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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Un tempo fattoria, poi allevamento equestre, Grace Farms a New Canaan nel Connecticut è oggi un vero e proprio habitat naturale di 80 acri con grandi prati aperti, numerose piante ed alberature, boschi, zone umide, stagni ed oltre 16 diverse specie di anfibi e rettili. All'interno della riserva naturale sorge The River di SANAA, un luogo di servizi pubblici, in cui la natura, l’arte e la comunità possono ritrovarsi e dar vita ad esperienze creative e rilassanti, che possono essere una semplice sosta alla caffetteria o un corso di arte per famiglie, così come una serie di eventi e di attività culturali a contatto con la natura.

    UN PARCO GIOCHI SUL TETTO DELLA BIBLIOTECA

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    The River: l'edificio di Sanaa

    All’interno di questo polmone verde si trova il The River, progettato dallo studio giapponese SANAA, un edificio minimalista, leggero, che ben si integra nel paesaggio fondendosi con l’orografia del territorio ed insinuandosi come un fiume all’interno dell’area naturale (non casuale la scelta del nome: river, in inglese, vuol dire fiume).

    L’edificio, dalle forme sinuose, ricorda un altro progetto di Seijima e Nishizawa ovvero il Serpentine Pavilion di Londra.  È caratterizzato da un design minimalista tipicamente giapponese, dai colori neutri e chiari come il bianco o il legno di rovere che riveste pavimenti ed arredi, si compone principalmente di pochi materiali: vetro, cemento, acciaio e legno, che si plasmano insieme generando uno spazio fluido ed accogliente.

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    La coperturaè il vero segno forte dell’intervento, con le sue curve richiama l’andamento di un fiume che scorre all’interno del parco seguendo il pendio e diventando un collegamento tra le diverse aree ed attività al coperto e le zone all’aperto. Diventa perciò un elemento continuo, fluido, ma sotto di essa si alternano passaggi coperti, che fungono quindi da filtro tra le aree a verde, e le diverse funzioni ospitate dal The river: un anfiteatro di circa 2000mq, uno spazio per la discussione e gli uffici della fondazione, spazi comuni come bar, ristorante, una sala conferenze interrata, una biblioteca, una palestra ed un padiglione polivalente per le attività multidisciplinari.  L’elemento centrale del progetto è dunque la copertura composta prevalentemente in legno, con travi lamellari di 30 metri che poggiano su pilastri di acciaio di circa 13 cm di diametro, in contrapposizione vi sono le chiusure verticali totalmente trasparenti e realizzate con grandi lastre di vetro curvo.

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    Così mentre la copertura, che segna il territorio, sembra galleggiare ed essere sospesa per aria, il resto dell’edificio scompare sotto di essa, lasciando libera la visuale da una parta all’altra del parco e tra un’attività e l’altra. Non interrompe la continuità, bensì la favorisce e permette una perfetta connessione tra le aree a verde e le aree attrezzate.  La natura avvolge perciò gli spazi, ed è visibile da tutte le stanze, è un aspetto importante che ben rispecchia l’anima della vita a Grace Farms: un luogo di contatto con la natura e tra le persone della comunità, in cui è possibile giocare, fare sport o attività ricreative e coltivare gli orti comuni.

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    Certificazione LEED ed accorgimenti bioclimatici

    L’edificio vanta inoltre alcuni accorgimenti bioclimatici per il risparmio energetico che gli varrà la certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design). Oltre al sistema geotermico integrato composto da oltre 55 pozzi geotermici a 150 metri di profondità, l’intero edificio è progettato secondo criteri ecosostenibili per il minor consumo di energia e il riuso delle acque piovane. Il progetto del verde e del paesaggio è nato dalla collaborazione tra SANAA e lo studio OLIN che da sempre si occupa di architettura del paesaggio.


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    Quando sostenibilità e creatività si incontrano non può che nascere qualcosa di speciale. Lo sanno bene gli organizzatori del concorso “Ecoidee”, che premia i talenti creativi in grado di creare pezzi di arredamento a partire dal riciclo di oggetti di scarto.

    Ad organizzare il concorso è Spazio Artèt_eco, un brand che nasce per diventare un punto di incontro tra designer ed aziende, professionisti ed istituzioni avvicinandoli attraverso la creatività, l’imprenditorialità, l’arte e l’economia. Spazio Artèt_eco è stato ideato dall’Associazione culturale Arcarte Lab Creative in collaborazione con Artèteco e con il sostegno di Fondazione CON IL SUD, il cui obiettivo primario è di formare giovani, appartenenti a fasce deboli e svantaggiate, sui temi legati alla produzione di elementi di arredo di design con l’apporto di artigiani e creativi e con l'utilizzo di materiali di scarto.

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    Il contest Ecoidee, organizzato da Spazio Artèt_eco è stato definito “un concorso di idee contro un concorso di colpa” perché gli oggetti che ne deriveranno non avranno contribuito ad aumentare i rifiuti, anzi avranno aiutato a sensibilizzare alla loro riduzione.

    Saranno premiati i complementi di arredo e gli accessori per la casa più originali e creativi, quelli che lascino meglio trasparire il messaggio di cui sono portatori: è importante riciclare, riutilizzare e restituire una nuova vita agli oggetti di scarto. I progetti dovranno essere funzionali e versatili, di semplice esecuzione e realizzabili a basso costo, in serie.

    Nel video, un esempio di riciclo creativo a partire da un contenitore di birra di nuova generazione ed una breve intervista al Prof. Riccardo Dalisi, architetto, designer e artista, al cui nel 2014 è stato assegnato il Compasso D’Oro alla carriera.

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    Partecipazione e premi

    La partecipazione al concorso è gratuita e non ristretta ai professionisti del settore ma aperta a ogni appassionato.

    Una giuria tecnica interna, composta da architetti e docenti universitari, selezionerà entro il 15 febbraio 2016 i lavori più interessanti dal punto di vista di originalità, innovazione e tecnica.  

    Con i progettisti dei lavori selezionati verranno stipulati contratti di royalties e gli oggetti considerati realizzabili verranno messi in produzione con il marchio “Spazio Artét_eco” e presentati nel 2016 ad almeno una fiera internazionale. (Salone del Mobile – Homi).

    Tutti i finalisti, verranno menzionati in un comunicato stampa che sarà inoltrato alle più importanti riviste internazionali di architettura e design, a giornalisti e a molteplici canali informativi.

    Per partecipare è necessario produrre 2 tavole A3 con viste quotate del modello (un’assonometria e una tavola illustrativa con render o vista prospettica) e fornire una descrizione del progetto che includa materiali e colori proposti.

    Per presentare gli elaborati occorre iscriversi al sito www.arteteco.it ed inviare le tavole all’email concorsi@arteteco.it entro la chiusura del bando, prevista per il 23 Gennaio 2016.

    Per saperne di più e scaricare il bando visitare la pagina Concorsi sul sito Arteteco. 


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    In Danimarca, a sud dell’arcipelago Fyn, è possibile godersi a pieno la natura grazie a cinquanta costruzioni in legno esclusivamente realizzate per una vita all’aria aperta ed ispirati alle abitazioni un tempo dei pescatori. 

    I rifugi sono collocati in 19 punti bene precisi: ogni posizione è accuratamente studiata in base ad un attento studio del paesaggio e delle sue prospettive. Questa disposizione, diffusa nei quattro comuni di Langeland, Ærø, Svendborg e Faaborg-Midtfyn, è stata garantita da un patto tra l’Agenzia del territorio della Danimarca ed il Ministero dell’Ambiente, in cui viene meno lo stato di area protetta delle suddette aree costiere. 

    CASA NA AREIA: AIRES MATHEUS RECUPERA UN VILLAGGIO DI PESCATORI

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    Nel progetto di LUMO Architects, che prende il nome di Shelters by he Sea, ogni rifugio è stato accuratamente selezionato e adattato all'ambiente circostante, in modo da costituire un landmark che, tuttavia, non interferisca con la qualità paesaggistica del sito. I rifugi sono situati molto vicino alla costa al fine di accogliere i vari visitatori provenienti dal mare.

    I punti di riferimento, adattabili ad ogni esigenza, divengono un sostegno delle attività durante tutto l'anno, contribuendo a incanalare il traffico e direzionarlo oltre le aree naturalmente vulnerabili. Allo stesso tempo, essi funzionano anche come base e punti di ritrovo per canoisti, pescatori, subacquei e surfisti.

    Ogni sito consiste in un riparo individuale o in un piccolo gruppo di vari rifugi, che da soli o in combinazione rafforzano la vicinanza alla vita all’aria aperta ed il legame con l’ambiente. Il concetto architettonico generale è stato quello di creare cinque differenti tipologie di edificio, sia dal punto di vista dimensionale che funzionale, che mantengano al tempo stesso una chiara relazione continua e spaziale tra loro.

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    Fonte d’ispirazione per il design e l’architettura sono i vecchi capanni dei pescatori, da cui sono stati anche ispirati i nomi: Pescatrice, con i suoi tre livelli e piattaforma integrata di bird-watching; Anguilla, un riparo per sei-sette persone che funge anche da spazio pic-nic per le classi scolastiche; Lombo, un rifugio per 3-5 persone dotata di soggiorno e spazio sauna; Platessa una suite per due ed, infine, Eelpout che funziona come toilette.

    Le varie scelte tipologiche sono state ideate per essere combinate tra di loro e per completarsi l’una con l’altra in diversi modi, creando così molteplici possibilità compositive e di utilizzo dei luoghi, prediligendo comunque lo spazio per una vita attiva all'aria aperta. I rifugi appaiono come corpi asimmetrici con linee angolate e sono coperti con assi di legno di grandi dimensioni e trattate con olio di catrame nero pigmentato. Le aperture, a forma di tondo, garantiscono il rapporto con la natura circostante ed il cielo.

    Il profilo angolare e tattile permette una ricca varietà nella progettazione del rifugio, aggiungendo flessibilità funzionale e facilitano le diverse esigenze dei fruitori dell’area. 

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    Nelle metropoli cinesi, soffocate dallo smog e dalla nuvola di polveri sottili che quotidianamente si eleva verso il cielo, pensare ad un mezzo di spostamento "pulito" sembrava più che altro affidarsi a un sogno. E invece è proprio Made in China il primo tram a idrogeno a impatto zero.

    Dallo scorso marzo il tram "pulito" corre sui binari di Tsingtao, una metropoli cinese che conta ben 3 milioni di abitanti, rivolta verso Corea e Giappone.

    Appena si vede il "tram che non inquina" un italiano tenderà a figurarsi nella mente una delle Frecce di Trenitalia. In effetti l'aspetto è proprio quello di un treno ad alta velocità, con un profilo morbido e proteso in avanti, in grado di tagliare l'aria come la lama affilata di un coltello, vincendo l'attrito che si genera. È arancione, modernissimo e velocissimo.

    MOBILITÀ ELETTRICA: IL FUTURO È VICINO?

