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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Spesso si discute in quale misura le amministrazioni locali e territoriali debbano essere coinvolte nell’urbanistica di città e raccordi interurbani al fine di migliorare la mobilità sostenibile nei centri urbani. Ma a richiedere a gran voce una viabilità più vivibile nelle nostre strade non sono solo i governi, ma soprattutto gli stessi cittadini che su quelle arterie stradali spendono purtroppo buona parte delle loro giornate. E quale modo migliore di coinvolgere le cittadinanze, se non attraverso gli ormai onnipresenti smartphone? Inquinamento, traffico e parcheggi sono tre fattori importanti su cui la pianificazione della mobilità del futuro gioca molto, e a queste tre problematiche rispondono 3 app dedicate che coinvolgono gli stessi utenti, con un’interfaccia social che mette gli stessi cittadini al centro del cambiamento: si tratta di WeCity, Parkopedia e Waze.

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    3 APP PER LA MOBILITÀ SOSTENIBILE

    WeCity

    WeCityè l’applicazione smartphone che premia la sensibilità ecologica in città. Come dicono gli stessi creatori, Paolo Ferri, Gian Maria Incerti e Fabrizio Monti, emiliani di origine, il suo “obiettivo è quello di diffondere la cultura della mobilità collaborativa a partire da quelle zone del tessuto urbano dove già esistono soluzioni tecnologiche e condizioni culturali favorevoli”. Ciò significa che qualora le città dispongano di servizi come car-pooling, car-sharing, bike sharing o trasporto pubblico elettrico, l’app inciterà al loro utilizzo per spostarsi nel modo più sostenibile . L’app si accorgerà dei chilometri percorsi in bici o condividendo il passaggio in auto con qualcun’altro e assegnerà dei punti, basati sul calcolo di emissioni evitate, da scambiare con regali e sconti. Il fine ultimo dell’app è di rafforzare il senso di comunità tra concittadini ed ottenere un miglioramento sostanziale a livello atmosferico e ambientale.

    Parkopedia

    Parkopediaè un ambiziosissimo progetto di catalogazione di tutti i parcheggi esistenti nel mondo, raggruppati in una “enciclopedia social” creata su segnalazione degli utenti. Mediante localizzazione GPS, chiunque cerchi parcheggio nella propria città o in trasferta può visualizzare i posteggi liberi, a pagamento o custoditi più vicini, compresi di dettagli su orari e prezzi. Un database in costante aggiornamento, che ad agosto 2015 conta una copertura di 52 paesi, 6.308 città e 38+ milioni di posti auto. Dove disponibile, Parkopedia avvisa di parcheggi liberi in tempo reale, guida fino alla destinazione e permette di filtrare con semplicità per tipo di parcheggio, metodo di pagamento, ecc. Per aggiungere all’enciclopedia un parcheggio non segnalato, basterà scattare una foto con orari e prezzi ed inviarla ai programmatori perché sia aggiunta il più presto possibile.

    Waze

    Infine, Waze si qualifica sicuramente come una delle migliori app per viaggiare in auto in assoluto, sia per pendolari che per viaggiatori occasionali. In perfetta filosofia social, Waze permette agli utenti di tenersi aggiornati l’un l’altro in tempo reale sullo stato del traffico, avvisando di rallentamenti, incidenti, condizioni stradali sfavorevoli e pericolose, cantieri e deviazioni, persino posti di blocco delle forze dell’ordine. Grazie a tali suggerimenti, l’utente può in pochi click calcolare un tragitto alternativo, informarsi sui prezzi attuali dei benzinai della zona, risparmiare tempo e denaro negli spostamenti, per un sollievo sia del portafoglio che dell’ambiente. L’app non solo può salvare da ritardi e ingorghi spiacevoli, ma anche, con una funzione pienamente social, collegarsi ai profili Facebook per aggiungere amici, condividere percorsi e tenersi aggiornati sugli eventi da raggiungere in macchina, in modo da salvare, oltre ad ambiente e finanze, anche le proprie amicizie.


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    Heatherwick Studio ha presentato il progetto per la costruzione di un nuovo padiglione ospedaliero universitario a Leeds. La struttura ospiterà il centro Maggie, associazione che si impegna per il supporto pratico, emotivo e sociale gratuita per le persone con il cancro e loro familiari e amici.

    SALUTE, BELLEZZA E PACE: IL CENTRO SALAM DI EMERGENCY IN SUDAN

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    Dedicato ai malati oncologici, i progettisti hanno sviluppato un progetto con l’obiettivo dichiarato di sfruttare l'effetto terapeutico delle piante a beneficio dei malati di cancro. L'edificio è stato progettato come una serie di percorsi verdi,  tra gradini e”fioriere" , che si intrecciano a formare ambienti interni poco convenzionali per una struttura medica, creando una sensazione di continuità tra spazio interno, esterno, privato e pubblico. 

    L’edificio-giardino, che nasce sul sedime di una precedente area verde, non ha snaturato l’idea di oasi di pace, ma l’ha amplificata, dotandola di servizi necessari per la cura. Con l’aiuto di paesaggisti Balston Agius saranno progettati i vuoti circostanti la struttura.

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    I progettisti di Heatherwick Studio saranno gli interpreti dell’edificio che porterà un Centro Maggie nello Yorkshire. “La creazione di un ambiente tranquillo per permettere agli operatori di svolgere il programma di sostegno per le persone che vivono con il cancro è incredibilmente importante”, ha detto Laura Lee, Chief Executive di Maggie.

    Il Centro Maggie di Leeds è programmato per essere completato nel 2017, quando si unirà  alle 18 altre cliniche Maggie in tutto il Regno Unito e in tutto il mondo. Esperimenti di questo tipo non sono i primi che incontriamo.

    IN CHE MISURA UN GIARDINO PUÒ AIUTARE A GUARIRE? 

    In America, esperimenti come gli “healing gardens“ (verde progettato appositamente a scopo curativo) sono una realtà da vent’anni.  

    Le teorie che supportano la grande importanza del verde per un recupero curativo si debbono al dottor Roger Ulrich, fondatore del primo centro interdisciplinare tra medicina e architettura all’Università del Texas e pioniere della ricerca sui giardini curativi. Attualmente insegna architettura terapeutica nelle università di Chalmers, in Svezia, e di Aalborg, in Danimarca. Tutto parte dalla sua esperienza personale. Affetto da nefrite, da bambino ha vissuto lunghi periodi di degenza in differenti ospedali. Ulrich ha passato tanto tempo ad osservare il mondo fuori dalla finestra: "se vedevo un albero, mi sentivo meglio. Quando si è immersi in un ambiente freddo, funzionale e spaventoso come un ospedale, la mente cerca una via di uscita verso la normalità. Solo più tardi mi sono chiesto se esisteva un rapporto preciso tra quella sensazione che avvertivo da bambino e un effettivo miglioramento fisico nelle condizioni dei pazienti". Per dieci anni, Ulrich ha “sconvolto” il rigido ordine competitivo delle camere d’ospedale, spostato letti per garantire una vista sull’esterno, allestito pareti con immagini naturalistiche, portando piante. Dopo la raccolta di un folto quantitativo di dati, ha potuto provare che i pazienti che avevano la possibilità di avere contatti con la natura guarivano più velocemente rispetto agli altri.

    Altro esempio dell’importanza di una approfondita ricerca su questi temi è la nascita, nel 2007, dell’associazione americana Hope in Bloom che realizza giardini e allestisce terrazzi e balconi nelle case per le donne in cura per il cancro al seno. "Ci sono molti studi che provano come l’esposizione al verde aumenti il livello di serotonina nel corpo umano: significa una carica di energia in più e un antidoto contro la depressione", dice la fondatrice, Roberta Dehman Hershon. Anche per lei l’esperienza ha contribuito in modo fondamentale a dar vita all’associazione. "Quando la mia migliore amica Beverly si è ammalata gravemente di tumore al seno, abbiamo deciso di dare un senso a quello che stava succedendo e abbiamo costruito un giardino: una scusa per vedersi ogni giorno e lavorare a un progetto comune, senza parlare della malattia, rilassandosi e vivendo la vita con un ritmo diverso".

    Giulio Senes, ricercatore alla Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano puntualizza: "in un momento di grandi tagli di spesa per la sanità, si potrebbe pensare che realizzare un giardino sia un lusso da evitare. Ma esiste una legge del 1939 che impone uno spazio libero di 15-20 metri quadrati per ogni posto letto da adibire a giardino. Il verde, insomma, deve esserci per legge; il vero spreco, semmai, è progettarlo male. Senza contare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ridefinito nel 1998 la salute come “uno stato dinamico di complessivo benessere fisico, mentale, spirituale e sociale e non solo assenza di malattia o infermità”.

    OSPEDALI COME PARCHI IN ITALIA

    E in Italia? Qualcosa sta cambiando.Il progetto di Renzo Piano per la "fabbrica della salute", che sorgerà nell’area ex Falck di Sesto San Giovanni, Milano, ha osservato e posto l’accento sulla "fragilità dell’uomo nel momento della malattia". Lo scopo dell’architettura è di offrire "alla sofferenza quella dignità della persona troppo spesso sacrificata da strutture afflitte da gigantismo"

    Nei padiglioni ancora in fase progettuale, che potremo vedere nel 2017, laboratori e sale chirurgiche saranno sottoterra e ogni camera avrà "una piccola finestra sporgente sul parco", spiega Piano. "Anche dal letto si godrà la vista sul verde: sugli alberi d’alto fusto ma anche sugli orti, che oggi sappiamo essere parte integrante del processo di cura".

    Progettare in modo terapeutico migliora la vita di tutti: malati, familiari, personale medico. In modo naturale, economico e sostenibile.


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    Dionisio Gonzalez, architetto e fotografo spagnolo, indaga approfonditamente il legame tra architettura e ambiente utilizzando la sua arte come azione sociale, tentando di offrire uno spunto di riflessione sui temi più attuali: dopo la sua serie intitolata Inter-acciones del 2013 con immagini in bianco e nero in cui sono rappresentati edifici collegati al suolo per mezzo di radici – attraverso le quali trarre le necessarie risorse dalla Terra – la sua ultima serie Trans-acciones vuole nuovamente approfondire il tema dell’architettura sostenibile.

    RITRATTI DI CITTÀ: HONG KONG 

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    Quello dell’architetto e del progettista è un mestiere di grande responsabilità nei confronti della società considerando il ruolo chiave che egli ha nei processi di trasformazione, valorizzazione, conservazione del territorio, del paesaggio e, in generale, dell’habitat antropico. Il tema del rapporto tra architettura e ambiente è pertanto estremamente delicato ed in questo periodo storico più che in ogni altro, non può più essere trascurato.

