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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    L’educazione verso un futuro più verde e sostenibile sta partendo proprio dalle scuole come al Tartu Nature House in Estonia, una vera e propria scuola ambientale.

     EDUCAZIONE AMBIENTALE. UN CENTRO IN PORTOGALLO

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    LA FORMA A "Y" RICHIAMA I RAMI DEGLI ALBERI

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    L’idea nasce da un concorso vinto dallo studio Karisma Architects, che ha visto poi la realizzazione dell’opera. I progettisti si sono ispirati al contesto naturale in cui sorge l’edificio, situato a Tartu in un’area verde dalla particolare conformazione geologica, fatta da pendii e salti di quota. La genesi della particolare forma a Y è stata ispirata dalla natura stessa: il richiamo alla tipica conformazione dei rami di un alberoè pertanto voluta, ma oltre ad essere un semplice richiamo al paesaggio, ha anche una valenza funzionale e bioclimatica.

    GLI AMBIENTI INTERNI E LA CONNESSIONE CON GLI SPAZI ESTERNI

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    L’edificio si sviluppa su 1600 metri quadri. Dall’atrio centrale si diramano i 3 rami di edificio che ospitano rispettivamente a Nord e a Ovest gli ambienti per l’apprendimento come aule, biblioteca, cucina biologica e camere, mentre a Sud si trova la serra con le piante e spazi che ospitano animali e attività all’area aperta e ambienti filtro per workshops. È possibile prevedere attività sia all’aperto che al chiuso, in tal modo si vuole creare una connessione tra interno ed esterno, non solo visiva ma anche funzionale. I percorsi di studio all’esterno creano una connessione ad anello intorno all’edifico e sono caratterizzati da un gioco di quote che sfrutta la morfologia naturale del terreno sui cui sorge l’edificio. Vi sono panoramiche, zone per piantagioni di diverso tipo, ma i percorsi si insinuano anche nel paesaggio naturale in cui si è immersi e prevedono zone per la sosta ed il relax, così come percorsi a cavallo, in bici e per il gioco.

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    Il richiamo a forme naturali e iconiche non è dato dal caso, ma nasce dalla volontà di rendere familiare e accogliente la scuola. Così il tetto a capanna vuole essere un richiamo al classico tetto che tutti, sin da bimbi, associamo alla casa e la forma a Y richiama, stilizzandola, la forma dei rami degli alberi che lo circondano.

    IL LEGNO COME RIVESTIMENTO PER ESTERNI, INTERNI E PER GLI ARREDI

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    Le aperture, dall’andamento fortemente verticale, vogliono ricordare la verticalità degli alberi e servono a garantire una buona illuminazione degli ambienti. Il vetro si alterna in facciata ad elementi lamellari in legno, mentre la struttura portante è costituita da muratura, cemento armato ed elementi in legno lamellare. Anche negli interni il legnoè il materiale prevalente, non solo a rivestimento delle pareti ma anche dei pavimenti così come per gli oggetti di arredo.

    L’edifico sembra essere fonte di divertimento non solo per i piccoli, per i quali è stato pensato, ma è apprezzato molto anche dagli adulti.

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    LE SIMULAZIONI ENERGETICHE PER UNA PROGETTAZIONE BIOCLIMATICA OTTIMALE

    L’efficienza energetica della scuolaè stata comprovata in una fase previa alla realizzazione dell’opera, dalla Tallin Technical University che ha portato avanti una serie di simulazioni energetiche atte a garantire migliori prestazioni energetiche. Grazie a queste è stato possibile progettare la superficie vetrata secondo le necessità bioclimatiche del posto, sono state inoltre previste delle aperture che possono essere regolate a seconda delle stagioni e delle necessità dell’utenza ed inoltre sono stati inseriti dei pannelli solari per l’autoproduzione di energia.

    Una vera e propria scuola ambientale, dal progetto alla realizzazione, finanche alla funzione stessa, un piccolo grande passo verso un futuro più green in cui l’educazione al rispetto per l’ambiente inizia sin dalla piccola età, con tanto divertimento e stimolando la creatività.


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    Per aiutare il crescente numero di single che vivono a New York a trovare una sistemazione, il sindaco Bloomberg ha indetto nel 2013 un concorso che ha stimolato i progettisti a misurarsi con la progettazione, la costruzione e il funzionamento del primo condominio composto da micro-unità della città, che creerà 55 micro appartamenti da moduli prefabbricati, intitolato "My Micro NY".  

    Le unità modulari saranno realizzate all’interno di una struttura coperta di Capsys a Brooklyn; i moduli saranno impilati uno sopra l’altro in loco questa primavera,completi di infissi e finiture, e si prevede possano accogliere i primi abitanti entro la fine del 2015.

    EDIFICI MODULARI: L'ALBERGO FATTO DI CONTAINER

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    La progettazione delle unità prefabbricate è stata affidata allo studio nArchitects.

    Negli anni cinquanta, le famiglie richiedevano appartamenti comprendenti da due a quattro camere da letto, mentre oggi molte persone abitano sole. Il mercato immobiliare non si è ancora adeguato alle esigenze dei cittadini. A New York, oggi, si contano 1,8 milioni di nuclei famigliari composti da una o due persone (su 8,4 milioni di residenti) ma solo 1 milione di monolocali. Se si considera che quel 20% è destinato a crescere emerge quanto sia importante ripensare alla riorganizzazione delle abitazioni in funzione delle esigenze presenti.

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    Di qui l’idea di creare soluzioni abitative più vicine alle necessità a quella fascia della popolazione, in costante aumento, composta da single, coppie, studenti, giovani o anche anziani rimasti soli.

    In occasione dell’annuncio del concorso, il 22 gennaio 2013, il sindaco Bloomberg ha elogiato costruzione modulare per i benefici che porterà al progetto. "La costruzione modulare ... è più veloce, meno costosa, consente elevati livelli di controllo della qualità e riduce significativamente i rifiuti e il trasporto di componenti su gomma. È anche più sicura per i lavoratori, visto che la costruzione è fatta all'interno di ambienti controllati (e non in cantiere)“. Il sindaco della Grande Mela ha voluto fortemente porre l’accento sul carattere sostenibile della prefabbricazione.

    Derogando alle norme di zonizzazione e densità, le micro unità sono piccole per gli standard tipici di un appartamento, tra 27 e i 35 metri quadrati, ma sono progettate per ottimizzare lo spazio e offrire tutti i comfort. I piani hanno un’altezza media tra i 2,70 e i 3 metri, gli appartamenti sono dotati di angolo cottura, un bagno accessibili ai disabili e grandi finestre. E per contribuire a rendere vivere in un piccolo spazio più gradevole, gli inquilini avranno accesso a numerosi magazzini e spazi comuni in tutto l’edificio.

    La carenza di proposte adeguate per trovare un alloggio in affitto è da tempo uno dei problemi di coloro che cercano alloggio in città in particolare single e studenti con budget limitati; questo intervento mira a dare risposte a una esigenza concreta del nostro tempo.

    L'idea delle abitazioni modulari non è una novità: in città ad alta densità come Tokyo alloggiamento modulare è stato già istituito nel 1970 con la Capsule Tower Nakagin. Questo esempio di New York può essere visto come una moderna re-interpretazione dell’architettura giapponese, di cui la Capsule Tower è un esempio.


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    La residenza El Mirador si trova in Messico ai margini di un’ampia tenuta in posizione sopraelevata rispetto ad un bacino d’acqua e riparata rispetto ai venti dominanti da una foresta. L’edificio è stato progettato dall’architetto Manuel Cervantes Cespedes e del suo studio CC Arqhitectos rispettando la topografia della zona, utilizzando materiali locali e binari ferroviari recuperati.

    CASE IN MESSICO: IL GIARDINO DI CASA CORMANCA

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    IL PROGETTO DI EL MIRADOR

    Il volume, realizzato con binari del treno riciclati come materiale da costruzione, si mimetizza nel paesaggio e si adagia sul terreno seguendone l'andamento. In questo modo sono stati creati due accessi a quote differenti: uno per i cavalli e per le auto, e uno esclusivamente pedonale. La planimetria segue uno sviluppo prevalentemente longitudinale con orientamento Nord-Sud. Tre prospetti risultano quasi completamente ciechi mentre la facciata, che guarda verso Ovest, si contraddistingue per la presenza di ampie aperture che inquadrano il panorama selvaggio circostante.

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    Gli spazi abitativi si sviluppano su di un unico livello. Al centro si trova l’ampio salotto, mentre sui lati sono collocati da una parte la cucina e i locali di servizio e dall’altra una camera matrimoniale con un bagno privato. Una scalinata mette in comunicazione l’autorimessa, che si trova al livello superiore, con la zona giorno che si estende anche verso il terrapieno dove è stato ricavato un secondo soggiorno all’aperto. Inoltre, sulla copertura piana del livello abitato è stato ricavato un bacino di acqua piovana che termina in un abbeveratoio per i cavalli.

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    I muri di sostegno sono in pietra locale, mentre l’acciaio utilizzato proviene dallo smantellamento di una linea ferroviaria: traversine e binari si sono trasformati in elementi che definiscono il profilo e le aperture della casa. Tutti i rivestimenti sono in legno: rovere bianco per gli interni, legno non trattato per i prospetti esterni.

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    Ricreare nei piccoli spazi casalinghi, sul proprio balcone o minuscolo giardino un’oasi verde è un sogno di molti, ma sovente gli spazi ridotti a disposizione non permettono di piantare alberi di grosse dimensioni. Una moderna ed elegante soluzione per ricreare questo ecosistema in dimensioni appropriate alle nostre esigenze è quella di coltivare conifere nane.

    In copertina: Pine branches di Lisa Panizza, via Shutterstock.

    giardini low cost. Basta un po' di creatività

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    Morfologia delle conifere nane

    Le conifere nane molto in voga nei paesi anglosassoni, non sono miniature ma esemplari a lenta crescita (tra i 5 e i 10 centimetri l’anno), che impiegano molti anni per raggiungere le dimensioni definitive, spesso non superiori agli 1-2 metri di altezza e larghezza.

    Queste piante sempreverdi dalle forme geometriche compatte (globosa, piramidale, affusolata, a guglia), presentano un fogliame molto decorativo dall' aspetto soffice e piumoso o denso e acuminato, le cui cromie spaziano dai diversi toni del verde, al glauco con sfumature azzurre per giungere al giallo e portano piccoli coni fruttiferi.

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    Usi delle conifere nane

    Di piacevole attrattiva si prestano a molti usi in diversi contesti ed il lento accrescimento ne permette l'allevamento in contenitore.

    La varietà e la bellezza di colori e forme consente di utilizzare questi esemplari per creare schemi ornamentali dal grande impatto visivo, punti decorativi di attrazione in tutte le stagioni.