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    Il tram a idrogeno: veloce e non inquina

    Il tram arancione può viaggiare ad una velocità di 70 chilometri orari, mantenendo ritmi abbastanza sostenuti per un tram cittadino. A realizzare l'abitacolo è stata l'azienda Sifang, appartenente alla China South Rail Corporation. All'interno sono stati realizzati 60 posti a sedere e 320 in piedi, così da garantire un trasporto comodo, agevole e veloce a ben 380 passeggeri. 

    Oltre alla rapidità e al design innovativo, ci sono altre caratteristiche che rendono il progetto particolarmente interessante dal punto di vista tecnologico ed economico. 

    Il tram, infatti, risulta essere interamente sostenibile sia per il fatto che il ricorso all'idrogeno lo rende un mezzo di trasporto totalmente a impatto zero, sia perchè consente di ridurre gli sprechi economici legati al rifornimento di carburante. Il treno consuma pochissimo, tanto che, con un pieno, è in grado di coprire una distanza di circa 100 chilometri, corrispondenti tre viaggi consecutivi di andata e uno di ritorno tra i capolinea.

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    Investimenti per il tram a idrogeno

    Nonostante le titubanze iniziali per un paese che ormai fatica a credere esista qualcosa di veramente pulito, il Governo cinese sembra essersi convinto delle potenzialità insite nel progetto del tram a idrogeno. A questo punto, tuttavia, subentra un problema di primaria importanza: la mancanza di binari. In tutti i 9.597.000 chilometri quadri di superficie cinese, infatti, sono soltanto 83 i chilometri coperti da binari predisposti al passaggio di questo tipo di veicoli e si trovano esclusivamente in sette città.

    Sarà stato proprio questo dato a spingere gli organi statali a stanziare quasi 30 milioni di euro per sostenere gli spostamenti attraverso l'idrogeno. L'obiettivo che il Governo della Cina si è posto è quello di incrementare il settore e di portare la lunghezza dei binari deputati agli spostamenti con tram a idrogeno a 1200 chilometri.

    Sicuramente la somma è molto ingente, ma i Cinesi sembrano rispondere bene alla proposta e le imprese che si sono impegnate nella produzione di questi mezzi di trasporto sono particolarmente fiduciose riguardo alla buona riuscita dell'iniziativa.

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    L'ideatore del tram a idrogeno: parla l'ingegnere Liang Jianying

    A realizzare il progetto del tram "del futuro" è stato un gruppo di ingegneri della Sifang capitanato da Liang Jianying, che ha descritto il lavoro condotto dai professionisti lungo e meticoloso. In due anni di studio e di sperimentazione, continua l'ingegnere, sono stati fondamentali i supporti ricevuti dagli enti e istituti di ricerca locali.

    Tra le prime città a vedere un tram a idrogeno sui binari urbani c'è stata Foshnan, l'anno scorso. Di fronte a questa proposta innovativa si è proceduto immediatamente all'incremento della linea ferroviaria e i lavori dovrebbero concludersi entro fine anno. L'investimento di Foshan ammonta a 72 milioni di dollari in favore della Sifang. Da questa collaborazione è nata una vera e propria partnership con l'obiettivo comune di fondare un centro di ricerca sull'idrogeno applicato ai mezzi di trasporto. 

    Sicuramente il progetto, a prescindere dalle opere pubbliche che si realizzeranno o meno, presenta un forte impatto innovativo, apre le porte ad una nuova fonte di energia per spostarsi da un posto all'altro e può costituire una strada più che valida per salvaguardare la salute della gente cinese, messa costantemente a dura prova da tutto quello che la modernità è in grado di liberare nell'atmosfera.

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    Fino ad oggi l'architettura ha emozionato, comunicato, rappresentato, divertito e affascinato. Oggi si può affermare che un'opera architettonica ha anche suonato. Il lungomare di Zara, in Croazia, infatti, non solo abbellisce un luogo che fino al 2005 era definito da un semplice muraglione in cemento, ma permette a passanti e turisti di ascoltare una piacevole melodia suonata dalle onde del mare.

    L'idea nasce dall'estro creativo e dalla genialità dell'architetto Nikola Bašić, che ha voluto trasformare in un organo azionato dalla pressione dell'acqua marina un luogo che, dopo la ricostruzione post bellica della città, è rimasto abbandonato, proprio fino alla realizzazione dell'opera.

    MUSICA DALLA PIOGGIA: L'EDIFICIO CHE SUONA QUANDO PIOVE

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    L'architettura-strumento è stata battezzata "Sea Organ", "Morske Orgulije" in lingua croata, ed è stata premiata, nel 2006, con un European Prize for Urban Space.

    Sea Organ: i tubi che cantano

    Il lungomare di Zara è lungo ben 70 metri e, all'interno degli ampi gradoni in marmo, sono installati 35 tubi in polietiliene di lunghezza, diametro e inclinazione diversa. In questo modo, quando le onde e il vento si infrangono contro la barriera marmorea, aria e acqua possono entrare nei tubi e generare un suono sempre diverso, dipendente non soltanto dal tipo di tubo coinvolto, ma anche dalle condizioni meteorologiche esistenti. 

    Dei fori praticati lungo le alzate dei gradoni permettono al suono di uscire dal sistema e agli spettatori di godersi l'ineguagliabile spettacolo che musica, mare e paesaggio riescono ad offrire. 

    L'intera opera è stata realizzata con materiali appositamente selezionati per garantire una buona qualità e diffusione del suono. Sono, inoltre, resistenti alle intemperie e alle condizioni climatiche che avrebbero potuto provocare danneggiamenti o addirittura distruzione degli stessi, soprattutto per azione della salsedine marina.

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    Il lungomare di Zara: sette "Sirene" che cantano verso il mare

    Proprio come le Sirene della mitologia, che incantavano i marinai con il loro dolce e soave canto, così i gradoni del Sea Organ ammaliano turisti e visitatori provenienti da tutto il mondo rivolgendo una piacevole melodia al mare croato. I sette salti di quota paralleli del Lungomare di Zara, infatti, si gettano nel mare sia fisicamente che con le loro note, direzionando la musica verso l'acqua e in direzione opposta al centro della città.

    La composizione dei vari podi segue una logica per cui ad ogni salto di quota si ha un cambio di passo, cosicché la sagoma della struttura mostri dei gradoni sfalsati tra di loro. 

    I primi tre filari sono i più lunghi, costituiti da sei passi che scendono fino ad arrivare ad una quota di due metri, punto di approdo delle navi da crociera. Dal quarto gradone, per tutti i successivi, l'alzata e il numero dei passi permettono alla massa marmorea di avvicinarsi lentamente al mare, di lasciarsi trascinare gradualmente in acqua dalle onde che giungono a terra spinte dalla corrente. 

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    Il Sea Organ è un organo anche nella forma

    La scelta della forma organizzata per sovrapposizione di gradoni non è stata dettata soltanto dalla topografia del terreno su cui l'opera è stata realizzata. I tubi inseriti all'interno dell'armatura in marmo, infatti, seguono anche nell'altezza, la forma di un vero organo. Questa scelta consente di avere i tubi di lunghezza diversa e di ottenere note differenti in base a come il mare decide di suonarle.

    Seguendo tale andamento anche con il rivestimento esterno e creando delle piccole terrazze che si diradano man mano che scendono verso il mare, Nikola Bašić ha ridisegnato il waterfront di Zara e gli ha dato una nuova funzione, oltre che una nuova vita. Il muraglione in cemento è stato sostituito da gradoni che si trasformano in sedute, che invitano gente del posto e visitatori occasionali a sedersi, a concedersi qualche minuto di tranquillità e a farsi cullare da una musica eseguita da un musicista d'eccezione: la natura.

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    Quando nel settembre 2013 Luca Scardulla e Federico Robbiano hanno deciso di fondare lo studio scardulla&robbiano_ArchitecturLab (llab) i due giovani si sono ispirati alle parole dell’architetto cinese Wang Shu: "Prima di essere architetto sii falegname". È nato così non un semplice studio ma un vero e proprio laboratorio, un luogo in cui progetti di falegnameria vengono seguiti dalla fase di ideazione fino alla vera e propria realizzazione.

    Fiore all’occhiello di questa architettura del “fare”, come la amano definire i due progettisti, è un locale commerciale nato dai pallet: il bar La Strega a Fidenza.

    ARREDI A COSTO ZERO CON I PALLET

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    Il bar in pallet: la sfida

    Quello del bar La Strega è un intervento di riqualificazione volto a coniugare le esigenze funzionali dettate dalla committenza con la ricerca di una nuova qualità spaziale in un ambiente preesistente fortemente connotato da una geometria stretta e lunga. L’apparente punto debole, dato dalla conformazione planimetrica, viene trasformato nel punto di forza di un progetto che mira, attraverso la creazione di un cono visivo, ad enfatizzare la profondità dell’ambiente in cui insiste.

    A tal fine una successione di nastri funzionali scandiscono lo spazio perpendicolarmente alla direzione prevalente accompagnando lo sguardo del cliente entrante verso il fondo del locale, fino alla finestra che affaccia sul cortile esterno.

    I tavolini rappresentano gli elementi terminali di tali “costole” le cui doghe lignee percorrono in maniera continua pareti e soffitto discostandosene solo in specifici punti per lasciare spazio a vani luce che conferiscono ulteriore enfasi all’ambiente; i 19 mm di distanza tra una doga e l’altra (tutte di larghezza costante pari a 55 cm) fanno da supporto agli elementi di arredo, sia fissi che mobili, e donano una certa flessibilità a un progetto dominato dal rigore geometrico.

    Elementi architettonici indispensabili ai fini dell’articolazione spaziale, le pareti attrezzabili acquistano così un valore anche funzionale, fondamentale per la tipologia del locale.

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    Il legno dei pallet come elemento unificatore

    Le tre diverse sezioni del bar (desk, stand-up e dining) vengono declinate con altrettanti linguaggi spaziali, differenti per dimensioni, funzione ed ambientazione, ma uniti da un unico filo conduttore: il legno.

    L’intervento è infatti quasi interamente realizzato con il legno di recupero dei bancali, circa 70, provenienti da aziende locali: una scelta emozionale, un rifiuto dello stile industriale per sottolineare la natura artigianale dei prodotti serviti ma anche un tributo all’intero territorio, alla sua economia e alla sua sensibilità nei confronti dell’ambiente.

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    Trattato in modo da conservare orgogliosamente i segni del tempo, testimonianza della natura viva del materiale, ogni elemento è stato realizzato a mano da llab, in estrema coerenza con la scelta dei progettisti di essere architetti-falegnami: dopo tutto un'opera “non si realizza con le idee, ma con le mani”. (Pablo Picasso)


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    Mi aggiro, cittadino osservatore, nella città asfaltata ormai luogo di espressione della volontà di una nuova ed ennesima generazione di parcheggiatori e produttori di cemento, in realtà politici forti della loro ignoranza. Esponenti di un non sapere collettivo che le loro azioni amplificano. Vedo un'epoca che scoppia di dinamismo. Non vuole saperne di pensieri, chiede soltanto azioni.