    Le immagini dell’architetto spagnolo propongono dei progetti avveniristici, quasi surreali, con proprietà estetico-formali estremamente differenti tra loro ma con una caratteristica comune: abitazioni di “rietveldiana” ispirazione (Trans-acciones 7), luoghi di lavoro e dischi volanti (Trans-acciones 2) cercano tutti di limitare il consumo di suolo, poggiando su pilastri in cemento armato – o su altri elementi dal design strutturale sofisticato – che li elevano minimizzando l’impatto sul paesaggio naturale.

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    L’elevazione costituisce uno svuotamento del piano basamentale in cui fluisce visivamente  il paesaggio: dall’esercizio progettuale più semplice a quello più articolato e contorto, i “vuoti” – non solo al piano terra ma anche le bucature e le trasparenze– dimostrano quale valore aggiunto possa dare la continua interazione tra natura e sistema architettonico.

    Questo effetto viene amplificato se si considera che il panorama circostante non è sempre un luogo ameno bensì uno scenario ambiguo e senza caratteri distintivi particolarmente significativi, che viene però esaltato dal rapporto che si crea con le costruzioni.

    Nelle sue immagini Gonzalez inserisce un osservatore, curioso quanto stupito dalle architetture artificiose, chiave per la comprensione dell’opera: sembra quasi che l’artista voglia stimolare l’immaginazione di un secondo osservatore, al di fuori dell’immagine, fino alla comprensione del pensiero e delle sensazioni del primo sul rapporto tra la costruzione e l’ambiente circostante. 


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    Le cosiddette tiny-houses (da tiny, minuscolo e house, casa) altro non sono che delle case molto piccole. Su ruote, in condominio, monofamiliari, sugli alberi e galleggianti, ne esistono di tanti tipi, accomunate dalla loro caratteristica principale: le dimensioni ridottissime. 

    PICCOLO È BELLO: VIVERE IN UNA MANCIATA DI MQ

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    Ecosostenibilità inversamente proporzionale alla dimensione delle abitazioni: pare essere questa l’equazione vincente, quella che offre la soluzione ai problemi legati ai consumi energetici e alla gestione degli sprechi di ogni tipo. Non è cambiata solo la metratura degli interi edifici e dei singoli appartamenti ma anche la loro distribuzione interna; dall’eliminazione dei corridoi, agli angoli cottura che rimpiazzano le cucine abitabili, ai soggiorno-sala-cucina che in un unico spazio inglobano una triplice funzione.  

    Sulla base di una statistica quinquennale pare che nel periodo tra il 2007 e il 2013 le superfici degli appartamenti, in Italia, si siano ridotte mediamente del 10%.

    PERCHÈ SCEGLIERE UNA TINY HOUSE?

    • Motivazioni economiche: le case più piccole rappresentano al momento un tendenza, ma da sempre sono state l’alternativa per chi non voleva spendere per acquistarne di grandi. Una casa piccola ha un costo più basso, sia per l'acquisto che per l'affitto, e basse sono anche le spese di gestione, sia che si tratti di un’abitazione monofamiliare che in condominio, dove sono si hanno meno millesimi relativi ad una proprietà e bollette condominiali più basse. Anche i mutui per l’acquisto sono più contenuti e questo è un grosso vantaggio soprattutto per l’accesso ai finanziamenti per comprare una casa.

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    • La gestione domestica: Non solo i giovani cercano casa, ma anche gli anziani. C’è tutta una parte di popolazione che spesso per motivi fisici e/o organizzativi si ritrova a dover modificare la propria abitazione o a cercarne una nuova. Scegliere una soluzione con spazi ridotti all’essenziale è utile sia alle persone anziane che hanno ridotte capacità motorie e possono muoversi più agevolmente in spazi dove ogni cosa è rapidamente raggiungibile, che ai giovani che lavorano ed hanno poco tempo per le faccende domestiche. Va da sé che alla dimensione dell’immobile andrebbero poi associate altre caratteristiche utili a migliorare la fruibilità e l’accessibilità, quali ad esempio l’assenza di dislivelli e di ostacoli difficilmente superabili.
    • Riduzione dell'impatto ambientale: Una casa di dimensioni ridotte, se attentamente progettata e gestita si rivela un ottimo strumento per combattere l’impatto ambientale. Meno energia rispetto alle abitazioni spaziose non significa soltanto risparmio in termini di denaro, ma anche ridotto impatto sull’ambiente (LCA dei materiali ridotto, tempi di costruzione e/o manutenzione più rapidi, etc…).
    • Location d'eccezione: a volte le tiny houses, per via delle loro ridotte dimensioni, riescono a collocarsi in posizioni eccezionali, con una vista mozzafiato. Se sono su ruote poi, la vista può cambiare tutti i giorni. 

    La soluzione ecosostenibile e anti-crisi quindi sono le case di dimensioni ridotte, ovviamente con le dovute attenzione a particolari costruttivi e alla scelta delle soluzioni materiche; potrebbe accadere per assurdo che un miniappartamento abbia dei costi di costruzione e gestione maggiori di quelli di una villa ben progettata. 

    Un esempio paradossale

    Sembrerebbe incredibile e nel nostro paese non sarebbe neppure dichiarata abitabile, ma una tiny-house davvero estrema è quella realizzata dal giovane Scott Brooks, che dopo anni trascorsi a vivere in tenda ha scelto un’abitazione stanziale a Shaw Island, nell’arcipelago di San Juan nello stato di Washington, vicino al Canada, delle dimensioni poco più grandi di quello che era il suo alloggio temporaneo. 

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    Il bello di questa minuscola casetta -che non arriva neppure a 8 Mq-  è che è stata molto curata nei dettagli e pensata in materiali riciclabili e riciclati. Il costo di costruzione? Stenterete a crederlo, ma si aggira intorno ai 500 euro.


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    Qualche settimana fa si è tenuto un workshop in un piccolo villaggio turco -Yeniköy Bayramiç, nei pressi di Çanakkale-  in cui si sono trattati argomenti come costruzione e autocostruzione di edifici con materiali autoctoni e naturali utilizzando tecniche di tradizione secolari. Durante il workshop tutti i partecipanti hanno potuto apprendere e provare concretamente alcune tecniche costruttive che hanno radici antiche, tecniche tradizionali usate da diversi popoli secondo le possibilità offerte dal proprio territorio, per sfruttare al meglio i materiali già presenti in loco e offerti dalla natura circostante. Inoltre, durante il workshop è stata anche realizzata la prima cupola in hyper adobe in Turchia, piccola di dimensioni perché destinata ad essere utilizzata come dispensa per i campi della fattoria che ha ospitato il workshop.

    IL SUPER ADOBE DI NADER KHALILI

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    caption: a sinistra,la costruzione della cupola in hyper adobe durante il workshop a Yeniköy-Bayramiç; a destra, mattoni in Adobe fatti durante il workshop.

    Il workshop e le tecniche trattate

    Il workshop, organizzato dall’associazione Obaruhu fondata dai bio-architetti Merve Tekin e Mukund Iyer, si è tenuto presso Yeniköy - Bayramiç, in una fattoria e ONG nata con lo scopo di creare un villaggio autosufficiente basato sui principi di permarcultura e agricoltura naturale, dove si impegano semenze antiche per le colture e si mettono in atto modelli economici alternativi, basati sullo scambio e sull’economia del dono.

    caption: vista dalla fattoria di Yeniköy.

    Tra gli insegnati del corso, in aggiunta agli architetti Merve e Mukund, sono intervenuti e hanno partecipato Ece Aslan (architetto specializzato in costruzioni in paglia e terra), Matthieu (ricercatore presso gli istituti METU di Ankara e Kerkenes Eco-Centre sulle tematiche relative sicurezza degli edifici in paglia e metodi costruttivi alternativi, e l’esperto di costruzioni  in hyper adobe Xavier Allard che ha seguito il progetto della cupola costruita a Yeniköy.

    Per quanto riguarda la parte didattica, durante il workshop si sono trattate, sia dal punto di vista teorico che pratico, diverse tecniche costruttive come cob, adobe, intonaci naturali, slip-straw, costruzioni in balle di paglia, e hyper adobe, e si è appunto costruita la prima cupola in hyper adobe presente in Turchia.

    La prima cupola in hyper adobe costruita in Turchia

    caption: a sinistra, la cupola in hyper adobe dopo il posizionamento dell’ultimo  sacco. Durante il workshop è stata costruita la prima cupola in hyper adobe presente sul territorio turco; a destra, posizionamento di una delle prese di ventilazione. I ganci metallici sono posti tra gli strati di hyperadobe e serviranno, a cupola terminata, per appendere all’interno dell’abitacolo verdure essiccate, come corone di aglio e peperoncino.

    La tecnica di hyper adobeè stata messa a punto dall’architetto iraniano Nader Khalili (anche fondatore e direttore per molti anni dell’Istituto Call Earth in California, il più grande centro internazionale di ricerca e di insegnamento per le costruzioni in earth bags e hyper adobe, e di altre tecniche che utilizzano la terra come materiale edile), in modo da costruire edifici utilizzando sacchi riempiti di terra bagnata, che asciugando diventano enormi mattoni di adobe, e che devono quindi essere protetti dall’umidità e dai raggi solari con intonaci impermealizzanti. Per ulteriori informazioni riguardo a questa tecnica rimando all’articolo-intervista a Davide Frasca dell’associazione Vide Terra, esperto nelle costruzioni in terra.

    La cupola edificata durante il workshop ha dimensioni relativamente modeste perché la sua funzione è di creare una dispensa esterna alla casa, per riporre alcuni prodotti dalle coltivazioni della fattoria, nella fattispecie cipolle e patate. L’ambiente interno della cupola deve essere quindi buio e fresco; il ricircolo d'aria all'interno è assicurato da cinque prese che sono state create inserendo dei tubi di 25 cm di diametro tra i livelli dei sacchi di hyper adobe. In questo modo si è assicurata la ventilazione naturale interna alla cupola. Due delle prese d’aria sono state sistemate di fronte alle altre tre (per creare un ricircolo d’aria interno), e sono poste in modo da non essere nella direzione principale del vento, che su quel lato della collina è forte, facendo sì che l’aria, entrando all’interno della cupola, non crei una corrente troppo violenta.

    Il processo costruttivo della cupola

    I materiali necessario alla costruzione di una cupola in hyper adobe sono la terra per il riempimento e i sacchi di polipropilene; possono essere sacchi regolari già tagliati, oppure si può più facilmente costruire, soprattutto se si tratta di opere più impegnative, utilizzando sacchi a calza molti lunghi non ancora tagliati in singole unità più piccole, ma pervenuti in rotolo (nell’immagine che segue si noti il rotolo di sacchi di polipropilene utilizzati per la cupola di Yeniköy).

