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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Coinvolgere creativi talentuosi che possano contribuire, con le loro idee, a dare un nuovo valore e nuove forme agli oggetti nel nome dell'ecosostenibilità.

    È questo il principale obiettivo della terza edizione del concorso di idee “Un chiodo fisso per il legno”. Una stimolante opportunità, promossa dall'azienda Relegno (in collaborazione con Arteteco e ConLegno), che ha come punti cardine l'innovazione e la sostenibilità.

    Ai candidati si chiederà di sviluppare progetti di format di arredi, principalmente in legno, che siano di semplice esecuzione, per poterli riprodurre a costi contenuti, funzionali, versatili e soprattutto ecosostenibili.

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    Come partecipare al concorso “Un chiodo fisso per il legno”

    Il contest si rivolge a designer del settore, ma anche ad appassionati creativi che vogliano scommettere sulle proprie idee innovative.

    La partecipazione al concorso è gratuita ed aperta a tutti.

    Per iscriversi occorre registrarsi, entro e non oltre il 30 giugno 2016 compilando il form di partecipazione e specificare se si intende candidarsi come singolo o come gruppo. Per qualsiasi info è possibile inoltre consultare il bando del concorso e le FAQ presenti sul sito, nella stessa pagina del form.

    I premi

    Al vincitore verrà corrisposto un premio in denaro di mille euro e la possibilità, assieme agli autori di eventuali progetti menzionati, di poter collaborare con l'azienda leader nel settore ReLegno Design, mettendo in produzione l’oggetto valutato e riconoscendo al progettista una royalty sulle vendite.

    Tutti i finalisti, verranno menzionati in un comunicato stampa che sarà inoltrato alle più importanti riviste internazionali di architettura e design, a giornalisti e a molteplici canali informativi.

    Per ulteriori informazioni ed aggiornamenti sul concorso consultare i siti ReLegno (sezione “concorso di idee”), Arteteco (sezione Concorsi) e Conlegno (Sezione news). 


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    In Vietnam lungo le sponde incontaminate del fiume Cai nella provincia di Khanh Hoa sorgono una serie di villaggi, in realtà sparuti raggruppamenti di case, la cui popolazione si occupa di coltivare le fertili pianure. Lo studio di progettazione a21studio ha realizzato il piccolo rifugio The Hut per gli agricoltori: un luogo di passaggio dove ripararsi dal sole o dalla pioggia.

    SCUOLE GALLEGGIANTI: LEZIONI IN BARCA DURANTE I MONSONI

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    The Hut: il progetto che omaggia la barca fluviale

    L’idea progettuale del rifugio prende vita dalla constatazione di un’esigenza e dall’analisi delle trasformazioni avvenute negli ultimi anni nella regione. Infatti, l’area fino a qualche tempo fa era soggetta a inondazioni stagionali che trasformavano queste zone per diversi periodi dell’anno costringendo gli abitanti e gli agricoltori a spostarsi su piccole imbarcazioni dalla chiglia piatta. La costruzione a monte di un impianto idroelettrico ha risolto il problema mandando in pensione le barche, che sono diventate un oggetto inutile. Nel migliore dei casi adornano le pareti di alcuni locali della vicina città di Nha Trang.

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    I progettisti hanno recuperato un paio di queste canoe in legno destinate al macero e le hanno adibite a protagoniste dell’intervento realizzando un rifugio che non altera il contesto, perché si inserisce armoniosamente tra i verdi prati e non ha richiesto la realizzazione di fondazioni in cemento o di strutture invasive, e inoltre recupera una storia passata non troppo lontana, ma già quasi dimenticata.

    Sei pali di legno dall’altezza fuori scala sono stati infissi nel terreno come fossero palafitte e due barche sono state sospese tra di essi. In questo modo è stato creato un manufatto dall’utilizzo variabile. Gli agricoltori possono appendere le loro amache e riposare riparandosi dal sole o dalla pioggia, oppure possono arrampicarsi sul tetto per dormire contemplando le stelle.

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    Pochi giorni fa è stato pubblicato da EY con il patrocinio dell’Agenzia per l’Italia Digitale e con il supporto di Ericsson, TIM e Indra, il report 2016 che analizza quanto siano smart le città italiane. Anche quest’anno la città di Bologna si conferma prima nel ranking nazionale sulle Smart Cities.

    Scarica il report

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    Gli indicatori dell'analisi e il primato di Bologna

    Anche nel 2014, il report pubblicato da Between, proponeva la città emiliana come prima tra le città italiane per qualità e innovazione. In particolare Bologna si distingueva per le sue politiche di innovazione legate alla estensione della banda larga, a sistemi sanitari di tipo smart, ad un alto livello di innovazione educativa e per i servizi legati alla mobilità.

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    Quest’anno la città di Bologna si conferma innovativa per la sua infrastruttura delle reti (banda larga, diffusione del wifi pubblico, politiche energetiche e smart buildings), la presenza di sensoristica in grado di capire le evoluzioni e i comportamenti della città (tra questi sono stati valutati i sensori per il monitoraggio dell’aria ma anche quelli di videosorveglianza); per la sua Service Delivery Platform, ovvero la piattaforma che permette di svolgere numerose attività direttamente online, ma anche per la visione e la strategia a lungo termine della municipalità.

    Dietro la città di Bologna si posizionano altre città importanti, come Milano, Torino, Mantova, Parma e Trento, tutte città che stanno facendo dell’innovazione una politica forte e prioritaria. Perché attraverso lo sviluppo di visioni a lungo termine, di strategie e infrastrutture di tipo smart, è possibile migliorare la vita dei cittadini e la qualità dei servizi. 

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    Le principali strategie che la città smart deve mettere in campo per raggiungere l’obiettivo di migliorare la qualità della vita dei cittadini sono: 

    • Migliorare la qualità dei servizi alla popolazione (ad esempio con le piattaforme online dei comuni);
    • Migliorare la mobilità (ad esempio permettere ai cittadini di scegliere tra percorsi ciclabili, mezzi pubblici efficienti, oppure sistemi di car sharing);
    • Migliorare la qualità dell’aria (per questo è importante avere i sensori: perché forniscono i dati reali, giorno per giorno dell’aria e delle sue componenti. In questo modo è possibile avere una chiara visione realistica di ciò che accade e sulla base di questa adottare misure opportune);
    • Migliorare l’efficienza energetica degli edifici costruiti. Forse non tanto costruirne di nuovi, ma migliorare in maniera prioritaria le prestazioni energetiche di quelli che già esistono.

    In conclusione, una smart city non è solo una città che implementa una serie di tecnologie nel suo sistema come strumenti per proporre miglioramenti reali e sostanziali alla vita pubblica. Il tutto secondo una strategia chiara e precisa di lungo termine.

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    Una raccolta di 10 scuole sostenibili in tutto il mondo, che siano d'esempio ai bambini oltre che ai "grandi", e li aiutino e guidino nell’apprezzare quotidianamente l’importanza dell’ecologia e della sostenibilità.

    In copertina: 
  • Elementary School di Danimarca, 
  • foto di Ecohabitar.

    NURSERY FIELD FOREVER: LA SCUOLA MATERNA CON GLI ORTI DIDATTICI

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    1. State College Erich Walter Heine, Santa Cruz-Rio de Janeiro

    Si tratta della prima scuola che in Brasile ed in tutta l’America Latina ha ricevuto la certificazione LEED Platinum: il progetto team Arktectus ha superato le tutte le ispiezioni mostrando l'efficacia degli oltre 50 misure impiegate per favorire una maggiore efficienza energetica ed un migliore utilizzo delle risorse naturali.

    caption: foto da www.rj.gov.br/

    1. Green School, Bali

    Realizzata dal canadese John Hardy e da sua moglie, l’americana Cynthia Hardy, la Green School costruita con il bambù a Bali è considerata la scuola più ecologica al mondo per il suo impatto ambientale pari a zero grazie all'uso di materiali locali. L'edifico si caratterizza anche per la didattica svolta all'interno, con azioni educative che mirano all’insegnamento quotidiano dell’ecologia e della sostenibilità.

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    1. Asilo nido sostenibile a Florianopolis

    La scuola materna realizzata in legno certificato FSC è in grado di generare elettricità attraverso il fotovoltaico, ricavare il calore dall’energia solare, riutilizzare l’acqua piovana. 

    caption: foto di Petra Mafalda / PMF

    1. Elementary School di Danimarca

    Questa scuola elementare ha un’architettura compatta, di forma triangolare e le sue facciate principali sono orientate in modo da ottimizzare la cattura dei raggi solari attraverso pannelli disposti sul tetto per produrre energia elettrica.

    caption: fato di Ecohabitar

    1.  El Guadual - Scuola di bambù in Colombia

    Il programma nazionale della Colombia pone al centro della sua strategia il mondo dei giovani la loro educazione, permettendo la realizzazione di un centro per bambini progettato dagli architetti Daniel Feldman e Ivan Quinones . La scuola in bambù a Villa Rica offre educazione, spazi ricreativi e servizi per l'alimentazione a 300 bambini, 100 future mamme e 200 neonati della comunità. Il corretto orientamento delle aule rispetto al sole e al vento, l'uso di materiali locali e riciclati, la reinterpretazione di tecniche costruttive tradizionali e la creazione di spazi pubblici e culturali sono stati fattori determinanti per il successo del progetto.

    caption: foto di Ivan Dario Quiñones Sanchez

    caption: foto di Ivan Dario Quiñones Sanchez

    1. Scuola sostenibile a New York PS 62

    Progettata dallo studio SOM, è la prima scuola realizzata sulla base dei principi Net Zero Energy. Pannelli solari generano una quantità di energia sufficiente per alimentare l’intero edificio; la scuola inoltre promuove numerose azioni finalizzate a ridurre l’impatto ambientale, per aumentare la propria autosufficienza e fornire una formazione specifica agli studenti.

    caption: foto © SOUNDcaption: foto © SOUND

    1. Scuola di Guastalla, Italia

    Questo edificio, realizzato dopo il terremoto del 2012 in Emilia Romagna, è considerato tra i più sostenibili al mondo. Progettato dall’arch. Mario Cucinella, l'asilo di Guastalla presenta pannelli fotovoltaici, un sistema di riciclo dell'acqua piovana per l'irrigazione del giardino e per i servizi igienici e ha previsto l'uso di materiali naturali e riciclati. Il progetto integra l'interno con l'esterno stimolando la sensorialità dei bambini.

    caption: foto © Moreno Maggi

    1. Meti scuola, Rudrapur, Bangladesh

    In un esperimento ben riuscito, esperti e volontari provenienti da Germania e Austria, guidati dagli architetti tedeschi Anna Heringer ed Eike, si sono uniti agli artigiani locali di Roswag, agli insegnanti, ai genitori ed ai futuri studenti, per costruire la Meti School; la scuola è stata realizzata con materiali locali come l'argilla e bambù ed ha feritoie che regolano l'ingresso della luce e ventilazione naturale.

    caption: foto di Kurt Hoerbst

    1. Scuola galleggiante in Makoko, Nigeria

    La regione di Makoko è una zona molto povera della Nigeria, che ogni anno affronta periodi di piena che finiscono per danneggiare scuole e gli edifici dedicati ai bambini. Lo studio Nlè Architects ha provato a risolvere questo problema realizzando le Makoko Floating School con strutture galleggianti costituite da lattine riciclate, materiali locali e risorse che riflettono la cultura della comunità. Celle fotovoltaiche sul tetto e un sistema di raccolta delle acque piovane rendono l'edificio autosufficiente per energia e acqua.

    caption: © Nlè Architects

    1. Colégio Positivo Internacional di Curitiba

    Lo studio di Manoel Coelho Arquitetura e Design ha realizzato la scuola intrnazionale di Curitiba secondo i criteri della bioedilizia. L'edificio del Collegio permette di ridurre del 45% il consumo di acqua potabile e del 74% il consumo di elettricità rispetto ad altre scuole delle stesse dimensioni, ottenendo la certificazione LEED Gold.

    caption: foto di Nelson Kon


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    Le balle di paglia rappresentano un metodo costruttivo utile e pratico, ma ancora sottosviluppato. Costruiti negli Stati Uniti a cavallo tra il 1800 e il 1900, i primi edifici in paglia fanno emergere parecchi aspetti di pregio che restituiscono un particolare riscontro sul mercato immobiliare del tempo che si protrae ancora nei giorni nostri.

