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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Possibile che un cassonetto dell’immondizia, simbolo per antonomasia di sporcizia e degrado, possa trasformarsi in un luogo di aggregazione carino, ospitale e improntato all’educazione urbana? A quanto pare, osservando il progetto realizzato a New York City dall’architetto John Locke e dal suo staff, la risposta è sì.

    ROMA: I CASSONETTO ARTISTICI DI CHRISTINE FINLEY

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    Inflato Dumpster. Questo il nome dell’opera di rigenerazione condotta dallo studio di progettazione newyorchese che, partendo da un oggetto brutto, ingombrante, dal quale percettivamente ci teniamo alla larga, ha dato vita a uno spazio grazioso e funzionale, un polo di attrattività capace di rivestire un importante ruolo a livello sociale.

    LA DUPLICE FUNZIONE DEL PROGETTO

    Il progetto sperimentale, collocato su un marciapiede a due passi da Central Park, tra la 109th e Amsterdam Avenue, nel quartiere residenziale di Bloomingdale a New York, riveste una duplice funzione: da un lato sensibilizza la cittadinanza proponendo una soluzione pratica ed economica di riutilizzo di un oggetto ingombrante quale un cassonetto dei rifiuti; dall’altro mette a disposizione del quartiere uno spazio vitale, educativo, a completa disposizione degli abitanti. Tutto questo a fronte di una spesa estremamente contenuta, nell’ordine dei 4.200 dollari tutto compreso.

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    A rivestire il cassonetto, la cui superficie è di poco inferiore a 16 mq, è una sottile membrana gonfiabile ottenuta tramite l’accostamento di 240 triangoli di due materiali: polietilene trasparente, economico, di facile reperimento e biodegradabile; e mylar riciclato, un film estremamente leggero ma forte e duraturo declinato in due diverse finiture, argento semiriflettente all’esterno e dorato all’interno. La scelta dei materiali ha voluto privilegiare la contrapposizione tra la pesantezza dell’involucro di base, interamente in acciaio, e la leggerezza del rivestimento, oltre che quella tra vecchio e nuovo.

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    Varcando la soglia d’ingresso, ricavata su uno dei lati corti del cassonetto, pare di entrare in una realtà a sé stante, di non trovarsi più sulla strada. La destinazione d’uso dei 56 mc di volume coperti dalla membrana è quella di laboratorio didattico, nell’accezione più ampia del termine. Workshop, esibizioni musicali, proiezioni multimediali, corsi di artigianato: queste alcune delle funzioni che ogni giorno danno vita a Inflato Dumpster, un progetto emblematico di come le idee semplici siano anche le più efficaci.

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    Il portico di San Luca a Bologna esempio di una socialità solidale: raccolti per il restauro 339.743 euro, tramite crowdfunding. Sono 3796 i metri di percorso sinuoso adagiato tra le silenziose colline bolognesi, a volte dimenticato dai tanti visitatori che si accalcano nelle vie del centro storico. Un elemento iconografico importante che ha da sempre delineato lo skyline della città, rendendolo immediatamente riconoscibile già a parecchi chilometri di distanza. 

    BOLOGNA: CERVELLATI E IL RESTAURO DELL'EX ORATORIO SAN FILIPPO NERI

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    Se siete passati negli ultimi anni per un pellegrinaggio o, più semplicemente, per farvi una passeggiata tra le 658 arcate storiche, vi sarete certamente accorti che il tempo non si è certo fermato, nonostante il sapore antico e pittoresco che il percorso emana. Pesanti e vistose crepe solcano oggi gli archi e i tamponamenti, mettendo in pericolo la sopravvivenza stessa del monumento.

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    IL PROGETTO “UN PASSO PER SAN LUCA”

    Ed ecco che il Comitato per il restauro del Portico di San Luca, l’associazione Ginger (Gestione Idee Nuove e Geniali in Emilia Romagna), insieme all’amministrazione comunale, hanno pensato di adottare uno strumento innovativo, in voga in molti paesi europei: il crowdfunding, letteralmente “folla che finanzia”, ovvero la raccolta di denaro tramite il web. Il funzionamento è semplice: chiunque voglia può donare una quantità di denaro, grande o piccola che sia, attraverso un pagamento online. Non importa la provenienza o le motivazioni che spingono le persone a dare un po’ del proprio prezioso denaro, né la quantità: se una formica non può portare sulle sue spalle più di una briciola, non significa che un gruppo di formiche non possano portarne un intero cesto!

    In poco più di un anno il progetto “Un passo per San Luca”  ha raggiunto la quota base di 300 mila euro è stata raggiunta e, addirittura, superata l’1 Dicembre grazie al contributo di 7111 persone.

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    Certamente si è trattato di un grande esempio di solidarietà verso un pezzo importante della storia di Bologna, in grado di riunire una popolazione tante volte accusata di noncuranza verso i suoi monumenti. San Luca e i suoi portici non sono solo un monumento, ma anche un cammino di mobilità lenta lungo il percorso che riscopre scorci mozzafiato della città, in cui l’automobile viene abbandonata, in favore di un camminata in salita, o, per i più coraggiosi, di una sfida in bicicletta. In 15 minuti di corsa allenata è possibile, dal Meloncello, attraversare questo paesaggio cha varia e piega, rispettando le curve di livello collinari, fino a scorgere la croce in legno che segna l’arrivo alla chiesa di San Luca.

    DA NEW YORK A BOLOGNA, POTERE ALLE PERSONE

    Lo strumento del crowdfunding è potente, con una storia profonda che va oltre il concetto moderno di applicazione nel mondo web. Si ritiene, infatti, che già nell’800 si siano verificati simili episodi di solidarietà: la rivista “The World” organizzò una raccolta fondi per raccogliere i 150 mila dollari mancanti per costruire il piedistallo e mettere in posa la Statua della Libertà, o gli Irish Loan Fund che raccoglievano credito contro la povertà diffusa del popolo irlandese. E non bisogna andare tanto lontano per scoprire altri esempi sul territorio italiano, perché lo stesso portico di San Luca, iniziato nel 1677, fu portato avanti grazie al contributo della popolazione, che trasportò in un lungo passamano mattone per mattone fin sul Colle della Guardia.

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    Ieri come oggi, il restauro e la manutenzione di un bene storico, sociale ed identitario sono forse il più alto esempio di sostenibilità condivisa: il manutenere è il primo passo per la valorizzazione e per l’utilizzo dell’architettura, che è un cammino virtuoso verso la conservazione contro l’usura e la distruzione. E il coinvolgimento della popolazione, anche con un piccolo gesto monetario, è il primo passo verso la responsabilizzazione e la consapevolezza che una società si rispecchia anche nella qualità del suo costruito e nella sua capacità di renderlo sempre attuale e stabile nonostante il passaggio del tempo.

    Perché in fondo sostenibilità è anche sostegno e solidarietà.


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    Nulla come una corretta illuminazione riesce ad enfatizzare i più begli angoli della nostra casa, personalizzare un ambiente per adattarlo al nostro stile, rendere più piacevoli le ore di studio e di lavoro. Gli apparecchi illuminanti poi, arricchiscono, personalizzano, colorano e svolgono un ruolo fondamentale nell’arredamento.

    Lo sa bene l’architetto e designer Alessandro Mendini, ex direttore di Casabella, Modo e Domus, che ha disegnato oggetti entrati a far parte della storia del design contemporaneo, come la lampada Amuleto di Ramun, esposta in uno dei musei di arte contemporanea più famosi al mondo: la Moderne Pinakothek a Monaco, in Germania. 

    AMULETO, LA LAMPADA PORTAFORTUNA

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    Nella lampada Amuleto i tre elementi circolari rappresentalola triade del sole, la luna e la terra. Il disco superiore illuminato a led rappresenta il sole, la parte centrale, che funge da snodo, la luna, mentre la base, su cui la lampada si poggia, rappresenta la terra. Una geometria semplice, che consente alla luce di essere orientata in qualsiasi direzione.

    Quest’oggetto di design con una corona luminosa a mo’ di aureola, è stato idealmente progettato per proteggere la vista di studenti, designer ed architetti al lavoro, accompagnandoli, proprio come un amuleto porta fortuna, verso la realizzazione dei propri sogni. 

    CAMPANELLO

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    Lo stesso designer Alessandro Mendini ha disegnato per Ramun Campanello: un oggetto piccolo e curioso, dinamico, con cui interagire. Se acceso crea una particolarissima atmosfera romantica, perché illumina come una candela. La luce interna, riflessa sul corpo trasparente con diverse angolazioni, dà vita ad un’affascinante aurora sulle superfici intorno alla lampada.

    Per l’atmosfera che ricrea è perfetto come lampada da tavolo, da utilizzare per le cene sia in casa che in locali commerciali: i commensali, attratti da questo insolito oggetto vengono coinvolti nel piacere di usarlo. Al click, la piccola statuetta suona come un campanello, richiamando il cameriere al tavolo.

    Trovi i prodotti Ramun su LOVETheSIGN


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    A Montagut in località La Garrotxa – Spagna – dispersa nella Vall de Riu versava in un avanzato stato di degrado la casa “El Bosquet”: il tetto era ormai sfondato e le spesse pareti in pietra stavano collassando. Grazie alla collaborazione tra due studi di architettura, Arcadi Pla i Masmiquel e Nuria Pla Studio , e alla definizione di una nuova destinazione d’uso, è stato possibile far rinascere il manufatto trasformandolo in un rifugio per brevi soggiorni.

