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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Lo studio Baca Architects ha progettato per una famiglia londinese una casa del tutto particolare su un'isola nel mezzo del fiume Tamigi: l’abitazione, in fase di completamento, può galleggiare a salire come una nave nel suo bacino in caso di alluvione. La coppia di proprietari era stata per 7 anni alla ricerca di un sito per costruire una casa nei pressi di Marlow nel Buckinghamshire, pur sapendo che si trattava di un terreno a rischio di inondazione.

    ALLUVIONI: IN NIGERIA SI FRONTEGGIANO CON LE SCUOLE GALLEGGIANTI

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    Una casa-anfibio è un edificio che poggia a terra ma ogni volta che si verifica un’alluvione, l'intera struttura si alza nel bacino e galleggia, sostenuta dalla forza dell’acqua.

    Nel caso si dovesse verificare un evento alluvionale, tutta la casa si ergerebbe dolcemente come una barca e non mancherebbe di tenere tutti gli spazi abitabili in sicurezza al di sopra del livello di inondazione.

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    LA STRUTTURA

    La costruzione di un tale edificio è fatta di un mix di componenti e di competenze: nozioni dalla pratica delle costruzioni e da quella dei cantieri navali, che, fondendosi insieme, hanno dato vita ad una sperimentazione nel campo della progettazione per l’acqua.

    Invece di costruire difese contro le inondazioni, il progetto considera un approccio diverso, riconoscendo che l’uomo non può battere la natura, ma può e deve assecondarla.

    Durante la fase di studio del progetto sono state intraprese diverse vie per trovare la soluzione più adatta alle condizioni sul sito per affrontare i livelli d'acqua imprevedibili. Grazie al confronto con l’agenzia per l’ambiente e alla continua ricerca, si è passati dall'escludere una struttura flottante fino ad optare per una soluzione che si armonizza con le case vicine e, in caso di alluvione, riesce a salvarsi dalla piena.

    Nella parte anteriore dell’abitazione è stato progettato un “paesaggio intuitivo”. E’ un sistema di allerta precoce visivo per il cliente che segnala l’inizio del movimento della struttura, a causa della piena. Si tratta di un giardino è terrazzato, pronto ad agire come un "sistema di allarme rapido" per le acque in aumento. Quando le prime due terrazze iniziano a riempirsi, la casa comincia a salire.

    La struttura a graticcio leggero è abbastanza tradizionale nella sua forma, ma si trova all'interno di uno scavo, una "darsena" in lamiera di acciaio con una base di maglia per permettere all'acqua di entrare e defluire naturalmente. Questa struttura, indipendente dalla casa che ha uno strato di calcestruzzo impermeabile che avvolge il piano seminterrato, agisce come lo scafo di una nave. I tubi flessibili sono progettati per estendersi fino a 3 m, consentendo a tutti i servizi di rimanere puliti e operativi nel corso di ogni evento alluvionale per consentire gli occupanti di tornare alla proprietà subito dopo un diluvio, massimizzando la continuità della loro vita quotidiana.

    Il progetto è stato sviluppato in base al principio di Archimede: la massa della casa e il volume è inferiore all'equivalente di acqua, ed è questo che crea la galleggiabilità. Quattro pali, soprannominati "delfini" da ingegnere del progetto, agiscono come avamposti di riferimento verticale per consentire alla struttura di scivolare su e giù in caso di necessità. Questi potrebbero essere estesi in futuro per far fronte a livelli delle acque più importanti.

    La casa è attualmente progettata per innalzarsi fino a due metri e mezzo, sulla base del caso peggiore di inondazione riportato dell'Agenzia e con una certa tolleranza aggiuntiva in previsione del cambiamento climatico. Nello stesso modo funzionavano i bacini di Liverpool, che erano recinzioni artificiali per la costruzione di navi. Nel caso si verifichi un evento di piena, il fiume si alzerà e all'interno della base della darsena la casa ascenderà di quota.

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    DALLA PROGETTAZIONE AL CANTIERE

    L'isola non ha accesso strada, quindi gli architetti, per trasportare materiali al sito hanno usato attrezzature militari NATO per costruire un pontone galleggiante che è stato utilizzato come un "traghetto catena". Le dimensioni dei pezzi di acciaio e vetri utilizzati nella costruzione della casa sono stati pensati di limitate dimensioni a causa della mancanza di attrezzature di sollevamento meccanico sul posto.

    Trattandosi di un progetto pioneristico, mai costruito prima in Inghilterra, in una zona di conservazione, i progettisti si sono dovuti scontrare con diverse resistenze da parte degli organi della pianificazione locale. Le restrizioni sono state date anche rispetto alla tipologia, che doveva ricalcare quella dell’abitazione precedente, costringendo gli architetti a progettare la struttura con un piano seminterrato abitabile capace di ospitare uno spazio di vita in più e una sala cinema.

    Alla struttura si accede tramite una rampa di sei gradini che conducono fino al piano terra rialzato, con un soggiorno a pianta aperta, sala da pranzo e due camere da letto. Il soppalco contiene la camera matrimoniale, con bagno in camera e bagno turco.

    I lavori sono stati ritardati da un diluvio durante le fasi di ultimazione della struttura.

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    I COSTI

    La costruzione è leggermente più costosa di una tradizionale costruzione casa a causa del doppio sistema di fondazione; ma, nel complesso, i costi sono paragonabili a un’estrusione di una tipica cantina,attorno a un 20-25% in più per il sollevamento. La tecnologia è ideale per aree ad alto rischio di inondazione o se vi è incertezza per quanto riguarda i futuri livelli dell'acqua, dove altre soluzioni sarebbero inaccettabili.

    LA MANUTENZIONE

    La casa anfibio è stata progettata con parti mobili minimali ma come ogni casa richiede manutenzione. Se la struttura non galleggia per diversi anni, è importante testare il funzionamento del sistema di flottazione e assicurarsi che le parti siano in buone condizioni, pronte per quando si verifica un’alluvione.Ogni cinque anni nel bacino sarà pompata dell’acqua in modo da ripetere il test, verificando l'integrità del meccanismo


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    Nello studio dei fenomeni urbani gli architetti pongono da tempo l’accento sugli interventi all’interno dei centri storici. In Europa il confronto è quantomai delicato data la mole del nostro patrimonio e le scelte progettuali vanno dalla dissonanza prorompente col contesto ad una mimesi architettonica dell’esistente. Un esempio di intervento che tenta di equilibrare queste istanze è quello di Casa Ferreries 16 realizzato dallo studio Cubus, Taller d’Arquitectura di Barcellona

    RECUPERO EDILIZIO: COME TUTELARE LE CASCINE LOMBARDE

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    IL PROGETTO E LE FACCIATE

    A Girona, in Spagna, gli architetti catalani dello studio Cubus hanno cercato di uscire fuori da questi paradigmi centellinando gli interventi e le trasformazioni nel progetto di riabilitazione di due case nel centro storico della piccola cittadina di Jafre.

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    Il progetto di Casa Ferreries 16 si sofferma sul disegno delle facciate ed in particolar modo delle aperture indagando all’interno del rapporto tra pieni e vuoti. La forma tradizionale delle finestre viene scomposta visivamente grazie all’uso del rivestimento attorno alle cornici che va a coprire la muratura dando vita ad un netto contrasto che sembra svuotare il volume murario esistente.

    GLI INTERNI

    All’interno questo lavoro viene svolto attraverso l’inserimento di doppie altezze che movimentano la sezione illuminando gli ambienti in maniera uniforme e collegando l’abitazione con i due differenti livelli esterni.

    UN MODELLO DI INTERVENTO PER I CENTRI STORICI ITALIANI

    Il progetto nel suo insieme evita l’eccessiva trasformazione architettonica giocando su un’introspezione che viene soltanto accennata nelle facciate, entrando in punta di piedi all’interno del contesto. Chissà se i funzionari delle nostre Soprintendenze potrebbero tendere la mano ad interventi di recupero simili e dare finalmente nuova vita ai nostri centri storici.


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    La crescita delle infrastrutture di trasporto è sempre stato un nodo chiave nelle politiche di sviluppo economico e coesione sociale dell'Europa, fin dalla Conferenza Pan-Europea del 1992. Sicuramente le questioni che riguardano il trasporto pubblico non sempre sono trattate con la dovuta attenzione che meriterebbero, almeno in Italia, ma il progetto globale che riguarda l'estensione delle reti europee potrebbe essere l'incentivo per rafforzare i principali canali italiani e renderci competitivi in un'ottica continentale attraverso gli interventi della Tav.

    HUBS E STAZIONI INTERMODALI PER LO SVILUPPO DI UNA CITTÀ SOSTENIBILE

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    I LIVELLI DEL TEN-T

    Il sistema globale di reti di scambio trans-europee, che prende il nome di TEN-T (Trans-European Transport Network), racchiude un intreccio complesso di trasporto multimodale che collega i Paesi dell'Unione con una griglia che si prolunga poi verso il continente asiatico.

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    Per permettere una buona accessibilità di tutti i Paesi alla rete sono stati individuati due livelli d'intervento:

    • il “Comprehensive Network” (Rete completa) che individua tutte le parti che permettono alle regioni europee di essere collegate tra loro e comprende le reti stradali, ferroviarie, fluviali, marittime e aeree e i relativi interscambi;

    • il “Core Network” (Rete principale) al quale appartengono tutti quei tratti di rete considerati principali perché strategicamente rilevanti nell'ottica dello sviluppo Europeo.