    In copertina: foto da energiaeskornyezet.hu

    LA STORIA DELLE COSTRUZIONI IN PAGLIA

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    Le prime costruzioni in paglia

    Le prime costruzioni infatti, Fawn Lake Ranch (1900-1914), la Burke House (1903), la Simonton House (1908) e la Pilgrim Holiness Church (1298), localizzate in Nebraska, risultano abitate e resistono ancora oggi, dopo 100 anni, alle oscillazioni termiche e ai forti venti della Regione dell’America Centrale.
    La paglia, se utilizzata, offre una valida alternativa per la costruzione degli edifici; è abbondante, poco costosa e performante (termicamente e acusticamente); i muri di paglia permettono di costruire un’abitazione sana, strutturalmente equilibrata e abbassano la pressione dei disboscamenti laddove le risorse forestali sono limitate.

    caption: Pilgrim Holiness Church.

    caption: Simonton House.

    Gli americani hanno da sempre preferito abitazioni confortevoli, funzionali, invitanti e durevoli. I loro metodi costruttivi tradizionali si focalizzano sulle materie prime abbondanti e sulle risorse rinnovabil.
    Gli edifici in balle di paglia, in un mondo dove il prezzo medio di un’abitazione risulta molto elevato sia per il costo del materiale che, soprattutto, per la manodopera, vantano un isolamento molto performante, semplicità di costruzione e bassi costi, il tutto trasformando un sottoprodotto agricolo in un materiale da costruzione prezioso. Una volta costruita a regola d’arte, e con la giusta manutenzione, la costruzione rimane incolume da organismi nocivi, impermeabile e resistente al fuoco.

    I pionieri del 1930/50, pur comparando testimonianze molto positive, riscontrarono diversi problemi dovuti all’azione del clima, ai roditori e agli insetti, portati principalmente dalla scarsa manutenzione. Il sistema costruttivo Nebraska iniziò ad essere affinato, e le conoscenze furono trasmesse ad un pubblico di ambientalisti che rimase sbalordito dalle possibilità di un metodo costruttivo tanto elementare quanto attivo e dinamico.

    Oggi, malgrado il numero delle costruzioni in paglia incrementi globalmente di circa mille nuovi edifici/anno e considerate le rassicuranti realizzazioni, c’è un grande bisogno di ricerche e prove dettagliate per progetti soggetti a diverse condizioni climatiche, dalle Regioni centrali a quelle poste sulle coste oceaniche.

    La paglia per intervenire sull’esistente

    Parallelamente al ramo delle nuove costruzioni però, sta progredendo anche la ricerca tecnologica per l’impiego della paglia sull’esistente.

    In Italia, da qualche anno alcuni progettisti si cimentano nella ristrutturazione e nella riqualificazione di vecchi edifici con efficientamenti energetici a base di ballette di paglia. Le caratteristiche di questo materiale, lo rendono ideale per costruzioni ex-novo ma anche per ristrutturazioni, impiegandolo in cappotti termici riempimenti all’intradosso o all’estradosso di strutture orizzontali piane e/o inclinate.

    Sono oramai diversi i casi in cui i progettisti pensano a soluzioni che mirano all’impiego di materiali bio e naturali, per migliorare la classe energetica degli edifici o creare strutture addossate per ampliare fabbricati nel rispetto delle geometrie e delle parti esistenti. Utilizzare questo materiale, prodotto dalla fotosintesi e dal sole, ci permette di rinunciare ad altri materiali più inquinanti, e, qualora si verificasse il caso di dover smantellare un edificio, questo potrebbe venire semplicemente compostato.

    Esempi di riqualificazione con balle di paglia

    caption: Ristrutturazione di un edificio rurale con destinazione residenziale Cinzano, Arch. Fassi, 2009.

    L’intervento di ristrutturazione dell’Arch. Alessandro Fassi, a Cinzano (TO) - anno 2009 -, è il primo esempio in Italia di recupero edilizio di un edificio rurale con utilizzo di balle di paglia per la realizzazione di un cappotto esterno, per l’isolamento della copertura e del solaio contro terra. Tale tecnica non solo abbassa notevolmente i costi di fornitura del materiale e di realizzazione dell’intervento, ma ha in più la pregevole caratteristica di garantire ottime prestazioni coibenti e termoigrometriche, nonché la prerogativa di rimanere in sintonia con l’ambiente. Il progettista ha voluto utilizzare materiali naturali e riciclabili, predisponendo all’interno un solaio interpiano di legno, e componendo il massetto del solaio contro terra con una mistura di paglia e cemento.

    caption: Ristrutturazione di un edificio rurale con destinazione residenziale Cinzano, Arch. Fassi, 2009.

    caption: Ristrutturazione di un edificio rurale con destinazione residenziale Cinzano, Arch. Fassi, 2009.

    All’esterno, alla base della facciata, le balle di paglia sono impilate da un tondino di acciaio che ne stabilizza i corsi successivi e il piano di posa, perfettamente parallelo e accostato alla muratura. Per evitare il contatto diretto con il terreno, inoltre, il primo corso di ballette di paglia viene appoggiato al di sopra di una basetta in legno. Si può percepire il peso non indifferente delle balle di paglia dall’insieme di legature che le assicurano alla muratura esistente.

    L’indice energetico dell’edificio, oggi è inferiore ai 30 kWh/mq annuo.

    caption: Haus Simma, Atelier Heimatstunden, Hittisau (Austria). Foto da baubiologie.at

    Spostandoci in Austria a Hittisau, troviamo il progetto dell’haus Simma - a cura di Georg Bechtel, 2011 - un’abitazione privata di 140 mq, dove il progettista cerca di migliorare le prestazioni energetiche dell’edificio, intervenendo su un edificio degli anni 60 senza alterarne la struttura originale. La risposta ottimale alle sue domande è stata ricoprire l’abitazione da un cappotto in balle di paglia. La paglia è stata posizionata su di una struttura ad hoc, un “armadio” riempito da ballette di paglia standard.

    Durante la ristrutturazione anche l’orientamento del tetto è stato variato, per conformarlo a quello delle abitazioni circostanti, e renderlo maggiormente utilizzabile per l’installazione di componenti bioclimatiche attive. L’abitazione originariamente vantava un muro perimetrale di oltre 35 cm. Con l’apposizione di questo cappotto, la componente opaca di questo edificio si avvicina ai 90 cm di spessore. Per ovviare al problema di una scarsa penetrazione solare, i telai delle finestre sono stati modificati e rastremati verso l’esterno. Per coprire la paglia e proteggerla dagli agenti atmosferici e dagli attacchi degli animali, sono state utilizzate delle scandole di legno che vanno ad uniformare il materiale del nuovo telaio delle aperture con quello della facciata.

    caption: Haus Simma, Atelier Heimatstunden, Hittisau (Austria). Foto da baubiologie.at

    caption: Foto da energiaeskornyezet.hu

    Werner Schmidt, architetto e sperimentatore delle costruzioni in paglia con all’attivo molte opere con balle di paglia autoportanti, interviene nel 2013 sul costruito in questo casale in Bassa Engadina - canton Grigioni, Svizzera - in un corpo di fabbrica di 700 mq, per convertire il vecchio fabbricato in uno più nuovo, ecologico e dotato di un buon isolamento. Durante la ristrutturazione, si vengono a creare due unità separate: i due piani del cascinale e il sottotetto. Innanzitutto le finestre sono state rimosse e sostituite con nuovi telai a taglio termico, adattate alla nuova profondità della facciata con delle maschere inclinate verso l’esterno. Le aperture rinforzate da un telaio in legno, sono state ampliate per rastremate verso l’esterno per incrementare l’apporto di luce naturale all’interno del fabbricato.

    Le ballette di paglia, posizionate come isolamento a cappotto, sono state impilate e fissate con delle guide tra i maschi murari. Il vecchio tetto inoltre, è stato coibentato con delle grandi balle di paglia, le balle jumbo per ottenere un migliore isolamento. Sulla facciata per finire è stato steso un intonaco protettivo.

    caption: Foto da energiaeskornyezet.hu

    I costi contenuti delle balle di paglia

    I cappotti termici che oggi, possono raggiungere i 10-16 cm di spessore, nel caso dell’utilizzo di balle di paglia, arriverebbero a spessori di molto maggiori (45 cm se la balletta è inserita di piatto, o 35 cm se la balletta di paglia è inserita di costa, senza contare lo strato di intonaco superficiale di 5-6 cm). Nonostante lo spessore, il costo non rappresenta uno scoglio.

    Nella pianura padana, mediamente, ogni ettaro coltivato a mais produce tra i 120/130 quintali di frutto e 65/70 quintali di paglia, mentre ogni ettaro coltivato a granturco produce tra i 50/60 quintali di frutto e circa 45 quintali di paglia. Questo materiale è reperibile in grandi quantità, ed ogni balletta (35x45x90 cm) ha un costo medio che si aggira tra 2 e 3 euro. Predisporre e utilizzare questo materiale per incrementare le prestazioni dei fabbricati potrebbe essere un’ottima opportunità per utilizzare ciò che risulta essere uno scarto della produzione cerealicola ed aumentare il nostro comfort all’interno degli spazi che occupiamo giorno dopo giorno. 


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    Abitare la città ed essere in mezzo alla natura, un esperimento che molti architetti hanno accolto come sfida progettuale per raggiungere un’architettura che metta al primo posto la qualità dell’abitare e del vivere. In questo senso il “Bosco Verticale” a Porta Nuova Milanoè uno dei tentativi più rappresentativi di questo modo di pensare. Realizzato dagli architetti Boeri, Barreca e Lavarra è stato premiato nel 2014 come miglior palazzo multipiano dall’International Highrise Award e nel novembre 2015 è stato dichiarato dal Council on Tall Buildings and Urban Habitat miglior edificio europeo e mondiale, riuscendo ad emergere da una lista di progetti di fama internazionale.

    In copertina: immagine da stefanoboeriarchitetti.net

    VERDE VERTICALE: LA TECNICA DELLA GREEN FACADE

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    Natura e Architettura: il Bosco Verticale di Boeri

    Una selezione di quasi 1000 alberi e 15000 tra arbusti, piante perenni e rampicanti studiata appositamente per creare un piccolo mondo sulle grandi terrazze che caratterizzano le due torri verdi. I vantaggi portati dalla vegetazione sono diversi, dalla creazione di un microclima capace di generare un ambiente favorevole allo sviluppo della fauna locale, al controllo climatico che garantisce una minor escursione termica, dall’assorbimento di CO2 che riduce l’inquinamento al riparo dal soleggiamento in estate. Il punto di forza del progetto consiste proprio nel creare un binomio tra natura e architettura che permette all’edificio di avere il controllo sul clima e alla natura di crearsi nuovi spazi all’interno del denso sistema urbano.

     "La facciata - spiega la scheda del CTBUH - è un'interfaccia attiva con l'ambiente circostante. Il progetto è eccezionale perché le piante agiscono come un'estensione dell'involucro esterno dell'edificio. La giuria ha giudicato questo esperimento rivoluzionario".

    caption: diagramma da stefanoboeriarchitetti.net

    La sostenibilità del Bosco Verticale

    Alcune critiche sono state mosse soprattutto sull’elevato costo di costruzione e mantenimento che ha messo in dubbio il carattere sostenibile dell’edificio. Ci sono state delle prese di posizione in tal senso che hanno fortemente criticato l’intervento andando a colpire l’idea di progetto di considerare la natura come elemento dell’architettura e non come spazio in cui l’architettura si inserisce. Parlando di architettura però spesso si tende a ricondurre tutto ai fattori ambientali ed economici dimenticandosi che il concetto di sostenibilità va ben oltre e racchiude aspetti della vita sociale e del rapporto tra uomo e città che sono difficili da quantificare e che quindi vengono spesso dimenticati. Sebbene non tutti saranno d’accordo con l’attribuire l’aggettivo sostenibile al “Bosco Verticale”, non si può però negare la forza comunicativa del progetto che apre scenari diversi di vita urbana.