    Cammino sempre più convinto che questa energia, negativa e distruttrice, provenga unicamente dal fatto che non si ha nulla da fare, interiormente. A ben pensare, però, anche esteriormente ciascuno non fa altro che ripetere per tutta la vita la stessa identica azione: entra in un ruolo sociale, identificato da un'attività professionale e così continua per tutta la vita. 

    LA DECRESCITÀ PER RIDARE SPAZIO ALLA NATURA

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    Nei cittadini non c’è agitazione. Sono complici della diffusione del “metro cubo edificabile”, il virus degenerativo della città e del paesaggio, il nostro intorno, terra che tace come consapevole della forza che troverà, un giorno, per superare le torture subite. Questo virus, esaurito l’intorno di cui nutrirsi, il suolo, non potrà più crescere e darà inizio ad un processo auto-distruttivo. Il successivo passaggio sarà il collasso, un momento di crollo, di abbandono, di riappropriazione, in definitiva di felicità. E sarà una festa.

    Il limite di crescenza

    Questo pensiero ricorrente mi ha fatto riflettere sul “limite di crescenza” (R. Musil), misterioso limite che vale per la vita organica, per cui nessun animale cresce all’infinito. Noi, in quanto esseri umani, abbiamo la stessa misteriosa caratteristica e non continuiamo a crescere all'infinito, fisicamente non subiamo variazioni apprezzabili, infatti la nostra voce non avrà mai la forza di un megafono e così i nostri piedi e le nostre dita manterranno le loro dimensioni nel tempo. In quanto società, invece, siamo incapaci di accogliere il concetto di limite di crescenza e questo è evidente in svariati ambiti e discipline, dal design all’architettura, dalle dimensioni della città fino agli oggetti di uso comune, come le automobili. Ad esempio oggi un’utilitaria ha dimensioni paragonabili e spesso superiori a quelle di un'automobile di categoria superiore di solo qualche anno fa.

    Purtroppo, anche in architettura, è ormai pratica comune quella di creare qualcosa che sia sempre “più”. Più grande e più costoso del già costruito e che si distingua a tutti i costi gridando la sua presenza ai passanti.

    Dietro a questa crescita illimitata c’è un evidente problema culturale del mercato. 

    Stiamo vivendo un eccesso di barocchismo, seguendo i capricci di una clientela che non ha cultura ed è affascinata da forme fini a sé stesse, dove un’esuberanza di motivi porta i progettisti ad andare al di là dei rapporti proporzionali, della logica di pensiero e di produzione. L'essenziale è perduto, quell'idea di progetto che non era sinonimo di povero ma di coerenza, di intelligenza e leggerezza. In molte architetture si è perso il momento del silenzio, della riflessione e della stasi dell'edificio, capitolati sotto le richieste di una società desiderosa di chiasso e continuo movimento; siamo diventati incapaci dell'attesa e di sguardi curiosi, vuoti interiormente dobbiamo sempre stupirci per notare qualcosa. 

    Si è perduto in molte architetture il momento di silenzio, di riflessione e di stasi dell'edificio, capitolati sotto le richieste di una società che desidera chiasso e continuo movimento; incapaci dell'attesa e di uno sguardo curioso, vuoti interiormente dobbiamo sempre stupirci per riuscire a notare qualcosa.

    L'architettura, con il supporto della tecnologia, dovrebbe essere un gioco di proporzioni a volte spontanee e a volte ragionate, fatto di distanze, di luci e ombre che insieme danno vita ai materiali, creando specificità e caratterizzando un progetto. La sua arte è sempre stata riuscire a raccontare la società, rinnovandosi senza dimenticare le preesistenze, le persone e i loro luoghi.

    L'architettura creava luoghi per i cittadini, una forza che oggi è però andata perduta.


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    Alla luce dei primi segni di ribellione del nostro pianeta in risposta al continuo e irresponsabile sfruttamento a cui l'uomo lo sottopone, si stanno cercando sempre più insistentemente materiali edilizi efficienti e naturali. Il principio che guida questa ricerca è il riuso, il riciclo, il riutilizzo di oggetti, scarti di produzione, materiali altrimenti destinati al deperimento perché giunti alla fine del loro ciclo di vita.

    Le moderne industrie di produzione dei materiali edili a partire dal riciclo raccolgono questi "scarti", questi materiali ormai "morti" e regalano loro nuova vita.

    E' il caso della fibra di cellulosa. Stiamo parlando di un materiale ricavato dagli scarti di produzione dell'industria della carta e caratterizzato da buone prestazioni termiche e acustiche, al punto da essere impiegato in edilizia come isolante e riempimento.

    TUTTI I VANTAGGI DELLA NANOCELLULOSA IN EDILIZIA

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    Gli scarti della carta non sono rifiuti

    La principale fonte di reperimento della fibra di cellulosa è l'industria cartiera. Per ottenere la marchiatura CE deve essere estratta per oltre il 95% da quotidiani e non deve essere patinata. Agli scarti di produzione vengono aggiunti sali minerali. Questa operazione è regolata dalla normativa Europea che prevede il ricorso, in particolare, al sale di boro in polvere. La percentuale relativa a questo sale deve essere pari ad almeno il 5,5% e incide sul peso complessivo della fibra per l'8-20%. 

    Il sale borico è fondamentale nella produzione della fibra di cellulosa perchè aumenta la resistenza al fuoco, aspetto che, com'è facilmente intuibile, altrimenti costituirebbe il tallone d'Achille del materiale. Ecco perchè la quantità del sale minerale è regolata in maniera così rigida e occorre prestare particolare attenzione all'acquisto del materiale giusto per evitare di incappare in prodotti di scarsa qualità e non conformi alle normative vigenti.

    Applicazioni edili della fibra di cellulosa

    Nel campo edile la fibra di cellulosa viene inserita principalmente per garantire l'isolamento termico ed è applicata su pareti, soffitti, pavimenti e coperture. Il suo utilizzo è regolato dalla normativa europea UNI EN 15101-1:2013 che, molto dettagliatamente, descrive proprio il tipo di prodotti in fibra di cellulosa da applicare negli edifici e per quali elementi costruttivi è preferibile ricorrere a questo sistema di isolamento.

    La legge, in particolare, stabilisce le prove a cui i prodotti devono essere sottoposti per permettere agli esperti di valutarne la conformità, garantire la marcatura e fornire l'etichettatura. Il limite minimo di conduttività termica, con temperatura di riferimento pari a 10° C, stabilito affinchè il materiale sia definito "a norma" è di 0.060 W/(m K) e la resistenza termica deve risultare minore di 0,25 m2 K/W.

    La fibra di cellulosa può essere acquistata sotto forma di fiocchi, grani e pannelli.

    La fibra di cellulosa in fiocchi

    I fiocchi di cellulosa si producono pressando le fibre e vendendo il risultato in sacchi preconfezionati. La fibra di cellulosa in fiocchi è utilizzata per riempire le cavità presenti nelle coperture, nei solai lignei e nelle pareti composte da montanti a cui sono applicati pannelli di legno. In questi casi l'applicazione avviene principalmente per insufflaggio con successiva pressione all'interno delle cavità, così da creare un materiale sufficientemente compatto. In alcuni casi i fiocchi potrebbero essere inumiditi con un leggero spruzzo di acqua prima di essere compattati e lo spessore del riempimento non deve superare i 20 cm.

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    La fibra di cellulosa in pannelli

    I pannelli si ottengono aggiungendo resina di pino o solfato di alluminio oppure sulfonato di lignina, tutti leganti, oltre a fibre di poliolefine e juta che, invece, fungono da stabilizzanti. Le miscele ottenute vengono pressate a vapore, lasciate essiccare e poi tagliate nelle dimensioni standard con cui i pannelli vengono venduti sul mercato.

    La fibra di cellulosa in pannelli viene applicata con appositi distanziatori, quando ha il compito di isolare i travetti, oppure può essere inserita tra montanti di legno e travetti. Il difetto maggiore dei pannelli è quello di essere molto fragili al taglio, durante il quale tendono a sfaldarsi e a produrre molta polvere. E' indicato, a tal proposito, l'utilizzo di una mascherina apposita.

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    Le prestazioni della fibra di cellulosa: vantaggi e svantaggi 

    La fibra di cellulosa, con il suo coefficiente di conducibilità termica pari a 0.032, si presenta come un'ottima barriera rispetto al freddo e impedisce la formazione del ghiaccio. 

    Allo stesso modo, le sue prestazioni sono ottimali rispetto al caldo. La fibra di cellulosa ha, infatti, una densità compresa tra 55 ai 60 km/m3, valori che assicurano un perfetto isolamento termico rispetto al calore. Quest'ultimo viene contrastato da una percentuale di smorzamento pari al 70%: il calore che riuscirà a penetrare nell'edificio verrà "smorzato", ridotto del 70% rispetto alla sua entità se non fosse presente l'isolamento in fibra di cellulosa.

    E' particolarmente resistente all'umidità, caratteristica nella quale trova giustificazione il suo utilizzo nei sottofondi dei pavimenti. Non teme, infatti, l'umidità proveniente dal terreno nè quella di risalita sulle pareti. La sua natura, al contrario, permette alla fibra di cellulosa di immagazzinare acqua e di migliorare il microclima interno dell'edificio. 

    Abbatte il rischio della creazione di condensa e reagisce bene all'escursione termica tra giorno e notte. Accumula calore quando la temperatura esterna è maggiore, di giorno, e la rilascia quando cala, durante la notte.

    Nonostante derivi dalla carta, la fibra di cellulosa è ignifuga, grazie all'aggiunta del sale di boro. Lo stesso materiale garantisce un'azione naturalmente repellente nei confronti di funghi, insetti e ratti.

    Ultimo vantaggio, ma non meno importante, la fibra di cellulosa è un materiale isolante completamente ecosostenibile e rispettoso dell'ambiente per via del suo processo di produzione, che avviene esclusivamente per riciclo. L'energia necessaria per la realizzazione della fibra, inoltre, è minima, contribuendo al principio del contenimento energetico per limitare i danni che l'industria arreca al pianeta.

    Per quanto riguarda gli svantaggi che caratterizzano la fibra di cellulosa, questi non possono essere definiti "oggettivi", in quanto strettamente legati alla posa in opera del materiale. In Francia, infatti, la fibra di cellulosa è stata messa più volte sotto accusa da due enti preposti al controllo dei materiali edili: la AQC - Agence qualité construction e la C2p - Commission Prevention Produits. Il dubbio era che la fibra di cellulosa potesse essere, a lungo andare, dannosa per chi occupava gli edifici in cui era presente. In realtà gli studi hanno poi dimostrato che questo rischio dipende dalla posa in opera che, dovendo essere realizzata a regola d'arte a fine di non arrecare danni alla salute delle persone, va affidata tassativamente ad un esperto qualificato nel settore.

    Sebbene in Italia non siano presenti casi accertati in tal senso, è sempre comunque preferibile rivolgersi a personale esperto. 