    In base a questa divisione vengono individuati gli interventi di carattere prioritario e le criticità della rete che devono essere risolte primariamente per permettere lo sviluppo di un traffico transnazionale efficiente e sostenibile.

    GLI INTERVENTI ITALIANI NEI CORRIDOI EUROPEI

    Corridoio Scandinavo-Mediterraneo (Berlino-Palermo)

    Asse basilare per l'economia europea, attraversa il continente da Nord a Sud collegando l'Italia ad alcune delle principali città tedesche. Tra gli interventi per il corridoio c'è la costruzione del tunnel del Brennero che dovrebbe collegare Italia e Austria e favorire un collegamento transalpino di gran lunga più veloce dell'attuale ferrovia. L'intervento si affianca alla costruzione della rete ferroviaria ad alta velocità, già conclusasi nel 2009, che collega Napoli a Milano passando per Roma. Il risultato di questi interventi dovrebbe essere il potenziamento del traffico che parte dall'Italia e attraversa l'Europa centrale.

    Corridoio Mediterraneo (Lisbona-Kiev)

    Attraversa i Paesi mediterranei con l'obbiettivo di creare da un lato il collegamento tra i porti dell'ovest ed il centro Europa, e dall'altro rafforzare gli scambi con i paesi dell'est. Le tratte fondamentali per gli interventi italiani sono principalmente tre: Lione-Torino, Torino-Trieste e Triste-Lubiana. Ad oggi le problematiche legate allo sviluppo della rete sono parecchie a partire dalle pesanti proteste no TAV della Val di Susa che rallentano gli accordi con i francesi già pronti a fare la loro parte.

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    Problemi ci sono anche nella realizzazione della tratta Torino-Trieste che procede a singhiozzo con una serie di interventi realizzati a spezzone che impediscono il corretto funzionamento e che si arrestano definitivamente nella terraferma veneziana. Impossibile proseguire dopo gli studi degli impatti nelle zone turistiche balneari della costa veneta e friulana e il blocco imposto da Trieste che impediscono anche il proseguimento della tratta verso i paesi dell'Est.

    Corridoio dei due Mari (Genova-Rotterdam)

    Il corridoio, che si sviluppa in direzione parallela al corridoio Scandinavo-Mediterraneo, potrebbe portare numerosi vantaggi all'Europa diventando una delle spine più importanti di trasporto merci su rotaia. Sebbene in Italia non tutti guardino con gran interesse agli interventi prioritari dell'Unione, che favoriscono le grandi opere a sfavore del potenziamento delle reti locali più disagiate, i lavori previsti per l'asse Genova-Rotterdam potrebbero portare enormi vantaggi anche a livello locale. Gli interventi previsti andrebbero ad agire su Genova e Milano, due dei principali nodi italiani fortemente congestionati, per collegarsi al nuovo tunnel ferroviaria del Gottardo. Le difficoltà riguardano più che altro gli interventi sul territorio ligure per la sua conformazione geomorfologica mentre il tunnel del Gottardo dovrebbe essere inaugurato nel dicembre 2019.

    Corridoio Baltico-Adriatico (Ravenna-Gdynia)

    L'asse Baltico-Adriatico attraversa le regioni dell'Europa centro-occidentale, l'Austria e l'Italia, creando un collegamento tra i porti del Mar Baltico con quelli dell'Adriatico. Il ruolo chiave di questo corridoio non è solo favorire la crescita degli scambi commerciali ma creare un vero e proprio sistema per favorire lo sviluppo sostenibile dei paesi che si trovano lungo l'asse. In Italia i lavori procedono lentamente a causa dei problemi, già citati, derivanti dalla costruzione del corridoio Mediterraneo che condivide col corridoio Baltico il tratto Venezia-Trieste. Risulta invece essere ad un livello più avanzato lo sviluppo della tratta a sud di Venezia attraverso Bologna, con la sola eccezione del collegamento Ravenna-Bologna che deve essere ancora perfezionato. Ha fatto importanti passi avanti inoltre la proposta di prolungare il corridoio su tutta la costa adriatica includendo i porti di Ancona, Bari e Brindisi. Un intervento che potrebbe portare grossi benefici alla penisola collegando il corridoio Baltico-Adriatico con quello Adriatico-Nero che parte da Bari e giunge a Varna passando per il porto albanese di Durazzo e la capitale Tirana, Scopje in Macedonia, e Sofia in Bulgaria.

    Ad oggi l'attuazione degli interventi previsti è risultata insufficiente portando una serie di svantaggi notevoli a tutto il Paese. Così mentre oltre confine si sono raggiunti livelli avanzati d'intervento, l'Italia continua a rimandare gli accordi presi danneggiando se stessa e gli scambi commerciali con l'Europa. A pesare sono soprattutto i mancati collegamenti tra i porti Italiani e i Paesi dell'Unione e i pesanti disagi nei trasporti presenti in tutto il territorio della penisola.


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    Musica, storia ed architettura insieme convivono e sprigionano energia vitale. Ce lo ha dimostrato BAG Beyond Architecture Group, un gruppo di architettura con sede Roma che, in occasione del Festival musicale “Frammenti” di Frascati ha realizzato un’installazione temporanea all’interno del Parco archeologico e culturale del Tuscolo.

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    La struttura nasce per immergersi nelle note del celebre festival, ormai alla sua 14° edizione, e si colloca in uno scenario unico al mondo, in un parco archeologico che racconta parte della storia di Roma, dal periodo pre-romano in cui fu costruita la città di Tusculum, al Medioevo in cui la sua potenza iniziò a decadere, fino all’abbandono e al saccheggio nel 1191.

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    Voluto dall’associazione “Semintesta” di Frascati, possiamo definirlo “arredo sperimentale”. A costruirlo, un folto gruppo di giovani che, dovendo riflettere sul tema dello spazio inteso come un luogo desiderato, ha scelto la forma di un osservatorio astronomico rovesciato, anche per un parallelo con l’esistente Osservatorio del Tuscolo. Quale momento migliore per riflettere sullo spazio se non il momento in cui, di notte, guardiamo il cielo e le stelle?

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    Il team di lavoro, guidato dall’architetto Paolo Robazza di BAG, ha recuperato il materiale necessario alla realizzazione della struttura da 120 pallet usati. Smontati i pallet, oltre al legno, sono stati riutilizzati perfino i chiodi! L’installazione si compone infatti di tanti listelli di legno collocati l’uno sull’altro in forma circolare, irregolarmente. Si crea così una distribuzione eterogenea delle fessure, che dall’esterno lascia solo intravedere cosa c’è dentro. Quanto basta per convincere ad entrare! Delle belle amache colorate poste ad altezze diverse, pendono dai bordi della struttura, capovolgendo l’idea del pensatore solitario comodamente sdraiato su un’amaca, rendono la riflessione un’esperienza collettiva.

    Un’occasione per stare comodi e perdersi nell’osservazione delle galassie ascoltando la musica.


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    Holcim Foundation, fondazione del colosso svizzero del cemento Holcim, indice ogni tre anni una competizione internazionale per i progetti di architettura ecosostenibile. Quest’anno in giuria personalità di spicco quali Jean-Philippe Vassal, Arno Brandlhuber, Antón García-Abril, Hiromi Hosoya, Stuart Smith. La giuria ha esaminato i “target issues”, ovvero gli elementi base del progetto, analizzando le prestazioni ambientali, sociali ed economiche, considerando anche il grado di trasferibilità del progettoe premiando il progetto per la riqualificazione del waterfront di Reggio Calabria. 

    LA BONIFICA DI UN'EX SALINA PER COSTRUIRE UN'ECO CITTÀ

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    IL VINCITORE "GOLD":PARCO ANTROPICO-RISERVA ECOLOGICA ERISANAMENTO

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    Il progetto vincitore (Gold) per l’area europea di quest’anno, che si è aggiudicato un premio di 300 mila dollari, è Parco Antropico, un progetto di riserva ecologica e di risanamento nell’Italia meridionale. Un’opera dei progettisti Francisco Leiva e Marta García Chico di Grupo Aranea (Spagna) e di Marco Scarpinato e Lucia Pierro di Autonomeforme (Italia), pensato per l’area delle Saline Joniche di Reggio Calabria, che permette la coesistenza dell’uomo e dell’ambiente marino. “Il progetto racchiude un discorso sulle potenziali forme di relazione tra attività umana e ambiente naturale, proponendo strategie per la comprensione dell'architettura quale forma di azione in un rapporto simbiotico con la natura”, ha dichiarato Arno Brandlhuber della giuria (Germania). Il progetto ha preso forma in riferimento ad un concorso di idee indetto dalla Provincia di Reggio Calabria per la riqualificazione del waterfront di Saline Joniche, frazione marittima di Montebello Jonico.