    Possono essere piantate singolarmente o in gruppi, sia per formare macchie di colore perché facilmente accostabili ad altre piante, quali piccoli arbusti, bulbose ed erbacee, che bordure o  tappezzanti alternativa ai tappeti erbosi, nei siti dove la manutenzione di questi ultimi risulti problematica.

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    Esigenze e cure culturali

    Piante rustiche e longeve, adatte a qualunque clima e tipo di terreno. Coltivarle è abbastanza semplice anche per chi non possiede il pollice verde, per le poche esigenze e le limitate cure che richiedono.

    Un'accurata attenzione dev'essere rivolta ai ristagni idrici se decidiamo di coltivare questi esemplari in contenitore, dove è necessario verificare che il terreno sia ben drenato.

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    Elenco delle specie più interessanti

    Chamaecyparis  pisifera "Filifera Aurea" e  "Boulevard"

    Chamaecyparis lawsoniaia "Ellwoodii"

    Chamaecyparis obtusa "Nana Gracilis"

    Cryptomeria Japonica "Lobbii nana"

    Tsuga canadensis "Nana Gracilis"

    Juniperus chinensis "Stricta variegata"

    Juniperus squamata "Blue star"

    Juniperus horizontalis "Andorra variegata"

    Juniperus x media 'Plumosa Aurea'

    Pinus mugo "Ophir" , "Varella"  e "Winter gold"

    Picea pungens "Glauca Globosa"

    Picea abies "Nidiformis"

    Picea abies "Pumila"

    Pinus parviflora 'Glauca'

    Thuja occidentalis "Sunkist" e "Rheingold"


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    La Pista di Pietro: si chiama così l’iniziativa in onore di Pietro Mennea, grande campione olimpico scomparso due anni fa, presentata qualche giorno fa nell’Istituto Cattaneo a Testaccio dall’assessore capitolino a Scuola e Sport, Paolo Masini. Ospite speciale della cerimonia è stata la moglie della "Freccia del Sud", Manuela Olivieri, che per l’occasione ha donato un paio delle scarpe appartenute all’oro nei 200 metri di Mosca 1980.

    In copertina: Running athletes at stadium in relay race athletics competition di Valery Bareta, via Shutterstock

    MUSICA DAI RIFIUTI: STRUMENTI MUSICALI DAL RICICLO CREATIVO.

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    SCARPE CHE DIVENTANO PISTA E SOGNI CHE DIVENTANO REALTÀ

    Educare la popolazione ad una cultura del riciclo è uno degli obiettivi più ambiziosi di questo progetto: la pista infatti, sarà realizzata utilizzando vecchie scarpe che potranno essere accumulate grazie alla raccolta permanente che partirà con ben 100 box nelle varie scuola della capitale. Le vecchie scarpe da ginnastica potranno così diventare utili per realizzare piste di atletica e pavimentazione antishock e anticaduta delle aree giochi dei bambini. Una pavimentazione così realizzata porterà con sé una parte del sogno del grande atleta, trasformando quelle scarpe che per alcuni sono da buttare, in uno strumento ottimo per sognare.

    Il progetto intende favorire una riduzione dell’accumulo di rifiuti in discarica, ed al tempo stesso rendere disponibile un “materiale” che potrà essere utilizzato positivamente per la realizzazione di spazi per correre e giocare destinati ai bambini. Un metro quadro di pavimentazione può essere realizzato con circa 55 paia di scarpe.

    “La pista di Pietro” si affianca al progetto “Il giardino di Netty”, in memoria di Elisabetta Salvioni Meletiou, iniziativa per il riciclo di scarpe sportive in Europa lanciata negli anni passati da Esosport. Il promotore dell’iniziativa, e presidente di Gogreen onlus, Nicolas Meletiou, sottolinea come “essere riusciti a coniugare la passione per lo sport all’impegno ambientale ed ecologico rende la nostra iniziativa ancora più apprezzabile e, si spera, di buon esempio per altri comuni italiani”. 

    A questo progetto hanno dato il loro contributo al progetto anche l’Acea e la Federbalneari di Roma. Oltre alla raccolta di scarpe nelle 100 scuole, sarà resa possibile la raccolta di ciabatte ed infradito, presso il lungomare di Ostia.

    Le scarpe di Pietro donate da Manuela Mennea sono il lievito che in questo progetto tiene insieme sport, scuola ed educazione ambientale, permettendo che nella pista ci sia un pezzo del campione: la moglie, da subito entusiasta dell’iniziativa, è stata molto disponibile e lieta di potervi prendere parte, affermando:“Ho il compito difficilissimo di continuare quello che è stato il sogno di Pietro. Forse non molti sanno che lui andava nelle classi a parlare ai ragazzi cercando di far capire quanto lo sport fosse importante nella scuola.

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    Il sughero è una materia prima che presenta caratteristiche chimiche e strutturali uniche, che si amplificano attraverso il processo di tostatura, ottenendo pannelli di sughero con performance coibenti e acustiche eccezionali. Il tutto in modo 100% naturale.

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    La struttura del sughero

    Il sughero si presenta nella sua caratteristica struttura alveolare: ogni cellula ha la forma di un prisma, pentagonale o esagonale, misura dai 10 a 50 millesimi di millimetro, e presenta una densità di circa 40 milioni di cellule per cmc.

    Giusto per rendere un'idea, in un tappo di sughero sono contenute circa 800 milioni di cellule.

    caption: Cellula di sughero al microscopio

    La chimica del sughero

    Il tessuto cellulare del sughero è così composto per oltre il 70% da suberina e lignina e contiene una grande quantità di gas simili all'aria. I segreti delle prestazioni eccezionali del sughero risiedono proprio in questi elementi.

    Grazie al gas, il sughero è estremamente leggero, mentre la caratteristica distribuzione alveolare lo rende eccezionalmente elastico e resistente alla compressione: il sughero può essere compresso fino alla metà della sua dimensione, senza perdere in flessibilità.

    Caratteristiche isolanti del sughero vergine

    La sua struttura cellulare  presenta tutti i requisiti tecnici per fare del sughero un ottimo materiale isolante, già allo stato vergine. La propagazione per conduzione del calore è limitata dalla scarsità di materia che costituisce le pareti cellulari, mentre l'effetto della convezione è fortemente ridotta dalla presenza di un elevatissimo numero di celle, ricche di aria, ma tra loro indipendenti.

    Le caratteristiche coibenti  del sughero erano già note nell'antichità, come dimostrato dal Monastero di Sintra del XVI secolo, le cui celle sono tutt'ora rivestite di corteccia di sughero.

    La “tostatura” del granulo e la produzione dei pannelli isolanti ICB

    Se già le caratteristiche intrinseche lo descrivono come materiale “naturalmente” isolante, con l'introduzione del processo industriale di tostatura, le prestazioni coibenti sono ulteriormente migliorate.

    Il processo di tostatura consiste nel distribuire la corteccia - precedentemente stagionata, selezionata e ridotta a granulo - all'interno di blocchiere metalliche, immettendo vapore acqueo ad una temperatura di circa 280°C.

    In pressione e per effetto del calore, il granulo si espande, aumentando in suo volume di circa il 30% e rilasciando – contestualmente - le sostanze cerose, la suberina e la lignina, che fungono da collante naturale, permettendo ai granuli di sughero di auto-collarsi, senza aggiunta di alcuna sostanza aggiunta.

    caption: Caricamento del blocchiere

    caption: Il blocco dopo la tostatura

    Una volta tolti dagli stampi, i blocchi di sughero così formati devono essere raffreddati al loro interno, per evitare che il cuore del blocco, perfettamente isolato dall'esterno, continui a cuocere, cristallizzando e riducendo le prestazioni coibente, acustiche, ed elastiche.

    A questo punto, la struttura cellulare del sughero è a cellula chiusa e, per via della suberina raffreddatasi attorno alle cellule, risulta insensibile ad acqua e umidità, pur mantenendo una elevata permeabilità al vapore.

    Dopo essere lasciati riposare e raffreddare completamente per alcune settimane, i blocchi sono sottoposti alla squadratura, al taglio e alla depolverazione.

    caption: Il taglio dei blocchi

    I pannelli così ottenuti, detti anche ICB (Insulating Cork Board), sono caratterizzati da:

    • maggior dimensione dei granuli (diametro), un minor peso specifico rispetto al granulo vergine e una conseguente conducibilità termica migliore;
    • colore scuro e tipico e delicato profumo di tostatura, lo stesso che pervade i dintorni delle fabbriche portoghesi;
    • marcatura CE, secondo la normativa EN13170. Tale normativa si applica specificamente ai questi tipi di pannelli ottenuti per auto-espansione e auto-agglomerazione, in modo naturale, escludendo ogni altro tipo di lavorazione e aggiunta di sostanze.

    Le caratteristiche del sughero tostato auto-espanso e auto-collato

    Il pannello ICB presenta caratteristiche migliorative rispetto al semplice granulo vergine, pur mantenendo la sua completa naturalità, visto che nessun additivo o collante è stato aggiunto in produzione.

    Dopo l'espansione del granulo, la conducibilità del pannello di sughero auto-espanso e auto-collato ha un valore (λ) anche di circa 0,036 W/mK. Essendo soggetti a normativa CE, il valore di conducibilità da comunicare è quello “Dichiarato” (UNI EN ISO 10456) che considera un peggioramento statistico per maggior garanzia dell'attendibilità dei risultati. Il valore così ottenuto non è identico per tutti i produttori, ma si aggira attorno a λD=0,039/0,040 W/mK (Fonte Amorim Isolamentos SA – Portogallo).

    Il pannello ICB è isotropico, imputrescibile e insensibile all'umido, pur mantenendo una elevata permeabilità al vapore acqueo. Il sughero agisce come freno igrovariabile, essendo maggiormente traspirante in condizioni di asciutto e frenando il passaggio del vapore in presenza di umidità. Questa caratteristica lo rende particolarmente adatto anche all'uso in interno, in interventi di riqualificazione e risanamento.

    Inoltre, essendo un materiale ligneo, il pannello di sughero è naturalmente auto-estinguente. Prove empiriche dimostrano come siano necessari più di 90min per forare un pannello di sughero tostato da 4cm, colpito da fiamma diretta.

    caption: Il comportamento a fuoco

    Caratteristiche acustiche

    Grazie alle sue caratteristiche meccaniche e di elasticità, Il sughero auto-espanso risulta anche un ottimo isolante acustico. Come soluzione per fono-isolamento, il sughero ICB viene utilizzato per la riduzione della trasmissione dei rumori aerei interno-esterno e nei tramezzi divisori. Un sistema cappotto con pannello di sughero ICB da 6cm è in grafo di ridurre la trasmissione aerea esterno/interno di circa 6dB (Fonte Secil Argamassas – ETICS Secilvit CORK).

    I pannelli ICB rappresentano anche una barriera efficace alla riduzione dei rumori da calpestio, usati in massetti e sotto-pavimenti.

