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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    In Cina, a Shanghai nel quartiere di Jing'an, è possibile degustare un Punch in un locale specializzato ricavato all’interno di un edificio storico. Bambù, bottiglie in vetro, carta da parati e luci soffuse accolgono il visitatore e lo trasportano idealmente all’interno dei vicoli intricati della città antica. L’intento dei progettisti dello studio di architettura Neri&Hu è stato infatti quello di ricreare l’atmosfera caotica e a tratti disordinata di una città, che quasi non esiste più soppiantata da moderni e ordinati edifici, attraverso l’utilizzo di materiali ritrovati, riciclati e riutilizzati.

    KONTUM INDOCHINE CAFÉ: IL BAR IN BAMBÙ DI VO TRONG NGHIA ARCHITETTI

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    Il progetto di riciclo del Punch bar

    Il locale, che deve il suo nome ad una bevanda fatta da un cocktail di 5 ingredienti alcolici e aromatici (alcohol, zucchero, limone, acqua, e thè o spezie),si sviluppa su di una superficie di 155 mq ed è situato al primo piano: una volta percorsa la scala ci si ritrova su di uno stretto pianerottolo che introduce all’interno attraverso uno passaggio. Gli spazi sono articolati su di una planimetria a forma di L e sono suddivisi in due aree distinte: una a pianta libera dedicata al bar e una organizzata in una serie di salette dalle dimensioni ridotte dedicata a incontri privati.

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    Ogni singolo elemento è stato progettato ad hoc. Sulle pareti si alternano rivestimenti in carta da parati, listelli di bambù e mattoni di colore grigio chiaro in modo da creare una texture che ricordi le case tradizionali. I pavimenti sono in listelli di legno recuperato disposti a zig-zag nelle salette e nei bagni, mentre nel bar sono posati uno parallelo all’altro. Sul soffitto sono appese tra una tubazione in bronzo e un drappo di tessuto una serie di bottiglie in vetro grezzo verde all’interno delle quali è stata inserita una lampadina.

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    Per non lasciare nulla al caso anche i complementi d’arredo sono stati disegnati. L’imponente bancone è realizzato in legno di noce con una serie di dettagli in bronzo annerito al quale sono accostati sgabelli e sedute in pelle. Invece, il lavandino in cemento, posto nell’antibagno, ha le forme e le dimensioni della tipica fontana ad uso comune che si poteva facilmente trovare nei vicoli di Shanghai. I progettisti non si sono limitati a realizzare tavoli, poltroncine e lampade, ma hanno anche creato bottiglie, bicchieri, ciotole, caraffe e tutto quello che può servire in un bar.


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    Smart Eco Stand (SES) vince Concorso di Idee indetto dall’amministrazione comunale di Bagaladi (Reggio Calabria). Il progetto del team di Nau Architetti per il paese del Parco Nazionale dell’Aspromonte è un banco ecosostenibile per la valorizzazione e la vendita al dettaglio dei prodotti agricoli nel mercato locale.

    IL NEGOZIO IN MATERIALI RICICLATI PER VENDERE FIORI e FRUTTA

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    Il tema dell'eco stand nasce dalla volontà di dare un’immagine riconoscibile ed unitaria e valorizzare i prodotti locali grazie all’utilizzo di stand espositivi eco-compatibili, facilmente utilizzabili, realizzabili e riciclabili al servizio dei “mercanti” che popolano ogni settimana la piazza principale del paese.

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    Destinato alla vendita al dettaglio di frutta nel mercato cittadino, Smart Eco Stand è pensato interamente ecosostenibile, economico (costo dedotto 1.750,00 euro IVA inclusa), facilmente smontabile e trasportabile. I prodotti locali vengono esposti su una struttura in alluminio dotata di ripiani mobili, protetta da una copertura in teli impermeabili richiudibili. Nel ripiano inferiore sarà inserito uno spazio dedicato alla corporate del Mercato del Contadino con informazioni sul Comune, filiera e provenienza dei prodotti esposti ed il logo dell’azienda espositrice.

    Il progetto si è concentrato poi sullo studio del ciclo di vita del prodotto (secondo la metodologia LCA - Life Cycle Analysis) i cui diversi elementi sono facilmente separabili e pensati per essere realizzati con materiali noti per le loro proprietà di durabilità e di riciclo.

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    I componenti dello Smart Eco Stand e le fasi di montaggio: 

    • Apertura base/pedana stand - La pedana nonché base dell’intero eco stand è composta da due strutture intelaiate in alluminio con griglia elettrosaldata. Il sistema di apertura prevede un movimento basculante con bloccaggio in apertura e chiusura manuale/meccanica. 
    • Estensione in alzato del telaio di copertura - Il telaio è composto dal sistema di copertura in profilati di alluminio e viene esteso verticalmente attraverso un sistema coassiale all’interno del telaio principale anch’esso in profilati di alluminio. Il sistema di bloccaggio è garantito da un sistema manuale/meccanico. 

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    • Apertura dei tre piani di appoggio/esposizione prodotti locali- L’apertura dei tre piani di appoggio dell'eco stand è garantita da un semplice sistema basculante con scorrimento all’interno di binari incisi nel telaio principale della struttura. La staticità dello stesso sistema è garantita da bracci a mensola in acciaio dotati di cardini. 
    • Estensione meccanica del sistema di copertura - L’apertura delle due tende speculari con sistema a rullo è possibile grazie ad un sistema manuale/meccanico di facile reperibilità in commercio. L’estensione delle due coperture garantisce la più opportuna protezione delle merci esposte agli agenti atmosferici.

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    Non è solo come cittadini che dobbiamo impegnarci ad essere rispettosi dell’ambiente, ma anche nella nostra dimensione domestica. A casa possiamo esercitare la nostra sensibilità ambientale adottando abitudini sostenibili e seguendo uno stile naturale.

    Nel settore dell’arredamento si crede spesso, erroneamente, che abitare secondo natura comprometta l’idea di lusso, eleganza e bellezza. Ma quale lusso maggiore della possibilità di ritrovare spazio e tempo per uno stile di vita naturale?

    Il contatto con la natura è sempre positivo e, sebbene tra le mura domestiche, gli arredi in legno aiutano a ricrearlo. Abbiamo selezionato quindi su Web Arredo Italia, negozio di arredamento virtuale che rende l’acquisto on-line gradevole, veloce e divertente, delle sedute in legno che possano aiutare a ritrovare la dimensione naturale tra le mura domestiche.

    Sedute in legno

    Su Web Arredo Italia è possibile acquistare sedute in legno di diversi tipi. Dalle sedie dal design moderno, struttura in legno (faggio, wengé, larice) e rivestimento in tessuti come cotone o lana (Sedia Natural Zebra Pop è raffigurata a sinistra nell’immagine in basso), a tipologie più particolari come la sedia a dondolo da regista in legno massiccio in faggio italiano naturale senza vernici e trattamenti, prodotta da maestri artigiani italiani (Sedia Chiripo 01 è a destra nell’immagine in basso). 

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    Sul sito è possibile acquistare anche delle panche in legno. Ne è un esempio Alpen, una panca con gambe in acciaio ed una particolarissima seduta in larice antico trattata solo con cera d’api, adatta agli ambienti rustici come a quelli eleganti o moderni, in cui si vuole portare un pizzico di originalità. La panca è abbinabile al tavolo della stessa collezione.

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    Restando in tema sedute, su Web Arredo Italia è possibile acquistare anche sgabelli in legno, alti come Eduard, in massello di faggio, imbottito e rivestito in pelle o tessuto o Picapau, che propone anche una versione più bassa. Tra gli sgabelli menzioniamo anche quelli ergonomici per chi trascorre diverse ore seduto alla scrivania e ci tiene a mantenere una postura corretta. 

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    Le sedute in legno sono solo una tipologia di arredo acquistabile sul Web Arredo Italia che propone tra l’altro anche tavoli, arredi per la zona notte, per l’ufficio o il giardino. 


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    Dall’autocostruzione, all’autorecupero, dalla maneggevolezza e rapidità per la posa in opera che abbattono i costi per la mano d’opera, fino alle sue caratteristiche ecologiche: questi e tanti altri sono i pregi del materiale che va sotto il nome di calcestruzzo aerato (o cellulare) autoclavato e che da qualche anno sta prendendo piede nel mondo dell’edilizia per soppiantare i componenti ritenuti ormai inadatti a soddisfare le esigenze di comfort, sicurezza e durabilità.

    Eco cemento: l'analisi del ciclo di vita valutarne la sostenibilià

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    Il calcestruzzo aerato (o cellulare) autoclavato ( Autoclaved Aerated Concrete - AAC) è un materiale da costruzione preconfezionato i cui componenti principali sono:

    • sabbia silicea
    • cemento Portland
    • ossido di calcio
    • acqua

    A differenza dei calcestruzzi di più comune impiego, per la realizzazione del calcestruzzo aerato autoclavato non vengono usati inerti di dimensioni superiori alla sabbia.

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    La realizzazione dei blocchi di calcestruzzo aerato autoclavato

    Alla sabbia macinata a umido viene unita calce e cemento ottenendo un impasto fluido che viene miscelato con acqua e colato in forme metalliche dove avvengono le reazioni chimiche che conferiscono al composto la caratteristica porosità.

    Ci sono diversi modi di creare i fori nel calcestruzzo cellulare

    1. Il primo metodo consiste nel mischiare all'impasto della schiuma. 
    2. Un secondo modo per rendere calcestruzzo cellulare è quello di utilizzare polistirolo espanso (EPS). 
    3. Un terzo modo per fare le bolle d'aria necessarie per il calcestruzzo cellulare è di usare una polvere di alluminio tra il 5% e l'8% del volume, in funzione della densità desiderata. 

    Queste sostanze reagiscono con la miscela producendo piccole bolle di idrogeno che crea i pori. 

    Quando il materiale raggiunge una consistenza solida il processo di lievitazione si interrompe da solo, i vuoti si formano nel volume di materiale e l'idrogeno viene rilasciato nell'atmosfera e sostituito da aria (isolante termico naturale per eccellenza).

