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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Il 28 Febbraio Hachette Fascicoli ha lanciato la collana di libri “I grandi temi dell’architettura”: una serie di spettacolari monografie dedicate ai temi principali della progettazione architettonica. Oltre a temi come teatri, grattacieli, piazze ed aeroporti, Hachette ha scelto di affrontare anche gli argomenti dell’housing sociale, della sostenibilità, delle architetture ecosolidali, dei parchi e delle case sugli alberi.

    Attraverso il lavoro degli architetti più celebri e delle giovani rivelazioni del panorama architettonico mondiale, Hachette ci accompagna con i suoi originali volumi alla scoperta degli edifici più significativi dell’architettura contemporanea. 

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    IL CONTENUTO DELLE OPERE

    Ogni monografia, di poco meno di un centinaio di pagine, è ricca di approfondimenti, schizzi rappresentativi dell’idea originale del progettista e meravigliose fotografie che perfettamente si adattano al formato grande di 24x32 cm scelto per l’opera. Disegni tecnici e note bibliografiche del progettista completano le schede delle singole opere.

    La collana di libri “I grandi temi dell’architettura” è disponibile in edicola e sul sito TemiArchitettura.it

    Per abbonarti, clicca qui

    ELENCO COMPLETO DELLE USCITE

    I ponti

    I grattacieli

    Gli aeroporti

    Le piazze

    I musei

    Gli stadi e i centri sportivi

    I centri commerciali

    Le stazioni

    Le case unifamiliari

    Sostenibilità

    Le architetture provvisorie

    Innesti e ristrutturazioni

    Le biblioteche

    Riqualificazione urbane

    Le chiese e i luoghi di culto

    Mixed-use

    I nuovi spazi pubblici

    Headquarters

    Le università

    Interni

    Le cantine

    Gli hotel

    Expo 2015

    I teatri

    Superfici

    I parchi

    Icone

    Le scuole

    I condomini

    Retail

    Le architetture eco solidali

    I waterfront

    Social housing

    I palazzi di giustizia

    Le case sugli alberi

    Gli edifici industriali

    Entertainment

    Le SPA e i centri benessere

    Gli auditorium

    Gli ospedali e i centri di cura


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    Assistere alla produzione del pannello di sughero Corkpan, per l'isolamento termo-acustico, e testimoniarne la natura 100% bio è un'esperienza unica, aperta a tutti i professionisti e resa possibile, ogni anno, da Tecnosugheri.

    In un periodo storico in cui tutto è magicamente diventato “bio” e il concetto di ecosostenibile e naturale è sembra solo retorica, tutti hanno il diritto di scegliere di non fidarsi e decidere di toccare con mano i prodotti scelti per i propri progetti di bioedilizia.

    Non avendo nulla da nascondere, Tecnosugheri, azienda milanese che da 50 anni è specializzata dell'isolamento termo-acustico in sughero, ogni anno organizza un viaggio formativo a Lisbona, accompagnando architetti e progettisti alla scoperta della filiera corta e naturale del sughero.

    LE FASI PRODUTTIVE DEL SUGHERO PORTOGHESE

    Il viaggio permette, in un raggio di qualche decina di chilometri, di poter assistere a tutte le fasi produttive: dall'estrazione della corteccia dalla Quercia da sughero, alla macinazione, dal processo termico di tostatura alla squadratura dei blocchi, il tutto nel massimo rispetto dell'ambiente, come testimoniato dalla certificazione ABAB – ICEA e natureplus della produzione AMORIM.

    Negli anni Tecnosugheri ha accompagnato in Portogallo tantissimi professionisti, Formatori e Consulenti CasaClima, docenti universitari, esperti e luminari della bioarchitettura, e ha constatato che ci sono tre  aspetti che più colpiscono i partecipanti a livello tecnico ed emotivo: la decortica, la tostatura e la prova di comportamento al fuoco.

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    Constatare con i propri occhi che l'estrazione della corteccia dalla quercia è un'arte totalmente manuale, che si svolge in silenzio surreale, rappresenta un'esperienza che riporta ad una visione del lavoro bucolica e romantica, tipica di altri tempi. Poi, in fabbrica, assistere alla produzione del blocco di sughero, attraverso la sola immissione di vapore in uno stampo contenente corteccia macinata, restituisce il giusto significato al concetto di bioarchitettura e di ecosostenibilità. Ma è quando si scopre che il sughero non brucia e non propaga la fiamma che i professionisti si lasciano andare ad espressioni di stupore, tipicamente fanciullesche.

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    IL VIAGGIO IN PORTOGALLO

    Scegliere il viaggio in Portogallo, approfondire la conoscenza del sughero, da quest'anno è una opportunità aperta a tutti i professionisti, a fronte di un parziale concorso spese.

    Si parte il 25 giugno. Per info e iscrizioni: www.tecnosugheri.it


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    A Londra, lo studio HHbR ha presentato un sistema di alloggi a prezzi accessibili seguendo lo schema utilizzato da Andrea Palladio per disegnare Villa Capra (1566-1571) nei pressi di Vicenza.

    Lo stile palladiano e il palladianesimo ha permeato la cultura britannica del XVII secolo, attingendo a piene mani dalla grande produzione grafica dell’architetto veneto.

    ALLOGGI SOSTENIBILLI E A BASSO CONSUMO A PARIGI

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    Sulla base del disegno in pianta della “Rotonda”, come è detta la matrice cinquecentesca, gli architetti dello studio HHbR si sono proposti di arrivare a un modulo planimetrico che contenga, per ogni piano, alloggi con almeno due camere da letto, in modo da essere fruibile agli acquirenti come coppie con bambini piccoli e famiglie monoparentali che guadagnano troppo per beneficiare di alloggi sociali, ma che non si possono permettere prezzi degli alloggi sul mercato nel Regno Unito.

    I progettisti londinesi, partendo dalla tradizione, hanno cercato di creare alloggi pieni di luce, spaziosi e composti, con camere distinte ben dimensionate. L’intento è stato quello di restituire valore allo spazio, consentendo a tutti di fruire un’architettura di qualità.

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    La simmetria degli assi dei piani riprende le celeberrime regole della villa palladiana: questa organizzazione consente di diminuire al minimo le zone funzionali dello spazio domestico (bagno, cucina e ripostiglio), creando una sequenza di spazi flessibili all’interno dell’appartamento.

    Il soggiorno della piccola Rotonda è profondo 6 metri e si apre su un balcone di 6 mq, largo 2 metri. Cucina, bagno e ripostiglio sono classificati come locali di servizio, riducendo al minimo gli ingombri anche se ne risultano ambienti proporzionati e forniti, a favore degli spazi di relazione. Le porte scorrevoli dell’appartamento di 51 mq separano lo spazio centrale dalle camere dagli altri spazi di servizio, consentendo agli occupanti di avere effetti diversi a seconda dell’apertura e della chiusura di parti dell’unità abitativa, creando una sensazione di spazio modulabile.

    L’analisi dettagliata in pianta e l’efficentamento degli spazi ha ridotto i costi degli alloggi e ha creato un modulo replicabile.

    La volontà di far interagire e generare un senso di comunità all’interno di questi multipiano ha portato a concepire il giardino esterno come ambiente dove incontrarsi e gli spazi nell’attico come locali a disposizione di tutti gli abitanti: dalla lavanderia allo sport, cercando di favorire la vita comune. A piano terra sono state pensate attività di commercio, in modo che il sistema studiato all’interno delle unità si apra alla socialità cittadina.

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    Nel Vietnam l’88% delle scuole rurali non rispetta i requisiti minimi igienico-sanitari del Ministero Nazionale della Salute e in un quarto i servizi sono del tutto assenti. Gli architetti vietnamiti H&P, incaricati per il progetto di servizi igienici della scuola a Son Lap, hanno proposto Toigetation. Lo spazio per le toilettes e docce è costruito con bambù e mattoni locali, circondato da una fitta vegetazione. Tre gli obiettivi di base: costruzione veloce, basso costo e ampia applicabilità. Infatti l’augurio dei progettisti è che diventi un prototipo per tutte le scuole in campagna: grazie alla manodopera e ai materiali locali si realizza in sole 3 settimane ad un costo di circa 3 mila dollari.

    CONVENTO HOUSE: LA CASA TUTTA IN BAMBÙ NEL CUORE DELL'AMAZZONIA

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    Condizioni igienico-sanitarie nel mondo 

    Dalla relazione dei progettisti si evince l’urgenza di migliorare i servizi igienico-sanitari in tutto il mondo per motivi umanitari, ambientali ed economici. ‘‘Assicurare la sostenibilità ambientale incluso il miglioramento delle strutture igienico-sanitarie è uno degli otto "Obiettivi di Sviluppo del Millennio" delle Nazioni Unite. In accordo con esso, dal 2000 al 2015, il numero di persone senza accesso ai servizi sanitari di base diminuirà del 50%. L'accesso è stato riconosciuto come un diritto umano. In tutto il mondo oggi più di 2,5 miliardi di persone (il 15% della popolazione mondiale) sono costrette a defecare all'aperto. Lo scarico delle acque reflue incontrollato è da considerare anche un disastro ambientale, perché danneggia la salute umana (ogni anno 1,7 miliardi di persone soffrono di diarrea e 760 mila bambini muoiono per il colera, tifo, epatite, etc ...). La mancanza di sanitari e di strutture idonee causano danni economici tremendi (secondo la Banca mondiale, in India, tali condizioni costano a questo paese più di 53 miliardi di dollari ogni anno, pari a quasi il 6% del PIL).’’