    La struttura del pannello fa sì che, se lasciato a vista, possa fornire ottime prestazioni anche come soluzione anti-riverbero e fono-assorbente.

    Caratteristiche di un pannello ICB di qualità

    Per poter assicurare le proprie caratteristiche, un pannello di sughero auto-espanso e auto-collato di qualità deve avere le seguenti caratteristiche:

    • essere resistente ma elastico al tatto (non secco)
    • uniforme nella densità e compattezza
    • precisamente squadrato e tagliato
    • NON odorare di bruciato
    • NON presentare zone carbonizzate (anche in profondità).

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    Il fenomeno dell'urban farming si sta sviluppando molto rapidamente in quelle aree del mondo dove più forte è l'impatto dell'azione dell'uomo, grandi metropoli ad alta densità e ad elevati tassi di inquinamento dove queste fattorie urbane, nate per motivi di natura economica e lavorativa, divengono una soluzione alla crisi dell'agricoltura secondo un nuovo modello di sviluppo sostenibile.

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    L'ABBANDONO DELLE CAMPAGNE

    La Cina, come altri grandi paesi in via di sviluppo, assiste da anni ad un fenomeno la cui portata è potenzialmente devastante per la propria stabilità socio-ambientale: l’abbandono delle campagne. Tale scenario, dettato principalmente dall’avvento della globalizzazione, oltre che da ragioni di natura economica e lavorativa, è accompagnato da problematiche profonde e diversificate, da studiare, analizzare e combattere fin da subito, prima che sia troppo tardi.

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    Lo spopolamento della campagna in favore della città comporta anzitutto la crescita indiscriminata di quest’ultime. Il termine “sprawl” ha ormai abbandonato i consessi urbanistici per fare capolino nel vocabolario della vita di tutti i giorni, palesando ai cittadini i problemi di uno sviluppo rapido e disordinato dei centri abitati. Con l’abbandono dei territori rurali è inevitabile la chiusura delle fattorie e la conseguente perdita di terreno coltivabile, lasciato all’incuria del tempo. In Cina, dove risiede il 22% della popolazione globale e solo il 10% del territorio è coltivabile a causa dei gravi problemi di inquinamento ambientale, la questione è particolarmente scottante. Da qui la crisi dell’agricoltura e l’insorgere della domanda: dove procurare il cibo necessario a sfamare più di un miliardo di persone?

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    LE URBAN FARMING

    Per fortuna la risposta a tale quesito esiste e da qualche anno qualcosa sta cominciando a muoversi. Non potendo combattere la crescita indiscriminata delle proprie città, l’esperienza ultrasecolare dei contadini cinesi ha suggerito la creazione di un nuovo modello di coltivazione, un modello non più antitetico all’ambiente antropizzato, bensì ad esso affine, strettamente correlato. Sono nate così le “urban farming”, fattorie urbane a tutte gli effetti dove frutta, verdura, ortaggi e animali da allevamento crescono a pochi passi da banche, negozi e appartamenti.

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    I BENEFICI DI UN MODELLO DI SVILUPPO SOSTENIBILE

    Recenti elaborazioni del WWF confermano la bontà di tale rete produttiva, supportata da dati che evidenziano come alcune realtà cinesi e non solo siano prossime al raggiungimento della propria autosostenibilità alimentare, un obiettivo fondamentale per garantire condizioni di vita decorose alla popolazione del pianeta negli anni a venire. Altri effetti positivi delle urban farming sono la filiera corta, coi prodotti generalmente venduti entro un raggio di 10 km dal luogo di produzione, ed il conseguente abbattimento dei costi di trasporto, l'apertura di spazi verdi entro i confini della città ed il susseguente miglioramento della qualità dell’aria, oltre alla creazione di nuovi posti di lavoro.

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    IL CASO DI CHONGQING

    Questo è quello che sta succedendo a Chongqing, metropoli di 8 milioni di abitanti della Cina centro-meridionale circondata da un’immenso agglomerato urbano tra i più grandi e popolosi del mondo. È qui che sono state scattate le foto allegate all’articolo, immagini che ritraggono le neo-nate urban farming del distretto di Jiangbei, un’area in continuo sviluppo nella quale intorno alle gru sono sorte verdi distese di terra coltivata, a testimonianza della maggiore presa di coscienza del problema da parte della comunità.

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    OBIETTIVI FUTURI

    Ciò detto, c’è ancora molto da fare e siamo lontani dall’aver trovato la soluzione ad un problema che per sua stessa natura muta col tempo richiedendo sempre nuove risposte. Quel che è certo è che la questione non riguarda solo la Cina o i grandi paesi in via di sviluppo ma, seppur con proporzioni diverse, anche l’Italia e l’Europa. Lo spreco del territorio e l’approvvigionamento delle risorse alimentari sono e saranno pesanti fardelli a cui urge trovare opportune contromisure, pianificando strategie concrete e facilmente attuabili che ci piacerebbe ascoltare già a partire da maggio con l’inaugurazione dell’Expo di Milano, incentrato proprio su queste tematiche.

    Nel frattempo, se il tema vi interessa, mi permetto di consigliarvi “Cities for a small planet” (Città per un piccolo pianeta), un libro scritto quasi vent’anni fa da Lord Richard Rogers con una lucidà disarmante su un tema all’epoca ancora dai contorni vaghi e indefiniti. Buona lettura.


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    25 Verde è il primo edificio-foresta, ideato dall’architetto Luciano Pia, e sorge a Torino, in via Chiabrera, a pochi passi dal Parco del Valentino e dal Centro Storico Fiat. Questa costruzione ha da subito stupito gli abitanti del posto ed ha richiamato l’attenzione a livello nazionale ed internazionale: come un polmone verde nel capoluogo piemontese, città con un altissimo tasso di inquinamento atmosferico, regala davvero una ventata di freschezza ed ossigeno ad un centro parecchio congestionato.

    TORINO E IL QUARTIERE GREEN: NIENTE AUTO, SOLO PEDONI 

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    La spinta innovativa del progetto 25 Verde si percepisce già guardando l’esterno dell'edificio: il verde viene utilizzato in facciata, elementi strutturali alberiformi in Cor-Ten sostengono grandi terrazzi aventi doghe di legno, ampie pareti vetrate si aprono sia sulla strada che verso il giardino interno, tecnologie innovative permettono il risparmio energetico, consentendo un ridotto consumo energetico ed un basso impatto ambientale.

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    L’architetto Pia spiega così il suo progetto torinese: "Non avendo la possibilità di costruire una casa in mezzo a un parco abbiamo pensato di costruire un parco in mezzo a una casa, ricreare la sensazione di vivere dentro a un bosco".

    Il sistema del verde è caratterizzato da un verde multiforme: dalle fioriere al giardino, dal verde pensile in copertura al verde verticale in facciata. Le essenze, che assicurano una varietà di portamento, fogliame, fioritura e colore.

    L’involucro è stato studiato attentamente per garantire le prestazioni energetiche dell’edificio e la sua durata nel tempo: il cappotto continuo su tutte le superfici esterne esposte garantisce un buon isolamento termico generale, i serramenti ad alto isolamento termico garantiscono elevate prestazioni con un sistema di legno e vetrocamera doppio.

    Gli impianti lavorano insieme all’edificio per garantire il raggiungimento di elevati standard energetici: produzione del calore e del freddo con pompe di calore ad acqua di falda, recupero del calore per l’abbattimento dei costi di raffrescamento, risparmio idrico tramite la raccolta dell'acqua piovana, risparmio idrico ed energetico tramite gli economizzatori d’acqua, risparmio idrico ed energetico tramite i doppi attacchi (freddo e caldo) per gli elettrodomestici, regolazione del comfort.

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    CanyaViva è una squadra multidisciplinare formata da architetti, ingegneri, scenografi, artisti, permacultori, paesaggisti e da altre figure professionali non strettamente legate al mondo delle costruzioni, tutti accumunati dal medesimo desiderio di ricercare un equilibrio tra l’ambiente antropizzato e la natura. Il gruppo, che lavora seguendo alcuni concetti fondamentali che sono la conoscenza del territorio e delle risorse, la collaborazione e la condivisione, ha messo a punto un metodo costruttivo con le canne di bambù a km zero.

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    L’idea di utilizzare il bambù nasce da un’intuizione dell’architetto inglese Jonathan Cory-Wright che cercava un materiale e una tecnica in grado di realizzare i suoi progetti “curvi”. Il metodo costruttivo elaborato e ottimizzato negli anni prevede l’impiego dell’Arundo Donax o del Bambù per la realizzazione di una serie di archi da impiegare nei modi più disparati. Gli studi e le verifiche, che sono in continuo aggiornamento, sono effettuati in collaborazione con l’Escuela Universitaria de Arquitectura Tecnica e Ingeneria de la Edificacion de la Università Politecnica de Catalunya. Il sistema è registrato con licenza Copyleft al fine dipromuoverne la diffusione e la rielaborazione. Infatti il Copyleft garantisce all’autore la paternità dell’opera e allo stesso tempo permette ai fruitori l’utilizzo, la diffusione e la rielaborazione del modello sotto la stessa egida.

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    Le opere realizzate si avvalgono dell’utilizzo di risorse a km zero: la struttura in bambù di solito viene completata e rifinita con materiali reperiti in loco e con tecniche tipiche dell’architettura vernacolare. Il collettivo CanyaViva, infatti, non si limita all’implementazione del sistema ad archi in bambù, ma si impegna anche nella riscoperta e nell’approfondimento delle tecnologie tradizionali. Inoltre viene promossa e incentivata l’autocostruzione attraverso l’organizzazione di corsi e laboratori.

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    Oltre alle meravigliose architetture realizzate in tutto il mondo nelle varie epoche storiche che i più riconoscono e amano, vi sono molti progetti di famosi architetti che tali sono rimasti, affascinanti e meravigliosi disegni di edifici pensati ma mai costruiti, a volte un po’ estremi, di cui vi presentiamo una carrellata nell’infografica creata da RubberBond.

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    Cenotafio di Newton (o Mausoleo di Newton) - 1784

    Il progetto del Cenotafio di Newton, anche detto mausoleo di newton, è un progetto in stile utopico di Etienne-Louis-Boullée che risale al 1784. È un caposaldo dell’architettura rivoluzionaria e l’opera più celebre dell’architetto francese, costituita da una grande sfera alta oltre centocinquanta metri che doveva contenere una sfera armillare, o astrolabio sferico, cioè un modello della volta celeste.

    Pyramid of Death - 1829

    L’architetto londinese Thomas Wilson progettò questo mausoleo in stile egizio nel 1829, da collocare in cima a Primrose Hill. La struttura della Pyramid of Death avrebbe dovuto contenere cinque milioni di salme ma, fortunatamente, i londinesi bocciarono l’idea.