    Il materiale, ancora duttile, viene tagliato in blocchi, pannelli, pezzi vari, e poi chiuso in un'autoclave per 11-12 ore.
    Durante il processo di maturazione a vapore saturo la temperatura all’interno delle autoclavi raggiunge i 190 °C e la pressione varia tra gli 8 ed i 12 bar. La sabbia di quarzo reagisce con l'idrossido di calcio e forma calcio silicato idrato, che conferisce al materiale le sue caratteristiche meccaniche.

    I componenti in calcestruzzo aerato (o cellulare) autoclavato sono pronti!

    I principali vantaggi nell’uso del calcestruzzo aerato autoclavato

    Resistente e leggero

    I blocchi di calcestruzzo aerato autoclavato sono resistenti e leggeri, si sollevano e possono essere posati in opera in maniera semplice. Il prodotto finale è composto solo del 20-30 % di materiale solido; il restante 70-80% del volume sono macroporosità visibili a occhio nudo e microporosità visibili al microscopio.

    Precisione e semplicità nella posa in opera

    Grazie alla precisione dimensionale dei blocchi (+/- 1 mm) e all’omogeneità del materiale, la messa in opera ha dei risvolti positivi. Innanzi tutto la riduzione dell’impiego degli intonaci e poi la garanzia di completa aderenza fra i blocchi con i diversi collanti che possono essere impiegati.
    Va da sé che il risultato costruttivo sarà migliore con una superiore prestazione della muratura sotto carico.

    La posa in opera è più rapida, fino al 30% in meno rispetto ai sistemi tradizionali e la facilità di taglio dei blocchi, permette di creare direttamente in cantiere pezzi speciali, trecce per il passaggio di impianti e quant’altro senza sprechi di costi.

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    Isolamento acustico e termico

    Il calcestruzzo aerato autoclavato assemblato in componenti edili non è soggetto alla problematica dei ponti acustici, questo grazie sia alla porosità della struttura cellulare del materiale che alla possibilità di essere posato con giunti sottili tra i blocchi.

    Inoltre le pareti in calcestruzzo aerato autoclavato limitano la spesa energetica grazie alla sua capacità di isolante termico.

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    Permeabilità all'acqua

    Il calcestruzzo cellulare è ottimale per applicazioni in cui è necessario un drenaggio. È in grado di ridurre i carichi senza interrompere o deviare il deflusso naturale delle acque.

    Resistenza al fuoco

    Il calcestruzzo aerato autoclavato è un materiale minerale ma incombustibile (Euroclasse di reazione al fuoco A1 - secondo D.M. 10/03/05), altamente resistente al fuoco e che non rilascia fumi tossici.
    Queste caratteristiche fisiche lo rendono ideale per la realizzazione di pareti tagliafuoco e, tra i suoi numerosi campi d’impiego vi è quello di essere usato per le pareti dei forni di prova di laboratori che rilasciano le certificazioni di resistenza al fuoco.

    Rispondenza alle esigenze richieste in zona sismica

    Esistono in commercio anche blocchi portanti in calcestruzzo cellulare autoclavato che soddisfano i requisiti minimi di resistenza espressi dal D.M. 14/01/08 per le zone sismiche 1-2-3, grazie ad una resistenza caratteristica a compressione del blocco superiore a 5 MPa ed al profilo liscio per l'incollaggio del giunto verticale. Tali blocchi sono caratterizzati da valori limitati di massa volumica e di modulo elastico; inoltre contribuiscono a limitare le azioni sismiche, e possiedono valori elevati di resistenza a compressione e a taglio.

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    Sostenibilità ambientale

    Il calcestruzzo cellulare autoclavato è un materiale da costruzione ad alta sostenibilità ambientale perché:

    • essendo realizzato con materie prime diffuse in natura è non tossico;
    • per ottenere 1 volume di materiale basta solo il 20% di materie prime;
    • per la sua produzione serve un basso consumo di energia, senza emissioni nocive nell’atmosfera e senza rifiuti liquidi e solidi;
    • la sua leggerezza riduce l’inquinamento nella fase di trasporto;
    • le sue caratteristiche isolanti contribuiscono a ridurre i consumi;
    • durante la fase di demolizione di un edificio il c.c.a. può essere riciclato fino al 100%.

    I tipi di blocco in calcestruzzo aerato (o cellulare) autoclavato 

    • Blocchi per murature portanti;
    • Blocchi per murature di tamponamento; 
    • Blocchi e tavelle per partizioni interne;
    • Tavelle per fodere e contropareti; 
    • Elementi scanalati;

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    • Blocchi-cassero per l’alloggiamento di armature (Con le canalette ad U si possono realizzare architravi armate e cordoli di irrigidimento orizzontale);
    • Blocchi forati per l'irrigidimento verticale (con l’inserimento di opportuna armatura, consentono di realizzare irrigidimenti verticali all’interno della muratura a scomparsa o pilastrini che sostengono portoni antincendio o basculanti);
    • Pannellini armati (impiegati come architravi per porte e finestre).

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    Le normative di riferimento per l'utilizzo dei blocchi in calcestruzzo aerato

    A proposito di questi componenti edilizi in calcestruzzo aerato (o cellulare) autoclavato riportiamo le normative di riferimento cui essi devono rispondere per essere considerati idonei all’utilizzo.

    • UNI EN 680:1995 AAC – Determinazione del ritiro da essicamento.
    • UNI EN 771-4:2002 Specifica per elementi di muratura – Parte 4: Elementi di muratura di calcestruzzo aereato autoclavato.
    • UNI EN 772-1:2002 Metodi di prova per elementi di muratura. Determinazione della resistenza a compressione.
    • UNI EN 772-10:2001 Metodi di prova per elementi di muratura. Determinazione del contenuto di umidità in elementi di muratura in silicato di calcio e in calcestruzzo aereato autoclavato.
    • UNI EN 772-13:2002 Metodi di prova per elementi di muratura. Determinazione della massa volumica a secco assoluta e della massa volumica a secco apparente degli elementi di muratura.
    • D.M.LL.PP. 20/11/1987 Norme tecniche per la progettazione, esecuzione e collaudo degli edifici in muratura e per il loro consolidamento.
    • Eurocodice 6 Progettazione delle strutture di muratura.

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    C’è un nuovo modo per ristrutturare casa in modo semplice e a basso costo senza rinunciare alla creatività. Il nuovo servizio digitale Architect For You ti permette di abbattere i costi di progetto grazie alla consulenza di professionisti del settore che ti coinvolgeranno nella fase di rilievo e nelle scelte progettuali per assicurarti il migliore risultato per il tuo investimento. 
    Niente più tempi dilatati e costi lievitanti: seguendo le indicazioni fornite dai progettisti sarà possibile redigere online un progetto di ristrutturazione su misura per le tue esigenze.

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    Architect For You per ristrutturare casa

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    Vuoi guadagnare spazio nella tua abitazione o riorganizzare gli spazi per un bagno più grande, ma temi di spendere una cifra esorbitante per il progetto? Il vantaggio principale nel ristrutturare casa con Architect For You consiste proprio nel risparmio di tempo e denaro grazie ad un progetto redatto online sulla base delle tue indicazioni e grazie alla tua collaborazione, abbattendo così i costi e ottenendo qualità a prezzi competitivi. È infatti la collaborazione tra progettista e cliente a snellire le prime fasi di conoscenza e rilievo, agevolando il processo creativo e il coinvolgimento dell’utilizzatore finale anche nelle scelte progettuali. Inoltre a tempi più brevi corrispondono costi più contenuti.

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    Affidandosi agli architetti di Architect For You il tanto desiderato progetto di ristrutturazione sarà pronto in poche mosse, basterà fornire tutte le informazioni sullo stato di fatto per ricevere via mail planimetrie e render in formato digitale in appena 10 giorni.
    Per interagire con i professionisti di questo servizio innovativo sarà indispensabile partire da una piantina della tua abitazione o dell’ambiente su cui lavorare. Uno schizzo o un disegno a penna della tua casa saranno sufficienti se ben quotati seguendo le indicazioni che ti saranno fornite online. Infine, invia almeno 6 fotografie per ogni ambiente per una migliore comprensione degli spazi nella loro configurazione attuale e non dimenticare di esprimere le tue esigenze, saranno le linee guida su cui modellare il progetto redatto ad hoc per te.

    In pochi giorni riceverai le nuove planimetrie digitali con le soluzioni distributive e di arredo. Inoltre, in base al pacchetto progettuale che sceglierai (taglia basic, medium e advance),  ti saranno inviati materiali aggiuntivi per ristrutturare casa, come la pianta delle demolizioni e render with label (cioè senza indicazioni dei materiali) o render fotorealistici.
    Il prezzo del servizio Architect For You? Lo farai tu, scegliendo il pacchetto che più rispecchia le tue necessità e i tuoi metri quadrati. 


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    La Shanghai Tower, con i suoi 632 metri di altezza, è il secondo grattacielo più alto del mondo dietro gli 830 m del Burj Khalifa di Dubai. Collocato nel cuore finanziario della metropoli cinese, l’imponente edificio, certificato LEED Gold, incorpora l’emergente potenza economica del Paese affiancandosi al Jin Mao Building e al Shanghai World Financial Center.

    GRATTACIELI EFFICIENTI: CERTIFICATO LEED GOLD ANCHE PER L'EMPIRE STATE BUILDING

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    La progettazione della Shanghai Tower, in seguito alla vittoria di un concorso internazionale, è eseguita dal team locale di architetti della società Gensler. I lavori al grattacielo Leed Gold tra i più alti del mondo, iniziati nel novembre 2008 si sono conclusi con l’inaugurazione nell’estate 2015 per un investimento totale pari a 2,4 miliardi di dollari.
    La sismicità dell’area, il clima ventoso e la composizione argillosa del terreno hanno reso necessaria la realizzazione di un solido impianto strutturale. Il basamento della torre è una platea di fondazione di oltre 5 metri di spessore costituita da 61.000 mc di calcestruzzo pompato per 63 ore consecutive. Questa sostiene un massiccio core centrale dal quale si diramano orizzontalmente ramificazioni strutturali a supporto dei piani tecnici che suddividono la struttura in nove parti.

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    Struttura portante ed involucro edilizio

    Il design della Shanghai Tower è caratterizzato da tre elementi:

    • forma asimmetrica;
    • profilo affusolato;
    • spigoli arrotondati.