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    Con l’approssimarsi dell’arrivo dell’inverno e del freddo potrebbe apparire fuori luogo parlare dell’acquisto di condizionatori e dei benefici di queste macchine in termini energetici.

    In realtà gli apparecchi comunemente chiamati condizionatori, ossia macchine in grado di ridurre la temperatura di un ambiente, sono generalmente dei veri e propri climatizzatori, cioè macchine che possono essere utilizzate tanto per riscaldare quanto per raffrescare l’aria in un ambente, oltre che per regolare un importante parametro legato alla qualità dell’aria e al comfort interni: l’umidità.

    La versatilità dei climatizzatori, che li rende utilizzabili in tutte le stagioni e la grande semplicità di installazione rispetto ad altre tipologie di impianti di riscaldamento e/o raffescamento, ideale nel caso di ristrutturazione di immobili, hanno determinato negli ultimi anni il loro successo e la loro diffusione non piú soltanto nel settore terziario a anche e soprattutto in quello residenziale.

    Climatizzatori: le agevolazioni fiscali

    Di questo vero e proprio fenomeno si è accorto anche il legislatore che, non a caso, ha inserito l’installazione dei climatizzatori tra le tipologie di intervento che possono usufruire di agevolazioni fiscali di diverso tipo:

    • detrazione Irpef al 50% per installazioni effettuate in immobili ad uso abitazione;
    • detrazione Irpef al 65% per interventi volti alla riduzione dei consumi energetici in immobili ad uso abitativo e non (in tal caso il climatizzatore deve sostituire integralmente o parzialmente l’impianto di riscaldamento esistente);
    • riduzione dell’IVA al 10% per l’acuisto di “beni significativi” quali sono i climatizzatori (l’Iva al 10% si applica solo sino a concorrenza del valore della manodopera e degli altri materiali. Per la parte eccedente tale valore si applica l’Iva ordinaria al 22%).

    Per tutti i dettagli sulle agevolazioni fiscali previste per l’installazione dei climatizzatori è consigliabile consultare la guida alle agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie disponibile sul sito ufficiale dell’Agenzia delle Entrate.

    A rendere appetibile l’acquisto di un climatizzatore non sono però soltanto le agevolazioni fiscali di cui , come visto, é possibile usufruire, ma anche la grande varietà di prodotti presenti oggi sul mercato, la quale permette di individuare un prodotto adeguato alle proprie esigenze (potenza, consumi, volume da riscaldare/raffrescare) e, perchè no, alle proprie tasche! Una vasta gamma di prodotti è disponibile nella sezione di Climamarket dedicata ai climatizzatori.  

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    On-Off o Inverter. Quale climatizzatore scegliere?

    Ed ecco un consiglio a nostro avviso ecosostenibile ed utile a chi rischia di perdersi tra la moltitudine di modelli reperibili sul mercato.

    Esistono due grandi famiglie di climatizzatori, quelli a tecnologia on-off e quelli a inverter.

    Alla tipologia on-off appartengono i climatizzatori che operano in regime di accensione al massimo della potenza fino al raggiungimento della temperatura desiderata per poi spegnersi una volta che tale temperatura è stata raggiunta (determinando cosí un immediato calo o aumento della temerpatura e riaccensione del climatizzatore!).

    I climatizzatori inverter invece, sono invece in grado di ridurre la potenza assorbita dal compressore una volta raggiunta la temperatura impostata e di mantenere quest’ultima costante evitando che il climatizzatore si spenga e riaccenda lavorando al massimo della sua potenza.

    A fronte di un costo di acquisto di poco superiore ad un modello on-off di analoga potenza, un climatizzatore ad inverter è in grado di assicurare ottimi risultati pur contenendo il consumo energetico ad esso associato permettendo di ottenere una riduzione dei consumi fino al 30% nel caso di utilizzo prolungato dell’impianto.


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    Una vecchia rimessa per barche sulla costa occidentale norvegese, nel villaggio di pescatori di Vikebygd, è stata reinterpretata dallo studio di progettazione di Oslo Koreo Arkitekter e Kolab Arkitekter, e tramutata in dimora per il tempo libero.

    L’impianto della costruzione è rimasto intatto, anche se è stato ampliato nella parte posteriore ed è stato rivestito con una nuova pelle di listelli di pino combinati a policarbonato traslucido. Il profilo della struttura, con tetto a due falde simmetriche e grandi portoni che guardano il mare, non ha cambiato fisionomia.

    La rimessa diventata studio di architettura: il progetto di 3XN

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    Di giorno l’effetto è di un capanno sulla riva come tanti altri, la sera l'edificio si accende come una lanterna e illumina lo specchio d’acqua.

    I progettisti hanno chiamato questo piccolo edificio in norvegese “Naust”, “la rimessa” per barche, e hanno avuto il preciso compito di convertirlo in uno spazio più adatto al tempo libero. Dato che il settore della pesca è in declino e quello turistico in ascesa, questi piccoli cottage sul mare sono diventati appetibili per essere convertiti in case per il tempo libero.

    I progettisti hanno iniziato a confrontarsi con questi manufatti e con le problematiche proprie della trasformazione e del riuso: in Norvegia, la costa è considerata di proprietà della comunità e i regolamenti urbanistici sono molto conservatori nel normare questo tipo di strutture, sia per quanto riguarda le dimensioni, l’uso e l’aspetto. Come spesso accade, il sistema legislativo è in ritardo rispetto alla vita reale.

    Ma spesso i vincoli stimolano l’ingegno dei progettisti che riescono a raggiungere comunque un buon risultato.

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    La prima mossa progettuale è stata quella di “estrudere” nella parte posteriore il volume della struttura, creando uno spazio riparato dietro la rimessa, un giardino d’inverno. I 40 metri quadrati di edificio risultanti sono stati totalmente rivestiti: la parte anteriore, originaria, è stata ricoperta da listelli di pino massello locale, mentre nella parte posteriore le lamelle di pino sono più rade e il policarbonato lascia filtrare la luce tra interno ed esterno.

    Anche le finestre sono in plastica trasparente e, se di giorno sono quasi invisibili, di notte illuminano la riva grazie alla luce proveniente dalla ex rimessa: una grande apertura nel muro occidentale crea un filtro tra la terrazza interna e la pietra sul lato ovest.

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    All'interno, il livello del pavimento è stato soprelevato e, se nella parte anteriore è in cemento, nel giardino d’inverno e all’esterno è stato scelto di posare la pietra. Nelle pareti perimetrali sono state ricavate delle sedute e mensole, fornendo ai visitatori delle superfici flessibili. Spazi e nicchie sono stati destinati anche a ricovero della legna per alimentare la grande stufa che divide la stanza principale dal giardino d’inverno.

    Discreto edificio di giorno, quasi mimetizzato tra gli altri depositi, di notte si anima e diventa il protagonista della costa.

    Cara vecchia rimessa abbandonata, sei stata recuperata e ora di notte brilli come una star!


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    Dopo l’auto, a Milano si condivide anche lo scooter. Un servizio efficiente e sostenibile che consente di spostarsi agevolmente in città.

    La mobilità sostenibileè uno delle caratteristiche imprescindibili di una città smart. A Milano, tra le città italiene più moderne da questo punto di vista, dal 2013 è stato avviato un Piano di Mobilità sostenibile (il PUMS) con lo scopo di rendere la città più efficiente e sostenibile e avvicinare le zone extra urbane al centro cittadino. Il piano prevede, tra l’altro, un potenziamento delle linee metropolitane, dei servizi di condivisione dei mezzi di trasporto, interventi per la valorizzazione degli spazi urbani e per l’eliminazione delle barriere architettoniche.

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    Alla fine dello stesso anno del lancio del Piano di Mobilità sostenibile, il 2013, a Milano Eni ha inaugurato un servizio di  car sharing, Enjoy, con una flotta attualmente composta da quasi 900 automobili rosse (Fiat 500 e 500L) e 250 mila iscritti. Il servizio, che permette di condividere l’auto con altri cittadini, ha reso l’azienda vincitrice del Premio Impresa Ambiente per la categoria “miglior prodotto” per stimolare comportamenti sostenibili nel rispetto ambientale e di responsabilità sociale.

    Il sistema è molto intuitivo e semplice da usare. Diversamente dal car sharing tradizionale, Enjoy consente di noleggiare una vettura in qualsiasi momento, prendendola in qualsiasi punto della città, utilizzarla per il tempo che si vuole e poi lasciarla dove si preferisce, all’interno di un’area stabilita. Non ci sono ricevute da stampare, tessere in plastica che dimostrano l’iscrizione al servizio. E’ tutto online e funziona tramite un’app per smartphone e una volta in auto il riconoscimento avviene attraverso il pin personale.

    Il servizio di scooter sharing

    Dopo le automobili condivise, il 2015 ha portato una vera rivoluzione: quella degli scooter condivisi, anch’essi rossi come le auto. Non si tratta di scooter ordinari ma di 150 mezzi a tre ruote sviluppati da Eni in collaborazione con il Gruppo Piaggio e Trenitalia per garantire ottime caratteristiche di sicurezza (tre ruote, raggiunge un limite di velocità massimo di 90 chilometri orari, si noleggia con due caschi, è dotato di telecamere anteriori e posteriori) e perfetto per lo “sharing” (con pratiche cuffiette igieniche monouso).

    Scooter condivisi Enjoy

    Anche il noleggio degli scooter è semplicissimo e si basa sull’utilizzo di un’applicazione per cellulare: si può prendere lo scooter dove si preferisce per lasciarlo al termine dell’utilizzo in un qualsiasi parcheggio consentito all’interno dell’area di copertura. Il parcheggio è gratuito negli stalli riservati agli scooter all’interno del Comune di Milano e nelle aree dedicate presso le Eni Station cittadine.

    Un video in cui il direttore del Post, Luca Sofri, alla guida di una delle vetture rosse condivise, riassume la storia di Enioy, i traguardi raggiunti e le prospettive future insieme all’Amministratore Delegato di Eni, Claudio Descalzi, racconta al meglio la filosofia di questo rivoluzionario servizio:

    {youtube}u3ziJnfOrto {/youtube}

    Il servizio di car sharing, dopo il successo riscosso a Milano, dove i noleggi hanno raggiunto i 5 milioni, è stato esteso in altre città d’Italia: Roma, che conta 600 vetture, Torino, 400 e Firenze, con 200 automobili. Restiamo fiduciosi che accada lo stesso per i rossi mezzi a due ruote, così usati in tutta Italia. 


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    Sulla scia dell’interessante iniziativa promossa dal Gruppo Ferrovie dello Stato che prevede l’adozione di uno dei tanti immobili adibiti a stazione ferroviaria ormai dismessi, sparsi in tutta Italia.

    Sullo stesso filone del recupero di immobili dismessi per usi sociali, pochi giorni fa, Mit, Mibact con Anas e Demanio hanno sottoscritto un accordo per riqualificare e riusare le note Case Cantoniere famose per il loro colore rosso pompeiano.