    Nello specifico, la cupola è stata eretta su un basamento costituito da un muretto in pietra e calce di circa 60 cm di altezza, che presenta però altezze sfalsate perché posto su terreno in pendenza, su cui si è installato direttamente il primo livello di hyper adobe.

    caption: il rotolo di sacchi in polipropilene non tagliati. Reperirli non è difficile, si possono domandare ai produttori chiedendo un rotolo di sacchi non ancora tagliati in unità singole.

    caption: il sacco a "calza" utilizzato per la costruzione della cupola.

    caption: a sinistra, il muro che a basamento della cupola; a destra, l’impasto di terra e acqua.

    Prima di riempire i sacchi, la terra deve essere setacciata grossolanamente in modo tale da rimuovere le pietre più grosse, che potrebbero bucare la tela, e inoltre si devono rimuovere tutte le parti organiche presenti nella terra, come radici e piccoli insetti (per questo motivo la terra di riempimento non dovrebbe mai essere il topsoil ma lo strato successivo, così da evitare che organismi e parti organiche di diverso tipo siano presenti nella terra all’interno dei sacchi), per una maggiore sterilità del materiale.

    Dopo aver setacciato la terra la si deve miscelare bene con l’acqua in modo da ottenere un impasto umido ma non eccessivamente bagnato.

    Si procede quindi con la costruzione della cupola, ponendo uno strato di sacchi sull’altro. Nelle cupole alte e molto pesanti si collegano gli strati dei sacchi con del filo spinato che funziona come un velcro tra gli strati, e impedisce ai sacchi di scivolare gli uni sugli altri. Nel nostro caso però, non è stato necessario l’utilizzo del filo spinato, sia perché la cupola aveva altezza e peso modesti, sia perché la texture della tela in polipropilene utilizzata presentava dei buchi di circa 3 mm x 3 mm,  così che la terra tra i diversi livelli filtrando tra i sacchi ha reso gli strati più stabili e uniti tra di loro.

    Al riempimento e posizionamento dei sacchi segue la pressatura della terra, su cui poi si posiziona lo strato successivo.

    La pendenza della cupola viene misurata durante la costruzione grazie ad una catena interna fissa al centro del pavimento, con la quale si può controllare che la circonferenza degli strati di hyper adobe sia sempre uniforme, e una catena che misuri lateralmente l’andamento della cupola.

    caption: pressatura degli strati dopo il posizionamento dei sacchi riempiti di terra.

    caption: disegno della sezione della cupola in hyper adobe con sistema di misurazione del raggio e della curvatura. La line R rappresenta la catena che misura l’uniformità delle circonferenze, mentre la linea laterale rappresenta la catena che testa la curvatura della cupola. Disegno da Obaruhu.org

    Quando anche l’ultimo strato di sacchi è sistemato e la cupola risulta chiusa e ben pressata, allora la si deve isolare e proteggere con intonaci naturali solitamente formati da terra, argilla, acqua e paglia. La cupola in questione presenta sette strati d’intonaco: i primi tre sono formati da terra e paglia, seguono due strati di argilla e sabbia, e due strati di argilla e polvere di marmo, su cui è stato sciolto uno strato di sapone all’olio d’oliva per creare un’ulteriore impermealizzazione del materiale.

    caption: a sinistra, la cupola con il primo strato d’intonaco; a destra,la cupola terminata e Xavier Allard. Foto di Xavier Allard.

    Per quanto riguarda i dettagli, la cupola ha un diametro esterno di 2,2 m e interno di 1,7 m, presenta un’altezza di 2,4 m (incluso il muro di base di 60 cm) e per la costruzione sono stati utilizzati 3,5 mc di terra e 50 metri circa di sacco in polipropilene. L’altezza della cupola è inferiore al suo diametro poiché trattandosi di una struttura piccola si aveva la possibilità di curvare di molto i muri in modo da avere un numero inferiore di strati, e quindi meno lavoro e meno terra da dover utilizzare.


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    Si sono staccate da terra, chissà come e quando, e hanno preso il volo: sono le case di Laurent Chéhere, fotografa francese appassionata di "surrealismo". Dall'hotel alla roulotte alla villetta piena di animali, tutte le case sono volanti, rimangono sospese nell'aria, alcune attaccate solo ai fili della corrente per non scappare via.

    Fotografia e architettura: le opere di Dionisio Gonzalez

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    Sono le Case Volanti dell’artista francese Laurent Chéhere che sogna di riqualificare a modo suo le periferie delle metropoli, spesso purtroppo degradate e abbandonate.

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    Laurent vive a Parigi e ama rappresentare immagini di case volanti e altri tipi di abitazioni o oggetti che abbiano una funzione abitativa. Abitando nel quartiere della borghesia di Ménilmontant ha purtroppo da sempre concepito la società come divisa in due blocchi distinti: i ricchi e i non ricchi.

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    Per ispirarsi l’artista ha peregrinato per i quartieri nascosti e più poveri di Parigi e preso spunto dalla cinematografia e dalla storia del suo paese cercando di far uscire queste case tristi dall’anonimato per aiutare chi le abita a raccontare la propria storia, reale o immaginaria, attraverso la raccolta di testimonianze. L’artista si è interessata ai pendolari in attesa alle affollate fermate dei mezzi pubblici, alla cultura africana trapiantata in questi edifici insalubri, alle periferie popolate dalle etnie zingare, dalla cultura nomade dei circensi di passaggio per i quartieri più periferici fino a quella degli occupanti degli edifici in stato di abbandono. 

    Le sue opere hanno preso spunto anche è anche da alcune opere cinematografiche fra le quali il film Il palloncino rosso (del 1956 di Albert Lamorisse) e dalle vicende narrate da Hayao Myazaki (Il castello errante di Howl ). Le immagini, manipolate in maniera sia digitale che manuale, sono a dir poco affascinanti, raffigurano un mondo onirico in cui le case sembrano galleggiare in un cielo d'argento.

    Le “Case Volanti” sono state volutamente riempite di animali, di oggetti e di persone, affinché ogni casa raccontasse visivamente una storia. Lo spettatore viene così spinto a chiedersi non solo come mai la casa stia volando via, ma anche dove sia diretta e chi ci viva dentro.

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    Che cosa rende le Case Volanti delle case ideali, secondo Chéhere?

    L’artista dice con semplicità di abitare in un edificio parigino, al sesto piano, senza ascensore. A suo parere, la casa ideale è da pensare volante e con un affitto dimezzato. Sicuramente una visione scherzosa ma non troppo lontana dall’esigenza di avere abitazioni vivibili e accessibili per tutti e con prezzi ragionevoli.

    Laurent Chehere, nel suo progetto personale, ci regala una visione onirica, dove gli scorci suburbani fluttuano e fanno ripensare al viaggio, unico mezzo come fuga dai problemi. Alcuni di questi edifici inoltre si convertono in prigioni in fiamme, a testimoniare che spesso la fuga dalla realtà non è possibile!

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    Tutte le attività dell’uomo consumano. Tutte le costruzioni, gli edifici e le infrastrutture occupano porzioni di suolo, che, irreversibilmente, una volta modificate, non potranno tornare alla loro funzione originale.Due progetti, discutibili e forse troppo futuristici, propongono il riuso dei viadotti autostradali per accogliere abitazioni e uffici, salvando spazio e collegando in verticale la strada al fondo valle.

    IL RIUSO DI UN VIADOTTO DELLA SALERNO-REGGIO CALABRIA 

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    Il consumo di suoloè una problematica che affligge tutto il globo, e radica, nel vecchio continente, le sue più antiche fondamenta. Le città oramai congestionate, spingono l’urbanizzazione e l’antropizzazione di aree sempre più marginali talvolta inadatte per uno sviluppo edilizio massivo. Questo processo oltre ad aumentare sempre più la distanza tra l’uomo e la natura, opera il consumo dei terreni che dovrebbero essere utilizzati in agricoltura per produrre il nostro sostentamento.

    Quante persone reputano gli spazi e le aree verdi, caratteristiche imprescindibili da inserire all’interno di un centro urbano per caratterizzarne uno sviluppo sostenibile, e quanti sono disposti a rinunciarvi per fare spazio a un’infrastruttura che migliori la vita di tutti i giorni, gli spostamenti e le velocità di percorrenza? Sogno di non pochi a mio avviso dovrebbe essere quello di vivere in uno spazio ben servito, ma anche con molto verde, per una vita più salubre e in armonia con la natura.

    Se ci atteniamo a queste prerogative, progettualmente, la risposta arriva da Ja Studio, che durante un concorso per l’utilizzo di energie rinnovabili, propone il riuso di un gigantesco viadotto e dei suoi piloni, inserendo tra questi alcuni piccoli edifici.

    Secondo Ja Studio, i ponti e i viadotti, sono opere in calcestruzzo che allontanano le vicine città alle valli della zona. Da qui la loro proposta, quella di inserire case, uffici e locali commerciali su una rampa-piattaforma che collega il sedime stradale, al fondo valle, con l’obiettivo di recuperare lo spazio inutilizzato ma parzialmente costruito in un’opera di tale portata, e piazzare una paciosa e tranquilla vita in netto contrasto con la frenesia della sede autostradale.

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    caption: in alto, il progetto per l'A3 Salerno-Reggio Calabria di Oxo Architects.

    Oxo Architects invece propone un ambizioso progetto per riqualificare l’A3; trasformare un’infrastruttura dismessa in una città verticale, con case, negozi, e vari servizi su uno dei viadotti abbandonati della Salerno-Reggio Calabria.

    Il progetto prevede di utilizzare strutture già esistenti evitando il depauperamento delle risorse esistenti, e almeno su carta, risulterebbe completamente autosufficiente. Impianti geotermici, fotovoltaici e solari termici garantiranno acqua calda e corrente, le acque grigie dovranno subire il processo della fitodepurazione e i gas perverranno dalla metanizzazione dei rifiuti organici. Gli spazi verdi e gli orti in progetto per le abitazioni, potranno attingere all’acqua piovana raccolta da grandi cisterne interrate tramite sistemi minuziosamente studiati.

    Il Viadotto-Condominio funziona come un grattacielo al contrario, l’accesso non avverrà più dalla base ma dalla sommità – il vecchio sedime autostradale ospiterà i parcheggi privati - regalando ai proprietari degli appartamenti con immediata vicinanza all’ingresso, un’incredibile vista sull’ambiente circostante.

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    Fortunatamente i due progetti rimangono, per ora, unicamente su carta, e se la pensate un pochino come me, riterrete opportuno pensare che il riutilizzo non è sempre la scelta migliore che si possa effettuare. Se il progetto ideato da Oxo Architects nel suo “piccolo” cerca di provvedere autonomamente al proprio sostentamento, parallelamente abbassa di molto il livello dell’abitare di un possibile fruitore. Il progetto può essere definito ecosostenibile in tutte le sue parti, ma è probabilmente l’idea a non esserlo affatto. Immaginiamoci solo per un secondo di vivere in un appartamento aggrovigliato come un parassita su un pilone di un viadotto dismesso. Quanti effettivamente sarebbero disposti ad abitare in un luogo del genere, in circostanze del genere. Per non parlare dell’elevato costo di realizzazione; verrebbero prodotti una serie di appartamenti con servizi annessi, accessibili solo a persone facoltose che per nulla al mondo rinuncerebbero al loro attico cittadino per trasferirsi letteralmente “sotto un ponte”. Se si vuole godere di un’incredibile vista del paesaggio limitrofo, perché non procedere all’abbattimento di questa infrastruttura così da ripristinare il paesaggio e il suo aspetto originale? Probabilmente come accade spesso, l’interesse di pochi è così elevato da riuscire a sovrastare i problemi che ci dovremmo porre per progettare il benessere di molti.