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    UN NUOVO ECOSISTEMA PER CREARE DIALOGO TRA NATURA E ARTIFICIALE

    Le Saline Joniche si trovano nel ricco paesaggio costiero del Sud d'Italia e occupano 170 ettari per oltre 8 km di costa. Questa zona presenta abbondanti risorse naturali ma è fortemente provata dal degrado derivante da ex attività industriali abbandonate a se stesse, senza pensare alle conseguenze ambientali. Lo scopo del progetto è quindi quello di riqualificare l’area, proponendo un paesaggio ricoperto di acqua, approfittando dei numerosi corsi d’acqua della zona, generando un ecosistema denso di flora e fauna, con un’attenzione speciale per gli uccelli migratori. Il processo si svilupperà in modo naturale partendo dal concetto di “rovina”: ciò che è stato costruito dall’uomo, che è artificiale, sarà integrato nel processo di risanamento. L’ecosistema che verrà a crearsi coniugherà natura e costruzioni. Si individueranno dei punti di appoggio per gli uccelli migratori, che potranno godere di un nuovo habitat. Alcuni edifici abbandonati quali le “Officine Grandi Riparazioni”, si trasformeranno in vivai e laboratori; sarà prevista la realizzazione di un museo per mostrare il processo di recupero delle aree dismesse.

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    Riqualificare l’esistente in chiave ecosostenibile

    L’attuale area industriale è “metafora dello spreco che ha caratterizzato gli anni del boom economico, quando, inseguendo la chimera industriale, i luoghi più belli del sud Italia sono stati stravolti dalla costruzione di impianti e stabilimenti industriali che, senza aver mai creato sviluppo, hanno ulteriormente impoverito i territori e le comunità", dicono i progettisti.

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    Il progetto di risanamento potrebbe costituire un punto di riferimento mondiale per il recupero di aree industriali degradate, in un contesto ecosostenibile. Il grado di ecosostenibilità del progetto si misura proprio nella sua capacità di integrarsi all’esistente per migliorarlo, partendo da ciò che già, senza ignorarlo, ma creando valore aggiunto mediante la natura. È necessario coniugare e sovrapporre segni naturali e segni antropici per valorizzare ciò che non lo è e recuperare ciò che sembra irrecuperabile.


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    Il Jardin d'Acclimatation venne inaugurato a Parigi nel 1860 e da allora è il polmone verde della città, un antico parco divertimenti a cui si sono aggiunte nel tempo diverse attrazioni ed edifici suggestivi che hanno dato al luogo un tocco esotico e vivace. Ed è proprio all'interno di questo particolare sistema urbano che nasce la Fondazione Louis Vuitton, libera interpretazione dei palazzi di cristallo ottocenteschi dell'architetto Frank Gehry

    Gehry a Londra per il rinnovamento della Battersea Power station

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    Ai margini di un giardino d'acqua da poco concluso si snoda il complesso sistema di coperture sinuose in cui si staglia il blocco centrale che si distingue per il rivestimento bianco e levigato in calcestruzzo fibrorinforzato ad alte prestazioni: qui avrà posto la mostra permanente della fondazione con undici gallerie. 

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    Il resto é tenuto nascosto in un gioco di trasparenze e riflessi date dalle dodici schermature convesse che celano al loro interno un auditorium da 350 posti e uno spazio con palcoscenico.  Rivestimenti con vita propria, elementi unici che riescono a realizzarsi soltanto grazie all'aiuto di avanzate tecnologie 3D come il software progettato da Gehry Technologies sulla base del famoso Catia utilizzato in aeronautica. Inoltre per massimizzare il risultato lo studio dell'architetto canadese ha lavorato sul luogo con alcuni studi francesi specializzati in strutture in vetro utilizzando un modello comune che ha facilitato i calcoli strutturali e le indicazioni alle imprese esecutrici.

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    La fondazione si pone come esempio (soprattutto nel panorama dei progetti da "Archistars") per quello che riguarda il risparmio energetico ottenuto mediante l'utilizzo di energia geotermica, e il recupero delle acque meteoriche oltre che per la scelta di materiali primi durevoli e facilmente scomponibili.

    Grazie ad un accordo con l'amministrazione locale, proprietaria del lotto di terreno, la struttura sarà aperta al pubblico che potrà godere anche del giardino terrazzato allestito su due livelli che in virtù della sua posizione periferica permette una veduta speciale su Parigi.

    Se in altri casi la componente scultorea di Frank Gehry poteva essere vista soltanto come un marchio di fabbrica qui torna a stupirci con tutta la sua forza.

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    “È tempo di decrescita, ed è tempo di riconcentrarsi sui grandi temi del dono e del perdono che sono alla base della civiltà. Basti pensare al concetto di ospitalità, all’usanza del regalo, alle economie di vicinato, alla solidarietà verso i poveri […]”. Queste le parole dell’architetto Riccardo Dalisi, che nel suo libro “Architettura Della Nuova Innocenza”, esprime la poetica del vivere contemporaneo: una visione dell’uomo nel mondo legata a quella che l’economista Serge Latouche e molti altri chiamano “decrescita”. Con questo termine pensiamo a qualcosa che viene tolto, un progetto di pulizia e manutenzione

    In copertina: schizzo di Riccardo Dalisi da "Decrescita. Architettura della nuova innocenza"

    decrescita felice? tutto quello che c'è da sapere

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    Gli architetti del nostro secolo si cimentano sempre di più in innovazioni ed ardite sperimentazioni cercando, al contempo, una forma di rispetto per l’ambiente. E se l’innovazione maggiore consistesse nella decrescita, nel fare un piccolo passo indietro per un grande passo in avanti per la sostenibilità? Costruiamo di meno e lasciamo spazio alla natura di avanzare. Limitiamo il cemento armato, riempiamo le nostre strade e le nostre piazze di verde, creiamo dei boschi nella città, facciamo passare le viti nelle case, non è così difficile come si pensa.

    LE OMBRE IN CONCORSO

    A Salerno è alla sua seconda edizione il concorso internazionale di idee precursore del concetto di bioarchitettura. Bandito dall’associazione Effetti Collaterali, il concorso accoglie proposte di installazioni che, nei periodi di maggior calore, offrano ombra e ristoro e, nello stesso tempo, esaltino i luoghi in cui sono collocate. L’immagine che ho in mente del posto più piacevole, più rigenerante dove sedere e riposare all’ombra, è quella di un grande pino. Qui non vi è solo ombra, ma vi è il suo caratteristico odore, vi è la freschezza dell’aria, l’albero dà una qualità in più all’ombra che genera. Una delle proposte per questo concorso fu di utilizzare gli alberi come installazioni. Cosa c’è di più innovativo, di più contemporaneo del verde? Di un boschetto urbano? E così, per le piazze di Salerno, furono pensate alberature in linea o in gruppi, pergole, coperture vegetali e siepi. Venne prevista, inoltre, per alcune fontane, la chiusura del “troppo – pieno” delle vasche lasciando scorrere una lama d’acqua sulla pavimentazione come avviene in alcuni paesi, dove d’estate il fiume, temporaneamente deviato, inonda ad alcune ore della giornata le strade rinfrescandole. Nel corso del tempo l’uomo, ha penalizzato anche l’ombra, ed ora, paradossalmente, la ricerca. Riportiamo allora in auge quegli elementi naturali che nascevano, tra le altre cose, anche per questo scopo.

    ABITAZIONI POPOLARI PIÙ VERDI

    Il concorso citato è solo un esempio, tanti sono i luoghi profondamente deturpati che, probabilmente, riuscirebbero a risollevarsi solo con un “passo indietro”, solo con la “decrescita”. Hundertwasserhaus (Casa di Hundertwasser) è un complesso di case popolari costruito a Vienna tra il 1983 ed il 1986 dall’architetto, nonché artista ed ecologista austriaco, Friedensreich Hundertwasser famoso quale precursore del concetto di bioarchitettura. Con questo progetto, infatti, l’architetto realizza 50 appartamenti per le persone meno abbienti della città, usando linee morbide e colori vivaci. Poi inserisce, sui terrazzi, dei giardini pensili che distribuiscono il verde, in modo vario, sulla facciata. Questa sua idea “verde” era già stata preannunciata in alcuni modellini di studio del 1972 come “Grattacielo – prato – casa” e “Casa Terrazza” ed in molti suoi scritti. “Se i muri vengono ricoperti di vegetazione chi ne trae giovamento, chi viene danneggiato? Anche il vicino di casa che abita al piano di sopra ottiene un vantaggio come beneficiario inconsapevole della vegetazione […]” (Friedensreich Hundertwasser, Che sia tutto ricoperto di vegetazione).

    caption:Il modellino della "Terrace House" di Hunderwasser

    “Decrescita”: che l’uomo arretri e che la natura avanzi. Parliamo di una natura, per quanto possibile, libera piuttosto che sui prati imbalsamati dei parchi contemporanei. Un aumento di verde porterà aria salubre, ma anche colore nuovo, non artificiale, con caratteristiche cromatiche uniche, cangianti sotto l’effetto della luce. Il verde porterà bellezza. Questo concetto lo possiamo estendere anche al design. Riccardo Dalisi, citato all’inizio, una vita dedicata al design, dice: “Troppo spesso confondiamo design con disegno industriale, abbiamo perso il significato della parola design che è progetto, sensibilità, cultura, gusto, stile […]” e propone i suoi oggetti fatti con materiali di riciclo, ispirati alla natura, la cui qualità è data dal colore. La “decrescita” dovrebbe diventare uno stile di vita, una cultura da tramandare, una forma di educazione. Il progetto del bosco per “Ombre d’artista” non ha vinto ma ha ricevuto una menzione, ed è già un bel risultato. Probabilmente siamo sulla strada giusta per la sostenibilità.