    LA RIGENERAZIONE URBANA DELLA LINEA FERROVIARIA CHE COLLEGA LA LIGURIA DA EST A OVEST

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    Il recupero delle Case Cantoniere

    Quelle che un tempo nacquero con la funzione di alloggi di servizio per coloro che si occupavano della manutenzione delle strade statali, sotto l’egida dell’Anas, oggi sono inutilizzate per cui se ne è previsto un riutilizzo in chiave turistica per promuovere il turismo in Italia in chiave ecosostenibile .

    Gli usi che si potranno fare di questi singolari immobili saranno legati a varie attività che uniranno la promozione enogastronomica a quella dei servizi per la mobilità dolce, l’accoglienza turistica per i disabili alla divulgazione di attività legate all’arte .

    Il protocollo stipulato tra gli enti promotori prevede innanzi tutto la stesura delle linee guida per mettere in pratica quello che sarà il progetto pilota. Verranno in principio stimate gli interventi e gli effetti del recupero di ben 1.244 case cantoniere per poi partire con una prima azione di valorizzazione di una trentina di esse. La via Francigena sarà il primo tratto ad essere preso in considerazione per via del proprio valore storico. In seguito si passerà all’analisi, rispettivamente, del Cammino di San Francesco (La Verna-Assisi), del Cammino di San Domenico, del Circuito del barocco in Sicilia, della Ciclovia del Sole (Verona-Firenze), della Ciclovia Ven.To (Venezia-Torino). La zona Lombarda sarà indirizzata verso il turismo sportivo.

    Le case cantoniere del sud invece saranno indirizzate verso la promozione dell’enogastronomia.

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    I soggetti coinvolti e da coinvolgere

    Mit (Ministero Infrastrutture e Trasporti), Mibact (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo),  Anas (Azienda Nazionale Autonoma delle Strade), Demanio sono i promotori dell’iniziativa, rispettivamente coordinati da Graziano Delrio (ministro delle Infrastrutture), Dario Franceschini (ministro dei Beni e delle Attività culturali), Gianni Vittorio Armani (presidente di Anas) e Roberto Reggi (direttore dell'Agenzia del Demanio).

    Gianni Vittorio Armani  dice che "Si tratta di un patrimonio che Anas non vuole dismettere ma valorizzare. L’accordo di condivisione mette a fattor comune le risorse, in parte del Demanio e in parte di Anas, per trovare un modello di business compatibile con le strutture immobiliari e per promuovere un turismo sostenibile, garantendo la migliore fruibilità delle infrastrutture".

    Come partecipare al progetto di recupero delle Case Cantoniere

    L’Anas ha ufficialmente comunicato che è online il sito web www.casecantoniere.it su cui potersi informare sull’evoluzione del progetto. Terminata la prima fase di analisi e implementazione del sistema organizzativo verrà pubblicato il bando per la gestione dei primi immobili. Si prevede la data del 30 giugno 2016 come termine per la stesura del progetto e a seguire l’avvio dei relativi bandi.

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    Per il momento gli enti promotori si stanno spendendo per trovare dei partner che riescano a fornire degli appetibili brand per gli interessati non solo a gestire le case cantoniere ma anche per i fruitori futuri; parliamo di obbiettivi che vedono come temi l’energia, il cibo, il ristoro fisico e spirituale, nonché la mobilità sostenibile. Un pubblico internazionale insomma, che possa restare soddisfatto e innescare il cosiddetto effetto a catena nella promozione del “sistema case cantoniere”.

    Roberto Reggi, direttore del Demanio dichiara: "Come abbiamo fatto con il progetto dei Fari, lo Stato torna protagonista nella rifunzionalizzazione degli immobili, creando valore che potrà essere messo in rete con altri immobili pubblici. Per le Case Cantoniere il Demanio darà un supporto tecnico per la regolarizzazione catastale e urbanistica e per il rapporto con gli enti locali. Non solo, collaboreremo per mettere in rete altri immobili in stato di degrado contando sulla collaborazione con i privati per il recupero e la promozione".

    Rispetto al progetto dei Fari però le Case Cantoniere saranno riqualificate dal pubblico e poi solo in seguito date in gestione a soggetti privati.

    La tutela degli immobili messi a bando

    Anas ha già messo a punto un progetto-tipo di una tipica casa cantoniera di due piani dove possano essere integrate funzioni terziarie e di accoglienza turistica di tipo popolare, sul modello degli ostelli della gioventù.

    Ma niente paura, le case cantoniere manterranno la loro integrità e unicità estetica.

    Il ministro Franceschini si è già dichiarato propenso a spendersi per la tutela di questo patrimonio nazionale: "Ho già dato indicazione alle Soprintendenze per mantenere il colore rosso, conservare le scritte, per tutelare il bene che solo così potrà diventare un segno nel territorio. Mi auguro - ha aggiunto - che qualche imprenditore colga l'opportunità per immaginare anche una catena, sempre mantenendo integro il patrimonio e garantendo la riconoscibilità di un progetto italiano".

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    La parola “Tsumiki”, in lingua giapponese, sta ad indicare dei blocchetti di legno, di quelli che siamo abituati a vedere per le costruzioni e i giochi per bambini. È proprio questo il concetto da cui l’architetto giapponese Kengo Kuma ha deciso di trarre ispirazione, per poi utilizzarlo nello Tsumiki Pavilion, una struttura temporanea allestita nel mezzo di un parco cittadino, in occasione dell’edizione 2015 della Tokyo Design Week, la trentesima per questa attesa manifestazione giapponese.

    UN PADIGLIONE VIVENTE PER I GIOCHI DEI BAMBINI

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    L’insieme è incantevole: nel bel mezzo di Tokyo, in un’area verde molto curata a prato con grattacieli e palazzi alti sullo sfondo, si delineano le figure lignee del padiglione dalla geometria semplice e armonica.

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    I blocchetti di legno, di forma triangolare, sono stati assemblati in occasione della settimana del design di Tokyo per creare una piramide circondata da un semicerchio, quest’ultimo formato da pezzi gradualmente più piccoli, ottenendo così un suggestivo effetto tunnel.

    Proprio come un parco giochi a grande scala, lo Tsumiki Pavilion di Kengo Kuma è concepito per accogliere e divertire adulti e bambini, i quali possono interagire con la piramide e il tunnel, o con i singoli pezzi che li compongono. I blocchi modulari in legno di varie dimensioni, sono sistemati in modo da incoraggiare i visitatori ad entrare in contatto con la struttura, camminandoci dentro, toccandola, passandoci attraverso. Inoltre, grazie agli incastri predisposti, gli tsumiki possono essere combinati a formare una grande varietà di figure, dando così spazio alla propria fantasia.

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    Il progetto è stato realizzato da Kengo Kuma con la collaborazione dell’organizzazione giapponese More Trees, che si batte per la conservazione e la salvaguardia delle foreste: i blocchi sono in legno di cedro, raccolto e lavorato nel rispetto delle norme di certificazione FCE (Forest Stewardship Council).


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    Avete mai desiderato vivere in una “Hobbit House”? O semplicemente essere più vicini alla natura e magari vivere sotto il vostro giardino, i vostri fiori e i vostri alberi? Riuscite ad immaginare di vivere in una piccola casa eco-friendly, assemblata in soli 3 giorni e ad alta efficienza energetica, ma con tutti i comfort di una casa convenzionale? 

    Non parliamo in questo caso di progettazione di tetti verdi, di cui siamo oramai abituati a leggere sempre più di frequente e la cui tecnologia è sempre più spesso presente all’interno delle nuove costruzioni, sia pubbliche che private, ma questa volta parliamo di integrazione tra prefabbricazione e coperture verdi.

    CASA DEGLI HOBBIT: IN GALLES QUELLE A BASSO IMPATTO

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    La copertura verde delle "case degli Hobbit"

    Le "case degli Hobbit" sono costituite da moduli prefabbricati in fibre polimeriche rinforzate, durevoli, flessibili e impermeabili, assemblabili in tre giorni e ricoperti con terreno vegetale per creare flessibili spazi verdi. Le strutture sono naturalmente resistenti agli agenti atmosferici, non sono soggette a corrosione, sono resistenti al fuoco e non tossiche.

    Il modulo base ha la forma di un guscio e le pareti sono fiancheggiate da terra rinforzata. Il guscio può essere coperto con piante di dimensioni medie, come ad esempio quelle per la produzione di frutta e verdura, e ciò fornisce l'isolamento necessario per mantenere l'interno fresco in estate e caldo in inverno.

    Le case così realizzate sono adatte per i climi più caldi, se ricoperte di sabbia, e per climi freddi, con uno strato di terra destinato ad essere coperto di neve.

    Il vantaggio di questo tipo di costruzione è quello di riuscire a raggiungere un'adeguata ventilazione e impermeabilizzazione, con gusci forti, impermeabili e modulari che collaborano strutturalmente con la terra. Infatti, il terreno presente sui lati delle strutture e sul tetto collabora con la stabilità e la resistenza della struttura finita, invece di essere un carico permanente.

    La casa che si assembla in 3 giorni

    In fase di costruzione, ogni pannello della casa è avvitato agli altri attraverso lembi forati, sigillato e ancorato alla fondazione. In qualsiasi momento e punto, possono essere aggiunti allo scavo cavedi e canali per gli impianti elettrici, idrici o per la ventilazione meccanica. L’assemblaggio è così facile che non richiede manodopera specializzata né attrezzature pesanti. 

    La modularità fa sì che si possa iniziare con una composizione di piccole dimensioni, per poi procedere all’espansione dell’abitazione.

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    L'UNESCO, nel novembre del 2015, ha inserito tra i siti da tutelare anche il Parco Nazionale del Pollino, che con i suoi 192 mila ettari detiene il primato di parco nazionale più esteso d'Italia. Il 16 novembre 1972 la Conferenza generale dell’UNESCO adotta la Convenzione sul patrimonio dell’umanità, un documento che ha l’obiettivo di individuare luoghi del nostro pianeta distinti per le loro peculiarità e per la loro importanza sotto il profilo naturale e culturale. La convenzione si prefigge anche lo scopo di tutelare questi territori così unici e di impegnarsi affinché anche la popolazione mondiale ne riconosca l’eccellenza e si prodighi per mantenere intatta la loro bellezza.

    Da quel giorno l’UNESCO ha avviato un’intensa attività di ricerca, raccogliendo sotto la sua ala ben 1007 siti distribuiti in 161 Stati del mondo. Di questi 779 sono beni culturali, 197 sono beni naturali e 31 rientrano in entrambe le categorie.

    I PONTI DI LIANE PATRIMONIO UNESCO IN INDIA

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    A detenere il primato per numero di siti UNESCO all’interno del suo territorio è proprio l’Italia che, con i suoi 51 siti attualmente riconosciuti, guarda dal gradino più alto del podio la Cina, seconda, e i suoi 48 siti e la Spagna, terza in classifica, con 44 aree tutelate.

