Fidenza.

    ARREDI A COSTO ZERO CON I PALLET

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    Il bar in pallet: la sfida

    Quello del bar La Strega è un intervento di riqualificazione volto a coniugare le esigenze funzionali dettate dalla committenza con la ricerca di una nuova qualità spaziale in un ambiente preesistente fortemente connotato da una geometria stretta e lunga. L’apparente punto debole, dato dalla conformazione planimetrica, viene trasformato nel punto di forza di un progetto che mira, attraverso la creazione di un cono visivo, ad enfatizzare la profondità dell’ambiente in cui insiste.

    A tal fine una successione di nastri funzionali scandiscono lo spazio perpendicolarmente alla direzione prevalente accompagnando lo sguardo del cliente entrante verso il fondo del locale, fino alla finestra che affaccia sul cortile esterno.

    I tavolini rappresentano gli elementi terminali di tali “costole” le cui doghe lignee percorrono in maniera continua pareti e soffitto discostandosene solo in specifici punti per lasciare spazio a vani luce che conferiscono ulteriore enfasi all’ambiente; i 19 mm di distanza tra una doga e l’altra (tutte di larghezza costante pari a 55 cm) fanno da supporto agli elementi di arredo, sia fissi che mobili, e donano una certa flessibilità a un progetto dominato dal rigore geometrico.

    Elementi architettonici indispensabili ai fini dell’articolazione spaziale, le pareti attrezzabili acquistano così un valore anche funzionale, fondamentale per la tipologia del locale.

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    Il legno dei pallet come elemento unificatore

    Le tre diverse sezioni del bar (desk, stand-up e dining) vengono declinate con altrettanti linguaggi spaziali, differenti per dimensioni, funzione ed ambientazione, ma uniti da un unico filo conduttore: il legno.

    L’intervento è infatti quasi interamente realizzato con il legno di recupero dei bancali, circa 70, provenienti da aziende locali: una scelta emozionale, un rifiuto dello stile industriale per sottolineare la natura artigianale dei prodotti serviti ma anche un tributo all’intero territorio, alla sua economia e alla sua sensibilità nei confronti dell’ambiente.

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    Trattato in modo da conservare orgogliosamente i segni del tempo, testimonianza della natura viva del materiale, ogni elemento è stato realizzato a mano da llab, in estrema coerenza con la scelta dei progettisti di essere architetti-falegnami: dopo tutto un'opera “non si realizza con le idee, ma con le mani”. (Pablo Picasso)


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    Quando si parla di "accessibilità" nell'architettura è inevitabile pensare a un lavabo o un wc dalla forma particolare, un paio di maniglioni disposti qua e là e una serie di rampe dalla pendenza che non si sa bene se una carrozzina sarà in grado di superare. La progettazione accessibile, in realtà, copre un ventaglio di argomenti, di tematiche e di interventi molto più ampio di quelli previsti dalla normativa per l'abbattimento delle barriere architettoniche. E, soprattutto, un edificio non è accessibile o inaccessibile solo per chi si sposta in carrozzina. 

    ACCESSIBILITÀ: progettare per tutti

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    La disabilità è un concetto che, nella nostra mente, è abbastanza distorto, in quanto viene spesso associato a un gruppo di persone con capacità motorie ridotte o assenti. In realtà il "disabile" è anche il sordo, il cieco, l'anziano, l'intollerante, l'allergico. Si dovrebbe intendere, per disabile, qualsiasi persona che presenta particolari esigenze relativamente alla fruizione dello spazio che lo circonda.

    Cecità ed architettura: il ruolo dei facilitatori

    La cecità è un disturbo visivo che, al giorno d’oggi, colpisce un numero sempre maggiore di persone, complice il continuo utilizzo di computer e telefonini i cui schermi possono causare gravi problemi alla vista.

    Esistono diversi stadi di cecità, da quella totale a quella parziale, oltre alle numerose patologie legate a questo senso, come l’ipovisione o il daltonismo. In tutti i casi è opportuno che l’architettura sia abbinata alla presenza di facilitatori, dispositivi che aiutano queste persone a muoversi liberamente e a svolgere le attività a cui si dedicherebbe chiunque.