    In un momento in cui il sistema città è sempre più in crisi per la sua sete di spazio, pensare di costruire un’architettura che in qualche modo faccia un primo passo verso una società più consapevole, sicuramente è un tentativo lodevole. Appare altrettanto chiaro che l’edificio in sé non ha la forza per dare risposta alle nuove esigenze dell’abitare, ma è l’intero sistema urbano che deve crescere ed adottare tutte le strategie possibili per creare dei luoghi che rispettino a pieno l’uomo ed il pianeta.

    caption: foto da Vimar.com

    Raggiungere un concetto di sostenibilità assoluta appare un obiettivo ancora troppo ambizioso, ma nel vastissimo panorama architettonico, il pensiero di Boeri prova a buttarsi in qualcosa che va al di là della sostenibilità. Il merito del “Bosco Verticale” è quello di diventare un punto di riferimento per il contesto urbano e portare un messaggio forte, sia esso giusto o sbagliato, di un modo di intendere la città come sinergia tra natura e architettura. Il nuovo messaggio è che possono esistere dei luoghi dove il rapporto tra natura e architettura non è più conflittuale come un tempo. Ai progettisti resta l’importante e ambizioso compito di capire come questo possa accadere.


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    Le metropoli di oggi si stanno allargando e popolando a dismisura, lo spazio è ridotto e una comoda soluzione per ridurre la richiesta sempre maggiore di abitazioni è estendersi in verticale. Come ovviare però al problema di concentrare all’interno di un singolo edificio centinaia di persone con interessi ed esigenze differenti?

    La Start Up “Collective” e lo studio PLP rispondono a questo problema proponendo a Londra, città ad alta densità, un grattacielo per il cohousing in cui è possibile vivere con un low budget e condividere ampi spazi con oltre un centinaio di persone.

    In copertina: Particolare della facciata del grattacielo Collective Stratford, PLP Architecture.

    COHOUSING A LONDRA: IL PROGETTO RESIDENZIALE COPPER LANE

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    Sfruttando la tipologia architettonica del grattacieloè possibile infatti ospitare un considerevole numero di persone all’interno di un singolo edificio, anche in modalità di cohousing, riorganizzare il caos di una città senza aumentarne la diffusione. Questa non è l’unica motivazione che induce Londra e le altre città a ricorrere alla progettazione di grattacieli, poiché un’altra esigenza è elevare riconoscibili landmark che arricchiscano il carattere e il potere visivo di una città. Prendiamo l’esempio del grattacielo di Torino firmato da Renzo Piano che si distingue per la sostenibilità e avanguardia tecnologica, oppure il Burj Khalifa a Dubai che per poco tempo ancora deterrà il primato di altezza mondiale.

    caption: Burj Khalifa, foto da © 2015 Emaar PJSC, da www.burjkhalifa.ae

    I nuovi centri di potere e di aggregazione stanno diventando le “città verticali”, basta guardare Shangai che dalla fine degli anni ’80 ha trasformato il quartiere finanziario in una foresta di grattacieli, aumentando così ogni anno la popolazione per arrivare oggi ad avere 23 milioni di abitanti; trasformando l’area finanziaria da una città del passato ad una del futuro.

    La vita nei grattacieli

    Diventa tuttavia interessante chiedersi come questa tipologia architettonica influisca sullo stile e la qualità di vita delle persone che abitano in un grattacielo e anche come questo possa influenzare la cultura dei cittadini.

    Alcuni studi hanno fatto un’indagine sociologica su campioni di persone appartenenti a due gruppi differenti. Un primo gruppo era costituito da persone che abitavano in grattacieli, mentre un secondo da persone che vivevano in abitazioni monofamiliari.

    Nel primo gruppo a causa del frequente ricambio d’inquilini che abitavano lo stesso edificio, si manifestava nei residenti una marcata autosufficienza che comportava il disinteressamento e coinvolgimento nei confronti degli altri sia dal punto di vista pratico che emotivo.

    Nel secondo gruppoè stato evidenziato che l’abitare in una casa monofamiliare facilitava l’interazione con famiglie vicine. Inoltre la presenza di uno spazio aperto intorno a queste abitazioni permetteva la condivisione di attività sociali, a differenza del primo dove nella maggior parte dei casi i luoghi di incontro si limitano all’atrio e all’ascensore.

    È emerso per entrambi i gruppi che i luoghi di maggior interazione erano quelli in cui gli individui condividevano attività ed interessi comuni, ad esempio la scuola, il lavoro, fitness, ecc.

    Sulla base di queste considerazione ci si può chiedere come sia possibile conciliare l’attuale sviluppo delle città verticali con le esigenze di interazione delle persone.

    The Stratford collective: il cohousing in un grattacielo

    La proposta di cohousing britannico chiamata “The Stratford collective” è innovativa non solo per il consistente numero di persone che potranno condividere spazi comuni, ma anche per aver proposto di applicare questa filosofia di vita all’interno di un grattacielo, a differenza delle tradizionali cohousing sviluppate abitualmente in orizzontale.

    caption: Petaluma Avenue Homes, un esempio di comunità in cohousing a Sebastopol, Calif. Foto di Schemata Workshop.

    Il termine “cohousing” si utilizza per definire insediamenti abitativi composti da alloggi privati e spazi comuni condivisi con una comunità di persone. Solitamente questi spazi sono cucine, lavanderie, laboratori, ecc. Questa nuova filosofia di vita nasce nel 1964 grazie all’architetto danese Jan Gødmand Høyer che progetta la prima comunità di Skråplanet. Il cohousing si diffonde prima in Europa e successivamente negli altri paesi a partire dagli anni settanta. L’obiettivo è condividere spazi della vita quotidiana e ottenere benefici economici, ecologici e sociali. Il cohousing si sta affermando sempre di più come strategia di sostenibilità grazie alla formazione di gruppi di acquisto solidale, al car sharing e altre strategie che favoriscono il risparmio energetico e l’impatto ambientale della comunità.

    caption: The Collective Stratford, PLP Architecture.

    caption: Schema Cohousing, The Collective Stratford, PLP Architecture.

    Il progetto sarà terminato nel 2018 e diventerà una delle cohousing più grandi al mondo. L'edificio conterà 30 piani, 330 nuove abitazioni con camere e bagno privato e 223 spazi comuni da condividere. I residenti potranno fare uso di una cucina comune attrezzata, una biblioteca con aule studio, un teatro, un tetto giardino, un centro benessere,palestra, ecc. Ci sarà poi un ristorante pubblico in cima all’edificio con vista panoramica e a livello della strada saranno collocati spazi culturali e negozi. Il piano sopra sarà poi destinato agli spazi di co-working volti a fornire un ecosistema per i giovani imprenditori, oltre a spazi destinati ad eventi educativi e sociali.

    Il progetto The Stratford collective è indirizzato maggiormente a giovani tra i venti e i trent’anni che amano condividere spazi, esperienze e conoscere nuove culture insieme a persone provenienti da tutto il mondo.


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    Un tempo era una fabbrica di agrumi siciliani che, portati qui, venivano manipolati per diventare succhi di frutta e puree pronte ad alimentare l'intero pianeta. Oggi gli agrumi continuano a circolare nello stesso luogo, ma sotto forma di prodotti da vendere a Km 0, senza trasformazione, direttamente su uno dei banchi del Mercato San Lorenzo

    In copertina: Mercato San Lorenzo a Palermo, foto di Ornella Daricello.

    DALL'ORTO ALLA TAVOLA, IL RISTORANTE A KM 0 A MILANO

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    Il Mercato San Lorenzo a Palermo

    Dall'apertura, avvenuta lo scorso 17 marzo 2016, l'intera zona si è vestita di un nuovo abito, decisamente più moderno e più elegante di quanto poteva essere quello cucito dalla vecchia agrumaia che ora ospita il mercato.

    La costruzione risale agli anni '40, ma la ristrutturazione ha puntato ad un chiaro accostamento di elementi antichi a prodotti del design moderno. Buona parte degli arredi si rifanno al concetto del riuso e provengono dal riciclo di materiali portati a nuova vita da una reinterpretazione creativa e originale. 

    L'autrice del progetto è l'architetto Chiara Mazzarella, che ha voluto inserire anche un orto-giardino dedicato soprattutto ai piccoli visitatori del mercato, ma ugualmente affascinante per gli adulti. Questo, ricavato in una corte, è circondato da un ampio e luminoso porticato che consente, a chi passeggia tra un'ombra e l'altra dei pilastri che lo disegnano, di inebriarsi del profumo inimitabile delle piante aromatiche tipicamente mediterranee. 

    Il Made in Sicily e il Km0

    Non si tratta di un semplice punto vendita, di un posto dove poter fare la spesa per riempire il proprio frigorifero. Quello del Mercato San Lorenzo è un concetto che ha portato alla trasformazione di uno spazio altrimenti abbandonato e, soprattutto, ha puntato all'eccellenza dei prodotti Made in Sicily e "Sold in Sicily"

    La particolarità di questo nuovo mercato sorto nel cuore di Palermo, infatti, è il ricorso alla filiera corta, alla vendita di frutta e verdura a Km0. Le eccellenze della Sicilia sono apprezzate ed esportate in tutto il mondo, questo è risaputo. Il progetto, al contrario, vuole chiudere il cerchio in terra sicula, vuole portare sulle tavole dei consumatori frutta, verdure, ortaggi e altri prodotti che provengono e restano in Sicilia.

    caption: foto da livesicilia.it

    Lo spazio del Mercato San Lorenzo si articola in nove botteghe capaci di offrire una selezione di oltre 2800 prodotti tipici siciliani. Di questi il 40% è fresco di giornata. La merce è prodotta da 250 produttori selezionati nel territorio regionale, così da rispettare i principi di filiera corta e di sostenibilità che hanno dato vita al progetto. 

    Oltre ad acquistare i prodotti per portarli a casa, lo spazio è destinato ad attività accessorie alla semplice e tradizionale spesa. È  possibile, infatti, gustare direttamente in loco i prodotti a Km0 venduti e assaporare immediatamente il gusto unico e inconfondibile della Sicilia e delle ricette tradizionali che ne hanno scritto la storia. 

    caption: Foto da www.platform-ad.com/

    caption: Foto da www.puntarellarossa.it

    I prodotti del Mercato San Lorenzo

    Il giardino si estende per 1200 metri quadrati, mentre lo spazio circostante, dedicato alla vendita e alla degustazione, conta ben 1500 metri quadrati occupati dalle nove botteghe. La merce che si può trovare sui banconi va dalla frutta alla verdura reperibile in zona, vendute in forma "pura" o come centrifugati, dalla mortadella d'asina al pesce fritto, dal tè alle tisane a base di frutti esotici.  

    La selezione dei prodotti è stata lunga e articolata ed è stata condotta basando l'attività sulla ricerca delle vere eccellenze, in particolare quelle marchiate. Sono numerose, infatti, le merci che recano il presidio Slow Food (41 in totale) o che offrono una chiara dimostrazione di quanto sia elevata la biodiversità della Sicilia nell'ambito alimentare, con i suoi 29 prodotti tra DOP e IGP.

    caption: Foto da www.puntarellarossa.it

    caption: Foto da www.puntarellarossa.it

    Il mercato come luogo della socialità e dell'incontro

    Oltre all'aspetto economico e all'intenzione di chiudere il cerchio della produzione e della vendita nello stesso luogo, il progetto del Mercato San Lorenzo dimostra una chiara intenzione di promuovere l'aspetto sociale e umanitario. È stato stabilito, infatti, che il cibo rimasto invenduto verrà donato alle famiglie che ne hanno bisogno all'interno del quartiere. 