    IL RECUPERO DI UNA CASA PER PASTORI

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    IL PROGETTO DI RECUPERO di EL Bosquet

    Il rifugio è appoggiato al declivio della collina: i due piani su cui si sviluppa l'abitazione risultano così avere entrambi un ingresso diretto dal livello del terreno anche se a due quote differenti. Il piano terra, che ha una porzione interamente interrata, ospita la zona notte con tre austere camere da letto e un bagno, mentre il primo piano accoglie il soggiorno, la cucina, un bagno di servizio e l’ingresso principale.

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    La pietra e il legno sono i due materiali predominanti sia nelle facciate sia negli interni. Le camere si caratterizzano per la presenza di porzioni di parete in pietra lasciate a vista e per le piccole finestre che lasciano passare pochi raggi di sole. La zona giorno è invece invasa dalla luce che attraversa le enormi aperture e si riflette in tutti gli ambienti rivestiti da cima a fondo in legno chiaro.

    Il tetto è stato rifatto, le mura consolidate, le superfici disperdenti isolate e gli spazi studiati per accogliere e rigenerare la mente degli ospiti. Un imponente camino dalle forme geometriche lineari domina l’ampio soggiorno dividendolo in due parti: il lato con il fuoco a vista caratterizza la parte sociale dell’ambiente, il retro del camino costituisce invece una parete calda che si affaccia sul lato contemplativo della sala da dove attraverso un’ampia finestra è inquadrato il paesaggio naturale circostante.

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    In un contesto che vede gli studi di progettazione italiani sempre più impegnati sulla scena globale è fondamentale imparare o migliorare la conoscenza dell'Inglese Tecnico.

    Internazionalizzarsi pare essere il futuro per le aziende e per i professionisti italiani impegnati nel settore dell’architettura, l’edilizia ed il risparmio energetico.

    In questa fase di transizione tra l'epoca della fine della professione di architetto come siamo sempre stati abituati ad intenderla e la nuova che verrà, una delle chiavi per il successo è sicuramente la capacità di esprimersi in inglese. E in particolare in inglese tecnico.

    Le professionalità di progettisti e imprenditori delle costruzioni stanno diventando sempre più integrate e parlare la stessa lingua, meglio ancora lo stesso linguaggio risulta indispensabile per chi vuole impegnarsi o si sta già impegnando a crescere all'estero. Stesso valga per chi ha clienti stranieri in Italia.

    COME INIZIARE: GLI OSTACOLI

    Ma come cominciare o ri-cominciare affrontando le classiche tre barriere – tempo, pronuncia, grammatica - che impediscono a molti professionisti italiani di superare il gap linguistico?

    Oggi esiste un corso in e-learning per progettisti e costruttori, prodotto da Arch Academy di Milano, per rispondere alle esigenze professionali, all’apprendimento del vocabolario tecnico e ai limiti di tempo a disposizione.

    L’architetto Paolo Bulletti, direttore scientifico del corso, lo spiega così “La motivazione è sicuramente il principale tema su cui far leva. Qual è il motivo, o i motivi, che ci spingono all'azione, a ritagliare un’altra fetta dal poco tempo che abbiamo a disposizione per mandare a memoria regole grammaticali e sentirci eternamente goffi nella pronuncia ben sapendo che non avremo mai quell'accento British che, fra l'altro, non ci fa capire metà delle parole che ascoltiamo? Apparentemente nessuno, ma noi abbiamo studiato la soluzione."

    IMPARARE L’INGLESE TECNICO PER AVERE IL MONDO COME MERCATO 

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    "Sviluppare l'apprendimento dell'Inglese Tecnico è un obiettivo formativo personale importantissimo" continua l'Arch. Bulletti "consente di crearci contatti internazionali, cercare un lavoro a Dubai, avere più chance di vincere un concorso in Kazakistan oltre che, ovviamente, decidendo di padroneggiare il linguaggio tecnico del nostro ambito di lavoro anche in inglese, prendere in considerazione il mondo come mercato e non solo l’Italia.

    Un motivo in più per iniziare? Il linguaggio specialistico è più facile da usare rispetto all’inglese generalista."

    UN CORSO ONLINE PER IMPARARE L’INGLESE TECNICO

    Oggi esiste un corso in e-learning per progettisti e costruttori, creato tra gli altri dall’architetto Paolo Bulletti e prodotto da Arch Academy di Milano, per rispondere alle esigenze professionali, le difficoltà di apprendimento di una nuova lingua e i limiti di tempo a disposizione.

    Il corso ha una durata di circa 8 ore, suddivise in 4 lezioni di 2 ora l’una, a loro volta spezzate in unit da 10-20 minuti, in modo da poter essere seguite in qualsiasi momento si abbia una manciata di minuti liberi.

    In ogni lezione sono presenti test ed esercitazioni.
    Si può seguire il corso in totale autonomia, per i 90 giorni successivi all’acquisto.

    Al termine del corso, accreditato dal Consiglio Nazionale degli Architetti PPC, viene rilasciato un attestato che riconosce 8 crediti formativi.

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    Il corso ha un costo di €57.38 + IVA €51.64 + IVA: inserendo il codice sconto sconto_ae offerto da Architettura Ecosostenibile ricevi uno sconto del 10%.

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    Ecco come applicare il codice sconto in fase di acquisto: 

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    Il nostro pianeta è teatro di spettacoli naturali straordinari spesso sconosciuti, ma dietro i quali può celarsi una misteriosa leggenda che dura da secoli, o addirittura da millenni, attorno la quale un determinato paese si identifica. E così succede con certi alberi molto longevi...Questi che seguono sono i 10 alberi più vecchi del mondo, che lasciano senza fiato anche per bellezza e maestosità.

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    Ma nella pratica come si definisce l’età di un albero?.. In molti casi le misurazioni ottenute dal metodo del carbonio-14 vengono verificate col tradizionale computo degli anelli: uno strumento chiamato succhiello viene inserito nel tronco e permette di estrarre un piccolissimo campione di legno, sul quale si può contare il numero degli anelli. Un altro metodo più approssimativo consiste nel misurare la circonferenza del tronco a  circa 1,5 metri da terra. Benché un vecchio albero cessi del tutto o quasi di crescere in altezza, la circonferenza del tronco continua ad ampliarsi: la pianta per nutrirsi ha sempre bisogno di produrre anelli annuali, perciò misurazioni ripetute consentono di annotare di volta in volta le differenze.

    Ora siamo pronti e partiamo con la classifica! Ecco i 10 alberi più longevi del mondo:

    10. PATRIARCA DA FLORESTA

    caption:Santa Rita do Passa Quatro, stato di S.Paolo, Brasile.

    Il suo nome scientifico è Rosa Jequitibà, appartiene alla specie Cariniana legalis, ha la base del tronco di ben 16 metri di circonferenza e con i suoi mirabili 3000 anni apre questa classifica. Secondo le tradizioni locali si pensa possa trattarsi di un albero sacro. Con la sua chioma abbraccia il cielo all’altezza di 50 metri dal suolo, quasi volesse (vista la massiccia deforestazione del Brasile) volare via dal rischio costante di abbattimento.

    9. THE PRESIDENT

    caption:National Park della Sierra Nevada Meridionale, California, Stati Uniti.

    È arrivato il momento di The President, la sequoia più antica e tra le più giganti del pianeta. Raggiunge 3266 anni di età, 75 metri di altezza e un volume di circa 1533 metri cubi così suddiviso: 1278 metri cubi di tronco e 255 metri cubi di rami. Il tronco è rivestito da una spessa corteccia di colore marrone ruggine; si eleva diritto bucando il cielo e scrutando da lassù il magnifico orizzonte con le cime innevate della Sierra Nevada.

    8. ULIVO DI VOUVES

    caption:Località di Vouves, Creta, Grecia.

    Gli olivi sono alberi dal carattere frugale, molto resistenti a malattie e lunghi periodi di siccità. Questo famoso esemplare è alto 12,5 metri, ha un diametro massimo di 4,6 metri e ha messo radici circa 3500 anni fa. Il tronco è un groviglio meraviglioso che dà l’idea di una colata lavica solidificata nei secoli. È visitato da circa 20.000 persone l’ anno  e produce tutt’oggi buonissime olive.

    7. ALERCE 

    caption:Ande, Cile centrale.

    Alerce è un maestoso cipresso della Patagonia (cupressoides Fitzroya) scoperto nel 1993. Questi cipressi sono caratterizzati da una ruvida chioma piramidale e un enorme tronco che cresce lentamente, appena un millimetro di circonferenza all’ anno, pur raggiungendo altezze notevoli anche sopra i 100 metri. Dopo un’attenta misurazione degli anelli si è giunti a fissare l’età di Alerce sui 3640 anni.

    6. ULIVO DI LURAS

    caption:Luras, provincia di Olbia-Tempio, Sardegna, Italia.

    Questo ulivo viene chiamato S’ozzastru (cioè l’olivastro per antonomasia, nome preciso di questo tipo di ulivo selvatico) e si trova vicino una chiesetta dedicata a San Bartolomeo. Il tronco rugoso, come il viso di un saggio anziano, presenta un’altezza di 8 metri, una circonferenza di 12 metri e con la sua età tra i 3500 e i 4000 anni è l’olivastro più antico d’Europa: una specie spontanea originaria del Medio Oriente dalla quale sono derivate molte varietà di ulivi da olio. Leggende locali narrano che questo albero era considerato luogo d’incontro degli spiriti maligni e perciò nei secoli lasciato in pace dagli abitanti della zona. Nel 1991 è stato dichiarato Monumento Naturale.