    Watkin’s Tower - 1891

    Progettata nel 1891 da Edward Watkin e ispirata alla Torre Eiffel di Parigi, la Watkin's Tower doveva diventare la “Grande Torre di Londra”. I lavori furono iniziati ma mai portati a termine anzi, ciò che era stato realizzato, fu demolito nel 1907. Il luogo è attualmente occupato dal Wembley Stadium.

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    Beacon of Progress - 1900

    È del 1900 il progetto del Beacon of Progress di Désiré Despradelle per la città di Chicago, formato da tredici obelischi uniti, pensato per simboleggiare le tredici colonie che fondarono gli Stati Uniti d’America. Questo imponente monumento doveva raggiungere un’altezza di 457 metri.

    Imperial Monument Halls and Tower - 1904

    L'Imperial Monument Halls and Tower è un grandioso complesso in stile gotico degli architetti John Pollard Seddon e Edward Beckitt Lamb, da realizzare a Londra vicino alla Westminster Abbey.

    Globe Tower - 1906

    Nel più grande parco di divertimenti al mondo, a Coney Island, l’architetto Samuel Friede progettò, nel 1906, la Globe Tower, un'enorme sfera che doveva ospitare, a quarantacinque metri di altezza, un giardino pensile, un ristorante, un teatro, una pista di pattinaggio e una sala bowling. Non solo: a settantacinque metri di altezza ci sarebbe stato un ippodromo con cinquemila posti a sedere e, a novanta metri, un’enorme sala da ballo, un ristorante girevole circondato da vetrate panoramiche e un lussuoso hotel.

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    Hotel Attraction - 1908

    Sull’isola di Manhattan, a New York, Antoni Gaudì fu incaricato, nel 1908, di realizzare un grande albergo, conosciuto anche come Grand Hotel, sulla stessa area dove poi furono costruite le Torri Gemelle del World Trade Center. Lo pensò con una forma conica circolare, simile a una navicella spaziale alta 360 metri. Il progetto dell'Hotel Attraction venne però abbandonato a causa delle complicazioni finanziarie e tecniche per la sua costruzione.

    Torre di Tatlin - 1919

    La torre di Tatlin è stata il tentativo di realizzare un primo esempio di monumento dinamico perché Vladimir Evgrafovi Tatlin, uno dei fondatori del Costruttivismo, la concepì come una costruzione girevole in traliccio metallico, alta 400 metri e formata da due spirali in senso contrario che circoscrivono un volume conico. A causa di una repressione culturale sempre più crescente, il governo russo abbandonò le proprie idee di propaganda artistica e l’opera rimase solo un progetto.

    Grattacielo sulla Friedrichstraße - 1921

    Per la città di Berlino, il grande Ludwig Mies Van der Rohe progettò per un concorso del 1921 il grattacielo sulla Friedrichstraße, edificio dalla pianta cristalliforme, per richiamare l’ideale espressionista dell’architettura del vetro, immaginando l’edificio senza una vera cornice strutturale.

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    Wolkenbügel ( o "Staffa delle nuvole") - 1923

    La “staffa delle nuvole”, progettato nel 1923 per la città di Mosca da El Lissitzkij, doveva essere un enorme edificio per uffici. Pensato come un’antitesi critica verso il grattacielo capitalistico e il potere classico, il Wolkenbugel doveva essere sorretto da pochi puntelli, dando l’impressione di galleggiare orizzontalmente nello spazio, come in assenza di gravità.

    Cattedrale Cattolica romana - 1929

    Nel 1929, a Sir Edwin Lutyens fu commissionato il progetto per una nuova cattedrale cattolica a Liverpool. Il grande edificio in mattoni e granito, sormontato da alcune torri e una cupola, fu iniziato nel 1933 ma il cantiere chiuse durante la seconda guerra mondiale e non fu più riaperto per la mancanza di finanziamenti.

    Palazzo dei Soviet - 1931

    Il concorso per realizzare un centro congressi e amministrativo a pochi passi dal Cremlino a Mosca fu vinto da Boris Iofan, che disegnò un edificio dalle linee neoclassiche. Poi il progetto per il Palazzo dei Soviet fu rielaborato da Vladimir Shchuko e Vladimir Gelfreik, ripensandolo come un grattacielo che, all’epoca, doveva diventare il più alto del mondo. I lavori cominciarono nel 1937 ma presto interrotti per problemi tecnici, mancanza di fondi e, infine, per lo scoppio della guerra mondiale.

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    Phare du Monde - 1937

    A Parigi, in occasione del World Fair nel 1937, doveva essere realizzata questa torre di osservazione alta 701 metri su progetto di Eugène Freyssinet. Poiché il costo stimato per la costruzione del Phare du Monde era di due milioni e mezzo di dollari, l'opera non fu mai realizzata.

    Volksalle ( o "Sala del Popolo") - 1938

    La “Sala del Popolo” è un grande edificio a cupola voluto e ideato nel 1938 da Adolf Hitler e Albert Speer, architetto del Terzo Reich. La Volksalle doveva far parte di un progetto urbanistico più grandioso che avrebbe trasformato Berlino in Welthauptstadt, Capitale Universale. Come buona parte del piano di Speer, la struttura non fu mai realizzata.

    Huntington Hartford Sports Club - 1947

    Tra i progetti di Frank Lloyd Wright, l'Huntington Hartford Sports Club (1947) è stato fra i più intriganti e fantasiosi, ma irrealizzabile per gli ostacoli incontrati. Una struttura a fungo, in cima alle colline di Hollywood, doveva ospitare un resort per duemila membri del club, ma i residenti locali si opposero fortemente alla realizzazione, giudicandolo una mostruosità e prevedendo un aumento del traffico inaccettabile.

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    Grattacielo Illinois - 1956

    Di Wright è anche il Grattacielo Illinois, forse il suo progetto irrealizzato più famoso. Concepito nel 1956, quando il grande architetto aveva quasi novant’anni, con i suoi 528 piani di acciaio e alluminio, l'edificio doveva svettare sulla città di Chicago. In esso avrebbero trovato posto centomila impiegati, quindicimila posti auto e centocinquanta piazzole per elicotteri.

    Manhattan Dome - 1960

    Negli anni ’60 all’ingegner Buckminster Fuller e all’architetto Shoji Sadao venne in mente l’idea della Manhattan Dome, cioè una copertura di 3200 metri di diametro per ricoprire l’intera Manhattan, riducendo in questo modo l’inquinamento atmosferico, i costi di raffreddamento in estate e riscaldamento in inverno.

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    Guggenheim Museum di Guadalajara - 2004

    Il sesto museo della Fondazione Guggenheim, da completare entro il 2011, avrebbe dovuto avere sede nella città messicana di Guadalajara, all’interno del parco Mirador Independencia, con una torre alta 180 metri. Il progetto redatto nel 2004 dall’architetto Enrique Norten, dello Studio TEN Arquitectos, fu annullato nel 2009.

    Shimizu Mega-City Pyramide - 2004

    Nel 2004 Shimizu Corporation ha proposto la costruzione di un’enorme piramide affacciata sulla baia di Tokyo, che potesse ospitare circa ottocentomila persone. La struttura tridimensionale aperta in materiale tubolare, di una grandezza dodici volte superiore alla Grande Piramide di Giza, dovrebbe rispondere alla crescente mancanza di spazio della città. All’interno della Shimizu Mega-City Pyramide troverebbero spazio una ventina di grattacieli di ottanta piani ciascuno e non è detto che nei prossimi anni questo progetto non sia realizzato.

    Isola di Cristallo - 2008

    Non ha avuto esito positivo la creazione dell'Isola di Cristallo del celebre architetto Norman Foster per la città di Mosca, un’immensa piramide di cristallo a petali, come un fiore capovolto. Doveva essere l’edificio ecosostenibile più grande del mondo da realizzare entro il 2014, con un’altezza di 450 metri e un diametro alla base di 700 metri. Al suo interno novecento appartamenti, un albergo, un teatro, un complesso sportivo, cinema, musei e una scuola internazionale per cinquecento studenti.

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    Nakheel Tower - 2009

    Concludiamo questa rassegna con la Nakheel Tower, il gigantesco grattacielo progettato da Woods Bagot per Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ma annullato nel 2009 per una grossa crisi finanziaria. Con i suoi 228 piani e un’altezza di 1400 metri, trentadue ascensori, appartamenti extra-lusso, ristoranti, cinema e hotel, sarebbe stata una delle più imponenti strutture mai realizzate.


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    Sceglie accuratamente petali, spicchi di frutta e verdura; li dispone su fogli colorati seguendo intricati pattern e poi li fotografa per fermare il tempo in una vibrante composizione. Ogni singolo "quadro vegetale" diventerà stampa ad alta qualità in edizione limitata (50 copie), firmata a mano e segnata dal logo Amba. È la "veg art" di Amber Locke, 45 enne britannica che combina la passione per la natura con la fotografia e la cucina vegana. Nessuno spreco di cibo perché ogni singolo ingrediente sarà utilizzato per frullati, insalati e ricette crudiste! Grazie alle coloratissime tele anche i commensali più distratti e annoiati potranno riflettere sul loro pasto e sulla bontà degli ingredienti, testimoniata dalle rosicchiature delle foglie, dalle cromie e differenze in grandezza e forma di ogni elemento. È possibile ammirare tutte le opere di Amber, compreso la loro meticolosa realizzazione, nel suo blog e nella sua collezione Instagram Rawveganblonde.

    GIOIELLI E ABITI NATURALI FATTI CON FRUTTA E VERDURA

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    Il progetto di Amber e la dieta vegana

    In formato 50x50 cm gli ingredienti dell’orto e dei prati sono un elogio alla natura, un tripudio unico di colori, armonie e simmetrie con ombre e dettagli tutti da scoprire.Sul blog scrive con semplicità “amo la bellezza naturale degli alimenti, i loro diversi colori, forme, consistenze e caratteri. Per me frutta e verdura non sono solo importanti da un punto di vista nutrizionale, ma hanno anche una splendida estetica. È una gioia usare ingredienti belli e il mio lavoro ha lo scopo di mostrare le loro qualità uniche, far riflettere sulle mutevoli stagioni dell’anno e anche celebrare la vita sana!”. Il progetto Amba Living è legato dalla decisione di iniziare una dieta vegana e di indagare sulla varietà di sapori e alimenti esistenti in natura. L’approccio verso il cibo è festoso e creativo; decide gli ingredienti, taglia verdure, compone e inventa nuove ricette. La rappresentazione geometrica e allegra del cibo diventa un messaggio di vita: mangiare crudo dà un’energia incredibile, sapori eccezionali ed è visivamente affascinante.