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    L’area di progetto di Toigetation

    Nelle province di Son Lap Commune, Bao Lac e Cao la popolazione vive in condizioni di estrema povertà senza elettricità, infrastrutture stradali e rete di telecomunicazioni. In particolare, la scuola di Son Lap, area di progetto, ha 485 studenti dalla scuola materna ai livelli superiori, divisa in una sede principale con 10 classi, una filiale con 4 classi più gli alloggiamenti destinati al personale. In nessuna costruzione erano rispettati i requisiti minimi igienico-sanitari.

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    Dall'idea di un albero alla realizzazione in bambù

    Il progetto s’ispira all’immagine iconica di un albero e si fonda umilmente con il pendio del monte Phja Da: una grande tettoia ripara l'area, circondata su tutti i lati da uno spesso cuscinetto di vegetazione e da un giardino terrazzato. Questa zona aiuta la regolazione del clima interno, rafforza la struttura portante e fornisce cibo. Il confine tra interno ed esterno diventa ambiente vitale, mutevole e in armonia con il territorio circostante.

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    Toigetation nasce con le risorse locali umane: docenti, studenti e volontari hanno utilizzato materiali locali come bambù e mattoni. Il metodo costruttivo è elementare perché si scava e si riempie con lo stesso terreno, creando una struttura ancorata in grado di resistere ai disastri naturali. La ventilazione e l’illuminazione sono completamente naturali, ma sono anche previsti pannelli solari per la produzione di energia necessaria durante la notte. L'acqua piovana è raccolta e filtrata prima di essere immessa in un serbatoio nel sottotetto, impiegata per i servizi igienici e per gli impianti di lavaggio. L’acqua sporca andrà in un serbatoio settico e in uno di filtraggio per poi essere utilizzata per piante acquatiche del terrazzamento sulla collina adiacente.

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    Schema progettuale del Toigetation: mattoni, bambù e piante

    L'impianto si trova ai margini del sito della scuola rurale, su un terreno in pendenza livellato rimuovendo terra dalla porzione superiore e aggiungendola alla zona inferiore. I muri in mattoni chiudono due bagni e due docce. Inoltre sono da supporto alla struttura in bambù, sotto il tetto in metallo zincato. I pali in bambù terminano in pilastri in calcestruzzo. Il cuscino verde contribuisce alla privacy e fornisce ombra a tutto il blocco servizi, riducendone notevolmente l’impatto visivo. Il prototipo non solo risponde alle esigenze della comunità in rispetto al territorio circostante, ma diventamateriale didattico per gli studenti. I metodi costruttivi forniscono nozioni sulla Geologia e Idrologia (l’acqua), sulla Fisica (la diffusione della luce), l'Aerodinamica (la ventilazione), la Biologia (la fotosintesi, la coltivazione di piante e ortaggi) e sull’Agricoltura. La popolazione sarà influenzata e questo, si spera, potrà contribuire allo sviluppo dell’equilibrio ecologico e all’economia locale.

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    Anche la bella capitale francese è interessata da alcuni problemi che affliggono i grandi centri urbani e cioè la densità abitativa in costante aumento e gli alti tassi d’inquinamento. Per questi motivi, progettisti, urbanisti e architetti hanno presentato diverse idee innovative per trasformare Parigi in una città smart. Tra questi, Vincent Callebaut Architectures ha pensato ad 8 torri eco futuristiche

    IL PROGETTO GRAND PARIS VOLUTO DA SARKOZY

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    IL PROGETTO DELLE 8 TORRI PER PARIGI

    In particolare, lo studio belga Vincent Callebaut Architectures ha presentato un progetto alquanto radicale. Si chiama “2050 Paris Smart City”, ed è stata resa pubblica in occasione della presentazione del Piano energetico e climatico di Parigi che si propone di ridurre, entro il 2050, le emissioni inquinanti e nocive. Si tratta, infatti, di otto tipologie di grattacieli ultramoderni, avveniristici e molto sostenibili, con elevati standard ecologici, capaci di integrarsi nel paesaggio urbano e, in alcuni casi, divenirne la naturale prosecuzione.

    MOUNTAIN TOWERS

    L’idea è di prolungare in altezza i palazzi residenziali di Rue de Rivoli, triplicando le unità abitative disponibili con strutture bioclimatiche. In facciata sono previsti pannelli fotovoltaici e termici per produrre acqua calda sanitaria ed energia elettrica, disponibile anche in orario notturno e nei momenti di picco. Sui balconi ci saranno sistemi di recupero e depurazione dell’acqua, oltre a sistemi di bio compostaggio.

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    ANTISMOG TOWERS

    Ventitré chilometri di linee ferroviarie dismesse trasformati in una High Line che attraversa il centro parigino, con piste ciclabili, spazi verdi, orti urbani. Una serie di torri abitabili completa la proposta, dotate di un particolare sistema per filtrare l’inquinamento atmosferico e in grado di produrre energia elettrica attraverso turbine eoliche e sistemi fotovoltaici.

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    PHOTOSYNTHESIS TOWERS

    Si tratta del recupero della Torre di Montparnasse, dopo quarant’anni ancora oggetto di forti polemiche per la presenza d’amianto sopra i limiti di legge. La conversione dell’edificio in un parco verticale, prevede di realizzare tre torri dotate di bioreattori ad alghe sistemati in facciata che, grazie alla fotosintesi, assorbono i raggi solari e l’anidride carbonica, generando anche biomassa con la quale si produce energia termica e acqua calda per gli ambienti.

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    BAMBOO NEST TOWERS

    È la riqualificazione di 13 edifici nella zona di Masséna, rivestiti con bambù tridimensionale che funziona da schermo solare, forniti di pale eoliche per produrre energia e dotati di spazi per realizzare piccoli orti urbani in ciascun appartamento.

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    HONEYCOMB TOWER

    Anche in questo caso si tratta di una struttura aggiuntiva a nido d’ape che s’integra nell’immobile esistente, aumentando la disponibilità di alloggi, sotto forma di micro-abitazioni, nel centro parigino. Sui tetti sono installati pannelli fotovoltaici, utili anche per l’illuminazione pubblica.

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    FARMSCRAPER TOWERS

    La campagna in città, una delle sfide urbanistiche del ventunesimo secolo. Tre torri collegate tra loro e dotate, a ogni piano, di grandi orti per coltivare frutta e ortaggi a km zero e, nello stesso tempo, migliorare la qualità dell’aria.

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    MANGROVE TOWERS

    Siamo alla Gare du Nord, ampliata con strutture verticali destinate a hotel, residenze e uffici per uomini d’affari. Le facciate tubolari sono costituite da celle di Grätzel, che producono energia elettrica convertendo energia luminosa in modo molto simile alla fotosintesi.

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    BRIDGE TOWERS

    Un insieme di torri gemelle che collegano la parte est della città con quella ovest. Sono munite di ampie canalizzazioni che sfruttano l’energia idroelettrica dei fiumi sottostanti e pensate per un uso misto, abitazioni e spazi commerciali.

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    Con la diffusione dei combustibili fossili quali carbone, derivati del petrolio e gas naturali, l’uomo ha potuto contare, per la prima volta nella storia, su un rendimento energetico fortemente superiore a quello a disposizione fin dall’antichità. Le caratteristiche di queste fonti energetiche, unite ad un costo iniziale basso, ha reso possibile da parte di progettisti poco attenti al contesto ambientale, un affidamento totale a questo tipo di risorse e impianti per garantire il benessere climatico all’interno degli edifici, con conseguente accantonamento di conoscenze e tecniche considerate da molti superate.

    In copertina: Washing up Walls, © 2012 Architecten

    IL RECUPERO DEI MATERIALI EDILI DOPO LA DEMOLIZIONE

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    LA CATTIVA GESTIONE DELLE RISORSE

    La cattiva gestione del globo, che nel tempo ha determinato la formazione del buco dell’ozono ed il lento e progressivo innalzamento della temperatura, è oramai diventata così incontrollata e insostenibile da arrivare ad un punto di non ritorno.

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    Si passa, cioè, dalla perdita delle stagioni miti al sempre più accentuato sbalzo climatico tra estate ed inverno, quest’ultimo sempre più breve; dall’avanzare della desertificazione nelle aree equatoriali allo sciogliersi dei ghiacciai polari; dall’estinguersi di certa fauna, al continuo emigrare di talune specie di animali; dall’impoverimento delle sostanze insite nel terreno alla crisi economica dei prodotti agricoli; dall’esaurimento dei grandi pozzi di petrolio alla corsa per lo sfruttamento di quelli più piccoli.

    La corsa all’immediata acquisizione di materie prime e la loro indiscriminata gestione hanno cancellato ogni prospettiva di sviluppo a medio e lungo termine quando, invece, è proprio in quella direzione che si dovrebbe guardare.

    Non si può più essere ciechi di fronte a dati statistici che denunciano un aumento considerevole del quantitativo di gas serra derivato dall’uso di fonti energetiche fossili, nonostante il Protocollo di Kyoto avesse cercato di porre un freno a tali consumi sin dal 1990.