    5. SARV-E ABARQU

    caption:Abarqu, provincia di Yazd, Iran.

    Cipresso più vecchio e molto probabilmente il più antico essere vivente dell’Asia. È conosciuto anche come Sarv zoroastriano o Cipresso di Zoroastro, il profeta che nell'antica Persia del VI secolo a.C. fondò lo Zoroastrismo, per molto tempo la religione più diffusa dell'Asia centrale. L’ età dell’albero è stimata tra i 4000 e i 4500 anni. In Iran è monumento nazionale protetto e costituisce una grande attrazione turistica, con una altezza di 25 metri e la circonferenza di 18 metri.

    4. TASSO DI LLANGERNYW

    caption:Llangernyw, Galles, Gran Bretagna.

    Questo albero, con la sua presenza maestosa, caratterizza tutto il sagrato della chiesa di San Dygain, e costituisce un elemento simbolico per l’intero villaggio di Llangernyw; nel 2002 è stato riconosciuto come uno degli alberi più importanti del Regno Unito. Si stima sia stato piantato in questo luogo nell’età del bronzo (dal 2100 al 750 a.C circa) e che abbia tra i 4000 e i 5000 anni. Oggi la circonferenza di base del tronco misura 10,75 metri.

    3. METHUSELAH

    caption:White Mountains, contea di Inyo County, California, Stati Uniti.

    Il podio si apre con Methuselah (Matusalemme), nome che ne identifica la veneranda età: ma se il personaggio biblico visse appena 969 anni, l’albero ha tagliato il nastro dei 4846 anni! Appartiene ad una particolare varietà di pini molto longevi, i Pinus longaeva appunto, o Intermountain of Western bristlecone pine, cioè pini dai coni setolosi. Molti credono sia l’esemplare nella foto qui sopra, con il legno chiaro a striature scure fiero di esibire tutti i segni del tempo e la posa cristallizzata nel vento..E invece no! Per la sua importanza in ambito di ricerche dendrocronologiche, si cerca di tutelarlo rivelandone solo la zona, ma la sua vera identità rimane un segreto.

    2. PINUS LONGAEVA

    caption:White Mountains, California, Stati Uniti.

    Non possiede un nome particolare perchè Pinus longaeva è il nome della sua specie (i pini dai coni setolosi come Methuselah) ma con i suoi 5064 anni ne rappresenta in assoluto l’esemplare più anziano. Nel 1950 gli fu eseguito un carotaggio, ma colui che estrasse il campione non ebbe la possibilità di datare il nucleo prima di morire. Perciò, come per Methuselah, il dato anagrafico emerge dalle misurazioni del 2012 di Tom Harlan, ed anche in questo caso l'identità del campione rimane segreta.

    1. THE SISTERS OLIVE TREES OF NOAH

    caption:Località di Bacheale, Libano.

    Conosciute semplicemente come The sisters (Le sorelle), sono un gruppo di 16 ulivi che, dall’alto dei loro 6000 anni, si aggiudicano la medaglia d’oro in questa speciale classifica. Leggende popolari le legano ad origini bibliche: vengono chiamate infatti alberi di Noè, perché si sostiene abbiano fornito il ramo d’ulivo portato dalla colomba che torna a Noè annunciando la fine del diluvio universale. Si crede che si siano salvate dal diluvio grazie alla loro posizione a 1300 metri di altitudine. The sisterssono molto care alla gente del luogo che, riunendosi in un’associazione, negli anni è riuscita a mantenerle in buone condizioni nonostante il timido sostegno finanziario del governo. Tuttavia i ministeri della cultura e del turismo le hanno riconosciute come Sito di importanza nazionale, e da allora appaiono su francobolli e banconote libanesi. L’associazione provvede non solo a produrre ma anche a vendere l’olio derivante dalle olive, considerato molto buono e pregiato, assicurando così un apporto di denaro per i lavori manutentivi.

    Ma non finisce qui...Sebbene considerati fuori classifica (per varie ragioni che verranno chiarite), esistono altri alberi molto longevi che meritano una menzione speciale.

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    caption:Foresta a nord del monte Miyanoura, Yakushima, Giappone.

    È una conifera scoperta nel 1968 ad un’altitudine di 1300 metri. Rappresenta uno degli alberi più imponenti del Giappone (altezza di 25,3 metri e circonferenza del tronco di 16,4 metri), tanto che il luogo dove sorge è stato proclamato dall’Unesco Patrimonio dell’umanità. Non rientra in classifica a causa di troppa incertezza sull’età: alcuni studiosi sostengono abbia circa 2100 anni, altri 5000 e altri ancora 7200, perciò può risultare più vecchio ma anche più giovane di altri sopra descritti.

    CASTAGNO DEI CENTO CAVALLI

    caption:Parco dell’Etna, Catania, Sicilia, Italia.

    Grazie ad una misurazione del 1780 che stabilì sui 58 metri circa la circonferenza dell’intero corpo della pianta, il maestoso castagno entrò nel Guinnes dei Primati. Il nome deriva da una leggenda che racconta della regina Giovanna d’Aragona con cento cavalieri e cento cavalli che, per ripararsi da un temporale, riuscirono a riunirsi tutti sotto l’enorme chioma del castagno. Secondo molti botanici ha tra i 2000 e i 4000 anni; anche in questo caso un’approssimazione troppo larga dell’età non consente di dargli un posto in classifica.

    QUERCIA DI ABRAMO

    caption:Valle di Mamre, vicino a Hebron, Cisgiordania.

    Adorata da secoli, la quercia di Abramo, sorge nel luogo dove i tre angeli avrebbero promesso un figlio ad Abramo, padre fondatore di Israele (L'apparizione di Mamre, Genesi, Capitolo 18). L’età di questa quercia del monte Thabor (chiamata anche La Quercia di Sibta) è stabilita attorno i 5.000 anni, e si pensa possa essere l’esemplare superstite di una foresta che un tempo ricopriva l’intera regione. La leggenda narra che la pianta morirà prima dell’arrivo dell’Anticristo. È posta fuori classifica per il suo stato di salute precario: il tronco principale si è seccato nel 1996, due anni dopo è spuntato un nuovo ramo ma non si può parlare ancora di effettiva ripresa. 

    THE SENATOR

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    caption:Big Tree Park, Longwood, Florida, Stati Uniti.

    Il Senatore era il più vecchio cipresso calvo della Florida (chiamato così perché in autunno perde gli aghi), dell’altezza di 38 metri e diametro di 5,3 metri. Sì, avete capito bene, era il più vecchio : purtroppo il 16 Gennaio 2012 è stato distrutto da un incendio. Il magnifico albero merita di essere ricordato insieme a tutti gli altri, perché solo poco tempo fa, coi suoi 3500 anni sarebbe entrato a tutti gli effetti in classifica.

    CASI SPECIALI

    È quasi da non credere ma nel nostro sorprendente pianeta esistono piante ancora più antiche di quelle citate, ma troppo particolari per rientrare nella stessa classifica. Sono le cosiddette piante con riproduzione vegetativa clonale (che non necessita di organi maschili e femminili come succede per gli alberi precedenti), una forma di propagazione asessuata che avviene naturalmente in organismi vegetali capaci di produrre uno o più cloni dello stesso individuo.

    Tra i vegetali clonali, i più longevi scoperti fino ad oggi sono i seguenti: 

    Old Tjuikko

    caption:Fulufjällets National Park, Svezia.

    Old tjuikko è stato scoperto dal professore di geografia fisica Leif Kullman (dell’ Università svedese di Umea) che gli ha dato questo nome in ricordo del suo cane.Si tratta di un esemplare di abete rosso norvegese che per millenni è rimasto un arbusto. Il tronco ha solo 600 anni e nel secolo scorso, con il riscaldamento globale della Terra, è cresciuto molto, diventando un albero alto 5 metri. Dopo varie analisi delle radici col metodo del carbonio-14 in un laboratorio di Miami in Florida, si è giunti a decretarne la straordinaria età di 9556 anni! In pratica ha messo radici verso la fine dell’ultima era glaciale. È sopravvissuto nei millenni grazie ai processi di propagazione clonale secondo i quali, se rimane vivo l’apparato radicale, può avvenire lo sviluppo di un nuovo tronco anche dopo la morte del vecchio. L'identità del campione analizzato è mantenuta segreta.

    Jurupa

    caption:Contea di Riverside, California, Stati Uniti

    È un’insolita quercia, scoperta nel 2009 da ricercatori dell’università di Davis, che si trova su una collina della California e ha la bellezza di 13000 anni. Attraverso lo studio degli anelli di crescita si stima che cresca molto lentamente, circa 1,2 millimetri l’anno. Appartiene alla specie Quercus palmeri ed è stata chiamata Jurupa dal nome del territorio in cui si trova, cioè i rilievi omonimi della contea di Riverside. Unica nel suo genere si compone di tanti arbusti, tutti cloni l’uno dell’altro che producono ghiande sterili. Test sulla genetica confermano che il gruppo di cloni abbia avuto origine da un singolo individuo iniziale. Copre una larghezza di circa 25 metri e si sviluppa tra rocce di granito, confondendosi con la macchia tipica dei deserti nordamericani. Questo strano modo di crescere le ha permesso di sopravvivere nei millenni alle più svariate situazioni climatiche: gelo, siccità, incendi, tempeste e forti raffiche di vento.

    Lomatia Tasmanica

    caption:Isola di Tasmania, Australia.