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    Non chiamatele insalate

    Per inusuali insalate Amber usa vari condimenti: barbabietole da zucchero tagliate a rondelle per mostrare gli anelli concentrici, peperoncino e zenzero coltivati nel suo giardino, sedano e rape autunnali. Ed ancora, carote complete di radici e foglie e semi di papavero per accompagnare maionese di anacardi e insalata julienne. Ogni singolo pasto è un racconto: una zucchina regalo di un’amica della madre o proveniente dalla sua serra, un fico dimenticato in frigo... Qualsiasi ingrediente naturale può diventare protagonista della tela, sezionato e posizionato accuratamente secondo forma o colore. La presenza dei mercatini e di piccoli negozi nella comunità di Derbyshire in Inghilterra, permette ad Amber di sviluppare un’ economia creativa e visualizzarla, seppur come arte transitoria, nei suo quadri vegetali.

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    Giocare con il cibo

    Al monito "non giocherellare con il cibo" aggiungiamo a meno che, come Amber, stiate componendo deliziosi disegni! L’idea originale di queste composizioni vegane nasce, però, non dalla sua ostinata disubbidienza, ma da un "incidente felice". Alcune verdure e frutti posti dall'artista sotto un portico sono mossi da un leggero vento, diventando un perfetto soggetto per uno scatto fotografico. Nel tempo la stessa si specializza nella progettazione meticolosa di motivi ornamentali, per poi venderli in stampe (a prezzi abbastanza elevati) ed essere intervistata da autorevoli quotidiani, come Daily Mail e Independent.

    https://www.youtube.com/watch?v=YgDCUsZTVIo


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    A pochi passi dalla fermata metro di Parigi “Porte de Clignacourt” si trova l’antica stazione ferroviaria Ornano situata su binari ferroviari da tempo dismessi, oggi sede di un originale ristorante, la Recyclerie, che affaccia direttamente sullo spazio verde ricavato là dove tempo prima sfrecciavano i treni. Da alcuni anni gli abitanti del quartiere hanno iniziato a ripulire e a curare le aree limitrofe i binari, nella speranza di mettere in moto un meccanismo di rispetto e cura da parte di chi vive questo luogo. Gli abitanti del quartiere lo definiscono come una conchiglia che raccoglie l’attività umana, volta a coltivare un terreno di aggregazione sociale, ma anche di collaborazione.

    In copertina: © Simon-Guillemin

    UN RISTORANTE NELLA VECCHIA STAZIONE DI POLIZIA DI SIDNEY

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    Questo caso è uno dei 60 esempi di giardini condivisi in Francia, che nasce per iniziativa della cittadinanza con l’obiettivo di riqualificare un interstizio abbandonato. Grazie alla cooperazione di 440 abitanti del luogo, di cui 100 attivi, il suolo coltivato e i nuovi progetti sviluppati continuano ad aumentare. Questo processo, inizialmente abusivo, è stato poi ufficialmente riconosciuto dal comune di Parigi, che ha permesso ai cittadini di costituire un’associazione per ottenere la gestione di tale spazio. 

    In seguito a questo processo di riappropriazione degli antichi binari si crea l’esigenza di ridare vita all’antica stazione Ornano posta sui medesimi binari, che prende il nome di Recyclerie. Quest’ultima viene recuperata a partire da una politica che fa capo alle tre R: ridurre, riutilizzare, riciclare. Questi valori basati sulla collaborazione e il “fai da te” guidano il luogo nella sua concezione, nella sua programmazione e nella sua offerta di ristorazione.

    La Recyclerie nasce come luogo di svago e si concentra sulle nuove pratiche quotidiane immergendosi in un universo low-tech che vuole conservare le pratiche manuali e le tradizioni.

    Il luogo si propone come un vero e proprio spazio di riciclo suddiviso in differenti spazi: la sala principale “dei passi perduti” è ampia e luminosa grazie alla grande vetrata che si affaccia sugli antichi binari. Il ristorante, caratterizzato da un arredamento riciclato a tema industriale, ospita saltuariamente eventi mentre quotidianamente funge da ristorante-bar.

    Al centro della sala è collocato l’atelier per il bricolage di René che ospita il pubblico in arrivo per bere un caffè, per lavorare o per fermarsi per una pausa pranzo. L’atelier propone piccole riparazioni e corsi riguardanti tali tematiche.

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    Salendo al piano mezzanino,affacciato sulla sala dei passi perduti, si trova uno spazio di lavoro dove si svolgono laboratori per adulti e bambini. Tale spazio combina la sensazione di comfort grazie alla struttura in legno del tetto e la sensazione di ampiezza data dalla vista sui binari.

    Sul lato di Rue Beillard la Recyclerie si affaccia sulla terrazza che costituisce la connessione tra l’antica stazione e il bacino dei binari. Questo spazio accoglie una vasta varietà di specie vegetali e talvolta ospita il mercato delle pulci.

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     caption: © Francesco Fulvi

    caption: © Francesco Fulvi 

    caption: © Francesco Fulvi 


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    A 's-Hertogenbosch – Olanda – in via Van Tulden si trovano nel medesimo edificio sia la casa che gli uffici dello Studio BootI giovani proprietari hanno risistemato un'autofficina abbandonata da anni con l’aiuto di Hilberinkbosch Architecten e di Piet Hein Eek. In un edificio industriale dove prima si riparavano auto, le macchie d’olio erano sparse sul pavimento e l’odore acre degli pneumatici riempiva l’aria, ora un gruppo multidisciplinare lavora e vive in questi ambienti riadattati, ma non snaturati.

    In copertina: © Thomas Mayer

    CASA O OFFICINA? IL PROGETTO DI THE SHED

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    IL PROGETTO DI RECUPERO DELL'AUTOFFICINA

    Passeggiando lungo la via sembra non essere cambiato nulla: la facciata in mattoni bianchi con le ampie aperture vetrate e la vecchia insegna sono quelli di sempre. All’interno la vecchia struttura in acciaio definisce gli spazi. Tutta la vita all'interno dell'abitazione si svolge intorno al patio centrale coperto da un enorme lucernario vetrato che permette alla luce di attraversare ogni angolo dell’edificio in maniera naturale e senza problemi di abbagliamento. 

    caption: © René de Wit

    caption: © Thomas Mayer

    caption: © Thomas Mayer

    Gli spazi dedicati agli uffici si affacciano verso la strada, mentre gli ambienti dell’abitazione sono posizionati sul retro in comunicazione diretta con il giardino. Il patio è stato trasformato in luogo filtro e di scambio di idee dove il tavolo della sala riunioni e la luce zenitale sono i protagonisti. Al piano terra una parete attrezzata, progettata da Piet Hein Eek, costituisce il filtro tra la zona pubblica e la zona privata occupata dall’ampia cucina e dalla sala da pranzo e dal salotto senza soluzione di continuità. Al primo piano, che si affaccia verso il cavedio centrale, sono stati collocati un secondo soggiorno, la sala TV e due camere da letto con i rispettivi bagni. Inoltre, una porzione dell’edificio si sviluppa ulteriormente in altezza ospita la camera da letto padronale.

    caption: © Thomas Mayer

    caption: © René de Wit

    Note | Photo © René de Wit (Immagine b, f), © Thomas Mayer (immagine a, c, d, e)


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    Siamo a Milano nel quartiere City Life, realizzato dal Gruppo Generali per riqualificare la zona della storica Fiera Campionaria, che si estende su una superficie di 336.000 mq.

    L’intero progetto si compone di un grande parco, il terzo di Milano per dimensioni, un’area residenziale per circa 4500 residenti, tre torri a destinazione direzionale, commerciale e servizi, un asilo nido, percorsi pedonali e parcheggi sotterranei.

    In quest’oasi green, l’archistar anglo-irachena Zaha Hadid presenta le sue sette palazzine residenziali, collaborando con Daniel Libeskind e Arata Isozaki per dare un nuovo volto al quartiere milanese.

    BABY LIFE: UN ASILO PER L'AREA CITY LIFE DI MILANO

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    IL PROGETTO DI CITY LIFE

    Il suo progetto privilegia un andamento sinuoso delle facciate, realizzate al 60% con metodi parametrici e rivestite da candido alluminio e doghe in legno di cedro che, viste dall’alto, formano un cordone continuo ondulato attraversato diagonalmente da un viale pedonale.

    L’altezza delle residenze varia dai cinque ai tredici piani, per un totale di 225 appartamenti, studiati con metrature differenti e dotati dei più moderni sistemi domotici, dal trilocale di 90 mq all’attico duplex extralusso e una palestra comune a disposizione dei condomini. 

    Spiega l’architetto Maurizio Meossi dello Studio Hadid: ”La sfida è stata quella di dialogare con volumi diversi fra loro, che fossero però riconoscibili come un organismo unitario e coerente”.

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    LA SOSTENIBILITÀ DI CITY LIFE

    Le palazzine sono certificate in classe A, la loro forma a corte sfrutta il raffrescamento naturale delle aree verdi presenti, mentre fontane e specchi d’acqua favoriscono l’evaporazione, agendo come climatizzatore naturale.

    Ampie vetrate sono poste sul lato sud-est, per sfruttare al meglio la radiazione solare durante l’inverno e un sistema di brise-soleil sulle terrazze evita il surriscaldamento delle facciate in estate.

    Il riscaldamento e la climatizzazione degli appartamenti sono regolati da un impianto geotermico, associato a un sistema di teleriscaldamento; l’acqua utilizzata è recuperata per l’irrigazione delle aree verdi comuni e per gli scarichi dei servizi igienici.

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    UNA TRIPLA PELLE

    Particolari le facciate che utilizzano una “tripla pelle” ventilata, ad alta tecnologia e a elevata efficienza energetica. Come spiega l’ingegner Davide Mangini: "Per il rivestimento delle facciate non ci sono prodotti di serie ma singoli elementi su disegno, customizzati, per assecondare al meglio le specifiche richieste dello studio Hadid. Su più di due milioni di pezzi, il 60 per cento ha un codice singolo, caratterizzato da un’unicità produttiva. Il risultato è una facciata-puzzle che riveste come una pelle lo scheletro in calcestruzzo armato degli edifici. Uno schermo del tutto indipendente rispetto alla struttura interna che funziona come una sorta di sandwich tecnologico organizzato secondo tre diversi layers: il reticolo in alluminio estruso, connesso ai solai in calcestruzzo, che contiene vetri e serramenti; il sistema oscurante avvolgibile realizzato in doghe di alluminio; il rivestimento ventilato opaco caratterizzato da pannelli in alluminio verniciato bianco, alternati a pannelli in cedro canadese”.


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    Allontanarsi dallo smog e vivere “la foresta” in città. I paesi anglosassoni la chiamano urban forestry, quell’oasi rurale nell’ambiente costruito; così nel centro urbano torinese mette radici la “casa sull’albero” rimanendo in città. L’idea del progetto 25 Verde dell’architetto Luciano Pia nasce dalla volontà di mettere in relazione persone e natura con il paesaggio costruito; gli alberi all’interno seguono il ciclo delle stagioni, proteggono dall’inquinamento acustico, e creano quel microclima ideale tipico della bio-architettura, mitigando gli sbalzi termici tra estate ed inverno.