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    Nel cuore della città di Braga – Portogallo – all’ombra della Cattedrale, un edificio del XIX secolo nelle vicinanze della Cattedrale è stato ristrutturato portando alla luce le caratteristiche originarie che nel corso di 120 anni si erano perse sopraffatte da interventi che soffocavano e penalizzavano gli spazi interni. L’architetto Tiago do Vale ha curato il progetto di recupero dello Chalé das Três Esquinas seguendo la luce che attraversa l’edificio dall’alto verso il basso, da Est ad Ovest, senza tradire il passato della casa o compromettere il modo di vivere contemporaneo.

    IL RECUPERO DI UN ANTICO EDIFICIO NELLE AZZORRE PER FARNE UN CENTRO AMBIENTALE

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    CHALÉ DAS TRÊS ESQUINAS, UN RECUPERO MODERNO

    L’edificio è una porzione di una costruzione costituita da tre identici volumi affiancati caratterizzati da una copertura a doppio spiovente, aperture strette e alte e un doppio affaccio: uno ad Ovest verso la strada e uno ad Est verso una corte interna molto ampia. Al fine di non tradire lo spirito del luogo le facciate sono state ripristinate e nessun volume è stato aggiunto. All’interno invece sono state eliminate tutte le divisioni e solo la distribuzione spaziale è stata ristudiata giocando con la luce.

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    La disposizione funzionale è organizzata intorno al nucleo centrale delle scale che è stato liberato dai muri che lo contenevano e sulla cui sommità è stato aperto un ampio lucernario. Al piano terra è situato un ufficio aperto al pubblico, al primo piano sono collocati il soggiorno e la cucina, mentre al livello superiore si trova la zona notte. Nonostante le dimensioni planimetriche ridotte dello Chalé das Três Esquinas, la scelta di “sventrare” l’edificio ha permesso di modificare la percezione degli spazi rendendoli più ampi.

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    Gli interni sono caratterizzati dall’utilizzo del colore bianco: pareti, soffitti, balaustre e corrimano. I pavimenti, collocati sulla struttura originaria, sono in legno di pino chiaro nella parte dedicata all’abitazione e in marmo portoghese al piano terra. Tutte le scelte cromatiche concorrono a far rimbalzare i raggi solari sulle diverse superfici.

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    Gli infissi esterni in legno sono stati recuperati ad eccezione del piano terra dove sono stati inseriti serramenti in ferro mantenendo però il disegno originale. Il tetto è stato ripristinato ed è costituito da una struttura in legno di pino e da un manto di copertura in tegole marsigliesi, mentre la gronda decorata, che costituisce la cornice della facciata sul fronte strada, è quella originaria.


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    David Chipperfield firma l’allestimento "Sticks and Stones" nella Neue Nationalgalerie, il capolavoro di Mies van der Rohe a Berlino. Nel padiglione vetrato inserisce un’intricata foresta e annuncia al pubblico la chiusura del museo per i lavori, il cui inizio è previsto fra tre anni e la fine entro il 2018. Dopo il successo del restauro del Neues Museum nell’isola dei Musei (1997-2009), è proprio il pluripremiato architetto ad occuparsi di un altro capolavoro berlinese, a pochi passi da Potsdamer Platz. Il delicatissimo recupero conservativo coinvolgerà le facciate vetrate, la terrazza in pietra, la struttura in calcestruzzo e acciaio. Saranno, inoltre, realizzati idonei impianti antincendio e nuovi sistemi di sicurezza.

    In copertina: foto © Reuters

    INSTALLAZIONI D'AUTORE: IL PADIGLIONE DI SMILJAN RADIC PER LA SERPENTINE GALLERY 2014

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    caption:© David von Becker

    captio:© David von Becker

    LA NEUE NATIONALGALERIE  DI MIES VAN DER ROHE

    La Neue Nationalgalerie fu l’ultimo capolavoro realizzato dal 1965 al 1968 da Ludwig Mies van der Rohe, luminare dell’architettura moderna, dell’onestà materiale e integrità strutturale. In corrispondenza delle giunzioni delle travi d’acciaio, Chipperfield inserisce 144 tronchi di alberi ben visibili, grazie alle ampie superfici vetrate, anche dall’esterno. Itronchi poggiano su basi di marmo quadrate e creano una fitta foresta scandendo i 200 mq dello spazio espositivo a piano terra. Gli imponenti fusti di 8 metri esaltano la spettacolare struttura del museo e simbolicamente hanno la funzione di sostenere il tetto dell'edificio. L’allestimento, infatti, non è solamente un elogio all’elemento più importante dell’architettura, la colonna, ma rappresenta anche i ponteggi dell’imminente restauro. L’apertura al pubblico è di tre mesi, fino al 31 dicembre 2014, e lascerà spazio ad altre esposizioni e mostre. Infatti, l’ultimo weekend di ottobre sono previste varie performance, letture e installazioni a cura dell’Institut fur Raumexperimente diretto da Olafur Eliasson.

    caption:A sinistra fotografia di Gili Merin, a destra di Simon Menges

    caption:© David von Becker

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    IL SIGNIFICATO DEL TITOLO "STICKS AND STONES"

    Il titolo deriva da una filastrocca inglese che recita così “Sticks and Stones may break my bones but words will never hurt me” (Bastoni e pietre possono rompermi le ossa, ma le parole non mi feriranno mai). L’adagio indica l’atteggiamento indifferente a un’offesa subita.

    Chipperfield vuole ricordare le colonne e le pietre quali archetipi del costruire. Dai templi classici fino alle moschee, le colonne hanno rappresentato elementi primi del costruire. Non a caso sono un leitmotiv dei grandi architetti e dello stesso progettista britannico.

    Il significato dell’allestimento è profondo e sottintende vari binomi, quali apertura/densità, esterno/interno, natura/tecnologia. L’autore intervistato dalla rivista tedescaMonopol ha dichiarato: “Quando ci si appresta a realizzare una mostra in questo spazio, Mies van der Rohe deve rimanere la Star del progetto. Non abbiamo fatto nient’altro che inserire 144 tronchi d’albero nello spazio più affascinante di Berlino, solamente per vedere che cosa ne verrà fuori”. Creando quindi un’esposizione nell’architettura e con l’architettura.

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    caption:A sinistra David Chipperfield e a destra il direttore della Nationalgalerie Udo Kittelmann. © David von Becker


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    Capita che molte delle persone più interessanti che conosciamo abbiano le mani logorate dagli anni. Sono mani che sono state vicino alle cose, le hanno toccate, le hanno sentite sulla pelle, percependone ogni piccola imperfezione o qualità. Oggetti conosciuti fino ad innamorarsene, creati da quelle stesse mani che appartengono a persone spesso di poche parole, accompagnate da gesti che danno vita ad una stratificazione di istanti, situazioni e pensieri, accatastati tra loro nel tempo, che ci raccontano di momenti che sentiamo subito nostri. Le loro parole rassicurano e anche a distanza di anni le ricordiamo con piacere. Lo stesso avviene anche per l'architettura e lo spazio da essa incorniciato, che ammulano e custodiscono memorie. Ci chiediamo dunque se questi fabbricati e brani di città siano sostenibili in virtù dei rapporti sociali che permettono vi si instaurano e del valore sociologico che la comunità riconosce loro.

    ARCHITETTURA E SOCIOLOGIA: IL RAPPORTO TRA UOMO E SPAZIO URBANO

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    LA CITTÀ DI TUTTI

    Allo stesso tempo le città nate dalla stratificazione del proprio passato sono il luogo di tutti, dei nostri lavori, della nostra vita; ce lo rivelano le tecniche e i materiali con cui sono costruite, le vie, le piazze, le pause, sono “gesti sociali”, luoghi di socializzazione che per un'affascinante magia, possono trasformarsi nei posti più intimi che si conoscano.

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    I vari momenti sono davanti a noi, si leggono e si percepiscono. Imprevisti. Una macchia su un muro, un intonaco dal colore un po' stanco oppure un caffè dove rilassarsi e non sentirsi estranei. Robert Musil, nel romanzo L'uomo senza qualità, riassume in una splendida frase questi momenti urbani, regalandoci un'atmosfera talmente reale da essere quasi palpabile, una città riconoscibile anche ad occhi chiusi, in cui aprire gli occhi servirebbe solo per averne la conferma.

    "Le città si riconoscono al passo, come gli uomini...[sono costituite] da irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze, collisioni di cose e di eventi, e, frammezzo, punti di silenzio abissali; da rotaie e da terre vergini, da un gran battito ritmico e dall'eterno disaccordo e sconvolgimento di tutti i ritmi".
    Robert Musil, L'uomo senza qualità, 1930.

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    Purtroppo però capita di camminare attraverso piazze, in realtà vuoti urbani, nati per sottrazione di volumi - la geometrica alternanza di macchie bianche o nere sui fogli di carta -, luoghi racchiusi da edifici (qui nella grigia accezione di fabbricati, costruzioni geometriche chiuse, isolati da vie e spazi vuoti e separati dalle altre costruzioni mediante muri) a cui mancano i presupposti per creare reciproca permeabilità tra lo spazio pubblico e quello privato.