    È chiamata anche L’agrifoglio del re: un agglomerato di cespugli che a prima vista sembra una comunità di individui distinti e invece, dopo analisi del DNA, è stato accertato che si tratta di un unico individuo che si sviluppa per oltre 1 km. Alcuni botanici australiani sostengono sia l’essere vivente più longevo della Terra, dalla stupefacente età di 43600 anni! Ciò significa che era già in vita prima dell’ultima era glaciale. La datazione è stata stabilita analizzando un fossile dello stesso esemplare rinvenuto in zona. È conosciuta come una pianta dalla fibra forte, ma anche gli individui clonali col tempo si degradano; in questo caso si crede abbia giocato in positivo il fatto che cresca in una terra isolata e tranquilla, distante dalla civiltà.


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    Un ambiente profumato nel modo giusto può avere effetti molto positivi sul nostro spirito, rilassare, darci vitalità ed energia, rendere più piacevole ed ospitale il luogo in cui viviamo o lavoriamo.

    I profumatori in commercio hanno spesso una lista ingredienti lunga e complicata, contenente elementi che non sempre ci fanno bene come crediamo. Ma perché ricorrere a prodotti chimici se la Natura ci offre una magnifica varietà di essenze profumate?

    Consapevole di ciò, Biofficina Toscana, azienda toscana a km 0, ha prodotto, secondo i principi della cosmesi ecobio, una linea di profumatori naturali aromaterapici, in grado di influenzare positivamente il nostro stato emotivo.
    Si tratta di diverse sinergie di oli essenziali per associarel’aroma giusto ad ogni momento della giornata.

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    Per rilassarci, Biofficina Toscana, che coltiva, raccoglie e lavora gli ingredienti naturali dei suoi prodotti entro un raggio di pochi chilometri, ed utilizza per i suoi prodotti pregiate materie prime toscane selezionate, reperite e lavorate in esclusiva, ha studiato sinergia rilassante, con oli essenziali di lavanda ed arancio, e sinergia rasserenante per bambini, senza allergeni. Per una carica di vitalità propone gli oli di limone, menta e rosmarino della sinergia energizzante e sinergia purificante per purificare ambienti come bagni e cucine da odori poco gradevoli, per luoghi pubblici ed uffici.

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    Biofficina Toscana, con esperienza pluriennale nel settore della cosmesi bio, utilizza per i suoi prodotti e per i profumatori aromaterapici, solo materie prime naturali e di ottima qualità, conformi allo standard ecobio.

    Scopri il punto vendita più vicino


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    Il gres porcellanatoè ceramica dalla struttura estremamente compatta. È proprio dalla compattezza che derivano le sue più importanti qualità: l’eccezionale resistenza e la porosità così bassa darenderlo impermeabile all’acqua, agli acidi e allo sporco. 

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    IL PROCESSO PRODUTTIVO DEL GRES PORCELLANATO

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    Il gres porcellanato, solitamente disponibile sotto forma di piastrelle, si ottiene da argille ceramiche, sabbia e altri materiali naturali che vengono macinati molto finemente prima di essere pressati e cotti a temperature comprese tra i 1150 ed i 1250 °C.

    I forni per la cottura del gres porcellanato si estendono in lunghezza e raggiungono i 140 metri. È al loro interno che avviene la ceramizzazione, anche detta greificazione dell’impasto, che lo rende così compatto, resistente, impermeabile e durevole.  

    Il riscaldamento del materiale nei forni ne causa il restringimento. È per questo che le piastrelle, al termine della cottura, devono essere rettificate prima di essere separate per classi di omogeneità.

    LE CARATTERISTICHE DEL GRES PORCELLANATO

    Le caratteristiche del gres porcellanato sono diverse, derivanti dalla qualità dei materiali con cui viene realizzato, dal processo di realizzazione e dalla sua compattezza.

    Resistente alle abrasioni

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    Il gres porcellanato è resistente alle abrasioni, ovvero all’usura dovuta al contatto. È un materiale che resiste molto bene al calpestio e non si graffia se urtato da un corpo anche più duro di lui. Per questo motivo è indicato non solo per interni, ma anche per esterni e perfino in zone ad elevata densità di traffico pedonale.

    Impermeabile 

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    Una struttura vetrificata con un basso grado di porosità garantisce un tasso di assorbimento acqua molto basso. Le norme UNI (UNI EN 176 ISO BI) definiscono infatti “porcellanato” la ceramica che possiede un coefficiente di assorbimento all'acqua minore dello 0,5%.

    Pulito e facilmente pulibile

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    La struttura poco porosa, caratteristica del gres porcellanato, ne fa un materiale pulito, che non si macchia facilmente perché non assorbe lo sporco. La sua superficie compatta lo rende anche facilmente pulibile. Seppure suggeriamo di utilizzare sempre detersivi naturali, la pulizia del gres porcellanato con detergenti chimici non lo danneggia perché il materiale non assorbe acidi, che ne potrebbero ridurre l’aspettativa di vita.

    Resistente al fuoco ed ingelivo

    Il gres è insensibile agli sbalzi di temperatura. Caratterizzato da una porosità (e quindi da un valore di assorbimento di acqua) praticamente nullo, il gres non gela. E’ quindi adatto ad essere posato all’esterno, anche in condizioni climatiche particolarmente avverse, e all’interno, su superfici a contatto con i fornelli e pentole calde. In caso di incendio inoltre, non brucia né produce gas o fumi tossici.

    Inalterabile nel tempo 

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    La sua eccezionale resistenza alle abrasioni, agli agenti atmosferici e al fuoco e l’impermeabilità rendono il gres porcellanato un materiale quasi inalterabile nel tempo. Caratteristica che ne fa un investimento conveniente. 

    Ecologico

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    I materiali che compongono il gres porcellanato sono naturali e, data le sue caratteristiche, non necessita di impermeabilizzanti chimici, vernici o resine che lo renderebbero dannoso. Non sprigiona radon né altri gas nocivi e a contatto con fonti di calore (quali fuoco, pentole o fornelli) non emette gas tossici. Le aziende produttrici più attente possono ottenere le certificazioni UNI EN ISO 14001 e EMAS relative all'ecogestione. Alcune hanno brevettato piastrelle che, grazie ad un sottile strato di biossido di titanio, sfruttano il processo di fotocatalisi per rendere il materiale antinquinante ed antibatterico.

    Tra le aziende che da oltre un secolo si dedicano al settore della ceramica, Marca Coronaè tra le più innovative, con tecnologie sempre più avanzate che si trasformano in collezioni dal grande contenuto stilistico e di design.


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    La città di Bolzano ha completato, dal 2009 al 2012, un intero quartiere ecosostenibile, l'ecoquartiere Casanova. Gli edifici residenziali del quartiere, che ospitano 3000 persone in circa 950 appartamenti, sono tutti certificati in classe A dall’Agenzia CasaClima. Il quartiere è stato progettato secondo i più elevati standard di comfort abitativo e risparmio energetico utilizzando tecnologie quali impianti fotovoltaici, ventilazione controllata, solare termico integrato con il riscaldamento. Eppure, dalla comparazione dei dati di progetto e quelli reali, è evidente che a fare la differenza nei consumi sia proprio la "variabile utente".

    CONSUMI: IL PROGRAMMA SVIZZERO PER IL RISPARMIO ENERGETICO

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    LE LAMENTELE DEGLI INQUILINI

    A seguito di alcune lamentele da parte degli inquilini dell'ecoquartiere Casanova in merito a consumi e costi elevati delle loro abitazioni, l’EURAC, Istituto per le energie rinnovabili di Bolzano, ha monitorato gli edifici e ha valutato così i risultati del campo dell'edilizia sostenibile.

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    I DATI RILEVATI DA EURAC

    I parametri analizzati da EURAC riguardano il consumo di energia elettrica, di acqua calda sanitaria, il fabbisogno di energia per il riscaldamento, il comfort abitativo e la qualità dell’aria. Dai dati confrontati di fabbisogno di energia primaria dei vari plessi del quartiere è già visibile come alcuni complessi presentino consumi nettamente superiori, persino doppi, rispetto agli analoghi edifici vicini. Analizzando più a fondo i singoli parametri si evidenziano diverse caratteristiche di consumo per i diversi complessi residenziali.

    L'acqua calda sanitaria

    Per quanto riguarda il consumo di acqua calda sanitaria si passa da edifici che consumano l’11% in meno del fabbisogno di progetto ad altri che invece consumano quasi il 65% in più del previsto.

    L'energia per il riscaldamento

    Per il fabbisogno di energia dovuta al riscaldamento la situazione è ancora più variegata: condomini virtuosi consumano il 20% in meno del fabbisogno di progetto, mentre la maggior parte purtroppo consuma molto di più, fino a oltre il 150% in eccesso.consumi-quartiere-casanova-d

    L'energia elettrica

    Anche nell’ambito del consumo di energia elettrica si riscontra un comportamento molto diverso dei diversi edifici residenziali, anche se aventi caratteristiche tecniche, costruttive e abitative molto simili.

    LE CAUSE E LA “VARIABILE UTENTE”

    A fronte quindi di risultati poco incoraggianti dal punto di vista dei consumi l’EURAC ha condotto ulteriori analisi e considerazioni per identificare quale sia la causa di queste differenze tra consumi reali e consumi stimati da progetto.