    La sezione orizzontale della torre esegue, partendo dal livello del terreno sino alla cima, una rotazione di 120° attorno all’asse verticale. Test eseguiti in galleria del vento in Canada hanno dimostrato che queste soluzioni ingegneristiche permettono un assorbimento dei carichi del vento pari al 24% rispetto ad un edificio di uguale altezza con pianta rettangolare. Il risultato di ciò è una struttura notevolmente più leggera che ha consentito un risparmio di acciaio strutturale del 20% e una riduzione dei costi di costruzione di 58 milioni di dollari.

    Uno degli aspetti progettuali più interessanti e innovativi della Shanghai Tower è il rivestimento esterno del grattacielo: un doppio involucro continuo, calcolato con l’ausilio di software parametrici, costituito da oltre 20.000 lastre in vetro rinforzato con più di 7.000 forme differenti. La doppia pelle trasparente dell'edificio permette l’illuminazione naturale degli ambienti interni e costituisce un’intercapedine termoisolante che riduce i costi di illuminazione, riscaldamento e raffrescamento. All’interno della stessa facciata sono montate 270 turbine eoliche che producono energia per l’illuminazione artificiale esterna dell’edificio.

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    In fase di progettazione sono state adottate 43 strategie sostenibili che, consentendo una diminuzione dei consumi pari al 21%, hanno favorito l’ottenimento della certificazione LEED Gold.
    Dove possibile, per la realizzazione dell’edificio, sono stati utilizzati materiali da costruzione con un elevato contenuto di riciclato.
    La particolare forma del parapetto esterno incanala le acque piovane in appositi serbatoi per il successivo riutilizzo negli impianti di riscaldamento e raffrescamento.
    Un sistema integrato di cogenerazione a gas fornisce l’energia necessaria per l’illuminazione e il riscaldamento dei livelli inferiori del grattacielo.

    La Shanghai Tower come una città verticale

    Dal punto di vista funzionale, la Shanghai Tower si configura come una città verticale, suddivisa in nove “quartieri” sovrapposti, ciascuno dei quali conta dai 12 ai 15 piani per 380.000 mq totali di superficie. Le nove zone ospitano un punto panoramico, hotel, uffici, spazi commerciali e aree di intrattenimento, offrendo un’ampia varietà di destinazioni d’uso a servizio delle 16.000 persone che giornalmente abitano l’edificio.
    Viene proposto un nuovo concetto di spazio pubblico. Veri e propri giardini verticali, creati fra le superfici della facciata, occupano un terzo della superficie del sito. Le aree verdi raffrescano gli ambienti, migliorano la qualità dell’aria e rappresentano per gli utenti una percezione totalmente nuova del vivere la socialità all’interno del grattacielo.

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    Il collegamento tra i diversi livelli  è garantito mediante 106 innovativi ascensori. Di questi, tre modelli possono trasportare i passeggeri sino al livello panoramico, localizzato al 119° piano, ad una velocità di 18 m/s.

    La Shanghai Tower ha ottenuto le certificazioni LEED Gold e China Green Building Three Star system, e rappresenta una nuova frontiera della progettazione sostenibile e dell’innovazione tecnologica.


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    La città di Valencia ormai da anni è sensibile al tema della sostenibilità e, attraverso il suo dinamico dipartimento di “Parchi e Giardini”, ha deciso di sostituire il gelso bianco, molto utilizzato per le alberature stradali, con altre essenze più “sostenibili” dal punto di vista ambientale ed economico e che siano di minore aggravio sulla struttura dei servizi comunali quali il dipartimento di giardineria e pulizia urbana.  

    ALBERI IN CITTÀ: PERCHÈ SONO IMPORTANTI?

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    È importante ricordare che le alberature sono fondamentali per regolare il microclima urbano. Questa sorta di termoregolazione avviene attraverso un processo chiamato “evapotraspirazione”: le foglie fogliari rilasciano vapore acqueo nell’ambiente facendo in modo che la temperatura dell’aria si abbassi. 
    In una città come Valencia, in cui il clima si sta trasformando man mano da mediterraneo in tropicale, il taglio precoce dei rami fruttiferi delle alberature urbane riduce l’effetto mitigante della temperatura.

    Utilizzato molto in città, lungo le strade, il gelso bianco (Morus Alba) è un albero molto robusto, ma che produce una grande quantità di frutti che cadendo, sporcano e rendono appiccicose le zone di passaggio limitrofe. Per ovviare a tali disagi, il comune, prima della completa maturazione dei frutti, è costretto ad affrontare un'onerosa e drastica potatura dei rami fruttiferi. Tale intervento, associato alla giornaliera pulizia stradale, influisce sulla gestione totale del verde pubblico impedendone la normale programmazione di mantenimento, la pianificazione e la gestione delle altre essenze arboree di tutto il restante territorio cittadino.

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    Considerati questi punti, il dipartimento di “Parchi e Giardini” di Valencia ha programmato la sostituzione in varie fasi del gelso bianco delle attuali alberature urbane, al fine di ottenere un risparmio economico ed un miglioramento dell’ambiente per la città. Il Morus Alba sarà sostituito da una varietà di gelso che non produce frutti: il Morus alba FruitLess, ossia un gelso sterile, che produce foglie più grandi e in abbondanza rispetto al selvatico e non ha l'inconveniente di sporcare il terreno sottostante e le foglie con i frutti maturi. Altra essenza che potrebbe essere usata è quella del Bagolaro (Celtisaustralis), un esemplare caducifoglio autoctono che si sviluppa maggiormente in altezza, aumentando l’area ombreggiata e andando quindi a mitigare gli effetti dello stress termico che impatta significativamente sul comfort urbano e sulla percezione del calore che hanno i cittadini soprattutto nel periodo estivo.

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    In un primo momento il progetto del Comune di Valencia prevedeva il taglio di ben 2700 gelsi bianchi, tutti sani; ma grazie ad una forte opposizione pubblica il progetto di sostituzione delle alberature è stato rivisto e solamente gli alberi tra i 40 ed i 50 anni,quindi che hanno già oltrepassato la loro vita media, saranno espiantati e sostituiti con alberi giovani con meno problematicità e che abbiano una maggiore capacità di biomassa, che diano maggior ombra e che favoriscano il miglior scambio tra anidride carbonica ed ossigeno.


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    Non chiamiamoli "alberi morti"  perché in piedi o distesi al suolo, sono ancora fonte di cibo per animali e habitat di piante, muschi e licheni. Sacrilegio è bruciarli o tagliarli, perché gli alberi secchi possono ancora rivivere tramite scultori del legno che collaborano con la Natura capricciosa e imprevedibile. Giuseppe Penone e David Nash sono tra questi.

    ALBERI: QUANDO LA NATURA SI FA ARTISTA

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    Prolungando il naturale ciclo di vita dell’albero, e sotto lo scalpello di visionari, possenti tronchi e rami intricati diventano sculture viventi. Così querce e sugheri, faggi e palme vittime di calamità naturali o di malattie, tagliati per far posto a nuovi edificati o senescenti nelle aree forestali sono materiale grezzo per opere artistiche metafisiche, come quelle di Penone e Nash. Cangianti, perché variano impercettibilmente nel tempo con il torcersi e il flettersi del legno fresco; effimere perché si degradano inesorabilmente a causa della materia di cui sono fatte. Le fibre degli alberi cambiano a seconda della specie e delle località in cui crescono: l’aria, l’acqua e il vento ne definiscono caratteristiche uniche per ogni esemplare.

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    La pelle, gli alti fusti e le radici sottili sembrano protagonisti usciti dalle fiabe nordiche o offerte in sacrificio per divinità del bosco, avvolti da un’aurea magica e capaci di diffondere una potenza vivificante sia in ambienti naturali, foreste e giardini, sia nei musei.

    "L’artista che sussurra agli alberi", Giuseppe Penone, li ha studiati, scavati e fusi con il bronzo creando opere d’arte incredibili.

    "Per me non c’è differenza fra uomini e alberi. Il mio lavoro consiste nell’asserire il principio d’identitàfra essere umano e natura."

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    "Gli alberi" dell’autore torinese sembrano venir fuori da una sapienza alchemica ancestrale: all’interno dei tronchi vi è racchiusa la forma stessa dell’opera. Abbattuti dalle guardie forestali in Canada e nella Foresta Nera, arrivano nel suo capannone industriale di porta Palazzo a Torino, dove l’artista li osserva e poi scava, scolpisce, e li fonde con il bronzo. Nel 2013 espone a Versailles nei giardini di André Le Nôtre, luogo di meditazione e scenario perfetto per calchi di tronchi, alberi folgorati e incisi in oro e bronzo, radici rovesciate su cui cresce nuova vita.

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    L’indissociabilità tra natura e arte accomuna l’artista torinese di "Rovesciare gli occhi" (famoso autoritratto con pupille specchianti) a David Nash, scultore britannico che utilizza per le sue opere unicamente tecniche tradizionali, legni dei boschi e piante viventi in crescita.

    David Nash ha avuto l’onore di esporre le sue opere nel 2010 ai Kew Gardens, i prestigiosi giardini botanici di oltre 326 acri a soli trenta minuti da Londra. Alberi caduti per vecchiaia o malattia collaborano con l’artista trasformandosi in piramidi fatte da tanti coni, enormi radici minuziosamente tagliate quasi a ricordare le fattezze del viso di un orco, veri e propri totem che accarezzano il cielo, cortecce e tronconi tenuti in equilibrio per magia. Nash decide fin dagli inizi della sua carriera artistica di lavorare con il legno perché è un materiale che oppone il giusto grado di resistenza, a differenza della pietra che ne oppone troppa e l’argilla troppo poca. Alcune sculture sono bruciate o verniciate con olii per prevenire gli attacchi degli insetti.

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    Ambientalista convinto e scultore flessibile, ascolta la natura e si sottomette al suo volere. L’enorme albero di eucalipto trovato in California, la colonna fatta di cortecce di sughero del Portogallo e tutte le sue sculture in continua evoluzione rappresentano il risultato della battaglia creativa tra natura e uomo.