    L'obiettivo è quello di mettere in contatto le persone, siano esse produttori o consumatori, portandole a interfacciarsi da un lato all'altro del banco su cui sono esposti i prodotti siciliani. È questo che ha affermato Dario Mirri, ideatore dell'iniziativa e imprenditore locale. L'esperimento è il primo in Sicilia, ma le speranze e i presupposti sono ottimi e si può ben sperare che il progetto continui, senza perdere mai l'entusiasmo del "pubblico" che, un po' dalla curiosità, un po' dalla voglia di acquistare prodotto a Km0, si è riversato, già dai primi giorni di apertura, tra le file delle botteghe. Si può dire che la Sicilia in tavola, fino ad ora, abbia superato ampiamente la prova

    caption: Nella foto Dario Mirri (terzo da sinistra), ideatore di Sanlorenzo Mercato. Foto da livesicilia.it


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    Madrid sarà rinaturalizzata e resa oasi verde con l’obbiettivo di ridurre l’inquinamento e fronteggiare l’aumento delle temperature. Sono previsti milioni di euro di investimento in un maxiprogetto chiamato “Madrid Mas Natural” che promette benessere per i cittadini e salvaguardia del territorio della città ed è stato definito da Manuela Carmena, sindaco della capitale spagnola un piano per aumentare il numero di aree verdi e promuovere gli orti comunitari”.

    CAPITALE VERDE EUROPEA DEL 2016: È LUBIANA LA CITTÀ PIÙ GREEN

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    Dalle coperture verdi, alle pareti verticali, dalla realizzazione e completamento di lotti inutilizzati per la realizzazione di parchi e per gli orti urbani e tanto altro. Madrid + Natural, oltre ai benefici in termini di abbattimento di agenti inquinanti e calura, prevederà un restyling in chiave ecosostenibile della città.

    La vegetazione, infatti, oltre ad assorbire gli agenti inquinanti e rendere l'aria più respirabile, riduce le temperature dell'aria. È noto che esiste nelle aree urbanizzate un fenomeno che va sotto il nome di “Isola di calore” e che è più accentuato nelle zone urbanizzate e meno percepito in quelle periferiche e in campagna. Inoltre, da un progetto europeo chiamato Ensembles è emerso che per i prossimi 80 anni è previsto un incremento della temperatura fino al 20% nei periodi più caldi, con un aumento complessivo di ben 4°C. Tale aumento può essere rallentato favorendo l'utilizzo della vegetazione in città. 

    Il progetto Madrid + Natural

    La proposta “Madrid + Natural” è costituita al momento da un insieme di linee guida per affrontare il problema globale del cambiamento climatico attraverso molteplici soluzioni locali. Il lavoro fa parte di una valutazione in collaborazione tra il Comune di Madrid e lo Studio Arup Associates e include idee green per gli edifici, le infrastrutture verdi e gli spazi aperti nella città di Madrid.

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    "L'aumento della copertura forestale, la capacità di fornire strade e spazi verdi, sono elementi fondamentali e possono avere effetti positivi sulla coesione economica e sociale dei quartieri.  La ricerca mostra che l'albero e le strade alberate possono incoraggiare le persone a cercare modi di trasporto alternativi e a convertirsi a stili di vita sani, incrementando oltretutto il proprio senso di appartenenza alla comunità" dice Tom Armour, Group leader di Architettura del Paesaggio presso Arup.

    "Attraverso workshop, incontri e sessioni con gli esperti, il team creato da Arup e il Comune di Madrid hanno delineato un piano di informazione/comunicazione per  facilitare la conoscenza e la diffusione del progetto, sia internamente al team di progettazione che verso gli altri attori che entreranno in gioco durante la fase esecutiva " dice Juan Azcarate, vice direttore del settore energetico e dei cambiamenti climatici per la città di Madrid.

    Aree verdi, alberi ed arbusti aiuteranno a combattere gli agenti inquinanti e lo smog e purificare l'aria della città di Madrid, tra le metropoli più inquinate d'Europa. Gli orti urbani incentiveranno l’aggregazione sociale.

    Una scelta, quella di una città più verde, che di certo farà bene sia alla città che ai madrileni  e che si auspica possa essere un esempio per altre capitali europee. 

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    EJHNMC ( Edificio Jardín Hospedero y Nectarifero para Mariposas de Cali), un progetto dello studio spagnolo HUSOS, che da anni si occupa di architettura sia in Spagna che in Sud America, è un edificio dall'involucro-giardino stato realizzato nel 2012 a Cali, tra la cordigliera occidentale e quella centrale delle Ande, nel Sud della Valle di Cauca in Colombia, dove accanto alle attività dell'artigianato locale vivono uccelli e farfalle, ospitati nella sua facciata.

    In copertina: immagine di © Manuel Salinas

    CASE SULL'ALBERO PER OSSERVARE LA NIFICAZIONE DEGLI UCCELLI

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    Un edificio atipico, di 510 metri quadrati, nato da un esperimento di contaminazione tra le attività e la vita dell’uomo e quelle di insetti e uccelli; non a caso per la sua ideazione e realizzazione gli architetti si sono avvalsi dell’esperienza e del lavoro di biologi, per poter ricreare un edificio dall'involucro-giardino perfetto per le farfalle e per le persone. EJHNMC ( Edificio Jardín Hospedero y Nectarifero para Mariposas de Cali nel suo acronimo spagnolo) è un edificio di quattro piani, che accoglie al suo interno il laboratorio artigianale Taller Croquis che da tempo si occupa della produzione e manifattura di abbigliamento e articoli di decorazione tipici della tradizione colombiana.

    caption: © Husos

    caption: © Manuel Salinas

    caption: © Manuel Salinas

    Per la sua sede di Cali, il laboratorio artigianale ha scelto di realizzare un edificio ecosostenibile, in grado di ospitare ai piani inferiori i laboratori e ai piani superiori alcuni alloggi per i lavoratori. L’intero edificio è avvolto da un involucro verde composto da una doppia pelle la cui parte più esterna in facciata è un sistema metallico formato da un grigliato continuo in cui crescono piante rampicanti tipiche del luogo. Allo stesso modo in copertura numerosi vasi e fiori contribuiscono insieme alla totalità del verde in facciata a fornire un microclima confortevole all'interno dell'edificio riducendo il consumo di energia e regolando il comfort termoigrometrico sia nei mesi delle piogge che nei mesi secchi. Il complesso è pensato ed utilizzato come prototipo per un accogliente giardino che ospita gli insetti, soprattutto farfalle, e gli uccelli della zona.

    caption: a sinistra © Javier Garcìa; a destra © Manuel Salinas

    Attraverso un’attenta progettazione dell'involucro-giardino si generano delle interazioni tra il sistema di facciata e gli spazi verdi interni. I patii sono molto più che giardini, caratterizzati da numerose specie vegetali tipiche del microclima locale, diventano dei veri e propri micro ecosistemi, la cui gestione è affidata in parte alle attività di assistenza ambientale svolta tra le persone che vivono e lavorano all’interno dell’edificio ed in buona parte agli animali locali che ritrovano il proprio habitat naturale e contribuiscono al suo mantenimento e alla sua bellezza. Importantissimo è il ruolo svolto dalle farfalle, generalmente usate come uno dei migliori indicatori per la qualità e la biodiversità di un ecosistema.

    caption: a sinistra © Husos; a destra © Taller Croquis

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    Grazie alla collaborazione con specialisti, questo centro ha permesso di valorizzare le caratteristiche naturali del luogo, operando attraverso campagne di sensibilizzazione per far conoscere meglio le peculiarità della zona agli stessi abitanti, distribuendo semi per permettere ad ognuno di piantare a casa propria una pianta tipica, in modo tale che ognuno, nel suo piccolo, possa contribuire a creare dei corridoi ecologici nell’intera città e a mantenere le caratteristiche e le bellezze naturali del posto. Il progetto dell'edificio giardino con il suo involucro verde si contraddistingue pertanto, non solo per la sua ecosostenibilità, ma anche e soprattutto per il valore e l’impatto sociale.


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    Vi piacerebbe acquistare capi di tendenza senza dover tirar fuori nemmeno un soldo? Se la risposta è sì questa iniziativa svedese fa al caso vostro! Sarà sufficiente prendere lo smartphone e inserire un semplice hashtag: #sharewearNo, non si tratta di uno dei soliti tag di cui sono ormai pieni i social network ma di un vero e proprio movimento che consente di condividere vestiti con perfetti sconosciuti.

    condividere vestiti sul muro della gentilezza

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    Il progetto ShareWear

    Lo slogan scelto per il lancio della campagna racchiude in sé il senso più profondo dell’iniziativa, ovvero ispirare le persone ad essere alla moda in maniera sostenibile: “Sharewear- Lo stile che i soldi non possono comprare”.

    L’idea nasce dalla costatazione che ogni anno, in tutto il mondo, un milione di vestiti vengono gettati via; allora perché, anziché buttarli per liberarsi del superfluo, non si concede a questi indumenti una seconda chance, dando ad altri la possibilità di “potersene innamorare”?

    Le istruzioni per condividere i vestiti

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    La parola d’ordine del progetto è borrow cioè prendere in prestito; chiunque può indossare i capi che preferisce, ad un’unica condizione: “ricondividerli”.

    “Acquistare gratuitamente” un abito è facile; basta cercare su Instagram l’hashtag #sharewear e vedere quali vestiti sono disponibili. Una volta scelto l’articolo bisogna essere veloci; il primo a commentare può prenderlo in prestito e…il gioco è fatto! Dopo una settimana è però necessario mettere il pezzo a disposizione di qualcun altro, condividere di nuovo la foto sul social network inserendo lo stesso tag e la propria posizione.

    Le regole sono poche e semplici. ShareWear non si occupa del trasporto e non è responsabile dello stato dei capi; è perciò necessario sincerarsi di poter provvedere di persona all’acquisizione degli indumenti e si chiede agli utenti un’unica accortezza: consegnare l’articolo così come lo si è ricevuto ovvero pulito e integro.

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    Per dare il via all’operazione, partita il 20 Gennaio 2016, è stata creata un’apposita collezione alla quale hanno contribuito alcuni dei più importanti marchi di moda svedesi. Tale linea rappresenta però solamente un input; chiunque infatti può aderire al movimento e condividere con altri i vestiti che non indossa più.

    La procedura è la stessa: foto-hashtag-geolocalizzazione.

    Ovviamente una volta messo in circolo il capo bisogna tenere presente che non tornerà indietro ma passerà nelle mani di quanti vorranno dargli una nuova vita; un’unica raccomandazione: quando sarà completamente usurato si prega cortesemente di lasciare ciò che resta in un cassonetto per il riciclo dei tessuti. 

    Ideatori e partner di ShareWear

    Il progetto è frutto della collaborazione tra VisitSweden e lo Swedish Institute, entrambi responsabili di creare interesse per la Svezia e promuovere la cultura svedese in tutto il mondo. Il primo è infatti il sito ufficiale per viaggi e turismo nella città scandinava; la seconda è un’agenzia pubblica: creata come supporto per il raggiungimento di obiettivi internazionali in materia di politica estera, educazione, aiuto internazionale e sviluppo, svolge attività che spaziano in campi quali cultura, ricerca, istruzione superiore, imprese, innovazione e democrazia.

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    I brand che hanno contribuito con uno o più pezzi, sia di abbigliamento che di scarpe e accessori, alla collezione Sharewear sono Filippa K, Hope, House of Dagmar, NIKOLAJ d'ETOILES, Uniforms for the Dedicated, Weekday e Whyred. Attenti all’elevata qualità dei materiali e fautori dell’importanza di realizzare capi in grado di resistere al tempo ma soprattutto alle mode, questi marchi sono stati scelti in quanto rappresentanti di uno stile sostenibile, che cerca di minimizzare l’impatto ambientale dei propri prodotti.

    La piattaforma svedese Democreativity

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    Il progetto ShareWear fa parte di Democreativity, la piattaforma svedese che serve a creare e diffondere nuove idee, attirando i creativi di tutto il mondo. Il gioco di parole nel nome, Democracy+Creativity, vuole sottolineare la convinzione che la democrazia è la madre della creatività. Per far fiorire le idee sono infatti necessarie libertà ed uguaglianza e per essere creativi bisogna essere aperti a punti di vista differenti.