    Dopo aver valutato eventuali difetti tecnici e costruttivi degli appartamenti, che non sono risultati tali da giustificare gli scostamenti descritti, lo studio si concentra sulle altre variabili che influenzano i consumi e in particolare su temperatura interna, regolazione degli impianti, abitudini degli inquilini in merito alla ventilazione degli ambienti, scelta dei piani cottura a metano.

    Si riscontra così come la sola temperatura interna sia responsabile dei maggiori scostamenti di consumo. A fronte di una temperatura interna di progetto di 20°C, in alcuni appartamenti la temperatura interna rilevata è stata di 23°C. Ogni grado in più di temperatura da mantenere provoca un consumo di circa il 10% in più.

    Anche la regolazione dei termostati di controllo innalza il consumo: in alcune abitazioni le valvole dei termo arredi del bagno sono risultate sempre aperte inficiando così la funzione del termostato di bloccare l’afflusso di calore a temperatura raggiunta.

    Altre cause di consumi elevati sono l’arbitraria apertura dei serramenti anche in presenza di ventilazione meccanica in funzione e l’installazione di piani cottura a metano che richiedono quindi fori costituenti perdite di calore non previste dal calcolo CasaClima.

    Da questo studio emerge come la “variabile utente” sia la maggior responsabile dello scostamento dei consumi reali rispetto a quelli previsti in questo quartiere ecosostenibile. Si sottolinea comunque come, a fronte di queste differenze, il quartiere risulti complessivamente più efficiente di quartieri analoghi costruiti con tecnologie tradizionali.


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    Una ricerca finanziata dalla Swedish Strategic Foundation (SSF), condotta in collaborazione con il Politecnico di Torino, e pubblicata su Nature Nanotechnology, ha portato alla luce le notevoli caratteristiche della nanocellulosa, sottoforma di schiuma dalle straordinarie proprietà isolanti ed ignifughe, di gran lunga superiori ai più tradizionali materiali in uso. 

    MATERIALI INNOVATIVI: L'ISOLANTE RIFLETTENTE, DALLO SPAZIO ALLE NOSTRE CASE

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    IL MATERIALE DEL FUTURO?

    Il processo con il quale è stata studiato il materiale si chiama "freezecasting", ovvero la combinazione di sospensioni di nanocellulosa, ossido di grafene e nanoparticelle di sepiolite,tutti materiali rinnovabili, che ha permesso la produzione di schiume ultra-leggere, dalle capacità isolanti in netto contrasto con le proprietà dei materiali tradizionali per l'edilizia, i quali statisticamente risultano essere, spesso e malvolentieri, la causa principale dei roghi nelle abitazioni. Inoltre, a differenza di molti prodotti in commercio le schiume isolanti di nanocellulosa non risultano essere tossiche, poiché prive di additivi per la protezione dal fuoco, ottenendo così un ulteriore riconoscimento alle sue prestazioni “green”.

    Il processo di produzione inizia con una pasta fibrosa vegetale, la quale viene sottoposta ad omogeneizzazione ad alta pressione, privata delle impurità e lavorata fino ad ottenere le fibre di cellulosa; il prodotto finale, modellabile con facilità ed estremamente flessibile, stupisce per la sua incredibile robustezza, otto volte maggiore, se sottoposta a trazione, di quella riscontrata nell'acciaio.

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    La sua versatilità garantisce innumerevoli applicazioni: ad esempio, nella produzione della carta e del cartone, può essere utilizzata come agente di rafforzamento, nei rivestimenti dell'imballaggio alimentare può essere impiegata come materiale da protezione contro l'ossigeno, il vapore acqueo, il grasso e l'olio.


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    Quale è il ruolo dell'architetto e dell'architettura? La sfera interessata dal loro agire è limitata a un piccolo intorno di addetti ai lavori, oppure abbraccia uno spettro più ampio, un cosmo costituito da variazioni culturali e sociali? Fino a che punto l'architettura può fingere di non vedere ciò che la circonda?

    Provare ad andare oltre alle tradizionali relazioni di causa ed effetto tra forma e funzione è interessante. Allargare ancora di più il campo visivo (così da abbracciare altre aree del sapere) e prendere spunto, ad esempio dalla filosofia, può essere molto utile e aiuta a guardare con più ottimismo al futuro delle nostre città.

    In copertina: Jean Nouvel, Reina Sofia a Madrid. Incurante di ascoltare la melodia nella quale dovrà inserire il progetto. Inizia un assolo che è totalmente fuori tonalità. Il tentativo della piazza è fallito. L'origine di tale fallimento è da ricercarsi probabilmente nella sezione dell'edificio in rapporto allo spazio esterno/pubblico/piazza. Lo studio della sezione permette di capire che mancano le funzioni che permetterebbero la creazione di un filtro tra pubblico e privato, generando un naturale sfruttamento della piazza, invece deserta.

    Architettura e sociologia: UOMO E SPAZIO URBANO

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    ARCHISTAR O MESTIERANTI?

    Lo stile gioca nell'architettura un ruolo particolarissimo che nelle altre arti non ha. Nelle altre arti lo stile dipende semplicemente dall'artista: egli decide […] per sé e davanti a sé. Il suo stile non deve né può dipendere da nessun altro se non da se stesso. Ma nell'architettura questo non accade […]. La ragione è ovvia: l'architettura non è, non può, non deve essere un'arte esclusivamente personale. È un'arte collettiva. L'autentico architetto è un intero popolo. Esso fornisce i mezzi per la costruzione, ne indica lo scopo e la rende unitaria. Si immagini una città costruita da architetti “geniali”, che operano però ognuno per conto proprio con un diverso stile personale. Gli edifici potranno anche essere magnifici presi singolarmente, ma l'insieme risulterà bizzarro e intollerabile. Un tale insieme metterebbe fin troppo in risalto, quasi gridandolo, un elemento di tutte le arti a cui non si è prestata troppa attenzione: il capriccio. Il capriccio si manifesterebbe in modo cinico, nudo, indecente, intollerabile […] nelle sue linee [dell'edificio N.d.A] ci sembrerebbe di vedere l'impertinente profilo di un signore a cui “è venuta voglia” di farlo così.

    Ciò gli impone [all'architetto N.d.A] di sottomettersi a determinate esigenze, a determinati principi che non possono né devono essere esclusivamente suoi. L'architettura non esprime come le altri arti sentimenti e preferenze personali, ma precisamente stati d'animo e intenzioni collettive. Gli edifici sono un'immensa espressione sociale.

    José Ortega y Gasset

    Per il filosofo spagnolo, l'architetto - accostato ad un'artista -, è quindi un organo della vita collettiva e non può essere altrimenti.

    Quando l'architettura dimentica di essere espressione della collettività, viene a mancare l'armonia tra gli spazi che la accolgono e la circondano; diventando una nota stonata all'interno della città - il suo spartito - si perde la melodia. La dissonanza o l'imprevisto sono i benvenuti in architettura, perché contribuiscono ad attirare l'attenzione dello spettatore, stimolandone le emozioni ma, come magnificamente espresso da Ortega, sempre facendo molta attenzione a che non diventino puro “capriccio”. Nella musica o nel mondo del design le variazioni armoniche possono emozionarci: Chris Bangle, responsabile del design BMW fino al 2009, sostiene che l'imprevisto, ben ponderato, permette di far nascere in noi il “senso” del bello. Come se, seguendo con i nostri occhi una morbida e semplice linea, riuscissimo ad apprezzarne ancor di più la  sinuosità nel momento in cui una decisa interruzione, un taglio improvviso, la interrompessero, obbligando il nostro sguardo a riflettere su quanto fosse bella!

    L'architettura quindi, così come l'arte, può avere l'ambizione di tirar fuori l'io interiore di ogni persona, non solo dell'autore/progettista ma anche dello spettatore, del cittadino.

    caption:Mario Botta, Museum of Modern Art, San Francisco

    Ogni cosa concreta è costituita da una somma infinita di relazioni e l'architettura non può sfuggire da questa regola e deve ricercare le relazioni che ne permettono la sua realizzazione, non solo quella materiale ma anche sociale.

    Ricollegandosi alle parole di Ortega, l'architetto dovrebbe sempre avere ben impresso nella mente che "gli edifici sono un'immensa espressione sociale" e da qui dovrebbe partire, lasciando a saltuari “momenti”, singole dissonanze, l'impertinenza di fare come un signore a cui "è venuta voglia" di farlo così.

    Purtroppo oggi, senza entrare nel merito della genialità o meno di molti progetti (che portano la firma di nomi altisonanti), a noi - i cittadini - non rimangono che i lunghi capricci di questi architetti, desiderosi di lasciare impresso il loro segno, positivo o negativo che sia.

    I loro progetti urlano a gran voce che l'unico loro fine è quello di distinguersi. Chiassosi e il più delle volte fuori scala, non solo dimensionalmente ma sopratutto, “stonati” rispetto al contesto. I loro ideatori non se ne curano, fieri si difendono dietro alla sempreverde giustificazione del non essere compresi dagli “altri”, cioè i cittadini. “Altri” che quindi non rientravano tra le relazioni di loro interesse, considerati alla stregua di una massa informe, incapace di intendere e volere.

    caption:Jean Nouvel, Torre Agbar e Norman Foster, 30 St Mary Axe - soprannominato The Gherkin

    A noi non resta che provare a vivere queste “grida nella città”, tentando faticosamente di adattarci a quanto ci è stato imposto dalla volontà di mestieranti, a cui non possiamo certamente negare la capacità di sostenerne l'illusione con grazia magistrale. Inermi e impotenti dobbiamo essere testimoni di questi vuoti esercizi di stile, e assistere all'inconcepibile contributo che forniscono per la vertiginosa rovina delle nostre città, già da tempo impegnate a risolvere i problemi della barbarie nella quale sono avvolte, ritenuta superata da secoli ma, in realtà, sempre più viva sotto i nostri occhi.

    caption:Cleveland Clinic Lou Ruvo Center For Brain Health, Nevada

    Tutto questo ha forti ripercussioni nella vita delle persone, perché troppo spesso il chiasso generato non è una semplice dissonanza formale ma, sopratutto, concettuale, che altera i delicati equilibri degli spazi urbani, fino a diventare, in alcuni casi, una gigantesca barriera invalicabile, senza soluzione di continuità.