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    Il progetto europeo BRICKS Italia (Buildings refurbishment with Increased Competences Knowledges and Skills-Ristrutturazione degli edifici con Competenze, Conoscenze e Abilità Aumentate) nasce come progetto dell'iniziativa strategica BUILD UP Skills – Pillar II, a carattere europeo, il cui scopo è una formazione per creare una forza lavoro qualificata nel campo dell'efficienza e della riqualificazione energetica nel settore edile.

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    Obiettivi del progetto BRICKS

    Il progetto europeo BRICKS Italia, coordinato dall’ENEA insieme ad altri soggetti tra cui regioni e provincie autonome, vede nella professionalità della mano d'opera la migliore garanzia per l'edilizia del futuro.

    La prerogativa della strategia, co-finanziata dal piano europeo Intelligent Energy Europe IEE, è ottenere un'adeguata competenza professionale nell'ambito della efficienza energetica: un fattore imprescindibile per garantire sia la qualità degli interventi in campo edilizio che la soluzione più appropriata (congiunta alle richieste dell'utente).

    Ed è proprio l'alto valore dei progetti architettonici l'obiettivo del programma, ottenibile tramite la realizzazione di un sistema di formazione nazionale volto a migliorare le abilità e le conoscenze dei lavoratori per la riqualificazione energetica degli edifici e, in generale, l'impiego di fonti energetiche rinnovabili.

    Scopo e programma del progetto BRICKS

    Ottenere entro il 2030 un parco edilizio a “energia quasi zerodefinendo un repertorio nazionale dei mestieri nell'edilizia ed una metodologia specifica per realizzare un sistema di formazione omogeneo che superi le attuali differenze regionali entro il 2020 (in linea con gli obiettivi 20-20-20 che ciascuna regione italiana si prefigge).

    Ad oggi ci sono 3 milioni di italiani lavoratori impiegati nel settore edilizio, tutte figure professionali da potenziare trasformandole in una nuova classe di tecnici ed operatori competenti e all'avanguardia nel settore dell'efficienza e della riqualificazione energetica. La definizione di norme tecniche nazionali per le diverse figure impegnate prevede l'adattamento al sistema italiano delle buone pratiche già attuate in ambito europeo per l'elaborazione di uno schema per la certificazione delle competenze. Insomma, un sistema di certificazione uniforme con reciproco riconoscimento in Italia e in Europa.

    Le prime azioni del progetto BRICKS sono già cominciate. Sono ormai in atto corsi di formazione professionale svolti direttamente in cantiere, dotati del materiale didattico necessario (30-40 ore circa).
    Ancora, i Ministeri di Ambiente, Lavoro e sviluppo economico produrranno una “Policy Paper” in cui si delineeranno le operazioni da sviluppare su tutto il territorio nazionale in modo da favorire sempre più le aziende che presentano un personale qualificato e volto alla conoscenza della materia dell'efficienza energetica ed utilizzo di fonti rinnovabili.
    A questo proposito è stata indicata la creazione di un “Marchio di qualità” per le compagnie che utilizzano personale qualificato.

    In definitiva, un nuova ventata di sapere in materia di efficienza energetica sta invadendo il settore dell'edilizia a tutti i livelli con l'auspicio che gli enti interessati e partners facciano fruttare i finanziamenti tanto attesi conducendo l'edilizia ad un orientamento sempre più sostenibile.


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    L'architettura del Mediterraneo costituisce una pagina importante nella storia delle costruzioni e, in generale, nella storia dell'umanità. Su questo mare centro del continente, si affaccia l'antica tradizione costruttiva in terra cruda, che rivive nella ricerca condotta sull'intonaco ecologico ed ecosostenibile dall'Università degli Studi di Reggio Calabria.

    LA TRADIZIONE DELLA TERRA CRUDA IN SARDEGNA

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    La tradizione architettonica mediterranea è figlia di un periodo in cui il centro del mondo era collocato in un piccolo mare, se lo si paragona agli oceani attraversati dai grandi esploratori fino all'approdo sulle coste delle Americhe. 

    Nonostante il tempo sia passato, l'architettura del Mediterraneo è rimasta un punto di riferimento anche per le moderne tecniche costruttive che, spesso e volentieri, si rifanno ai caratteri tipologici evidenti nei fabbricati di questa area geografica.

    È stato questo il motivo che ha portato l'Università degli Studi di Reggio Calabria a condurre una ricerca volta a tramandare le tecniche costruttive mediterranee e di attualizzarle nell'architettura odierna. L'esito dell'operazione ha portato alla nascita di Intonaco Natura, un intonaco in terra cruda ecosostenibile, ecologico, economico e tradizionale.

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    Un intonaco a chilometro e a costo quasi zero

    Lo studio muove i suoi primi passi nell'ambito di una ricerca progettuale che ha come obiettivo la riduzione dei costi di costruzione e il raggiungimento del contenimento energetico attraverso il ricorso a materiali locali. I ricercatori si sono rivolti all'architettura vernacolare antica, quell'architettura che è stata capace di attraversare secoli e secoli di storia, di guerre, di distruzione generale, per arrivare pressochè inalterata ai giorni nostri. Dal punto di vista della durevolezza, quindi, si può sostenere che l'architettura basata sull'utilizzo della terra cruda ha ampiamente superato la prova. Quello che occorreva verificare, e che i ricercatori di Reggio Calabria hanno fatto, era la prestazione del materiale dal punto di vista energetico, la sua reazione alle condizioni climatiche mutate progressivamente per via del surriscaldamento globale e la sua efficienza in termini di isolamento. 

    Lo studio ha dimostrato che i materiali dell'architettura vernacolare sono caratterizzati dalla facilità di reperimento e presentano ancora un'ottima capacità di contenere il dispendio energetico grazie alle loro prestazioni di isolamento termico, costituendo una valida soluzione per chi ricerca un'architettura sostenibile. Il fatto di essere interamente naturale, inoltre, fa della terra cruda un elemento ideale per costruire nel pieno rispetto dell'ambiente, poiché si parla di un prodotto addirittura biodegradabile. 

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    La composizione dell'intonaco in terra cruda

    Il prototipo della miscela, sperimentato nel parco Ecolandia di Reggio Calabria, sarà applicato a murature di diverso tipo, dal laterizio pieno e a quello forato, dalla pietra al calcestruzzo. L'obiettivo è quello di verificare la compatibilità dell'Intonaco Natura con il substrato, tentando di raccogliere anche i dati relativi all'effetto combinato di involucro esterno e parete per quanto riguarda l'isolamento termico e la resa meccanica. 

    L'impasto terroso viene abbinato ad un particolare additivo fluido, sempre a base naturale, così da presentare elevata resistenza agli agenti atmosferici e capacità di sopportare le sollecitazioni meccaniche. Con questi "ingredienti" è possibile innalzare la percentuale di componenti naturali dell'intonaco rispetto ad altri prodotti simili in commercio. Tale caratteristica è molto importante in termini di sostenibilità ambientale, perchè buona parte del composto interra cruda, essendo biodegradabile, può essere riassorbito dall'ambiente una volta che si è concluso il suo ciclo naturale di vita. La parte che, invece, non è biodegradabile, viene raccolta e inserita in un processo di trattamento idoneo per lo smaltimento. 

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    Intonaco in terra cruda: dopo gli esperimenti si punta al brevetto

    Per studiare in modo attento e analitico il comportamento dell'intonacoè stato allestito un laboratorio all'aperto nel Parco di Reggio Calabria, ma l'intenzione, per il futuro, è quella di estendere l'utilizzo di Intonaco Natura anche sul resto del territorio nazionale. I ricercatori autori dello studio intendono, infatti, adoperarsi per l'ottenimento del brevetto riconosciuto in tutta Italia. Il destinatario del progetto è sempre stato, del resto, il nostro Paese, per intero: Intonaco Natura, affondando le sue radici nella storia che si è sviluppata sulle coste della penisola, vuole riproporre, ad un'architettura ormai omologata e priva di caratteri tipologici sufficientemente forti e riconoscibili, tecniche tradizionali purtroppo abbandonate, ma mai "passate di moda".

    Il progetto punta all'utilizzo di prodotti localmente reperibili. L'additivo naturale utilizzato, in particolare, è composto da una matrice che abbonda in Sicilia e Calabria, ma potrebbe essere facilmente sostituito con sostanze analoghe, tipiche di altre zone dell'Italia. Il reperimento dei materiali in loco è condizione fondamentale per poter parlare di "sostenibilità" del progetto. Se a questa caratteristica si aggiunge la biodegradabilità Intonaco Natura diventa anche ecosostenibile e, in un periodo come quello che stiamo vivendo, quando si è circondati più dalle polveri sottili che dalla polvere degli edifici che si costruiscono, pensare ad una soluzione alternativa può costituire un primo piccolo, timido passo verso il cambiamento.

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    Getaway è la prima start-up che consente di noleggiare minuscole case mobili, per nascondersi in location remote disperse tra boschi selvaggi e scenari mozzafiato. L'idea nasce da alcuni studenti di Harvard che disegnano e costruiscono una piccola capanna di legno "Ovida", dotata di doccia, stufa, letto matrimoniale e grandi aperture: prototipo facile da montare e spostare, perché tutti possano provare almeno per una notte una "tiny house" (piccola casa).

    "Con Getaway sei ad un clic di distanza da un breve soggiorno nella tua piccola casa privata nel bosco, abbastanza vicina per fuggire via in un attimo ma abbastanza lontana per garantirti una pausa rinfrescante"

    assicura il giovane team della start-up di Harvard. Come non esserne subito conquistati?

    APH 80: IL PROGETTO DELLA CASA TRASPORTABILE

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    Certo non è facile abbracciare uno stile di vita così estremo e lasciare tutti gli oggetti e abitudini per vivere con meno e in semplicità in una casa piccola e mobile. Perciò i giovani designer di Getaway hanno pensato di dare la possibilità a tutti di provare ed esplorare nuove modalità abitative per le vacanze. Per scoprire magari che non solo è una soluzione razionale (meno consumo di risorse, portabilità e possibilità di cambiare luogo), ma anche economica e di qualità (grazie all'utilizzo di legno e acciaio e la cura per il necessario).