    IL RUOLO DELL'ARCHITETTURA

    Si devono dare risposte urgenti e concrete a problemi come la realizzazione di abitazioni che adottino sistemi alternativi a quelli in uso: dall’adozione di tecnologie e accorgimenti architettonici più o meno semplici per il risparmio delle risorse all’acquisizione energetica da fonti rinnovabili. Si può fare molto, ma si dovrebbe fare di più.

    Come abbiamo accennato prima però, l’edilizia è responsabile, globalmente, dell’immissione in atmosfera di oltre il 50% del quantitativo totale di CO2.

    La grave percentuale che ricopre il settore edile deriva: 

    • dalla produzione dei materiali da costruzione; 
    • dalla realizzazione degli organismi edilizi;
    • dalla gestione energetica residenziale;

    La progettazione bioclimatica vuole utilizzare, per ogni fase del processo edilizio, fonti energetiche rinnovabili, nonché tutti gli accorgimenti e sistemi che da una parte minimizzino il consumo e le dispersioni degli edifici, riducendone il fabbisogno energetico, e dall’altra ottimizzino le potenzialità dei materiali da costruzionee dell’ambiente nel quale sorge l’edificio. Lo sfruttamento di sistemi di risparmio e approvvigionamento energetico basati sullo studio dell’ambiente e delle risorse direttamente disponibili nel sito di costruzione è stato, fino all’avvento delle fonti non rinnovabili, l’unico modo per mitigare l’influenza delle condizioni climatiche avverse all’interno degli ambienti costruiti.

    La necessità di ottimizzare le risorse e i materiali disponibili per raggiungere un livello soddisfacente di comfort negli spazi in cui si vive ha fatto sì che l’uomo sviluppasse, nel corso della storia, una serie di accorgimenti mirati a questo fine; questi, una volta verificati e affinati con l’esperienza, sono stati accettati da parte dei progettisti come materiale di progetto al pari e in concomitanza con i materiali base dell’edilizia, influenzando fortemente il modo di costruire nelle diverse parti del globo.

    LE MISURE ADOTTATE PER LA LOTTA AL CAMBIAMENTO CLIMATICO

    Per il periodo successivo al termine del Protocollo di Kyoto, l’UE ha pensato ad alcune misure per contrastare il cambiamento climatico e le emissioni nocive in atmosfera. Il “pacchetto”, contenuto nella Direttiva 2009/29/CE, è entrato in vigore nel giugno 2009 e sarà valido dal gennaio 2013 fino al 2020. Questo piano, denominato 20 20 20 prevede di ridurre le emissioni di gas serra del 20%, alzare al 20% la quota energetica prodotta da fonti rinnovabili e portare al 20% il risparmio energetico.

    L’obiettivo è ovviamente quello di contrastare i cambiamenti climatici e promuovere l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili tramite obiettivi vincolanti per i Paesi membri.

    La prima esigenza per l’UE era sicuramente quella di trovare una modalità per impegnarsi nel periodo “post-Kyoto” senza attendere improbabili accordi globali: l’impegno europeo voleva essere esempio e traino in vista della COP 15 di Copenhagen del dicembre 2009, dove si presupponeva di riuscire a raggiungere un accordo per il contrasto al cambiamento climatico anche sulla scorta dell’esperienza europea. L’UE ha voluto ugualmente promuovere il proprio impegno unilaterale, rilanciandolo oltre il -20% di emissioni entro il 2020 e portandolo al -30% per il 2030 e a -50% nel 2050.

    Quindi anche se non accompagnato da un impegno globale, il pacchetto clima-energia rimane un buon insieme di provvedimenti per contrastare il cambiamento climatico ed aumentare l’efficienza energetica.

    Anche se una parte di CO2 viene assorbita naturalmente dagli oceani e dalla vegetazione, è impensabile che questi possano assorbire tutta quella che viene prodotta giornalmente.

    In trent’anni (1970 - 2000), la concentrazione di CO2 è passata da 250 parti per milione a 370 parti per milione. Questo grande incremento, oltre ad aumentare la temperatura sulla crosta terrestre, ha provocato anche gravi fenomeni di disgelo come nel caso del ghiacciaio Hallstatt, o il ghiacciaio Re, in Austria, che, fino agli inizi del ’900 avevano un’estensione notevole, mentre con l’avvento del nuovo millennio si sono trasformati in spianate scongelate.

    energia-architettura-superutilizzati-dcaption: © GöF

    La nostra impronta culturale, ci impone un continuo consumo di risorse che vengono spesso cestinate anche se non sono arrivate alla fine del loro ciclo vitale, per essere sostituite con nuove, che spesso svolgono la stessa identica funzione.

    Il settore edilizio ad esempio, produce in Europa, circa il 40% del totale dei rifiuti.

    La progettazione architettonica costituisce un’opportunità importante di miglioramento delle prestazioni ambientali ed economiche della fase di produzione fuori opera e di smaltimento grazie all’impiego di prodotti riciclati e prodotti superutilizzati.

    I prodotti superutilizzati sono il risultato di un processo di recupero diretto di un materiale prima che questo possa essere classificato come rifiuto. Il presupposto è che ogni “cosa” può avere più di un ciclo di vita, in relazione alla capacità di elaborazione del progettista.

    I MATERIALI SUPERUTILIZZATI

    I prodotti superutilizzati sono il risultato di due processi di riuso prevalenti: riuso a circuito chiuso e riuso a circuito aperto. Il primo prevede il riutilizzo del materiale, o un riutilizzo parziale, sia dopo una lavorazione che dopo una trasformazione limitata nel sistema che lo ha generato; il secondo prevede le stesse tipologie di riutilizzo del circuito precedente, ma il rifiuto che nasce per una destinazione, dopo alcune lavorazioni cambia e diventa un altro elemento.

    Le recenti realizzazioni dell’architettura “superutilizzata” si connotano in chiave sostenibile. Come i precedenti, le tipologie dei materiali superutilizzati, sono classificabili a seconda delle caratteristiche del rifiuto.

    La Manifesto House, realizzata in Cile dallo studio James & Mau,fa un uso di legno e cartone, mentre il Retail building, opera dell'artista Choi Jeong-Hwa a Seul, utilizza porte in rivestimento sul prospetto.

    caption: la Manifesto House,© Antonio Corcuera

    caption: il Retail building

    Altri esempi di edifici che impiegano rifiuti come materiali da costruzione sono il Washing up Walls dei 2012 Architecten costruito con vecchi lavandini in acciaio inox, la Council House 2 Building che riutilizza legno e cartone sugli schermi in facciata e la villa Wepeloo che utilizza materiali reperiti in un raggio di massimo 15 km.

    caption:Washing up Walls

    caption: Council House 2 Building

    caption: villa Wepeloo, Starck

    Molte di queste soluzioni, servono si a diminuire gli scarti di produzione, i rifiuti, le emissioni di biossido di carbonio e i consumi energetici, ma spesso, come negli esempi costruiti da Superuse Studios e 2012 Architecten, il prodotto finale risulta più oneroso di un prodotto finale costruito ex-novo.

    Si deve continuare a percorrere questa strada, utilizzando materiali alla fine del loro ciclo di vita, e materiali che sono diventati scarti di produzione preparandoci a ciò che potrebbe essere una svolta notevole in termini di composizione, utilizzo del suolo e salubrità.

    Fonti | Roberto Giordano, I Prodotti per l’edilizia sostenibile, Sistemi editoriali, Esselibri, 2010, Napoli.


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    Villa Buresø è solo un piccolo esempio di quello che accade in Danimarca dove negli ultimi anni si sta radicando sempre più forte la cultura per il rispetto ambientale con un’attenta progettazione di edifici sostenibili e la volontà di ridurre il più possibile l’uso di fonti non rinnovabili, sostituendole con l’uso sempre più frequente di energia rinnovabile e di soluzioni ecosostenibili.

    Questa casa nella foresta nasce da un progetto di Mette Lange Architects, studio danese che si occupa prevalentemente di residenze caratterizzate da un approccio sostenibile grazie all’integrazione di fonti rinnovabili e l’uso di materiali locali ecocompatibili.

     CASE IN LEGNO: ABITARE AI CONFINI DEL BOSCO

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    LA VILLA E IL PAESAGGIO

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    Situata a pochi passi dal centro di Slangerup, una città a circa 30 km da Copenaghen, la villa è completamente immersa nel verde della foresta, gli unici vicini di casa sono gli alti pini e la vegetazione.

    L’edificio si estende su un’area di 238 metri quadrati, l’impianto si sviluppa longitudinalmente su un unico livello e si compone di due parti: la casa e una piccola depandance separata. Si accede dall’open space centrale che separa la zona notte sui due fronti, da una parte la camera matrimoniale con un’ampia cabina armadio e sul fronte opposto due stanze da letto più piccole con uno studio ed un secondo salotto.

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    L’OPEN SPACE COME PUNTO DI INCONTRO TRA ABITAZIONE E NATURA

    Mentre il fronte nord è quasi totalmente vetrato, quello sud è più chiuso e presenta un'unica grande vetrata nella zona giorno, in tal modo l’open space è caratterizzato da vetrate a tutta altezza in ambo i lati Sud e Nord, fungendo da filtro. Accendendo all’interno dell’edificio è possibile mantenere una continuità visiva con il paesaggio circostante che avvolge totalmente la casa, si viene a creare un gioco di trasparenze e riflessi che trasformano l’open space non più solo nel cuore della casa ma anche nel perno di collegamento visivo e fisico con la natura. Le vetrate scorrevoli permettono di attraversare l’edificio per andare agevolmente da una parte all’altra della foresta, si cerca dunque di far permeare la natura all’interno dell’abitazione, non a caso i vetri riflettono totalmente il paesaggio sottolineando la volontà di integrazione dell’edificio.