    In una città così inquinata da smog e polveri sottili si intrecciano le strutture metalliche organiche pensate dall’architetto, atte a sorreggere gli impalcati lignei dei terrazzi e convogliare le acque piovane recuperate per irrigare “senza sprechi”.

    TORINO SOSTENIBILE: L'HOUSING SOCIALE PER OSPITALITÀ TEMPORANEA

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    25 Verde è un tessuto mix di 5 piani che affronta la sfida di integrare un progetto organico con soluzioni tecnologiche efficienti, con l’isolamento a cappotto, le pareti ventilate e la protezione dall’irraggiamento diretto. Gli appartamenti si avvalgono anche della presenza di contabilizzatori singoli per i consumi di riscaldamento e raffrescamento che utilizzano pompe di calore e acqua di falda.

    Cosa si intende per green in 25 Verde?

    Il progetto è caratterizzato da un verde che nasce dalle fioriere sui terrazzi, al giardino-corte, al verde verticale in facciata, al verde pensile in copertura, come parte integrante dell’architettura. La fioriere in acciaio corten a forma di cono rovesciato variano la propria grandezza  a seconda delle dimensioni degli alberi che ospitano, alternandosi tra i 2,5 metri fino agli 8 metri d’altezza.

    Anche l’esposizione di ogni singolo terrazzo è caratteristica delle diverse scelte della tipologia di albero, e di diretta conseguenza dell’altezza di quest’ultimo.

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    Uno dei punti di forza del progetto è l’integrazione tra la qualità architettonica con le prestazioni energetiche: quest’ultime sono rese possibili dall’involucro. Con questo sistema di tamponamenti esterni collaborano gli impianti tecnologici al fine di raggiungere elevati standard energetici che portino al buon raggiungimento di comfort interno, manutenibilità e sostenibilità ambientale.

    Il sistema di caldaia tradizionale viene sostituita da un sistema di pompa di calore geotermica ad acqua di falda che rappresenta il sistema di produzione di energia termica e frigorifera più efficiente per il sistema edificio-impianti dell’oggetto in considerazione.

    Chi ospita 25 Verde?

    Gli appartamenti sono “solo per 63”, e tutti diversificati tra di loro: dai loft soppalcati al piano terreno, dotati di giardino e terrazzo, ad unità abitative di metratura variabile dotate di doppio terrazzo tra il primo ed il quarto piano, ad unità abitative con metrature nettamente maggiori all’ultimo piano, coperto da tetti verdi ad uso privato.

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    Ogni unità immobiliare è dotata di un sistema di riduzione dei consumi d’acqua calda dei terminali di erogazione. Ogni tubazione di alimentazione dell’acqua calda come possono essere i rubinetti, il lavabo il bidet e le docce sono provvisti di un “economizzatore” di acqua caldache consente di risparmiare fino al 40% dell’acqua che normalmente viene utilizzata, e soprattutto un risparmio energetico necessario per riscaldarla.

    La campagna marketing di 25 Verde

    Un’altra particolarità del progetto 25 Verde è la campagna pubblicitaria che ha accompagnato il progetto dalla nascita alla vendita, tutta torinese.

    L’obiettivo era quello di promuovere un edificio residenziale a pochi passi dal centro cittadino, il quale per la sua particolarità e “contemporaneità” avrebbe sicuramente spaccato in due l’opinione pubblica e la critica. Così per dar maggior rilievo e visibilità si è pensato di dar voce alle migliaia di persone che avrebbero rifiutato l’idea innovativa dell’architetto, esprimendo tramite locandine pubblicitarie il loro “non interesse” e disprezzo verso l’innovazione.

    Durante tutto il periodo di progettazione e realizzazione dell’opera la campagna è andata avanti, accentuando maggiormente gli aspetti di impatto ambientale, vivibilità, comfort e adagiabilità. Poi arriva il momento di aprire l’ufficio vendite, e le stesse locandine denigratorie, assumono un retrogusto più amaro.

    Dopo due anni dalla realizzazione delle prime campagne pubblicitarie, la stampa conclusiva si presenta così.

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    Eclettiche, visionarie, ecofriendly. Le costruzioni high-rise premiate con cadenza annuale nell’ambito dell’eVolo Skyscraper Competition sono sperimentazioni avanguardistiche sul tema delle reciproche coniugazioni fra grattacielo, comunità e ambiente circostante.

    Indetto dall’omonimo magazine, il concorso si pone l’obiettivo di ridefinire il design della verticalità con soluzioni up-to-date dal punto di vista del design, della tecnologia e della sostenibilità.

    Nessun limite viene posto, né alla prefigurazione di un candidato ideale, né all’idea, né alla scelta del sito.

    Possono infatti partecipare architetti, studenti, ingegneri, progettisti e artisti di tutto il mondo. E non dobbiamo stupirci se fra i risultati possiamo trovare grattacieli capaci di autoriprodursi o fluttuanti nella stratosfera.

    In copertina: Unexpected Aurora in Chernobyl dei cinesi Zhang Zehua, Song Qiang, Liu Yameng.

    CITTÀ VERTICALI: I GRATTACIELI DI HONG KONG

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    I NUMERI DELLA COMPETIZIONE

    L’appuntamento con l’annuncio dei vincitori è un evento sempre molto atteso. Qualche cifra: 480 i progetti pervenuti nell’edizione 2015, 3 i vincitori e 15 le menzioni d’onore; dal 2006, anno della prima edizione, 6.000 i progetti partecipanti. Un numero eccezionale, che fa riflettere su come la tensione verso l’alto permei l’azione di una notevole quantità di progettisti.

    Tuttavia se i numeri sono sorprendenti ancora di più lo è la varietà di soluzioni di grattacielo proposte, di cui le premiate sono visualizzabili sul sito si eVolo.

    I VINCITORI

    Queste sono alcune tra le idee più originali selezionate dalla giuria (costituita da Massimiliano Fuksas, Michael Hansmeyer, Richard Hassell, Alvin Huang, Yong Ju Lee, Wenchian Shi, Wong Mun Summ, Benedetta Tagliabue).

    Essence

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    Megastrutture urbane come “Essence”, il progetto classificatosi al primo posto, del team polacco BOMP di Ewa Odyjas, Agnieszka Morga, Konrad Basan, e Jakub Pudo; la notevole altezza con cui impone la propria presenza nello skyline si lega a due aspetti principali: da una parte è manifestazione formale del suo ruolo di icona, dall’altra deriva dalla funzione di contenitore artificiale di una sovrapposizione così varia di habitat (montagna, ghiacciaio, deserto…).

    L’ambiguità del nome può ingenerare un dubbio. Il titolo del progetto vuole infatti richiamare l’universale natura degli elementi appartenenti a uno stesso genere –rimandando così ai molteplici significati dell’essenza – oppure è stato ispirato dal mix di atmosfere ricreato nell’innovativo giardino nascosto all’interno?

    Shanty-scraper

    Edifici da costruire riutilizzando detriti, come lo “Shanty-scraper”, ideato secondo l’ottica di considerare anche le necessità abitative dei poveri, quindi utilizzando materiali di scarto degli slums indiani e tecniche a basso costo. Un principio che nel contesto indiano ricorda Laurie Baker e ancor più direttamente Gandhi secondo cui tutti i materiali da costruzione devono essere trovati entro 5 miglia da dove si costruisce e che ha valso l’assegnazione del secondo premio a Suraksha Bhatla e Sharan Sundar.

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    Cybertopia

    Cybercultura, Cyberspazio, Cybercultura …e da oggi anche “Cybertopia”. Se la simbiosi uomo tecnologia ormai investe ogni spazio vitale, perché non estenderla anche alla pianificazione di una utopica città del futuro che di tale progresso è diretta espressione? Cybertopia è il progetto classificatosi al terzo posto, un mix fra dimensione digitale e fisica ideato dal russo Egor Orlov come un organismo che si trasforma in funzione delle necessità dell’abitante.

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    ALCUNE DELLE IDEE MENZIONATE

    Unexpected Aurora in Chernobyl”, che i cinesi Zhang Zehua, Song Qiang, Liu Yameng hanno strutturato sull’ipotesi di riabitare un sito radioattivo come se fosse un Giardino dell’Eden da cui far ripartire la vita attraverso sistemi di purificazione dell’aria e dell’acqua e di sfruttamento dell’energia solare per provvedere al fabbisogno energetico;

    Noah Oasis: Rig to Vertical Bio-Habitat” dei cinesi Ma Yidong, Zhu Zhonghui, Qin Zhengyu, Jiang Zhe, piattaforme petrolifere trasformate al fine di ripristinare un eco-sistema danneggiato essendo al tempo stesso assorbitori del petrolio sversato, basi per la vita del mare e degli uccelli migratori e ripari da possibili futuri disastri;

    Bio-Pyramid”, che il gruppo statunitense di David Sepulveda, Wagdy Moussa, Ishaan Kumar, Wesley Townsend, Colin Joyce, Arianna Armelli, Salvador Juarez ha sviluppato riflettendo sul ruolo assunto dalla permacultura nel contrastare la desertificazione conseguente ai  cambiamenti climatici.

    Ed inoltre: strutture sopraelevate per salvare le sottostanti zone umide, edifici le cui pareti sono studiate sul modello della pelle di un organismo vivente, laboratori per elaborare dati sull’atmosfera, edifici che sfruttano le nuvole per fornire un equilibrio alla Terra, microcosmi artici che rispettano l’equilibrio fra ambiente naturale e costruito e grattacieli studiati per garantire la preservazione della diversità delle specie.

    A COSA SERVE UN GRATTACIELO?

    Scorrendo la selezione progettuale indipendentemente dalla reale fattibilità delle soluzioni quindi scaturisce una serie di interrogativi sul grattacielo del 21° secolo.

    Come si è evoluta nel tempo l’idea del “Sogno verticale”, che è sempre stata nell’immaginario collettivo fin dalla Torre di Babele? Che cos’è oggi un edificio che sfida sostenibilmente la verticalità? Che ripercussioni spaziali, estetiche, sociali, culturali, economiche, tecnologiche scaturiscono dalla costruzione di un grattacielo? Quali sono le concrete possibilità che un sistema urbano ed architettonico complesso possa -attraverso l’implementazione di innovativi programmi, tecnologie e materiali- realmente risolvere i problemi derivanti da inquinamento, crescita demografica, scarsità di risorse e migliorare la qualità di vita dell’individuo e della collettività?

    In sintesi, a cosa serve un grattacielo oggi?

    Quando a Costantin Brancusi fu chiesto quale fosse la funzione della sua Endless Tower nel parco di Targu-Jiu egli rispose: “Serve per sostenere le volte del paradiso”.