    Nata nel 2014, la prima edizione era dedicata al mondo dei giochi mentre la seconda edizione si è concentrata sull’industria della moda. ShareWear, con la sua iniziativa per condividere abiti, centra perfettamente l’obiettivo dalla piattaforma.

    La creatività del progetto premiato da Democreativity sta infatti nell’attribuire un significato tutto nuovo, e più profondo, a una tematica apparentemente effimera come la moda. Sta nel saper guardare in maniera diversa ciò che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, cogliendo gli aspetti positivi di una generazione sempre più “social ma meno sociale”. Sta nel farsi portavoce della necessità del rispetto dell’ambiente in un momento in cui la tutela delle risorse non può più essere considerata solamente un’opzione.

    Sta nel racchiudere in un hashtag un messaggio ben preciso:“la moda non è qualcosa che esiste solo negli abiti. La moda è nel cielo, nella strada, la moda ha a che fare con le idee, il nostro modo di vivere, che cosa sta accadendo” (Coco Chanel).


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    Non aveva un carattere facile Zaha Hadid, l’architetto di fama internazionale venuta a mancare lo scorso 31 Marzo. Lo aveva confessato ella stessa in un’intervista rilasciata a maggio del 2015. Quando le fu chiesto se è vero che un architetto debba essere un insieme di numerosi talenti, disegnatore, ingegnere e diplomatico, con la franchezza che la distingueva ammise che la diplomazia non era la sua migliore qualità. Per rendere bene l’idea raccontò di quando, agli inizi della sua carriera, Rem Koolhaas le chiese di lavorare nel suo studio OMA. “Solamente come Partner!” fu la sua risposta. E alla replica dell’olandese di accettare, a patto che fosse una partner ubbidiente, aggiunse un secco NO! “Fu la fine della mia carriera”, scherzava lei.

     In copertina: a sinistra foto di © Matthew St.Leger; a destra foto di © AJEduardo 

    L'ULTIMO PROGETTO DI ZAHAHADID IN CINA

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    caption: A sinistra Zaha Hadid e Rem Koolhaas agli esordi della loro carriera; a destra una giovane Hadid con alcuni dei suoi oggetti di design.

    Zaha, architetto ma prima di tutto donna

    Zaha Hadid o semplicemente Zaha, come è ormai conosciuta in tutto il mondo, era una donna che si è fatta spazio in un mondo di uomini con quella che Stefano Boeri ha definito“una cattiveria difensiva”. A lungo è stata “l’architetto di carta”, perché per circa 10 anni non realizzò quasi nulla. "Sei un’artista" o "non male per una ragazza" erano solo alcuni dei commenti che riceveva per i suoi progetti. Erano gli anni Ottanta e le donne non andavano mai oltre un certo livello; “Si supponeva che non potessi avere un’idea. Se invece sei un uomo non solo puoi averla ma puoi anche essere esigente” sottolineava lei senza peli sulla lingua  in un'intervista del 2013.

    caption: Zaha Hadid, Visions for Madrid, 1992. Immagina da www.formanalysis.wordpress.com

    La critica: tra Suprematismo e Futurismo

    Ma le critiche ricevute dalla Dame (equivalente femminile del titolo di Knight, cavaliere, nel Regno Unito) non erano solo una "questione di genere".

    Per molti le sue opere incarnano i peggiori impulsi dell’esuberanza architettonica più recente, perché cede al virtuosismo scultoreo a scapito della logica e dell’efficienza; perché predilige l’estetica anziché la funzionalità. Vittorio Gregotti definisce quelle di Hadid delle “illustrazioni progettuali”  che non hanno niente a che fare con i grandi suprematisti e costruttivisti russi ai quali guardava per la sua architettura. Per Norman Foster invece, il trionfo di Zaha sta nell’andare oltre la visione grafica, trasformando in realtà quel suo approccio scultoreo all’architettura che tanto indispone i suoi critici più feroci.

    caption: a destra dipinto “Il Suprematismo” di Kazimir Malevich (1915); a destra pittura “Malevich’s Tektonic” di Zaha Hadid. © Zaha Hadid Architects

    “Non si potrebbe pensare alla leggerezza e alla tendenza a librare verso l’alto che ha creato i presupposti per i grattacieli di Mies van der Rohe a Chicago e New York senza citare i grandi artisti russi. La mia architettura è fortemente influenzata dal Movimento Moderno. Quell’idea del modernismo secondo cui ogni volta che si raggiunge un determinato scopo ci si ferma per poi ripartire è ancora di grande attualità” (Conversazione con Margherita Guccione, Roma, marzo 2003). Dai maestri russi apprende infatti la geometria frammentata, il caos calcolato ma soprattutto la sfida della legge di gravità. “Malevich Tektonik”è il titolo della sua tesi di laurea, un progetto di un ponte sul Tamigi, dove il termine Tettonica riassume in sé la teoria delle forme pure e della sensibilità plastica elaborata dal maestro russo tra il 1910 e 1914. Ma quella della Dame è una tettonica un po’ sui generis, come la definisce Luigi Prestinenza Puglisi (L. Prestinenza Puglisi, Zaha Hadid, I quaderni de L’Industria delle Costruzioni, Edilstampa, Roma 2001), nella quale l’attenzione si sposta dal contenitore al contenuto, dall’involucro allo spazio, “trasformando -per usare le parole dell’Hadid- tutti i vincoli possibili ed immaginabili in nuove opportunità spaziali”.

    caption: Abu Dhabi Performing Arts Centre (2007) © Zaha Hadid Architects

    Le linee sinuose e le forme architettoniche inaspettate, protagoniste di uno spazio mutevole, carico di energia e svincolato dalle coordinate cartesiane, sono state definite come futuristiche. A chi le chiedeva perché nei suoi progetti non ci fossero linee rette ed angoli a 90° lei rispondeva: “Semplicemente perché la vita non è una griglia. Prendete un paesaggio naturale, non c’è nulla di regolare o piatto, ma tutti trovano questi luoghi molto piacevoli e rilassanti. Penso che dovremmo cercare di ottenere questo con l’architettura, nelle nostre città. Di orribili edifici a basso costo se ne vedono fin troppi”.

    caption: New National Stadium, Tokyo, Render di progetto © Zaha Hadid Architects

    E proprio il costo era un’altra accusa mossa ai suoi progetti, ritenuti troppo cari oltre che fuori contesto. Le polemiche seguite alla vittoria del concorso per lo Stadio delle Olimpiadi di Tokio 2022 sono uno degli esempi più eclatanti. Rinominato “l’astronave” e rimproverato per essere fuori scala rispetto all’intorno, il progetto di Zaha Hadid Architects è stato infine sospeso per il budget eccessivo, raddoppiato rispetto alle stime iniziali.

    Quasi in senso di sfida verso quanti giudicavano i suoi edifici totalmente avulsi dal contesto, la Dame riteneva che il filo conduttore che univa tutte le sue opere del XX secolo fosse il “public domain”. Letteralmente significa “dominio pubblico” ma l’architetto anglo-irachena vi attribuiva un’accezione più ampia, ovvero collocare un edificio su un determinato sito, integrando questo sito nella vita della città e creando allo stesso tempo spazi pubblici per la gente.

    caption: Eleftheria Square, Nicosia, Cipro (2005) © Zaha Hadid Architects

    Le donne e l’architettura secondo La Dame Zaha Hadid

    Le difficoltà del suo essere donna, araba e di religione musulmana non le ha mai negate, ma non ne ha fatto un cruccio. Nel suo studio di Londra le “quote rosa” sono pari al 30%, una percentuale bassa, colpa non solo degli uomini. Quello dell’architetto è un mestiere difficile per chiunque e la stessa Hadid sconsigliava di farlo a quanti in cerca un lavoro “dalle 8 alle 17”. L’architettura richiede impegno assoluto, continuità, lunghi orari e spirito di sacrificio. Per le donne gli ostacoli sono maggiori; una volta diventate mamme è complicato “rientrare” senza una società che le supporti. L’Inghilterra non fa differenza secondo Zaha, anzi. Londra offre grandi opportunità ma l’immigrazione comporta anche famiglie piccole e donne spesso sole che alla fine sono costrette a mollare.

    Lei però non ha mai visto il suo lavoro come una frustrazione; lo considerava una scelta personale, come quella di non avere figli; una decisione discutibile (anche lei non escludeva di potersene pentire un giorno) ma coerente: non era una donna di compromessi così come non lo era -e non lo è- la sua architettura.

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    Tra aspre critiche e profondi elogi, Zaha Hadid è riuscita ad imporsi nel panorama internazionale. La sua architettura, esuberante come la sua personalità, è stata premiata con numerosi riconoscimenti. Nel 2004 fu la prima donna insignita del Prizker Prize, l’equivalente del Nobel per l’architettura. “Non me lo aspettavo” affermò. “Spero che lo diano a molte altre donne e che vengano riconosciute anche partner di architetti, come Denise Scott Brown”. Ma dopo di lei sarà assegnato solo alla giapponese Kazuyo Sejima nel 2010.

    Ai microfoni della CNN, subito dopo aver ricevuto il Prizker, aveva sottolineato di come in passato non le piacesse essere additata come un architetto donna. Sono un architetto, non solamente una donna architetto. Ma col tempo questa definizione se l’era cucita addosso, come i vestiti che realizzava quando si trasferì a Londra per studiare architettura:“vedo l’enorme bisogno di molte donne che questa rassicurazione venga fatta quindi mi dispiace affatto”.

    Niente male per una ragazza!


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    Quante volte ci è capitato, da bambini, di sognare una casetta sull'albero, lontano dagli sguardi vigili dei genitori e degli altri adulti? Quante volte abbiamo cercato di raccattare materiale, anche di risulta, per realizzare la nostra artigianale, semplice, instabile, ma stupenda casa sull'albero? È stato forse questo ricordo d'infanzia che ha spinto l'architetto kazako Aibek Almasov e i suoi colleghi dello studio Masow Architects a creare il progetto del "Tree in the house", letteralmente "Albero nella casa". Si tratta di una particolare casa che, invece di sorgere sull'albero, gli si sviluppa intorno.

    CASE SULL'ALBERO: LE TRE ABITAZIONI PIÙ BELLE DEL MONDO

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    L'idea è nata dalla richiesta di un cliente, un ricco imprenditore trentottenne di Almaty, che sentiva la necessità di allontanarsi dalla vita frenetica della città e di ritagliarsi uno spazio per la meditazione, personale, intimo e, soprattutto, tranquillo, dove poter rilassarsi e trascorrere il tempo in compagnia dei propri amici. 

    Tree in the house, la casa intorno all'albero

    La casa è costituita da un cilindro vitreo che racchiude una serie di anelli, ciascuno dei quali corrispondente a un piano e a determinate funzioni dell'abitazione. Al centro si innalza, con tutta l'imponenza dei suoi 12 metri di altezza, un abete secolare la cui chioma sfiora i solai dei vari piani. Gli anelli sono collegati tra di loro attraverso una scala elicoidale che si appoggia al cilindro di vetro.

    Al piano terra l'architetto ha raccolto i servizi e la cucina. Il secondo anello, invece, ospita la zona giorno, con area relax dotata di poltrone e altre sedute e di un angolo studio. Al terzo anello, ben lontano dai possibili rumori che potrebbero raggiungere, al contrario, i piani inferiori, è stata collocata la camera da letto. L'ultimo anello, infine, si apre sul panorama circostante con un belvedere che sormonta le cime degli abeti della fitta foresta. 

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    Oltre la semplice "casa sull'albero"

    Il progetto Tree in the house, realizzato in soli 5 mesi in cambio di circa 370 milioni di dollari complessivi, si colloca a metà strada tra tradizione e innovazione e presenta una perfetta combinazione di materiali moderni e tradizioni locali. Le lastre del cilindro esterno, infatti, sono realizzate con vetro di ultima generazione, caratterizzato da un basso livello di riflettanza e dall'applicazione di una membrana fotovoltaica trasparente su di esse. Il primo aspetto è molto importante dal punto di vista ambientale perché permette all'albero di ricevere la luce solare e di continuare a crescere pur essendo avvolto nell'involucro edilizio e, contemporaneamente, consente allo spazio interno di assorbire il calore proveniente dal sole, almeno durante le ore diurne, così da limitare i consumi energetici e i relativi sprechi.