    Lo scorso 17 novembre, a Parigi, l’UNESCO è tornato a dibattere sul tema dell’individuazione di aree denotate da “unicità” in occasione della 38° Sessione Plenaria della Conferenza Generale. Alla chiusura dei lavori era entrati a far parte dei siti tutelati dall’Organizzazione anche un gruppo di Geoparchi individuati a livello mondiale. Ne è derivata una nuova categoria, UNESCO Global Geoparks, che, tra le 120 aree tutelate in tutto il pianeta, conta ben dieci Geoparchi italiani.

    Il Parco Nazionale del Pollino diventa patrimonio UNESCO 

    Tra i Geoparchi prescelti spicca il nome del Parco Nazionale del Pollino, una riserva di 192 mila ettari condivisi da Calabria e Basilicata, più precisamente dalle province di Matera, Potenza e Cosenza.

    Il Parco Nazionale del Pollino è ilpiù grande parco naturale italiano ed è anche la maggiore area protetta del nostro paese.  Sono state tante le motivazioni che hanno spinto la commissione esaminatrice a scegliere il Parco del Pollino, tra cui la biodiversità che caratterizza flora e fauna locali, i paesaggi incontrastati che si possono ammirare dalle cime montuose ad oltre 2000 metri s.l.m., la possibilità di poter spingere l’occhio nudo fino alle coste lambite dai due mari che abbracciano le regioni ospitanti. La presenza dell’uomo in quest’area si è sempre mantenuta discreta e rispettosa, cercando di convivere con la natura circostante e facendo attenzione a non compiere alcun gesto violento nei confronti del territorio.  È con questo spirito che, dal 1993, si è deciso di tutelare questa vasta area identificandola con il simbolo del Pino Loricato, particolare specie arborea diffusa, in Italia, esclusivamente sulle vette delle montagne che delineano lo skyline del parco. Altri esempi di Pino Loricato si riscontrano soltanto nei Balcani.

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    Il Parco Nazionale del Pollino: flora, fauna, paesaggio e cultura

    La riserva del Pollino include al suo interno ben 56 comuni, dei quali 24 si trovano in Basilicata e 32 in Calabria. Soltanto due dei comuni lucani sorgono in provincia di Matera. Sono presenti diversi siti di interesse storico-archeologico, come Castelluccio Inferiore, Viggianello e Rotonda, in Basilicata, Castrovillari, Laino Borgo, Mormanno e Papasidero, in Calabria.

    Il Parco Nazionale del Pollino ospita diverse specie di alberi particolarmente affascinanti: l’abete bianco, il faggio, il pino nero e l’acero, oltre al famosissimo Pino Loricato. Sono presenti, inoltre, castagni, querce ed erbe officinali aromatiche, quali timo, lavanda, santoreggia e issopo, in perfetto stile "macchia mediterranea".

    In questo habitat d’eccezione trovano dimora animali ormai estitnti nelle zone montuose, come il nibbio reale, il gracchio corallino, il nibbio nero e il capovaccaio.

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    L'UNESCO e la Geodiversità: la tutela della natura come obiettivo primario

    La data del 17 novembre 2015 rappresenta per il Parco Nazionale del Pollino e, in generale, per tutti i parchi italiani, un importante traguardo raggiunto agli occhi della comunità internazionale. L’obiettivo primario della formazione della categoria Unesco Global Geopark è quello di diffondere una maggiore consapevolezza della Geodiversità di queste riserve naturali e di individuare la strada migliore per tutelarli e preservarli al loro stato attuale. Già nel 2004, quando si era tenuta, in Cina, la prima Conferenza Internazionale sui Geoparks, era stata istituita una Rete Globale dei Geoparchi. Il punto di partenza era stato un programma UNESCO datato 1998, ma la gestione dell’evento era affidata alla Divisione Scienza della Terra, ente costantemente impegnato nella ricerca di un metodo ti tutela dei doni gratuiti offerti dal pianeta e nel tentativo di promuoverne l'attuazione a livello mondiale.

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    Parco Nazionale del Pollino: orgoglio e spinta al miglioramento

    Il Presidente del Parco Nazionale del Pollino,Domenico Pappaterra, si è mostrato subito entusiasta del risultato ottenuto. “Rappresenta oltre che motivo di orgoglio per il nostro territorio, anche un fondamentale impulso alla corretta gestione, tutela e valorizzazione della Geodiversità e del sistema ambientale-culturale del Parco del Pollino.”, ha affermato Pappaterra. Ringraziando chi ha voluto che questa fetta di terra a cavallo tra Basilicata e Calabria entrasse a far parte della rete mondiale dei Geoparchi “marchiati” UNESCO, il Presidente spiega che, concretamente, il titolo ottenuto permetterà di attuare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030, intenzioni universalmente condivise per favorire lo sviluppo consapevole a livello internazionale.

    Il Parco del Pollino, intanto, si è già rivolto al Presidente della Commissione Nazionale UNESCO per chiedere, nel 2016, un Forum Nazionale dei Geoparchi, come ha confermato lo stesso Pappaterra. Tra gli invitati all’evento figura anche l’ambasciatrice italiana dell’associazione no profit, la dottoressa Vincenza Lomonaco, a cui si intende dare dimostrazione del fatto che l’opportunità offerta al parco calabro-lucano sarà sfruttata subito e con grande entusiasmo, per cercare di contribuire, anche in minima parte, a fare del mondo un posto migliore rendendo migliore la natura che lo caratterizza, prima di tutto.

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    Romanticismo, eleganza e poesia sono le caratteristiche di questa cappella nuziale realizzata nel luglio 2014 all’interno della hall dell’Ana Crowne Plaza Hotel a Hiroshima, Giappone. Il progetto, intitolato Power of Flower, è opera del designer giapponese Takashi FUJII dello studio  Nikken Space Design di Hiroshima.

    La cappellaè caratterizzata da una volta a sesto acuto di 6 m di altezza e 19 m di lunghezza ed è costituita da un telaio in acciaio semi nascosto da un reticolo in legno. Si tratta di 100 pannelli lignei lavorati a mano ottenuti da radici, tronco e rami di un unico albero di cipresso giapponese, simbolo di speranza per le coppie che si sposeranno all’interno della cappella. 

    Il restauro dell'antica cappella nel bosco

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    La decorazione dei pannelliè affidata a Jotaro Saito, famoso stilista giapponese che per il progetto si è ispirato ai motivi floreali tipici dei kimono femminili. I pannelli, riccamente decorati, sono intagliati con grande maestria, a dimostrazione della sublime e raffinata arte tradizionale giapponese.  Le ombre frastagliate si proiettano sul pavimento dando al visitatore l’impressione di essere all’interno di un bosco. La volontà di lasciare i pannelli del colore naturale, così come le sedute, contribuisce a creare un’atmosfera calda e accogliente.                                         

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    Il progetto ha suscitato molto interesse, ottenendo premi e menzioni speciali: Architizer A+AWARDS Special Mention 2015, International Design Awards (USA) 2014 Gold Award, JCD Design Awards 2015, LEAF Awards 2015. E chi lo sa se a portare fortuna non siano stati proprio i fiori, uno dei simboli più importante della cultura giapponese. È una tipica usanza, infatti, riunirsi con amici e parenti per condividere momenti piacevoli sotto gli alberi di ciliegio, proprio come sposi ed invitati condividono un momento importante all’interno della cappella, circondati da fiori che indicano un nuovo inizio, augurio di ricchezza e prosperità.  


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    Uno scrittore e illustratore ha deciso di rifugiarsi a Londra per poter lavorare in un ambiente lontano dal frastuono e dal traffico e allo stesso tempo a stretto contatto con la città. Per assolvere a questo difficile compito, lo studio di progettazione Weston Surman & Deane ha realizzato "Writer's shed", un piccolo edificio in legno a un solo livello in un giardino lungo e stretto posizionato a ridosso delle case a cortina in mattoni e dominato da un imponente albero.

    LA CASA-RIFUGIO PER I VOLONTARI DEL PARCO DI UTRECHT

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    Il progetto di Writer's Shed

    L’idea progettuale nasce dalla rielaborazione del classico capanno degli attrezzi trasformato da riparo per gli oggetti a rifugio per le persone. Il volume del Writer's shed, accostato su tre lati alla staccionata che delimita la proprietà, si distingue per una copertura a doppia falda non simmetrica, che ha permesso l’apertura di un ampio lucernario orientato a Nord, e per la facciata principale retroilluminata aperta verso il giardino e schermata da una serie di listelli in legno di cedro. L’arretramento dell’ampia porta d’ingresso scorrevole e vetrata ha permesso la creazione di una piccola veranda coperta.

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    Lo spazio interno del rifugio dello scrittore si articola in un unico ambiente. La parete di fondo è stata sfruttata per collocare la stufa in ghisa, che garantisce il riscaldamento invernale, un lavandino in pietra con annesso piano di appoggio per potersi preparare una tazza di te e una libreria. Il mobile è formato da una serie di scaffali in truciolato che assecondano l’inclinazione della copertura e la curva della canna fumaria e un ripiano è stato dedicato a un’insolita finestra. In un angolo è stato ricavato un minuscolo bagno, che ha permesso la creazione di una nicchia per ricavare una postazione di studio. 

    Tutte le superfici interne sono di colore bianco: il legno in pino delle pareti, dei pavimenti e del tetto è stato sbiancato. Inoltre, intorno alla stufa, per evitare l’insorgere di possibili incendi, è stato realizzato un basamento in calcestruzzo. I progettisti con pochi ed essenziali elementi sono riusciti a realizzare un luogo tranquillo e neutro per permettere allo scrittore di creare nuovi mondi con la sua fantasia.

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    L’Inside Festival, festival internazionale dell’interior design svoltosi a Singapore nel Novembre 2015, ha visto una giuria di oltre 20 giurati tra i nomi più illustri del mondo del design e dell’architettura, tra i quali Matteo Thun e Sadie Morgn. Vincitore dell’Inside Festival Award 2015 come migliore architettura di interni per la categoria Hotelè il Nishi Hotel Hotel, un albergo progettato da March Studio nel 2014, a Canberra in Australia. L’hotel sorge a New Acton una località di Canberra all’interno del Nishi Commercial, una grande zona residenziale fortemente caratterizzata da mixité urbana ed ecosostenibilità.

    Il legno per l'interior design

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    IL LEGNO RICICLATO DAGLI SCARTI DI COSTRUZIONE

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    Per la realizzazione degli interni March studio ha utilizzato solo legno riciclato che era stato adoperato per la realizzazione dell’opera, travi in cemento e pannelli in acciaio.

    La hall di ingresso del Nishi Hotel Hotel è il vero fulcro del progetto ed è caratterizzata da più di 5000 listelli di legno di grandezze diverse, sospesi nello spazio ed uniti tra loro da elementi metallici quasi evanescenti. Conferiscono calore ed accoglienza ed enfatizzano la tridimensionalità dello spazio, sfumando però i confini e i limiti spaziali e suggerendo l’andamento dei percorsi.

    La grande scala della hall permette di ricongiungere due parti del progetto: l’hotel del piano superiore e la zona commerciale a piano terra. La volontà dei progettisti è quella di dare una nuova funzionalità ed un valore aggiunto ad un semplice spazio di transizione quale può essere la hall di un hotel. I visitatori e gli ospiti sono portati a riflettere e ad interagire con lo spazio, perde perciò la funzione meramente connettiva e diventa un luogo di scambio e di interazione.