    Le risposte ai quesiti posti invece non sono né così dirette né univoche. L’obiettivo del concorso è ogni anno quello di tentare di fornire una soluzione a tali interrogativi con proposte tanto anticonvenzionali da non essere riconducibili a una tipologia standard.


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    Il sughero auto-espanso e auto-collato ICB è certificato come prodotto per bioarchitettura. Un eccellente LCA, una vita illimitata, la totale riciclabilità e la salubrità per l'uomo, rendono questo pannello biocompatibile ed ecosostenbile.

    SUPERFICI DI SUGHERO: TRA ISOLAMENTO ACUSTICO E DECORAZIONE

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    Una produzione ecocompatibile per un prodotto 100% naturale

    Chi visita gli stabilimenti portoghesi ha l’immediata percezione della completa naturalità, salubrità ed ecosostenibilità del ciclo produttivo del pannello di sughero ICB.

    L’estrazione della corteccia svolta interamente a mano, il 90% dell’energia per la produzione ottenuta da biomassa, la durata illimitata del pannello e la sua la totale riciclabilità, sono solo alcuni aspetti che rendono questo tipo di materiale rispettoso dell’ambiente e dell’uomo.

    Grazie ai documenti messi a disposizione dall'azienda portoghese Amorim Isolamentos s.a., possiamo analizzare i risultati dello studio che ha portato alla certificazione del pannello Insulating Cork Board di Amorim (Corkpan) come prodotto per la bioarchitettura, certificato in Italia da ICEA (Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale), secondo gli standard ANAB, e da natureplus® in Germania.

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    Certificazione etica e ambientale, una garanzia per l'uomo e l'ambiente

    Mentre la Marcatura CE è obbligatoria, a fronte della Norma EN13170, per tutti i produttori di sughero tostato (ICB), il processo di certificazione etica e ambientaleèvolontario, ma fondamentale per fornire a professionisti e utenti importanti strumenti di valutazione dei prodotti, in termini di sicurezza e di ricadute ambientali.

    Per giudicare un prodotto idoneo alla bioarchitettura, sia ICEA che natureplus®valutano i seguenti aspetti:

    • sicurezza: determinando la non pericolosità per l'uomo;
    • sostenibilità: valutando gli impatti ambientali nell'intero ciclo di vita del prodotto;
    • protezione del clima: determinando gli impatti climatici, ad esempio l'incidenza sul global waming.

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    Lca e profilo ambientale del pannello ICB

    lo strumento per valutare il profilo di un prodotto è l'LCA (Life Cycle Assesment), svolto in accordo con le normative ISO 14040 e ISO 14044. Attraverso questa metodologia, è possibile quantificare gli impatti ambientali durante tutta la vita del prodotto, dalla produzione al suo smaltimento a fine vita utile.

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    In merito al processo produttivo del pannello, è importante sottolineare alcuni aspetti:

    Le materie prime

    La produzione dei pannelli CORKPAN di Amorim richiede come materia prime solo il sughero: l’incollaggio dei grani avviene attraverso la suberina e le sostanze cerose, rilasciate durante la fase di tostatura dei grani di sughero, senza l’ausilio di collanti ausiliari.

    Nessun scarto

    Il processo produttivo non genera scarti o rifiuti: la polvere di sughero prodotta in fase di macinazione è utilizzata come combustibile per la successiva fase di tostatura, mentre i pannelli che non rispondono ai requisiti di qualità al termine della fase di rettifica vengono successivamente macinati e riutilizzati come granulato di sughero.

    I combustibili utilizzati

    I combustibili utilizzati per le operazioni di espansione a vapore del sughero consistono esclusivamente negli scarti di lavorazione del processo stesso o da processi affini.

    Dall'analisi energetica, emerge che per produrre un kg di pannello auto-espanso e auto-collato Insulating Cork Board sono necessari circa 25 MJ di energia, di cui piùdell'80% derivante da fonti rinnovabili (PEIr), in particolare dallabiomassa ottenuta dagli scarti di produzione.

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    Analisi degli impatti ambientali

    Tutti i dati relativi agli impatti ambientali, quali Acidificazione, Eutrofizzazione, Indice di effetto serra e Smog fotochimico, sono ottimi, con valori assolutamente minimi e mostrano come la maggiore incidenza sia associata alle fasi di produzione e trasporto del pannello.

    Considerando il fatto che il pannello di sughero ICB ha origine biogenica - ovvero è ottenuto da una pianta, che per accrescere sottrae CO2 all'ambiente, trattenendo a sè la componente di carbonio – ne risulta un valore di effetto serra (GWP 100) assolutamente eccezionale di -1,33 kg CO2eqper ogni kg di pannello prodotto, al netto della produzione di CO2 relativa al ciclo produttivo e al trasporto.

    Il valore GWP100 indica il potenziale di riscaldamento globale causato da un prodotto, calcolato in una prospettiva temporale di 100 anni.

    Ciò significa che, isolando un edificio con i pannelli auto-espansi e auto-collati ICB, equivale a non immettere ulteriore CO2, migliorando il bilancio di CO2 globale.

    Nel caso del sughero, la reimmissione di CO2 in ambiente potrebbe avvenire solo ed esclusivamente nel caso in cui il sughero venisse bruciato, ipotesi assai improbabile, in quanto il pannello di sughero ICB non ha limiti di vita utile e può essere sempre riutilizzato o reimpiegato in altri usi.

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    La seconda edizione di Green Utopia, che si svolgerà a Milano dal 14 aprile all’8 maggio 2015 presso la Fabbrica del Vapore, sarà l’occasione per riflettere sul rapporto tra ambiente costruito e sostenibilità ambientale. Su di una superficie di circa duemila metri quadrati sarà costruita una piccola “città vegetale” con una serie di esempi concreti di architetture realizzate con la terra cruda, la paglia, il salice, l’arundo donax e il bambù. Tra i protagonisti della manifestazione ci sarà anche la struttura in Bambù realizzata con il metodo CanyaViva presso il Bambuseto versiliese

    In copertina: Bamboo bridge at Green Schooldi Paul Prescott, via Shutterstock.

    ARCHI IN BAMBÙ: LA TECNICA DI CANYAVIVA

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    L’evento non sarà una semplice mostra in cui gli utenti passeggeranno semplicemente all’interno degli spazi espositivi. All’ombra della propria struttura in bambù, in parte realizzata durante il workshop “Costruire con Arundo Donax e Bambù”, il collettivo Canyaviva ha invitato una serie di artisti che si esibiranno durante tutto il periodo della manifestazione. L’obiettivo è coinvolgere il pubblico al fine di dimostrare come sia possibile, grazie alla collaborazione e alla cooperazione, attuare processi in cui la relazione tra persone e spazio sia guidata non dal singolo individuo ma da un comune sentire.

    Gli artisti selezionati sono: 

    • Sergio Racanati, che presenterà il cortometraggio “Desolee - Resto - Dark Matter” e condurrà il workshop di tecniche della performance “Tra il corpo sociale ed il corpo relazionale”;
    • il collettivo Urbanslow//, che interverrà con il progetto “Damare-amare” suddiviso in due momenti: la proiezione delle immagini girate nell’aprile del 2014 e la realizzazione dell’opera-performance;
    • Jessica Moroni, che nell’ambito di “Laberintico” coinvolgerà i passanti con le sue improvvisazioni;
    • I Fresquini, un duo composto da Francesca Montanari e Yoan Degeorge: due voci e una chitarra;
    • La Yaqué” Elena Brandi, che proporrà uno spettacolo di flamenco-gipsy;
    • Antonio Alberti, che presenta il progetto “Therefore.The Puzzle Project”.

    Inoltre verranno presentati due libri:

    • Fidia”, romanzo di Marco Belloni;
    • "Anna. Storia di un palindromo”, scritto da Francesco D’Isa.

    caption: © CanyaViva.com


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    Sulawesi, cerniera abitata tra oceano Indiano e Pacifico. Tra i 14 milioni di abitanti che popolano quest’isola indonesiana del nord del Pacifico, i Sa’dan Toraja costruiscono straordinarie case chiamate Tongkonan dal caratteristico grande tetto a sella coperto di paglia e costruite su tronchi d’albero per difendersi da roditori e serpenti.

     ARCHITETTURA ANCESTRALE: LE TRADIZIONALI KORAMBO 

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    Si tratta di una struttura complessa la cui costruzione necessita, oltre che della collaborazione di tutta la famiglia, anche dell’apporto di maestranze specializzate. Lo scheletro in bambù della struttura è trasportato sul posto già assemblato per poi essere qui completato: la casa si erge su alte palificazioni in bambù con terminazioni intagliate con dentellature che fungono da alloggio delle travi orizzontali, sostegni della capanna di legno, il cuore dell’abitazione. Quest’ultima è costruita a partire da assi di legno assemblati senza chiodature ma con semplici incastri a legno vivo, esternamente decorati.

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    La facciata, la cui decorazione è eseguita mediamente in un mese, presenta vistose decorazioni che, secondo il costume locale, devono rispecchiare lo status sociale della famiglia proprietaria: i pattern intagliati sul legno utilizzano i colori rosso, nero e giallo e privilegiano disegni geometrici a motivi circolari simboleggianti teste di bisonte, animale sacro per eccellenza, e il sole, simbolo di potere. Il nero simboleggia la morte e le tenebre, il giallo la potenza di Dio, il bianco la purezza, il rosso la vita, in quanto colore del sangue umano. I pigmenti colorati provengono da materiali di uso comune: il nero dalla fuliggine, il bianco dalla calce, il rosso e il giallo dalle terre colorate, mentre il vino di palma è impiegato per conferire maggiore vividezza ai colori. 

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    Il tetto dalle grandi dimensioni e dalla caratteristica forma a sella presenta due grandi spioventi, uno dei quali è talvolta tanto sproporzionatamente imponente da dover essere sostenuto da un alto palo decorato con corna di bisonte. La forma a sella del tetto, tradizionalmente ricoperto di paglia, secondo alcuni ricorda le barche usate dal popolo per trasferirsi qui dalla Cambogia, secondo altri invece evoca il corno del bisonte, simbolo di fertilità e forza. Lo spessore del tetto è ottenuto mediante doghe di bambù legate con rattan, montate trasversalmente in strati e legate longitudinalmente alle travi del tetto. Oggi sempre più spesso lastre di zinco ed estese chiodature si sostituiscono a questi materiali della tradizione.

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    La Tongkonan è divisa verticalmente in tre livelli: la mansarda dove sono conservati i cimeli di famiglia, la zona giorno e lo spazio tra le palificazioni destinato agli animali domestici. L’interno della casa, invece, è semplicemente scandito in tre ambienti: una zona giorno, una cucina con focolare per la preparazione dei cibi e una zona notte. La maggior parte del tempo della giornata si svolge all’aperto, per questo gli ambienti della casa sono tipicamente angusti e bui, con poche finestre, destinati alle sole funzioni di stoccaggio e di riparo, oltre che di riposo. Inoltre, il termine tongkonan deriva da toja e significa “sedersi insieme”: in alcuni casi la dimora è un luogo d’incontro per tutta la famiglia che qui discute di questioni importanti.