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    Accade di incontrare muri geometricamente perfetti, puliti, lisci, spigolosi, in realtà cataste di materiali che non possono raccontare nulla, devono ancora iniziare a vivere, ad esser parte di noi e della città. Si relazionano in maniera passiva al proprio intorno, non sono stati progettati per dare ma solo per assorbire, le nostre energie e le nostre idee. Molte e note “opere” architettoniche sono cataste di materiali che non comunicano con noi, molto dello spazio costruito non ha memoria e mai l'avrà.

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    Forse i progettisti, desiderosi di diventare essi stessi l'oggetto del loro lavoro, hanno dimenticato l'importanza della funzione sociale dell'architettura, senza la quale non si dovrebbe tracciare alcuna linea su un foglio bianco. Capace di intervenire a vari livelli di prossimità, gestendo lo spazio, infatti l'architettura agisce in profondità nelle relazioni tra gli individui e, cercando di assecondarne gli stati d'animo e le inclinazioni, finisce inconsciamente per condizionarne le azioni, le scelte ed i pensieri. Alcune architetture “non-sociologiche” sembra quasi che sentano il peso della loro responsabilità e comunichino il loro fallimento a chi, distrattamente, le sfiorerà di uno sguardo, nascondendosi dietro ad alti muri, vomiti di cemento, impassibili per anni a ciò che accade intorno a loro.

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    Potremmo quindi definire sostenibile quell'architetturanella quale ad esserlosono i rapporti sociali derivanti dal progetto, generatori di spazi urbani stimolanti e quindi sociali. La sostenibilità è un concetto che oggi troppo spesso è, esclusivamente, abbinato a fattori contingenti o accessori al progetto (spesso riferiti a questioni tecnologiche e numeriche) ed elevati a paladini di un illusorio rispetto ambientale dell'edificio, spostando l'attenzione da dove dovrebbe originarsi la sostenibilità architettonica, cioè da quei primi pensieri alla base delle linee tracciate dalla matita del progettista.


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    Con la sempre maggiore urbanizzazione e densità delle città, i residenti sono costretti a vivere in abitazioni sempre più piccole, mentre desidererebbero spazi più ampi, ed una maggiore varietà. Il progetto di appartamento Pop-Up, ideato da un team di studenti della Delft University of Technology, nei Paesi Bassi, tenta di dare una risposta concreta a questo problema. Il progetto occupa 50 mq in un edificio preesistente, ma attraverso la fluidità degli spazi intende raggiungere il comfort di un appartamento ben maggiore.

    ABITARE AD HONG KONG: LA CASA DI 24 STANZE IN 1

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    Come è possibile realizzare un appartamento come Pop-Up? Grazie alla presenza di un ambiente interattivo, composto da pannelli scorrevoli e pieghevoli che si adattano all’uso necessario in quel momento: essi sono realizzati in polipropilene, avendo così la capacità di potersi piegare, pur resistendo dal punto di vista strutturale se impiegati come seduta o altro; essi inoltre scorrono su rotaie, possono adattarsi e divenire sedie, letti o scrivanie

    Come accade nel caso di un coltellino svizzero, è possibile tirar fuori solo le forme prestabilite.

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    Ispirandosi agli usi dei monolocali, e dunque all’uso non contemporaneo che viene fatto di due ambienti completamente differenti in uno stesso momento, gli studenti hanno pensato che lo spazio della camera da letto, che non è necessario durante il giorno, può essere trasformato nelle ore antimeridiane in uno spazio di lavoro o in un ampio soggiorno. Lo spazio del Pop-Up apartment è così in continua evoluzione, trasformabile in tempo reale, su misura per le esigenze dell’utente.

    Questo modello è stato realizzato attraverso il disegno digitale ed un prototipo, e tutte le fase di studio e realizzazione sono documentate nel sito del progetto Multimod Hyperbody MSc2.

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    A Cascina, in località San Prospero, provincia di Pisa, si sta realizzando la prima casa passiva in canapa e calce che garantirà il massimo risparmio energetico, tanto da evitare l’installazione degli impianti di riscaldamento e condizionamento. È l’inizio di un allontanamento dalle fonti non rinnovabili? Ce lo auguriamo.

    RISTRUTTURARE I TRULLI PUGLIESI CON LA CANAPA

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    COME PROCEDE IL CANTIERE DELLA CASA PASSIVA

    Intanto il cantiere della casa passiva procede con la costruzione di una villetta a due piani e l’uso prevalente di un biocomposto in canapa e calce. Con questo tipo di materiale, naturale e traspirante, si possono creare abitazioni ottimamente isolate dal punto di vista termico e acustico, ambienti salubri e il massimo comfort abitativo, oltre a un eccellente risparmio energetico e un ridottissimo impatto ambientale.

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    QUALITÀ DELLA CANAPA IN EDILIZIA

    È rilevante sottolineare che la pianta della canapa ha indubbie qualità ecosostenibili: della pianta non si spreca nulla, ha un ciclo di crescita molto rapido (fino a sei metri di altezza in quattro mesi) e sottrae una grande quantità di anidride carbonica dall’ambiente, in misura maggiore di quella immessa in atmosfera per la produzione del biocomposto, che si aggira intorno ai 60 kg per metro cubo.

    Per questi motivi si spera di assistere a una riscoperta della coltivazione della canapa che ha purtroppo attraversato, negli scorsi decenni, un periodo di proibizionismo ma che ora potrebbe portare a una rivoluzione nell’edilizia green, nel settore tessile, alimentare e nella produzione di carta sostenibile.

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    CARATTERISTICHE DELLA VILLETTA

    La struttura portante della villetta è in legno FSC, mentre i muri di tamponamento, dello spessore di 36 cm, sono composti dal nuovo materiale in canapa e calce, spruzzato in un’unica posa su lastre in fibrogesso e utilizzato anche per isolare termicamente la copertura, garantendo la massima traspirabilità. All’esterno, la finitura sarà realizzata con un intonaco di bio-calce naturale, con spessore di 1,5 cm e uno speciale trattamento idrorepellente.

    In questa casa passiva, progettata dallo Studio Architetti Associati quiquoqua, dato l’elevato livello di isolamento termico invernale ed estivo prodotto da questo nuovo materiale, non sarà necessario installare un impianto di riscaldamento o condizionamento ma verrà solo inserito un impianto di ventilazione meccanizzata con recupero di calore pari al 98%.

    Per le sue caratteristiche di comfort abitativo, per gli elevati standard di sostenibilità e per le eccellenti prestazioni energetiche, la casa passiva di Cascina potrebbe ottenere la più alta certificazione energetica CasaClima, CasaClima Gold Nature.

    Noi facciamo il tifo.


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    Sorge a circa cento chilometri a sud di Berlino, Feldheim, il primo comune interamente alimentato da fonti rinnovabili, e del tutto autonomo rispetto alla rete elettrica nazionale: per alcuni anni sono state condotte politiche energetiche a favore delle fonti alternative di energia, e finalmente è stato possibile compiere questo grande passo!

    LE STRATEGIE DEL PIANO ENERGETICO PER PISA

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    Feldheim, frazione di Treuenbrietzen, è un comune di 7.700 abitanti; qui sono presenti varie strutture che forniscono energia per rendere il paese autosufficiente: 47 impianti eolici, cui si affiancano numerosi impianti di piccolo fotovoltaico; inoltre ciascun condominio è servito da un impianto di biogas, che attraverso il riciclo di rifiuti agricoli, permette la produzione di energia. Anche per sistemi più piccoli, come quelli per la ricarica delle auto elettriche, le colonnine sono alimentate da fonti alternative.

    Gli aspetti positivi, oltre ad investire l’intero pianeta, iniziano a farsi sentire anche nelle tasche dei cittadini, che con questo sistema riescono a risparmiare il 30% sulle bollette.

    LE FASI DEL PROGETTO

    Il percorso è stato avviato in questo comune già a partire dal 1990, vediamo le tappe fondamentali:

    - nel 1990 l’amministrazione decide di installare la prima turbina eolica, per poter sfruttare i forti venti presenti in questa zona, in maniera utile per la produzione dell’energia, a vantaggio di tutti i cittadini;

    - nel 2008, con un costo di circa 170.000 euro, è stata realizzata una centrale a biogas, che grazie all’utilizzo dei rifiuti biologici degli allevamenti e delle lavorazioni del mais, permette la produzione di acqua calda per il riscaldamento, che attraverso una rete per il teleriscaldamento si collega ad abitazioni, attività produttive ed alcune aziende zootecniche;

    - nello stesso periodo viene installato un grande impianto fotovoltaico, da 2,2 MWp, che sorge in luogo di una caserma dismessa;

    - nel 2010 gli abitanti di Feldheim decidono di investire ognuno 3000 euro per dotare le proprie abitazioni di impianti solari domestici.

    L’energia in eccesso che viene così prodotta, viene venduta alla rete regionale; i proprietari sono sia i privati che il pubblico, che in questi sistema così ben organizzato convivono dividendosi gli onori del caso, espressione di una reale partecipazione effettiva nella realizzazione di politiche condivise per le fonti energetiche.