    LEGNO E MATERIALI LOCALI IN PERFETTO STILE SCANDINAVO

    La villa è caratterizzata dall’uso di materiali locali ed ecocompatibili, le facciate sono totalmente rivestite da listelli di legno di pino che enfatizzano la verticalità degli alberi circostanti, c’è una cura e un’attenzione particolare anche per gli interni e gli arredi in pieno stile scandinavo.

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    L'IMPIANTO GEOTERMICO

    Ma la particolarità di questa abitazione è che per fronteggiare i rigidi inverni danesi si avvale di una fonte rinnovabile quale l’energia geotermica. Grazie ad un impianto geotermico la villa può essere scaldata sfruttando un semplice principio naturale, le sonde posizionate all’interno del terreno permettono di generare uno scambio termico con la terra, sappiamo infatti che in inverno questa presenta temperature maggiori rispetto a quelle dell’aria, ciò permette di accumulare energia termica ed utilizzarla per riscaldare la casa in modo del tutto sostenibile. 


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    A Milano, nel mese di giugno in occasione di Expo 2015, sarà presentato il progetto “Città del Bio” con lo scopo di creare le fondamenta per un sistema urbano sostenibile partendo dall’agricoltura.

    CILENTO EARTH: UN PARCO AGROALIMENTARE DEDICATO AI PRODOTTI DEL TERRITORIO

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    CITTÀ DEL BIO

    In realtà non si tratta di una novità perché il progetto è stato sviluppato qualche anno fa dall’omonima associazione con sede in Piemonte, al quale hanno già aderito molti piccoli comuni, grandi città italiane come Roma, Torino, Venezia e città estere quali Bucarest, Norimberga e Labin.

    Eccolo quindi approdare a Expo 2015 per diffondere la cultura del bio e dell’economia sostenibile, ponendo una particolare attenzione alla qualità della vita, alle produzioni, ai territori e creando un ponte tra le città e le zone rurali.

    Per diffondere questa filosofia sostenibile è necessario però ideare una piattaforma di idee e best-practices, creare una forte relazione tra realtà anche molto diverse, tra comuni, enti locali e territori che promuovano l’agricoltura biologica non solo come un modello colturale ma, soprattutto, come un “progetto culturale”. Questo concetto, quindi, vuole includere non solo l’agricoltura per produrre cibi buoni e sani, valorizzando le produzioni locali, ma anche tutto ciò che vi ruota attorno: tecnologie pulite, green jobs, bioristorazione, tessile biologico, bioarchitettura, biocosmesi e bioeconomia.

    ALCUNI ESEMPI DI COMUNI VIRTUOSI

    Tra i comuni italiani entrati a far parte dell’associazione vogliamo segnalare Castel del Giudice, in provincia di Isernia, che ha trasformato vecchie stalle abbandonate in un albergo diffuso e recuperato terreni incolti per farne dei meleti; Poggioreale, in Sicilia, si è concentrata sul recupero delle sue tradizioni e del suo territorio, duramente colpito dal sisma del 1968, convincendo le aziende locali a convertirsi all’agricoltura biologica per offrire una vita migliore a chi vive nella comunità; il comune di Specchia, nel Salento, ha puntato sulla costituzione di un distretto biologico che valorizzi il territorio e garantisca la qualità dei prodotti agro-alimentari.

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    Dalla ricerca di Arup e GXN Innovation nasce BioBuild, il primo pannello autoportante per facciata in materiali biocompositi mai realizzato al mondo. Innovativo, naturale e prefabbricato, BioBuild, che impiega materiali naturali e riduce del 50% l’embodied energy (energia grigia) senza un aumento di costo, ha vinto il JEC Innovation Award 2015 nella categoria "Costruzione".

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    Cosa sono i biocompositi

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    I biocompositi sono prodotti dalla combinazione di fibre naturali come lino, canapa e iuta, e di resine naturali realizzate dagli scarti della produzione di colture come mais e canna da zucchero. I biocompositi, opportunamente trattati con processi produttivi, possono essere trasformati in elementi architettonici performanti, leggeri e durevoli, che riducano l'"embodied energy” rispetto ad altri materiali da costruzione tradizionali, senza un aumento di costo.

    I benefici dei materiali biocompositi:

    • Riducono i rifiuti associati al settore agricolo ed edile;
    • Garantiscono una libertà delle forme in fase progettuale;
    • Ottimizzano le prestazioni meccaniche e fisiche dei polimeri fibro rinforzati;
    • Offrono un ottimo rapporto peso/capacità di sopportare i carichi;
    • Possono essere prefabbricati e rapidamente assemblati in cantiere;
    • Sono durabili;

    Il pannello in biocomposito BioBuild

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    Il pannello, studiato prevalentemente per un utilizzo in edifici direzionali, è alto 4 metri e largo 2,3, con un modulo vetrato nel mezzo. È composto da uno strato esterno ed uno interno di laminati in biocomposito di lino e resine naturali, ed uno centrale di materiale isolante. Lungo il perimetro del pannello è presente un telaio in legno per garantire una adeguata interfaccia fra i diversi moduli di facciata. Le piastre di fissaggio al solaio sono l'unico elemento in metallo del pannello e rappresentano prodotti commercialmente disponibili per sistemi autoportanti di facciata. 

    Aspetto fondamentale della ricerca è stata l’attenzione all’intero ciclo di vita dei materiali costituenti il pannello. Tutte le componenti del sistema sono facilmente smontabili le une dalle altre e possono essere riciclate o riutilizzate alla fine del loro ciclo di vita.

    caption: © lichtzeit.com

    Il consorzio BioBuild è formato da 13 partners provenienti da 7 Paesi europei ed stato costituito nell’ambito del Settimo Programma Quadro della Comunità Europea. Oltre al sistema di facciata ha progettato kit per sistemi di rivestimento per esterni, pareti divisorie interne e controsoffitti.

    BioBuild è il risultato di una ricerca portata avanti da Arup e GXN Innovation, due realtà che credono fortemente nelle potenzialità della ricerca e ne finanziano progetti. Arup, con 90 uffici in 39 Paesi al mondo, investe ogni anno 5 milioni di sterline (circa 7 milioni di euro) in ricerche per migliorare gli aspetti tecnici, social, economici, sostenibili dei propri progetti. Ha collaborato a BuiBuild con GXN Innovation, la branca di 3XN architects che si occupa di ricerca nel settore della progettazione sostenibile, focalizzando la propria attenzione su processi digitali e materiali ecologici.

    Nell’ambito della fiera EcoBuild, una fiera sull’edilizia sostenibile che si svolge ogni anno a Londra, ho incontrato l’ingegnere Guglielmo Carra, Project Manager per Arup e Design Manager per il progetto BioBuild, il quale commenta: “Questo prodotto innovativo spinge i confini dell’ingegneria delle facciate e dei materiali verso nuovi obiettivi, utilizzando i materiali biocompositi in un campo particolarmente difficile come quello delle costruzioni in cui le performance energetiche e meccaniche sono sempre più rilevanti. La libertà di progettazione garantita dai biocompositi può avere un forte impatto sull’estetica degli edifici”.


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    Tra le prime necessità per un progettista, ci dovrebbe essere porre attenzione all’ambiente; l’edilizia, infatti, in un paese industrializzato come il nostro, influisce per il 40% nel consumo globale di energia e per il 51% nella quantità di emissioni di CO2 in atmosfera.

    Progettare bioclimaticamente significa utilizzare alcune caratteristiche dell’ambiente esterno per raggiungere il benessere nell’ambiente costruito. Da qualche anno a questa parte, il tema della sostenibilità si è diffuso in maniera tale da riuscire a sensibilizzare più persone: purtroppo però questo non basta ad aumentare la consapevolezza riguardo all’imminente esaurimento delle fonti energetiche non rinnovabili (come i combustibili fossili). I prodotti derivanti dalla loro combustione, inoltre, risultano altamente nocivi per l’ambiente: i gas e le polveri che inquinano l’atmosfera, variano il regime climatico della Terra generando l’innalzamento della temperatura. Alcuni esperti dichiarano che la CO2 presente in atmosfera, genera un effetto ritardato di circa vent’anni. Tra circa vent’anni quindi subiremo cambiamenti climatici non indifferenti che saranno da attribuire all’era del consumismo, degli sprechi e del depauperamento delle risorse.

    ARCHITETTURA NATURALE: ESEMPI DI BIOMIMESI E AUTOCOSTRUZIONE

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    La cultura ecocompatibile di oggi nasce e si sviluppa dalla conoscenza di più filoni di pensiero ed esperienze antecedenti la formulazione del concetto di sviluppo sostenibile

    • movimento ecologista
    • bioarchitettura
    • studi e applicazione dei principi bioclimatici

    Ciascun filone di esperienze si basa su alcuni riferimenti culturali che hanno portato alla messa a punto dei principi caratterizzanti l’architettura ecocompatibile:

    • paradigma ecologico
    • paradigma bioclimatico
    • paradigma energetico

    Il paradigma ecologico e il paradigma bioclimatico fondano le loro origini ai primi insediamenti umani, mentre il paradigma energetico ha origini più recenti con la crisi energetica e il consumo delle risorse con disponibilità limitata.