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    Ogni elemento di arredo, dalla seduta alle panchine e le pareti della hall sono un tentativo di portare la manifattura all’interno di un contesto costruito. Tutti questi oggetti sono in legno riciclato impiegato nelle diverse fasi di costruzione, per cui ci troviamo difronte a tipi di legno diversi per forma e colore.

    Il legno e i materiali diventano protagonisti della spazialità, mentre i listelli sospesi della hall sembrano rarefatti, i blocchi di legno che compongono la scala sembrano accatastati gli uni sugli altri, poggiati come tessere di un gioco, mentre sulle pareti e sul soffitto alcuni elementi si liberano per lasciar passare la luce del sole e filtrarla per una corretta illuminazione diffusa dell’ambiente. Questo gioco di vuoti e pieni, di materia e della sua utilizzazione permette di rendere il posto dinamico ed inoltre mostra i molteplici usi nonché aspetti che può assumere il legno.

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    Riutilizzare materiali di scarto è un’ottima soluzione progettuale che permette una serie di vantaggi sia economici che per l’ambiente. Il legno dopo il primo ciclo di vita può essere riutilizzato, riciclato o usato come fonte energetica. 


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    Il professore architetto Menges Achim dell’Institute for Computational Design, Università di Stoccarda, in collaborazione con i colleghi Oliver David Krieg e Steffen Reichert, ha progettato due strutture davvero innovative. Si tratta di due padiglioni “meteorosensitive” chiamati Hygroscope e Hygroskin, il primo in mostra permanente al Centre Pompidou di Parigi e il secondo esposto al Frac Centre di Orléans, in occasione della mostra  “Multiversités creative”.

    UNA PELLE BIOMIMETICA: LA FACCIATA CHE CAMBIA FORMA CON L'UMIDITÀ

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    Il principio che accomuna le due opere è quello della biomimetica. La natura è da sempre fonte inesauribile di ispirazione per l’uomo che osservando e mimando i meccanismi biologici dell’ambiente naturale, cerca di trasferirli nel mondo artificiale, trovando soluzioni a diverse problematiche. Albert Einstein con la sua frase “Look deep, deep into nature, and then you will understand everything better” ovvero “Osserva in profondità, nel profondo della natura e allora comprenderai meglio ogni cosa”, esprime proprio il concetto della biomimetica e quindi l’utilità che deriva dallo studio dei fenomeni naturali e animali, nella ricerca dell’equilibrio, della forma più efficiente, della struttura geometrica ideale, dei meccanismi di interconnessione ecc. In questo caso, sono state osservate le proprietà del legno e, nello specifico, la sua capacità di regolare l’umidità nell’ambiente, ovvero l’essere un materiale igroscopico.  Il legno è in grado di assorbire le molecole d’acqua dall’aria circostante in ambienti secchi e di rilasciarle se l’aria è umida.

    Il padiglione biomimetico Padhygroskin

    Il padiglione biomimetico Padhygroskin presenta una forma molto dinamica, essendo costituito da una struttura in acciaio rivestita da pannelli concavi in abete rosso. In ognuno dei 28 riquadri, in cui è suddivisa la struttura, è presente un foro circolare che permette alla luce di penetrare al suo interno. Queste aperture sono molto particolari, in quanto formate da una struttura reticolare e di una serie di petali sottili triangolari in compensato, per un totale di 1100 fogli.

    La particolarità dell'involucro del padiglione risiede nel fatto che, sfruttando proprio le proprietà igroscopiche del materiale, i fogli si chiudano se l’umidità è alta e si riaprano quando la temperatura interna aumenta. I valori di umidità relativa comprendono un range che va dal 30% in una giornata di sole e il 90% in una giornata piovosa. La flessibilità del legno in relazione ai livelli di umidità, permette di ottenere un sistema sensibile che si apre e si chiude in modo autonomo in risposta ai cambiamenti del tempo. Non è necessario alcun tipo di controllo meccanico, fornitura di energia o processi metabolici, quindi, non avviene consumo di energia.

    È sorprendente come un materiale, il legno in questo caso, possa manifestare delle reazioni a cambiamenti climatici, che l’uomo quasi nemmeno percepisce. Tutto ciò consente di ottenere un edificio dalla facciata in continuo cambiamento, che produce diversi livelli di permeabilità visiva e di trasmissione della luce. Numerosi anni di sperimentazione nel campo della prefabbricazione robotica e delle stampanti laser 3D, hanno permesso di esplorare campi dell'architettura prima inimmaginabili.

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    Il padiglione biomimetico Hygroscope

    Il secondo padiglione biomimetico, Hygroscope, sfrutta lo stesso principio del primo, ma presenta una struttura molto più complessa. All’interno del Centre Pompidou, i progettisti hanno pensato di create due copie identiche e di inserirle in due teche di vetro. In una vengono simulate le condizioni climatiche di Parigi, mentre nell’altra vengono riproposti i livelli di umidità presenti all’interno del museo (considerando il numero dei visitatori e una umidità media emanata di 100g per ora a persona).

    È un sistema complesso costituito da 4000 elementi in legno di acero, unici per forma e dimensione, fabbricati digitalmente. La particolarità di questo padiglione, rispetto al precedente, sta nel fatto che i petali di ogni apertura si aprono in modo diverso e personalizzato a seconda delle variazioni di umidità, dell’orientamento delle fibre, delle dimensioni e dello spessore. Attraverso un ingegnoso sistema di algoritmi di calcolo basati su variabili intrinseche ed estrinseche, è possibile ottenere delle forme sempre diverse che rispondono ai cambiamenti anche minimi delle condizioni climatiche.

    Un giusto mix tra leggi della fisica e geometria computazionale, avanguardia nei moderni processi di produzione.

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    Chi, dopo la laurea, non si è chiesto come inserirsi nel mondo del lavoro? Lo ha fatto anche una giovane Architetto che dopo aver sperimentato qualche anno di attività lavorativa ha maturato l’idea che occorra di tanto in tanto rideterminare la nozione di sé in un contesto più ampio e valutare quali siano non solo le proprie aspettative ma anche quelli degli altri. Giunta alla conclusione che la misura del successo è determinata dai vari obiettivi e requisiti organizzativi di ciascuno, Linda Bennett - fondatrice del blog Archi-Ninja - ha pubblicato un divertente ma nello stesso tempo concreto articolo dal titolo “10 ragionevoli cose da fare per ottenere un posto di lavoro nel settore dell’Architettura…”

    L'Ufficio in casa: come organizzare lavoro e spazi

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    10 consigli per un posto di lavoro nel settore Architettura

    1) Create una rete di sostegno

    È indiscutibile che un network solido - formato da individui tra loro vicine e distanti - costituisca una componente importante su cui plasmare gli ideali futuri. Jim Rohn, un autore e speaker motivazionale sostiene: "Tu costituisci la media delle cinque persone con le quali trascorreresti più tempo".

    Linda ha trovato che questa teoria fosse incredibilmente affascinante e per questo si è sempre spesa per costruire rapporti significativi, personali, professionali e ibridi. Nel corso della sua carriera ha spesso viaggiato appoggiandosi ai colleghi, amici e familiari come guide. È importante sottolineare che un network di questo genere ha favorito la sua crescita, ha contribuito alla sua creatività, l'ha aiutata a sviluppare le sue conoscenze, e a mettere in discussione i suoi valori sul lavoro. Una domanda semplice ma nello stesso tempo importante che le è stata rivolta una mattina in un bar dal co-fondatore di Atlassian, Scott Farquhar, è stata "Per chi stai risolvendo i problemi?", come se lo scopo del suo lavoro fosse una soluzione di tipo algebrico, con una struttura matematica chiara. Dopo molte discussioni Linda è stata in grado di definire meglio il proprio scopo, che in ultima analisi stabilisce un insieme di abilità professionali per mettere a confronto i potenziali datori di lavoro .

    2) Definite il vostro scopo

    È importante a volte fare un passo indietro e riflettere sul proprio scopo. Dopo aver terminato l'università, Linda ha lavorato in un ufficio di livello internazionale, sottoposta a molte pressioni, con giornate che la vedevano alla scrivania per lunghe ore (si cominciava alle 8 del mattino per finire dopo la mezzanotte, e spesso si lavorava nei fine settimana). Investiva gran parte delle sue energie per soddisfare i diversi obiettivi organizzativi, lasciandosi poco tempo per prendere in considerazione ciò che voleva ottenere realmente nella propria carriera.  Tuttavia è sempre stata grata di questa esperienza della sua carriera anche se già allora sapeva di avere bisogno di esplorare verso una direzione più significativa in Architettura.

    3) Definite un criterio di selezione

    Nel corso di questo processo Linda è stata consigliata da  Paul Dickinson, un insegnante di tecniche di leadership che l’ha aiutata a sviscerare i suoi ideali. Dickinson sostiene che l’importante è sapere osservare le persone che si ammirano, sia all'interno che al di fuori del settore dell’Architettura, e pensare al loro ruolo e al servizio che essi offrono al mondo in cui vivono.

    Linda, insoddisfatta della sua posizione lavorativa precedente, cominciò a definire ciò che mancava nel suo lavoro di Architetto; interpretando la propria insoddisfazione riuscì a trasformare i suoi punti di debolezza in potenziali opportunità per il lavoro. Come? Sulla base delle sue qualità e dei suoi obbiettivi in ambito lavorativo, Linda aveva sviluppato i seguenti criteri di selezione di un “posto di lavoro ideale”:

    1. Cercare personale che investa il proprio tempo per insegnare, ascoltare e nello stesso tempo coltivare le proprie aspirazioni;
    2. Contribuire alla diverse fasi di un lavoro assumendosene anche le responsabilità;
    3. Custodire ed estendere agli altri i propri valori personali;
    4. Favorire un ambiente di lavoro divertente ma nello stesso tempo culturalmente guidato;
    5. Lavorare in un'azienda creativa che si distingua per le proprie scelte;
    6. Circondarsi di persone che costituiscano un team in cui condividere conoscenza e favorire la reciproca crescita professionale;
    7. Lavorare in un contesto in cui si comunica apertamente e si mostra apprezzamento per i propri dipendenti: un luogo di lavoro che sia motivante;
    8. Lasciare libertà creativa in quello che si fa e mantenere una propria autonomia;
    9. Sostenere e incoraggiare le attività extra-curriculari;
    10. Trovare un posto di lavoro in un ambito in cui si vada al di là delle aspirazioni commerciali di un progetto;
    11. Consentire ingresso la direzione della società: volere una società che fornisce un quadro di riferimento che favorisca il "pensiero proprietà" tra i membri del team per la condivisione di fini collettivi;
    12. Essere circondato da persone che cercano di raggiungere il loro potenziale professionale, pur mantenendo un equilibrio tra lavoro e vita privata.