    Oltre ai vantaggi derivanti dal risparmio energetico così generato, Feldheim è divenuto anche un punto di riferimento per il suo esempio di indipendenza e di sostenibilità energetica, attirando numerosi visitatori a caccia di politiche green: operatori ed amministratori locali di varie parti del mondo sono giunti qui per ispirarsi a questo modello tedesco, esemplare per l’indipendenza energetica.

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    DIFFICOLTÀ E VOLONTÀ

    Certo, il percorso non è stato semplice, lineare e regolare, come lo abbiamo sintetizzato qui. Numerose sono state le difficoltà, ma ancor più numerose sono state le spinte per poter opporsi a tali difficoltà. Prima fra tutti, la volontà dei cittadini, che hanno deciso di contribuire alla politica già attuata dall’amministrazione, sostenendola, per il bene comune, per il benessere diffuso: gli abitanti stilano un progetto, presentato a Bruxelles, ottenendo un finanziamento di 500.000 euro a fronte di un costo di un milione, si tassano per 3.000 euro ciascuno, e raggiungono notevoli vantaggi, favorendo la riduzione del consumo del 75%, così come il costo dell’alimentazione. La sovrapproduzione di energia e di cibo viene messa a disposizione della rete regionale e nazionale, con enormi profitti. Il sindaco viene subito attaccato da più parti, dai colossi della gestione elettrica, e da quelli della gestione nucleare. Ma la sua volontà e quella della sua comunità lo aiutano ad andare avanti nel suo piano! Egli applica, dopo vari scontri anche a livello politico, una visione del mondo basata sui principi dell’”esistenza zero sostenibile umanamente”. Via via iniziano a diffondersi anche auto a idrogeno; numerosi giapponesi, a seguito del disastro nucleare di Fukushima, si recano in questo paese per visitarne la formula green.

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    E se è vero come è vero che in Italia abbiamo una straordinaria disponibilità di sole, di vento e di acqua, tanto che Jeremy Rifkin la definisce come “l’Arabia Saudita delle rinnovabili”, quando potremo diffondere queste politiche sostenibili in Italia, nei piccoli o grandi centri presenti nel nostro Paese? Ci auguriamo che i vari intoppi burocratici e le talvolta tentennanti politiche di governo, non impediscano lo sviluppo reale ed effettivo di queste preziosissime risorse rinnovabili.


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    Lo scorso 14 Ottobre si è tenuta a Ferrara la cerimonia per l'assegnazione del “Premio Italiano Architettura Sostenibile” nato e promosso dalla collaborazione della ditta Fassa S.r.l. ed il dipartimento di Architettura di Ferrara. L'iniziativa nasce per valorizzare quei progetti capaci di dare una risposta alle necessità dell'uomo senza dimenticare la salvaguardia del territorio e dell'ambiente. Con una partecipazione di oltre 150 progetti, il concorso ha premiato le tesi di laurea, dottorato o specializzazione post-laurea che meglio hanno saputo interpretare il tema della sostenibilità.

    PREMIO FASSA BORTOLO  2013: I PROGETTI VINCITORI

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    I PROGETTI VINCITORI

    In occasione delle premiazioni si sono distinti due progetti, considerati particolarmente meritevoli dalla giuria. I due gruppi di lavoro, entrambi provenienti dall'Università IUAV di Venezia, si sono aggiudicati il primo ed il secondo premio per le tesi di laurea seguite dal Prof. Benno Albrecht e dalla Prof.sa Sara Marini. I progetti hanno dimostrato di saper sviluppare ed applicare in modo opportuno le tematiche della sostenibilità. 

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    EcoTurismo per Machu Picchu 

    Il progetto, che si è aggiudicato la Medaglia d'Oro-Tesi di laurea Giovanni Formentin, Massimo Gatti e Gianluca Stefani interpreta ambiente e società come elementi morfogenetici per un’architettura sostenibile.

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    Il turismo rappresenta una grande risorsa per Machu Picchu, ma lo sviluppo eccessivo degli ultimi anni lo ha trasformato in un potenziale pericolo per l'intera area. L'idea di progetto è creare un turismo che non sia dannoso, anzi che sappia valorizzare il luogo e viceversa che permetta al luogo stesso di trarne vantaggio, attraverso la creazione di una serie di centri in grado di autoalimentarsi. I centri ecoturistici, così sono stati chiamati, sono pensati per essere perfettamente autosufficienti dal punto di vista energetico ed alimentare, ciò è stato reso possibile grazie alla partecipazione attiva dei cittadini.

    Il coinvolgimento delle realtà locali diventa una risorsa fondamentale per la gestione dell'articolato sistema di centri ecoturistici, grazie alla competenza e l'esperienza propria di chi vive in quei luoghi, e diventa anche opportunità per la comunità di crescere secondo dei principi tipici di uno sviluppo comunitario. La struttura del progetto rappresenta una forte integrazione tra architettura e paesaggio reinterpretando i tipici terrazzamenti del luogo, i così detti “andenes”, che diventano l'elemento caratterizzante del progetto.

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    Nuove fonti d’acqua per le genti del lago Ciad

    Il progetto di Giorgia Pirrioni e Massimo Plazzer ha vinto la medaglia d'argento-tesi di laurea.

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    Intervenire in un territorio nell'area subsaharianaè spesso molto complicato per una serie di problemi territoriali, il progetto prova a dare una risposta al problema della desertificazione che affligge le zone nelle vicinanze del lago Ciad. Il problema della mancanza di acqua ha portato al progressivo spopolamento dell'area che rischia di essere abbandonata definitivamente. Il progetto prevede la costruzione di una serie di nuovi villaggi residenziali concepiti in modo da raccogliere ed accumulare l'acqua piovana durante la stagione delle piogge, per utilizzarla poi nei periodi di siccità.

    Il sistema di raccolta sfrutta il principio del pozzo veneziano raccogliendo l'acqua da grandi superfici e dalle strutture del villaggio stesso e convogliandola, attraverso canali, in grandi cisterne. L'acqua immagazzinata viene utilizzata per le esigenze del villaggio e permette di garantire un secondo raccolto nella stagione arida, secondo il principio di rotazione delle culture: un terzo della superficie totale viene coltivato, i restanti due terzi lasciati a maggese ed utilizzati per il pascolo. In questo modo si ottiene una maggiore produttività dei terreni permettendo una vita stabile durante tutto l'anno e impedendo l'abbandono delle aree e d interrompendo il processo di desertificazione. L'intero progetto ruota attorno alla semplicità di costruzione e dei materiali in modo da permettere agli abitanti del luogo di autocostruirsi le strutture necessarie al funzionamento del processo.

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    Il presidente di giuria Victor López Cotelo in occasione delle premiazioni diceva: “La sostenibilità deve essere considerata come punto di partenza di ogni azione progettuale, avendo particolare coscienza dell’uso delle limitate risorse del nostro pianeta”. Cercare di avvicinarci all'architettura sostenibile sempre di più è la chiave per leggere il mondo in modo diverso e l'occasione per tanti di emergere in un mercato sempre più competitivo. Il premio italiano architettura sostenibile da l'opportunità ai giovani progettisti di sperimentare questo avvicinamento e valorizzare lavori ai quali sono stati dedicati tempo ed energie con la semplicità che caratterizza i giovani architetti. Costruire un'architettura consapevolmente sostenibile può e deve essere la sfida del nostro presente per il futuro di tutti.


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    Siamo in un’epoca in cui la sostenibilità non è più soltanto una moda ma una necessità. Chi progetta ormai, al di là di ogni intenzione etica e sociale, deve dare la precedenza a quello che il mercato immobiliare richiede. Spiega Norbert Lantschner, presidente della Fondazione ClimAbita e responsabile dell’area Green Habitat al Saie, recentemente tenutosi a Bologna: Le famiglie italiane, stressate dai costi sempre più elevati dell’energia, sono alla ricerca di sistemi che diano l’opportunità di ridurre le voci di spesa per riscaldare, raffreddare e illuminare gli appartamenti”.

    COME RIDURRE I CONSUMI PRO CAPITE DI ENERGIA

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    COSA DICONO I SONDAGGI

    Secondo un sondaggio della società americana J Turner, specializzata in ricerche di mercato nel settore immobiliare, sono i 50/60enni quelli più sensibili ai temi della sostenibilità, mettendo al primo posto la scelta di elettrodomestici ad alta efficienza e, a seguire, la pedonabilità, il riciclo dei rifiuti, le fonti alternative e i servizi igienici con dispositivi di risparmio idrico.

    Al contrario, nei giovani c’è ancora qualche resistenza perché in molti casi considerano la sostenibilità come una privazione, prediligendo, nella prima casa, aspetti come l’ottimizzazione degli spazi, la funzionalità e l’inserimento di oggetti "cool".

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    NORMATIVE PIÙ CHIARE

    “Le tecnologie ci sono, i costruttori sono pronti. Il problema è una normativa confusa– dice Lantschner – per cui c’è chi cambia la caldaia, chi sistema i pannelli solari ma pochi sono gli interventi strutturali che permetterebbero di risparmiare dall’80 al 95% di energia”.

    È un treno che non possiamo perdere se vogliamo raggiungere l’obiettivo “case triplo zero” (zero consumi, zero emissioni, zero rifiuti) fissato dall’Europa per il 2050.