    Non rimane che augurarsi il sorgere di nuove proposte e nuove riletture del tessuto urbano, seguendo un nuovo fabbisogno, quello della socialità. L'Architettura (qui con la lettera maiuscola) è un capitale sociale e durante il suo processo di realizzazione necessita del coinvolgimento di tutti gli attori interessati, tramite una visione a largo spettro che generi approcci collaborativi. Progetti che considerino prioritari gli spazi interstiziali – gli unici che realmente parlano la stessa lingua dell'uomo – e mirino a incrementare la permeabilità degli edifici, favorendo allo stesso tempo la rigenerazione di relitti di una città martoriata da un virus che fatica a essere sconfitto: l'ego dell'architetto. Pescando a caso tra i risultati - pessimi - dell'architettura contemporanea, verrebbe da dire che di una società che sappia leggere e scrivere ce ne facciamo poco tutti.


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    La collaborazione tra lo studio britannico Orkid Studio e la comunità di Kikuyu, vicino Nakuru in Kenya, ha dato vita ad un importante progetto di edificio passivo, costruito con la tecnica delle earthbags, in sole otto settimane; la casa ospiterà l’orfanotrofio locale, consentendo a giovani e giovanissimi bambini di vivere in condizioni più salutari e godere di spazi vitali, finora fortemente insufficienti.

    AFRICA: L'ORFANOTROFIO ISPIRATO ALL'ARCHITETTURA TRADIZIONALE DEL MALI

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    Lo studio britannico, insieme alla comunità del luogo ed un gruppo di studenti del Regno Unito, ha realizzato l’intero progetto, con grande cura dell’aspetto ambientale ed il benessere dei giovani ospiti: l'orfanotrofio passivo è rivestito in legno riciclato, un prodotto di scarto dalla lavorazione dell'impiallacciato; è stata messa a disposizione acqua corrente, attraverso un sistema che combina la raccolta dell'acqua piovana e la rete idrica. 

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    LA SCELTA DELLA TECNICA DELLE EARTHBAGS

    L’area di Nakuru è notevolmente popolata da case in pietra e cemento, molti delle quali sono ormai abbandonate, poichè i proprietari faticano a finanziare i materiali per il completamento. Il centro di St Jerome, costruito con il metodo delle earthbags, utilizzando le grandi quantità di suolo generato dagli scavi di fondazione, è la risposta passiva al degrado dell’architettura locale. Il terreno, che ha circa il 20% il contenuto di argilla, viene confezionato in sacchi di grano, mentre con i mattoni di grandi dimensioni sono erette pareti resistenti di contenimento, capaci di assorbire efficacemente il calore del sole, aiutando a regolare le temperature durante le notti più fredde.

    L'IMPORTANZA DELLO SPAZIO VITALE

    Una delle principali sfide del team di architetti era sicuramente quella di dare nuova forma ed estetica al tipico orfanotrofio africano, dove i bimbi sono soliti dormire in grandi camerate, con poco spazio dedicato alle attività collettive; al St Jerome, ogni stanza è destinata al massimo a quattro ospiti, le aree comuni sono ampie e luminose. È stato previsto anche uno spazio dedicato alle attività ricreative, sia all'aperto che al chiuso, dove poter giocare, ma anche studiare, leggere o semplicemente rilassarsi.

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    Nel cuore del Salento, a Sogliano Cavour, provincia di Lecce, gli architetti Ludovica e Roberto Palomba hanno realizzato la loro casa per le vacanze. Non si tratta di un edificio costruito ex-novo, mimetizzato nel contesto e inserito in un uliveto, però con le olive ha qualcosa in comune. Il progetto, infatti, consiste nella trasformazione di un antico frantoio del 1600 caratterizzato da alti soffitti con la tradizionale volta a stella e da pavimenti in pietra.

    CASE PER VACANZE: UN TEMPO ERA UN RIFUGIO PER PASTORI

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    IL RECUPERO DEL VECCHIO FRANTOIO

    L’abitazione è parte integrante di un’anonima via ed è accostata alle altre costruzioni che si susseguono. Una volta oltrepassata la porta d’ingresso e percorsi alcuni gradini del vecchio frantoio, un ambiente a cielo aperto accoglie l’ospite e lo catapulta in un altro fantastico mondo: la vita chiassosa della strada, attutita dal muro perimetrale, viene lasciata alle spalle e ci si trova immersi in un labirinto di 400 mq disposti su vari livelli.

    caption:© Max Zambelli

    La sfida del progetto è stata quella di trasformare un edificio produttivo in una casa: le varie stanze, dalle altezze considerevoli, perché ospitavano i macchinari tecnici, e caratterizzate dagli spessi muri in pietra leccese, si susseguono senza soluzione di continuità. Dove è stato possibile sono state effettuate delle aperture per permettere alla luce di entrare: gli ambienti in origine in penombra si sono mostrati in tutta la loro bellezza rustica e gli arredi inseriti, anche se dalle linee moderne, sembrano essere nati per stare in questi maestosi spazi. Inoltre, tutti i serramenti, interni ed esterni, e alcune lampade in ferro sono stati realizzati dagli artigiani del posto.

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    La manodopera locale ha giocato un ruolo fondamentale: sono bastati, infatti, solamente 5 mesi e 5 visite al cantiere per vedere ultimata la trasformazione dell’antico frantoio con cura e attenzione al dettaglio per non tradire l’antica vocazione del luogo.


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    Nulla come una corretta illuminazione riesce ad enfatizzare i più begli angoli della nostra casa, personalizzare un ambiente per adattarlo al nostro stile, rendere più piacevoli le ore di studio e di lavoro. Gli apparecchi illuminanti poi, arricchiscono, personalizzano, colorano e svolgono un ruolo fondamentale nell’arredamento.

    Lo sa bene l’architetto e designer Alessandro Mendini, ex direttore di Casabella, Modo e Domus, che ha disegnato oggetti entrati a far parte della storia del design contemporaneo, come la lampada Amuleto di Ramun, esposta in uno dei musei di arte contemporanea più famosi al mondo: la Moderne Pinakothek a Monaco, in Germania. 

    AMULETO, LA LAMPADA PORTAFORTUNA

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    Nella lampada Amuleto i tre elementi circolari rappresentalola triade del sole, la luna e la terra. Il disco superiore illuminato a led rappresenta il sole, la parte centrale, che funge da snodo, la luna, mentre la base, su cui la lampada si poggia, rappresenta la terra. Una geometria semplice, che consente alla luce di essere orientata in qualsiasi direzione.

    Quest’oggetto di design con una corona luminosa a mo’ di aureola, è stato idealmente progettato per proteggere la vista di studenti, designer ed architetti al lavoro, accompagnandoli, proprio come un amuleto porta fortuna, verso la realizzazione dei propri sogni. 

    CAMPANELLO

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    Lo stesso designer Alessandro Mendini ha disegnato per Ramun Campanello: un oggetto piccolo e curioso, dinamico, con cui interagire. Se acceso crea una particolarissima atmosfera romantica, perché illumina come una candela. La luce interna, riflessa sul corpo trasparente con diverse angolazioni, dà vita ad un’affascinante aurora sulle superfici intorno alla lampada.

    Per l’atmosfera che ricrea è perfetto come lampada da tavolo, da utilizzare per le cene sia in casa che in locali commerciali: i commensali, attratti da questo insolito oggetto vengono coinvolti nel piacere di usarlo. Al click, la piccola statuetta suona come un campanello, richiamando il cameriere al tavolo.

    Trovi i prodotti Ramun su LOVETheSIGN


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    In Giappone, nella città di Tokyo e nelle vicine Nerima e Saitama, sono sorti negli ultimi quattro anni quattro edifici che si propongono di reinventare il tipo architettonico della “banca”

    I progetti, tutti realizzati dall’architetto Emmanuelle Moureaux, dell’omonimo studio architettonico e commissionati dalla “Sugamo Shinkin Bank”, si distinguono tra loro per le diverse soluzioni estetiche adottate, mantenendo in comune la varietà di colori che rappresenta uno degli elementi distintivi dello stile dell’architetto.

    La prime due banche sono state costruite a Tokiwadai e Shimura, nella prefettura Itabashi di Tokyo.

    In copertina: banca a Saitama.

    LA BANCA ETICA DI PADOVA FIRMATA DA TAMASSOCIATI

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    BANCA A TOKYO TOKIWADAY

    Il primo edificio realizzato nel 2010 è contraddistinto da pattern interni ed esterni all’edificio basati su alberi e foglie stilizzati immersi in un monolitico blocco bianco, spezzato dai vivaci colori che incorniciano i volumi contenenti le finestrature.