    Le cellule fotovoltaiche applicate sulle lastre, inoltre, consentono alla casa di essere totalmente autosufficiente. Questo aspetto è stato da subito reputato, dal team di progettisti, di fondamentale importanza, soprattutto per via della distanza notevole che separa il luogo della realizzazione dalla città di Almaty. È stato previsto, infatti, anche un sistema di raccolta, purificazione e ricircolo dell'acqua piovana, così da assicurare all'abitazione una costante fornitura di risorsa idrica pur non essendo direttamente collegata alla rete di adduzione cittadina. 

    Accanto a questi materiali e a queste scelte formali altamente sofisticate e innovative, si collocano, in perfetta armonia, materiali tradizionali e facilmente reperibili in loco, come il legno e la pietra, ampiamente utilizzati per la realizzazione degli interni della casa intorno all'albero.

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    Se la scelta dell'involucro vitreo può apparire poco conveniente dal punto di vista della privacy, per quanto questa possa essere violata nel cuore di una foresta composta da abeti secolari, sicuramente è quella più giusta per garantire alla vegetazione di crescere senza rimanere schiacciata dalla violenta mano dell'uomo costruttore.

    Se, infatti, nella maggior parte dei casi si tende ad eliminare gli alberi presenti su un suolo per ricavarne spazio sufficiente alla costruzione, l'innovazione del progetto di Almasov è stata proprio l'intenzione di "aggirare" il problema. In tutti i sensi. 

    Girando intorno all'albero, infatti, questo viene non solo preservato ma anche protetto, senza che nulla interferisca con il suo naturale ciclo di vita. La natura e l'architettura, insomma, crescono insieme in perfetta comunione e non si ostacolano a vicenda.

    “Il progetto vuole offrire un’alternativa alla vivace vita cittadina, riuscendo a mettere insieme un ambiente protettivo e caldo senza creare una separazione visiva con la natura circostante -afferma Almasov- Siamo molto orgogliosi di essere stati coinvolti in un lavoro simile".

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    Nel 2015, a Shanghai, è stato inaugurato l’attesissimo Museo di Storia Naturale, progettato dallo studio londinese Perkins+Will e destinato a diventare una delle icone del green building con la sua forma ispirata alla struttura di una conchiglia.

    BIOMIMETICA: EDIFICI IDRIDI TRA NATURA E ARTIFICIO

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    Su un’area complessiva di 44.500 mq, nel distretto di Jing’an, il Museo di Storia Naturale sorge all’interno dello Jing’an Sculpture Park di Shanghai, dove è possibile ammirare molte sculture all’aperto. L'edificio museale si ispira alla forma di una conchiglia ed è composto da sei piani espositivi, un atrio di trenta metri di altezza in cui luce naturale filtra da una parete vetrata ispirata alla struttura cellulare delle piante, uffici, un giardino per esposizioni all’aperto e un cinema IMAX.

    Il museo, tra i più grandi di tutta la Cina, ha uno spazio espositivo venti volte più grande del precedente edificio e può contare su una collezione di oltre 240.000 pezzi, spaziando dai dinosauri alle mummie della dinastia Ming.

    Per chi è cresciuto a Shanghai, il vecchio museo di storia naturale ha un posto speciale nella memoria – ha dichiarato James Lu, Managing Director dello studio - Allo stesso modo c’è molto entusiasmo per l’apertura del nuovo museo, che prenderà posto nel cuore di residenti e turisti. Il museo porterà una nuova esperienza della storia di questa città per le generazioni a venire”.

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    La conchiglia nautilus, una delle strutture più belle e complesse presenti in natura, è stata l’ispiratrice per l’organizzazione generale delle forme e delle aree interne; all’esterno della conchiglia , dove gli spazi sono stati curati da Hoerr Schaudt, la spirale presenta una copertura erbosa calpestabile degradante che racchiude al centro un giardino pensile e un piccolo lago, riferimento visivo della struttura, circondato da terrazze rocciose nello stile dei giardini tradizionali cinesi.

    “L’uso dei riferimenti culturali presenti nella tradizione dei giardini cinesi storici è stata la chiave del progetto– ha spiegato Ralph Johnson, Global Design Director dello studio Perkins + Will -. Attraverso l’integrazione con il sito, l’edificio rappresenta l’armonia tra natura e uomo ed è un’astrazione degli elementi di base dell’arte e del design cinese”.

    Nel progetto del Museo di Storia Naturale di Shanghai vi è un costante riferimento alla natura, rappresentato soprattutto dalle facciate dell’edificio: la parete vetrata esprime la potenza del sole, la parete vivente a Est rappresenta la vegetazione della terra, il muro di pietra a Nord suggerisce lo spostamento delle placche tettoniche e ricorda le pareti rocciose dei canyon erose dai fiumi mentre il rivestimento reticolare bianco, in vetro multistrato, cemento e acciaio, mostra la struttura cellulare delle piante e degli animali.

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    Bioclimatica, tetto verde e geotermia sono presenti in questo progetto di architettura sostenibile; una “pelle intelligente” massimizza l’assorbimento dell’energia solare, la temperatura interna è regolata da un sistema geotermico e i piccoli specchi d’acqua al centro contribuiscono alla climatizzazione naturale degli ambienti. Il tetto verde, inoltre, raccoglie l’acqua piovana che è immagazzinata insieme alle acque grigie per essere poi riutilizzata per minimizzare i consumi idrici. La parete verde purifica l’aria e protegge l’edificio da inquinamento acustico e sbalzi termici.

    Un’interessante esposizione permanente illustra le caratteristiche energetiche del progetto e racconta la storia del museo.


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    Lo studio di progettazione A1Architects ha recuperato un gruppo di piccoli manufatti costruiti nel XIX secolo nei pressi del villaggio Hloubětín, un tempo sobborgo di Praga – Repubblica Ceca – oggi quartiere orientale della città. Nonostante l’ampliamento della metropoli negli ultimi due secoli, le modeste costruzioni, che erano destinate ai lavoratori poveri, sono rimaste isolate e abbandonate fino a quando A1Architects ha deciso di realizzarvi la A1House e trasformare l'efidicio in propria abitazione e sede di lavoro.

    IL RECUPERO DI UN CASINO DI CACCIA DIVENTATO ABITAZIONE

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    Il progetto di A1House

    Gli edifici originari, costituiti da muri spessi 90 centimetri e da coperture in legno a doppia falda con tegole rosse, sono stati ripristinati. Inoltre, per soddisfare le nuove esigenze è stato necessario aggiungere un nuovo volume uguale per forme all’esistente, che unisce e completa il gruppo di manufatti, ma che si distingue per il diverso trattamento delle superfici. Infatti la struttura è in legno e il tetto è rivestito in metallo.

    Il risultato è una planimetria a croce che si sviluppa lungo due assi principali. Una scala a chiocciola in cemento è stata collocata nel punto di intersezione tra vecchio e nuovo volume della A1House in modo da essere idealmente e materialmente la cerniera su cui ruota il progetto.

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    Casa e luogo di lavoro si sviluppano entrambi su due livelli, ma con percorsi verticali differenti in modo da evitare ogni interferenza tra le due funzioni. Al piano terra sono stati collocati da un lato la cucina e gli ambienti di soggiorno e al primo piano tre camere da letto e un bagno per l'abitazione. Dal lato diametralmente opposto si trova lo studio di progettazione suddiviso in più locali di lavoro distribuiti su due livelli e con un accesso indipendente. Inoltre una sala riunioni è stata posizionata in un piccolo volume esistente adiacente. L’articolazione degli spazi della casa ha permesso la creazione di diverse aree all’aperto adibite a luogo di riflessione e riposo in stretto contatto con il giardino che avvolge tutta la A1House.

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    A Rotterdam si sta conducendo un progetto pilota, ideato da Bam housing e basato su un modello abitativo ecosostenibile. Concept house village, questo il nome del progetto sperimentale per la sostenibilità abitativa, si trova nel quartiere Hellplaat e ospita, per il momento, una sola famiglia che per tre anni, di cui uno già trascorso, dovrà vivere e lavorare in questo living lab dalla temperatura media costante di sedici gradi e redigere rapporti settimanali sulla solidità psicologica del nucleo familiare e sulla resistenza dei materiali.

    SOCIAL HOUSING A PARIGI: CASE PASSIVE ED EFFICIENZA

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    L’idea del Concept house village è nata all’interno dell’Innovation dock, un campus tecnologico creativo dove RDM Centre of Expertise, supportato dal ministero dell’Educazione, della Cultura e della Scienza olandese e con il contributo dell’Autorità portuale di Rotterdam, ha raggruppato imprese e istituzioni per sviluppare i migliori progetti di eco sostenibilità.

    L’unità abitativa di legno, vetro e terra è dotata di una serra posta all’ultimo piano, dove Helly Scholten, portavoce della famiglia, stilista quarantenne di abiti per bambini e interior designer, è già riuscita a coltivare, nonostante la scarsa luce invernale, zucche, verze, pomodori, zucchine, insalata e sembra essere entusiasta di questo esperimento.

    In un’intervista afferma: “Abbiamo la sensazione di trascorrere tutto il tempo in cui siamo dentro casa come se fossimo all’aria aperta e anche l’acustica è diversa. Quando ci muoviamo o spostiamo qualcosa, i rumori giungono più attenuati”. E continua dicendo: “Sono orgogliosa di essere riuscita a far fiorire i limoni e a mangiare i fichi delle mie piante. In pratica, qui una famiglia vegetariana può alimentarsi senza uscire di casa, in modo autonomo. Adesso aspetto di mangiare la mia uva…”.

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    Jasper Sluimer, direttore di Entrepreneurship & Innovation Bam housing, è altrettanto euforico del progetto e convinto di una larga diffusione del modulo per la sostenibilità abitativa negli anni futuri:“Prima, però dobbiamo essere certi della quantità di energia che viene consumata nell’impiego quotidiano di queste abitazioni e della durata della protezione termica garantita dalle pareti esterne di terra ed erba. L’obiettivo è di renderle il più autosufficienti possibile”.

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    “Il design consiste solo nel risolvere i problemi con eleganza e semplicità”. Il mission statement di LimeLAB, azienda bolognese a conduzione familiare, è perfetto per rappresentare la filosofia che ha portato alla creazione di HOKU, la lampada da tavolo a LED artigianale e made in Italy. Funzionalità, efficienza e originalità le parole chiave del progetto.

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    La redazione di Architettura Ecosostenibile ha testato una HOKU bianca. Affascinati inizialmente dal suo design, ci siamo entusiasmati nello scoprire anche la storia che questa lampada custodisce.

    La storia di HOKU e LimeLAB

    Acciaio, plexiglass, un LED e una famiglia bolognese sono gli ingredienti di questa ricetta made in Italy. L'idea di HOKU viene alla luce nel gennaio del 2014 a casa della famiglia Carisi, dove Stefano, alle prese con gli esami universitari, non si dà pace: trovare la lampada da tavolo per illuminare le sue ore di studio è un’impresa sfiancante. In un’altra stanza, suo fratello Roberto sta navigando su Kickstarter, la community online che sostiene i progetti dei creativi attraverso il crowdfunding. Papà Andrea farà uno più uno: perché non costruire da zero una nuova lampada e venderla su Kickstarter? La sfida viene accettata e in meno di una settimana sono già tutti all’opera. Stefano studia Ingegneria dell’Automazione, Roberto è ingegnere informatico e Andrea è pittore e imprenditore, cosicchè ognuno porta il proprio contributo professionale al progetto, tra schizzi e prototipi da realizzare con l’aiuto di 7 artigiani della provincia di Bologna. È così che nasce LimeLAB e la loro lampada LED HOKU.
    “Hoku” in hawaiano significa “stella”, una parola corta e facile da ricordare, ma non lasciatevi trarre in inganno: dietro questo nome esotico si nasconde un oggetto dal design 100% italiano. 