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    OCCORRE UN MAGGIORE IMPEGNO

    Siamo riusciti, dagli anni '60 a oggi, a eliminare i due terzi dei consumi; occorre perciò darsi da fare sull’ultimo terzo utilizzando materiali da costruzione con sistema a cappotto, serramenti a doppio/triplo vetro atermico, ventilazione controllata con recupero d’aria e tutto ciò che le nuove tecnologie permettono di fare oggi nel campo del risparmio energetico.

    E occorre darsi da fare sul riciclo dei rifiuti, che in Italia è ancora oggetto di contrasti e sulla pedonabilità. Qui vediamo un dato positivo: Milano è diventata la terza città europea, dopo Copenaghen e Amsterdam, per utilizzo di biciclette in strada. È tempo quindi di provvedere a una rete adeguata di piste ciclabili.


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    Nel cuore della piccola isola di Antiparos – Grecia – in un paesaggio prevalentemente agreste dominato da filari d’uva e da oliveti, un tipico fabbricato rurale detto “Katikia” ormai ridotto a rudere è stato recuperato e adibito a residenza estiva. Il progetto, curato da VOIS architects, è stato sviluppato nel rispetto dei luoghi e della tradizione: i materiali, i colori e i volumi si integrano nel contesto e le stanze si susseguono senza soluzione di continuità.

    GRECIA: UN RIFUGIO CON VISTA MARE

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    IL PROGETTO DI RECUPERO DEL KATIKIA

    L’edificio di Antiparos, situato sulla sommità di un lieve declivio, è costituito da un unico basso volume ad un solo livello caratterizzato da piccole aperture e da una copertura piana. Il parallelepipedo del fabbricato rurale emerge leggermente dal suolo con i suoi spessi muri in parte in pietra, che ricordano i muretti a secco che delimitano i poderi della zona, e in parte intonacati di bianco, inserendosi in punta di piedi nel paesaggio.

    Lo sviluppo planimetrico ricalca la tipica “katikia” caratterizzata da un alternarsi di piccoli ambienti che andavano aggiungendosi nel tempo a seconda delle esigenze della famiglia. Due modeste camere da letto, studiate nel minimo dettaglio per sfruttare al meglio le dimensioni ridotte dei locali, con annesso bagno privato sono situate alle estremità della casa rispettivamente a Nord-Ovest e a Sud-Est, mentre al centro è situato un locale adibito a cucina e soggiorno.

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    Gli interni sono caratterizzati dall’utilizzo di pochi elementi essenziali che imprimono un carattere semplice e rilassante alla casa. Persiane in legno grezzo separano tra di loro i diversi ambienti dalle pareti e dai soffitti tinteggiati rigorosamente di bianco e con i pavimenti in cemento liscio di colore grigio chiaro. Un tavolo in ferro fuso troneggia in soggiorno e vecchi lavandini in pietra sono stati collocati nei bagni e in cucina. 

    Il forno esterno esistente è stato mantenuto e un muro in pietra a secco costituisce una quinta scenica che delimita e ripara sul fronte a Nord-Ovest un soggiorno all’aperto.


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    Sin dai tempi della Rivoluzione Industriale gli USA , senza distinzione fra  governi repubblicani o democratici, hanno mantenuto sempre una coerenza filosofica con il pensiero positivista ottocentesco, che vedeva il progresso scientifico e tecnologico come la chiave per risolvere ogni problema dell’Umanità, indipendentemente dalla sostenibilità e dalle risorse del Pianeta. Una vecchia battuta degli industriali di Detroit diceva che "se non possiamo risolvere un problema è perché manca forza bruta tecnologica". Purtroppo a ridosso dei “punti di non ritorno” che segnano il cambiamento globale del clima, gli USA non vogliono rinunciare all’American way of life, continuano a produrre SUV e berline a grande cilindrata e a contaminare il mondo anche al di fuori del loro territorio, purtroppo non solamente emettendo CO2 ma le più svariate sostanze, spesso anche rifiuti prodotti dalle loro attività belliche in giro per il mondo.

    PETROLIO: NUOVI MODELLI PER CITTÀ DI TRANSIZIONE

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    Qualcosa, però, inizia timidamente a cambiare anche nella patria del petrolio. Il Natural Resources Defense Council, una ONG con quasi un milione e mezzo di affiliati e un esercito di 350 esperti, fra avvocati e scienziati votati alla salvaguarda del Pianeta, ha recentemente condotto un’indagine su larga scala che ha interessato la popolazione di New York. Il risultato ottenuto era impensabile fino a solo alcuni anni fa: oltre l’80% dei newyorkesi, indipendentemente dal loro ceto sociale, razza o affiliazione politica, sono d’accordo nel prorogare la moratoria che vieta la pratica del fracking nel territorio del proprio Stato, e si dichiarano favorevoli alla sostituzione dei combustibili fossili con energie rinnovabili, anche se ancora un 48% continua a parteggiare per l’energia nucleare.  É la prima volta che un’ indagine viene condotta  su tutte le fasce della popolazione su un tema tabu per la maggior parte dei politici statunitensi, eccetto il governatore dello Stato di New York, l’italo-americano Andrew Cuomo, il quale coraggiosamente riuscì a bloccare le operazioni di fracking nel territorio di sua competenza, cosciente del rischio che rappresentano per l’ambiente e la salute degli abitanti.

    L'ENORME PARCO EOLICO DELLA CALIFORNIA

    Dall'altro estremo degli States, l’energivora California potrebbe importare energia da un enorme parco eolico da costruire nel semidesertico Stato del Wyoming, dalla potenza complessiva di 2,1 GW. Si tratta però di un’operazione, nel più puro stile americano, di “forza bruta tecnologica”. Il progetto prevede di trasportare l’energia elettrica, generata dalle turbine in Wyoming, fino a un sito in California dove esistono delle caverne, le quali verrebbero rese a tenuta stagna con lo scopo di immagazzinare gli eccessi di energia sotto forma di aria compressa. Una centrale dalla potenza di 1,2 GW sarà poi destinata a recuperare l’energia immagazzinata durante i picchi di carico o le ore di scarsa ventosità. La scelta di utilizzare aria compressa, come vettore energetico, sembra un po’ naif per chiunque abbia una minima nozione di termodinamica, in quanto il processo di conversione di un gas è estremamente inefficiente dal punto di vista energetico,  ed il calore generato dai compressori e dissipato in atmosfera, che si voglia o no, contribuisce al riscaldamento globale.

    Nella migliore delle ipotesi, il rendimento teorico di un sistema di accumulo adiabatico di aria compressa è vicino al 70%, ma nella pratica difficilmente raggiungerà il 60%, quindi 0,84 GW della potenza generata dal parco eolico andranno persi sotto forma di calore. Chiaramente, un progetto il cui valore stimato sarà di ben otto miliardi di dollari, non si fermerà di certo per delle inefficienze termodinamiche, specialmente quando una delle quattro multinazionali che costruiranno il sistema è un colosso del settore dei compressori d’aria industriali. Comunque, la soluzione proposta dal consorzio Pathfinder Renewable Wind Energy, Magnum Energy, Dresser-Rand and Duke-American Transmissionè decisamente migliore di costruire una centrale a carbone o nucleare, ma ci risulta scoraggiante constatare che, oltre al fatto che il sistema di recupero dell'energia dall'aria compressa necessiterà comunque di riscaldamento fornito da gas naturale, l’industria americana sembra rimanere ancorata ai vecchi criteri ereditati dalla Rivoluzione Industriale: produzione centralizzata, oligopolio e tendenza al gigantismo dei sistemi, in modo da creare una barriera tecnologica alle piccole aziende. 

    caption:Schema dell'impianto di accumulo di aria compressa e recupero dell'energia proposto dal Pathfinder Wyoming Wind Project.

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    UN PROGETTO DI SMART GRID CALIFORNIANO

    Decisamente più elegante è il progetto di smart grid della Southern California Edison, consistente nell’installazione del più grande banco di batterie in parallelo con la rete in costruzione negli USA. Si tratta di un banco di batterie al litio avente una potenza totale di 8 MW, con capacità per accumulare fino a 32 MWh (quindi quattro ore di funzionamento a potenza nominale). Il sistema di accumulo d’elettricità, composto da  608.382 singole batterie collegate in 10.872 moduli disposti su 604 blocchi, andrà installato nella sottostazione Monolith, sita nelle Tehachapi Mountains. Il particolare simpatico di questo progetto è che la sua realizzazione è diventata economicamente fattibile grazie alle economie di scala generate dall’industria dell’automobile, tradizionalmente quella considerata “insostenibile”. Infatti, i moduli di batterie utilizzati nel progetto Monolith, prodotti dalla LG Chem, sono gli stessi che monta di serie la vettura Chevrolet Volt, definita dai guru di Wall Street come “un fallimento sicuro” al momento del suo lancio, ma che alla data odierna ha superato, le vendite di Audi A6, Porsche Cayenne, BMW 7 e Mercedes Classe S, oltre che agli ibridi Toyota, Prius, PlugIn e Honda Civic. È un altro segno dell’aumentata attenzione all’impatto ambientale da parte dei consumatori statunitensi.

    caption:Vista dell'insieme di moduli contenenti le batterie.