    Il paradigma ecologico

    Il paradigma ecologico si fonda su relazioni tra luogo ed elemento costruito.

    Le caratteristiche del luogo guidano la progettazione e sono elementi connotanti dell’architettura stessa: forma, tecnologia e materiali. L’esempio che meglio interpreta questo paradigma riguarda i Cliff Dwellings, villaggi costruiti all’interno di ampie cavità naturali presenti nelle pareti verticali dei canyon, esposte in genere a mezzogiorno, in zone caratterizzate da un clima arido a forte escursione termica diurna e stagionale. Rimanendo su esempi più semplici, gli indiani d’America, avevano predisposto le loro tende per riuscire a configurarle in modi diversi per sfruttare le caratteristiche microclimatiche stagionali. Si passava quindi dall’effetto camino, alla ventilazione passante, alla chiusura totale (protezione invernale) all’interposizione esterna di piccole barriere che proteggevano dal vento freddo.

    Ripercorrere in breve la rivoluzione con cui lo spazio abitabile si è sviluppato nel corso del tempo, in funzione dei fattori climatici e ambientali, ci aiuta a tratteggiare i comportamenti tecnico-progettuali, seppur elementari, dei primi insediamenti abitativi. Per questo la ricerca sull’architettura antica sviluppata dalle origini fino agli inizi del 1800 si interessa di quegli stanziamenti umani che hanno dato volto ad un’equilibrata gestione del territorio e delle risorse in esso contenute. Prendendo in esame alcuni dei numerosi insediamenti sparsi in Europa e nelle regioni poste intorno al Mar Mediterraneo, si può delineare una testimonianza di come l’utilizzo delle energie naturali coadiuvi strategicamente il modo di abitare e il benessere degli abitanti.

    caption:Cliff Dwellings, Mesa Verde, Colorado. © Tutti i diritti riservati  di dallas1959 - Panoramio. 

    I primi insediamenti umani si sono adattati alle cavità naturali del terreno; questi rappresentano le prime strutture spontanee impiegate come abitazioni permanenti in grado di testimoniare la vita, le abitudini e la cultura dei gruppi sociali che le hanno utilizzate. Alcune di queste realtà, quelle ancora visitabili e non andate completamente distrutte, sono diventate nel tempo, delle vere e proprie dichiarazioni architettoniche in funzione della loro dimensione, dell’armonia del complesso nel suo insieme o delle peculiarità che le inseriscono all’interno del paesaggio naturale. Tali spazi coperti sono comunque frutto di una attenta verifica delle condizioni di vivibilità delle necessità difensive, da parte di piccoli gruppi di comunità che si sono adoperati attraverso un lungo lavoro di adattamento dell’ambiente naturale al loro stile di vita. L’adeguamento conduceva alla completa appropriazione di un luogo da parte della collettività che in esso trovava ripari relativamente confortevoli spazi protetti dalle variazioni climatiche in funzione delle caratteristiche geomorfologiche.

    Successivamente l’uomo è intervenuto in questo habitat naturale con opere di scavo nella roccia adattandone negli spazi. Lo sviluppo morfologico di tali architetture è successivo alla diffusione dell’uso del fuoco per le necessità vitali e la migliorata azione di scavo dovuta ai primi strumenti rudimentali che hanno consentito la realizzazione di aperture, buchi aspiranti, bucature contrapposte (magari orientate verso i venti dominanti); attraverso questi accorgimenti si è reso possibile il movimento dell’aria e il controllo della temperatura interna a vantaggio dell’abitabilità degli spazi. Quest’architettura definita di tipo spontaneo o entro terra, non era comunque casuale, ma dipendeva essenzialmente dalla natura geologica del terreno, dal clima, dalla vegetazione, dalla posizione in cui si trovava, che doveva essere vantaggiosa per l’esposizione.

    Soltanto con una consolidata abilità costruttiva, si è passati, nei secoli successivi, agli spazi artificiali o fuori terra che hanno impiegato materiali e tecniche costruttive locali in grado di assicurare un minimo comfort e protezione di ogni spazio abitato. In questo modo gli impianti edilizi artificiali, di dimensione e forma variabile, oltre ad offrire molteplici opportunità di vita e lavoro alle più diverse aggregazioni sociali che in essi si sono riconosciute e sviluppate, hanno favorito la crescita di volumetrie per tutte le attività di cui, si sentiva l’esigenza.

    caption: Camini delle fate, Cappadocia, Turchia

    Gli insediamenti umani preistorici in Europa e nell’entroterra del Mediterraneo, si sono concentrati prevalentemente in zone dalla struttura geologica di natura tufacea e argillosa, sabbiosa o di carattere carsico, in cui la secolare azione erosiva dell’acqua e del vento, ha inciso profondamente la forma dei materiali naturali creando cavità, grotte, anfratti, fenditure, insenature, adatte alla formazione di sistemi abitativi in grado di rimanere attivi per lunghissimi periodi di tempo, in qualche caso fino ai nostri giorni.

    Ritornando a periodi più recenti, la casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright, è un ottimo esempio di paradigma ecologico, poiché il progettista è stato il primo a partorire un edificio, che riutilizzava i materiali del luogo, legno, pietra, acqua, cercando di integrare al meglio la propria architettura nello spazio forestale verde ed incontaminato della Pennsylvania.

    Questo risulta uno dei pochi casi in cui ci si può chiedere se sia nata prima l’idea, l’architettura, o il paesaggio circostante poiché l’integrazione tra le due è ad un livello inverosimile.

    Il paradigma bioclimatico

    Il paradigma bioclimatico si basa sull’utilizzo intenzionale della risorsa clima per il controllo del benessere degli spazi abitativi; le condizioni del microclima sono variabili importanti del processo progettuale, poiché influenzano ad esempio i rapporti tra elementi di involucro opaco e trasparente.

    I bagni romani del I secolo A.C. presentavano una lente sulla sommità della cupola per massimizzare gli apporti solari gratuiti, mentre la casa a emiciclo solare progettata da F. L. Wright per Herbert Jacobs, mostra un rapporto di apertura e di interscambio tra l’edificio e lo spazio circostante.

    caption: Casa Emiciclo Solare, Frank Lloyd Wright, Middleton, Wisconsin, 1944

    Il paradigma energetico

    Il paradigma energetico si sviluppa in maniera sinergica rispetto a quello bioclimatico. È caratterizzato da una vocazione spiccata nell’utilizzo dell’energia solare come mezzo di climatizzazione degli edifici. Per massimizzare gli apporti termici gratuiti vengono impiegati sistemi solari attivi e/o passivi attraverso lo sviluppo ed il ricorso a tecnologie sempre più sofisticate.

    Heliotrope a Friburgo, fu il primo edificio al mondo a produrre più energia (interamente da fonti rinnovabili) di quella che consumava. Grazie alla tecnologia stratificata a secco e ai ridotti consumi, la CO2 prodotta per la sua costruzione, può essere assimilabile a zero. Utilizzando l’energia prodotta dall’impianto fotovoltaico, la struttura può ruotare fisicamente per seguire il sole, permettendo di sfruttare al massimo la luce e il calore naturale del sole.

    I paradigmi dell’architettura ecocompatibile costituiscono un’eredità concettuale e tecnica che ha influenzato e sta influenzando molto gli architetti attualmente in attività e molte delle tendenze architettoniche che si sono sviluppate negli ultimi anni. Tutt’oggi questi esempi vengono usati per declinare modelli di sostenibilità, che interagiscono sulle attuali tendenze dell’architettura contemporanea facendo emergere diversi filoni costruttivi.

    High-Tech ad alta efficienza energetica 

    Con il paradigma energetico e bioclimatico, le destinazioni d’uso di questi edifici sono spesso uffici, padiglioni espositivi. Questa tipologia è caratterizzata da edifici di forma compatta e sistemi tecnologici sofisticati come la Sliding House o l'Eden Park.

    caption: Sliding House, dRMM Ross Russel, Suffolk, 2009

    caption: Eden Park, Grimshaw & P., Cornovaglia, Inghilterra, 2011

    Architettura Organica Ecologica

    L'architettura Organica Ecologica, più condizionata dalla Baubiologie tedesca, tende ad essere più ecologica-energetica, perché dirige maggiore attenzione al contesto geologico e idrogeologico; il sole non è l’unico elemento da considerare in fase di progettazione. Questa tipologia può essere messa a disposizione di funzioni miste o residenze. La forma del corpo di fabbrica è spesso disaggregata, costruita con materiali naturali e della tradizione locale (United Arab Emirates Pavilion).

    caption: United Arab Emirates Pavilion, Foster and Partners, Emirati Arabi, 2010

    Pluralismo Contemporaneo

    Nel pluralismo contemporaneo, con riferimento al paradigma energetico e bioclimatico, vengono impiegati sistemi costruttivi a cavallo tra innovazione e tradizione, i materiali sono tecnologicamente migliorati, e gli edifici progettati assolvono destinazioni miste con forme del costruito lineari ( WWF Holland Zeist, Student Housing).

    caption: WWF Holland Zeist, Raus Architects Amsterdam, 2006. © Frans Sellies

    caption: Student Housing DUWO, Mecanoo Architects, Delft, Netherlands, 2009.