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    Eco-friendly, tecnologica e artigianale

    Dopo varie sperimentazioni e molti mesi di lavoro, i tre designer possono dirsi fieri di ciò che hanno creato. Una lampada da tavolo dal design minimalista, ma soprattutto un pezzo di alto valore artigianale, grazie alla maestria di chi vi ha collaborato.

    Obiettivo di LimeLAB era quello di realizzare prima di tutto un oggetto funzionale con materiali di qualità, attingendo a tecniche innovative unite ad una forma semplice e accattivante.
    Il sinuoso corpo di HOKU è costruito in acciaio verniciato a polvere con uno strato di 0,8 micron, tecnica di rivestimento usata anche per le bici da corsa e le auto sportive per renderne la superficie più resistente all’usura.
    Completamente prodotta e rifinita a Bologna senza uso di colle, HOKU può portare alta la bandiera del made in Italy.

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    Artigianale ma senza rinunciare all’innovazione tecnologica, la lampada da tavolo è frutto di successivi perfezionamenti.
    Pensata in particolare per chi lavora alla scrivania dalle 4 del pomeriggio in poi, la particolare geometria del suo braccio rende la lampada LED HOKU perfetta sia a casa che in ufficio, garantendo un apporto di luce ottimale sul piano di lavoro. Potete dunque dimenticare i vecchi apparecchi illuminanti da spostare freneticamente per avere la giusta illuminazione. Infatti la luce “naturale” di HOKU si irradia attraverso un fascio di 120° che riproduce l’effetto della luce diurna che filtra dalla finestra per illuminare alla perfezione la scrivania.
    Tutto questo avviene con un LED da 4,8 W che, per i meno esperti, irradia la stessa quantità di luce di una vecchia lampadina da 50 watt ma dura la bellezza di oltre 20 anni. Inoltre le prestazioni della lampada LED sono ulteriormente migliorate dall’aggiunta di un disco di policarbonato illuminotecnico che ammorbidisce la distribuzione della luce.
    HOKU è dunque un apparecchio eco-friendly perché a basso impatto ambientale ed economicamente vantaggioso.

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    Esteticamente impeccabile e intuitiva nell’utilizzo, HOKU si attiva sfiorando il tasto “Lime” posto alla base. Nessun filo è visibile. Come funziona? Lo abbiamo chiesto a Roberto, che ci ha assicurato che non si tratta di una magia, bensì di un meccanismo molto sofisticato costato 6 mesi di lavoro: “C’è un sensore capacitivo che invia un segnale on/off quando rileva delle variazioni di capacità, come quelle che vengono introdotte dal tocco del corpo umano. Sostanzialmente toccando il sensore il corpo umano scarica parte della capacità del sensore stesso, attivandolo. Questo sensore è collegato dietro al tasto “Lime”, così che il “Lime” stesso diventa un sensore, ed è integrato all'interno della base dietro la facciata della lampada in modo da non essere visibile”.

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    HOKU è in vendita sul sito di LimeLAB, disponibile in più colori e personalizzabile, per sposare la performance luminosa all’estetica personale. Per chi vuole provare HOKU due sono gli appuntamenti da segnare in agenda: dall’8 al 10 Aprile la lampada LED sarà presentata al Crowdfest di Bologna (Palazzo Isolani, Via Santo Stefano 16), mentre dal 12 al 17 aprile LimeLAB sarà presente al Fuorisalone di Milano (Spazio DIN, Via Privata Massimiano 6, zona Lambrate) prima di volare verso la design week di Berlino.
    Siamo sicuri che vi stupirà quanto ha stupito noi!


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    Sono oltre 30.000 gli ettari strappati alla cementificazione dal WWF Italia, dove annualmente migliaia di visitatori si recano per ammirare e investigare gli effetti della loro rinaturalizzazione. Scopriamo assieme l’importanza di queste magnifiche aree protette -chiamatemetaforicamenteoasi- patrimonio prezioso per il nostro ecosistema, che vivono grazie alla dedizione altruistica di appassionati, nonché instancabili attivisti.

    TUTELA AMBIENTALE: SERVE UNA COSCIENZA ATTIVA

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    Perché e come contrastare il consumo di suolo

    La questione posta da alcuni teorici della decrescita felice di ridurre il consumo di suoloè cruciale specialmente per il settore delle costruzioni, perché solo apparentemente potrebbe limitarne il business. E spiegheremo il perché a partire dai dati sul consumo di suolo pubblicati nel 2014 dal WWF nel report “Riutilizziamo l’Italia” (Land transformation in Italia e nel mondo: fermare il consumo di suolo, salvare la natura, riqualificare le città).

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    L’indice di urbanizzazione pro-capite a livello nazionale, negli ultimi 50 anni, è più che triplicato, raggiungendo oggi oltre i 370 metri quadri. Con una velocità media di circa 10 metri quadri al secondo, il suolo italiano è stato convertito da agricolo ad urbano.

    Secondo le eccellenze universitarie che hanno contribuito alla stesura del citato report del WWF, se questa insostenibile tendenza dovesse continuare, nei prossimi 20 anni, se ne andrebbero quasi 660.000 ettari, ovvero un quadrato di 80 chilometri di lato, circa una superficie ampia quanto il Friuli Venezia Giulia.

    I dati sono a dir poco allarmanti: il 7,5% della superficie nazionale è cementificata e impermeabilizzata. “Vince” la maglia nera della cementificazione la Lombardia, con i suoi 719 metro quadri di cemento procapite, un valore quasi 3,5 volte superiore a quello rilevato negli anni ’50 e doppio rispetto a quello medio italiano. Il WWF dichiara che la situazione non è migliore nei comuni del litorale adriatico: negli ultimi 50 anni la cementificazione e l’urbanizzazione lineare dei litorali costieri hanno avuto uno sviluppo di quasi 10 km/anno. Sempre nello stesso intervallo temporale la densità di urbanizzazione nelle fasce di un chilometro di ampiezza, attorno ai siti protetti, è passata dal 2,7% all’attuale 14%. Il fatto ancora più triste è che in alcuni casi sono gli stessi responsabili tecnici degli uffici comunali ad autorizzare costruzioni private in aree protette (con l’istituto del silenzio assenso, fino a poco tempo fa ammesso anche per l’autorizzazione paesaggistica), confermando così la consolidata concezione negativa sul diritto per la tutela paesaggistico-ambientale l’unico vero avversario del diritto urbanistico a iniziativa privata.

    Cerchiamo dunque di capire il perché dovremmo contrastare il consumo di suolo.

    Il dato di fatto è l’urbanizzazione insostenibile che ha determinato una perdita progressiva e irreversibile di risorse naturali alla scala regionale, nazionale e locale. Da un lato, gli effetti dello scempio scellerato sono espliciti e, dall’altro, sono esacerbati da una serie di impatti ambientali negativi, quali: la perdita di ecosistemi e di habitat (foreste, fiumi, ecc.) la frammentazione dei corpi idrici, l’impoverimento di nutrienti e l’impermeabilizzazione eccessiva dei suoli, l’inquinamento dovuto a nitrificazione e l’esaurimento delle falde. Insomma, l’aumento del rischio idrogeologico e la compromissione del funzionamento dei servizi eco sistemici -per il momento gratuiti poiché in capo a Madre Natura- nel prossimo futuro non potrà essere esclusa dal modello di calcolo dei prezzi di beni e servizi. Orbene, dovremmo escogitare una soluzione per neutralizzare l’egemonia delle politiche perverse (tra cui il crescente business della deforestazione per scopi energetici con cui le pubbliche amministrazioni fanno cassa, rendendosi di fatto complici della devastazione insostenibile del nostro territorio).           

    Per cominciare, come cittadini dotati di un elevato senso civico, dovremmo anche investigare su come vengono spesi i proventi dagli oneri di urbanizzazione e le tasse sugli immobili. Dovremmo chiederci se sia arrivato il momento di introdurre politiche fiscali che penalizzino dette P.A., quando entro tempi certi non riescano ad attuare piani, o ad incentivare azioni eque e sostenibili. Ad esempio le P.A., piuttosto che rilasciare titoli abilitativi, dovrebbero introdurre politiche, o piani, per risolvere efficacemente il problema del riuso di un cospicuo elenco di edifici abbandonati (spesso al grezzo, anche al nord e non solo nel mezzogiorno) poiché diventati obsoleti, o sconvenienti, per gli speculatori immobiliari. Inoltre, le P.A. dovrebbero disincentivare l’inutilizzo di edifici o introdurre politiche di equo canone poiché economicamente inaccessibili da parte di una crescente fascia della popolazione che, a seguito dell’adozione dell’euro, ha perso il suo potere d’acquisto. A conti fatti, crisi ed euro hanno giovato principalmente i vertici del sistema bancario, o meglio “bancocratico” (aggettivo con accezione negativa: sottende l’ingerenza parassitaria del sistema bancario nella politica e nell’economia di uno Stato, n.d.r.), i quali –non ammettendo il rischio imprenditoriale nei loro statuti- hanno ridotto le maglie dei prestiti al punto di erogarli solo a chi in realtà non ne avrebbe bisogno e, per di più, a tassi irrisori tramite la BEI (Banca Europea degli Investimenti).

    Nel 2011 la UE ha fissato l’obiettivo ambizioso di ridurre a zero il consumo di suolo netto "Tabella di marcia per un’Europa efficiente nell’uso delle risorse" entro il 2050, esplicitato attraverso politiche e direttive, come vedremo. Applicando il principio: “Chi inquina paga” Lo Stato potrebbe fare cassa e bonificare, ma solo nell’ipotesi di identificare il colpevole, altrimenti le spese ricadrebbero su tutta la collettività, spalmate sulle tasse. Possibili soluzioni da valutare attentamente sono state proposte nel rapporto pubblicato nel 2014 dal WWF: “Riutilizziamo l’Italia”.  

    In questa prospettiva, tutti i fondi idonei dell’UE, come ad esempio: LIFE, sviluppo rurale e fondi regionali, dovrebbero essere considerati come strumenti per definire piani di gestione, nonché per attuare misure contro il "land grabbing" (accaparramento della terra), per la tutela degli habitat naturali e delle specie minacciate.

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    Gli strumenti per la tutela ambientale

    Natura2000 è una rete di Siti di interesse comunitario (SIC) e di Zone di protezione speciale (ZPS), creata dall'UE nel 1992 con la Direttiva Habitat (recepita in Italia nel 1997 con il D.P.R. 357/1997, successivamente modificato ed integrato dal D.P.R. 120/2003) per la protezione e la conservazione degli habitat naturali e delle specie, animali e vegetali, identificati come prioritari dagli Stati membri dell'Unione europea in appositi elenchi. Si tratta di un processo in itinere che, basato sui principi di prevenzione e precauzione, mira alla conservazione della biodiversità integrandola nelle politiche di sviluppo economico e sociale sostenibile degli Stati membri. Attualmente la rete rappresenta il 19% del suolo nazionale e tutela rispettivamente: 131 habitat, 89 specie di flora e 111 specie di fauna (delle quali 21 di mammiferi, 11 di rettili, 16 di anfibi, 25 di pesci e 38 d’invertebrati (Direttiva Habitat 1992/43/CEE); e circa 387 specie di avifauna (Direttiva Uccelli 1979/409/CEE, sostituita dalla 2009/147/CE).

    Per ogni regione italiana è possibile determinare il numero, l'estensione totale in ettari e la percentuale rispetto al territorio complessivo regionale (a terra e a mare) delle zone sottoposte a vincolo di tutela ambientale basta consultare gli appositi elenchi nel sito del ministero dell’Ambiente. Attualmente abbiamo già 275 siti ZPS (ben 49 in Lombardia, ovvero 277.655 ha), 1979 siti SIC-ZSC (ben 208 in Sicilia tra terra e mare, ovvero 469.022 ha) e, infine, 335 siti SIC-ZSC/ZPS (ben 68 in Emilia Romagna tra terra e mare, ovvero 162.218 ha).