    Le case sono disposte a schiera con il granaio per il riso, chiamato Alang, disposto frontalmente al Tongkonan e costruito con le stesse tecniche e gli stessi materiali. Il blocco abitazione-granaio è orientato nord-sud, in particolare il granaio è rivolto a sud, la direzione verso cui problemi e malattie confluiscono, mentre il Tongkonan è rivolto a nord dove risiede il Dio Puang matua.

    Come molti rifugi tradizionali indonesiani caratterizzati da interni sacrificati e oscuri, il Tongkonan sta perdendo il favore degli abitanti dell’isola Sulawesi: molti dei Toraya oggi scelgono di vivere in abitazioni più confortevoli ad unico piano, più spaziose, luminose e ventilate, mentre secondo un approccio più in armonia con la tradizione alcuni scelgono di aggiungere un ulteriore piano che soddisfi maggiormente i bisogni di spazio e luce, pur conservando il prestigio del tradizionale Taongkonan. 

    L’isola di Sulawesi, nota anche con il nome Celebes, con le sue tipiche case Tongkonan, oggi costituisce un settore vitale del turismo locale, che attira visitatori da tutto il mondo, soprattutto dal vecchio continente, rendendola una delle mete più conosciute e apprezzate dell’Indonesia. 

    Fonti | J. May, Architettura senza architetti, guida alle costruzioni spontanee di tutto il mondo, Rizzoli, 2010. 


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    Disponibile in pannelli fino a 30 cm di spessore, in granulato o pre-accoppiato a lastre a secco, il sughero ICB (Insulating Cork Board, ovvero pannello di sughero isolante) è utilizzabile in ogni intervento di riqualificazione e isolamento, dal tetto alle pareti esterne, dai tramezzi alle solette.

    In copertina: pannelli MD Wave di Amorim per l'isolamento acustico interno.

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    CARATTERISTICHE DEL SUGHERO

    Le caratteristiche del sughero, che lo rendono un ottimo isolante sono da ricercarsi nelle sue caratteristiche fisico-chimiche e nel processo termico di tostatura, che ne massimizza le già ottime prestazioni termo-acustiche.

    L'elevata quantità di gas contenuta nella struttura cellulare, unitamente a pareti cellulari composte da una scarsa quantità di materia, minimizzano il passaggio di calore. Tali prestazioni si ritrovano intatte e, addirittura amplificate, dopo la tostatura, per via della espansione delle cellule.

    Ugualmente importante è il ruolo della suberina, che, una volta raffreddata, riveste il sughero rendendolo impermeabile e insensibile all'umidità, lasciando però il pannello altamente traspirante..

    L'assenza di collanti aggiunti, unitamente ad un eccellente LCA, rende il sughero tostato un materiale isolante naturale, molto interessante anche per la bioarchitettura, anche come isolante acustico.

    caption: cappotto esterno in sughero SecilVit CORK.

    [immagine: cappotto esterno in sughero SecilVit CORK]

    VANTAGGI DEL SUGHERO IN EDILIZIA

    I pannelli isolanti di sughero tostato ICB, presentano quindi diversi vantaggi applicativi:

    • imputrescibilità e stabilità dimensionale anche a contatto diretto con acqua e umidità. Queste caratteristiche rendono il sughero ICB l'unico pannello isolante utilizzabile anche come materiale “faccia a vista” da rivestimento, senza intonaco;
    • durabilità illimitata: esistono casi di isolamenti realizzati ad inizio '900 e ancora performanti come il primo giorno. La durabilità dichiarata di isolamenti realizzati in sughero tostato non è frutto di stime, ma derivano dall'osservazione di casistiche reali.
    • ottima capacità coibenteD = 0,040), costante nel tempo, anche dopo 50 anni di impiego;
    • ottimo isolante estivo, grazie al notevole sfasamento dovuto alla massa del pannello;
    • elevata inerzia termica, che previene anche il rischio di formazione di alghe in facciata;
    • elevata traspirabilità e comportamento igrovariabile in condizioni di diversa umidità;
    • sicuro anche nell'uso interno, in quanto non emette alcuna sostanza nociva.

    GLI IMPIEGHI DEL SUGHERO IN EDILIZIA

    La scelta di un isolante o di un Sistema non idoneo può rivelarsi presto negativa, sia in termini di qualità estetica del lavoro eseguito, sia in termini energetici e di durabilità e quindi di costi per l'utente.

    Il sughero ICB può essere impiegato come isolante in copertura, a cappotto, nei tramezzi, in solette e sotto pavimenti, sul nuovo come in riqualificazione. Analizziamo ora gli impieghi del sughero ICB nelle principali applicazioni:

    Isolamento a cappotto

    L'impiego degli isolanti nei sistemi ETICS (External Thermal Insulation Composite System), comunemente detti cappotti, è sicuramente l'uso più stressante, per via della verticalità delle pareti e dei costi diretti e indiretti degli interventi per realizzarli.

    Il sughero, grazie alla sua stabilità dimensionale, all'insensibilità all'acqua e all'umido e alla sua struttura sufficientemente rigida, è un materiale semplice da posare, che garantisce la costanza delle prestazioni termiche per tutta la vita dell'edificio. Anche in caso di contatto diretto con acqua o umidità il pannello non è soggetto a variazioni dimensionali, evitando danni e rigonfiamenti all'intonaco.

    Le caratteristiche strutturali del pannello ICB permettono, inoltre, l'impiego di malte a base calce, senza l'aggiunta di collanti chimici, a vantaggio della naturalità della finitura, della traspirabilità delle pareti e della durabilità del sistema.

    Il sughero ICB garantisce l'ottimale traspirabilità del pacchetto parete, mentre l'elevata inerzia termica del sughero (data dalla massa e dal calore specifico del materiale) previene i rischi di formazione di alghe in facciata nord, permettendo un rilascio notturno graduale del flusso di calore, accumulato durante la giornata, verso la volta celeste.

    Si ricorda l'importanza di preferire sistemi ETICS che dispongano del Benestare Tecnico Europeo (ETA), ovvero che siano rispondenti alle linee guida europee di settore ETAG004, che stabiliscono regole e standard in materia di prestazioni dei sistemi a cappotto.

    La totale insensibilità all'acqua e alle intemperie rende il sughero ICB idoneo all'uso in esterno, anche senza protezione dell'intonaco, lasciando il pannello “faccia a vista”. 

    Un cappotto in sughero da 6cm di spessore è, inoltre, in grado di abbattere di 6 db i rumori aerei provenienti dall'esterno. (dato riferito al sistema ETICS SecilVit Cork di Secil Argamassas – ETA 14/200).

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    caption: Villa con cappotto in parte intonacato e in parte faccia a vista.

    Riqualificazione e risanamento interno

    Quando non è possibile intervenire dall'esterno per realizzare un cappotto, si possono adottare soluzioni isolanti interne. Questi interventi possono essere finalizzati alla riqualificazione energetica di un appartamento o al suo risanamento da problemi di condense e muffe derivanti da scarso isolamento o presenza di ponti termici.

    In ogni caso, è possibile intervenire utilizzando i pannelli di sughero ICB, in quanto sono certificati A+ e non contengono sostanze nocive alla salute (evidenze natureplus – pannello Corkpan di Amorim Isolamentos ).

    Un cappotto internoè realizzabile applicando lo stesso sistema ETICS previsto per l'esterno, oppure attraverso l'impiego di pannelli pre-accoppiati di sughero e cartongesso, fibrogesso o altro. In questo modo, la posa è semplice e veloce.

    La posa di un cappotto interno permette di ottenere un sensibile innalzamento delle temperature superficiali delle parete isolate, così da ridurre il rischio di formazione condensa e successive muffe.

    Per non incorrere in problemi collaterali di formazione di condensa interstiziale tra isolante e muratura, si consiglia di far effettuare ad un tecnico qualificato un'analisi igrometrica, per conoscere qual è lo spessore massimo di isolante da utilizzare in una specifica zona geografica o per sapere come intervenire nel caso si debba superare questo spessore di sicurezza.

    caption: cappotto interno con sughero accoppiato a cartongesso.

    Insufflaggio

    Attraverso l'insufflaggio di sughero tostato granulato nelle intercapedini vuote delle pareti è possibile effettuare interventi di riqualificazione energetica, senza sacrificare spazio interno all'appartamento.

    Con il sughero ICB granulato è possibile ottenere importanti riduzioni delle emissioni delle singole pareti, con la certezza che l'intervento effettuato sia duraturo e che il materiale insufflato, oltre a mantenere il proprio potere coibente, non corre alcun rischio di marcescenza, anche con presenza di forte umidità o acqua in intercapedine. L'insufflaggio è effettuabile sia dall'interno che dall'esterno dell'edificio.

    L'intervento di insufflaggio, efficace e veloce, non risolve però i ponti termici strutturali (ad esempio strutture in cemento armato), che vanno affrontati sempre con un cappotto interno.

    caption: insufflaggio dall'interno.

    Isolamento coperture

    L'insensibilità all'umidità e all'acqua, unitamente alle elevate prestazioni termiche, sia estive che invernali,  rendono il sughero ICB un'ottima soluzione per isolare le coperture, siano esse piane, inclinate, con o senza sottotetto abitabile, con struttura in cemento o in legno. Allo stesso tempo, il sughero in copertura permette anche un notevole abbattimento dei rumori aerei dall'esterno.

    Dove sia necessario garantire la calpestabilità, è possibile impiegare pannelli ICB rigidi, fissati o appoggiati. In alternativa, su superfici irregolari si può ricorrere al sughero tostato granulato, stendendolo così da adattarsi perfettamente alla soletta.

    Isolamento acustico

    Le caratteristiche del sughero di ottimo isolante acustico possono essere sfruttate si a livello di fono-isolamento che di fono-assorbimento.

    Gli impieghi più frequenti sono nei sotto massetti, e sotto pavimenti flottanti per la riduzione degli impatti calpestio, sotto le partizioni verticali per ridurre la trasmissione dei rumori per via strutturale.

    In abbinamento alla fibra di cocco, il sughero può essere impiegato come isolante acustico per ridurre la trasmissione dei rumori aerei, sia di alta che di bassa frequenza, attraverso pareti divisorie o solette.

    Il sughero, lasciato a vista, è un ottimo materiale fono-assorbente anche per la correzione acustica di ambienti interni. Recentemente, Amorim Isolamentos ha introdotto sul mercato pannelli faccia a vista lavorati con una macchina CNC a 4 assi, in grado di riprodurre ogni tipo di texture 3D, peremttendo di ottenere livelli di fono-assorbimento ideali.


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