    È molto importante, per i disabili, che l’architetto riesca a celare il tentativo di rendere agevole l'uso di quell’ambiente, effettuando delle scelte di tipo inclusivo. Il cieco riuscirà a muoversi tranquillamente all’interno di uno spazio complesso, soprattutto se accompagnato, ma la domanda che bisogna porsi è: riuscirebbe a fare lo stesso se fosse da solo? E la risposta deve essere sì.

    Esistono, infatti, dei facilitatori che, opportunamente collocati all’interno dell’edificio che si vuole rendere accessibile per i non vedenti, aiutano il visitatore nell’orientamento e nei movimenti e contribuiscono ad accrescere il valore estetico dello stesso.

    Si tratta principalmente di dispositivi che stimolano l’utilizzo dei sensi diversi dalla vista, come avviene quando si installa un percorso olfattivo, con il quale il non vedente viene guidato dagli aromi percepiti dal suo olfatto, oppure quando si opta per le più tradizionali mappe tattilo-visive, utili all’orientamento e alla percezione dello spazio circostante.

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    I consigli dell'architetto non vedente Chris Downey

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    Sono stati molti, negli ultimi tempi, gli architetti che hanno dimostrato sensibilità e interesse nei confronti dei non vedenti, impegnandosi concretamente in azioni volte ad incontrare le esigenze di queste persone. Nella lista spicca il nome di Chris Downey, un architetto di San Francisco che ha perso la vista ormai da sette anni e si impegna quotidianamente nella ricerca di nuove tecnologie utili ad assistere non vedenti e ipovedenti durante le sfide che il mondo pone loro davanti ogni giorno.

    Recentemente Downey ha rilasciato un’intervista a Dwell Magazine, svelando alcuni esperimenti in atto a San Francisco per contribuire al superamento delle così discusse “barriere architettoniche”. Secondo Downey l’intervento deve essere graduale, poco rivoluzionario e in grado di porre l’accento su quanto c’è di buono nelle tecniche attualmente utilizzate. Non occorre, seconto l’architetto americano, spendere denaro nella realizzazione di tecnologie particolarmente sofisticate, ma piuttosto capire cosa c’è di valido in quelle attuali, individuarne le potenzialità e capitalizzarle. Basterà aggiungere delle funzioni nuove e più specializzate per trasformare un banale facilitatore per non vedenti in un oggetto di supporto multifunzionale. 

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    Tatto e udito: i nuovi occhi di chi gli occhi non può usarli

    Gli strumenti tanto pubblicizzati da Chris Downey potrebbero supportare anche l’attività dei suoi colleghi architetti che, proprio come lui, hanno perso l’uso della vista ma continuano a svolgere con tenacia e con difficoltà questo lavoro. Usando degli sketchpads digitali, infatti, le dita potrebbero svolgere la funzione degli occhi. È il principio che è già alla base delle mappe tattili, sulle quali il disegno in rilievo permette a chi le tocca di capire cosa è rappresentato. La differenza è che gli sketchpads consentono di disegnare su una tavoletta e di toccare la linea appena tracciata, che viene restituita con un leggero rilievo. Una volta terminato, il disegno può essere facilmente trasferito su un computer tramite una chiavetta USB.

    Anche l’udito, per chi non ha la vista, riveste un ruolo fondamentale nella percezione dello spazio e degli oggetti che lo caratterizzano. Downey e la sua squadra stanno tentando di mettere a punto una tecnica di modellazione acustica da applicare al settore del design. Uno studio degli ingegneri di Arup ha dimostrato, inoltre, che il suono è particolarmente utile per non vedenti e ipovedenti per avere una più precisa percezione dello spazio che li circonda e degli oggetti che lo caratterizzano.

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    Progettazione architettonica multisensoriale

    L’intento che deve guidare gli architetti nella realizzazione di edifici fruibili da parte di non vedenti e ipovedenti è quello di integrare architettura esistentee dispositivi di ausilio, optando per scelte in grado di stimolare tutti i sensi. La progettazione, secondo Downey, deve essere multisensoriale, proprio come i facilitatori utilizzati. Non basta affidarsi solo alla tecnologia, ma occorre entrare in confidenza con una vera e propria filosofia secondo la quale una progettazione a 360° deve tener conto del fatto che, a visitare quell’edificio, saranno anche persone per le quali muoversi all’interno dello spazio non è proprio quella che solitamente si definisce “una passeggiata”.

    I risultati potrebbero avere più effetti benefici di quanti se ne possano immaginare, anche sui professionisti stessi.

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