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    Una Napoli diversa da quella a cui siamo abituati a pensare: una città dinamica, intelligente, smart! È quella che l’Associazione Culturale Mnèsicle con il patrocinio della Municipalità 4 del Comune di Napoli, l’Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia e l’Anea (Agenzia napoletana energia ed ambiente), propone di immortalare per il Concorso Fotografico Napoli Sm’Art.

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    Svelare questo lato meno noto della città di Napoli è una sfida non da poco, eppure il capoluogo campano non eccelle solo per i disservizi, la pizza e un centro storico da far invidia al mondo. È su questa Napoli nascosta che gli abili fotografi ed appassionati di fotografia sono chiamati ad aprirci gli occhi attraverso i propri scatti.

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    Il Concorso Fotografico Napoli Sm’Art vuole infatti mostrare la capacità della città di ottimizzare le proprie risorse come solo una Smart City sa fare. Ambiente, economia, mobilità sostenibile, qualità della vita sono alcuni degli aspetti che si richiede di far trapelare dalle immagini.

    Le 15 fotografie migliori saranno esposte in una mostra fotografica. Tra queste, la giuria selezionerà tre vincitori. Un ulteriore vincitore sarà decretato dal pubblico, attraverso una votazione popolare sui social network.

    I lavori fotografici devono pervenire entro la mezzanotte del 30 novembre 2014 all’indirizzo e-mail: associazionemnesicle at gmail.com. Per informazioni più dettagliate sul tipo di materiale da consegnare, scadenze e contatti, consultare il bando.

    Architettura Ecosostenibile è partner dell’evento.


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    Siamo in un’epoca in cui la sostenibilità non è più soltanto una moda ma una necessità. Chi progetta ormai, al di là di ogni intenzione etica e sociale, deve dare la precedenza a quello che il mercato immobiliare richiede. Spiega Norbert Lantschner, presidente della Fondazione ClimAbita e responsabile dell’area Green Habitat al Saie, recentemente tenutosi a Bologna: Le famiglie italiane, stressate dai costi sempre più elevati dell’energia, sono alla ricerca di sistemi che diano l’opportunità di ridurre le voci di spesa per riscaldare, raffreddare e illuminare gli appartamenti”.

    COME RIDURRE I CONSUMI PRO CAPITE DI ENERGIA

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    COSA DICONO I SONDAGGI

    Secondo un sondaggio della società americana J Turner, specializzata in ricerche di mercato nel settore immobiliare, sono i 50/60enni quelli più sensibili ai temi della sostenibilità, mettendo al primo posto la scelta di elettrodomestici ad alta efficienza e, a seguire, la pedonabilità, il riciclo dei rifiuti, le fonti alternative e i servizi igienici con dispositivi di risparmio idrico.

    Al contrario, nei giovani c’è ancora qualche resistenza perché in molti casi considerano la sostenibilità come una privazione, prediligendo, nella prima casa, aspetti come l’ottimizzazione degli spazi, la funzionalità e l’inserimento di oggetti "cool".

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    NORMATIVE PIÙ CHIARE

    “Le tecnologie ci sono, i costruttori sono pronti. Il problema è una normativa confusa– dice Lantschner – per cui c’è chi cambia la caldaia, chi sistema i pannelli solari ma pochi sono gli interventi strutturali che permetterebbero di risparmiare dall’80 al 95% di energia”.

    È un treno che non possiamo perdere se vogliamo raggiungere l’obiettivo “case triplo zero” (zero consumi, zero emissioni, zero rifiuti) fissato dall’Europa per il 2050.

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    OCCORRE UN MAGGIORE IMPEGNO

    Siamo riusciti, dagli anni '60 a oggi, a eliminare i due terzi dei consumi; occorre perciò darsi da fare sull’ultimo terzo utilizzando materiali da costruzione con sistema a cappotto, serramenti a doppio/triplo vetro atermico, ventilazione controllata con recupero d’aria e tutto ciò che le nuove tecnologie permettono di fare oggi nel campo del risparmio energetico.

    E occorre darsi da fare sul riciclo dei rifiuti, che in Italia è ancora oggetto di contrasti e sulla pedonabilità. Qui vediamo un dato positivo: Milano è diventata la terza città europea, dopo Copenaghen e Amsterdam, per utilizzo di biciclette in strada. È tempo quindi di provvedere a una rete adeguata di piste ciclabili.


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    Una “green-city” non è green solo perché noi architetti coloriamo di verde i suoi grattacieli coibentati in polistirene estruso (eh, ma costa poco…), né perché ci mettiamo un po’ di giardino sul tetto in calcestruzzo, e neppure perché disegniamo un paio di aiuole perché sennò gli standard minimi urbanistici si offendono. Un paio di pannelli fotovoltaici e passa la paura, non è così, care Archistelle? Eppure ormai la vostra credibilità in fatto di green ve la siete ampiamente giocata, certo non tutti, ma l’immagine generale è alquanto compromessa. 

    COME DIFENDERSI DAL GREENWASHING

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    CITTÀ PIENE DI NULLA: PERCHÉ INGRANDIRSI NON VUOL DIRE SVILUPPARSI

    Ma la colpa di questo è anche nostra. Mentre siamo qui a contemplare ammirati l’ultima torre ecofuffesca o il nuovissimo super-padiglione in fibra di qualcosa visto nel render dell’ultima archi-soubrette prestigiosa, ad essere incoronata capitale europea della cultura 2019 è Matera, premiata per la sua storia e la sua architettura uniche al mondo. E se fate un giro per vedere chi erano le altre città finaliste capirete che (purtroppo per modernisti et similia) l’apporto culturale della triste dottrina architettonica che oggi oscilla fra austerità anni ’30 e virtuosistici lustrini anni 2000 non è ancora pervenuto, e a nessuno interessa.

    Queste città, assieme a tante altre nel mondo di cui i libri di storia dell’arte ci parlano, sono state costruite in materiali naturali e durabili nel tempo, hanno una “carbon-footprint” prossima allo zero e funzionano perfettamente ancora oggi a distanza di secoli; inoltre sono amate e coccolate dai propri abitanti che vi riconoscono in esse l’immagine della loro cultura, e sono altresì amate dai turisti, questa curiosa fauna che si aggira tra borghi e monumenti poiché catturati dal loro misterioso fascino senza tempo. Che insensibili! Quattro milioni di bellissime abitazioni costruite negli ultimi quindici anni e nessuno che le visiti! Vuoi vedere che ci hanno somministrato dosi massicce di green-marketing per venderci i soliti gulag di cemento, i soliti luoghi di pena sordi all’uomo e all’ambiente? 

    caption:La città e l'ambiente vivono di relazioni più profonde di quelle visibili in superficie. (Immagine tratta da Chad Emerson, “The Smartcode Solution To Sprawl”, Environmental Law Institute, 2007.)

    Al pari del termine «classico», che esprime sempre il concetto di misura e armonia, o di «barocco», che caratterizza ogni manifestazione legata al fantasioso o all’irregolare, il termine «espressionismo» è sinonimo di deformazione. Ecco, oggi viviamo al centro di un fasullo espressionismo green, dove trionfa il culturismo architettonico, e non la cultura dell’architettura. Eppure nel buio di questo finto illuminismo abbiamo avuto maestri che davvero avevano capito e indicato la strada, avvisandoci che ciò che mancava all’architettura contemporanea non era la tecnologia, ma l’anima (Fehn, Norberg-Shulz, Scarpa, Portoghesi ecc.)

    caption:Edimburgo, esempio di "green-city" che non ha mai perso il proprio rapporto con il genius loci e l'identità storica, conservando una sua immagine caratteristica ed unica.

    ARCHITETTURA E RADICI: MEGLIO RITROVARLE CHE PERDERLE

    Per dirla con Argan, “il Novecento è un fenomeno diffuso di mediocrità culturale, di opportunismo politico, di professionalismo”, e di questo l’architettura è forse stata l’artefice principale, perseguendo un malinteso internazionalismo vuoto e retorico.  

    “L’architettura deve ritrovare le proprie radici”…ho perso il conto delle volte che ho sentito questa frase. Poche volte l’ho vista in azione e messa in pratica sul campo. Alcune menti brillanti hanno fatto delle proprie radici la loro fortuna, si pensi a Leopardi, che dell'amato-odiato "natìo borgo" ha fatto il centro del suo mondo intellettuale. E così, tra un “bosco verticale” e altri ameni “gesti eclatanti” fini a se stessi, si è preferito usare la pubblicità al posto delle idee, trascurando i rapporti base tra naturale e antropico, tra città e campagna, chiamando “sostenibile”, “biocompatibile”, “ecologico”, solo il lato della medaglia che faceva più comodo mostrare; il tutto barattando scienza e coscienza con slogan e politica, o se volete, marketing (che poi è lo stesso).

    caption:Montepulciano: esempio di una corretta dialettica tra città e campagna.

    Purtroppo, spiace dirlo, ma il verde è un colore, non uno stile. Quello, se ce l’avete, dovete mettercelo voi. Ma se non ce l’avete, almeno copiate da chi ne sa più di voi. Prendete esempio dalla Storia, e non preoccupatevi di saccheggiarne la sapienza: è lì per questo.


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