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    In Grecia, nel Peloponneso, dove prima risiedevano uomini dalla vista aguzza, che scrutavano il mare in cerca di velieri nemici, ora le persone trovano ristoro per la mente e per lo spirito ammirando il paesaggio mozzafiato che si gode oltre lo strapiombo. Infatti, gli architetti Kostas Zouvelos e Kassiani Theodorakakou sono riusciti a trasformare una torre difensiva di avvistamento, che sovrasta Capo Tainaron in località Asiata, in luogo di contemplazione

    IL PROGETTO DI RESTAURO DEL CASTELLO DI ASTLEY

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    IL PROGETTO DEL RECUPERO DELLA TORRE

    Il volume esterno della torre sembra non aver subito alcuna modifica: dalla costa e dall’entroterra si staglia verso il cielo un parallelepipedo in pietra locale con copertura piana saldamente accorato alla roccia del monte. Infatti, gli spazi necessari alla nuova destinazione d’uso sono stati sapientemente ricavati all’interno del perimetro murario esistente, le lacune sono state riempite utilizzando il medesimo materiale reperibile in loco e la piscina a sfioro inserita ex novo non interferisce visivamente con l’unitarietà di stile della costruzione. Inoltre, al fine di aumentare la coesione tra le pietre, le superfici interne ed esterne sono state stuccate in “kourasani”: una malta costituita da terra di Theraic, che si trova nelle vicinanze, polvere di ceramica, calce, sabbia di fiume e una piccola quantità di cemento.

    All’interno gli ambienti sono disposti su quattro livelli: tre camere da letto, due bagni e una cucina si articolano negli stretti spazi dove in alcuni punti le pareti sono costituite direttamente dalla pietra viva. Una serie di scalette interne ed esterne collegano i vari ambienti della torre arredati in stile contemporaneo. Le piccole aperture, che incorniciano il mare, non sono state ampliate: in questo modo pochi raggi di sole penetrano all’interno rischiarando gli ambienti bui in pieno contrasto con la luce accecante dell’esterno tipica della Grecia.

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    Si torna a scuola, riprende per molti una routine fatta di compiti in classe, interrogazioni e assegni per casa, oltre ovviamente a socializzazione, amicizia, divertimento e, perché no, attenzione alla natura, anche in classe, come sempre.

    Abbiamo selezionato qualche accessorio di design utile per le giornate di scuola, che accompagni in modo sostenibile bambini e ragazzi nella nuova avventura che stanno per intraprendere. Si tratta di accessori sostenibili per la scuola come quaderni, matite, astucci per le penne e altri prodotti di cancelleria realizzati con materiali naturali, utili per educare al rispetto della natura sin da piccoli.

    MATITE E COLORI DA PIANTARE

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    Sprout è una matita da disegno realizzata con legno, argilla, grafite. Contiene al suo interno dei semi biologici in modo tale che, una volta finita, la matita può essere piantata e, dopo essere stata innaffiata, germoglia. Si può scegliere tra una diversa varietà di essenze tra cui timo, pomodoro, basilico e salvia. 

    Acquista la matita che germoglia

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    Sprout è disponibile anche in versione colorata: non solo una matita da disegno ma anche belle matite per colorare, da piantare una volta finite. Ad ogni colore è associata una piantina: verde per il basilico, azzurro per il non ti scordar di me, giallo per la calendula. 

    Acquista il set di colori che germogliano 

    QUADERNI E TACCUINI RICICLATI

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    Rhino è un quaderno incarta 100% riciclata e di qualità che non solo favorisce il riciclo della carta ma lotta anche contro la caccia di frodo dei rinoceronti. 30 anni fa c’erano 70 mila rinoceronti nel mondo. Oggi ci sono solo 18 mila esemplari. Con l’acquisto dei prodotti Rhino contribuisci alla raccolta fondi per l’organizzazione “Save the Rhino”, che si batte per la salvaguardia di questi animali. 

    Acquista il quadernone Rhino 

    Anche Sterik propone un oggetto alternativo (anche se non altrettanto eco). Si tratta di un diario Settembre 2015 – Agosto 2016 con copertina realizzata per il 93% da prodotti naturali. Peccato per l’interno, su cui, oltre alla presenza di 10 pagine “a sorpresa” non sono disponibili specifiche informazioni sui materiali utilizzati. La copertina del diario, oltre ad essere realizzata con materiali naturali, è bianca perché personalizzabile con disegni, scritte e colori. 

    Acquista il diario Sterik 

    ALTRI ACCESSORI SOSTENIBILI

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    Per ridurre gli oggetti usa e getta e favorire quelli che una volta acquistati durano a lungo, proponiamo una bottiglia termica molto resistente, realizzata in acciaio inox, da portare con sé a scuola, anche durante gite scolastiche o escursioni. Sostituisce la tipica e insostenibile bottiglietta di plastica, è riutilizzabile, mantiene fresca l’acqua grazie all’isolamento avanzato e non altera il sapore del contenuto. Disponibile in rosso, blu e rosa. 

    Acquista Chilly’s Bottle 

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    Sostituisce uno standard portapenne in plastica, è originale e divertente. Questo portapenne a forma di temperino è realizzato esclusivamente in legno ed acciaio. 

    Acquista il portapenne 

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    Per delle note veloci o lasciare dei messaggi agli amici prova i post it riciclati. Aderiscono allo stesso modo dei post it tradizionali ma sono realizzati con carta riciclata. 16 blocchetti colorati da 100 fogli ciascuno.

    Acquista i post it riciclati 

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    Infine un suggerimento per i più grandi, che già possiedono un cellulare di ultima generazione: è possibile proteggerlo dai possibili urti che potrebbe subire tra i banchi di scuola con una naturalissima custodia in sughero.

    Acquista la custodia per iPhone  


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    Lo studio Shigeru Ban Architects ha rilasciato le immagini del suo primo prototipo di un rifugio di emergenza progettato dopo il disastro in Nepal della scorsa primavera. 

    Il prototipo è pronto per essere costruito entro la fine del mese di agosto ed è stato progettato per essere facilmente montato anche da persone non esperte in montaggio di strutture. 

    RICOSTRUZIONI POST CALAMITÀ: NEW ORLEANS DOPO L'URAGANO KATRINA

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    Utilizzando dei semplici collegamenti tra i moduli dei rifugi,  vengono realizzate le strutture di base (cornici in legno di 90 cm x 210 cm), i mattoni e le macerie recuperate vengono utilizzate per il tamponamento delle murature, mentre con i tubi di cartone (tipici dei progetti dell'architetto giapponese) viene creata una struttura reticolare che sostiene il tetto. Questo tipo di struttura, per come è stata concepita, come afferma Shigeru Ban, permetterà un "montaggio rapido e insediamento quasi immediata".

    Shigeru Ban è un architetto infaticabile che vive tra New York, Tokyo e Parigi, e il cui lavoro ha da sempre espresso fiducia verso la rigenerazione e la ricostruzione di siti devastati. Di recente, nel 2014, ha vinto il Pritzker: si tratta del più prestigioso premio d’architettura internazionale, conferitogli per le sue opere costruite in materiali riciclati, destinate a ospitare i profughi delle guerre civili e le vittime dei disastri naturali. La sua tecnica usa materiali naturali rigenerabili come il bambù, oppure riciclati come le stoffe e i sottoprodotti di carta e plastica, o ancora adoperando materiali locali, per costruire colonne, muri e travi portanti.

    La logica di Ban è semplice: realizzare qualcosa che sia facile da smontare e rimontare e nello stesso tempo resistente all’acqua e al fuoco. 

    Per Shigeru Ban, la sostenibilità è un valore appartenente alla stessa architettura. Le sue opere si sforzano di utilizzare prodotti e sistemi adeguati, in sintonia con l’ambiente e il contesto specifico, nonché materiali rinnovabili e, quando possibile, di produzione locale.

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    Il progetto del rifugio è stato concepito in collaborazione con l'organizzazione umanitaria di Ban, Voluntary Architects Network (VAN). A partire da quando si avvierà la realizzazione, la previsione è di fornire in pochi mesi case temporanee utilizzando materiali locali disponibili in Nepal. Partner del progetto e della realizzazione saranno anche le Università locali, gli studenti e molti architetti nepalesi. 

    Intanto l'azienda di Ban e la sua organizzazione di soccorso volontario distribuiranno semplici tende-integrate con fogli di plastica donate dagli appaltatori locali che serviranno da pareti divisorie per essere montate temporaneamente in loco come rifugio temporaneo e stazioni per aiuto medico.

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    Il nome del progetto dello studio Kadarik Tüür Arhitektid – gruppo estone con sede a Tallinn – per il padiglione dell’Estonia a Expo Milano 2015è la chiara sintesi della natura della costruzione così come la dinamicità e creatività del popolo nordeuropeo si riflette perfettamente nella flessibilità e multifunzionalità dello spazio progettato.

    L’edificio, con una superficie di circa 1200 metri quadrati, non è un contenitore statico ma fa da cornice alla vita che si svolge al suo interno: l’architettura è stata pensata in modo da adattarsi alle diverse esigenze di mostre, rappresentazioni e concerti.

    EXPO 2015: IL PADIGLIONE DEL BRASILE IN SUGHERO

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    All’interno della galleria dell'Estonia si fondono elementi tradizionali e rivoluzioni high-tech rappresentativi dei caratteri tipici del popolo baltico e del proprio territorio naturale incontaminato che si uniscono con l’innovazione tecnologica del paese, definita dalla BBC come la ”Next Silicon Valley”. Il padiglione ospita più di trenta aziende e la sua permeabilità, ovvero il continuum spaziale tra l’interno e lo spazio aperto esterno, rappresentano l’apertura e la trasparenza al livello economico e commerciale del paese nei confronti del visitatore e, quindi, del mondo e delle dinamiche globali.

    LA STRUTTURA DEL PADIGLIONE ESTONE

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    L’edificio è facilmente comprensibile sul piano compositivo e costruttivo. La struttura è composta da cinquantadue box modulari e impilabili in legno lamellare, alternati ritmicamente a spazi aperti: l’alternanza dei pieni e dei vuoti è così assimilabile al disegno di una scacchiera. Il design delle scatole è variabile in modo da poter creare molteplici moduli adattabili alle diverse funzioni: c’è un modulo altalena, un modulo per le presentazioni su schermi LED, moduli con pareti mobili per le mostre e moduli appositi per la sala conferenze e meeting. Questo sistema è stato scelto sia per la semplicità di costruzione e di smontaggio al termine della manifestazione che per la flessibilità degli spazi interni, così come la monomatericità del padiglione è intesa come fondale neutro per tutti gli eventi ospitati e per le diverse immagini proiettate dagli schermi a LED installati.