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    Getaway nasce da Millenario Housing Lab, un progetto della Harvard Innovation Lab fondata da Jon, uno studente della Harvard Business School, e da Pete Davis della Harvard Law School. Tale iniziativa ha visto la collaborazione delle imprese con le scuole di design, con obiettivo di sviluppare idee per le abitazioni delle nuove generazioni. Tramite il sito web è possibile noleggiare le cabine mobili, complete di tutto e spostate di volta in volta dal team. Possono pernottare 4 persone con un centinaio di euro a notte; la casa è fornita di legna da ardere, biciclette, snack e carte da gioco, oltre agli asciugamani e lenzuola come in qualsiasi altro hotel.

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    Disconnettersi dal mondo digitale, dalla pressione e stress lavorativo, ricaricandosi con i suoni e le immagini della natura: la vacanza in piccole case mobili restituisce non solo momenti di serenità, ma è anche un modo per ripensare a stili di vita più contenuti. A cosa serve, dopotutto, tutta questa roba?

    Attualmente si può scegliere tra tre modelli: Ovida, all'esterno scura e adatta per ogni stagione perché dotata di riscaldamento; Clara, dai prospetti più accattivanti e Lorraine, con una lunghissimo bancone sulla stretta finestra. "Vivendo in piccoli spazi, ci si diverte di più", assicura i progettisti, e si è portati a stare più all'esterno.

    Più piccolo di uno scuolabus, ma un po' più grande di una monovolume, il mini alloggio di circa 2,4 m x 6 m, può essere una soluzione per i senzatetto e per casi d'emergenza: tutti possono costruirla facilmente in 30 giorni!

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    Come i secret concerts (live in case private o luoghi insoliti), la prenotazione per queste piccole case mobili è obbligatoria e con un po' d'anticipo, ma la località rimane del tutto inaspettata fino a 24 ore prima del soggiorno. Una mail con indicazioni precise servirà a raggiungere il mini hotel a due ore di distanza di Boston.

    Lavoro, mutuo e casa di proprietà: il modello tradizionale sta diventando sempre più stretto o infattibile per tanti giovani, che cercano soluzioni alternative, alloggiamenti non convenzionali e mobili, specie quando il lavoro non è legato ad un luogo fisso.

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    A Gennaio 2016, l'Italia ha visto un nuovo passaggio nelle politiche per la mobilità e le infrastrutture leggere. Con la Legge di Stabilità infatti si sono stanziati ben 94 milioni di euro per 3 anni (18 milioni nel 2016, 38 milioni nel 2017 e i restanti 38 nel 2018) per la realizzazione di 3 progetti infrastrutturali (superstrade ciclabili):

    In copertina: Cycle path with white arrow and mosaic of a bicycle on red stone surface. Foto di Annavee, via Shutterstock.

    SOLAR ROAD: LA PRIMA STRADA SOLARE PER BICICLETTE deL MONDO

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    Questi investimenti previsti dalla legge di Stabilità costituiscono una svolta innovativa per il nostro Paese, rivolta a favorire gli spostamenti in bicicletta, anche quando si tratta di percorsi lunghi (oltre 5 km). Con l'inserimento di queste infrastrutture leggere non solo si tenta di costruire un nuovo modello di sviluppo (riduzione drastica della produzione di CO2) sensibilizzando i cittadini ad una nuova concezione di “ciclabilità”, ma anche di rilanciare i territori attraversati con il cicloturism­o, finora esclusiva dei paesi nordici. 

    “La simpatia che ispira la bicicletta deriva anche dal fatto che nessuna invasione è stata fatta in bicicletta” (Didier Tronchet). 

    Sì, nessuna invasione è stata fatta in bicicletta, ma non è detto che la bicicletta e le superstrade ciclabili non possano portare ad una rivoluzione, una “ciclorivoluzione”! Un cambiamento, in questa fase storica che vede un neonato interesse ecologista, sia obbligato dall'allarmante situazione di inquinamento che da un rinnovato atteggiamento del cittadino ora economo e risparmiatore.

    Ci sono finalmente i mezzi per cambiare la modalità di spostamento nelle città italiane, un nuovo impulso alle infrastrutture leggere dimenticate.

    Le superstrade ciclabili nel mondo

    Oggi molte città si stanno muovendo in questa direzione: Londra, New York, Basilea e Washington sono in prima linea. Già dagli anni '80 i Paesi Bassi, il Belgio e la Danimarca presentavano le prime vie ciclabili per il decongestionamento del traffico, dando così inizio a un rinnovato modo di muoversi in sicurezza.

    La Cycle Super Higway permette alle bici danesi di sfrecciare da Copenhagen ad Albertslund, Breda è connessa a Etten-Leur nei pianeggianti Paesi Bassi e una nuova via di 30 km permetterà una connessione su un'asse est-ovest degli estremi della capitale inglese tra i quartieri di Barking e Acton.

    Ma il 2016 non vede protagonista solo la nostra l'Italia: in Germania, nella Ruhr, si parla di Radschnellweg, la nuovissima ciclovia che collegherà ben 10 città (tra cui Duisburg, Bochum e Hamm) per un totale di 100 km.

    In definitiva, le amministrazioni ed i governi si sono finalmente resi concretamente attivi, dando nuova pulsione ad una tendenza che si sta diffondendo sempre più e poi citando un grande politico: ”non c'è niente di meglio di un bel giro in bicicletta” (JFK).


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    Qual è il ruolo della progettazione architettonica nel mercato immobiliare? Il programma di sviluppo urbano proposto dallo studio OJT di Jonathan Tate si occupa delle case entry-level cioè di abitazioni per acquirenti che si avvicinano al grande sogno della casa di proprietà per la prima volta. Il primo scoglio che si incontra quando si decide l'acquisto della prima casa, di rendersi indipendenti e costruire la propria vita fuori dal nido familiare sono i prezzi delle abitazioni. Il luogo in cui costruirsi la propria autonomia spesso ha un costo inaccessibile per giovani acquirenti.

    NEW ORLEANS: LA RICOSTRUZIONE DOPO KATRINA

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    A volte, più che un aiuto economico per risolvere il problema, è necessario che la pianificazione urbanistica e la progettazione architettonica sappiano dare risposte ad una domanda emergente. C’è bisogno di scelte strategiche, di programmare delle politiche che incentivino le nuove generazioni a uscire dalla propria famiglia d’origine e trasferirsi verso altri luoghi con l'acquisto della prima casa.

    L’idea di un piano per la creazione di abitazioni accessibili per tuttiè partita da New Orleans. Uno sviluppatore, un architetto e un costruttore hanno deciso di promuovere e finanziare moduli costruttivi che potessero essere replicabili anche in altre città. Hanno puntato sull'acquisto di quei lotti poco appetibili e indesiderabili perché troppo piccoli o risultato di ritagli di precedenti lottizzazioni. 

    Avanzi, insomma. 

    Dando una nuova possibilità al terreno di “scarto”, di dimensioni difficili e tra altri edifici, hanno creato le condizioni perché nascessero nuove abitazioni. Il limite è diventato una risorsa: prezzi bassi di acquisto del terreno e una mano progettuale illuminata ha saputo dare risposte a un’esigenza reale quale l’acquisto della prima casa. 

    Del resto, l’architettura ha eseguito ciò che è da sempre nel suo DNA: risolvere i problemi delle persone.

    Il primo modulo completato nell’ambito di questo ambizioso programma si trova al n° 3106 di St. Thomas, nel quartiere irlandese di New Orleans. Il lotto si trova tra capannoni industriali e le dimore storiche risalenti agli inizi del Novecento. Originariamente il lotto era stato pensato per essere la naturale continuazione del cortile posteriore di una casa adiacente e misurava solamente 5x17 metri. Inoltre, la progettazione è stata ulteriormente complicata dalla posizione del lotto, inserito in un quartiere storico, vincolato da un garbuglio di norme e linee guida per dimensioni e volumetrie.

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    Dal punto di vista architettonico i progettisti, inserendo il manufatto all’interno di un quartiere industriale, hanno rotto la monotona sequenza percepita dal fronte strada, rivendicando un'autonomia ritmica del manufatto. Inoltre, l’abitazione poggia su una pedana soprelevata, che isola la costruzione da ciò che ha intorno. La struttura, stretta e alta, pari a 298 metri quadrati, offre agli abitanti tre livelli, con una camere da letto lontana dal lato strada al secondo piano, un bagno e uno studio.

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    Il risultato è stato un modulo in grado di creare le condizioni sufficienti per un’abitazione per single o coppia, categorie che hanno sempre trovato difficoltà ad individuare alloggi disponibili nella zona per l'acquisto.

    La strategia Starter Home è flessibile, adattabile e soprattutto uno spunto importante per chi crede nell’importanza di ricucire e riqualificare le nostre periferie, riconsiderando quegli spazi dimenticati che, invece, possono essere teatro di un futuro abitato. Senza andare ad intaccare nuovi terreni vergini.

    Lo diceva mia nonna che in cucina non si butta via niente: anche nella pianificazione urbanistica, grazie a un po’ di lungimiranza, il più piccolo ritaglio può essere una risorsa.

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    Il tema della mobilità sostenibileè già da diversi anni al centro della ricerca e della produzione automobilistica che molto spesso ha concentrato risorse e sperimentazioni nel campo delle quattro ruote, ma il concetto di mobilità green nasce prima di tutto da un’idea nuova di infrastruttura. Sebbene si faccia ancora fatica a immaginare e sperimentare nuovi sistemi di trasporto, come strade e piste ciclabili, alcuni tentativi sono stati fatti per capire come possano cambiare le infrastrutture che usiamo quotidianamente. Tra le città che in questo campo si sono adoperate con più entusiasmo c’è Rotterdam, che è riuscita a concretizzare una serie di risultati facendo della mobilità il cuore pulsante del proprio sistema urbano.

    SUPERSTRADE CICLABILI IN ITALIA: LA MOBILITÀ leggera NELLA LEGGE DI STABILITÀ

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    Piste ciclabili in asfalto 100% riciclabile

    Con i suoi quasi 20 mila km di piste ciclabili i Paesi Bassi sono il Paese europeo che maggiormente ha concentrato la sua mobilità sulla bicicletta. Recentemente, grazie alla partnership con due importanti aziende del settore chimico e infrastrutturale, è stata annunciata la realizzazione di un nuovo percorso ciclabile green nel Vierhavens Merwe a Rotterdam per il quale verrà utilizzato un asfalto al 100% riciclabile.