    Architettura Low Cost

    Prevede materiali spesso prefabbricati, a basso costo, con assemblaggio a secco, autocostruzione (se possibile) cercando di sfruttare al massimo compattezza e forme lineari. Non sempre vengono progettati edifici ecocompatibili, spesso questi hanno costi più elevati degli edifici costruiti con paradigmi elencati in precedenza (Sede amministrativa Walch’s Catering Lustenau, Casa 100k).

    caption: Sede amministrativa Walch’s Catering, Dietrich + Untertrifaller Jr, Lustenau, Austria 2007.

    caption: Casa 100k, Mario Cucinella, Settimo Torinese, 2009.

    Fonti | Bianchi R., Morabito G., La decrescita prosperosa dell’edificio, Architecture from high tech to low cost, Gangemi Editore, Roma, 2010

    Grosso Mario, Il raffrescamento passivo degli edifici in zone a clima temperato, III edizione, Santarcangelo di Romagna, Maggioli Editore, 2011


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    Con il 50% della coltivazione mondiale di quercus suber, il Portogallo è il primo produttore al mondo di sughero, il cui impiego più comune in edilizia è sotto forma di pannello isolante auto-espanso e auto-collato, volgarmente detto “tostato” o “bruno”.

    Le Foreste di Querce Portoghesi

    La quercia da sughero è originaria del bacino del Mediterraneo occidentale, dove trova le condizioni ideali per la sua crescita. I sughereti del Portogallo, protetti con editti reali sin dal Medioevo, sono stati oggetto di piantumazione programmata e, attualmente,  ricoprono l'8% del territorio portoghese e producono il 49,6% del sughero mondiale, contro il 3% della nostra Sardegna. 

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    Il querceto, un ecosistema molto speciale

    Unico e delicato, il sughereto è uno dei 35 ecosistemi più ricchi ed importanti per biodiversità del mondo. Ospita oltre 160 specie di uccelli, 24 specie di rettili e anfibi e 37 specie di mammiferi, alcuni a rischio di estinzione. Per ogni 1000 mq di territorio, esistono circa 135 specie diverse di piante.

    La quercia da sughero rappresenta un valore di prim'ordine per l'ecosistema e l'ambiente:

    • previene il degrado del suolo,
    • rende i suoli più produttivi,
    • regola il ciclo idrogeologico,
    • combatte la desertificazione,
    • è una barriera alla propagazione degli incendi,
    • cattura e immagazzina CO2,
    • garantisce la biodiversità,
    • combatte le alterazioni climatiche.

    Il Portogallo, un polmone verde per tutta l'Europa

    Le foreste sono le grandi alleate nella lotta al riscaldamento globale. Si impara sin dalle scuole elementari che, tramite la fotosintesi, gli alberi assorbono l’anidride carbonica e la trasformano in tessuti organici, trattenendo il carbonio.

    Essendo un albero molto longevo, la quercia favorisce come nessun altro l’immagazzinamento del carbonio nel corso delle decine di anni della propria vita.

    Considerando la superficie totale dei querceti, le foreste di quercia del bacino occidentale del mediterraneo hanno una capacità di ritenzione di CO2 di circa 30 milioni di tonnellate, equivalenti a circa 15 ton/ettaro. (fonte: Istituto Superiore di Agronomia del Portogallo, 2014). Il solo Portogallo è responsabile per la ritenzione di circa 10 milioni di tonnellate di CO2

    La struttura della quercia

    Il tronco della quercia si compone del fusto in legno, che risulta essere un buon combustibile per legna e carbone e della corteccia, un tessuto formato da micro cellule alle quali viene dato il nome di sughero.

    È subito evidente la natura protettiva del sughero rispetto al legno: la corteccia di sughero, robusta, resiste alle caldo, al freddo, alle intemperie e al fuoco, proteggendo il fusto di legno, assai più delicato.

    Il frutto della quercia è la ghianda, alimento del pregiato Porco Preto Alentejano, una razza di suini autoctona, che vive in libertà e da cui si ottiene il famoso prosciutto crudo.

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    Il ciclo di vita della pianta: crescita e decortica

    La decorticaè l'operazione con cui viene asportata la corteggia dalla quercia. Il periodo destinato alla decortica va da maggio ad agosto poiché, per via del caldo, il fusto di legno trattiene maggiormente a sé l'acqua, rendendo più facile l'asportazione della corteccia.

    Il primo raccolto avviene quando la quercia ha 25 anni di età e il tronco ha un diametro di 70 cm misurati a 1,3 metri da terra. Le decortiche successive avvengono ad un intervallo di almeno nove anni e si ripetono per circa 15/18 volte.

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    Il sughero estratto con le prime due decortiche non è adatto alla produzione di tappi, ma ha caratteristiche che lo rendono ideale per la realizzazione di pavimenti, rivestimenti e isolanti, come i pannelli isolanti auto-espansi e auto-collati.

    È invece a partire dalla 3ª decortica che si ottiene il sughero più pregiato, ideale per la produzione di tappi di qualità.

    Dopo la decortica, su ogni quercia viene segnata l’ultima cifra dell’anno in cui è stata realizzata l’estrazione del sughero.

    Con la decortica ha inizio il ciclo di vita del sughero, come materia prima, che lo porta ad essere impiegato anche a protezione delle nostre abitazioni, come isolante termo-acustico naturale. 

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    Una materia prima, tanti impieghi possibili

    In base all'età della pianta e alla parte di corteccia impiegata, il sughero è utilizzabile, come materia, prima in moltissime lavorazioni ed applicazioni differenti.

    La polpa, ovvero la parte più pregiata, viene destinata alla realizzazione di tappi per vino. Gli scarti e le parti meno pregiate vengono, invece, destinati alla realizzazione di granulati tecnici, impiegati in pavimenti, rivestimenti, impieghi industriali e calzaturieri.

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    Per realizzare i pannelli isolanti auto-autocollati e auto-espansi impiegati in edilizia, viene impiegata, per la maggior parte, la falca, la corteccia derivante dalle prime decortiche e dagli scarti delle lavorazioni pià pregiate.

    Con falca si intende la corteccia ricavata dai rami minori della pianta e ottenuta in fase di potatura. Questa materia prima presenta una maggior concentrazione di suberina e lignina, elementi importanti per permettere un efficace processo di tostatura, che impiega queste sostanze naturalmente contenute nelal corteccia, per legare i granuli di sughero, formando un blocco compatto e resistente. In questo modo non è necessario l'impiego di nessun tipo di collante aggiunto, nel pieno rispetto della normativa EN13170 e conseguente marcatura CE del sughero tostato (ICB Insulating cork board). La raccolta della falca segue la decortica.


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    Il 1 Maggio aprirà i battenti l’Expo 2015. Il tema della manifestazione che si terrà a Milano fino al 31 Ottobre 2015, sarà l’alimentazione. L’Expo 2015 vuole infatti essere un’occasione per confrontarsi e riflettere sulle contraddizioni di un mondo in cui quasi 900 milioni di persone soffrono la fame mentre 3 milioni sono affetti da disturbi alimentari spesso legati all’eccesso di cibo. Durante l’Expo, il cui tema è “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, si discuterà su stili di vita sostenibili ed equilibrati, bilanciati tra disponibilità e consumo di risorse.

    In questo contesto ben si inserisce fooDesign, il concorso organizzato da Artèteco, che chiede ad architetti, designer ed appassionati del settore, di progettare oggetti utili alla preparazione e/o al consumo di cibo, accessori per la tavola e la cucina.

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    La richiesta non è quella di una semplice variazione estetica di oggetti di uso comune, ma lo sviluppo di veri e propri concept innovativi, derivati da un’attenta analisi del settore. I progetti dovranno essere tecnicamente realizzabili e riproducibili in serie. Kellalla brand giovane che punta sulla creatività, innovazione tecnologica e cultura del design, metterà infatti in produzione alcuni dei progetti selezionati dalla giuria tecnica, riconoscendo ai progettisti una royalty sulle vendite. Il primo classificato vincerà un buono spesa di mille euro da consumare presso Vitale arredamenti.

    L’iscrizione è gratuita. Gli elaborati devono essere consegnati entro il 6 Maggio.

    Per maggiori informazioni sul concorso e per scaricare il bando ed il modulo di partecipazione, visitare il sito di Artèteco.


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    Ad Amsterdam, la Waternet, azienda pubblica olandese responsabile di mantenere canali della città puliti e liberi da rifiuti, ha appena inaugurato un nuovo ufficio galleggiante che sale e scende a seconda del livello dell’acqua. L'edificio di tre piani è stato progettato dagli architetti di Amsterdam dello studio Attika.

    Il volume dell’edificio, composto da un telaio in legno e da una facciata intessuta con canne e paglia, è smontabile in ogni parte della struttura, grazie all’utilizzo di materiali biodegradabili, che, se trasformati, possono essere riutilizzati come nuovi componenti, senza lasciare rifiuti.

    EDIFICI GALLEGGIANTI: LA CASA ANFIBIA SUL TAMIGI

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    La nuova sede della Waternet è incastonata tra le imbarcazioni che puliscono i canali nella parte settentrionale del vecchio porto di Amsterdam, quasi un piccolo salotto in questo golfo in movimento. Due cassoni galleggianti collegati tra loro agiscono come base dell'edificio che, con una superficie complessiva della struttura è di 31 metri per 12 metri su tre livelli è la più grande “arca” dei Paesi Bassi.