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    L'ORGANIZZAZIONE INTERNA

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    Al piano terra, ai lati di un ampio open space flessibile che ospita gli eventi più disparati, oltre all’alternanza ritmica di box espositivi e dei tradizionali kiik, troviamo un punto informazioni, un ristorante che propone street food tradizionale e un negozio di souvenir.

    Per mezzo della scala centrale si raggiunge il primo piano, che ospita uno spazio espositivo in cui vengono esaltate le punte di diamante della produzione estone– imprese innovative, soluzioni di e-State, turismo rurale e imprese green, elementi del settore creativo e delle belle arti – oltre a un ulteriore bar tematico, dedicato ai prodotti tipici della nazione baltica a base di segale, dal pane alla birra e ai distillati.

    Al secondo piano viene invece messo in evidenza il grande rapporto dell’Estonia con la natura. Qui è riprodotto un piccolo bosco con le specie arboree più tipiche del paese – le betulle – animato dal suono del canto degli uccelli: le registrazioni vengono attivate grazie a delle fotocellule e il volume si alza in base a quanti più visitatori vengono percepiti dai sensori. Una serie di schermi trasmettono live la vita degli uccelli estoni e, più in generale, di alcuni animali presenti sul territorio nazionale, filmati attraverso telecamere nascoste.

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    SOSTENIBILITÀ E RISPARMIO ENERGETICO

    Così come molti altri stati in Expo Milano 2015, anche l’Estonia ha scelto il legno come materiale dominante della costruzione, utilizzando le sue caratteristiche come espressione della sostenibilità e dello stretto vincolo tra società e natura.

    L’impianto di illuminazione, che regola automaticamente le lampade in base alla variazione delle condizioni di luce naturale esterna, sottolinea l’attenzione al risparmio energetico. Uno degli elementi più interessanti del padiglione, da questo punto di vista, è costituito dal tradizionale kiiking, sport di cui gli estoni sono inventori: per mezzo dei kiik, delle altalene, anche biposto, inserite nei vuoti lasciati dalla struttura e collegate a dei generatori, i visitatori sono in grado di convertire l’energia cinetica dell’oscillazione dei dondoli in energia elettrica, auto-producendo così energia. Superate le cinque oscillazioni infatti, il sistema alimenta dei caricatori per cellulare messi a disposizione degli utenti, mentre delle macchine fotografiche immortalano il kiiker ignaro, quando meno se lo aspetta: al momento di abbandonare l’altalena il visitatore può ritirare la propria fotografia, stampata assieme ai dati sulla quantità di energia prodotta con le oscillazioni, in modo da comprendere quanta energia sia necessaria per le comuni azioni quotidiane.

    TECNOLOGIA

    L’avanzata produzione tecnologica del paese baltico non poteva non caratterizzare il padiglione estone con tecnologie e software innovativi: una grande quantità di schermi a LED rivestono le pareti delle stanze, soffitto compreso, proiettando scene in live streaming direttamente dall’Estonia – addirittura dalle cucine di un ristorante noto in tutto il mondo. All’interno del padiglione, una rete wi-fi libera e una serie di supporti predisposti permetteranno agli ospiti di condividere immagini e comunicare via Skype, software diffusissimo sviluppato da un gruppo di giovani estoni.


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    L’Università di Tokyo ha annunciato di aver messo a punto una tecnologia in grado di accumulare energia termica per un lungo periodo e di rilasciarla in modo graduale grazie a una leggera pressione. Si tratta di Heat-storage ceramic, che in italiano si può tradurre come “ceramica ad accumulo di calore” ed è il brevetto di un team guidato dal Professore Ohkoshi della Facoltà di Scienze dell'Università di Tokyo

    IL MURO AUTO-RAFFRESCANTE IN CERAMICA, IDROGEL E TESSUTO 

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    caption: Schematizzazione grafica della corrente elettrica di 0,4  A  mm -2 che fluisce in seguito alla pressione prodotta sul materiale (www.nature.com)

    La particolarità della ceramica ad accumulo di calore

    Trattenere energia termica è una caratteristica di molti materiali, ma la particolarità di questa ceramica è che essa può immagazzinarla a lungo e rilasciarla solo su richiesta, come una batteria: basterà una leggera pressione su ciascun blocco per far si che l’energia venga rilasciata (appena 60 Mega Pascal). Oltre all'applicazione diretta di calore, l'energia termica può essere memorizzata facendo passare una corrente elettrica attraverso il materiale o irradiazione con la luce, consentendo l'assorbimento ripetuto e il rilascio di energia termica da una varietà di metodi.

    caption: (a) Memorizza calore materiale energetico di 230 kJ/L mediante riscaldamento e rilascia l'energia da una pressione debole (60 MPa).

    caption: La ceramica memorizza calore energia da varie fonti come (b) il flusso di corrente elettrica.

    caption: (c) Memorizza energia da radiazione luminosa.

    GLI IMPIEGHI DELLA CERAMICA AD ACCUMULO DI CALORE

    Il materiale composto da atomi di titanio ed ossigeno potrebbe essere utilizzato, secondo gli studiosi, sia nei sistemi di produzione di energia solare sia per un uso efficiente dell'energia nei processi industriali. Le sue capacità termiche sono notevoli: esso può assorbire e rilasciare una quantità di energia pari a  230 kJ/L, pari a circa il 70% del calore latente di fusione dell’acqua.

    Lo Stripe-tipo-lambda-trititanium-pentoxide che compone questa ceramica è un semplice ossido di titanio, costituito da numerosi elementi e rispettoso dell'ambiente poiché totalmente naturale. Questo materiale ceramico dovrebbe essere un nuovo candidato per l'impiego in sistemi di generazione di calore solari, in cui i paesi europei stanno investendo tantissimo, e anche per un uso efficiente nel settore della generazione di calore per uso industriale.

    Questo materiale può anche essere utilizzato per dispositivi elettronici avanzati, quali fogli sensibili alla pressione, cuscinetti termici riutilizzabili, sensori di conducibilità sensibili alla pressione, resistenze tipo resistance random access memory (ReRAM), e apparecchi con memoria ottica.


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    Il progetto "Wicker Metamorphosis" nasce nel cuore della città cilena di Chimbarongo, nota per la produzione divimini, fibra vegetale leggera e rinnovabile da cui si producono cesti, stuoie e mobili. Appare come un’installazione artistica negli alti campi di salice, con un layout poetico ed elegante che racchiude fasi e ombre in forme geometriche pure. In realtà è un’efficace workstation ideata dallo studio Normal Architecture Studio/Domingo Arancibia per la lavorazione ed essiccazione dei vimini. L'obiettivo è la partecipazione attiva degli abitanti alla "metamorfosi’"della fibra vegetale e dei suoi processi produttivi a prezzi accettabili. È, quindi, un progetto di resistenza alla pressione di convertire le zone rurali a diverse piantagioni e mestieri più redditizi, a favore della conservazione e trasmissione dell’arte dell’intreccio.

    SALICE E SABBIA PER IL PARCO GIOCHI DI VIENNA

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    La coltivazione dei vimini e l’arte dell'intreccio

    In Cile la coltivazione e la produzione diviminiè molto diffusa e vanta origini antichissime, specie nella città di Chimbarongo che ha avuto il suo picco di produzione nella metà del XX secolo. Oggi la conversione a colture più proficue, la perdita delle tecniche artigianali e l’assenza del commercio equo solidale stanno portando alla progressiva scomparsa della produzione e attività manifatturiere legate alle fibre naturali.

    Anche se i prodotti derivanti dalle piante sono tantissimi e di largo consumo, non sono tuttavia noti i processi produttivi e le nobili origini. I vimini derivano dai giovani rami del Salix intrecciati nei periodi di disoccupazione stagionale soprattutto in inverno, periodo in cui piogge e neve rallentavano le attività nei campi. Come con le fibre di bambù, olmo e olivo, dai vimini si possono produrre oggetti utili e creativi di uso quotidiano: panieri, sedie, canestri e contenitori di vario tipo. Tagliato e scortecciato in inverno assume la colorazione bruna, mentre lasciato a macerare per tutta la stagione fredda, scortecciato ed esiccato assumerà il colore chiaro. I rami si lasciano a bagno per 3-4 ore per aumentarne la flessibilità e facilitarne la torsione.

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    Il progetto della workstation di vimini

    Nel 2013 furono richiesti finanziamenti pubblici per il progetto, ma nonostante il costo basso non fu selezionato. È stato realizzato in seguito autonomamente grazie proprio all’approccio costruttivo, ai materiali facilmente reperibili e alla manodopera locale. L’obiettivo è di trasformare gli abitanti della città cilena in artigiani e produttori di vimini. Le 6 fasi consequenziali sono sviluppate nell’arco di un anno in una workstation di vimini a supporto dei ogni fase lavorativa.

    Un sistema efficace perché concentra in un posto tutti gli stadi del processo lavorativo della fibra naturale, in modo da ridurre gli spostamenti e aumentare considerevolmente la produzione. I progettisti definiscono due tipi di processi: naturale poiché si realizza in una proprietà terriera creando un vuoto; artificiale perché in situ si segue l'intero processo manuffaturiero. A tal fine, è richiesta una fossa (con lo sbarramento di vimini organizzati in fascette), un campo per l’essiccamento e una piattaforma libera per i processi di selezionamento e stoccaggio. 

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    Le fasi produttive

    Guilles Ivain ricorda che "L’architettura è il mezzo più semplice per articolare lo spazio e il tempo". Lontano da realizzazioni puramente estetiche e modulazioni plastiche, l’architettura è un mezzo per modificare le attuali concezioni del tempo e spazio, è mezzo di conoscenza e azione. Di conseguenza lo stesso complesso architettonico può variare, in parte o del tutto, a seconda della volontà degli abitanti e delle attività che contiene. In "Wicker Metamorphosis" la planimetria cambierà nei diversi mesi dell’anno in accordo ai processi metamorfici della pianta.

    La proposta vuole articolare spazio e tempo: la ciclicità della lavorazione e i cambiamenti formali della fibra hanno un impatto diretto sullo spazio progettato. Le fasi si traducono in diverse caratteristiche spaziali e la stessa architettura a supporto delle pratiche lavorative è definita dai vimini.

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    Fase 0: Maggio. La raccolta. Durante il mese di maggio vengono raccolte e tagliate le canne per mezzo del falcetto o seghetto. 