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    Grazie alla collaborazione con l’Arizona Chemicals si è individuato un composto bio in grado di rigenerare il bitume e mantenere l’asfalto della strada ciclabile nel tempo. La particolare sostanza deriva dalla lavorazione del tallolo, più comunemente conosciuto come olio di pino, un liquido viscoso ottenuto dalla lavorazione della polpa di legno di conifere. Inutile dire che l’operazione porterebbe notevoli vantaggi dal punto di vista economico, ma i migliori benefici si avrebbero in campo ambientale perché permetterebbero di dimezzare scarti e rifiuti, e di ridurre notevolmente le emissioni derivanti dalla lavorazione dell’asfalto. Pur essendo un’operazione ancora molto sperimentale l’utilizzo del composto bio-based sembra dare un’ottima risposta anche sotto l’aspetto della durabilità consentendo di ridurre la necessità di interventi per il ripristino del manto stradale degradato.

    Strade in plastica riciclata

    Già da qualche mese il Consiglio di Rotterdam ha dato il via la progetto “Plastic Road”, basato sulla sperimentazione di un nuovo prodotto derivato dalla plastica capace di sostituire il fondo stradale in asfalto. L’idea proposta dalla WorkerWesseld, un’azienda di costruzioni locale, si basa sull’utilizzo di una nuova pavimentazione ricavata dal riciclo di rifiuti plastici.

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    Il principio si basa sulla realizzazione di una serie di moduli prefabbricati ricavati dal riciclo delle bottiglie di plastica e di altri rifiuti PET. Il sistema modulare grazie alle sue caratteristiche e alla sua leggerezza permetterebbe la produzione in serie del prodotto che verrebbe poi installato in sede con molta facilità, riducendo i tempi di costruzione ed i disagi stradali, inoltre, grazie alla sua struttura scatolare, favorirebbe un minor carico sul terreno e garantirebbe una miglior facilità nell’installazione delle reti poste al di sotto del manto stradale. L’azienda sta testando il prodotto per capire il grado di affidabilità in caso di pioggia o neve sulla pista ciclabile, ma già è evidente che esso è in grado di sopportare meglio dell’asfalto l’escursione termica, grazie alla temperatura di esercizio che va da -40°C a +80°C, ciò permette di ridurre notevolmente gli interventi di manutenzione e garantire una durabilità della vita media della strada fino tre volte in più rispetto al sistema tradizionale.

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    Sebbene i piani e gli interventi presentati dal Consiglio di Rotterdam per le piste ciclabili siano ancora in fase di sperimentazione, testimoniano una presa di coscienza e una determinazione nel raggiungere dei risultati che potrebbero condizionare la mobilità mondiale. Rimane evidente che queste sperimentazioni continuano ad avere un approccio sostenibile di tipo adattivo mirato all’utilizzo di materiali definiti green, ma forse la strada più corretta sarebbe quella di perseguire un obbiettivo diverso, basato su un approccio di tipo mitigativo che metta in discussione il modello di mobilità così come tradizionalmente concepito.


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    Si associano spesso le tiny houses ad un nuovo modo di vivere super sostenibile, rinunciando a vizi, sprechi, oggetti inutili e favorendo il risparmio di suolo con il conseguente raggiungimento dell’autosufficienza energetica. Docenti americani hanno però messo in luce alcune verità scomode su queste piccole e graziose abitazioni.

    TINY HOUSE: VIVERE IN 20 METRI QUADRI

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    È lo stile di vita green all’interno delle micro case o “tiny houses”, spazi minimi pensati per chi ha deciso di lasciarsi alle spalle la normale vita comune e intraprendere una nuova scelta esistenziale, ecologica, etica e romantica.

    Non è però tutto oro quel che luccica: psicologi, architetti e designers ci spiegano quali problemi si nascondono dietro a questa decisione.

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    Il parere degli esperti sulle tiny houses

    Le persone non sono tutte uguali, ognuno di noi ha delle esigenze e capacità di adattamento differenti, perciò la domanda è: quanti riescono veramente ad affrontare tutte le privazioni e i sacrifici della vita in spazi così ridotti? In pochi, innanzi tutto perché questo modo di vivere potrebbe portare complicazioni di tipo sanitario e sociale. 

    Gli esseri umani non vivono bene in spazi sovraffollati, sottodimensionati rispetto alle proprie esigenze, e questa scomoda verità la confermano affermati professori americani. 

    Dak Kopek, docente di design per la salute umana al Boston College, spiega che: “Tutti hanno bisogno del loro spazio, la sua mancanza si collega alla depressione, all’alcolismo e allo scarso rendimento scolastico nei bambini”.

    Mentre Susan Saegert, docente di psicologia ambientale presso la City University of New York, afferma:“Non riesco a immaginare nessuno con bambini piccoli che non diventi pazzo in una mini abitazione. Vivere in quattro in venti metri quadrati non può essere salutare e se non vogliamo trovarci a dover curare i problemi respiratori, le allergie e le patologie delle persone costrette a vivere in spazi minuscoli, dobbiamo ricominciare a pensare ad abitazioni dalle giuste dimensioni”.

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    Tiny houses: meglio nel week end e in luoghi caldi

    Si è scoperto che la maggior parte dei proprietari di una eco-cabin ha in realtà un’altra abitazione e usa quella micro per le vacanze o i weekend.

    I coniugi americani Carrie e Shane Caverly, ad esempio, hanno mostrato il loro mini loft in moltissimi programmi televisivi ma hanno ammesso di aver abbandonato l’impresa dopo diciotto mesi e di essersi trasferiti in un normale appartamento. Molti loro colleghi hanno fatto altrettanto, cedendo alle comodità della vita in città ma questo dettaglio è omesso dai servizi tv per non danneggiare l’immagine di una vita bucolica e romantica in superfici ridottissime.

    Marc Davison, proprietario di una tiny house, in un’intervista, ha dichiarato che questo stile di vita non consente mai di rilassarsi, ogni movimento va calcolato, ogni operazione va pensata e ci vuole una costante concentrazione per non recare danno agli altri componenti del nucleo familiare.
    Questo vale ancor più se la mini casa è collocata in climi freddi. Al contrario, chi abita in zone calde e passa la maggior parte del tempo all’aperto può adattarsi meglio ma non deve certo pretendere di vivere come prima.

    Un ultimo problema di cui si parla poco riguarda il fatto che le tiny house sono provviste di ruote e, in teoria, è possibile spostarle dove si vuole senza sottostare ai regolamenti edilizi. In realtà non è così perché trovare uno spazio idoneo in cui sistemare la casa per lunghi periodi è veramente difficile.

    Dunque bisogna ponderare bene e a lungo prima di prendere la decisione di cambiare drasticamente il proprio modo di vivere. Una scelta equilibrata potrebbe essere quella di usare una mini casa solo per i week-end o per vacanze più lunghe, evitando in questo modo il consumo eccessivo di suolo e gli sprechi energetici rispetto a una seconda casa tradizionale.

    Resta senza dubbio il fascino del "buon vivere" rispettando il pianeta e le risorse che produce.

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    Un antico edificio rurale del 1891 situato ai margini di una stretta via di campagna in località Lasagnana, frazione di Val Parma (Parma) è stato trasformato in casa-studio per una giovane coppia. I vincoli sono diventati l’elemento generatore del progetto sull'ex stalla curato dall’architetto Francesco Di Gregorio. Muri, porte e finestre esistenti sono stati sapientemente integrati con la nuova funzione abitativa della casa-laboratorio e l’unitarietà dello spazio interno è stata salvaguardata.

    LA VECCHIA STALLA CONVERTITA IN ABITAZIONE

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    La struttura originaria della stalla è stata consolidata, è stata inserita una sottofondazione ed è stato creato un nuovo pavimento uniforme in cemento per la casa-laboratorio. Gli antichi spessi muri in pietra e le colonne in mattoni con capitelli lapidei sorreggono ancora i soffitti a voltine: gli elementi verticali sono stati lasciati a vista, mentre quelli orizzontali sono stati intonacati di colore bianco. Non volendo alterare l’aspetto esterno dell’edificio del 1891 e aprire nuove finestre, tutte le scelte compositive hanno cercato di non ostacolare il passaggio della luce naturale.

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    La casa si sviluppa su di un unico livello senza partizioni fisse. Una serie di tende leggere è appesa ai cavi d’acciaio tesi tra una colonna e l’altra e permette di separare la zona dedicata al sonno, la zona dedicata al laboratorio e quella dedicata alla convivialità. La griglia di cavi serve inoltre per portare l’elettricità nei diversi punti dell’abitazione in maniera flessibile a seconda delle esigenze e senza forare i muri.

    L’unico elemento costruito ex-novoè il bagno costituito da un parallelepipedo bianco inserito all’interno dello spazio voltato e rivestito in piastrelle quadrate di ceramica di dimensione 10x10 cm. All’interno sono inserite le funzioni, mentre i percorsi sono portati all’esterno: il lavandino e la doccia si aprono, infatti, direttamente verso la zona degli armadi e la zona del riposo.

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    "Turf", in inglese, significa torba, ed è con questo materiale assolutamente naturale che in Islanda, fin dal nono secolo, si ricoprono i tetti delle case mantenendo inalterato nel tempo il tradizionale metodo costruttivo che le rende più affascinanti che mai e capaci di raccontare una loro storia. Una tradizione che ha fatto sì che queste singolari abitazioni (Turf houses, appunto) fossero candidate a Patrimonio Unesco

    TETTI VERDI: SONO SICURI?

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    Storia ed origini delle Turf Houses islandesi

    Furono i coloni provenienti dal nord, come i Vichinghi, che introdussero questa nuova tecnica per contrastare in modo adeguato i climi rigidi invernali tipici di queste latitudini.