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    La valutazione d'incidenza

    La valutazione d'incidenza (VI) è il procedimento di carattere preventivo al quale è necessario sottoporre qualsiasi piano, o progetto, che possa incidere significativamente su un sito della rete Natura 2000, o anche semplicemente in fase di richiesta di protezione. Tale procedura ha lo scopo di salvaguardare l'integrità dei siti attraverso l'esame delle interferenze di interventi non direttamente connessi alla conservazione degli habitat e delle specie, e perciò potenzialmente in grado di condizionarne l'equilibrio ambientale.

    La VI è lo strumento di garanzia, dal punto di vista procedurale e sostanziale, per il raggiungimento di un rapporto equilibrato tra la conservazione soddisfacente degli habitat, delle specie e l'uso sostenibile del territorio.

    È bene sottolineare che la VI si applica sia agli interventi all'interno delle aree Natura 2000, sia a quelli che pur sviluppandosi all'esterno, possono comportare ripercussioni sullo stato di conservazione dei valori naturali tutelati nel sito. Per una corretta interpretazione dei termini e dei concetti inerenti alla VI rimandiamo al documento tecnico "La gestione dei siti della rete Natura 2000 - Guida all'interpretazione dell'art. 6 della direttiva Habitat".

    Quando non vi sono gli estremi per sottoporre il progetto, o il piano, alle valutazioni di impatto ambientale la VI deve comunque essere realizzata, sia per i progetti (interventi localizzati e puntuali) che per i piani (strumenti di organizzazione territoriale globali e di ampio spettro). In tal modo, la VI realizza un duplice obiettivo: analizzare gli interventi (siano essi puntuali o di ampia scala) e, allo stesso tempo, garantire lo sviluppo della rete Natura 2000.

    Infine, la mancata valutazione d’incidenza può comportare l'apertura di Procedure di Infrazione (PI) a carico degli Stati membri e, per il principio di sussidiarietà, anche delle singole Amministrazioni regionali con conseguenti condanne ed eventuali sanzioni economiche.


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    Ti sei appena laureato e stai assaporando la libertà ritrovata ma, finiti i festeggiamenti di rito, un altro ostacolo sta per presentarsi sulla tua strada. Impossibile aggirarlo, lo hanno affrontato tutti e lo farai anche tu: è l’esame di abilitazione alla professione di architetto. Non è mai troppo tardi per iniziare a prepararsi all’esame di Stato e sarà tanto più semplice se ti munirai di un buon kit di studio: un manuale dell’architetto, un prontuario aggiornato e la giusta dose di costanza.

    In copertina: Casa a schiera + in linea, Tema Pescara I sessione 2005, tavola Arch. Eleonora Maggi

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    Che tu sia laureato in Architettura o in Ingegneria Edile/Architetturaè il momento di riporre la corona d’alloro e puntare ad altri successi. La prossima tappa, obbligata se vuoi fare della libera professione il tuo lavoro è l’esame di stato per l’abilitazione professionale. Munito di squadrette (che forse avevi dimenticato di avere), matite e manuali, bisogna riprendere a studiare perché è proprio vero che “gli esami non finiscono mai”.

    Un alleato di studio è il kit della Maggioli Editore, costituito dalProntuario tecnico urbanistico amministrativoe dalla Guida pratica alla progettazione,due ottimi volumi per la preparazione all’esame di abilitazione alle professioni di architetto, pianificatore, conservatore, architetto junior, ingegnere civile/edile, geometra, perito edile e utili supporti anche per i concorsi da tecnico negli Enti Locali e per la professione in generale.

    Aggiornati in base ai contenuti del d.P.R. 328/2001, i testi contengono tutti gli argomenti necessari ad affrontare le prove d’esame trattati in maniera analitica e semplificata per offrire un quadro conoscitivo quanto più ampio sulle tematiche tecniche, legislative e operative.

    Il Prontuario tecnico urbanistico amministrativo

    Il Prontuario tecnico urbanistico amministrativo presenta tutte le novità legislative degli ultimi mesi, dalla riforma del Catasto, al Codice degli Appalti fino al nuovo APE (Attestato di Prestazione Energetica) con l’entrata in vigore della L. 90/2013.
    La seconda parte del manuale per l’abilitazione è dedicata alla pratica professionale dell’architetto. Insieme alle norme deontologiche degli ordini professionali viene trattato anche il tema delle tariffe per architetti e ingegneri, alla luce della promulgazione del D.M. 140/2012 e del D.M. 143/2013.

    Dopo un breve capitolo dedicato alle prove per l’Architetto junior, il Prontuario affronta il tema della Tecnologia dell’Architettura conuna raccolta di particolari costruttivi con cenni sull’architettura bio-ecologica.
    A chiusura del volume, l’autore si concentra sulla normativa organizzativa e procedurale degli enti locali, per i concorsi pubblici in area tecnica, e sul rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini.

    A conclusione di ogni capitolo viene specificata la presenza di un approfondimento tematico nel CD-Rom allegato alla pubblicazione: esempi di progetti di ristrutturazione, con esecutivi degli impianti e computi metrici, cenni di storia dell’architettura, dell’urbanistica e del restauro, esempi di predimensionamento semplificato con metodo delle tensioni ammissibili (MTA) saranno utilissimi nella preparazione della prova scritta e della prova grafica nel corso delle simulazioni, seguendo anche le tracce dei temi d’esame già affrontati nelle diverse sedi per l’abilitazione alla professione di architetto.

    Acquista il prontuario

    caption: Casa a schiera + in linea, Tema Pescara I sessione 2005, tavola Arch. Eleonora Maggi

    Guida pratica alla progettazione

    Per completare la preparazione dell’esame di Stato per l’abilitazione professionale risulta quasi indispensabile il secondo volume del kit, redatto dall’Arch. Ceccarelli e dall’Arch. Villatico Campbell, testo a cui spesso si rimanda anche nel Prontuario per approfondire con schemi grafici quanto affrontato nel testo. La quinta edizione della Guida pratica alla progettazioneè caratterizzata anch’essa da alcuni aggiornamenti normativi necessari per la professione, da un nuovo capitolo dedicato alla grafica di progetto, l’aggiornamento del capitolo sull’efficienza energetica e consigli per la prova grafica e scritta.

    La pubblicazione consta di due volumi, un Manuale di progettazione e le Tavole di Progetto.

    Manuale di progettazione

    Il Manuale si focalizza sulle metodologie di progettazione con riferimento alle diverse tipologie costruttive e alla normativa specifica (antisismica, barriere architettoniche, antincendio, ecc.), mentre il secondo tomo, dedicato agli elaborati progettuali, costituisce un compendio delle migliori elaborazioni svolte durante i corsi di preparazione tenuti dagli autori, pubblicati e commentati nel DVD allegato.

    Tavole di Progetto

    Loos, nel suo Parole nel vuoto sosteneva che “L’architettura è scaduta ad arte grafica per colpa degli architetti. Non colui che sa costruire meglio riceve le commissioni, ma chi sa presentare meglio i suoi lavori sulla carta”. Forzando questa citazione possiamo dire che questo testo cerca di colmare efficacemente una lacuna nella formazione degli studenti, capaci di elaborazioni straordinarie dietro ad un pc e che hanno perso il contatto con la carta e la matita. All’esame di Stato si è invece chiamati a comunicare un’idea progettuale elaborata in appena 8 ore e a farlo in maniera chiara e semplice, senza sottomettere il progetto al disegno o il segno grafico alla traccia d’esame. Le 550 tavole proposte sono sicuramente un ottimo aiuto per ristabilire il giusto equilibrio tra soggetto e oggetto e, non dimentichiamolo, per prepararsi strategicamente alle 8 ore di fuoco della prova grafica.

    Acquista la Guida pratica alla progettazione

    caption: Case a schiera con terreno in pendenza, Tema Milano I sessione 2001, Arch. Roberta Re Dionigi.

    caption: Casa in linea e a torre, Tema Milano I sessione 2000, Arch. Giuliana Gigante.

    Prontuario tecnico urbanistico amministrativo: Scheda tecnica

    Titolo: Prontuario tecnico urbanistico amministrativo
    Editore: Maggioli Editore, Collana Esami & Professioni
    Pagine: 522 pagine + CD Rom
    Formato: 21 x 29,7 cm
    Data pubblicazione: Luglio 2015 (V edizione)
    Autori: Alberto Fabio Ceccarelli
    ISBN: 9788891611130
    Lingua: Italiano 

    Acquista il libro Prontuario tecnico urbanistico amministrativo

    Guida pratica alla progettazione: Scheda tecnica

    Titolo: Guida pratica alla progettazione
    Editore: Maggioli Editore, Collana Esami & Professioni
    Pagine: 626 pagine + DVD
    Formato: 21 x 29,7 cm
    Data pubblicazione: Luglio 2014 (V edizione)
    Autori: Alberto Fabio Ceccarelli, Paolo Villatico Campbell
    ISBN: 9788891604880
    Lingua: Italiano 

    Acquista il libro Guida pratica alla progettazione

    Autori

    Alberto Fabio Ceccarelli, architetto, svolge la libera professione e partecipa a concorsi di progettazione selezionando i migliori allievi dei corsi per la preparazione all'esame di Stato che organizza e gestisce a Milano.

    Paolo Villatico Campbell, architetto, libero professionista, inventore e promotore di corsi per la preparazione all'esame di Stato per architetti nelle città di Roma e Firenze.


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    Durante il festival DesignMarch, lo studente islandese Ari Jónsson, ha presentato la sua bottiglia fatta di alghe rosse, ingrediente che la rende 100% vegetale, biodegradabile e commestibile e potrebbe sostituire la plastica.

    Le alghe, oltre ad essere gli ingredienti principali di alcuni piatti orientali, sono una risorsa molto promettente per nuove fonti di energia e per materie prime da impiegare nel fashion e nel product design. Ben si prestano, infatti, ad essere convertite in biocarburante a basse emissioni di gas effetto serra. Sono ideali per essere trasformate in tessuti o in coloranti per tessuti, e perfette per creare lampade ed oggetti d’arredo.

    Plastica ecologica dal guscio dei gamberi

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    Ari Jónsson, designer Islandese, ha pensato di sfruttare le proprietà delle alghe per creare un nuovo materiale adatto alla fabbricazione di bottiglie al posto della plastica, che in più è anche biodegradabile  e commestibile. L’ha presentato durante il DesignMarch, uno dei più importanti festival islandesi sul mondo del design.

    L’agar per le bottiglie di alga. Sostituirà la plastica?

    Lo studente islandese ha sfruttato l’agar, un polisaccaride ricavato dalle alghe rosse, comunemente impiegato nella preparazione di gelatine per dessert e l’ha mescolato con dell’acqua, facendole acquistare una consistenza gelatinosa. Dopo aver scaldato l’impasto, lo ha inserito in uno stampo e successivamente lo ha portato allo stato solido congelandolo in un normale freezer.

    La totale assenza di petrolio e derivati, rende questa bottiglia rivoluzionaria. Ma non è solamente il materiale a renderla unica nel suo genere. Infatti, il designer islandese, ha assistito ad un fenomeno molto interessante: quando è a contatto con i liquidi, la bottiglia mantiene intatte tutte le sue proprietà, mentre, quando è vuota, inizia il processo di biodegradazione.

    A differenza delle normali bottiglie di plastica che con il tempo potrebbero rilasciare sostanze chimiche nell’acqua, la bottiglia biodegradabile di agar, totalmente vegetale, non contamina il liquido con nessuna sostanza nociva, al massimo può infondere un leggero gusto di alga.

    In più, si ha la possibilità di non gettare il contenitore di agar nel cestino dei rifiuti organici, perché può essere letteralmente mangiata. Proprio come fosse Anmitsu, il dessert giapponese a base di gelatina di alghe rosse.  

    L’alga rossa sembra essere un’ottima alternativa ecosostenibile alla plastica, inquinatrice indiscussa di mari e terre. Sarà proprio l’agar a sostituirla definitivamente? 


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