    Fase 1: Maggio, giugno e luglio. Raccolta + macerazione. Quando si tagliano le piante, i ramoscelli si affastellano e si dispongono in una trincea con acqua per macerare. Si crea un bordo circolare attorno alla piattaforma di terra rossa.

    Fase 2: Ottobre. Sbarramento + ricrescita. I germogli cambiano il colore da rosso a verde. Inizia il processo di scortecciamento.

    Fase 3: Novembre. Scortecciatura + asciugatura. Le fibre sono scortecciate a mano all’interno dell’area quadrata e poi disposte sulla corte di essiccazione ruotata rispetto alla piattaforma.

    Fase 4: Dicembre-Gennaio. Selezione + raccolta. Una volta che le aste sono asciutte, vengono selezionate ed assemblate in fasci, poi stoccate e trasportate fuori l'area grazie ad un percorso rettilineo.

    Fase 5: Febbraio-Aprile. Coltivazione. Quando le piante crescono attorno alla piattaforma quadrata si forma un vuoto ben visibile da una vista aerea. Il progetto definisce una postazione lavorativa, un’organizzazione consequenziale e un’architettura economica, sostenibile e soprattutto facilmente replicabile dalla popolazione locale.


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    Cresce la  decrescita, racconta Serge Latouche, l’economista e filosofo francese che negli ultimi 10 anni ha fatto sì che il termine “decrescita” diventasse uno slogan fortemente critico e analitico nei confronti di alcuni fenomeni contemporanei. Eppure c'è ancora chi, come i nostri governanti, ne teme gli esiti. 

    LA DECRESCITA FELICE NON È UNA BUFALA

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    "La globalizzazione è mercificazione. Il libero scambio è come la libera volpe nel libero pollaio", ha dichiarato Latouche.

    Nel corso del festival della sostenibilità “Borgofuturo”, tenutosi a fine Luglio presso Ripe San Ginesio (MC), Latouche ha sviscerato le sue teorie circa i grandi temi attuali: dalla crisi economica a quella ambientale, dall’accordo di libero scambio fra Unione Europea e Stati Uniti e tanto altro. Perfino il significato dell’EXPO 2015 è stato approfondito: l’evento – secondo Latouche ma anche sentiti sociologi ed economisti del settore del cibo e di quelli affini – è una vetrina per le multinazionali che poco lascia alla visibilità e al progresso dei piccoli produttori.

    Secondo Latouche è necessario che la tecnologia resti "uno strumento svincolato dalle logiche di mercato. Finché a finanziare la tecnologia saranno le grandi imprese multinazionali essa non potrà che rispondere ad esigenze diverse da quelle del progresso sostenibile di una società. L’evoluzione tecnologica può aiutare ad affrontare dei problemi, ma i grandi problemi di oggi sono di natura sociale, che nessuna tecnologia può risolvere".

    Non è ben visto dalla classe dirigente, ma a sorpresa, pare che Latouche abbia avuto dei riscontri positivi dal Pontefice circa le teorie sulla decrescita e questo è un segno di come le coscienze si stiano svegliando sul tema. In particolare è accaduto con l’enciclica di Papa Francesco " Laudato Si", nella quale ha incoraggiato a un cambio di modello, proponendo come soluzione proprio il movimento della decrescita.

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    Un sistema economico per coltivare la felicità

    Saper soddisfare i propri bisogni imparando a coltivare la felicità con quello che abbiamo a disposizione non è semplice vista la nostra mentalità prettamente concorrenziale. Come fare?

    "Dobbiamo ricordare come siamo stati economicizzati […]". Come discendenti degli antichi greci, noi abbiamo ereditato il sistema economico modificatosi durante il periodo dei grandi filosofi ed evolutosi nel periodo medioevale, divenendo poi la base di quello capitalista moderno. Sembrerebbe che lo stesso Aristotele avesse capito che continuando a usare quel sistema capitalista (se pure ancora arcaico) si sarebbe distrutta la società. Non è del tutto impossibile impostare un nuovo sistema economico, ma occorrerà molto tempo.

    La crisi dell’Architettura e dell’Urbanistica

    Nell’ambito dell’urbanistica, la situazione sta sfuggendo di mano ad Architetti, Urbanisti, Paesaggisti e professionisti del settore, questo perché loro stessi – secondo Latouche – hanno cercato e cercano tutt’oggi di porre rimedio al degrado in cui versano i centri urbani e l’ambiente, con tentativi che si sono rivelati vani, essendone spesso essi stessi spesso la causa. È mancato è stata un’analisi globale sul fallimento dell'Architettura e la lucida consapevolezza di doversi mettere anche contro la politica per sconfiggere alcuni stereotipi che impediscono all’Architettura di essere fatta in maniera positiva.

    Cos'è la città in decrescita

    "La città decrescente dovrebbe essere una città con una impronta ecologica ridotta, trattenendo un rapporto forte con l’ecosistema [una bio-regione]. Piuttosto di sognare la costruzione di città nuove, bisognerà imparare ad abitare le città in modo diverso".

    realizzare questa città non è semplice, perchè occorre educare i cittadini e non imporre logiche pre-confezionate. Bisogna partire da zero per costruire una società autonoma di decrescita. Esistono dei presupposti e dei programmi fra cui quello noto come programma delle otto «R»: rivalutare, ridifinire, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. Sono questi otto target tra loro collegati che attivano una decrescita serena, conviviale e sostenibile. Chiamarlo “programma” è già fin troppo avanzato: con le otto R siamo al livello di ideazione, ma è essenziale partire da qualcosa di ben studiato.

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    La città in decrescita, opposta a quella capitalizzata che i governi ci impongono, non è quindi la metropoli.

    "Invece delle megalopoli attuali, bisogna immaginare una città ecologica, fatta di villaggi urbani dove ciclisti e pedoni utilizzano un'energia rinnovabile. Nella città decrescente, gli abitanti ritroveranno cosi il piacere di gironzolare, come sognavano Baudelaire o Walter Benjamin. Riapprendere di abitare il mondo è quindi un imperativo". Facile a dirsi, ma come risolvere il problema del sovraffollamento? Sicuramente preferendo il recupero dell'esistente alla continua edificazione, essendo il tessuto urbano già saturo di edilizia. Occorre pensare a recuperare i vuoti urbani abbandonati e non credere che le città verticali siano una soluzione al problema perché i grattacieli sono energivori e altamente insostenibili per il nostro pianeta, anche quelli pensati per funzionare con le logiche della Bioarchitettura, sia per i costi e i tempi di costruzione che per la manutenzione e la loro gestione che abbassano notevolmente il loro ecovalore presunto.

    Presente e futuro delle città decrescenti

    Mentre si attende – non si sa se invano – il cambiamento di rotta dei governi a scala mondiale verso un comportamento più improntato verso i modelli della decrescita felice, numerosi sono gli attori locali che hanno intrapreso la via della decrescita, in maniera consapevole e a volte anche inconsapevolmente ma riconoscendone poi i risultati positivi.  A titolo informativo possiamo menzionare la rete delle città lente (le cosiddette Slow cities), le città in transizione (le Transition towns, il cui modello di crescita è probabilmente quello che maggiormente si avvicina ai presupposti della decrescita ), le Città Post Carbone.

    Tutti questi tipi di città cercano soluzioni in previsione dell’esaurimento di energie fossili. In altre parole ricercano la resilienza che altro non è che la capacità di adattamento al cambiamento, utile alla sopravvivenza in qualsiasi condizione.

    La città decrescente, primo passo verso una società di parsimoniosa delle proprie risorse, preserverà l’ambiente che è alla la base di tutta la vita. Non secondari saranno gli aspetti di rafforzamento dei rapporti sociali dovuti ad una solidarietà crescente e un livello di occupazione in ricrescita.


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    L'università di Kolding, in Danimarca, può essere eletta a tutti gli effetti la più green d'Europa grazie alla sua facciata dinamica composta da 1600 moduli mobili in acciaio forato. Tecnologia e principi di bioclimatica rendono l'edificio progettato da Henning Larsen Architects una gioiello dell'architettura.

    FACCIATE DINAMICHE: GLI ESEMPI PIÙ BELLI DAL MONDO

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    Henning Larsen Architects vince il suo primo premio nel 1961 per la progettazione dell’Università di Stoccolma, da allora si è cimentato di frequente nell’ambito della progettazione e realizzazione di complessi scolastici ed universitari.

    Nel 2008 vince il primo premio per il progetto della sede delle facoltà di Comunicazione, Design, Cultura e Lingue della University of Southern Denmark nel Campus di Kolding. L’edificio realizzato nel 2014 è situato a Grønborg nel centro della città di Kolding , e gode di una posizione privilegiata sulle rive del fiume a poca distanza dal porto e dalla stazione. La volontà è di creare una piazza che interconnetta il fiume e le sedi delle varie istituzioni universitarie generando un legame tra la vita universitaria e la vita della città, tra interno ed esterno.

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    RICERCA TECNOLOGICA E PROGETTUALE

    L’edificio è frutto di un attento periodo di ricerca sia a livello tecnologico che progettuale. È un ottimo connubio tra innovazione e architettura, caratterizzato da un design moderno e una particolare attenzione e riflessioni sulla vita all’interno dell’Università che hanno portato lo studio danese a generare un spazio interno vibrante e dinamico.

    I piani sono accessibili da un atrio di forma triangolare che muta ad ogni livello sia in forma che in posizione generando uno spazio suggestivo e vivo, varia pertanto l’ubicazione delle scale piano per piano, conferendo movimento alla hall e agli spazi comuni. Si genera un gioco di sfalsamenti che permette di creare delle connessioni visive tra i pianerottoli di accesso ai diversi piani, oltre a creare un ambiente architettonico dinamico, è volto ad enfatizzare gli aspetti fondamentali dell’ambiente universitario: la comunicazione e la conoscenza, nonché la ricerca e la sperimentazione. L’obiettivo è quello di generare ambienti di interconnessione e scambio, in prossimità dell’atrio, tra studenti, professori e ricercatori, allo stesso tempo vengono garantiti alcuni luoghi più privati per la contemplazione, la riflessione o la lettura nelle zone più periferiche dell’edificio.

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    LA FACCIATA DINAMICA DELL'EDIFICIO

    In tutto questo un ruolo fondamentale è svolto dalla luce e dall’illuminazione naturale

    “La luce del giorno è un parametro importante - afferma lo studio Henning Larsen Architects - per assicurare un ottimo microclima interno e il benessere dei fruitori”.

    Grandi vetrate permettono di far entrare molta luce all’interno, ma richiedono anche una schermatura per evitare un eccessivo surriscaldamento degli ambienti. La luce varia nel corso della giornata e dell’anno, è da qui che nasce l’idea di un involucro dinamico, perfettamente integrato nell’edificio, che permette di controllare e gestire luce e calore garantendo un clima ottimale e conferendo un’immagine architettonica significativa unica e variabile.