    Ma, a differenza di paesi come la Norvegia, l’Irlanda, la Scozia, l’Olanda e la Groenlandia, dove la pratica di ricoprire i tetti di "turf" fu usata per realizzare abitazioni per le persone più povere, in Islanda le cose andarono diversamente; la tecnica del tappeto erboso fu introdotta per tutti i tipi di edifici e per tutte le classi economiche senza creare differenze tra ricchi e poveri, dalle residenze dei capi a quelle dei contadini, dagli edifici religiosi ai ricoveri per gli animali.

    Ed è questo il principale motivo che le ha fatte candidare a Patrimonio Unesco come eccezionale esempio di “architettura vernacolare” (dal latino vernaculum, tutto ciò che era realizzato localmente).

    L'evoluzione delle Turf Houses

    Nel corso dei secoli, le turf houses, pur mantenendo i medesimi materiali da costruzione, hanno subito un’evoluzione nella forma, adattandosi di volta in volta al contesto e al mutare delle esigenze. Si è così passati dalla casa allungata stile nordico usata per lavorare e dormire, a più case collegate fra loro da un corridoio centrale, con una parte sopraelevata adibita a zona notte, ben riscaldata e isolata dall’ingresso.

    Oggi queste case non sono tutte abitate, molte sono totalmente abbandonate oppure usate come depositi; restano in ogni caso la testimonianza diretta di una lunga tradizione storica e un solido collegamento con il passato, evidenziando il loro ruolo nel paesaggio rurale della campagna islandese. Da qui l'interesse culturale rivolto a queste costruzioni e sfociato nella candidatura Unesco.

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    Come sono fatte le "case di torba"

    Oltre alla torba che ricopre la sommità e le pareti, per la struttura si usano il legno e la pietra che, in certi casi, forma la base per il tetto. La durata di questi materiali è molto variabile. La torba subisce un inevitabile processo di deterioramento e va sostituita dopo i 20-70 anni in base a una serie di fattori che variano dalla sua composizione, al clima locale e all’abilità degli artigiani.

    L'utilizzo della torba per la realizzazione dei tetti delle Turf Houses presenta molti vantaggi: si trova abbondantemente in Islanda ed è gratuita, trattiene bene il calore mantenendo uniforme la temperatura interna e non lascia passare le infiltrazioni d’aria. Pietre e legname possono essere invece riutilizzati.

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    “Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa, il secondo momento migliore è adesso” affermava Confucio. In contesti come quelli portuali però, dove è il cemento a far da padrone, la possibilità di ricavare spazi verdi può essere considerata quasi un miraggio. Una brillante soluzione a tale problema è stata trovata a Rotterdam dove, tra poco più di un mese, verrà presentata la prima foresta galleggiante al mondo: la “Bobbing Forest”. 

    In copertina: foto da DobberendBos.nl

    Il progetto della BOBBING FOREST

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    caption: foto da DobberendBos.nl

    Gli olandesi, sempre più impazienti per la realizzazione del progetto della Bobbing Forest, sono ancora increduli di fronte all’eco internazionale che l'iniziativa della foresta galleggiante ha avuto; d’altronde si sa, quando passione per l’arte e cura del verde si incontrano nel medesimo progetto non può che venir fuori qualcosa di sorprendente!

    Saranno sufficienti poche settimane per completare l’installazione; tutto dovrà essere pronto per il 16 marzo, giorno dell’inaugurazione e, non a caso, Giornata Nazionale dell’Albero. In tale occasione a Rotterdam saranno messi in acqua ed ancorati sul fondo del bacino portuale di Rijnhaven “20 alberi galleggianti”, mentre un ventunesimo sarà lasciato sulla banchina in modo che residenti e turisti possano osservarlo da vicino.

    L’obiettivo è quello di offrire un valido contributo alla lotta per i cambiamenti climatici ma soprattutto porre l’accento sulla necessità dell’innalzamento della qualità della vita nelle città; la foresta galleggiante vuole essere un esempio per le nuove generazioni, un simbolo dell’importanza delle aree verdi all’interno del centro abitato.

    L’idea della foresta galleggiante

    La Bobbing Forestè la versione a scala naturale della scultura che Jorge Bakker, artista colombiano ma olandese di adozione, ha realizzato nel 2012: un acquario contenente alberi in scala sospesi sull’acqua tramite galleggianti.

    caption: foto da Onderwerper.nl

    “In Search of Habitats” (letteralmente “in cerca di habitat”) è l’evocativo titolo dell’opera che usa elementi naturali come acqua e piante per indurre l’osservatore ad una riflessione: che rapporto i cittadini hanno con la natura e come entrambi si relazionano con l’ambiente che li circonda?

    Il messaggio non è passato inosservato a Jeroen Everaert, responsabile del centro di produzione culturale Mothership, Anne van der Zwaag, storica d’arte e imprenditore culturale, e al designer olandese Jurgen Bey, tanto da spingerli a “spostare l’asticella un po’ più in alto”, cercando di espandere tale concetto nella vita reale.

    caption: foto da DobberendBos.nl

    È nato così un progetto tanto avvincente sulla carta quanto pieno di ostacoli nella realtà.

    Le molteplici sfide (tecniche, ambientali ed economiche) non hanno fatto altro che alimentare la voglia di fare degli ideatori, portando sin da subito Motheriship a cercare collaboratori all’altezza della situazione, in grado di uscire fuori dagli schemi e trovare soluzioni innovative per la foresta galleggiante.

    Il risultato finale è frutto di un lavoro sinergico in cui, a professionisti dalla consolidata esperienza, sono stati affiancati giovani in grado di andare oltre i comuni parametri, grazie alla freschezza delle loro idee.

    Le sfide del progetto della Bobbing Forest

    Come ironizzato dallo stesso Evereat, anche gli alberi, come tutti gli esseri viventi, “soffrono il mal di mare”.

    Il primo problema da risolvere era perciò quello di individuare le specie vegetali che potessero sopravvivere alla “vita galleggiante”; inoltre le boe dovevano essere in grado di tenere in piedi gli alberi senza che questi si ribaltassero.

    caption: foto da DobberendBos.nl

    Le ricerche effettuate da un gruppo di studenti della Facoltà di Scienze Applicate dell’Università di Van Hall Larenstein hanno permesso di escogitare il sistema più efficace per mantenere in vita le piante nelle acque salmastre del porto oltre che individuare la specie arborea più idonea: l’Olmo Olandese (Ulmus x hollandica "Major"). Connotato dalla capacità di crescere rapidamente, il legno duro che lo caratterizza è infatti in grado di resistere all’azione del vento e dell’acqua; necessita inoltre di poca potatura.

    Le sperimentazioni necessarie ad impedire il ribaltamento delle boe della Bobbing Forest, soprattutto nei periodi di burrasca, sono state condotte da un team di aspiranti ingegneri civili della Delft University of Technology. I calcoli effettuati hanno evidenziato la necessità di apportare modifiche alle boe standard; le variazioni sono state realizzate da una Società di produzione dell’acciaio, grazie al lavoro di alcuni giovani tirocinanti sulla base dei disegni esecutivi del gruppo di progettazione strutturale.

    Nel corso del periodo di ricerca, nel Marzo 2014, è stato lanciato con successo un primo prototipo; per il completamento dell’opera manca solo il delicato compito dell’assemblaggio finale.

    caption: a sinistra l’assessore Alexandra van Huffelen durante il lancio del primo prototipo nel 2014. L’albero era spoglio. A destra i prototipi dopo il monitoraggio di 6 mesi: gli alberi si sono riempiti di foglie! Foto da Dobberendbos.nl

    La foresta galleggiante di Rotterdam un progetto sostenibile

    Oltre a quelli dei gruppi di ricerca universitari, fondamentali sono stati gli sforzi messi in campo da diverse autorità, sia locali che nazionali. Il loro prezioso contribuito ha fatto sì che, durante il lungo iter progettuale, non fosse mai perso di vista l’obiettivo cardine del progetto: la sostenibilità.

    La maggior parte dei materiali utilizzati per la realizzazione della Bobbing Forest sono infatti riciclati.

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    caption: foto da DobberendBos.nl

    La Rijkswaterstaat, Agenzia del Ministero delle Infrastrutture e dell’Ambiente, ha messo a disposizione 20 boe utilizzate nel Mar del Nord e in via di dismissione.

    Gli olmi sono stati donati dalla Bomendepot, una struttura del Comune che si occupa dello “stoccaggio del alberi”; da un po’ di anni infatti la città di Rotterdam ha deciso di adottare una politica volta alla tutela degli alberi negli spazi pubblici: ogni volta che un pezzo di città viene rinnovata, gli arbusti non più adatti al nuovo contesto non vengono abbattuti ma stipati in attesa di una nuova collocazione.

    Ruolo chiave è stato infine svolto dalla piattaforma per l’innovazione di Rotterdam, CityLab010, che ha permesso la fattibilità economica del progetto.


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    Gli arredi urbani puntellano le nostre città. Elementi di design o oggetti puramente funzionali, senza di essi lo spazio pubblico sarebbe più povero, spoglio e meno vivibile rispetto alle necessità dei cittadini. È questo uno dei motivi per cui il progetto della città deve avere un occhio di riguardo anche per la qualità delle sedute o il funzionamento dei dissuasori per l’ottimizzazione della viabilità.

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    La progettazione dello spazio pubblico, nella città storica consolidata e in quella contemporanea di recente espansione, è costantemente oggetto di studio da parte dei progettisti, intenti a misurarsi con la frequente necessità di interventi che adeguino gli spazi urbani al gusto di chi quegli spazi li governa e li vive anche attraverso gli arredi. La stessa fruizione degli spazi aperti da parte dei cittadini può mutare e piegarsi alle scelte progettuali, e talvolta essere compromessa da lavori o elementi che non hanno risposto a precisi requisiti.
    Da qui la necessità di compiere scelte lungimiranti sul futuro dei nostri quartieri e che rispondano ad un preciso progetto di immagine della città, sia che si parli di edifici che in tema di arredi urbani.