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    BANCA A TOKYO SHIMURA

    La seconda realizzazione, risalente al 2011, si differenzia esternamente per via di una serie di piani asporgenza variabile, variamente colorati ed illuminati nelle ore buie. All’interno della banca l’illuminazione privilegiata è quella naturale, ottenuta da ampie aperture vetrate al piano terra e dei pozzi luce ellittici che attraversano interamente i tre piani di cui è composto l’edificio e favoriscono al contempo la ventilazione naturale.

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    BANCA A NERIMA

    La costruzione della terza banca a Nerima, nel 2012, abbandona il concetto dei piani orizzontali in facciata a favore di una soluzione verticale, composta da alti pali variopinti che delimitano il perimetro dell’edificio e suggeriscono l’idea del bambù, elemento verde ampiamente utilizzato per l’arredamento interno della banca.

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    BANCA  A SAITAMA

    Nel suo ultimo progetto, l’architetto riprende gli elementi estetici che caratterizzano i precedenti tre edifici: il colore, stavolta proposto in facciata tramite volumi cubici a sbalzo; l’uso persistente del legno nella pavimentazione, materiale che infonde un senso di calore e comfort maggiore rispetto ai classici marmi solitamente impiegati nelle banche; l’uso del verde, sfruttando in questo caso i contenitori cubici della facciata come vasi per fiori e piccoli arbusti. La luminosità anche in questo caso è un altro elemento importante, anche se a differenza dei precedenti lavori è proposta in maniera meno massiccia, ma più dinamica, utilizzando alcune facce dei cubi in facciata come finestre.

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    Il recente completamento della Sugamo Shinkin Bank a Saitama nel 2014, chiude, almeno per ora, l’elenco di queste particolari banche, il cui motto non a caso è “We take pleasure in making happy customers”.

    L’architettura di Emmanuelle Moureaux infatti infonde un senso di vivacità, non suggerisce certo l’idea di una banca, tanto che l’obbiettivo è proprio quello di slegare la naturale associazione visiva e psicologica che la banca infonde al cliente: solitamente vista come “fredda”, introversa e rigida. Per raggiungere questo risultato più apprezzato dal cliente i materiali (in particolare il legno), la luce ed il verde giocano un ruolo fondamentale, unito al sapiente utilizzo dei colori infonde infatti un’atmosfera più gradevole in un edificio che storicamente non si presenta mai in maniera così energica e vitale.

    Nel complesso, le soluzioni proposte dall’architetto francese si allineano con quella che è ormai la sua firma ed il suo modo di vedere l’architettura. La scelta nell’affidare i progetti ad Emmanuelle Moureaux non è certo casuale, e se l’intento di chi ha commissionato i progetti era quello di dare un nuovo volto al concetto architettonico di banca, più vivace, meno impersonale e rigido, l’obbiettivo è stato senza dubbio raggiunto.


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    2014, Naruku, piccola cittadina del Kenya. I lavoratori delle periferie agricole sono stati coinvolti nel processo di costruzione partecipata di una casa famigliache accoglie i bambini svantaggiati e abbandonati della zona. La tipologia di orfanotrofio tipica del luogo, e più in generale di tutto il continente nero, consiste in grandi stanzoni-dormitorio dove i bambini sono accolti numerosissimi, spesso non potendo disporre di adeguati spazi ricreativi adeguati alla loro crescita, né allo studio né al riposo.

    AFRICA: UNA SCUOLA ELEMENTARE PER AIUTARE LA COMUNITÀ

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    LA TECNICA EARTHBAG PER COSTRUIRE L'ORFANOTROFIO

    A differenza dei comuni edifici della zona, solitamente eretti in pietra e cemento, che si presentano spesso ancora in fase di costruzione a causa delle difficoltà dei proprietari a reperire i fondi necessari a completarli, l’orfanotrofio di Naruku è in terra locale. Il materiale da costruzione è stato ricavato dagli scavi effettuati per strutturare le fondazioni, i servizi igienici e la grande vasca destinata allo stoccaggio dell’acqua piovana. La tecnica costruttiva delle Earthbag si basa su una materia costruttiva chiamata appunto earthbag, che contiene argilla per il 20%, è stata confezionata in grandi sacchi (abitualmente impiegati per il trasporto del grano) disposti a filari orizzontali sfalsati, come in un tradizionale muro di mattoni, a costituire spessi muri portanti. Essi, grazie alla grande capacità di assorbimento del calore diurno, funzionano da accumulatori di calore e sono in grado di regolare la temperatura degli ambienti interni. Il rivestimento è costituito di elementi lignei, il cui materiale è un sottoprodotto del processo di impiallacciatura solitamente inutilizzato perché inteso come scarto. Infine, un sistema di raccolta dell’acqua piovana costituisce l'unica fonte di approvvigionamento di acqua corrente pulita. Nel St Jerome’s Centre ogni stanza è ampia e luminosa e può ospitare 4 bambini al massimo, gli spazi per le attività comunitarie sono numerosi così come non mancano ambienti raccolti destinati allo studio individuale e al relax.

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    Il caso di Naruku costituisce un’esperienza di costruzione partecipata in uno dei paesi più poveri del mondo: Orkistudio, l’organizzazione umanitaria anglosassone che ha curato il progetto in ogni sua fase, opera con la convinzione che il processo di progettazione e costruzione potrebbe costituire un potente strumento di trasformazione sociale e di coinvolgimento delle persone attraverso la condivisione di capacità e conoscenze. Al cantiere hanno partecipato infatti non solo lavoratori locali (e non solo di sesso maschile ma anche femminile, ugualmente retribuiti, il che costituisce una vera novità per i costumi locali), ma anche studenti delle facoltà di architettura provenienti da diverse università inglesi. Uno scambio di conoscenze e di esperienze che ha avuto una durata complessiva di 8 settimane ed un costo di 50.000 sterline, ma soprattutto che ha regalato alla cittadina africana il suo primo vero orfanotrofio ecosostenibile.

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    La canna palustre è un materiale naturale che si ricava dalle piante site nelle aree di palude e lungo i corsi d’acqua, i laghi e i canali. Questa graminacea è presente in Italia lungo il corso del Po, sulle coste dell’alto Adriatico, negli stagni del Campidano, nella Maremma toscana, ambienti nei quali contribuisce alla ricchezza della biodiversità e a strutturare complessi sistemi ambientali. Ma soprattutto dove ha dato vita, nel corso dei secoli, a tipologie costruttive, oggi scarsamente conservate in edilzia, che costituiscono preziose testimonianze di una cultura del costruire strettamente legata alle risorse locali.

    LE PROPRIETÀ ECOLOGICHE DELLA CANNA COMUNE

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    GLI UTILIZZI DELLA CANNA NELLA STORIA

    I due tipi di canna più diffusi ed utilizzati sono la canna palustre e la canna comune (arundo donax) che possono vivere in contesti ambientali differenti o anche coesistere. Alcuni tipi di canna comune sono impiegati per la produzione di strumenti musicali, come per esempio le launeddas sarde, in interventi di ripristino ambientale e come materiali naturali nelle nuove costruzioni. La canna palustre è stata in passato impiegata per produrre strumenti da lavoro, imbarcazioni, indumenti, ma anche per la tessitura di manufatti di uso comune come stuoie e reti per la pesca, ed infine anche come unità di misura in alcuni contesti geo-politici prima che il sistema metrico decimale fosse adottato come unico sistema di misura in tutta la penisola (con l’avvento dell’Unità). Reti da nascondere nell’acqua della laguna per intrappolare i pesci, attrezzi da manovrare come cucchiai per catturare il pesce dalle zattere, recipienti galleggianti per mantenete il pesce pescato ancora vivo nell’acqua: i materiali palustri sono particolarmente indicati per impieghi a contatto diretto con l’acqua proprio perché resistono senza marcire.

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    L'IMPIEGO DELLA CANNA PALUSTRE IN EDILIZIA

    Ma l’impiego della canna palustre non si limita ad attrezzi da lavoro e oggetti d’uso quotidiano. L’origine di forme abitative più o meno complesse in canna si perde nella notte dei tempi: ben note sono le tracce di piccole costruzioni formate da canne tenute insieme da funi, ancora, strutture in pietra coperte di strati di graticci e argilla, canne o stuoie, e infine strutture in legno con coperture in canne che sovrastano strati in terra battuta. Si tratta di proto-architetture i cui caratteri accomunano le tradizioni costruttive di popoli sparsi su tutto il pianeta.

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    I VANTAGGI DELL'UTILIZZO DELLA CANNA PALUSTRE IN EDILIZIA

    La canna palustre è un materiale naturale. Notevoli e numerosi sono dunque i vantaggi che possono riscontrarsi nell’impiego di questo materiale nel settore delle costruzioni: in fase di cantiere l’impatto sull’ambiente non può che essere positivo in quanto l’assenza di processi di trasformazione della materia in materiale consente un minore o nullo consumo di energia, l’impatto positivo riguarda anche la fase di produzione fino allo smaltimento, spesso accompagnato da forme di riciclaggio. Il materiale garantisce insomma un alto livello di qualità ed alte prestazioni nella maggior parte degli impieghi edilizi.

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    Le più significative costruzioni in canna palustre consistono di manufatti in materiali vegetali in alcuni casi ancora esistenti nelle zone umide del delta del Po, della Romagna e delle lagune settentrionali del Veneto e del Friuli: i tradizionali casoni. Si tratta di testimonianze fondamentali di una cultura del costruire strettamente legata alle risorse materiali del territorio: il linguaggio dei casoni rappresenta l’espressione di una cultura che concepisce la pratica costruttiva come connessa al proprio ambiente di vita.