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    Le facciate sono caratterizzate da vetrate continue e da 1600 moduli di forma triangolare in acciaio perforato. Gli schermi solari sono montanti su telai mobili che permettono il movimento al fine di regolare la quantità di luce desiderata all’interno degli ambienti, il sistema è dotato di sensori che misurano di continuo il livello di luce e calore regolando e muovendo meccanicamente i brises soleil attraverso un piccolo motore. Quando i moduli sono chiusi aderiscono perfettamente alla facciata creando una superficie continua, mentre quando sono aperti creano una facciata dinamica, sporgendo con le loro punte e trasformando l’edificio in un vero e proprio monumento.

    Anche i fori circolari presenti sui pannelli sono il risultato di ricerche e calcoli di ingegneri e architetti che hanno stabilito il 30% come angolo di apertura ottimale sia per la schermatura che per la visuale dall’interno verso l’esterno. Durante il giorno la luce naturale filtra attraverso i fori creando giochi di luce sempre variabili all’interno, mentre la sera il gioco si inverte, quando il sole è tramontato la luce artificiale dall’interno passa attraverso i fori rendendo più trasparente la facciata proiettando le ombre verso gli spazi esterni antistanti la facoltà, portando all’esterno il mondo interno dell’Università e andando a rafforzare il concetto che è alla base del progetto: creare un’interazione e un dialogo forte tra la vita universitaria e la città.

    La forma triangolare dei moduli è dovuta ad una scelta progettuale legata all’inserimento nel contesto urbano, alla forma dell’edificio e al voler creare un vero e proprio monumento per la città piuttosto che una semplice sede universitaria, diventando un simbolo ed interagendo attivamente con l’intorno.

    COLORI E SOSTENIBILITÀ

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    Per quanto riguarda gli aspetti legati alla sostenibilità e al risparmio energetico, lo studio Henning Larsen Architects non si è limitato solamente ad integrare questi sistemi in facciata, ma ha progettato l’intero edificio secondo principi sostenibili, garantendo un’ottima ventilazione e illuminazione naturale. L’atrio di notte viene raffrescato utilizzando l’aria esterna e di giorno viene illuminato naturalmente dal lucernario posto a sommità, inoltre un impianto di raffrescamento e riscaldamento a soffitto, che utilizza la raccolta delle acque piovane, permette di regolare le temperatura all’interno dell’edificio, mentre celle solari in copertura provvedono alla produzione di energia elettrica ed infine una serie di altre accortezze come l’uso di illuminazione led o di apparecchiature energetiche a basso consumo, fanno del Campus di Kolding una delle sedi universitarie più sostenibili di Europa.

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    Un’ulteriore osservazione può essere posta sull’uso del colore. Sia all’interno che all’esterno predominano colori neutri, per le parti strutturali e per la pavimentazione così come per la maggior parte dei moduli in facciata. Tuttavia gli elementi di arredo e di design degli spazi comuni interni sono caratterizzati da colori come l’arancione, il giallo, il rosso, mentre alcuni moduli triangolari della facciata dinamica sono colorati di arancione, rosa o verde, conferendo vivacità alla facciata, la stessa vivacità che contraddistingue un ambiente universitario.


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    Sui social networks si parla sempre di più di "smart city". I social sono capaci di offrire una piazza di discussione molto ampia e sui vari Facebook, Twitter, Pinterest... intervenire è consentito ad un pubblico sempre più vasto. 

    SMART CITY IN ITALIA: QUALI SONO LE CITTÀ PIÙ INTELLIGENTI?

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    SOCIAL E SMART CITY

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    Con uno studio condotto utilizzando gli strumenti di analisi della WelikeCRM, amcservices ha evidenziato 4 domande per capire come viene trattato il tema dagli utenti della rete e come questo sistema possa essere funzionale alla crescita delle smart cities, in relazione soprattutto ai cittadini, utenti primari del servizio.

    1. Cos’è per gli utenti italiani del web e dei social network una città smart?
    2. Cosa li incuriosisce quando si parla di città intelligente?
    3. Chi parla di smart cities in Italia e da quali zone del nostro paese?
    4. A quali argomenti a quali tematiche sono maggiormente interessati?

    Quello che di importante emerge da questo studio non è tanto capire che idea hanno i cittadini sulla smart city, che spazia tra i concetti di sostenibilità, digitalizzazione condivisione ed inclusione sociale, ma quali sono i temi più sentiti, capaci di creare interesse e permettere quindi di affrontare l’argomento in maniera strutturata. Capire di cosa parlano le persone quando pensano al tema smart city diventa quindi fondamentale per la pubblica amministrazione e per le altre aziende per sapersi porre in modo corretto sul mercato, creando servizi che sono il risultato delle opinioni dei cittadini in qualità di utenti finali.

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    A tale scopo sono state selezionate delle figure chiave capaci di influenzare ed individuare degli ambiti di interesse per creare e sviluppare una sempre più viva partecipazione attiva da parte dei cittadini. Gli influencers o influenzatori sono persone capaci di influenzare i pensieri e le decisioni delle persone grazie a commenti, articoli e opinioni che godono di una considerazione piuttosto alta. Non esiste un profilo specifico, la natura degli influencer può essere di vario tipo ed ognuno di essi è capace di imporsi in modo forte in base alle proprie peculiarità: si passa dalla celebrità, che viene seguita da milioni di persone per la sua fama, all’autorità, che esprime un parere molto forte e considerato autorevole, e ancora all’attivista, in grado di creare veri e propri movimenti. La funzione degli influencer risulta essenziale per promuovere azioni di comunicazione e politica sociale che mira ad arricchire non solo la pubblica amministrazione, ma anche quelle imprese che operano nei settori chiave dello sviluppo e della gestione delle smart cities.

    A partire dai sei temi portanti individuati della commissione europea (economy, living, environment, mobility, people, governance) ecco come gli influencer attirano l’interesse dei cittadini:    

    • Ecologia 39%
    • Cultura 38%
    • Educazione 6%
    • Government 5%
    • Anziani 6%
    • Altro 6% 

    È chiaro come i temi dell’ecologia e della cultura riescano a coinvolgere e ad interessare un maggior numero di persone rispetto ad altri e questo perché spesso si è parlato di smart city e di sostenibilità solo passando attraverso un’idea di rispetto dell’ambiente. Diventa quindi sempre più necessario sfruttare la figura dell’influencer per mettere in gioco tutte le tematiche importanti per lo sviluppo di un nuovo modello di città intelligente e rendere i cittadini consapevoli degli elementi che compongono un panorama il più completo possibile.


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    La Sardegna è una delle regioni d’Italia che vantano una tradizione di architettura in terra cruda di antichissima data, un metodo costruttivo che è stato soppiantato dal cemento solo negli anni ’70 (quindi più tardi rispetto ai numerosissimi luoghi in cui il cemento ha sostituito le metodologie costruttive locali) e che di recente è tornato in auge anche grazie a diverse iniziative volute da vari comuni sardi giustamente interessati a tutelare il loro patrimonio storico-architettonico

    In copertina: un muro in ladiri, localmente anche chiamati ladirini, nel comune di Riola Sardo, in Sardegna. Foto da www.comune.riolasardo.or.it/

     

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    caption: un muro in ladiri. Foto da pinsta.me/paolo.marchi

    I ladiri sardi e la tradizione della terra cruda

    La tecnica di costruzione in terra cruda di maggior interesse per la Sardegna è quella che adopera i mattoni generalmente definiti Adobe, che invece localmente prendono il nome di ladiri o anche di ladirini, a seconda della zona. Questa tecnica prevede la formazione di mattoni con un impasto di terra, acqua e paglia, formati in uno stampo, e successivamente messi ad essiccare all’aria aperta sino a completa asciugatura (operazione che richiede minimo due settimane o un mese).

    caption: produzione manuale di ladiri. Foto da www.terracruda.org

    I ladiri possono essere preparati sia manualmente che meccanicamente, in Sardegna infatti esistono diverse realtà artigianali locali che producono appunto questi mattoni in terra cruda. La messa in opera dei ladiri può essere fatta con la malta di terra o con la malta di calce. Per quanto riguarda l’impasto, secondo "Il manuale della terra cruda" (scaricabile qui - si avvia download documento di 4,57 MB) a Samassi, un comune sardo dove la terra è il materiale costruttivo tipico, tradizionalmente per produrre 1 mc d’impasto per ladiri si utilizza 1 mc di terra e 1 mc di acqua, aggiungendo 0,23 % di paglia (pari quindi a 47,5 kg).

    La terra cruda e la normativa italiana

    La terra cruda è un antico materiale da costruzione - il più vecchio reperto archeologico di abitazione in terra cruda è stato ritrovato a Gerico, e risale all’ 8000 a.C - ed è dotato di ottime proprietà. 

    Infatti, è un eccellente isolante, è dotato di un forte potere traspirante e presenta inoltre ottime caratteristiche di resistenza. In aggiunta, regola naturalmente l’umidità e la temperatura interna dell’abitazione (infatti, all’interno di queste abitazioni si ha di solito un’oscillazione termica di circa due o tre gradi tra il giorno e la notte, con un’umidità relativa del 50%): questo perché i mattoni in terra cruda hanno una massa doppia rispetto ai tradizionali mattoni in terra cotta, e una volta che internamente si è raggiunta la temperatura desiderata, questa tende a essere mantenuta tale.

    Si annoverano altri benefici che derivano dal costruire con la terra, questi sono: la riduzione di consumo energetico durante il processo di produzione e trasporto del materiale (che si trova di solito in loco), la riciclabilità e l’alto grado di riduzione dei residui di laboratorio, la sostenibilità di un’economia autoctona e locale, la facilità di reperimento dei materiali primari, oltre che la risposta positiva della terra se combinata con inerti e fibre vegetali. La terra cruda è infine un ottimo materiale da adoperare nell’autocostruzione di edifici.

    Tuttavia i problemi principali dovuti all’utilizzo della terra cruda sono rappresentati dalla bassa resistenza agli agenti atmosferici, per questo è un materiale che richiede una protezione esterna con intonaco idoneo, oltre che da una resistenza meccanica non sempre adeguata.

    Nonostante le peculiarità positive della terra cruda, la normativa italiana non la considera come materiale costruttivo, anche se, di fatto, esiste sul territorio nazionale un ampissimo patrimonio storico e tradizionale di architettura in terra cruda. Basti pensare che nel comune piemontese di Alessandria esistono circa 1000 edifici in terra cruda tuttora abitati.

    Per questo motivo la regione Sardegna, al fine di favorire il recupero delle architetture in terra cruda e per agevolare la loro immissione nel mercato, ha concesso un’agevolazione dei contributi regionali con la Legge Regionale n. 29 del 13 ottobre 1998.