    Gli architetti ideatori del progetto sostengono che la forma dell'edificio sia allo stesso tempo semplice e audace e che la pelle che ricopre la facciata in canne richiami il fondamentale ruolo che svolge la società per cui è stato costruito, che si occupa della purificazione delle acque.

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    L'ingresso e uffici si trovano al primo piano e vicino all’entrata, nel seminterrato sott’acqua sono organizzate le docce e spogliatoi per gli operai; il “piano acqua” ospita la mensa, il vero cuore dell’edificio, in un ambiente spazioso a doppia altezza, collegato sia agli uffici che al porto.

    L'edificio ha un modo innovativo di riscaldamento e raffreddamento. Nel fondo del cassero di cemento trova uno scambiatore di calore, un liquido riempito tubo di avvolgimento, come un circuito di riscaldamento a pavimento all’inverso. Il sistema richiede calore o freddo direttamente dalla sorgente che lo circonda, l’acqua. Una pompa di calore reversibile fornisce aria calda o fredda, secondo la necessità. L'energia per la pompa di calore viene da pannelli solari posti sul tetto.

    In 5-10 anni questa parte del porto della città si trasformerà in una zona per l'edilizia abitativa. L'ufficio potrà spostarsi e semplicemente navigare in una nuova posizione.


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    La Versilia è a tutti nota come località di vacanza estiva con le sue sabbiose spiagge e con la sua selvaggia vegetazione tipica della macchia mediterranea affollata da pini a ombrello, eppure è qui che si trova un bosco di bambù cresciuto grazie al terreno umido tipico della zona.  In questo luogo ameno si è svolta la seconda edizione del workshop teorico e pratico “Costruire con Arundo Donax e bambù” organizzato dal collettivo CanyaViva in collaborazione con il Bambuseto versiliese per imparare la tecnica per costruire archi con questo versatile materiale.

    In copertina: © CanyaViva

    ARCHI E VOLTE IN BAMBÙ DA TAIWAN

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    IL WORKSHOP

    Venerdì 27 febbraio 2015 un gruppo di giovani entusiasti armati di scarponi, coltellino e curiosità insieme ai docenti del corso Carlos Jimenez Asenjo e Margherita Bertoli si è ritrovato all’inizio del sentiero che porta al Bambuseto per imparare la tecnica per costruire archi in bambù secondo il metodo CanyaViva. L’Arundo Donax o canna mediterranea e il bambù, infatti, si prestano agevolmente all’ideazione e alla costruzione manuale senza bisogno di attrezzatura altamente specializzata.

    caption: Foto di Chiara Nicora.

    Lavorando con un materiale naturale sono fondamentali l’osservazione e la classificazione. Dopo aver raccolto le canne che abbiano almeno tre anni di vita e aver tolto tutte le foglie in modo da avere uno stelo liscio e senza malformazioni si procede alla catalogazione. Gli elementi vengono suddivisi in base alla lunghezza, al diametro e all’andamento delle fibre. Infatti, per sfruttare al massimo le proprietà del materiale vanno considerate le curvature orarie o antiorarie.

    caption: Foto di Chiara Nicora.

    L’operazione successiva consiste nell’assemblaggio delle canne in fasci per creare gli elementi strutturali. Il bambù viene legato con corde in canapa secondo uno schema studiato e collaudato dai professionisti del collettivo CanyaViva. I moduli creati servono per realizzare gli archi della struttura. La flessibilità del materiale garantisce una naturale piegatura degli elementi e di conseguenza gli archi vengono felicemente curvati senza creare tensioni pericolose.

    caption: Foto di Chiara Nicora.

    Dopo tre giorni intensivi e faticosi di lavoro di squadra il workshop ha avuto fine con il montaggio degli elementi e la curvatura degli archi. Il risultato finale sarà possibile ammirarlo a Milano alla Fabbrica del Vapore dal 14 aprile 2015 all’8 maggio 2015 dove la struttura sarà riassemblata in occasione dell’evento Green Utopia dedicato all’architettura vegetale.

    caption: Foto di Gaia Granelli.


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    A Mannheim, in Germania, nel mese di maggio 2014, nell'ambito della manifestazione "hotel Shabby Shabby" organizzata all’interno del programma di eventi del festival per la città "Theater der Welt 2014", sono stati invitati tanti geni del riciclo creativo, studenti di architettura e professionisti per partecipare ad un concorso per costruire la camera d'albergo dei loro sogni, avendo a disposizione un massimo di spesa per il recupero del materiale di € 250.

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    Vi siete mai chiesti perché le camere dell'hotel sono luoghi in cui spesso non ci si trova a proprio agio e si pensa che siano luoghi angusti dove riposare? È frequente che si presentino con tappeti orribili, superfici anonime, opere di dubbio gusto appese ai muri, per non parlare della vista, spesso deludente.

    È così difficile progettare una stanza dove qualcuno possa desiderare di trascorrere una notte? Una stanza che offra una vista unica e un letto accogliente? Il concorso ha voluto porre l’attenzione sulla città e il territorio come teatro da essere contemplato e sul comfort individuale.

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    Sono state completate 22 cabine-albergo, realizzate interamente con materiale di riciclo, da 120 progettisti provenienti da Francia, Belgio, Svizzera, Portogallo, Polonia, Inghilterra, Austria e Germania, che hanno avuto l’occasione di auto fabbricare i propri prototipi nel campo di costruzione vicino al Teatro Nazionale di Mannheim.

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    Da questo Laboratorio a cielo aperto, le squadre di costruzione si sono disperse in città, dove ogni gruppo  ha costruito e installato un “stanza” in un luogo scelto a Mannheim: nei parchi, accanto a statue, lungo le rive del Reno e il Neckar, sul sito della ex caserma degli Stati Uniti e sui tetti delle case. Dal 22 maggio all’8 giugno (per l’intera durata del festival "Theater der Welt 2014") le hotelcabins sono state a disposizione per essere affittate per una notte a chi ne facesse richiesta.

    E dopo le camere d’albergo si organizza, dal 27 gennaio 2015, un concorso per appartamenti minimi a Monaco.

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    L'attento studio bioclimatico ha nel mondo pochi altri esempi al livello dei Gardens by the Bay. Il parco, di 54 ettari, è composto, oltre che da una splendida vegetazione, da tre elementi fondamentali tra loro interconnessi: le due grandi serre, i due laghi e i 18 supertrees.

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    Le due serre bioclimatiche

    Le due serre bioclimatiche (una che ricrea la foresta pluviale di alta quota e l'altra il clima sub-mediterraneo) funzionano anche da elementi di captazione dell'acqua piovana, la cui energia per il raffrescamento e la deumidificazione è prodotta dalla centrale a biomassa del parco; l'ombreggiamento invece è ottenuto sia con l'uso di vetri riflettenti sia con il dimensionamento della struttura portante.

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    I due laghi artificiali

    I due laghi artificiali, oasi di biodiversità, sono anche riserva di acqua piovana per l'irrigazione che proviene dalle serre.

    I supertrees

    I supertrees (strutture metalliche che simbolicamente ricordano un albero) svolgono numerose funzioni: sostegno per tantissime varietà di rampicanti tropicali e bromeliacee, sostegno per le canne di esalazione della centrale a biomassa (che attraverso la cogenerazione produce anche energia elettrica per i chiller delle serre), sostegno per celle fotovoltaiche; sono infine stupendi punti di osservazione.

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    Simbolo della volontà della città di Singapore di percorrere la strada della sostenibilità ambientale, il Garden By The Bay è uno splendido esempio di parco che coniuga la valorizzazione della biodiversità nelle grandi città, un concreto intento didattico e una maestosa valenza paesaggistica.

    Articolo di Arch. Alberto Trabucchi per Blossom zine inserto speciale Singapore


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    In Puglia, in un paesaggio contraddistinto dalla presenza di possenti ulivi e querce secolari, antico ricordo del Bosco di Belvedere, si trova San Cassiano, piccolo borgo in provincia di Lecce. Tra le sue tortuose vie, caratterizzate da case addossate le une alle altre, un piccolo edificio abbandonato è stato recuperato e adibito ad abitazione che guarda verso oriente dallo studio di progettazione Metamor in collaborazione con l’architetto Laura Colonna.

    RECUPERO IN PUGLIA: LA TABACCHIERA DIVENTATA B&B

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    IL PROGETTO DI RECUPERO DELL'ABITAZIONE

    La casa pugliese occupa un lotto “gotico”: i lati corti sono aperti, mentre i lati lunghi sono completamente ciechi. La costruzione si presentava come il risultato di diversi rimaneggiamenti e aggiunte succedutesi nel corso degli anni. L’obiettivo del progetto è stato quello di razionalizzare gli spazi senza stravolgere l’impianto e l’immagine dell’edificio, infatti, all’apparenza sembra che non sia stato effettuato alcun intervento. Sul fronte strada rivolto verso Ovest nulla risulta alterato, mentre sul retro, che si affaccia verso un piccolo giardino orientato ad Est, è stato aggiunto un volume addossato alla costruzione esistente e schermato in parte con una serie di mattoni che dall’esterno ricordano un’antica colombaia.