    4) Cercate prima di capire, poi di essere capiti

    Attraverso il viaggio si raggiunge una migliore comprensione delle diverse culture, della storia e delle nozioni relative all’arte manifatturiera di un luogo. Viaggiare per i continenti, osservare gli edifici famosi e non, visitare gli studi di Architettura più importanti è il primo passo per aprire la propria mente.

    Ascoltando le opinioni e le idee di chi ci circonda ci si rende conto davvero di quelli che sono i potenziali di ciascuno di essi; cercando di capire cosa vogliono i potenziali datori di lavoro non solo in termini di ciò che la loro azienda fornisce, ma concentrandosi anche sul loro lato umano si arriva a creare fra di essi e noi una sorta di empatia che non può che giovare al rapporto lavorativo. 

    Essere introverso per natura significa raggiungere una profonda comprensione di sé stessi, degli altri e del mondo che ci circonda, attraverso l'ascolto, l'osservazione e lo studio. Nel processo di ricerca del suo lavoro ideale, l'introversione di Linda Bennet si è spesso tradotta in auto-apprendimento. Sembra strano ma è anche grazie alla musica che Linda ha raggiunto una propria visione dell’essere Architetto e sviluppato un suo ordine interiore. Il suo pensiero inoltre è stato fortemente influenzato sia da Henry Rollins dei Black Flag che da Greg Graffin dei Bad Religion.

    Dopo numerosi colloqui con varie aziende ha maturato l’idea che molti tipi di lavoro non facessero al caso suo visto che durante i colloqui stessi, piuttosto che cercare di esprimere la sua opinione, cercava di ascoltare ciò che gli altri erano disposti ad offrirle in termini di posizione lavorativa e di retribuzione economica.

    5) Rappresentate esternamente quello che siete interiormente

    Nonostante le influenze esterne, le pressioni di tutti i giorni, il carico della propria coscienza, la sincerità (verso sé stessi e verso gli altri) è di grande importanza. Spesso i colloqui di lavoro ed i periodo di prova sono lassi di tempo impersonali; spesso la gente pur di accaparrarsi un posto di lavoro è disposta a nascondere le proprie aspirazioni e in extremis a inventare requisiti che in realtà non possiede. Bisogna rendersi conto che un lavoro, benché remunerativo dal punto di vista finanziario, se non riflette i propri ideali non è il lavoro su misura per noi. Linda dichiara che nel suo portfolio professionale non ha nascosto nulla, nè inventato cose che non fossero reali; esso è stato creato come un archivio autentico e onesto della propria storia personale, dell’esperienza, dei risultati e delle sue ricerche in architettura. Il colloquio le è servito per condividere i suoi principali obiettivi, i valori, le debolezze e le aspirazioni, ma soprattutto per capire come la sua figura professionale si sarebbe potuta inserire nel contesto più generale del suo potenziale datore di lavoro.

    Piuttosto che prendersi troppo sul serio e immedesimarsi in figure che non corrispondono alla nostra personalità è meglio presentarsi come si è realmente, anche se pensiamo di apparire un po’ superficiali: le più avvincenti, influenti e socievole sono spesso veicolati attraverso l'inaspettato dell'intelletto, energia, umorismo e giocare.

    6) Mettersi in competizione con sé stessi

    La prima sfida è quella di capire come fare una buona impressione. Educazione a parte, bisogna investire una notevole quantità di tempo in eventi che vi vedano coinvolti in ruoli attivi, dove ci sia l’occasione di parlare, dove sia possibile costruire consapevolezza di sé e di creare un network con i potenziali datori di lavoro. Per costruire la propria fiducia Linda ha attraversato un rigoroso programma di auto-formazione personale. Questo ha migliorato le sue capacità di comunicare efficacemente sia faccia a faccia con altre persone che di fronte ad un pubblico vasto. Durante la stesura del suo portfolio Linda aveva anche contattato tre aziende al di fuori del settore dell'architettura, tra cui un negozio online di e-commerce, un costruttore ed un modellista: un modo per vedere come la sua formazione in architettura potesse essere applicata ad altri settori e stabilendo se l'architettura fosse il settore giusto verso sui puntare in quel momento. Dopo essersi messa nella condizione di esaminare la professione dell’Architetto da outsider aveva cominciato veramente a capire che cosa era che volevo da sé stessa.

    Linda aveva trascorso un mese a elaborare il proprio portfolio: voleva essere sicura che esso si sarebbe distinto fra un mucchio di altri portfolio di candidati come lei. Poi aveva inviato il suo portfolio a molte aziende, anche a quelle che al momento non cercavano personale. L'obiettivo era quello di incontrare i potenziali datori di lavoro per esercitare la propria capacità di presentarsi agli altri. Ogni incontro era un modo per fare esperienza, ogni possibile datore di lavoro offriva degli spunti utili per capire come migliorarsi per un colloquio successivo.

    7) Non abbiate paura di perseguire il cambiamento

    Quando viveva a Sydney, Linda ha cercato di volgere l’indirizzo della sua carriera verso l’architettura residenziale. Sydney è nota per il suo potenziale turistico e per l'interfaccia urbana che hanno la Sydney Opera House e l'Harbour Bridge. Melbourne, invece, è caratterizzata da profondi strati di vibrante cultura urbana, ed è all'interno di quest'ultimo contesto che Linda si è sentita maggiormente ispirata e a suo agio. Poche cose nella vita sono permanenti e, quando si decide di trasferirsi da uno stato all'altro, si valutano gli aspetti positivi e negativi. È importante per aspirare a nuove influenze, a nuovi ascendenti e sfide. Di solito noi risultiamo essere creature abitudinarie e così cadiamo facilmente nella routine che ci rende compiacenti e miopi, routine che smorza il nostro occhio critico, sradicando le nostre possibili aspirazioni. Inaspettatamente Linda è riuscita a trovare nel suo trasferimento a Melbourne delle opportunità nuove. Perseguendo il cambiamento, è diventata a poco a poco sempre più indipendente e sicura di sé. In una nuova città ha colto l’occasione per cercare nuove opportunità, partecipare a eventi del settore e investire in nuove relazioni sociali. Così facendo si è presentata al pubblico senza nascondere i suoi ideali, con la speranza che le persone giuste fossero di conseguenza interessate a quello che faceva.

    8) Identificare il valore

    Durante il periodo universitario, Linda aveva investito la sua energia nel trovare una società che avesse la capacità di sostenerla durante il suo periodo formativo. È stato solo dopo aver lasciato il suo primo lavoro post-universitario che Linda è stata in grado di fare un passo indietro e di riflettere sul proprio valore. Ciò che aveva capito era che la cosa più importante da fare era impostare il proprio punto di riferimento per il successo su un indicatore che spesso sarebbe dovuto essere superiore alle aspettative di coloro che la circondavano. 

    Il passo successivo per Linda è stato quello di trovare una società in cui inserirsi, una società che capisse il suo contributo e la sua volontà offrendo in cambio la giusta retribuzione. Molte organizzazioni purtroppo parlano di valori ma in realtà non li perseguono, o peggio, eludono le leggi. I reali valori aziendali sono rappresentati da azioni concrete. D’altra parte anche lo stacanovismo non è un buon esempio: molti studenti o neolaureati sottovalutano la loro posizione nel settore, lavorando volontariamente e offrendo i loro servizi gratuitamente, dando vita a loro volta ad un cattivo modello per quanto riguarda il settore professionale. Purtroppo le moderne organizzazioni negano al lavoratore il diritto di difendere i propri diritti e protestare per insoddisfazione. Queste organizzazioni svalutano la professione, creando un ambiente che sfrutta le risorse basandosi sul basso costo (a volte gratuito) dei lavoratori.

    Una volta che avrete riconosciuto il vostro valore e le vostre responsabilità dovreste cercare di crearvi un ruolo che vi consenta di sviscerare le vostre qualità.

    9) Il tuo lavoro è solo una parte di ciò che ti definisce

    Occorre capire che la propria carriera è solo una componente di ciò che definisce una persona. La cosa più importante è trovare un buon equilibrio tra lavoro e vita. Come possiamo, da architetti, assumerci la responsabilità di risolvere i problemi sociali, urbani, ambientali, se la nostra categoria, in extremis, e senza una chiara prospettiva, sta svolgendo non solo il suo lavoro professionale senza curare le proprie relazioni personali?

    L’Architetto  Andrew Maynard  ha scritto un ottimo articolo su equilibrio vita-lavoro, "Equilibrio lavoro / vita / lavoro", in cui descrive l’abitudine dei dipendenti a trascurare gli altri componenti della vita credendo di trovare la felicità e la soddisfazione in un secondo momento. Questo è identificato da Clive Hamilton, come la “sindrome di felicità differita”.

    10) Sapere quando lasciare il tuo lavoro

    Il mondo delle imprese di oggi punta a mantenere i dipendenti nei loro ruoli attuali, piuttosto che dargli la possibilità di crescere nei ruoli per essi più consoni; può capitare quindi di lasciare un posto di lavoro per altre aspirazioni. Assicuratevi di lasciare l'organizzazione per le giuste ragioni. È importante, se si ha un titolo di studio ottenuto da poco, presentarsi con il proprio bagaglio culturale: una minima esperienza professionale (che a poco a poco sarebbe accresciuta con tempo e fatica), ma nello stesso tempo una mente dalle idee innovative e con capacità tecniche rilevanti. Cercate i segnali evidenti che il vostro lavoro non è più in linea con i vostri obiettivi personali, o che forse la posizione non è in linea con le vostre capacità.

    Leonard Schlesinger, nel suo libro, Just Start: Take Action, Embrace Uncertainty, Create the Future, stabilisce una serie di domande da porsi quando si sta prendere in considerazione di lasciare il proprio lavoro, e anche per riconoscere la differenza tra l'insoddisfazione occasionale, ordinaria, e una vera e propria mancata corrispondenza alle proprie aspettative. 

    Linda si era resa conto che avevo bisogno di prendere le redini della propria situazione lavorativa. Trovarsi a rivestire un ruolo sbagliato stava avendo un impatto negativo sulla propria fiducia in sé. Lei è sempre stata una dipendente a lungo termine, e quindi lasciare il proprio posto di lavoro non era mai una decisione facile. Dopo aver lasciato il suo lavoro a Sydney, è stata assunta part-time per sostenere le spese di soggiorno, il che le ha permesso di declinare una serie di posizioni al fine di seguire il suo cuore. Ha accettato e negoziato delle posizione lavorative per un periodo di tempo di prova, al fine di valutare veramente se l’azienda che l’assumeva avesse fatto una “scelta pesata”. In caso contrario, si allontanava velocemente e in buoni rapporti. Riconoscere le carenze dei suoi ruoli passati le ha permesso di capire molte cose che l’hanno portata a deviare il suo soggiorno verso Melbourne (vedi punto 7). 

    Questi consigli sono ovviamente un indirizzo per affacciarsi a mondo del lavoro. Va da sé che non esistono leggi matematiche su come trovare un impiego o su come migliorare la propria situazione lavorativa, ma dalle esperienze altrui spesso si impara molto.


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