    Ragioni della mancata diffusione della terra cruda in architettura

    In Sardegna la terra cruda è stata individuata da diversi archeologi come antico materiale da costruzione, e nell’entroterra di Cagliari è stato storicamente l’elemento fondamentale nella costruzione delle case. Oggi però non è un materiale che viene impiegato di sovente specialmente per costruzioni nuove. Di fatto, di recente, i prodotti in terra cruda più richiesti sono solo le finiture e gli intonaci in questo materiale, piuttosto che elementi architettonici primari e portanti, come i mattoni.

    Secondo Matteo Brioni, esperto in costruzioni in terra e proprietario di un’azienda produttrice di laterizi a Gonzaga, una delle ragioni del poco utilizzo della terra cruda si trova proprio nella mancanza d’informazione: infatti, la gente non conosce l’esistenza dei prodotti in terra cruda, non è informata a riguardo delle caratteristiche di questo materiale, per cui non sa perché sceglierli e utilizzarli per le proprie abitazioni. Spesso, inoltre, la terra cruda è percepita come materiale povero.

    Un’altra ragione si trova nelle maestranze che lavorano la terra: infatti questo è un materiale che Brioni chiama prestazionale, vale a dire che esistono diciotto tecniche costruttive per metterlo in opera, e ognuna è più adatta per una certa cosa più che per un’altra. Perciò serve una manodopera che sappia trattare il materiale, mentre con il cemento questa differenziazione non si ha, e non si richiede una manodopera specializzata, anche se i problemi iniziano in seguito.

    Il cortometraggio "Ladiri" di Andrea Mura raccoglie le esperienze di alcuni anziani sardi sulla terra cruda e sulle costruzioni in ladiri in Sardegna.

     caption: abitazione in ladiri, dal cortometraggio ‘Ladiri’ di Andrea Mura, che parla delle abitazioni sarde tradizionali e della tecnica costruttiva dei ladiri. Foto da www.labottegadelbarbieri.org


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    È un penny trovato per terra vicino ad un suo locale ad innescare una serie di felici eventi concatenati, tra cui l’apertura del caffè/ristorante chiamato non a caso Lucky Penny. A Melbourne, lungo la rinomata Chapel Street dove si susseguono le boutique e i locali più trendy, si contraddistingue dagli altri per l’atmosfera genuina e intima.

    UNA CAFFETTERIA VERDE NEL CUORE DI PECHINO

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    Il design su misura gioca tra rievocazioni vintage e uno stile contemporaneo, privilegiando l’uso di tecniche e materiali locali. Per il progetto sul lotto stretto e allungato, è incaricato lo studio Biasol che con l’aiuto di Mezai e Tre Mezzo sviluppa il concept, l’interior design e la grafica. Su una superficie di 115 mq disposto su due livelli, il Lucky Penny viene realizzato con le indicazioni dell’architetto Jean-Pierre Biasol come "uno spazio da vivere e in cui ti senti a casa, dove il vintage si bilancia con lo stile moderno scandinavo".

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    South Yarra, il quartiere in cui si trova il caffè, è una costellazione di negozi di vario genere, e in particolare lungo i 4 km della Chapel Street ci sono ristoranti, night club, boutique di lusso e bazar di cianfrusaglie. Perciò per il Lucky Penny i progettisti ricercano uno stile opposto, una sequenza di spazi accoglienti e non pretenziosi.

    Piante ricadenti punteggiano muri bianchi, mentre comodi appendiabiti e lampade industriali creano intimità tra i tavoli. L’obiettivo è massimizzare lo spazio per i clienti, ottenuto con il design su misura e scelte architettoniche che coniugano comodità, funzionalità e ricercatezza.

    Superfici quadrettate e riflettenti di ceramica introducono il cliente in un ambiente accogliente e schietto. Lo stesso logo, il nome racchiuso da un cerchio tratteggiato, è riportato sulla vetrata e sui menù, mentre tavoli e sedie con varie altezze e bicolore vivacizzano gli ambienti.

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    Gusto nordico e materiali autentici per un ambiente raffinato, che muta e si evolve con il vissuto dei clienti. Il design essenziale si caratterizza per la cura di ogni dettaglio, dagli schienali e portagiornali all’illuminazione: una sensazione familiare avvolge e mette a proprio agio il cliente. Pavimento e soffitto chiaro con spot incassati inquadrano ambienti dai toni tenui, tessuti e pelli ricercati definiscono spazi confortevoli e armonici nella composizione e nelle cromie. I muri di mattoni irregolari raccontano una storia ancestrale e iterativa, mentre la scelta dei colori amplifica la percezione dello spazio rendendo unici i momenti trascorsi al suo interno.

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    Ricorsi dei mattoni su un irregolare strato d’intonaco bianco rappresentano la permanenza della tradizione costruttiva locale, su cui spiccano le nere lampade con le luci puntate sui tavoli dal carattere prettamente industriale. L’esposizione dei prodotti in teche trasparenti e i ripiani lineari facilitano la scelta dei clienti, mentre la cura e l’amore per i dettagli si manifestano negli arredi e negli oggetti.

    Gli sgabelli di James Richardson sono dipinti nella parte superiore o inferiore di bianco o di nero, i menù e le portariviste sono in pelle chiara, ricercati e minimali. Specchi circolari, bottiglioni di vetro, quadretti di varie dimensioni e colori definiscono l’atmosfera domestica del Lucky Penny, dove una piacevole pausa dopo lo shopping potrebbe riservare altri fortunati momenti.

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    Il 20% dell’energia globalmente prodotta, deriva da fonti rinnovabili. L’insieme di energia elettrica prodotta tramite la conversione della radiazione solare, fortunatamente, è una quantità costituita da una variabile che raddoppia il suo valore ogni due anni. Con Sunroof, un software lanciato da Google disponibile per ora sono negli USA, sarà possibile calcolare l'energia prodotta con il fotovoltaico dai tetti delle nostre case.

    ENERGYCITY, IL SOFTWARE PER LA MAPPATURA TERMICA D'EUROPA

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    Fonti governative (U.S. Energy Information Administration) prevedono che in trent’anni il consumo mondiale di energia aumenterà del 56%. La Cina e l’India si trovano a dover soddisfare da sole il fabbisogno energetico di oltre settecento milioni di coltivatori (circa il doppio di quelli che conta l’intera Unione Europea). Inoltre, circa 1,6 miliardi di persone, che abitano nei paesi emergenti, non sono ancora connesse ad una rete elettrica. Ciò fa presumere che entro il 2050 la richiesta mondiale di energia sarà più che raddoppiata, triplicandosi entro la fine del secolo.

    In un mondo che preferisce investire sulle fonti energetiche non rinnovabili e sui combustibili fossili, e dove la sola quantità di energia solare che riesce a raggiungere la superficie terrestre in un’ora, equivale al consumo energetico di un anno dell’intero pianeta, Google lancia il progetto Sunroof.

    Con il nuovo servizio di Sunroof, l’imponente società americana, vuole offrire alcuni dati e suggestioni, per contribuire alla riduzione del consumo di energia prodotta tramite combustibili fossili, mostrando i vantaggi di un’ipotetica installazione di pannelli solari fotovoltaici sui tetti delle nostre case.

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    Grazie al suo database di mappe aeree, Sunroof, la nuova piattaforma di Google riesce a stimare la quantità di luce solare che ricevono le coperture degli edifici, tenendo conto dei parametri più elementari come l’inclinazione delle falde, le ostruzioni naturali (montagne, colline…) o quelle prodotte da elementi limitrofi come alberi, camini o edifici. Tutto questo per restituire una serie di dati utili a calcolare la quantità di pannelli solari necessari per avere un buon risparmio in bolletta. Alla fine del calcolo, il web-software mette in contatto l’utente con alcuni installatori di impianti fotovoltaici locali, in modo da riuscire a costruire, partendo da questo risultato preliminare, un modello tecnologicamente ed economicamente valido realizzato da esperti del settore. Google non è una società che vanta di un proprio mercato “solare” e non è molto chiaro come il software riesca a restituire valori legati ai prezzi di installazione o alla quota di risparmio in bolletta.

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    Il progetto Sunroof per ora è disponibile solo in alcuni centri urbani (Boston, San Francisco e Fresno) ma l’idea, come si può capire dalla fine del video riportato qui sotto, è quella di estendere il servizio a tutte le città americane e “forse” in un prossimo futuro, in tutto il mondo. I paesi fuori dagli USA, dovranno aspettare di più per godersi questo nuovo strumento di analisi.

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    Con aggiornamenti e miglioramenti adeguati, Sunroof potrebbe rivelarsi un’ottima piattaforma per studi e concezioni preliminari. Questo strumento però, non scoraggerà sicuramente la maggior parte dei professionisti, che a seguito di un accurato modello tridimensionale e ad un successivo studio “ambientale” su Ecotect, riusciranno a fornire ai vari committenti un insieme di dati utili all’installazione di sistemi solari sia attivi che passivi.


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    Non è solo una fonte di riscaldamento, ma il punto di riferimento di un’abitazione: intorno al camino ci si riunisce e riscalda incantandosi davanti al fuoco che arde.

    Il design di un caminoè importante quanto la sua funzione, e non va lasciato al caso. Una progettazione attenta, oltre a massimizzarne l’efficienza, può dargli risalto all’interno di un ambiente, o lasciare che si fonda con esso, senza soluzione di continuità, giocando con forme, colori e finiture.

    Artèteco, agenzia di comunicazione attiva nei settori del Corporate Identity, Multimedia e Web Design, Design Management ed Event planning, che combina esperienze, passioni e competenze in un team dinamico e vivace, bandisce la quinta edizione del concorso di idee "Si accende il design... dai fuoco alle tue idee", con cui invita alla progettazionedi rivestimenti per camini di design.

    Per partecipare bisogna inviare 2 tavole con viste quotate del modello, 1 tavola con vista assonometrica e una illustrativa con rendering o vista prospettica all’indirizzo email concorsi@arteteco.it entro la data di chiusura del bando, prevista al 19 Ottobre 2015. La partecipazione al concorso è gratuita ed aperta a tutti, sia singoli che riuniti in gruppi. 

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    Saranno premiate le proposte più audaci, innovative, tecnicamente valide, in grado di coniugare aspetti estetici e funzionali. A decretare i vincitori sarà una giuria composta da architetti e professori universitari che valuterà anche la sostenibilità dei progetti, favorendo quelli che prevedono l’utilizzo di materiali di scarto, anche mescolati a miscele di quarzo e speciali polimeri, e facilmente realizzabili, che consentano di essere prodotti in serie a basso costo.

    All’autore del progetto vincitore sarà riconosciuto un premio in denaro di 1,000.00 euro e il suo progetto di rivestimento per camino (Quadro e/o Totus) realizzato dall'Azienda Costruzioni Tecniche Meccaniche (CTM) attraverso l'utilizzo di macchinari tra i più sofisticati e tecnologici sul mercato. L’azienda produttrice riconoscerà ai vincitori delle percentuali sulle vendite e ai finalisti sarà garantita visibilità su riviste di architettura e design. 


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