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    Le originarie volte a stella sono state mantenute e contraddistinguono gli ambienti della zona giorno che durante l’estate risultano naturalmente raffrescati grazie agli elevati spessori dei muri in pietra. Il nuovo corpo di fabbrica contiene gli ambienti di servizio e i collegamenti verticali. La scala, che è stata realizzata per connettere dall’interno i tre livelli su cui si sviluppa l’edificio, si affaccia verso il giardino e lungo le sue pareti è stata collocata una libreria per sfruttare al meglio ogni angolo.

    Ampie aperture caratterizzano il prospetto che guarda verso oriente in modo da poter ammirare, durante i giorni in cui spira la Tramontana, i Monti Acrocerauni situati al confine tra l’Albania e la Grecia.

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    Sin dall’antichità i più grandi architetti hanno basato le loro realizzazioni sulla matematica ed è proprio riferendosi a rigorosi modelli matematici e rigide proporzioni che hanno realizzato ciò che tutto il mondo oggi ammira, ovvero gli ordini architettonici. Declinati poi da ciascun architetto secondo canoni proporzionali personali, gli ordini architettonici sono esempio emblematico dell’applicazione di precise regole matematiche al mondo dell’architettura.

    Matematica nell'architettura: le 8 configurazioni della casa origami

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    LA MATEMATICA DI LE CORBUSIER

    Il connubio architettura-matematica ha trovato voce per esempio nell’opera di Le Corbusier. L’architetto studia il Modulor, il prototipo umano perfetto, proporzionato e matematicamente determinato. Sulla base delle sue misure vengono realizzati gli oggetti di arredo e gli ambienti stessi delle abitazioni. Le Corbusier utilizza anche nelle sue realizzazioni la sezione aurea.

    Emblema di perfezione sin dal mondo ellenico classico, la sezione aurea viene ripresa e rivisitata da Le Corbusier in molte opere, una su tutte la candida Ville Savoy.

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    LA MATEMATICA IN ARCHITETTURA OGGI

    Lunga la strada che matematica ed architettura hanno percorso insieme fino ad arrivare all’epoca moderna, nella quale la matematica e i suoi modelli diventano indispensabili per le realizzazione più ardite dei più famosi architetti del mondo.

    Si pensi per esempio ai volumi frastagliati e scomposti di Eisenman, alle famosissime vele di Utzon, alle forme morbide di Gehry, all’astrattismo delle forme di Zaha Hadid, al rigore geometrico e strutturale di Calatrava e ad ogni altra grande espressione architettonica di oggi.

    La realizzazione di una tale complessità di forme non sarebbe possibile senza l’utilizzo di sofisticati modelli matematici e programmi in grado di gestirli.

    Se prendiamo ad esempio la Chiesa del Giubileo a Roma, progettata da Richard Meier impegando tra l'altro il cemento mangiasmog e autopulente, stiamo parlando di sezioni di calotte sferiche , mentre se consideriamo l’Oceanografic di Calatrava consideriamo persino un insieme di paraboloidi iperbolici. E ancora particolari ellissoidi sono visibili in molte opere di Jean Nouvel e Norman Foster.

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    LA MATEMATICA E L'URBANISTICA

    Modelli matematici regolano quindi le forme della nostra architettura ma più in grande conformano le nostre città e le nostre maggiori metropoli.

    Uno studio di alcuni scienziati della University of Colorado fa notare come per esempio il modello matematico dell’urban scaling sia valido oggi come nelle più antiche civiltà. Il modello è in grado di cogliere e descrivere come cambia la distribuzione di popolazione all’interno della città all’aumentare della stessa, sottolineando come non venga ampliato il territorio urbanizzato ma aumenti la densità demografica nelle zone centrali.

    Questo è un esempio di modello descrittivo ovvero in grado di spiegare i fenomeni che accadono in una città. Altre tipologie di modelli sono in grado di prevedere mutamenti futuri delle città sotto diversi aspetti: sociali, economici, produttivi ma anche di gestione delle risorse. Le questioni essenziali per le quali oggi si studiano modelli sono per esempio come si distribuiscono le attività economiche di una città, come si muove il traffico al suo interno, come interagiscono tra loro diverse città, come e dove si sposta la popolazione residente.

    La matematica quindi fornisce un grande aiuto nella pianificazione del nostro abitare e del nostro interagire all’interno delle grandi strutture urbane.

    Fonti | Architetture dell'assurdo, John Silber, Architecture Now, Taschen


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  • 03/23/15--23:07: Il bosco di bambù italiano
  • Esistono vari tipi di bosco che si differenziano per le diverse specie arboree che li costituiscono. Ci sono i boschi di querce, di faggio, di abete ed esistono anche i boschi di bambù e uno di essi è possibile ammirarlo in Toscana dove si trova il Bambuseto versiliese, gestito e curato da tre amici che sono riusciti a trasformare un passatempo in una professione a contatto con la natura e per la salvaguardia dell’ambiente.

    In copertina: © Chiara Nicora

    UN WORKSHOP PER IMPARARE A COSTRUIRE ARCHI IN BAMBÙ

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    IL BAMBUSETO DELLA VERSILIA

    Il bosco di bambù della Versilia si estende su di una superficie pari a circa un ettaro ed è popolato da canne della specie Phyllostachys viridiglaucescens. Si stima che abbia un’età superiore ai cinquant’anni, molto probabilmente è il risultato della piantumazione di alcune canne di bambù importate e poi abbandonate a se stesse.

    L’essenza ha un’enorme e veloce capacità riproduttiva. Infatti, se non curato un bosco di questo genere si trasforma in una selva intricata di steli in cui ogni centimetro di terreno è occupato e risulta difficilissimo il passaggio. Una canna di bambù, quando cade a terra, si trasforma in altrettanti germogli quanti sono i nodi. Se calcoliamo che i nodi sono distanti circa 25 cm e l’altezza media della canna che cresce in un clima mediterraneo è di 12 metri, è facile immaginare le proporzioni dello sviluppo selvaggio che subirebbe il bosco se non venisse curato.

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    Una canna impiega solo tre anni per raggiungere gli spessori necessari per avere una resistenza apprezzabile per essere utilizzata nelle costruzioni. Il diametro non identifica l’età della pianta, che ha uno sviluppo a cannocchiale, quindi per definire l’età della canna ogni anno vengono legati dei nastrini colorati sullo stelo. Infatti, dopo solo due mesi dalla nascita dei germogli il fusto della pianta raggiunge la sua dimensione definitiva e si caratterizza per un colore che varia dal verde intenso al glauco.

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    La crescita del Bambuseto versiliese viene controllata e ogni anno il bambù idoneo viene tagliato. Le canne possono essere direttamente utilizzate oppure sottoposte a lavorazioni a seconda degli impieghi. Generalmente i fusti sono prima trattati con una soluzione di acido borico contro gli attacchi degli insetti e successivamente sono fatti naturalmente essiccare. Il bambù è un materiale naturale con molteplici impieghi e con pochi scarti che si sottomette facilmente alla creatività e all’ingegnosità delle diverse maestranze.

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    Vivere in una casa sull'acqua è probabilmente il sogno di molti. Ma WaterNest 100 non è una visione onirica; è un'affascinante realtà. Le case galleggianti sono una delle nuove frontiere dell'architettura sostenibile.

    EXBURY EGG: IL LABORATORIO GALLEGGIANTE A FORMA DI UOVO

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    Questa particolare casa sull’acqua è stata disegnata da Giancarlo Zema Design Group per Londra, città dove le case galleggianti non sono una grande novità. Osservando il Tamigi possiamo scorgere le houseboat, le case battello per coloro che amano vivere a contatto con la natura, spostarsi da un posto all’altro del canale, non possono permettersi gli affitti della terraferma o vogliono provare una vacanza in un alloggio alternativo al solito bed and breakfast.

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    Durante le Olimpiadi di Londra del 2012, gli atleti danesi furono ospitati sul Tamigi in una houseboat ecosostenibile fotovoltaica, progettata dai designer di Sanitov studio. Questo progetto "green" aveva l'obiettivo di far crescere l'interesse nei confronti delle energie rinnovabili.

    WaterNest 100 - però - non è un'imbarcazione; è una casa sull'acqua elegante e raffinata a basso consumo energetico.

    La casa è interamente costituita da legno e alluminio. L'unità abitativa è di 100 mq e presenta una forma tondeggiante con un diametro di 12 metri e un'altezza di 4 metri. Si alimenta energeticamente grazie ai 60 mq di pannelli solari posti sul tetto ed è realizzata esclusivamente con materiali riciclati e riciclabili fino al 98%.

    Gli ambienti interni possono essere rimodulati a seconda delle esigenze. WaterNest è sì una casa, ma può trasformarsi anche in un luogo di lavoro, un locale, un ristorante, un bar, uno spazio espositivo. I terrazzi sono situati sui lati della struttura, in modo da consentire una meravigliosa vista sull'acqua. Per motivi piuttosto comprensibili la struttura va posizionata su acque calme ed è raggiungibile attraverso una passerella in legno.

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    Dai balconi della casa si ammirano l'acqua e l'ambiente circostante. Senza dubbio un ottimo modo per riconciliarsi con la natura. Del resto l'acqua è per l'uomo un bene prezioso e il simbolo della vita. Ma la vera forza progettuale di queste strutture galleggianti è il loro basso impatto ambientale unito ad una grande attenzione agli aspetti di design.


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