    L'USO DELLA CANNA PALUSTRE IN EDILIZIA

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    L'IMPORTANZA DELLA CANNA PALUSTRE NEI VILLAGGI FLUVIALI

    Gli abitanti delle comunità più prossime ai grandi acquitrini e quelli dei pochi villaggi sorti in questi paesaggi così particolari ed insieme avari di risorse, fondavano la loro economia sulle poche attività che la palude poteva offrire. La raccolta della canna e delle erbe palustri erano attività fondamentali e talora esclusive: la raccolta invernale della canna palustre secca alle foci del Po, per esempio, era un’attività che impegnava centinaia di uomini e donne. I fasci di canna secca rappresentavano per le popolazioni il più comune materiale da costruzione per i casoni di valle che spesso erano l’abitazione di guardiani e vallanti. Con il diffondersi della muratura come materiale edilizio e con la sostituzione delle coperture in canne con quelle in tegole tradizionali di terracotta, l’abbandono dell’uso del materiale palustre nei casoni diventa progressivo, fino a diventare pressoché definitivo con le bonifiche del Novecento: è da allora che questi particolari manufatti ad uso abitativo scompaiono del tutto, assieme alle distese di canne e alle paludi stesse, per lasciar posto al paesaggio agrario meccanizzato. Solo qualche esemplare di casone destinato al deposito degli attrezzi è sopravvissuto, ed è grazie allo studio di questi sparuti esemplari che è stato possibile desumere le caratteristiche costruttive dei tipici casoni.

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    CANNA PALUSTRE: LE CARATTERISTICHE COSTRUTTIVE DEI CASONI RURALI

    Si tratta di organismi a pianta rettangolare e copertura a due falde, più o meno lunghi ma di larghezza e di altezza poco variabili. La struttura portante è in legno secondo le essenze disponibili in loco: montanti verticali e correnti orizzontali e diagonali, e un grande graticciato a sostegno del tetto. Il rivestimento è in canne: l’arte del costruttore consisteva nel raccogliere le canne dagli steli di piccolo diametro perché potessero essere pressate meglio di quelle più grandi al fine di eliminare i vuoti avvolgendo la struttura fino a formare l’involucro dell’organismo costruttivo. I fasci, formati da canne legate insieme mediante fibre vegetali, secondo una tecnica antica soltanto negli ultimi tempi sostituita da legature in corda o filo di ferro, erano spesso posizionati in modo da costituire un sistema non soltanto perfettamente impermeabile ma anche isolante rispetto alle condizioni di temperatura e di umidità esterne. Tali complessi strati di materiale presentavano una buona tenuta al vento e alla neve, spesso erano persino in grado di riparare dall’acqua se posizionati in maniera sfalsata uno rispetto all’altro a formare falde dalla forte inclinazione.


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    Messa a punto dalle popolazioni delle zone paludose del sud e dell’est dell’Iraq, un’espressione affascinante di architettura vernacolare araba trae origine dalla tradizione costruttiva dei popoli che abitano le aree umide del Tigri e dell’Eufrate, detti Arab al-Ahwar ovvero “arabi delle paludi”. Si tratta di costruzioni che sfruttano la caratteristica deformabilità sotto carico della canna palustre e la conseguente possibilità di farle assumere una configurazione ad arco: così, lo spazio chiuso abitabile si origina infiggendo nel terreno fasci di vegetale palustre, poi curvati e bloccati a coppie con legature per realizzare gli archi trasversali, il tutto perimetrato e chiuso con stuoie.

    La canna palustre nell'architettura italiana: i casoni rurali

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    La canna palustre e il mudhif

    Nella tradizione locale la tecnica che impiega fasci di canne con funzione portanteè stata applicata alla costruzione di grandi edifici collettivi chiamati Mudhif, utilizzati come luoghi di ritrovo per matrimoni e funerali e fatti costruire dagli sceicchi. Le canne più larghe sono legate insieme a formare colonne, curvate e legate a dar forma ad archi, che si susseguono tra di loro originando la struttura portante. Lunghi fasci di canne più piccole sono invece posizionati longitudinalmente tra gli archi e legati a formare l’involucro della costruzione. Stuoie con trame particolari che lasciano piccoli fori per la ventilazione e l’illuminazione, chiudono, avvolgendolo, l’intero manufatto. Le due pareti anteriore e posteriore, legate a due grandi colonne verticali in canne intrecciate, sono interrotte dalle uniche due aperture utili per l’accesso al mudhif. 

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    La stessa tipologia strutturale del mudhif è applicata a scala ridotta alle abitazioni di interi villaggi, anch’esse formate da fasci di canne conficcati in una base di canne e fango. Il modulo, con dimensioni che si aggirano attorno ai 2 metri di larghezza, 6 metri di lunghezza e 3 metri di altezza, è spesso diviso in due parti di cui una destinata ad abitazione e l’altra a ricovero del bestiame.

    Le isole artificiali: kibasha e dibin

    Il vantaggio di queste tipiche case di canne è la facile trasportabilità: in primavera infatti, quando il livello dell’acqua della palude cresce, tutta la struttura può essere facilmente smantellata, trasportata su un terreno più idoneo e rimontata in meno di una giornata. Tali strutture, che possono durare anche 25 anni, sorgono sulla riva delle paludi, o su isole artificiali di sole canne chiamate kibasha, o ancora su isole di canne e fango, distribuiti a strati alternati, chiamate dibin: gli uomini del posto costruiscono recinzioni in canne, pompano via l’acqua dall’interno dello spazio perimetrato riempendolo con canne, fango e paglia. Le isole artificiali così costituite possono durare per molti anni, a condizione che siano sottoposte ad un’accurata manutenzione, dovendo essere costantemente rinforzate per impedire che il terreno frani nell’acqua.

    Si tratta di vere e proprie espressioni architettonico-costruttive in cui la canna, questo fascinoso materiale naturale dalle mille potenzialità, è usata con funzione portante e plasma interi villaggi.

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    Devono ancora concludersi i lavori che permetteranno di ospitare l’Expo di Milano 2015, eppure è già noto quale sarà la città che avrà il piacere di rappresentare la prossima esposizione universale nel 2020. La notizia dello scorso 27 novembre, che ha proclamato Dubai vincitrice con il claim “Connecting minds, Creating the future” , è stata accolta con entusiasmo dalla perla degli Emirati Arabi Uniti. I temi principali dell’Expo 2020 saranno sostenibilità, mobilità e opportunità, tre aspetti caratterizzanti della smart city del presente e del futuro.

    EXPO DI MILANO 2015: IL PADIGLIONE AUSTRIACO

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    TRE PADIGLIONI PER TRE TEMI dell'expo 2020

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    Il masterplan dello studio HOK, che accoglierà tutta l’Expo di Dubai, si svilupperà su un’area di 438 ettari. Il cuore del progetto sarà una sorta di grande piazza, la cosiddetta Wals, a simboleggiare la connessione, attorno alla quale sorgeranno i tre padiglioni rappresentanti i tre temi guida: sostenibilità, mobilità e opportunità. Un’unica copertura di tessuto fotovoltaico permetterà di collegare l’intero sistema sia fisicamente che concettualmente.

    Ambiente e conversione

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    Un’expo all’insegna della sostenibilità che viene affrontata e declinata in modi diversi, attraverso l’utilizzo intelligente delle risorse e lo sviluppo delle politiche di smart mobility. Grande attenzione verrà dedicata all’ambiente, alle energie alternative e all’edilizia ecosostenibile grazie all’utilizzo anche di materiali di riciclo. Per quanto riguarda le energie rinnovabili la grande copertura fotovoltaica, che coprirà l’intera area, sarà in grado di soddisfare il 50% del fabbisogno energetico totale, mentre altre strategie sostenibili prevedono il riciclo delle acque e il controllo delle emissioni di carbonio. La maggior parte delle strutture costruite in occasione dell’expo, una volta dismesse, verrà convertita in centro espositivo e centro congressi, in museo dedicato all’expo e in polo universitario di ultima generazione e dotato di tutti i servizi, grazie al supporto dei più di 2000 appartamenti che sorgeranno e che verranno parzialmente trasformati in alloggi per studenti.

    La politica energetica

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    Gli Emirati Arabi Uniti da tempo stanno promuovendo una politica a favore delle energie rinnovabili. Alla base di questa spinta sostenibile c’è il continuo aumento della domanda di energia, anche in vista dell’expo. La “Strategia d’Energia Integrata 2030” promossa dagli EAU ha posto le basi per lo sviluppo del mix energetico che dovrebbe portare la quota delle energie rinnovabili all’ 1% nel 2020 e al 5% nel 2030 dell’energia totale prodotta. La politica  ha portato alla nascita di progetti pilota per sperimentare le nuove tecnologie energetiche, in particolare con la realizzazione d’impianti ad energia solare particolarmente adatta alle caratteristiche climatiche del Paese. L’Expo di Dubai si pone come capo fila di questi progetti, anche se non da sola: il grande progetto di Masdar City la città del futuro perfettamente autosufficiente inaugurata nel 2010.

    Smart Mobility

    Anche la mobilità fa parte delle politiche a favore della sostenibilità, e l'Expo 2020 dedica un intero padiglione a questo tema. Interventi massicci verranno affrontati, con il potenziamento delle infrastrutture di trasporto e la costruzione di un nuovo aeroporto. Per questo motivo si è deciso di trattare separatamente la parte relativa alla mobilità in modo da garantire una panoramica più completa sull’evento Expo Dubai 2020. 


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