    Elementi dell’arredo urbano tra tradizione e innovazione

    Con il termine “arredo urbano” si indica una serie vasta e variegata di dispositivi che, dalle panchine alle buchette postali, svolgono funzioni precise all'interno dello spazio pubblico. Troppo spesso trattati come semplici oggetti da posizionare agli angoli delle strade, questi elementi possono (e devono) essere occasione di riflessione di progetto per gli architetti che hanno la possibilità di ridisegnare porzioni di città. 
    Cestini, lampioni, dissuasori, persino cabine telefoniche, se ben scelti e progettati possono arricchire lo spazio cittadino anziché banalizzarlo: le cabine rosse di Londra sono un perfetto esempio di come un elemento di arredo sia diventato simbolo della città.

    Nell'ultimo secolo i momenti di creatività si sono moltiplicati insieme alla necessità di comunicare informazioni ai cittadini ed ecco cartelloni pubblicitari, semafori, bacheche e tabelloni informativi a LED spuntare come funghi, talvolta seguendo fedelmente una precisa linea grafica di progetto, altre volte rispondendo ad una necessità emersa all’improvviso e velocemente risolta.

    Lo spazio pubblico non è solo un grande contenitore di attività per il terziario ed il tempo libero, ma uno spazio collettivo che va attrezzato per accogliere ogni attività. Recenti interventi di rigenerazione urbana possono fornirci esempi di come si possa riprogettare l’ambiente urbano con arredi del tutto originali.

    Nel cuore di Copenhagen Bjarke Ingels Group, assieme ai paesaggisti Topotek1 e al collettivo Superflex, ha realizzato Superkilen, un parco pubblico di 30.000 mq commissionato dal Comune pensato per rappresentare al suo interno ben 57 comunità etniche. Colori diversi contraddistinguono le aree del parco dove, tra alberi e piste ciclabili, è possibile parcheggiare le bici nelle rastrelliere provenienti dalla Norvegia, o giocare a scacchi sui tavoli da gioco arrivati da Brasile e Belgio.

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    Diversa ambientazione per il progetto dello studio RS+ che sul lago di Paprocany, in Polonia, interviene con un progetto di rigenerazione urbana e valorizzazione paesaggistica del lungolago. Una promenade in legno si snoda lungo la riva del lago polacco dove, con materiali diversi e adatti ai luoghi, si delineano aree pedonali, ciclabili, aree attrezzate per gli allenamenti sportivi e le attività ludiche dei più piccoli. Per le aree pedonali sono impiegate panchine e ringhiere in materiale resinoso, mentre per la palestra all'aperto sono stati utilizzati degli inerti minerali granulosi. Infine luci LED illuminano i percorsi di notte.

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    Con le nuove tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili possiamo definire come arredi urbani anche alcune soluzioni green, come le pensiline fotovoltaiche per l’attesa dei bus realizzate da City Design, le postazioni urbane per l’alimentazione dei dispositivi elettronici o gli alberi eolici costituiti da microturbine al posto delle foglie.
    E che questi elementi di arredo urbano siano costantemente in aggiornamento lo dimostrano anche le nuove cabine telefoniche londinesi, non più rosse ma verdissime dentro e fuori. Le nuove green cabs si chiameranno SolarBox e non conterranno più un telefono pubblico, bensì una postazione per ricaricare fino a 4 smartphone.

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    Copenhagenize Design Company è uno studio danese che si occupa di urbanistica e spinge per una maggiore diffusione delle biciclette. Ogni biennio stila una classifica delle 20 città che si presentano più vivibili rispetto alle novità introdotte per gli amanti della due ruote. Lo studio considera, per la redazione di questa classifica, sia criteri relativi alla qualità degli investimenti futuri programmati che alle caratteristiche delle infrastrutture per la bicicletta, oltre all’impegno di gruppi locali di associazioni e terzo settore impegnati nella promozione di caratteristiche positive a tale scopo.

    Copenhagenize Index: la classifica delle 20 città che hanno preferito la bici nel 2013

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    Città su due ruote: criteri e scopo della classifica

    Sono state considerate, per redigere la classifica delle 20 migliori città che hanno scelto la bicicletta, le principali realtà urbane che abbiano importanza strategica a livello locale, per lo più con un numero di abitanti superiore a 600 mila. 

    Per il 2015 la città prima in classifica è Copenhagen, che per la prima volta ha superato Amsterdam; tra le prime città molte sono europee e sono poche le eccezioni: Buenos Aires, Minneapolis e Montreal. Non ci sono città italiane in classifica.

    L’obiettivo del Copenhagenize Indexè quello di riportare la bicicletta ad essere un mezzo di trasporto flessibile, pratico e sicuro: questo è un obiettivo che indiscutibilmente tutto il mondo intende raggiungere.

    Le città fonti d’ispirazione per questo studio sono non solo le città che promuovono l’uso di mezzi di trasporto alternativi all’automobile, ma quelle che cercano di restringere al massimo l’impiego di veicoli a motore per promuovere invece la rete ciclabile attraverso la realizzazione di opportune infrastrutture che permettano di viaggiare, con questo mezzo, in sicurezza e tranquillità.

    I criteri per stilare la classifica sono stati: vocazione, cultura della bicicletta e relative facilitazioni, infrastrutture, programma di bike sharing, studio di genere, scambi intermodali e loro incremento, percezione della sicurezza, politica di programmazione, accettazione sociale, pianificazione urbana, effetti sul traffico.

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    La classifica delle città più ciclabili al mondo

    1. Al primo posto della lista del Copenhagenize Index c'è Copenhagen, grazie ai costanti investimenti che sono stati fatti per migliorare le infrastrutture; 
    2. Amsterdam, resta una città eccellente per le bici, ha smesso di innovare e cercare nuove soluzioni per migliorare la qualità dei servizi per i ciclisti;  
    3. Utrecht, al terzo posto della classifica delle migliori 20 città dal 2011, è un'ottima città per andare in bici;  
    4. Strasburgo, dove sono stati costruiti 536 chilometri di piste ciclabili negli ultimi decenni, è da anni considerata la miglior città francese per le biciclette;  
    5. Eindhoven, presente nella classifica già dal 2011, senza tuttavia aver apportato, secondo i curatori, grosse innovazioni nel settore; 

      caption: Copenhagen, foto di barnyz via Flickrcaption: Amsterdam, foto di Ryan Taylorcaption: Utrecht, foto di Tom Juttecaption: Strasburgo, foto di ilovebuttercaption: Eindhoven, foto di Dan 
    6. Malmö, in cui da anni si investe con costanza e sapienza per migliorare le infrastrutture e la cultura delle bici: nel 2013 è stato aperto un grandissimo parcheggio per le bici nei pressi della stazione;
    7. Nantes, presente dal 2013 nella classifica del Copenhagenize Index, vede rafforzato l’impianto dedicato al sistema bicicletta grazie a costanti investimenti, ampiezza di vedute e collaborazione tra la città e le organizzazioni locali che già operavano nel settore delle bici; 
    8. Bordeaux, che perde tre posti in classifica delle migliori 20 città, perché non si percepisce lo stesso entusiasmo di qualche anno fa; tuttavia gli investimenti per le bici in città rimangono notevoli; 
    9. Anversa, si rivela la migliore città del Belgio per le bici, ma perde alcune posizioni a causa della nuova giunta comunale che sta cercando di "attirare più auto nel centro della città";
    10. Siviglia, la migliore città spagnola per le biciclette, qualche anno fa arrivò al quarto posto in classifica, cambiando radicalmente in poco tempo la cultura delle bici in città. Da allora le cose non sono tuttavia cambiate molto, da qui il calo in classifica; 

      caption: Malmö, foto di La citta vitacaption: Nantes, foto di Fiona Campbellcaption: Bordeaux, foto di Yann Garcaption: Anversa, foto di Yelp Inc.caption: Siviglia, foto di adrimcm 
    11. Barcellona. Anni fa quasi non si vedevano biciclette in città, ora invece sono tantissime, grazie ad investimenti considerevoli per le infrastrutture e politiche per rendere la città più sicura per le bici e conquista l'undicesimo posto della classifica; 
    12. Berlino, con tantissimi ciclisti in giro, anche se le infrastrutture potrebbero essere decisamente migliori;  
    13. Lubiana, con costanti investimenti a partire dagli anni Settanta, la città entra per la prima volta nella top 20 grazie al rinnovato impegno delle ultime amministrazioni; 
    14. Buenos Aires, ove in pochissimo tempo sono stati costruiti ben 140 Km di piste ciclabili, generalmente divise dalla strada, ed è stato creato un buon servizio di bike sharing;
    15. Dublino, considerata da anni un'ottima città per le bici;

      caption: Barcellona, foto di naricecaption: Berlino, foto di Olley Coffeycaption: Lubiana, foto di Lubiana Mobility Weekcaption: Buenos Aires, foto di plaudi olivares medinacaption: Dublino, foto di Giuseppe Milo 
    16. Vienna, presente nella classifica del 2011 ma non in quella del 2013, torna ora grazie ai costanti investimenti che hanno esteso la rete di piste ciclabili anche fuori dal centro città, dove il traffico è limitato; 
    17. Parigi, che tra le grandi città del mondo è quella più attiva per le bici, anche se spesso mancano le conoscenze per scegliere le migliori soluzioni urbanistiche; i costanti investimenti degli ultimi anni e il successo del sistema di bike sharing, le consentono di stare nella classifica;  
    18. Minneapolis, la città statunitense ad essere inclusa nella classifica del Copenhagenize Index: ha raccolto molti punti bonus per l'impegno dimostrato negli ultimi anni da autorità locali e associazioni per migliorare la qualità dei servizi per le bici in città: per esempio ci sono quasi 400 Km di percorsi per le bici e piste ciclabili, sebbene infrastrutture e investimenti non siano ancora all'altezza delle grandi città europee;  
    19. Amburgo, dove sono presenti molte bici e una rete di piste ciclabili piuttosto ampia: le ultime amministrazioni, tuttavia, hanno scelto di non migliorarle in nessun modo;  
    20. Montreal, con ottime infrastrutture, molti ciclisti e diversi gruppi che si occupano di migliorare la situazione per le bici: da anni è una delle migliori città del Nord America per andare in bicicletta.

      caption: Vienna, foto di Ian Southwellcaption: Parigi, foto di Jean-Louis Zimmermancaption: Minneapolis, foto di Ernesto de Quesadacaption: Amburgo,foto di Rene Scaption: Montreal, foto di Lima Pix 

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